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martedì 30 giugno 2009

Wimbledon, dopo la serbiatta lagrimante, rischia di cadere il tetto



Piange come una vitellina da latte spaurita ed azzoppata, Ana Ivanovic. Ha appena subito una debordante lezione di tennis, nel primo set del suo ottavo con Venere Williams. Un 6-1 che sa più di un'umiliazione. Poi, il dramma umano. Lagrime grondanti di disperazione. Un infortunio dispettoso mina la funzionalità della sua coscia, tanto bella, quanto inutile per il tennis. La vigliacca menomazione le impedisce di continuare, e raccogliere il meritato 6-1 6-2. Ma ella continua a lagrimare, inconsolabilmente avvilita. Scendono copiose dai begli occhi da cerbiatta, inondando il viso olivastro. Pure il pubblico la sostiene nel momento del dolore estremo. Ma non c'è verso, continuano a venir giù incontrollabili, tanti rivoli disperati. Per un attimo (42 centesimi di secondo circa), ammetto di aver provato un minimo di compassione per la giovin serbiatta frignante. Cos'altro sono queste amazzoni invasate e strepitanti, se non piccole donne fragili ed indifese? Certo, tenere bambinone, cui hanno messo il vestito da guerriere. Orchi semi-schiavisti le hanno insegnato la cultura dell'antisportività, gettandole sul campo a strepitare e combattere una guerra santa. Quando bastava insegnarle un miserabile rovescio in back.
Della stessa stirpe (ad occhio e croce), è il nuovo fenomeno tedesco Sabine Lisicki, che si sbarazza in due set della danese Wozniacki. L'altra Williams, Serena, col fumo che fuoriesce furente dalla narici spalancate, fa in tanti brandelli la bella e leggiadra gazzella ceca Hantuchova. Una esecuzione vietata ai facilmente impressionabili. In un match combattutissimo, la spunta Vittoriona Azarenka su Nadia Petrova. Non ho visto, ma pare non abbia utilizzato la violenza corporale. Vedremo nei quarti. Finisce dopo sei vittorie, la favola della piccola americana Oudin, quella che sembra uscita da un film americano sulle High school. Perde in due set con la più esperta Radwanska, come preventivabile. Ma la biondina è una da tenere d'occhio. Ha carattere autentico (che non si misura col numero degli urletti) e sa pensare mentre gioca, che nello scriteriato “chiudi gli occhi e tira” odierno, non è neanche male.
Sotto il tetto, finalmente inaugurato, trecentoduesima puntata de “I tragici autoflagellamenti di Amelie”. La francese Mauresmo, dimostra per un set come si possano battere le dissennate picchiatrici accecate di oggi, con un tennis meravigliosamente vario, tagli, attacchi profondi, cambi continui, voleé. E' semplice in fondo. Basta spezzarle il ritmo, e quelle vanno in confusione totale, si guardano intorno smarrite, come automi programmati per fare una sola cosa. Così Dinara Safina. Pare di essere ad una lezioncina di tennis. Avanti 3-0 nel terzo, ad Amelie si ritira il braccio, il passo si accorcia, il fiato comincia a mancare, l'agitazione che non manda ossigeno al cervello, ed eccolo lì, l'ennesimo suicidio sportivo. 6-4 al terzo Safina. Sembrata di almeno tre livelli inferiore alla Williams.
Vince “Leonessa” Schiavone, ma occhio a chiamarla così, che potrebbe azzannarvi, neanche l'avessero definita “leonessa sdentata” (Lo feci io. Ma fortunatamente questo blog lo legge solo il mio gatto, e sono incapace di intendere e volere). Ma si sa, le vittorie fanno aumentare la spocchia. La milanese gioca un match straordinario, e si disfa in due set di Virginie Razzano, con classe ed esperienza. Argina intelligentemente le sfuriate di dritto della francese, e la lavora ai fianchi sul lato debole, nella diagonale di rovescio. E nel secondo set gioca un tiebreak praticamente perfetto. Quarta italiana della storia, dopo Lazzarino, Golarsa e Farina, ad approdare ai quarti dei championships. Ora trova la russa Dementieva, reduce da una stagione negativa. Probabilmente i soliti esaltati penseranno già alla semifinale. Mi limito a riportare, che la russa oggi ha dominato la connazionale Vesnina, in quattro match ha lasciato sedici games alle avversarie, è una che ha giocato finali e semifinali nei tornei dello slam, e da dieci anni staziona nei top ten. Quindi andrei cauto con gli entusiasmi tipicamente italici, si può vincere ed i precedenti sono incoraggianti, ma nostradamus predica calma e gesso.
Praticamente una formalità, la vittoria di Roger Federer, che si sbarazza di Soderling in tre set. Lo svedese agita i pugni, in un'immagine che stride con l'odierna espressione da salmone rassegnato. La paura attanaglia la sua poverbiale manona nei tiebreak decisivi. Annesso doppio fallo da paura vera e polsi gelati dal terrore, che manda Federer al match point. Nei quarti, sua maestà elvetica danzante sulle punte, si ritrova niente meno che Ivo karlovic, che oggi ha brutalizzato a suon di primi servizi, un allibito ed impotente Fernando Verdasco. Qualche dato: In quattro incontri, 137 aces. Nessun servizio perduto, quattro palle break concesse (ma solo nel primo incontro, per il resto 0, dicansi zero). 94% di punti conquistati con la prima di servizio. Praticamente un altro sport. Normale che lo svizzero abbia un po' di timore, confermato dalle dichiarazioni post partita in cui definisce quello di Karlovic “non-tennis”. Parole che però, tanto suonano come infantile giustificazione preventiva. A questo punto, se il gigante croato mantiene queste percentuali spaventose, per l'elvetico potrebbe rappresentare un periglio maggiore persino di Murray (l'ho detta). Vince Tommy Haas sul russo Andreev (inguardabile arrotatore di mestiere). E nei quarti il tedesco se la vedrà con Novak Djokovic (giustiziere sommario dello sventurato Dudi Sela), in un incontro che si preannuncia interessante rivincita della recente finale di Halle (con Tommy che insegnò bel tennis erbivoro al serbo). Ma le forze del bene non sempre prevalgono. Radek Stepanek infatti, solo per due set tramortisce con servizi e voleè da coguaro, Lleyton Hewitt. L'australiano, disperato, si strizza il sudore dal cappelino, se lo ricala in testa e poi chiama il “medical timeout” tattico (ma non era meglio quando per chiamarlo doveva esserci il sangue?). E succede che quello che non corre più, letteralmente senza benzina, è l'avversario, che racimola cinque games nei restanti tre set. Vince Hewitt per la gioia dei tanti e rumorosi supporters australiani, festanti ed ebbri di birra. Passa Ferrero, sul sempre più trasparente Simon. E qualcuno mi avrà creduto matto quando lo definivo “terraiolo che gioca meglio sull'erba”. Vittoria in tre rapidi set di Roddick, sul “grande bluff” Berdych.
E poi in serata l'apoteosi. Rischia grosso l'eroe di casa Murray. Comincia come se lo avessero gettato giù dal letto dopo una sbronza violenta e una notte passata con due ninfomani spagnole (perché spagnole? Ci avrò i miei buoni motivi. Ah le iberiche...). Perde il primo set in modo impietoso. Gridolini, urletti, “ooooohhhh” di apprensiva trepidazione del pubblico. Lo scozzese, piano piano, lento pede, rientra in partita. Prova ad arginare col suo proverbiale gioco di difesa e gli angoli pizzicati, “l'altro svizzero” (quello povero), che invece continua a tirare rovesci che allietano lo spirito. In un clima surreale, col tetto e i riflettori, va in scena la prima (storica) partita di Wimbledon in notturna. Ma Stanislao, mai domo, trascina Andy al quinto. Mancherebbe la ciliegina, però. Lo scalpo eccellente, la tragedia greca e pianti collettivi sugli spalti. Il pubblico è letteralmente sovraeccitato. Il campo sembra una corrida, chiassosa ed esplosiva. Gli italiani sono pecorecci, caciaroni ed antisportivi. Qui, nel tempio ricoperto e rimbombante come una bomboniera esplosiva, gli applausi e le urla sui doppi falli dell'avversario, sono tipica e genuina espressione di eccitazione sportiva britannica. Sta lì la differenza. Ed alla fine il loro impavido eroe scozzese, dalla dentatura strappata al barone Wurdalak, si salva d'un soffio. E pure il tetto, che ad un certo punto, ho temuto potesse essere divelto dai flemmatici e compostissimi supporters inglesi.

domenica 28 giugno 2009

Wimbledon. Ottavi, i pronostici dell'infallibile intenditore



Uomini



Roger Federer vs Robin Soderling: 1. Sua maestà, dovrebbe farcela agevolmente. Soderling ha palesato una forma discreta, ma lontana da quella surreale vista a Parigi. Probabile, solita, regale distrazione del giovin signore dopo circa un'ora e trentadue di gioco. Unico inconveniente, la possibile perdita di un set.
Andy Murray vs Stanislas Wawrinka: 1. Risultato scontato, con probabile umiliazione-lezioncina scozzese. Lo svizzero (insopportabile come pochi, ma per onestà, pure con un gran bel rovescio), dovrebbe già essere soddisfatto degli ottavi. In caso contrario, verrebbe giù lo stadio, che giammai vorrebbe il suo eroe scozzese sconfitto come un inglese qualsiasi (sottilissima, per chi l'ha afferrata).
Novak Djokovic vs Dudi Sela: 1. Ma tanto vorrei sbagliarmi, come in un dolce sogno. Confesso che avrei voluto azzardare il 2, ma perchè il leggerissimo e leggiadro israeliano possa resistere al vento sgraziato della serbia, dovrebbe succedere qualcosa di straordineirio (immaginate l'Arrighe nazionale che lo dice). Magrado a Novak manchi la proverbiale umilté.
Andy Roddick vs Tomas Berdych: 1. Uno dei confronti più incerti, o per lo meno, imprevedibili. Sull'erba, l'americano, porta in giro con molta disinvoltura il suo baseball tennis, piacevole come due molari cavati senza anestestia, ma efficace. Ma il ceco è decifrabile quanto un camaleonte con una crisi di nervi. Molto dipenderà se gli fanno capire che bisogna tirare dentro le righe, per vincere.
Ivo Karlovic vs Fernando Verdasco: 2. Malgrado i precedenti a favore del croato, prendo Verdasco. Per due motivi particolari. Mai il gigante croato ha raggiunto le ultimissime fasi negli slam, un po' perché paga fisicamente le fatiche dei turni tre su cinque. E poi, dopo un'impresa (come lo è quella con Tsonga), difficilmente Ivone è solito bissare, mancando spesso la prova del 9 (e qui, immaginate il grande Rino Tommasi, che detta versetti). Match in bilico, nella sola evenienza che Ivo spari più di 42 aces.
Lleyton Hewitt vs Radek Stepanek: 1. Pronostico obbigato. Perché l'australiano sta giocando bene, e perché Stepanek ha sofferto le pene degli inferi per venire a capo di due arrotini-arrotoni come Starace e Ferrer. Nettamente favorito il canguro rientrante. Chiaramente, farò il tifo per Radek, sempre elegante e bello da vedere, non in faccia, ma nel suo servizio e voleé.
Juan Carlos Ferrero vs Gilles Simon: 1. Ma pronostico incerto, da 1X2. Classifica, età (e qualcos'altro), direbbero Simon. Pure gli intenditori dicono Simon. Ammetto di non aver visto nemmeno trenta secondi del francese dal tennis alla doppia valeriana, ma punto su Ferrero, che mi sembra caldo e ben motivato.
Tommy Haas vs Igor Andreev: 1. Pronto ad emigrare in Buthan, in caso contrario. Il tremendo arrotatore russo ha già fatto un'impresa ad arrivare alla seconda settimana (e deve benedire un tabellone da regalo natalizio). Bene inteso, Haas in carriera ha gettato alle ortiche un'infinità di partite ed occasioni. Questa, proprio, non può lasciarsela scappare. Suona come un obbligo categorico.

Donn(one)


Venus Williams vs Ana Ivanovic: 1. Ma proprio tutta la vita. Venus, anche con mezza gamba e bendata, batte quel curioso concentrato di isteria serba, senza tracce di tennis.
Serena Williams vs Daniela Hantuchova: 1. Il leone che mangia la gazzella. Ma la gazzella può correre, certo. Uno su cento la gazzella si salva, ma deve essere giovane e molto motivata a vivere. Ed avere il gran culo di trovare un leone in narcolessi. A questo giro la vedo proprio maluccio per la gazzella ceca.
Dinara Safina vs Amelie Mauresmo: 2. Mi gioco il jolly. Ragionare coi "se e i ma" è da stupidi, ed io un po' lo sono. Se Amelie gioca al 40% di quella che è stata, ce la può fare. Se riesce ad inventare un po' di tennis, il nostro orangutan russo, andrà in disarmo. E' risaputo come Dinara sappia solo picchiare alla cieca, e per giunta, sull'erba non riesce a farlo come vorrebbe. Diventando oltre che goffa, anche vulnerabile. Se invece Amelie non varia il gioco come può, ma incappa in una delle sue giornate da semi-ex, buonanotte ai sognatori. Se.
Francesca Schiavone vs Virginie Razzano: 1. Sperando di non portare troppa rogna. I precedenti (3-0 per la nostra) e la sua capacità di variare le rotazioni, dovrebbero bastare a mettere in crisi il gioco piatto della francese. Leonessa si gioca la possibilità di raggiungere il primo quarto di finale ai championships. Di certo, motivazione e cattiveria agonistica non le faranno difetto.
Caroline Wozniacki vs Sabine Lisicki: 1. Ma è da 1X2. Mi piacerebbe la spuntasse la danese-polacca Wozniacki. Più aggraziata, e dai lineamenti del viso più dolci e rassicuranti. Solo per l'aspetto fisico (si sa che sono un tecnico). Ma i precedenti di quest'anno, giocando al tennis, sono a favore della nuova orchessa tedesca, che propone nuovo furore alla wta. Da vedere se riesce a metabolizzare l'impresa (?) delle vittoria sulla Kuznetsova. Malgrado tutto, prendo Caroline.
Agnieszka Radwanska vs Melanie Oudin: 2. Altro jolly azzardatissimo. Perchè la più forte delle sorelle Radwanska parte strafavorita, ma chi lo sa che il periodo magico e la favola della piccola (ma tremendissima) yankee, continui. Le favole sono una delle poche cose rimaste, perché di tennis se n'è visto poco. Ma spesso, in agguato c'è l'orco cattivo con le gote paffute.
Victoria Azarenka vs Nadia Petrova: 1. Ma tanto vorrei sbagliare. Aperte le adesioni al Petrova (sisters) fans club. Lo scorso anno s'impose la russa Nadia, ma quest'anno le cose sono un pò cambiate. Il ciclone bielorusso è esplosa pienamente in tutto il suo raccapriccio. Azzardo un'altra previsione: In caso di partita tirata, Vittoriona-Linda Blair salterà la rete e prenderà a morsicate furenti l'allibita avversaria. Manca solo quello, al suo sconfinato repertorio da posseduta.
Elena Vesnina vs Elena Dementieva: 2. Un match raggelante al solo pensiero. Elena, che nei mesi scorsi sembrava fosse stata prosciugata da un battaglione di vampiri, qui nei primi turni ha macinato avversarie (modeste, certo), lasciandole 12 games in tre incontri. Chiaramente favorita.

Detto questo, se azzeccate tutte e sedici le partite, con una puntata di soli 10euri, potreste pagarvi un viaggio (per due) alle Seyshelles. Se siete pavidi come la Jankovic e ne giocate solo 8 (e li prendete), vi pagate una gitarella alle grotte di Postumia. Che visti i tempi che corrono, tanto male non è. Dimenticavo, non imbrocco un pronostico dal 1992. Giocate e vincete.

Ve lo racconto io, wimbledon. Giorno 6. Facce nuove per la wta, Oudin e Lisicki




Lo chiamavano il cimitero dei campioni, in tempi lontani. Oggi impegnata su quel prato oramai spelacchiato, sgroppava leggiadra la nostra sorella di Varenne, per i freddi annali Helena Jankovic. La serba aveva il suo bel da fare contro la volenterosa teenager statunitense, Melanie Oudin, numero 123 al mondo e proveniente dalle qualificazioni. Volto da liceale yankee, che pare rubata ad una puntata di bayside school. La serba dal volto equino comincia nel suo esercizio preferito: pallate insipienti e monocordi, mai un rischio, mai un vincente. Non ha proprio il colpo finale, puro atletismo senza braccio. Continua a correre come fosse sullo sterrato di capannelle, e null'altro. La biondina americana non è certo un fenomeno, ma tanto basta. Viene da cinque battaglie vinte, tra qualificazioni e torneo principale. E' piccina di statura, corre, lotta, tira quando c'è da tirare. Ha una bella testa piantata nella partita, tutta tic, nervosa, frenetica, ansiogena. Si fa prendere dall'inesperienza dei diciassette anni proprio sul più bello, e perde il primo set al tiebreak. Poi ecco quello che ci si attende sempre da un momento all'altro, nelle partite della Jankovic. “Medical time out” oscenamente tattico, a sottolineare la proverbiale sportività della serba, che ben si appaia alle urla forsennate del suo sobrio e misurato entourage, sugli errori della giovane avversaria. La serba pare abbia accusato un mancamento, o qualcos'altro di misterioso. Avviene ad ogni partita. Le serve solo per tirare il fiato (neanche avesse 56anni) e rifare la zoccolatura. Ma nemmeno la sosta vigliacca stronca la resistenza mentale della giovane americana, che ha carattere e cattiveria sportiva genuina da vendere. Rimane aggrappata alla partita con le unghie, mentre l'altra seguita a lobbare e ad imprecare sui vincenti dell'avversaria. Cose che gli umani stentano a capire. Monologa, urla. Si crede una campionessa e pure bella, con quella mascella equina da incubo notturno ed i colpi soporiferi alla valeriana scaduta. Guarda il suo angolo, smarrita. E i semi ergastolani che lo occupano, la incitano con terrificanti grida di guerra, facce irose e ritorte che avrebbero fatto impazzire Lombroso. Oudin vince il secondo set e s'invola nel terzo. Jankovic caracolla, sempre alla ricerca perenne di qualcosa. I colpi che non ha, il coraggio d'inventarsi qualcosa. E il giovane leoncino americano porta a casa il match. Presto per parlare di nuovo fenomeno, eccessivo citare il “cimitero dei campioni”. Quando mai la Jankovic è stata una campionessa.
A proposito di volti nuovi. L'altro appartiene ad una diciannovenne ragazza tedesca, Sabine Lisicki, che non è una semi carneade come Oudin, ma già avvezza a discreti palcoscenici. Oggi però le riesce il gran colpo. La bionda tedesca tramortisce la campionessa uscente di Parigi Svetlana Kuznetsova, mai in grado di prendere il ritmo forsennato ed esplodere la sua proverbiale roncola furente, sui rimbalzi erbivori. Ora, la tedesca che vogliono venderci come la nuova Graf, ad un primo sguardo pare soltanto una possibile Sharapova (e già l'originale mi sembrava bastare). Volto tignoso da bizzosa e infastidita reginetta sul pisello e fisico da modella, sopra clavate possenti e un truce agonismo fuori luogo. Per la serie, non ci libereremo mai dall'orrore. A proposito di quest'ultimo, agevole successo della serbiatta Ana Ivanovic, che si sbarazza in due set di Samantha Stosur, estemporanea intrusa nelle semifinali del Roland Garros. Visto che porto fino in fondo le cose, e non ho paura, ribadisco la mia promessa: apro un chiosco di grattachecche e ghiaccioli alla menta piperita in Alaska, se l'isterica urletti e pugnetti vince Wimbledon. Ed anzi raddoppio: mi iscrivo pure alla scuola di politica delle libertà (a seconda). Unico inghippo, quanto si paga? E qauali sono le credenziali? A tette non sono messo benissimo.
Amelie Mauresmo batte in due set Flavia Penetta. La brindisina paga una crisi a cavallo tra la fine del primo e l'inizio del secondo set. Amelie, oramai prossima ai trenta, ogni tanto mostra sprazzi divini di un passato nemmeno tanto lontano. Ok, oggi ha una classifica peggiore della brindisina, ma Wimbledon lo ha vinto (nel 2006, mica nel 1978), e al tennis gioca 106 volte meglio della nostra. Flavia poteva anche vincere, ma ha perso. La sintesi del nostro tennis. Da decenni.
Una truculenta esecuzione si paventava per il mio adorato pulcino Carla Suarez Navarro, sul centrale. Letteralmente brutalizzata da Venus Williams, che, memore della sconfitta subita all'Australian Open, prova un certo sadismo nell'infierire. 6-0 2-0 e debordante ostentazione di muscoli da parte della venere nera. La piccola iberica, così bruttina ed indifesa, fa una tenerezza infinita (guardare foto, please). Zoppica pure un po', complice il ginocchio ballerino. Tutta ritorta, coi denti da roditore ed il buffo gonnellino che svolazza da un lato all'altro, sembra ancora più piccola di quello che è. Il solo braccio opposto alla forza virulenta e distrutttrice di un tornado spaventoso. Osservo qualche flash, impegnato come sono a vedere le evoluzioni di Petzschner sul campo 2. Poi il pulcino prende a disegnare evoluzini coraggiose, e appena colpisce la palla, la ranocchia diventa principessa che inventa tennis. Dipinge angoli e traiettorie deliziose con quel rovescio così prezioso. E si porta sul 3-2, c'è vita nel pianeta tennis. A un certo punto osa una smorzata ricamata di rovescio, la meravigliosa statua d'ebano s'avventa con furia, rimanda di là un rovescio profondo, e Carla la ischerza con un pallonetto irridente. Qualcosa che somiglia al 6-0 appena subito, una speciale rivalsa. Trova anche il tempo per lanciare alla gigantesca avversaria un'occhiata di sfida, come un tigrotto di Mompracem. Pazienza che poi abbia perso 6-4. A noi smidollati, amanti del gradevole fine a se stesso, va bene così. Ci saranno tempi migliori per Carla.
A margine, per una volta, il tennis maschile. Seppi perde la prosecuzione con Andreev, pagando la solita partenza al cloroformio. Solo che, essendo questa partenza fissata sul 5-5, è equivalsa ad una rapida ed indolore fine. Buono comunque il suo torneo. Con il solo rovescio incrociato, non poteva fare molto altro. Tommy Haas vince la prosecuzione di una partita che aveva già vinto, poi quasi perso. 10-8 al quinto su gibbone Cilic. Ottavo alla portata contro Andreev, mi accontenterei di vedere il buon Tommy appaiarsi a Djokovic nei quarti. Berdych tritura senza pietà il draculesco Davydenko, mai come oggi con le sembianze di un mucchietto di ossa messe alla rinfusa. Il giovane ceco, oramai da anni (tre? Quattro?), viene indicato da fior di intenditori di professione, come autentico fenomeno. Un puledro di razza, al punto da considerarlo come alternativa credibile al duopolio Federer-Nadal. Il problema è che ha messo in fila una serie di orrori tennistici, con partite buttate via, palline scagliate in modo dissennato tra i distinti. Più che promessa, rischia di diventare uno dei più grandi bluff della storia. A vederlo ci si chiede angosciati cosa gli manchi. Un allenatore o il cervello. Ma qui sembra intenzionato a fare sul serio. Attendiamo impazienti (ma anche no) conferme dal confronto con Roddick. L'americano concede il solito set di commiserazione, al sempre più “flatulenza arricciata” Melzer. Il mancino austriaco ogni tanto fa un punto strepitoso, e si chiede come mai gli è uscito. Probabilmente gli hanno impiantato il cervello, come Frankenstein. Primo ed unico esempio di tennista inconsapevole, per il quale invocare l'incapacità di intendere e volere. Passano agli ottavi Gilles Simon e Stanislao Wawrinka, ed io (faccio ammenda), proprio non me ne sono accorto.
Nel solito tripudio di ottusa eccitazione inglese, lo scozzese Andy Murray ridicolizza il serbo Troicki (pronunciato Trozky, tanto per dire). Talmente rilassato ed a suo agio per la mancanza di un avversario, Andy, che gli riesce tutto. Prova colpi sensazionali, mostra la varietà del suo gioco, e tocchetti irridenti che mandano in sollucchero gli spettatori eccitatissimi (compreso il sempre misuratissimo e giammai logorroico John McEnroe, in cabina di commento). Viene da chiedersi cosa potrebbero combinare gli inglesi, nel quinto set della finale con Federer (credeteci pure, non costa niente). Il povero Troicki, viene sbattuto da un angolo all'altro, e poi infilzato come inerme pupazzetto delle giostre. Ma lui, come ercolino sempre in piedi, seguace della integralista corrente “serbiattesca”, continua ad ostentare pugnetti fuoriluogo. Sul 6-2 6-3 5-3, eccolo lì che lo rotea al cielo, ma con l'espressione di una triglia in salamoia, pronta ad essere servita come contorno. Ci crede davvero o è solo una forma di trombosi al cervello? Assuefazione alla deprecabile cultura cui li hanno abituati? Rendono questi ragazzi dei fantocci inconsapevoli, svilendo lo stesso significato di agonismo. Un match di Jimmy Connors in videocassetta, insegnerebbe loro qualcosa, su cosa significa essere un combattente autentico. E non si insegna, invitando al pugnetto. Vince dopo una battaglia di cinque set, Ferrero, su “mano de piedra” Gonzales. Lo spagnolo conferma il buffo paradosso di essere un terraiolo che gioca meglio sull'erba. Non ha i colpi pesanti del cileno, non ha il braccio dorato di altri, ma gioca un tennis regolare e completo, e sembra conoscere l'erba come pochi, e contro Simon può anche rinviare il suo capolinea. L'elegante serve and volley di Radek Stepanek, prevale sull'arrota e rattoppa dello spagnolo Ferrer, in un altro quinto set. Il ceco, che di anni ne ha 31, complice quel viso pasticciato ed il gioco anni '70, da almeno cinque anni viene considerato vecchio, ed ora sfida Hewitt negli ottavi. Finisce proprio contro il solido muro del ritrovato australiano, la favola (personale) di Petzschner. Oggi né scasso, né Picasso. Semplicemente Petzschner, un giocatore di tennis. Lo si nota subito, dai primi scambi. E' concentrato, sbaglia niente, serve bene, concede poco. Ed è normale che perda, lo conosco il mio pollo. Quando prova a fare il tennista, perde 100 volte su 100 (invece che 99 su 100). Troppo esperto e paziente Hewitt, che riesce a domare i back stordenti di Picasso. L'australiano non è un giovane picchiatore smidollato alle prime armi, e sa come assecondare i rimbalzi bassi e velenosi. Tre set combattuti e fine di un torneo onorevole (per i suoi standard). Più non si può (e deve) pretendere.

sabato 27 giugno 2009

Ve lo racconto io, Wimbledon. Giorno 5. Leonessa Shiavone riaffila le unghie



Wimbledon è un pachiderma sacro. Si evolve lentamenteme, facendo piccole concessioni all'odiata modernità. Hanno costruito tetti semovibili per arginare l'atavico problema pioggia. In cinque giorni, una secca che nemmeno sul monte Sinai. Uno spruzzetto notturno basta per mettere in allarme i britannici, che già pregustano la storica inaugurazione del tetto. A mantenerlo un torneo fuori dal tempo rimangono le vecchie bacucche nelle prime file e le candide vestali dei giocatori. A proposito, bardato di un bianco accecante (appena sporcato dallo stemma regale RF), entra in campo sua santità immortale e divina Roger Federer. Già in sede di analisi del tabellone, avevo preannunciato come prima (flebilissima e teatrale) difficoltà, il terzo turno, col tedesco Kohlschreiber. Un tipo costante verso il basso, ma con un bellissimo rovescio classico che usa benissimo in tutte le salse. L'elvetico lo spazza via, con facilità avvilente (per chi pensa possa essere battibile). Due set di autentica crudele dimostrazione tennistica. Dritti e ricami, risposte e rovesci, voleè e ancora dritti e merletti. Gli riesce tutto con facilità impressionanate. Kohlschreiber, una specie di Cassano dal volto umano, trotterella senz'anima. Forse maledice anche il giorno che i suoi gli hanno messo in mano una racchetta. “Dovevo studiare io, dovevo...”, pare dirsi. Vaga per erba con lo stesso animo pugnace di un'alga rinsecchita sullo scoglio. Il giovin signore, si prende una pausa solo nel terzo set, in prossimità del traguardo e della pausa pasticcini col the. Ci tiene alla tradizioni british. Si fa recuperare il break di vantaggio, e perde il set al tiebreak. Uhuh. Gridolini di eccitazione. Qualcuno è così tonto da pensare ad un periglio reale. Il tempo di rinsavire, che chiude la pratica 6-1, anche con un po' di violenza per punire giustamente l'ardire avventato del tedesco.
Sul campo numero 2 pare di essere alla sagra paesana di Pamplona. Quella in cui malati mentali si fanno inseguire da tori inferociti con evidenti turbe psichiche, nella speranza che qualcuno sia infilzato a morte. Si prevedeva poco più che una pratica burocatica per il torello Fernando Verdasco, col connazionale spagnolo Montanes. Almeno così doveva essere. Invece l'altro gli rende dura la vita. Su due piedi sembrava una sfida di una malvagità gratuita. Da un lato il “machetto” spagnolo, che malgrado un'acconciatura discutibile, con ciuffo alla Little Tony da antologia che ha soppiantato il proverbiale crestino trendy, è bello e tanto fa trepidare i cuori di fanciulle adoranti, un top ten, con un tennis brioso e gradevole, tutto angoli e virulente accelerazioni mancine. Dall'altro, un modesto operaio dei campi, umile arrotatore di palline, efficace sull'argilla rossa, e che a guardarlo pare un impiagato delle pompe funebri. E invece il nosto impiegato col cappellino, frullando una pallina via l'altra, vince il primo set. Poi Verdasco rinsavisce, serve benissimo e vince in quattro set tirati. Ma dignitosissima resistenza di Montanes, potere operaio.
Un altro spangnolo, Nicolas Almagro, si lamenta e monologa senza sosta come un matto depresso, il tempo di beccare tre set a zero da Robin Soderling, che dimostra di essere ben preparato per la prevedibile esecuzione di ottavi con Federer. Jo Tsonga incappa in una mostruosa prestazione al servizio di Ivo Karlovic. Mai vista una cosa del genere. Il gigante croato spara aces a grappoli, dall'alto dei suoi 208 centimetri. Uno che (pettegole voci di corridoio), hanno utilizzato come controfigura in jurassic park. Un tirannosaurus rex, ma mansueto come un panda. Al guascone francese rimane poco da fare. Ad un certo punto, dopo l'ennesima battuta monstre d Ivo il tardivo, si siede ai bordi del campo, impotente. In occasioni simili si deve pensare al proprio servizio, provare ad arrivare al tiebreak e sperare che quello metta almeno una seconda di sevizio, per poter giocare, almeno. Il tutto pensando a mantenere i propri turni. Psicologimante difficile, e tre set su quattro ci riesce pure, Jo, ma li vince Ivone. Alla fine saranno 46 gli aces. Se fossero arrivati al quinto, ne avrebbe piazzati una sessantina. Praticamente disumano. Tsonga non ha granché da recriminare, fatica su erba, in risposta (Karlovic fa caso a se) non ha ancora i riflessi giusti, ha attaccato meno di ciò che può, remando goffo nella sabbia di fondo campo, laddove c'era l'erba (cantava Celentano). Fuori il francese, che consideravo l'unica alternativa a Murray e Federer, per lo meno più imprevedibile (e divertente) di un Roddick o Djokovic. Cammino ancor più spianato ed in carrozza per lo svizzero, con tanto di nocchieri in abito bianco.
Tra le donne, un minimo di curiosità masochistica, ogni tanto mi spingeva a dare uno sguardo sul centrale, dove si esibiva la nostra mitologica Linda Blair posseduta, reincarnata nelle sembianze raggelanti di Vittoriona Azarenka. Il donnone dell'estonia affrontava Sorana Cirstea, vittima designata della sua furia accecata. Il timore che vomitasse il proverbiale liquido verdastro durante il cambio campo, paralizzava le gambe degli spettatori, che difatto facevano seguire applausi sporadici e quasi imbarazzati ad ogni suo punto. Linda-Vittoria racchiude in una sola donna di 1,80, le caratteristiche più disgustose di un uomo detestabile. Urla con le gote rosso-violaceo, sbatte racchette, strilla a se stessa, arbitri, giudici di linea, allenatore e pubblico, (ovviamente) rantola quanto una vitella colpita dalla sindrome della “mucca pazza”, pare un'ossessa posseduta dal demonio, ha un'espressione accigliata simile ad un incubo mortale. Poi, tra l'altro, giusto per non sembrare prevenuto, ha pure un rovescio bimane niente male. Niente da fare per la giovane e volonterosa leprotta dei carpazi Cirstea, che già ci aveva salvati dalla sorella di Varenne (Jankovic) a Parigi. Avesse fatto il miracolo anche oggi, toccava costruirle un monumento.
Finisce il torneo anche per Robertina Vinci, i cui colpi di fioretto si infrangono contro il carroarmato Serena Williams, con moltissima dignità e punteggio onorevole (ammetto che temevo un'esecuzione più cruenta. E sarebbe stata immeritata). Rimane un bellissimo torneo comunque, quello della piccola pugliese. Una di quelle che riconciliano con il tennis femminile. Ritorna ai livelli di due anni fa Francesca Schiavone, che batte la testa di serie numero 12, la francese Marionne Bartoli, riaffilando unghie e denti da leonessa, e sbagliando praticamente nulla. Lezione autentica di gioco alla francese. Exploit soprendente perché questa è sempre stata la superficie meno adatta al gioco liftato ed alle rotazioni della milanese. Quarti abbordabili contro un'altra francese, Virginie Razzano, più quotata in classifica, ma meno esperta della leonessa. Malgrado le eccitazioni fuori luogo, stelloni fortunati ed altro, come da un lustro a questa parte, ci rimane solo lei e Flavia Pennetta, che domani proverà a raggiungere gli ottavi, in un incontro accessibile contro Amelie mauresmo, sempre più versione spettro della giocatrice meravigliosa che fu.
Che sbadato, ma c'è anche Andreas Seppi. L'altoatesino (tanto per cambiare) lotta nel buio incombente contro Andreev, reglarista incostante. Che è tutto dire. Ammetto di non aver visto. Mi limito a riportare che dopo aver perso i primi due, l'italiano erbivoro (Mayotte perdono), vince il terzo e allunga la partita, poi sospesa per oscurità sul 5-5 al quarto. Domani può giocarsela tranquillamente.
Djokovic aveva una prova un po' più ostica rispetto ai primi due turni (sempre nell'ambito di un tabellone generosissimo). Al suo cospetto il pesante paracarro americano Mardy Fish, uno che serve benissimo e tira palle con rotazioni poco esasperate, che ben si sposano all'erba, schizzando via veloci. Certo, nei sogni più dolci ed insensati. Il serbo prosegue nel suo goffo e sgraziato martirio sui prati. Il problema è che l'americano gioca una partita terribile, lento, sonnecchioso ed incostante. Passa Djokovic in tre rapidi set, e negli ottavi troverà il sorprendente israeliano Dudi Sela, il cui gioco leggero mi garba tantissimo. Oggi ha infilzato con gusto l'ennesimo spagnolo in (tragicomica) escursione erbivora, Tommy Robredo, in quattro set.
Match interesantissimo tra Tommy Haas e Marian Cilic. Il veterano tedesco che poteva aver vinto una manciata di slam, con un fisico ed una testa diversi, contro l'ennesima promessa croata, sempre in bilico (esplode oggi o domani? Forse dopodomani, ma magari mai). Incontro combattutissimo, il tedesco vince i primi due set tiratissimi, mostrando il suo splendido repertorio d'attacco, colpi piatti e voleè a chiudere. Getta via il terzo e spreca un match point nel quarto. Si fa raggiungere al quinto dal gibbone svogliato, che oggi (proprio oggi?) appare voglioso dell'impresa. Il vecchio Tommy sembra aver sprecato un'altra occasione (una delle ultime della carriera). Subito sotto di un brak 4-1, poi 5-3, pare finita. Nella tristezza più totale che fa il paio col tramonto inglese, Cilic picchia senza pietà sui resti scorati del tedesco e va a servire per il match. Ma Tommy ha un sussulto d'orgoglio inaspettato. Cilic si sgonfia e cede il servizio diostrando (se ve n'era bisogno) quanto sia incostante e falloso. I due proseguono oramai nel buio, in una delle partite più belle del torneo. 5-6, e match point gibbone. Haas piazza un servizio vincente. Poi ne salva un altro con dritto a uscire dal coraggio leonino e per cuori forti, dopo una seconda ballerina. E si salva ancora. 6-6 ed incredibile match, sospeso per oscurità.

venerdì 26 giugno 2009

Ve lo racconto io, wimbledon - giorno 4 - Picasso Petzschner, e quella sottile linea del coraggio inconsapevole



Le verità del rosso saggio. “Levati di torno prima le faccende più tediose! Che poi il resto ti verrà facile.”, ripeteva sempre mio padre, nel mezzo di una colossale sbronza di vino. Ed io lo ascolto. Chissà se da lassù (o giù) vedrà in che modo scellerato utilizzo le sue perle di saggezza contadina. Tocca dunque esordire con Ana Ivanovic, e chi altri. La serba dal volto di cerbiatta e la spocchia da salamandra urticante, era opposta a Sara Errani. La maestrina italiana sembra proprio non avere difficoltà, serve pure per il primo set. Poi un pugnetto via l'altro, la sportivissima serba mette in fila sei giochi, e addio Pepp. A margine, 132 pugnetti, con annesso urletto di guerra (rigorosamente in lingua serba), e vezzosissimo saltello coordinato. Semplicemente atroce. Ogni volta, mi si spezzano in due le meningi dall'emozione, e mi pervade la voglia di eclissarmi nella placida quiete del campionato regionale di vela. Ma come? Obietterà qualche sprovveduto. Se di punti ne ha fatti solo 68? Ma che diamine, gli altri godibilissimi autoincitamenti li ha elargiti al cambio campo, tutta fiera ed isterica per aver ingurgitato il suo beverone energetico senza farlo sgocciolare, e una dozzina in faccia ad un raccattapalle, che le porge una una infida pallina, lei la afferra con grande stile, e si carica con veemenza per il bel gesto tecnico. Ora, io non azzecco un pronostico dal 1992 (McEnroe/Stich-Grabb/Reneberg 19-17 al quinto, nella finale del doppio di Wimbledon), ma se il curioso esemplare serbo dovesse vincere Wimbledon, apro un chiosco di grattachecche al limone, in Lapponia. Continuano a triturare avversarie Venus Williams, Kuznetsova e Safina, ma il leggiadro urangutan (che ripeterò fino allo sfinimento: non è sorella di Marat), ha faticato un pochetto. Il suo tennis badilato e pachidermico soffre i rimbalzi veloci.
Cavando altri denti senza anestesia, stellone italico in chiaroscuro. Andreas Seppi vince al quinto la prosecuzione col francese Giquel, in un match che per congiunture astrali avverse (il gatto aveva le paturnie e voleva rosicchiare l'immortale copia di “Affinità e divergenze tra il compagno Togliatti e Noi -del conseguimento della maggiore età” dei CCCP) non ho seguito. A quanto mi hanno riferito due reduci stremati, prova maiuscola dell'altoatesino, autentico leone indomito, uno che accende la fantasia e l'entusiasmo quanto una intervista post gara di Gustavo Thoeni. Il nostro montanaro erbivoro (Gesù perdono), ora trova Andreev. E può anche vincere. Il russo è chiaramente di un livello superiore, ma sui prati sembra Podenzana sul mont-ventoux, e al terzo ci è arrivato battendo degli ectoplasmi vaganti. Un altro fastidioso terricolo miracolato da un tabellone pasquale è l'iberico Ferrer, che oggi ha annichilito Fognini, nenche fosse “er canaro” (ma con un po' più di ferocia). Lo spezzino continua nella gustosa imitazione di McEnroe e Safin messi assieme, giocando peggio di un Berasategui azzoppato. I primi due si disperavano in modo furente perché non gli riuscivano punti facili, per loro. Il nostro va fuori di senno perché certe cose proprio non le sa fare, e pare chiedere agli dei malvagi “Perchè? Perché??”, di continuo. Bene così, sicuramente il nostro miglior tennista. Lo disse il grande Tommasi dopo una probabile ciucca estemporanea e una statistica. Lo confermo io. Quale miscredente sarei per non confermare la bibbia? La Binetti mi manderebbe al confino o mi strozzerebbe con un preservativo peccaminoso.
Avanza in scioltezza Flavia Pennetta, cede Tathiana Garbin contro la sempre fastidiosa (per gli italiani) spagnola Medina Garrigues, caduta prevedibile di Potito Starace contro Radek Stepanek, tremendamente inaspettata nel risultato. Il nostro impavido eroe italico, giammai domo, si arrende stoicamente solo al quinto set con maschia compostezza. Questo si rinverrà negli archivi dell'istituto luce. Al ceco gli dei hanno donato una buona mano tennistica, per compensare il pasticcio fatto col viso (Immaginate di guardarlo al mattino, appena svegli. Assieme ad una struggente canzone della Pausini ed una poesia intimistica di Sandro Bondi. Ecco l'idea che io ho della morte). Niente da fare dunque per il napoletano, che vaga per il campo con l'espressione dell'italiano all'estero, spaesato, teatrale e caciarone. Lo porta al quinto, ma poi si arrende. Troppo forte e più a suo agio sull'erba, l'elegante ceco, malgrado un lento declino.
Seconda puntata dell'Andy-mania. Gli inglesi fibrillano elettrizzati e spetazzanti. Avversario dell'eroe di “casa” (vabbè, quella che vogliono credere loro), il lettone Gulbis. Ragazzone dal volto implumbe (simil Krajicek), con fisico e mezzi tecnici straordinari, ma che quest'anno non ha ancora vinto due partite di fila, ed a soli vent'anni è già avviato ad una carriera da “eterna promessa non mantenuta”. Lo affermano con convinzione, gli stessi che considerano il 24enne Simone Bolelli un giovanotto di belle prospettive, appena matura un pò. Impegnato in cose più serie, vedo solo qualche sprazzo, ma mi pare che il lettone proprio non riesca mai ad iniziare la partita. Da rivedere Gulbis, potenziale nuovo Safin, esattamente come Dimitrov è un possibile Frederer, e Fognini un potenziale mix tra Agassi e Sampras, con uno spruzzo estroso di Corretja. Murray avanza, e fino ad ora gli basta ributtarla di là con nobile svogliatezza.
Per la serie a volte ritornano, ed io continuo a cannare pronostici in serie, l'australiano Hewitt trafigge in tre set la testa di serie numero 5, Juan Martin Del Potro. L'argentino smentisce quello che pensavo, e dimostra come i suoi 193 centimetri proprio non riescano a piegarsi a dovere, per poter giocare in modo efficace sui prati, e malgrado i tentativi di rimetterlo in vita dell'australiano, cede nettamente in tre set. A nulla serve il suo braccio veloce e portentoso, i colpi rimangono in canna al mitragliere fumante. Rimandato in altri luoghi. Hewitt vince, con l'anca nuova è recuperato a livelli dignitosi (che non saranno quelli dell'anno di disgrazia 2002), ma da buon australiano l'erba la mastica bene, più che altro la bruca (se si pensa al modo in cui la domavano i connazionali Rafter o Cash). Possibile quarto di finale contro Roddick (che oggi ha concesso le briciole ed un set al miracolato Kunitsyn), geniacci maledetti tedeschi che gravitano lì vicino, permettendo. A margine, il nosferatu di kinskiana memoria, Davydenko, dispone con relativa facilità del volenteroso (e pochissimo altro) rumeno Crivoi, dimostrando molto meno dei suoi 82 anni anagrafici. Saluta Wimbledon “magician” Santoro, il piccolo grande Fabrice ci ha anche provato, ma oggi era troppo più forte Ferrero. Il minuscolo maghetto vince pure il primo set al tiebreak, mostra più tic nervosi del solito, quegli scatti occhio-testa-collo-bocca-collo-testa, che tanto me lo fanno somigliare a Mort Rainey, schizoide scrittore assassino in un film di Johnny Depp. Mancheranno a tutti gli amanti del godimento tecnico, le sue stilettate, palle morte, i colpi di tricotage, e quelle scucchiaiate con la palla che pare adagiata da una mano invisibile.
Avevo solo una sbronza accennata, quando sul campo 12 entrano gli eroi di giornata. Philippe Picasso Petzschner e Mishione Zverev. A qualcuno potrò sembrare matto. Chi tifa le coppe di Federer, elogia l'inumana forza bruta di Nadal, o (persino) “l'adrenalinica” presenza scenica e le pallate bradipesche di Djokovic, giammai potrà capire cosa spinge la mente di un uomo a seguire con gioia quei due curiosi esemplari di tennisti, personificazione visiva del paradosso. Un nulla meraviglioso e leggero. Elogio del perdente? Plausibile. Immedesimazione nel caso clinico da neuropsichiatria? Probabile. Semplici amanti del bello estemporaneo e fine a se stesso? Condivisibile. Dissennato osanna di “cazzari del tennis” che partoriscono evoluzioni tecniche circensi e che giammai faranno un quarto di finale in uno slam? Ci sta tutto (ma il quarto mancato, è tutto da vedere). “Se fossi nato all'epoca avrei tifato per Sparta e non per Atene”, parole e musica di Faber. Fatto sta che i due danno vita ad una partita divertente, per chi si accontenta di quello. Le bizze dello streaming mi fanno perdere l'inizio (ripeto l'appello: un qualsiasi visitatore abbiente - anche omosessuale - che s'imbatta casualmente nel mio blog, mi regali una parabola, perché non ho una lira in canna e rischio ogni giorno di finire in una casa di cura per menti problematiche). Strepito un po', smoccolo e mi sgargarozzo due birre sudate in fila. La partita è tesa, ammetto di ammirare entrambi, ma il mio cuore malato pende per il surreale Picasso-scasso. Con quella faccia ritorta che pare calamitata sulla terra da galassie aliene ed incuranti, perde il primo set, sbaglia l'impossibile, mette con costanza meno del 50 per cento di prime palle, si ostina a sfinire l'avversario con rovesci in back che aprono in due il campo e l'anima (ok, ok, sto cedendo al sentimentalismo e tra poco scriverò di stelle e amore, e dovrete ammazzarmi a fucilate nelle tempie), e continua, tra errori a grappoli (Settanta? Ottanta? Arriverà a cento? Boh), stilettate micidiali, aces mentre l'avversario è ancora girato, attacchi profondi e voleè ricamate, prima di farne morire altre due in modo raccapricciante a metà rete, col campo aperto. Fa salire l'ansia Picasso, è qualcosa che non ti riesci a spiegare. Stà tutto lì. Ma è divertente così, meglio che sfinirsi le meningi con arrotatori impazziti strappati alla mezzadria.
Poi riprende con i tagli di rovescio che riducono il campo in tante listarelle danzanti e surreali, si sostina sul dritto mancino raffazzonato dell'avversario, per poi partire con accelerazioni nascoste, rovesci lungolinea che non fai nemmeno in tempo a vedere, ad intuire nemmeno come evenienza folle. Salgono alla mente le parole della piccola-grande Roberta Vinci, altra deliziosa quasi-talebana del back di rovescio: “Certe avvesrsarie sono proprio stupide, continuano a picchiare come forsennata senza guardare, ed io mi diverto a farle impazzire col rovescio in back. Certe volte batterle è proprio una goduria.”. Deve pensarla quel modo anche il buon Picasso, in modo involontario, ovvio. Il problema che Zverev non è un volgare picchiatore accecato, non è Tursunov, per dirla tutta. Gioca un tennis brioso e piacevole, senza pretendere altro. Ed oggi pare intelligente, non rischia nulla, aspetta l'errore (puntuale come un orologio svizzero) attacca con giudizio appena può sul dritto dell'avversario, per chiudere con voleé pregevoli. Visto che è un match paradossale, Zverev prende la rete con minore frequenza sull'erba, di quello che gli avevo visto fare sulla terra a Roma ed in altri tornei minori. Ma sarà che sono già alla ottava birra. La sa lunga il ricciolone timido, amico mansueto del guascone pazzo Marat (giusto per dare peso all'assurdo). Prova a progettare la stessa partita assennata che gli vidi fare ad Halle col randellatore scriteriato Berdych. Lavorarlo, muoverlo e attendere che l'altro tirasse sugli spalti palline dense di raccapriccio. In parecchi usano quella tattica con Petzschner. E 99 su 100, quello la partita gliela regala, senza fare tanti problemi. Ma nemmeno Picasso è Berdych. Vince il secondo in un incredibile tiebreak 15-13, degno di McEnroe-Borg d'annata (quando scrivo queste frescacce consapevoli, gonfio il petto di soddisfazione). Il placido mancino russo-tedesco vince il terzo in carrozza, con Picasso versione scassa che continua a non mettere prime ed inanellare gratuiti degni del museo dell'orrore, doppi falli in sequenza (arriverà in doppia cifra?). Nel quarto appare finita, il nostro pittore svalvolato si issa al tiebreak con fatica, ma sul 2-5 sembra davvero pronto per la doccia, o per sbattersi la testa contro il muro (probabile). Ed è lì che a Picasso si accende la luce dell'insano, dell'inconsapevole. Coraggio che somiglia alla follia. Quella stessa che gli fa dire a sua maestà divina e celeste che danza sulle nuvole, Federer: “Così tu saresti quello che ha talento, come me?”. Il sempre sottilissimo filo che separa il coraggio dall'incoscienza di chi il cervello non ce l'ha. Ma in certe occasioni, serve non avere cervello. Ecco perché picasso ogni tanto vince. Gli rimangono le partite, dove quell'inutile orpello non serve. Inanella cinque punti di fila, e porta a casa il set, 7-5. O semplicemente l'altro ha il killer istinct di un porcellino d'india. Chi può dirlo? Le due cose spesso vanno di pari passo.Il quinto set non esiste, per Misha, ma anche per me. Colpa della birra e delle immagini sgranate e saltellanti. Quell'altro zompetta come un satanasso resuscitato, Zverev si affloscia pesante, nella coltre di nebbia del mio video, raccatta quattro o cinque punti, fermo sul campo, nemmeno risponde più. Si è fatto la bua o è semplicemente avvilito e stanco? Può essere tutto, stavolta ha il buon senso di non ritirarsi. Sicuramente perde una partita che ha provato a farsi regalare, invece di provare a vincerla, come poteva. E per poco non ci riusciva. Se quell'altro non avesse usufruito di tutto il suo pseudocoraggio-incoscienza-inconsapevolezza-chisenestrafottismo. Paradossi dunque. Chiamatemi Socrate sbronzo. E adesso avanti con Hewitt, con la semifinale nel mirino. E poi passa l'effetto. Domani gioca Federer. Amen.

mercoledì 24 giugno 2009

Ve lo racconto io, Wimbledon. Giorno 3. Sharapova, spettro urlante di una ex tennista




Maria Sharapova, oramai spettro urlante di una tennista, si fa deridere per un set e mezzo da Gisela Dulko. Scolastica argentina da media classifica, che non strepita come un agnello sacrificale, ha meno spocchia urticante, gioca meglio, ed è più aggraziata della siberiana. Sul 6-2 3-0 all'argentina viene il braccino, e si squaglia letteralmente, rimettendo in vita l'avversaria. Poi non può fare a meno di vincere al terzo, contro un simile strazio rumoroso, privo di tennis. Fin troppo evidente come Masha sia in condizioni improponibili. Fallosa, lenta e imbarazzante negli spostamenti, imbalsamata, piantata in campo come una pesante madonna bionda di piombo. Basta muoverla un pò, che qualcuna con un minimo di schemi e braccio (se ne esiste ancora una) la sposti lateralmente ed in avanti, per batterla agevolmente. Persino la mitologica giapponese Kimiko Date (39 primavere) ieri era sembrata più fresca. Il tennis è un altra roba. Il tennis è gesto tecnico, tattica ed agonismo (non forsennato). Il tennis è Suarez Navarro, non una spocchiosa modella urlante, goffa ed imprestata al tennis solo per aumentarne l'ascolto mediatico. Contenti i deviati feticisti del rantolo sensuale (sensuale? Becker quando lo ha affermato si era scolato 24 boccali di birra). In lutto gli amanti del tennis, ogni volta che la vedono strepitare in campo come una vitella impazzita. Tornando seri, occorrerebbe una presa di posizione. Decidere se le conviene lavorare sodo e rimettersi in una condizione accettabile, o farla finita con questi teatrini tragicomici e strazianti, espressione di un nulla urlato.
Sgambetta in regale scioltezza Roger Federer contro il quotato (dagli spagnoli e forse dai suoi parenti) Garcia Lopez. Poco più che una sgambata veloce, qualche colpetto provato in sonnechiosa estirada. Il rassegnato iberico ha la tipica espressione di chi voleva trovarsi da qualsiasi altra parte, piuttosto che sul centrale di Wimbledon. Ovvio quindi, che anche il povero spagnolo assecondasse l'unico patema per l'elvetico: fare il più presto possibile, per non affaticare Mirka, ormai prossima al parto, ma sempre filiforme e trepidante (presenzialista sugli spalti più della misurata Santanché e del vaneggiante professor Meluzzi nei salotti tv). Il vero torneo dello svizzero dovrebbe cominciare contro Kholshreiber, tedesco imprevedibile, che oggi ha dovuto impiegare cinque set per spuntarla sull'indomabile (!) “carismio” Minar, in un match dove l'agonismo era pari a quello di una cruenta partita di origami acrobatico. A proposito di spagnoli, il terrificante Grannollers (uno che a vederlo cinque minuti vengono i crampi al cervello), insidia per due set Robin Soderling, che dopo l'exploit parigino, pare aver esaurito la benzina ed essere tornato nei binari della sua normalità di salmone allucinato.
Ancora spagnoli che come gramigna stepposa, non vogliono smettere di arare i nobili campi inglesi, Tommy Robredo vince recuperando due set a Koubek (non avendo visto, immagino un incontro di rude e sconsiderata bruttezza), confermando che passin passetto, senza che nessuno se ne accorga, arriva sempre alla seconda settimana, come una piccola pantegana strisciante. Novak Djokovic, dopo i tremori (scenici) contro Benneteau, dispone con facilità del miracolato tedesco Greul, che non sa nemmeno lui come mai si trovi al secondo turno di un championships, e perché lo abbiano sbattuto sul campo numero 1. Il serbo rimane comunque di una pochezza deprimente sull'erba. Test più serio, ma neanche tanto, al terzo contro l'americano Mardy Fish. Battitore portentoso e buono sul veloce, che oggi ha fatto fuori in quattro set l'occhialuto slavo indolente Tipsarevic, atavicamente discontinuo e svogliato nel dna. Fernando Verdasco, vince una tiratissima battaglia di servizi (e tre tiebreak nei primi tre set) col belga Vliegen. Il nostro ercolino col crestino, ispanico sciupa serbiatte, malgrado una preparazione erbivora da tregenda, sembra ben disposto. Suicidi sportivi permettendo, avrà un altro turno di semi allenamento col connazionale Montanes (come sarà arrivato al terzo turno?), per issarsi ad un ottavo con Tsonga. Attesissima, e prevedibilmente rutilante rivincita degli ultimi Australian Open. Ivone Karlovic (oggi giustiziere di Darcis a suon di badilate di servizio, al solito) permettendo. Tommy Haas gioca solo qualche games, prima che il mancino francese Llodra si ritiri. Il leggero ed anacronistico tennis di Dudi Sela, manda al manicomio il roccioso fabbro tedesco Schuettler, semifinalista lo scorso anno (qualcuno lo considera ancora il quarto mistero di fatima svelato). Marat forse smette, Santoro idem. Reinar, a 35 anni non ne ha la benchè minima intenzione, continuerà a straziare palline, incurante di tutto. Andreev, russo avvezzo all'erba quanto la ministressa Brambilla alle mutande, regola il quasi ex, Vincent Spadea. La povertà del programma odierno è confermata dalla scelta di piazzare Querrey e Cilic sul centrale. Lo spilungone americano, contro il gibbone croato, eternamente dormiente. Per carità, il bombardiere della nouvelle vague yenkee ed uno dei tanti puledri battezzati eredi di Ivanisevic, danno vita d un incontro divertente. Giocano quasi quattro ore a tutto campo, se le suonano sbattendosi da un lato all'altro. Poi il gibbone con la faccia schiacciata e l'espressione ombrosa, fa valere il suo maggior talento e l'abilità ad usare la testa oltre che le forza pura. E vince 6-4 al quinto.Dopo Xavier Malisse, finisce anche l'avventura di Taylor Dent. Come il belga, in possesso di un talento espresso a sprazzi, tra un infortunio e l'altro, ed autore di un volenteroso quanto difficile tentativo di riproporsi dopo 4 anni da pre-pensionato. Pure lui passato per le qualificazioni, e come Xavier sconfitto dopo una battaglia sofferta e sofferente. Recupera due set, poi nella prosecuzione di oggi alza bandiera bianca al modesto (per non essere troppo crudeli) spagnolo Gimeno Traver. Fa un po' di tristezza vedere il panda americano dal bellissimo serve and volley, rattoppato ed oramai fisicamente menomato, imbrigliato da un terricolo delle retrovie. Spero di sbagliarmi, ma difficilmente ritornerà a livelli decenti.
Rinuncia Simone Bolelli, a causa dell'infortunio patito contro Koellerer. Si evita una immeritata punizione contro Jo Tsonga. Che poi il francese avrebbe brutalizzato anche un Bolelli al meglio, centouno volte su cento, è un'altra faccenda. Meravigliosa Roberta Vinci, la minuscola tarantina continua a mostrare il suo splendido tennis vintage e classicheggiante. Un lampo nel cielo scuro delle mazzate dissennate. Oggi batte la 17enne Pavlyuchenkova (già “ammirata” nella semifinale di confederations cup contro l'italia), ed emergente esponente della folta truppa di orride boscaiole dell'est, anche se con minor cruenza. La russa pare il bizzarro errore di qualche folle scienziato di genetica criminale, che le ha impiantato due prosciutti di parma semi-stagionati al posto delle cosce, su un corpo ed un grazioso viso da ragazzina. Roberta gioca bene, sfrutta al meglio gli errori delle giovane avversaria che richiederà l'ausilio di uno strizzacervelli (ma perché no, di un allenatore), per comprendere cosa fare contro il rovescio in back. Malgrado qualche tentennameno sul filo del traguardo, l'azzurra porta a casa la partita in due set. Terzo turno da incubi notturni contro Venus Williams, ma chissà che la piccola italiana non imbrigli la monumentale americana e faccia il miracolo. Per la serie Davide e Golia, pure Damiani poteva battere Tyson senza braccia ed “anche Chinaglia può gocare nel Frosinone”. Sul finale di giornata, “leonessa” Schiavone affrontava la giovane portoghese De Brito. Una arrembante ragazzina di sedici anni, che urla come una matta invasata in preda ad una furiosa e continua crisi di nervi. Emette dei prolungati e vibrati rantoli, acuti e poderosi, che si interrompono solo dopo che l'avversaria ha tirato il suo colpo, per un decimo di secondo. Un concerto quasi continuo ed inenarrabile. E' famosa soprattuto per aver ricevuto ammonimenti ed inviti degli arbitri a contenere la sua foga da piccola disagiata mentale. Lei, con candore e determinazione ha risposto per le rime: “Chissa perché non dicono niente alla Sharapova”, e non ha nemmeno tutti i torti. Al di là delle urla forsennate, la portoghese gioca e corre alla morte, tignosa come poche. Francesca fatica, la partita è giocata punto a punto, la De Brito man mano che si va avanti raggiunge livelli indicibili, urla sempre più forte, come trafitta da lame infuocate. Qualcuno teme possa schiattare come una cicala. Chissà dopo due ore di partita, la sua ugola come sarà ridotta. La nostra leonessa deve usare tutta l'esperienza e la calma possibile per venire fuori dall'incubo e vincere due tiratissimi tiebreak, giocati in modo esemplare. Grande Francesca, ma questo non è tennis (e non è colpa della bravissima italiana). Sempre sul calar del sole, Andreas Seppi porta a casa i primi due set col francese di origini magrebine Giquel. Niente di straordinario l'altoatesino, ma tanto basta per domare il 32enne francese, salito alla ribalta in età avanzata. Seppi ha una serie di quasi matchpoint sul 4-4 e servizio Giquel nel terzo, ma non li sfrutta. Perde il set e la partita si allunga, nel buio che incombe. Il match viene sospeso sul 5-5 del quarto.
Sempre tra le donne, bicicletta cruenta di Vittoriona Azarenka (oggi mezza Linda Blair, mezzo Hulk versione più spaventosa), sulla malcapitata rumena Olaru. Passeggia pesantemente sull'australiana Groth, Serena Williams. Vincono anche l'esangue vampiressa Dementieva e la gazzella Hantuchova, convincente successo dell'altro leprotto rumeno Cirstea sull'indiana Mirza (specialista purissima dell'erba, se ce n'è una).

Ve lo racconto io, Wimbledon. Giorno 2. La regina soffocherà Murray, Marat malinconico addio, Picasso Petzschner e maghetto Santoro col vento in poppa




Un bel sole sui campi di Wimbledon. Temporale e pioggia a catinelle dalle mie parti. Cosa interesserà ai miei due (occasionali) lettori? Niente. Ambiente elettrico e frizzante sul centrale di Wimbledon. Era il grande giorno per gli inglesi. Eccitati e trepidanti come pulzelle illibate alla prima notte di nozze, accolgono l'ingresso in campo del loro eroe Andy Murray, impegnato nel primo turno del torneo contro l'abbordabilissimo americano Kendrick. E già questo appare eccessivo. Se poi si riflette che Andy è pure scozzese, il dubbio che quello di Albione sia un popolo bizzarro, s'insinua subdolo. Come se tra vent'anni, con la padania governata dal moderatissimo Borghezio, al torneo per l'orgoglio padano di Cinisello Balsamo, i verdi locali andassero in visibilio per un napoletano. Grosso modo. Ma va beh, cosa attendersi da un popolo che venera un'ottuagenaria regina con bizzarri cappellini? In Italia venerano un attempato semi-messia che va a puttane di gran lusso. Ogni popolo ha i suoi guai, meglio non insistere. Ma passiamo al tennis. Murray appare contratto, si fa recuperare un break, ma chiude ugualmente il primo 7-5. L'impressione netta è che lo scozzesse non riesca a scrollarsi di dosso quella cappa che gli stolti inglesi gli hanno appiccicato addosso. “Andy è l'ora dei fatti!” scrivevano in prima pagina i tabloid. Come se l'insensato chiacchiericcio e l'isteria collettiva fosse stata voluta da lui. Murray continua a soffrire, lotta punto a punto il secondo set. Kendrick è un bel giocatore, che cerca di ritornare ai livelli del passato, con risultati alterni. Ma oggi pare intenzionato a rendere dura la vita al numero 3. Gioca a tutto braccio, il prototipo dell'americano da cemento, un ibrido tra il cannoniere da fondo e il classico giocatore di rete. Qualcuno lo ha accostato a Roddick, versione meno efficace. Certo, un po' lo ricorda, ma Robert ha schemi più vari, usa molto di più la rete, riesce a lavorare bene la palla, ha pure un discreto tocco. E porta il cappellino con la visiera al contrario. In ogni caso, vince il secondo set al tiebreak, e sugli spalti si respira un' apprensione soffocante, che traspare dallo schermo, figuriamoci quella che trasmette al povero Andy. Agli “eeeeeehhhhhh” eccitati sui punti dello scozzese, fanno da contro altare gli “ooooohhhhhh” a metà tra il fastidio piccato e l'incredulità, sui punti dell'americano. Murray continua a non brillare, ma va avanti di un break nel terzo. C'è persino il tempo di una spettacolare voleè di dritto in tuffo di Kendrick, in pieno stile Becker d'annata, con l'americano che da vero attore consumato si porta la mano all'orecchio, per trasformare gli “ooohhh” in “eeehhh”. Alla fine Murray porta a casa la partita in quattro set, ma non ha entusiasmato. Il pericolo è che gli inglesi lo stiano soffocando e riempiendo di responsabilità che non dovrebbe avere. Finiranno per distruggerlo, un po' come successe con Timbledon Henman (fatte le dovute proporzioni).
In precedenza, Roddick aveva avuto i suoi bei problemi col promettente francese Chardy, una specie di Pioline col rovescio a due mani. Un ragazzo che ha un carattere indolente, una bella mano da tennis ed un futuro da top 15. Va sotto di due set, vince il terzo, ma non da mai l'impressione di poter impensierire sul serio Roddick, non ci crede nemmeno lui. Semplice spettacolo scenico, un po' come Benneteau ieri con Djokovic. L'americano fa il suo, l'erba va benissimo con le sue rotazioni, serve bene, e sembra pure meno pachidermico del solito negli spostamenti. Vince in quattro set, arriverà in fondo come al solito, e si giocherà l'ingresso in semifinale (orfana di Nadal) con Del Potro. La torre di Tendil, digiuno da erba, dimostra che il suo tennis al fulmicotone, può funzionare anche sui prati. Tramortisce a suon di servizi e dritti impressionanti l'attempato e malcapitato francese Clement, lasciandogli cinque games. Certo Clement è in caduta libera, e il test lascia il tempo che trova, ma l'impressione che ha lasciato l'argentino è stata ottima. Braccio fumante ed occhio assassino da ombroso pistolero, indipendentemente dalla superfice. La sua velocità di braccio è in grado di domare i rimbalzi bassi dei prati. Già al secondo turno avremo una risposta più precisa nel test con Hewitt, in quello che si presenta come uno dei match più interessanti. Oggi l'australiano è passato come un rullo compressore sui pietosi resti dello yankee Ginepri, che tre anni fa, dopo un'ottima stagione estiva sul cemento americano, era considerato come un fenomeno, ed ora pare in condizioni di forma imbarazzanti. Faticherebbe anche per salire sull'autobus.
Ma al di là di chi si gioca la vittoria del torneo (o per lo meno prova ad arrivare in finale), oggi si esibivano parecchi puledri della mia personalissima scuderia. Gente tra i top ten dei miei favori. Andiamo con ordine.
Tommi Haas, completa il suo match con l'ostico doppista austriaco Peya (doppio sfavillante e surreale con Picasso Petzschner, e ho detto tutto), interrotto ieri. Il tedesco che poteva avere una carriera diversa e che come talento é secondo a pochi, ha sofferto più del previsto ieri, oggi ha chiuso 6-4 al quarto. Ma se gioca come sa, potrebbe guadagnarsi i quarti con Djokovic (se il serbo ci arriva), già ridicolizzato ad Halle.
Philipp Petzschner. Vive sul suo pianeta strampalato, si sa. Potrebbe perdere con un carpentiere della Bovisa zoppo o impensierire Federer, e pure a questo si è abituati. Faccio una fatica disumana per trovare qualcuno che trasmetta il suo incontro contro il modestissimo doppista americano Ram. Uno che nelle qualificazioni ha battuto Stoppini, per dire. Mi sintonizzo giusto in tempo per vedere come il tedesco getti via il primo set in modo scellerato, 6-2. Eccolo lì Picasso-scasso, pensi, questo è uno di quei giorni in cui si è svegliato col piede sbagliato, e proprio non ha voglia. Ma il bello è che non si può mai prevedere cosa passi in quella mente in perenne cortocircuito cerebrale. D'incanto prende a disegnare tennis, pennellate, rovesci affettati, ricami e voleè gustose. Vince il terzo 6-3, il terzo al tiebreak, e domina il quarto. Niente di che, intendiamoci, uno con quel talento (se solo riuscisse a mostrarlo per due ore di fila, invece che in lampi sporadici), sarebbe fisso tra i primi dieci. Per ora quegli schizzi folli, messi assieme, gli hanno permesso di battere Ram, americano talmente modesto, che difficilmente rivedremo mai in uno slam. Al secondo turno, gustosissimo confronto tra il tedesco e il connazionale di origine russa Zverev.
Misha Zverev, appunto. Avevamo ammirato già a Roma il suo bel tennis offensivo ed incurante del resto, quasi naif e fuori dal tempo. Poi si era perso in mezzo ad infortuni misteriosi a Parigi ed Halle. Il russo-tedesco, amico di Marat, oggi affetta con grazia il russo autentico Tursunov, fresco vincitore di Eastbourbne (a dimostrazione di quanto contino i tornei di preparazione). Vittoria inaspettata (almeno nel risultato nettissimo). L'erba offre a Misha il palcoscenico ideale per i suoi gradevolissimi attacchi mancini. Il resto lo fa Tursunov, giocatore davvero insopportabile ed ostico (a se stesso), che continua a sparare dritto per dritto. E quando (come oggi), non gli entra nemmeno per sbaglio una delle sue roncolate, lui insiste. Senza il barlume di una tattica, l'accenno ad una variante. Niente, ottusa dimostrazione di forza senza cervello. Bene così, magari Misha e Picasso ci regalano una partita che risvegli i sensi, ed almeno uno dei due lo rivedremo al terzo.
Fabrice Santoro. Sbuca quando meno te lo aspetti, che maghetto sarebbe altrimenti. Lo avevamo lasciato malinconicamente annichilito da Rochus (mica Borg) a Parigi, sconfitto in semifinale da mistero buffo-Dancevic a Eastbourne. Oggi contro un'altro vecchio pirata del circuito, Kiefer, ci si aspettava una partita godibilissima, e molto combattuta. Il 32enne tedesco, ex numero 4 ed ex grande promessa (mai mantenuta pienamente), malgrado quella faccia da bi-ergastolano, gioca ancora ad un livello rispettabilissimo. Ma oggi il maghetto francese, che di anni ne ha 37, non gli fa letteralmente capire nulla, lo estenua con proverbiali ricami e stilettate d'antologia, quasi impugnasse un uncinetto invisibile invece della racchetta. Il piccolo grande uomo, che a fine stagione smetterà, continua a regalarci piccoli capolavori e magie quadrumani. Seguita a scucchiaiare, e Kiefer va fuori giri, cedendo in tre veloci set: 6-4 6-2 6-2. Perfetto Santoro, che al secondo se la giocherà fino in fondo contro Ferrero.
Michael Youzhny. Arrivano le dolenti note per i miei pupilli. Il russo era opposto a Ferrero, spagnolo che dopo essere stato numero uno al mondo, si è costruito una dignitosissima carriera da giocatore di secondo livello (forse la consapevolezza di non essere mai stato un campione, agevola il tutto). Il terraiolo spagnolo gioca bene sull'erba, riesce ad abbreviare il movimento del braccio e domare i rimbalzi bassi. Ha un tennis completo e fastidioso. Youzhny non ci prova nemmeno ad iniziare la partita. Incappa in una delle sue (tantissime) giornate di torpore angosciato. Solo qualche sprazzo, una manciata di rovesci magnifici, incrociati o lungolinea, quasi senza l'appoggio del corpo, ma frutto esclusivo del suo braccio d'oro. Poi niente più. Vaga per il campo con quell'espressione un po' così, a metà tra lo smarrito schizoide da analisi ed un picchiatore camionista con le guance rubizze. Oggi non ha tempo e forza di arrabbiarsi. Passa Ferrero, costante e rispettabilissimo “Mosquito”.
Marat Safin. Come oramai consuetudine, entra in campo quando il sole comincia a calare. Il defilato campo numero 18 si riempie di gente, una calca che si avverte. Urla e gridolini d'incitamento, e il russo perde già il primo set per 6-2 in modo imbarazzante. Dall'altra parte della rete un mancino americano col cappellino, che è alto la metà di lui. Ed ha lo stesso talento che Marat nasconde nell'unghia del migliolo (del piede, mica della mano). Eppure oggi si esalta, si esaltano tutti contro l'ex numero uno, al suo triste ultimo anno di carriera. Jessy Levine, così pare si chiami quel buffo americano rachitico, continiua a fare la partita che il suo modesto tennis gli consente. Poi una fiammata improvvisa e violenta, qualche traiettoria antica del gigante russo, che vince il secondo set. Il terzo è combattutissimo, c'è tutto il repertorio dell'ultimo Marat. Tra un meraviglioso rovescio lungolinea, dritti affossati, urla, racchette scagliate con violenza, e la solita graniuola di palle break sprecate, si arriva al tiebreak. Il pubblico sostiene il russo, scandisce il suo nome, un manipolo di estemporanee Safinettes attempate (pure loro avvertono il tempo che passa inesorabile), urlano come invasate, lanciano gridolini e strepitii di emozione trepidante per il loro eroe. Avanti quattro a tre, il nostro tira un rovescio lungo linea vincente di risposta, sulla linea. Anzi no, è fuori dice l'arbitro. A Marat si tappa la vena della pazzia, protesta, si agita. Pure questo, film già visto. Poi rassegnato ritorna a rispondere, perde il tiebreak 7-4 e praticamente finisce lì la sua partita. L'americano si gasa, pare una molla snodata, mostra il pugnetto tutto eccitato. Marat lo guarda con un misto di pietà e superiorità annoiata. “Guarda cosa mi doveva capitare di vedere.”, pare dirsi, con una faccia che è tutto un programma. Un altro paio di racchette sbattute, ennesimo teatrino con arbitro e giudice di linea, e l'ultimo Wimbledon di Safin scorre via, più malinconico dell'addio Parigino, contro un altro ronzino insignificante. Allora era il carneade invasato Ouanna, ora si chiama Levine, ha un naso dantesco e a vederlo giocare pare la controfigura (riuscita persino male) di Jeff Tarango. Un ultimo rigurgito fa risalire il russo dall'1-5 15-30, al 4-5. ma è solo un'illusione, l'ennesima. Giusto per sollevare altri gridolini delle fans, e cori del pubblico. Chiude 6-4 Levine, che zompetta garrulo in mezzo al campo. A meno di improbabili ripensamenti, Marat saluta Wimbledon per l'ultima volta. E l'impressione è che importi più ai fans che a lui. La notte londinese gli offrirà altri scenari. Impareggiabile Marat.
Capitolo azzurri. Lo stellone italico continua a proteggerci. Fognini perde i primi due set con Istomin, cliente pericoloso sul veloce. Lo spezzino sembra abbia la bua, chiama il medical time out per un problema alla pianta del piede. Sembra stia diventando una valida arma tecnica, quella dello stop medico, Bolelli insegna. E Infatti Fognini vince il terzo, e puntualmente, all'inizio del quarto, a ritirarsi è Istomin per un problema alla spalla. Potito Starace in cinque partecipazioni non aveva mai vinto una partita a Wimbledon, un sorteggio fortunato lo accoppia all'unico più scarso di lui su questa superficie, Acasuso. La simpatica marionetta napoletana vince i primi due, e poi che succede? L'argentino si ritira. Gli Dei stanno avendo pietà del tennis italiano, non c'è che dire. Ma probabilmente, in altri ambienti si esalteranno per la “grand'italia” londinese. Vince in rimonta Flavia Pennetta, vincono anche Sara Errani, e Thatiana Garbin che si aggiudica il derby con la Brianti.
Tra le donne, passa in carrozza Venus Williams, qualche patema per Safina e Kuznetsova. La spocchiosa serbiatta isterica Ivanovic, va ad un punto dalla sconfitta contro la modesta ceca Hradeka, poi riesce a vincere 8-6 al quinto. Ma è davvero ridotta ai minimi termini. Pugnetti e urletti di guerra santa (ajde!) ad ogni punto, in faccia ad avversari, arbitri, inermi raccattapalle, spettatori basiti, giudici di linea, ma come tennis non è nemmeno al livello delle prime cinquanta. Come da pronostico, la “farfalletta volleatrice” Martinez Sanchez si arrende alla più quotata Agnieszka Radwanska in due rapidi set. L'altra mia protetta Suarez Navarro, riesce ad uscire vincitrice dalla battaglia con l'estone Kanepi. Il gracile scricciolo col viso da adorabile criceto ed un magnifico rovescio classico, dopo una lunga lotta, recupera un set di svantaggio e viene a capo del tremebondo donnone estone (un'amazzone di 1 metro e 85 per 90 kili di ferocia dissennata e furente, che a vederla cinque minuti si rischia l'impotenza per dieci anni, almeno.). Deo gratias. Viva il tennis.

lunedì 22 giugno 2009

Ve lo racconto io Wimbledon. Federer in vestaglia, Djokovic goffa marionetta sui prati, e l'ortodosso Mahut splendido perdente



Dimenticate aspre fragole congelate con panna-calce liquida, scordate l'ottuagenario pubblico imbalsamato, bardato con buffi orpelli color pastello. Al limite, rimuovete anche le deliziose stilettate di Gianni Clerici e le poderose accelerazioni circolettate di Rino Tommasi. Ve lo do io, Wimbledon. Grazie ai potenti mezzi di esotici steaming, e stridule vocine di commentatori orientali (un mix tra Ugo Francicanava e un Marianella in preda agli oppiacei). Satolli come otri, di viagra cinesi, si eccitano persino al cospetto di un dritto flatulente di Seppi, o per una sventagliata di Djokovic, con tanto di mascella ritorta ed espressione da mostro di Milwaukee.
Da sempre, inizia le danze il vincitore dell'anno prima. Peccato che Nadal se ne stia nella sua confortevole magione maiorchina. Rifletterà assieme all'amato zio Tony, se il suo fisico disumano non abbisogni di un riposo, e magari del relax di qualche generosa fanciulla. Ecco quindi che ad iniziare è Roger Federer, nel ruolo che più lo aggrada: mostrare tennis immacolato. Liberatosi dal tarlo ossessionante di un umanoide che osava batterlo, l'elvetico è alle prese con il rappresentante di Taipei, Lu. Più o meno lo stesso periglio che una barca a vela rattoppata può arrecare ad una portaerei, che solca maestosa le acque dell'oceano. L'immagine che salta alla mente, è quella dello studente cinese che sbarrava la strada al carrarmato del regime. Il problema è che stavolta, il cinese è di Taipei, porta un cappellino, ed talmente insignificante, che il cingolato proprio non ci pensa a scansarsi. Non sfigura Lu, certo, ma è davvero troppo debole e leggero per costituire un'insidia immaginifica. Talmente rilassato dalla nuova situazione, senza più assatanati iberici nella mente, Federer concede persino un break in apertura al ragazzo di Taiwan. Poi vince quasi in vestaglia di flanella (con stemma regale RF) e babbucce: 7-5 6-3 6-2.
Poi tocca a Novak Djokovic. Il serbo mi provoca lo stesso effetto di un riccio di mare sugli zebedei, si sa. Non riconoscere che sia un giocatore solido, tremendamente efficace e molto forte sul duro e sulla terra, sarebbe miserabile cecità, quindi mi guardo bene dal farlo. Ma lì ci si deve fermare. Sull'erba il suo tennis raggiunge picchi di mediocrità indisponente. Goffo ed impacciato, rigido, bradipesco in risposta, lento e brutto a vedersi. I rimbalzi erbivori (sebbene meno infidi che in passato) non gli permettono di sventagliare come su altri terreni, si lancia al limite in improponibili fiatelle corte, col braccio che sembra di legno massello. Insomma, c'è tutta la gamma. Annesse esultanze e litanie fuoriluogo, grottesche quanto a guerre sante senza religione. Per due set fa sembrare Benneteau un fenomeno. Per carità, il francese con una strana mesciatura sui boccoli (una specie di penna bianca) è da primi 40 in modo costante, completo e competitivo su tutte le superfici. Gioca un tennis diverte e vario, ma niente da dover prendere sul serio per un (presunto) top player. Nole si aggrappa solo alla battuta e viene sbattuto da un lato all'altro come una marionetta qualsiasi, per due set. Poi il francese finisce la benzina mentale, e il serbo riprende in mano la partita. Il buon Nicolas, che ce la mette tutta, torna a giocare punto a punto, nel quarto. E' un bel torello da combattimento. Al punto da sbattere violentemente contro i tabelloni di fondo, nel tentativo disperato di riacciuffare un lob di Djokovic. Sembra essersi fatto male sul serio il francese. Intervento medico e partita sospesa sul 4-5 30-40, e match point per il serbo. Che alla fine vince 6-7 7-6 6-2 6-4. Come da pronostico, con qualche fastidio. E visto il tabellone agevole, avanzerà ancora scoordinato. Mardy Fish (agevole con Roitman ritiratosi sul finire), e Tipsarevic (autoritario su Henrych), permettendo.
Kohlschreiber si sbarazza senza patemi del francese Serra, e veleggia verso il cruento frontale con Federer al terzo (ma non è mica detto, magari il tedesco gioca in trance e vince). Ivo Minar, perenne espressione da ragionier Fantozzi d'annata, pena più del previsto per battere Maximo Gonzales, che sull'erba sembra Werner Perathoner che vuol fare la discesa libera di Kitzbuhel sulla sabbia. Se le danno di santa ragione, incuranti di tutto, superficie, pubblico, e stupro della bellezza, Juan Monaco e l'iberico Almagro. Arano con ferocia il campo, senza soluzione di continuità. Alla fine vince lo spagnolo dopo quattro ore oltre l'umana immaginazione, in cui provano anche ad arrotarsi il cervello. Garcia Lopez, che l'erba un po' la mastica, asfalta l'attempato argentino Calleri, eternamente calante, dopo aver ballato una mezza estate. L'altro Lopez (Feliciano), quello buono per i prati, col solito sciame di fanciulle obese al seguito, dopo aver tentato di recuperare da 3-5 nel set decisivo, si lascia morire, tra una bellissima (quanto inutile) voleè e l'altra, contro il rientrante Karol Beck. Slovacco mestierante di lungo corso ed entrato in tabellone come lucky looser. L'indisponente “perdente fortunato” batte il perdente e basta, 10-8 al quinto. Il trottolino incarognito coi tratti somatici da truce minatore, abbatte il bell'iberico dalla faccia d'angelo. Tutto ha una logica, e adios Feliciano.
Jo Wilfred Tsonga, sempre a metà tra Cassius Clay e Marvin the “marvelous” Hagler, ha il suo bel da fare per domare la resistenza del kazako Golubev, il cui nome non dirà molto, ma è un gran bell'attaccante, pericoloso sul rapido. Ancora da decifrare le ambizioni di Jo. Ma già raggiungere Federer ai quarti, sarebbe un bel passo. Poi succeda quel che succeda. Fernando Verdasco impallina la modesta wild card inglese Ward, ma si attendono esami più seri. Passa a suon di graniuolate di sevizi Ivo Karlovic. Continua l'inspiegabile mistero buffo Dancevic, gran bel puledro di razza tutto servizio, bel rovescio vario, improvvisi colpi al fulmicotone da fondo e con una bella mano sotto rete: sconfitto dal belga Darcis, curioso ominide belga con l'espressione da belga triste, ma che sull'erba non se la cava neanche malaccio.
Per la serie, “che importa delle coppe e delle vittorie, pure una sconfitta può saziare l'animo”, entusiasma gli esteti dissennati, oltremodo mortificati e preparati ad torneo da tregenda, Nicolas Mahut (nella foto), opposto al belga Vliegen. Di gran lunga il match più divertente della giornata. E chissenefrega dei top, e che alla fine il francese abbia perso. Nicolas gioca un tennis delizioso, un serve and volley elegante ed esplosivo, purissimo, senza alcune contaminazioni moderne. Come non si vedeva dai tempi di Pat Cash o Pat Rafter (ok, ok, mi sto allargando troppo). L'ortososso (quasi talebano) della voleè, recupera due set e poi si arrende al quinto: 6-3 7-6 5-7 5-7 6-4. Sempre per gli amanti ossessionati dal gesto tecnico, Xavier Malisse, resuscitato come lazzaro dalle qualificazioni, gioca sul campo 18. Al di là dell'acconciatura da calciatore, il belga è uno che a tennis gioca meno bene di pochissimi (si contano sulle dita di una mano). Oggi si lascia irretire dal tremebondo falegname tedesco Shuettler, che non ne ha ancora abbastanza di arrotare palline per campi, malgrado continue petizioni di associazioni umanitarie e Greenpeace. Il tedesco è uno che per batterlo, devi ammazzarlo due volte. Dopo tre games, il belga sembra già ciucco di fatica, vince comunque il primo al tiebreak. Poi lascia il campo alla freschezza fisica del 35enne tedesco nel secondo. E il paradosso è voluto. Lotta furente nel terzo, e sul 4-1 Shuetteler, nel tiebreak, un nastro maligno sancisce la vittoria del Dio del brutto, su quello del tennis. Xavier perde il tiebreak e cede di schianto 6-1 al quarto. Buone notizie per il circuito, comunque. Ammirevole la voglia di tornare compititivo del belga, che in carriera ha avuto più infortuni, che il premier processi ingiusti (certo). Robin Soderling vede le streghe per quasi due set con il terrificante battitore lussemburghese Muller, letteralmente ingiocabile sul suo servizio fino al 7-6 5-5 del secondo. Poi si scioglie come rugiada mattutina, e lo svedese, che romantico non è, la spazzola via brutalmente 6-7 7-5 6-1 6-2. In altri match da chiamare gli artificieri, nas, ris e le guardie forestali, l'attempato yankee Vincent Spadea, infilza il cileno Capdeville, Canas stronca uno Junqueira, imbarazzante in tutto. Passano pure Greul, Montanes, Robredo, Koubek, Andreev e Querrey, ma solo perchè hanno avuto la ventura di incrociare avversari improponibili.
Siccome succede così raramente, occorre dare spazio alla impresa leggendaria (!) del tennis azzurro. Andreas Seppi riesce a battere nientemeno che James Blake, 17 del seeding e numero uno nel concorso “chiapponi sporgenti”, tre combattuti set a zero (!). Match visto a tratti, ma mi pare di aver capito che l'altoatesino abbia avvolto l'americano, nel suo candido torpore. Riuscendo persino a recuperare un break sotto nel terzo e 0-5 nel tiebreak finale. Blake sotto tono, e che mai qui aveva fatto cose memorabili. Per qualche misteriosa ragione, Andreas gioca meglio sull'erba (almeno questo lo avevo previsto, su suggerimento del gatto). Impresa biblica per Simone Bolelli, che stanco e azzoppato, recupera due set all'austriaco Koellerer folkloristico ed iracondo personaggio da evitare di incrociare per strada di notte, ma che in un campo da tennis non fa paura nemmeno ad un criceto nano. Intendiamoci, (infortuni a parte) non ha fatto nulla di fenomenale, Bolelli. Ha solo rimediato ad un inizio mostruosamente imbarazzante, in un match che uno col suo talento avrebbe dovuto vincere tre set a zero, contro un avversario quasi improponibile in un torneo dello slam. Ma già che il bolognese abbia dimostrato carattere e voglia di combattere, è un bel passo in avanti. Adesso ha la strada spianata verso la semifinale. Certo, e poi ci si sveglia tutti sudati. La piccola tarantina Roberta Vinci, col suo godibilissimo gioco vintage classicheggiante, batte la quotata slovacca Rybarikova, che al di là del viso da criceto, è in ascesa. Bagliori di antichi fasti leonini per Francesca Schiavone, che in una battaglia rusticana, batte in tre set la canadese Wosnziak. Che non è la Wozniaki, ma è sempre un bello scalpo. Unica sconfitta, ma preventivabile, quella di Maria Elena Camerin, lotta ma perde contro la più quotata israeliana Peer. Con l'azzurra che si è scavata la fossa dopo essere stata avanti 5-1 nel secondo.
Tra le donne, svanisce dopo un set il sogno della sedicenne mancina britannica Robson, di battere Daniela Hantuchova, gazzela ceca in caduta libera. Solita espressione di torpore intestinale e morte selvaggia, nell'assistere a qualche scambio tra Maria Sharapova e l'ucraina Kutuzova. Sembra una lotta tra vitelle sgozzate e morenti. Alla fine vince Masha, al solito lenta e fallosa. Le sono rimasti solo i grugniti. Ma per arrivare in fondo al torneo dovrebbero bastare. Il trattore Serena Williams, meno cruenta del previsto con la semisconosciuta e gradevole portoghese Silva, uno scricciolo uscita fuori dalle qualificazioni, che approfitta degli errori in sequenza dell'americana per rimanere a galla fino al 5-5 nel terzo. In una giornata senza sorprese rilevanti, vincono senza patemi anche Petrova, Cirstea, Dementieva e la tremebonda Azarenka (sempre più posseduta Linda Blair, versione esagerata.).

sabato 20 giugno 2009

Tabelloni e pronostici Wimbledon. Per chi vuole diventare ricco con le scommesse (non solo con le corse dei cavalli)



Nadal alla fine s'è arreso. Non sarà al via dei Championships di Wimbledon, a causa di ginocchia logore e martoriate dal suo tennis forsennato e da una programmazione semi-schiavista. Nadal senza ginocchia e piedi al top, è come Leconte senza braccio. Un Seppi qualsiasi. Ce ne faremo una ragione. “Dai e dai, lo spagnolo l'è sciupà” direbbe Jannacci, paonazzo in viso, dopo un'adorabile ciucca. Per alcuni, gli amanti viscerali dell'orrido e forzuto ad ogni costo (per rendere meno avvilente la propria bruttezza fisica o interiore), Wimbledon non il più veritiero tecnicamente. Probabile. Nella realtà oggettiva, rimane uno slam che mai ha incoronato vincitori paradossalmente insignificanti, ma ha rafforzato dinastie nobili o coronato grandi carriere. Nemmeno con la trasformazione dell'erba in pastura verde per vacche ogm, si è invertita la rotta. Certo, innegabile come abbia agevolato il successo dell'indomabile diavolo della tazmania maiorchino (che con l'infida erba dell'84, avrebbe penato con un Kriek qualsiasi, e benedetto la madonna per raggiungere i quarti. Piaccia o non piaccia ai Nadalisti.). Ma benchè terricolo nato, Nadal è campione di ben altra lignaggio ripetto agli Abert Costa, Ferrero, Muster, Gaudio, trionfatori sulla terra parigina. Quindi, mai un vincitore estemporaneo ai championships. Ecco perchè Wimbledon è Wimbledon.
La rinuncia (dolorosissima) dello spagnolo, spiana la strada ad una scontata finale tra sua maestà Federer ed Andy Murray. Con altrettanto scontata vittoria del messia celeste, con altro record marziano e suicidio delle emozioni. Piaccia o non piaccia (questa volta) ai “Federeriani” accecati. Due (flebili) ostacoli alla prevedibile finale. Che il giovin signore elvetico sia rilassato psicologicamente, o regalmente satollo, dopo i bagordi Parigini. Che Murray paghi la eccessiva Andy-mania scoppiata nel regno unito, dopo la sua vittoria del Queens. Anche se (ad occhio e croce) pare più avvezzo a sopportare le popolari eccitazioni collettive, di un Tim Henman qualsiasi. Che poi gli Inglesi tifino uno scozzese, somiglia molto a Berlusconi che sostiene Di Pietro, tra una farfalletta giuliva, uno stornello napoletano e l'altro. Ma ciascuno ha le sue tragedie. Tecnicamente, lo scozzese ha un gioco che ben si adatta alla superficie erbivora, con schemi d'attacco variegati ed imprevedibili. L'importante è che non si ostini nell'approccio (esclusivamente) soporifero, da novello Krickstein. Diventando egli stesso vittima masochista della sua attitudine ad anestetizzare l'avversario. Come il ragno che si intrappola nella sua tela.
Passando ad analizzare il tabellone, dal basso. Il primo (ipotetico) quarto vedrebbe Federer-Verdasco. L'elvetico inizierà con due algide-semi-esibizioni-dimostrazioni tennistiche, che tanto gli garbano. Primo ostacolo impegntivo dovrebbe essere rappresentato da Kohlschreiber, al terzo. Il tedesco, giustiziere di Djokovic a Parigi, ha un rovescio che non merita, e ben si adatta alla superficie. E se dimentica di avere lo stesso agonismo di una tartaruga di mare, può dare fastidio a tutti. Può persino strappargli un set (uhuh). Ottavo affascinante (ma anche scontato e cruento quanto lo sgozzamento di un vitello da latte recalcitrante), con Soderling. C'è curosità nel vedere se lo svedese sarà ancora nella versione “Psycho Killer” parigina, o sia tornato isterica ed allucinata comparsa. Già al primo turno avremo una risposta, vedendo come affronterà Gilles Muller, mancino lussemburghese con un gran servizio e voleè, sempre periglioso nel tre su cinque. Al limite, da quella parte, potrebbe resistere Feliciano Lopez, solito orpello perdente e assai gradito a frotte di fanciulle trepidanti ed obese, sugli spalti. Difficile che avanzi Verdasco. Lo spagnolo, alla scarsa forma abbina una sconcertante attitudine erbivora. Nei due tornei di preparazione, sembrava un trottolino spaesato su infidi lastroni di ghiaccio. Già al secondo turno, il francese Mahut, uno dei pochi talebani purissimi del servizio e voleè, potrebbe insegnarli le regole basilari del corano erbivoro. Più che il mancino iberico, nei quarti con Federer si appaierebbe la sagoma imponente ed i muscoli luccicanti di Jo Tsonga. Sfortunato il pugilatore-tennista francese. C'erano sicuramente spiragli più invitanti, creati dal vuoto Nadal. Tranne un morbidissimo Bolelli (almeno Koellerer dovrebbe batterlo) al secondo, dalla sua parte stazionano il bombardiere Ivo Karlovic e il canadese Dancevic (freschissimo e brillante finalista ad Eastborne), cristallino e perennemente inespresso talento, dal debordante gioco d'attacco, e con la personalità di un cincillà in fase d'accoppiamento. Vediamo, disse Nostradamus grattandosi le palle.
Il quarto da cui dovrebbe uscire il semifinalista (docilmente brutalizzato) del monarca svizzero, è reso incerto dal bizzarro rimodellamento del tabellone. Djokovic-Blake (o il gibbone dormiente Cilic) dice il seeding. Per la serie “la fortuna aiuta gli insipienti”, cammino irrisorio per il serbo, che pure ad Halle ha dimostrato quanto poco valga sui prati. Lento come un bue muschiato artritico, macchinoso come MazingaZ, prevedibile quanto un film dei Vanzina, noioso come una pellicola cecoslovacca. Ha pescato un tabellone che pare una tonnara di urticanti terricoli, e mestieranti inespressi. Benneteau, francese completo ma senza picchi, l'incostante americano da veloce Fish o l'altro indolente slavo Tipsarevic, occhialuto malinconico, dovrebbero comunque bastare per metterlo in difficoltà. Dovesse passare indenne da simili grotteschi personaggi, in ottavi potrebbe spuntare il resuscitato belga Xavier Malisse. Talento naufragato nelle steppe del circuito a causa di infortuni in sequenza, risorto dal lazzaretto quando non lo si aspettava più, passando brillantemente le qualificazioni. Se il suo fisico rabberciato non reggesse, per la serie “la fortuna aiuta gli insipienti, 2 – la vendetta”, in ottavi può arrivarci financo Tommy Robredo, che sul veloce ha senso, almeno quanto l'On. Binetti in un partito democratico e riformista. Risalendo, proverà a beneficiare del vuoto “chiappa volitiva” Blake, sempre più versione eremitico prigioniero di Juantanamo, ma il cui bel tennis radiocomandato e le gustose pirouette da marionetta snodabile, dovrebbero bastare. Seppi al primo turno, non ha scampo. Sebbene il trasparente altoatesino sull'erba giochi meglio che altrove (e con questo ho detto tutto). Ma ancora più dell'americano dalle terga sovrumane, o dello stagionato Ljubicic a sfruttare il buco del tabellone, dovrà essere Tommy Haas. Suona quasi come imperativo categorico. Se il tedesco mantiene la stessa forma di Parigi ed Halle, prevedibile ottavo rutilante con Blake e nei quarti potrebbe ischerzare nuovamente il serbo. Per la gioia di chi crede ancora che l'elegante gesto tecnico possa tramortire l'ottusa ed inguardabile forza bruta, costruita da maniscalchi pazzi. Una delle ultime occasioni per il buon Tommy.
Una selva di attaccanti semi-vintage e rattoppati, proveranno ad insidiare il cammino dello scozzese, prima del quarto (assai immaginifico) Murray-Simon. Prima l'americano Kendrick, poi Gulbis. Il giovane lettone viene da una stagione tragicomica, ed è sempre più avviato ad una carriera da eterno Marat Safin potenziale, con soli picchi negativi. Al terzo, possibile incrocio con un altro cavallo di ritorno clamoroso: Taylor Dent, gradevolissimo e pachidermico americano tutto servizio e voleè, che dopo tre anni da invalido civile, si è rimesso in mente la folle idea di ritornare. Meno esplosivo del passato, ma già buono sul cemento americano in primavera, ottimo e convincente nelle qualificazioni (Olivier Rochus è uno scalpo notevole). Il terzo turno è alla sua portata, e sarebbe una bella vittoria per il tennis. Negli ottavi, lo scozzese troverebbe poi Marat Safin o Stanislao Wawrinka (fresco trionfatore a Lugano, con tanto di prestigiosissima coppa a forma di gruviera). L'ex grande-comunque grande e il medioman perenne, supponente coi deboli e gallinella spaurita con le forti personalità. Ora, il russo dalla mente problematica e braccio che masturba gli animi più sensibili, può perdere anche contro l'americano Levine, o un altro falegname capitato per caso. Ma sicuramente, qualcosa regala sempre. Spesso un flaconcino di maalox. Altra puntata de “le ultime pennellate di una artista schizoide”. Poi Simon nei quarti, il francese sempre più versione pupazzetto di cartapesta con le giunture tenute assieme dal nastro adesivo. Prossimo over trenta a vita. La poltrona del francese se la contenderanno “mano de piedra” Fernando Gonzales, che gioca il suo tennis “ignorante” anche su erba, ma con minori risultati. Oppure Youzhny, se il russo col rovescio che rapisce i sensi riuscirà nell'impresa di giocare tre partite di fila come è capace. Già al primo turno, lo squilibrato russo ha un impegno ostico, con Ferrero. Esperto spagnolo, che oltra ad essere stato uno dei più deboli vincitori dello slam e numero uno (nell'anarchico interregno Sampras-Federer), è un terraiolo che gioca meglio sull'erba. Bello e nulla più, il confronto di primo turno tra il 37enne maghetto Santoro, che proverà a far valere le ultime stilettate velenose e ricami scucchiaiati della carriera, e l'altro vecchio bucaniere del circuito, il tedesco Kiefer, innocente espressione da ergastolano ricercato da 15 contee, e ancora osso duro per molti.
Ultimo quarto, quello che accoppierebbe Del Potro-Roddick. Il bombardiere di Tendil, occhio tagliente e braccio veloce come un pistolero del far west, è un'incognita sull'erba. Il mio intuito da cane da tartufo con raffredore da fieno, mi suggerisce che ai quarti ci arriva comunque. Si contenderà il posto con Lleyton Hewitt, che non sarà più quello di qualche anno fa, ma con l'anca nuova è tornato a discreti livelli (da top 30). Possibili outsiders: l'accecato picchiatore russo Tursunov, Zverev, che pure sui prati dovrebbe trovarsi come un uccellino cinguettante, e Picasso-scasso Petzschner, che già vincerebbe il torneo della sua galassia sconclusionata, battendo il doppista americano Ram al primo turno. Nessuna incognita, ma brutale certezza, quella che riguarda i nostri Potito Starace e Fabio Fognini. Il primo sull'erba non vince neanche se gioca a rubamezzetto con un raccattapalle dodicenne, ma il tabellone gli ha messo di fronte l'ultima possibilità: Acasuso. Uno che sul verde è più spaesato di lui. L'altro ci esalterà spaccando qualche racchetta. Pare di vedere Arrese convinto di essere Safin o McEnroe. Terribile. Nei quarti, Del Potro potrebbe agganciare il baseball-tennis di Roddick, sempre se Chardy (in ascesa) non gli faccia lo sgambetto, se “flatulenza arricciata” Melzer (folgorato dalla madonna di fatima) non diventi all'improvviso un giocatore di tennis, se Berdych non cominci a tirare dentro le righe, se Dimitrov, diciottenne bulgaro con le stimmate del campioncino, esplode, se Stepanek (possibile ottavo, comuque), non faccia valere la sua esperienza ed attitudine erbivora. Se, appunto.
Le donne? Boh. Cercherò di vedere qualcosa abbassando il volume della tv. Tocca fare un monumento a Martina Navratilova (immensa sul campo ed anche fuori), e quello che ha detto sul grottesco ed insopportabile concerto “grugnitorio” cui stanno riducendo la wta. “Farfalletta volleatrice” Martinez Sanchez, sfortunata a trovare subito la solida Radwanska, ma se vince, ottavi in saccoccia. Per il resto, solito tentativo dell'adorabile mammuth Dinara Safina, di acciuffare il primo slam. Uniche avversarie (superfavorite), le sorelle Wlliams, che a Wimbledon tornano sempre a fare sul serio.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.