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domenica 28 febbraio 2010

Omaggio a Jelena Jankovic



Numero uno senza slam. Jelena Jankovic sale agli onori delle cronache tennistiche cinque anni fa, grazie a discreti risultati. Poi è una inarrestabile escalation, che la vede issarsi tra le prime al mondo, fino al momento più alto, nel 2008. Le bastano due semifinali ed una finale di slam, per essere incoronata dal computer come numero uno al mondo. Senza aver vinto uno slam, ma per bizzarre regole alfa numeriche, che ne premiano l'estrema regolarità. Jelena non fa altro che sfruttare il momento di crisi del tennis femminile. Laddove le sorellone Williams si degnano di giocare al massimo dove più le aggrada, Justin Henin si scoccia di tirar palline, e le russe urlanti, più forti di lei, non riescono a dare continuità ai loro risultati. Quando appenderà la racchetta al chiodo (inutile sperare avvenga a breve), potrà raccontare ai nipotini di essere stata per qualche mese la numero uno del tennis mondiale, dimostrando l'arretratezza medioevale dei processori della nostra generazione.
Regolarità e limiti di gioco. L'ancor giovane carriera della serba, è all'insegna dell'estrema regolarità, nei di risultati e nel gioco. Gran fisico, ottima mobilità ed esponente di un "pallettarismo" a tratti inguardabile, riesce sovente a sfruttare cattive giornate altrui, avvolgendole nella noia mortifera del suo tennis. Gran sgroppate equine tre metri dietro la linea di fondo, recuperi mostruosi e spaccate puramente sceniche con le quali rischia di sfibrarsi ogni muscolo del corpo. S'inserisce con merito in uno dei periodi più bassi del tennis femminile, certificandone lo stato di coma. Premiata nel breve periodo, ha inevitabilmente finito per pagare alla lunga la mancanza di un miserabile colpo definitivo, capace di far girare le sorti del match.
Ma Jelena ha anche dei pregi innegabili: Guardare un suo match, fa sembrare meno triste l'idea della morte. Ed evita l'abusato strumento del rantolo guerrafondaio. Ciò che la sublima la sua antipatia, è l'atteggiamento supponente, che stride con l'estrema povertà del suo tennis. Dichiarazioni post partita di una scostante arroganza. Una sequela di giustificazioni e ridimensionamento delle avversarie. Perché è sempre lei a perdere, non avendo potuto dare il meglio e dimostrare di essere l'imbattibile campionessa. E via con giustificazioni puerili, millantati e continui infortuni, che fanno il paio con ripetuti medical timeout, espressione più pura dell'antisportività. Una trottata via l'altra dopo aver rifatto la zoccolatura, riesce comunque a tenersi a galla. Ma a vincere uno slam, non ci è più andata nemmeno vicina. Nel suo palmares, solo qualche Master, soprattutto a Roma, dove sarà per la vicinanza dell'ippodromo di Capannelle o per l'assenza di avversarie, ha spesso primeggiato.
Il grottesco divismo. Capita raramente, nel cercare filmati di una ex numero uno al mondo, di non trovare immagini di trionfi e coppe levate al cielo, ma imbattersi nella oramai storica scena della sua regale "smutandata" in diretta, sul centrale del Roland Garros. Tra gli allibiti sguardi degli spettatori, cambia gli slip con sensuale nonchalance da scaricatore di porto ebbro di vinaccia. Una scena che farà vergognare Aldo Busi, di essere donna. Ecco, è quella l'immagine che dipinge la sua carriera. Lo sentenzia la democraticità di internet, non lo scribacchino malvagio. Divenuta simbolo dello sport serbo, si è inevitabilmente scontrata con l'altra reginetta nazionale, Ana Ivanovic. Verso la quale paga una inevitabile inferiorità quanto ad avvenenza fisica. Una rivalità fatta di niente. Divismo, copertine e articoli da suddividersi e ripicche di due starlette che mal sopportano l'idea di chiocciare in uno stesso pollaio. E pazienza se raramente riescano a mettere in campo uno straccio di colpo assennato.
La mancanza di umiltà. Il gioco del computer che l'ha premiata come numero uno, se possibile, ha aumentato la sua algida protervia e l'assoluta mancanza di umiltà in campo. Sempre accigliata e incurante della cruda realtà, convinta di essere la più forte di Billie Jen King, ma anche più bella ed affascinante di Kate Moss. E per questo risulta pirandellianamente grottesca e un filo patetica. La "sorella di varenne truccata a Greta Garbo" (definizione che ho registrato alla siae), oltre che a stella tennistica, si comporta ed atteggia a bellissima ed inarrivabile diva dalla abbagliante beltade. Tutta algida e contrita, stretta in vezzosissimi tutù alla moda e con le ughia laccate, trotta come un dromedario maschio, pitturato a gran dama super sexissima e charmat. Attraente quanto Martufello truccato da donna. Dopo una delle proverbiali pallate gettate via fuori dalle righe, digrigna l'orrida mascella equina, aggrotta le spennate sopracciglia in stile Platinette, ed invoca gli dei malvagi volgendo lo sguardo al cielo: "Oh Dei crudeli, perchè non mi consentite di dimostrare al mondo di essere la più forte tennista al mondo?". E quelli gli risponderanno: "Semplicemente perchè non hai uno straccio di colpo vincente.". Ella rabbuiata, si piega sui se stessa (il suo colpo più riuscito, assieme alla già citata spaccata spacca giunture). Poi si rialza, ed inizia imploranti dialoghi col suo angolo, al solito zeppo di loschi figuri che paiono sfuggiti all'ergastolo per miracolo. Anche lei seguita ed illusa da esagitati, che la aizzano dagli spalti con le gote rubizze. Quando forse bastava insegnarle come lavorare il servizio con qualche rotazione, e a tirare un miserabile rovescio in back.
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venerdì 26 febbraio 2010

Master Dubai, cadono i semidei



Lo scenario del torneo negli Emirati Arabi, si presenta simile ad un campo di guerra. Tra defezioni, infortuni, scarsa condizione e sconfitte dei migliori
A Dubai si sta giocando un bel Master 500, preludio per i più importanti impegni di Indian Wells e Miami. Assenti i lungodegenti Nadal e Del Potro, e i malconci dell'ultimo momento come Federer, l'alone da “clinica della mutua” colpisce anche chi si è presentato negli Emirati. “Nosferatu” Davydenko, reduce da cinque mesi giocati a livelli disumani, inizia a mostrare qualche crepa, ritornando simil Klaus Kinski 86enne. Cede a causa di un problema al polso (azzardo, artrite senile) dopo aver perso il primo set con Michael Berrer, rudimentale tedescone che Pistolesi sta accompagnando a discreti livelli. Potrebbe voler dire qualcosa per il nostro Bolelli, forse no. Sicuramente i destini dell'Atp non dipendono da quello.
Murray alternativo. Ma l'autentica moria della vacche del torneo arabo, non s'è arrestata, investendo oltre ai fisici anche i torpori mentali, che si trascinano come i postumi della sbronza australiana. Andy Murray cede al secondo turno. Le copiose lacrime post finale Australian Open, avranno leggermente minato il suo debordante ego. Ora è convinto di vincere soltanto una dozzina di slam, e di potersi accontentare di un solo lustro come numero uno al mondo. Può essere. Probabile anche che stia furtivamente studiando dal manuale “come vincere uno slam prima che Federer si ritiri.”. E fedele al capitolo II, comma 3, ha appreso una delle regole fondamentali: Concepire i master 500 come allenamento agonistico per arrivare in condizioni decenti nei master 1000, e smaglianti nei tornei dello slam. E infatti Andy giochicchia, prova colpi e schemi alternativi assai interessanti. Come il serve and volley, apprezzabile variante del suo repertorio, che è sconfinato (occorre farsene una ragione). Lo scozzese perde da Tipsarevic, dopo una bella battaglia di tre set.
Tipsarevic, il pensatore incostante. Il serbo è uno dei personaggi più interessanti del circuito. Spessi occhiali e barbetta eremitica (anche quando la taglia, è come se ce l'avesse incorporata) a dargli un'aria da filosofo pensatore, abbinati a piercing e tatuaggi. Uno di quei “portatori di pessimismo”, che tanto minano l'ottimismo anticrisi. E per cui Proust non è un pilota di formula uno o un tronista di “uomini e donne”. Uno strano, insomma. Sul suo braccio non ci sono solo disegni da bi-ergastolano, ma persino una citazione colta di Dostojevski: “La bellezza salverà il mondo”. Magari non sarà lui a contribuire all'agognata salvezza sognante, ma fa lo stesso. Janko è un tennista eternamente incompiuto ed incostante. Gioca bene mezzo torneo ogni dieci e nel giro di tre giorni riesce a mostrare tutto ed il contrario di tutto: Al challenger di Belgrado perde da “carismio” Karol Beck, poi torna normale tennista a Dubai eliminando Seppi, e il giorno dopo fa “Jimmy il fenomeno” battendo il numero tre al mondo. Complice un incontro di boxe (perso ai punti, con gran dignità) con la vodka, un paio d'anni fa pensai valesse la pena di sostenerlo, e che fosse più forte di Cilic. Poi me ne sono dimenticato.
La vittoria di Tipsarevic su Murray, finisce per rivalutare l'onorevole sconfitta subita da Seppi, battuto dal serbo in due tirati set (chiusi come tutti possono immaginare, col bianchiccio braccino che si ritrae). Lo scrivo con sarcasmo, ma sono pronto a giurare che qualche patriota dannunziano, lo ha pensato davvero. Anzi no, dopo la rinuncia all'azzurro, il mattatore altoatesinio è diventato scarso per tutti. Magari diventa forte sul serio (vabbè). A conferma di una urticante incostanza genetica, Janko poi perde nettamente da Youzhny nei quarti. Ed il russo, se le formiche carnivore che infestano il cervello ed il fisico da tornellista gli danno tregua, diventa l'uomo da battere. Se appunto. La carriera del russo è costellata dai se.
Damiani Jo, imbarazzante controfigura di Cassius Jo. S'arrende anche Jo Tsonga. Male, male, malissimo. Dopo la comparsata marsigliese, altro momento bassissimo del tennista pugilatore francese. Si può solo sperare che anche lui si stia allenando. Da abbagliante Mohamed Alì dai muscoli scintillanti che incanta e demolisce, a Francesco Damiani, molliccio, livido e suonato dopo dodici riprese. Lento, goffo, svogliato. Caracolla pesante per il campo scrollando il testone, e perde da Ivan Ljubicic, croato che intimamente ha già smesso, ma che continua a fare bei risultati. Bontà sua. Rimane un set da meraviglia tennistica giocato da Jo contro Michael Llodra. Una delle più belle ore di tennis dell'intera stagione. Tsonga vince 11/9 il tiebreak del primo set. Va a fare i bisognini, e quando rientra, il connazionale volleatore gli comunica che non ha più voglia di giocare. E ancora non ho capito perché. S'era scocciato o forse era troppo bello per essere vero.
Cilic in ribasso, Djokovic resiste. Tra i presunti aspiranti al trono, resiste un turno in più Marin Cilic. L'inquietante ombra di Ivanisevic, che può essere allenatore almeno quanto il Doctor Lecter maestrina in un giardino d'infanzia, sembra già produrre i suoi nefasti effetti. Il visionario croato si arrende al “giocolierismo” impiegatizio di Jurgen Melzer. Avessi detto Leconte. Per il resto, tiene Novak Djokovic, malgrado una prestazione a tratti orrida col connazionale Victor Troicki, ragazzotto rigido e meccanico, con la testa a forma di ovetto pasquale e stucchevole pugnetto perenne incorporato. E dopo un set e mezzo ancor più imbarazzante mostrato contro Ljubicic. A metà tra “Ridolini” e “La famiglia Addams”. E gli emiri, che già la scorsa settimana avevano assistito allibiti alle demoniache evoluzioni di Victoria Azarenka “Linda Blair” posseduta da belzebù, invocano nuovamente la benevolenza di Allah, dopo aver visto compostissime gesta provenienti dall'angolo di Nole. A metà tra il circo Togni e gli imputati dietro le grate nel maxi processo all'Ucciardone.
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giovedì 25 febbraio 2010

Xavier Malisse, ed il talento gettato via



La carriera di Xavier Malisse, può riassumersi in una pazza edizione di Wimbledon 2002. Tra eliminazioni eccellenti e continui scrosci di pioggia, emerge un giovane belga col codino, fino ad allora circondato dalle voci più disparate. Da predestinato purosangue, a scansafatiche mondano, fino ai dettagli della bizzarra liaison con Jennifer Capiriati. Chignon da samurai e talento purissimo che scorre nel braccio, quel ragazzino belga si fece strada nel tabellone. A suon di sfuriate a fior di pelle, stilettate radenti e passanti virtuosi, impallina come due tordi, gli erbivori Greg Rusedski e Richard Krajcek. E si presenta in semifinale, tronfio, supponente e consapevole della sua classe. Uno squilibrio mentale latente, che tiene ogni suo match in bilico sul filo della pazzia autolesionista. Forse il più autentico dei figliocci del Maestro John McEnroe.
La grande occasione. Le premesse per l'esplosione di un nuovo protagonista del tennis mondiale, ci sono tutte. Da anni Nick Bollettieri ne raccontava mirabilie: “Vedrete, c'è un ragazzino belga tutto matto, che è più forte di Agassi.”. Xavier sembra avviato ad una facile finale, quando si mette sulla sua strada quel destino beffardo, che lo accompagnerà costantemente. Nel mezzo della semifinale è colpito da improvvisa tachicardia. Si, tachicardia. Il cuore che pulsa a mille. Lo sguardo folle, spaurito ed in trance sulla seggiola, mentre un luminare gli controlla le pulsazioni, rimarrà uno degli avvenimenti più insoliti e surreali della storia del tennis recente. Almeno quanto Lea Pericoli, che come mamma apprensiva, racconta l'episodio. Riprende, ma finisce per cedere a Nalbandian. L'occasione della vita che se ne vola via irridente, assieme a quel cuore pazzo. Perché anche Hewitt in finale, appariva alla portata del talentuoso belga.
Un talento gettato via con rabbia. Otto anni dopo, non siamo a raccontare la storia di un bel campione, che ha reso meno scontate le vittorie di Federer coi vari Hewitt e Roddick. Ma è lì che si arrangia alla meglio, nelle retrovie. Con indolenza ed assoluta idiosincrasia per tutto quello che riguarda l'allenamento. Si getta via, con la stessa noncuranza rabbiosa dei suoi colpi. Fiammate abbaglianti, alternate a misere cadute. Vittima, quasi intrappolata da ira e talento, che si mescolano in un abbraccio mortale. Una fragilità mentale, mascherata da sfuriate incontrollabili. Dopo una chiamata dubbia, vorrebbe ammazzare tutti, giudice di linea, arbitro, pubblico rumoreggiante. Spacca tutto, sedie, racchette e tabelloni pubblicitari, raccoglie i cocci, li mette nel borsone, s'aggiusta il codino e se ne va via.
Cede anche il fisico. Nel suo palmares, tre tornei Atp, due dei quali (Chennai e Delray beach) ad inizio di quel 2007, che sembrava l'anno giusto per ricostruirsi una dignitosa carriera di vertice. Ma come un diabolico disegno divino, che ne asseconda l'intima votazione all'autodistruzione, incorre in un grave infortunio al polso. Alla pigrizia e fama da viveur notturno, si aggiunge un fisico che inizia a scricchiolare. Tutto inesorabilmente legato. Quasi il fato si divertisse a vedere come un giovane pazzo, scriteriato e pigro, potesse dissipare tutto quel dono degli dei.
Sprofondato in classifica ed oramai rabberciato prossimo alla trentina, prova la difficile risalita, partendo nelle steppe dei challengers. Tra giovanotti e perenni mestieranti senza arte né parte, avviato verso il ritiro o una mesta normalità impiegatizia, appena minata dai soliti scatti d'ira funesta. Non più nelle semifinale di Wimbledon, ma nel primo turno a Barletta, contro un peone argentino con la panzetta da birra. Nel 2009, l'ennesimo rabbioso tentativo di risalita si materializza in quattro finali, con due successi. Riguadagna i primi cento e la possibilità di entrare nuovamente in qualche tabellone maggiore.
L'ultimo colpo. Anche qui, i nodi di un destino beffardo si riavvolgono, portando la sua schizoide carriera, ad un passo dai mesti titoli di coda. La federazione internazionale lo squalifica, reo di non essersi reso reperibile. Una sorta di doping presunto. E come vuoi che possa rendersi reperibile uno dalla mente instabile come Xavier, che invece di allenarsi se ne andava a disneyland? Diviene proprio lui, la prima vittima di una federazione sbugiardata dalle confessioni shock di Agassi. Dopo aver consentito al parruccone yankee di giocare, imbottito come un otre di allucinogeni, ora non passa più nulla. Pugno di ferro e due anni di squalifica. Pare un accanimento, per le povere meningi alterate di Malisse. Ed il belga annuncia il ritiro, senza più maschere d'odio su quella faccia da foto segnaletica, ma scoppiando in un pianto liberatorio, durante la conferenza stampa: “La mia carriera è finita, perché non potrei ricominciare ancora tra due anni. E non ho i soldi per fare ricorso.”. Quasi inaspettata, arriva una sentenza che lo riabilita fino a decisione definitiva, attesa per aprile. Torna a giocare, in una specie di libertà condizionata. Un fantasma che cammina. Fa molta tristezza vederlo nel primo turno dell'ultimo Australian Open. Tra solite folli sceneggiate schizoidi e fatue pennellate goduriose, recupera due set, per poi cedere 8-6 al quinto contro il pingue Nicolas Almagro, figlio illegittimo e più obeso di Byron Moreno. E fino ad aprile avrà ancora qualche platea, in cui gettare via i suoi bei colpi, tra le solite deliranti crisi mistiche. Con quella faccia un po' così, ed il disgusto dipinto sul volto di chi detesta il mondo, se stesso più di tutti.
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Tennis.it

mercoledì 24 febbraio 2010

BORDERLINE KOELLERER



Per gli annali ed i semplici appassionati del tennis, Daniel Koellerer è soltanto un modesto giocatore austriaco. Ma è forse il più famoso dei tennisti di basso livello. Perché i suoi match assumono contorni inquietanti.
Ogni match di Daniel Koellerer è uno spettacolo nello spettacolo. Qualcosa che fa la felicità di sociologi e strizzacervelli. Lo studiano da anni, correndo il rischio di ritrovarsi tutti quanti in semicerchio nel giardino di un ospedale per menti disagiate, mano nella mano, che si ciucciano il pollice con gli occhi sbarrati, ed un imbuto in testa. Perché il fenomeno Koellerer non ha nulla di spiegabile. O forse è talmente facile farlo da non perderci tempo.
Folle artista dell'antisportività. Faccia inquietante, barbetta posticcia, sguardo da killer seriale, sempre accigliato e spaventoso. Ritrovarselo di fronte in piena notte, non deve essere una bella sensazione. Con gli anni, “crazy Dani”, come lo chiamano nell'ambiente, s'è costruito la fama di giocatore più insopportabile e scorretto del circuito. Antisportivo, maleducato, violento, supponente, sbruffone. Quasi afflitto da gravi disturbi della personalità, che sconfinano nella pazzia reale. Detestato da colleghi e pubblico, amato da qualche supporter che adora il modo così borderline di interpretare il match. Chiede di giocare con la palla che gli ha dato l'ultimo punto o pretendere che il malcapitato raccattapalle gli porga l'asciugamano ben disteso, e tenendolo per gli angoli. Lui si deterge con perizia, e sovente lo restituisce al ragazzino sbattendoglielo in faccia. Il repertorio di Daniel, è sconfinato, passa da queste innocue fisime orrendamente metodiche, fino a danzare sull'invisibile filo che separa la follia dalla criminologia penale. Lotta e si crea avversari ovunque. Ed eccolo inveire con arbitri, minacciare giudici di linea. Ma non sono loro il bersaglio preferito. Inizia una snervante azione di logoramento alle meningi dell'avversario. Perdite di tempo ed ancora gestacci, sputi, ed ogni tipo di nefandezza, più o meno lecita.
Aneddoti e leggende metropolitane. Le storie su Koellerer si sono accavallate, spesso ingigantite da un alone di leggenda, che non meriterebbe. La più gustosa lo vuole richiedere una pausa per bisogni fisiologici. E Dani non torna. L'avversario, livido di rabbia e frustrazione, prende a servire col campo vuoto. Vince anche il game in un clima surreale. Più tardi rinverranno l'austriaco nel verde del villaggio, intento a scrutare l'orizzonte con l'i-pod in testa. Due inservienti lo riconducono in campo a braccia, e quello vince pure il match. Ripetute risse da saloon, fino al suo colpo migliore: Lo scientifico dileggio di avversari che sbagliano un colpo. E finiscono per struggersi ed impazzire di rabbia impotente. A lui poco importa, ha fatto il suo sporco lavoro. Il pubblico fischia e getta in campo di tutto. Incurante ed ancor più beffardo, si inginocchia in mezzo al campo, neanche fosse Borg a Wimbledon. E con un sorriso da arresto immediato, esclama candidamente: “Grazie, siete fantastici!”.
Pazzo per non andare in guerra. E' così, Daniel Koellerer. Apparentemente pazzo, irrimediabilmente pazzo, con vaghe sembianze di possedimento demoniaco. Con l'espressione di chi è prossimo all'internamento in un neurodeliri, dichiara: “Non so cosa mi succeda, è come un fragore che scoppia dentro di me (boooom!)”. Niente di strano, il mondo è pieno di pazzi. Parecchi sono folli geniali, Koellerer è solo geniale nel fare “il matto per non andare in guerra”. Perché appena finito il match o poco prima, non v'è nessuna traccia di quel pericoloso squilibrato. E' un ragazzo persino capace di gentilezza e garbo. Con avversari e spettatori che poco dopo indicherà con l'indice medio alzato e gli occhi sbarrati. Tiene anche un divertente diario su internet, dove scrive tutto con divertita gioia fanciullesca. Come un bambino la notte di natale, racconta le aspettative del suo esordio negli slam. Salta alla mente l'immagine di Mike Tyson, che stacca un orecchio all'avversario, con un morso. E poco dopo accarezza un piccione, commuovendosi.
Daniel è una specie di genio diabolico, che trasforma ogni incontro in un match di provocatoria psicologia, che va dal grottesco al violento, fino al disgustoso. Diventa un serial killer di avversari dai fragili nervi o dall'ego molto piccolo. La scelta tattica di chi può vantare un repertorio tecnico assai modesto, fatto di una buona mobilità, discreti fondamentali e qualche maldestra smorzata o inutile ghirigori.
Da criminale, a divertente clown. Uno convinto della reale follia che alberga nella sua mente, penserebbe ad un comportamento simile anche nei confronti di un top player. Ammetto di aver sperato, con un pizzico di sadismo, ad un confronto con uno tipo “mano de piedra” Gonzalez. Per avere la conferma della mia idea, e un po' per la gioia di poterne trovare notizie nella pagina della cronaca nera, invece che in quelle dello sport. E a New York, dove non sono arrivati echi delle sue gesta, trova Del Potro. Invece del solito spettacolo oscenamente antisportivo, inizia gustosi siparietti da clown. L'argentino lo osserva divertito, e con un minimo di compassione. Daniel trascina il pubblico, sorride (!), lo aizza, richiama l'ovazione e gioca persino il più bel punto del torneo, prima di perdere. La sua mente malata, ha bisogno di qualcosa per alimentarsi e combattere. E dove non può irridere avversari senza rischiare la morte violenta, s'inventa altro. Scientemente, come non fanno i pazzi. Un autentico genio dall'istrionica inventiva teatrale, una volta pazzoide omicida, un'altra giullare. Può piacere o essere detestato, ma a lui importerà poco.
Scritto per Tennis.it

martedì 23 febbraio 2010

PICASSO IN THE MEMPHIS



C'erano ottimi presagi ancestrali. Visto il personaggio occorre sempre consultarli. Da una sommaria lettura del tabellone, balza alla mente un ipotetico accoppiamento da urlo afono. Uno di quelli da mancare solo per motivi di famiglia, o nel caso di facile impressionabilità: Verdasco-Petzschner, in un eventuale quarto di finale. Eventuale, appunto. “Vuoi che il pittore mascherato da imbianchino, ci arrivi? Che vinca due partite, cioè? Mica glielo hanno spiegato che bisogna fare i quindici per vincere, a quello là.”. Sottolinea con una beffarda ironia, il Bartezaghi. Ben sa che io seguo la foca monaca teutonica da quando era numero 300 e rotti, e giammai vorrebbe vederlo tra i primi. Sarebbe la prova lampante che capisco di tennis più di Napoleone (il mio gatto, un certosino).
Le buffe vicende della vita, vogliono che ad arrivarci sia solo Petzschner. Con quella sua bella faccia da cliente di un centro di igiene mentale e l'accollata maglietta della salute, zompetta nel suo match di quarti di finale. Quasi incurante di essere un genio travestito da venditore di noccioline americane. Tra una svogliata spennellata, una rasoiata improvvisa ed una eclissi lunare ad ottundergli le meningi, batte anche Lacko, promettente ed imberbe ragazzone slovacco. Dopo Zagabria, seconda semifinale stagionale, per Philipp. Urge un'attenta disamina tecnica. Di quelle che vengono affrontate a “Porta a Porta”, con frotte di strizzacervelli pazzi e barbuti, ad erudirci sulla vita e sul mondo. Giungo ad una conclusione profonda. Al tedesco è sufficiente aumentare la concentrazione, da cinque a quindici minuti per match, e stordire i dispettosi criceti trapezisti che gli ruotano nel cervello. E qualche partita la si vince anche.
Una tela schizoide sui missili di Isner. In semifinale affronta John Isner, emergente pertica americana che dall'alto dei due metri e rotti spara gran servizi, e poi deambula a rete con la stessa lentezza di Shaquille O'neill (zoppo) sotto canestro. Ma rispondere a quel servizio, è impresa impossibile. Si assiste ad un autentico spettacolo circense applicato all'esistenzialismo kafkiano, con accenni di psicologia criminale spiccia.
Il tedesco inizia orrendamente concentrato. Sembra persino un giocatore vero. Roba da preoccuparsi e controllare di essere nel 2010 e che davvero esistano le macchine che vanno a benzina. Tiene alla grande, servendo bene. E quando può sposta il pachidermico avversario con ricami ispirati. Si disunisce sul finale di primo set, lo perde, rischia il tracollo ad inizio del secondo. La faccia è quella delle migliori occasioni. A metà tra il disgustato ed il surreale auto ironico. Gli riesce un missile di risposta, che fila via il doppio della velocità del servizio devastante dell'americano. E lui torce la faccia con una smorfia compiaciuta. Ride, sembra dirsi, “ammappete che t'ho fatto!”. Ecco, è esattamente quell'espressione che immagino, quando ancor giovinetto da challenger chiese a Federer “Ah, così tu sei quello che avrebbe talento, come me?”. E lo svizzero deve ancora riaversi.
Tra capolavoro ed abominio. Sopravvive e inizia uno spettacolo delirante con cui porta il match al terzo set: risposte d'attacco opposte a bombe di servizio a 225km/h e chiuse con smash da sbirulino acrobatico, rovesci in back morbidi per aprire il campo a spennellate radenti di dritto. Una demi-volè da fondo campo, passandosi la racchetta dietro le gambe (voglio dire, durante uno scambio), recuperi da satanasso e passanti di dritto in corsa, annessa capriola da charlot sui tabelloni pubblicitari.
Avrà vinto allora. Figurarsi. Con l'avversario oramai incapace di colpire una (una) palla decente a rimbalzo, prende ad esibirsi in inutili tocchetti a rete col campo aperto. Scarabocchi urticanti. Torna orrido imbianchino sgozza-palline. I criceti riprendono a roteare impazziti, e lui si trasferisce serafico ed incurante nel suo pianeta Nibiru. Come un mimo squilibrato, si insulta con autoironia surreale. E perde 6-3 al terzo. Bene così. Prossimo top 20, ad occhi (di vetro) chiusi.



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giovedì 18 febbraio 2010

I DOLORI DEL GIOVANE GASQUET




La crisi dell'ex bambino prodigio e talentuoso predestinato al trono. Angosce caratteriali ed avvenimenti extra sportivi, sembrano averne definitivamente spento la stella.
Sarà per le sua vaga somiglianza con una trota lessa, o per chissà quale motivo, ma a Napoleone (il mio gatto) Gasquet piace davvero tanto. E quando lo vede sullo schermo, il suo su e giù con la testa, è assai più convinto e deciso. Per carità, anche io apprezzo parecchio il transalpino. Benché l'amore-odio sia oramai divenuto irreversibile sentimento dominante. Il primo turno dell'ultimo Australian Open, lo metteva di fronte a Mikhail Youzhny. I due più bei rovesci classici a confronto. Una mente potenzialmente criminale opposta ad un proverbiale senza attributi. Il pazzo contro il codardo. Non riuscendo a parteggiare apertamente per nessuno dei due, mi consolai pensando che almeno uno avrebbe passato il turno, rimanendo evenienza remota, che entrambi si uccidessero a braccetto. Il match volò magnificamente, con l'ex prodigio francese in vena di gran tennis. Avanti due set a zero, ed il suo fluetto che prevaleva sulla lama affilata del russo. Se non vince al terzo set, Richard perde anche questa al quinto set, pensai. Dopo un po' di tempo, prendi a conoscerli i tuoi polli.
Ansia e paura del suo stesso talento. In Gasquet è fin troppo semplice. Basta guardarlo in faccia. Pieno di tic, nervoso, frenetico, pugnetti anacronistici per fuggire via il terrore vero che mostra negli occhi spaventati. E poi palle sbagliate, frutto di una precipitosa voglia di scappare dallo scambio. Con la maledetta ansia di dover vincere. Quasi strozzato e soffocato dal suo stesso talento. Talmente grande che lo disorienta. Qualche altro sguardo da bambino sperduto, al suo angolo. Non sono occhiate da agonista, ma imploranti tentativi di chiedere aiuto. Il quinto set è un festival di pavide sconcezze transalpine, col russo che prende coraggio ed autorità. Malgrado un fisico da tornitore paciarotto in disarmo, serra le mascelle spaventose e continua a dipingere deliranti angoli con rasoiate micidiali. Ed ovviamente vince. O perde Gasquet.
L'affaire cocaina, ultimo impietoso colpo. L'idea che Gasquet sia oramai sportivamente morto, prende tragicamente campo. La vicenda cocaina, che pare uscita da una scena di "Animal house”, è stata solo la goccia finale. Il colpo di mannaia definitivo per una carriera già in crisi. Ma da quella vicenda ne è uscito bene, non ricevendo sanzioni. Malissimo, perché il "bacio contagioso" rimane puerile e fantasiosa scusante, intimamente codarda, fedele al suo personaggio. Finito per finito tennisticamente, un romantico amante dei valorosi personaggi antichi, avrebbe apprezzato una dichiarazione dirompente: "Ok, è successo, forse ho commesso una cavolata, un cocktail o non so cosa...a base di cocaina. Ma non l'ho presa certo per vincere le partite.". Si sarebbe rivelata un'uscita di scena orgogliosa. Ha anche la non trascurabile fortuna di non essere italiano, ridente paese che deve elevarsi coi libri di Bruno Vespa, Moccia e Suor Germana, mica con le opere di quei tossici lazzaroni di Verlaine, Kerouac o Bukowski. Ed allietarsi coi gorgheggi sobri di Al Bano, piuttosto che con le demoniache note dei Pink Floyd, partorite da esseri drogati e assai poco educativi. Malgrado nel resto del mondo non vi sia questo alone di censura e moralismo mortale, Richard scelse la via della giustificazione. E ora può continuare a giocare. Inconsapevole di aver già smesso. La speranza di rivedere quel diciassettenne che tirava magici colpi alla pallina, c'è. Per carità, sarebbe come togliere a fanciulli coi lucciconi, l'illusione che babbo natale trotti pacioso sulle renne.
Verso una normalità operaia. Dopo lo scellerato Australian Open, ecco la grossa novità. Il giovane francese, chiede aiuto a Gabriel Markus. Se lo sceglie come coach nel pieno della sue, pur provate, facoltà mentali. Qualche attimo di smarrimento. Gli ultimi discepoli dell'ex arrotino argentino, novello taumaturgo, sono: Nicolas Massu, cileno che a guardarlo due minuti si è colti da spontaneo delirium tremens. E poi, ancora adesso, segue con scrupolo le agricole evoluzioni del macaco terricolo Vassallo Arguello. La grandezza di un allenatore non dipende dalla sua carriera tennistica. Anzi, è spesso inversamente proporzionale ad essa. Basti pensare a Peter Lundgren, svedese buono più per afferrare una bottiglia di birra che la racchetta, e storico coach di Safin e Federer.
Ma la scelta di Markus, suona ugualmente imbarazzante. E' come far riparare una Ferrari da un meccanico di biciclette, o far governare un paese ad una specie Casanova posticcio che fa battute da Bombolo o Pierino. E i benefici si vedono. Richard parla già come terraiolo argentino con la mascella digrignata. Iscritto a Buenos Aires assieme a Vassallo Arguello e Junqueira, racconta del torneo come appuntamento importantissimo (forse più di Wimbledon) e della terra come palestra per imparare ad avere pazienza. Già me lo vedo, catechizzato dal coach ad insistere di più col top spin di dritto esasperato e dimenticare quel rovescio tanto frù-frù. Orrore. Più che l'argilla, il meraviglioso codardo transalpino avrebbe bisogno di risolvere altri problemi, necessita più di uno psicologo che di un trainer. E invece è sulla via di una ipotetica ed ancor più orrida trasformazione: Da straordinario ed altalenante top cinquanta dal tennis ammaliante, a costante top cinquanta simile a Maximo Gonzalez. E sarebbe come morire un'altra volta.
Scritto per Tennis.it

martedì 16 febbraio 2010

JOHN MCENROE, 51 ANNI DA GENIO


Auguri ad uno dei più grandi, geniali e discussi personaggi del tennis moderno. Dal campo alla cabina di commento, sempre onnipresente ed iperbolico protagonista.
Tra una stordente carezza ed un volgare improperio. Boccoli rossicci o ingrigiti ciuffi ribelli. Diciassette anni, come cinquantuno, sempre con negli occhi quell'aria luciferina da arruffato geniaccio mascalzone. Ribelle al di là del volgare ed umano scorrere degli anni. Amato ed odiato. Adorato e detestato. Venerato quasi fosse un semidio pagano, ed insultato come l'ultimo degli irriverenti ladroni. Spesso le due cose messe assieme, nell'arco di qualche secondo. Quelli che andavano dalla solita sceneggiata furente, ad una volè stoppata. Un ricamo che moriva lento dall'altra parte, pieno di grazia finale. Vince sette slam, sedici compresi i doppi. Quando ancora il doppio aveva un senso. E molti di più ne avrebbe vinti, se a quei tempi l'Australian Open non fosse snobbato come un challenger di infima categoria. Ma non è quello che conta. Ha vinto meno di altri, ma John Patrick McEnroe rimane il tennis. Genio e poeta senza età. E gli sponsor se lo contendono, ideatori di videogiochi ultramoderni lo mettono in prima pagina contro Nadal o Federer. Lui che iniziò a giocare ed accarezzare palline con una racchetta di legno. Perché il genio non ha tempo.
Estasi rabbiosa e incanto. Un vero terremoto ribelle e urlante, che sconvolse il fin troppo ingrigito mondo del tennis di fine anni settanta, fatto di ottuagenari spettatori tintinnanti e mummificati. Cacciato dall'esclusivo England club del Queens, per aver consigliato un poco ortodosso e scandaloso uso della racchetta ad una improvvida ed attempata nobildonna, che osava intralciare il suo campo d'allenamento. Geni si nasce, negli eccessi come nei capolavori. Fascia rossa in testa, piedi paralleli alla riga, tic schizoidi e poi gran servizi per fiondarsi come un proiettile verso la rete. E stordirla con volè e merletti. La racchetta come proseguimento naturale e flessuoso dell'arto. Il braccio sinistro di Dio sceso in terra, in una mente diabolicamente blasfema. Tutto ed il contrario di tutto. Una sprezzante rasoiata o un colpo di fioretto che lasciava senza fiato estasiati spettatori ed avviliva increduli avversari.
“You cannot be serios” strillato sul mondo. Arbitri, pubblico, giudici, avversari, una vita alla ricerca di quell'Io guizzante e rabbioso, che sfuggiva al suo controllo. E perché un nemico bisognava pur crearselo. “You cannot be serious” urlato a vomitato a pieni polmoni verso l'arbitro ingessato, e liberare tutta la sua frustrazione in faccia al mondo intero. Paranoicamente solo contro tutti e contro se stesso, nel destino di un incompreso. Cosa poteva capire un becero giudice di sedia, di quello che scorreva nella sua testa? Improperi, volgarità inenarrabili, scenate intrise di odio sincero. Come osano “quelli lì” chiamare un mio colpo fuori? Il genio non sbaglia mai, anche quando sbaglia. Espulso e squalificato, a trent'anni come a cinquanta, in uno slam o in un torneo esibizione opposto all'inoffensivo Malivai Washington. "Nessuno ha mai capito che mi comporto così per nascondere la timidezza", dirà poi.
Vittorie, record e umana noia. Il trono di Wimbledon scippato all'imbattibile orso svedese, con frustate imprevedibili e ricami imprendibili. Vince tutto, poi si annoia, come tutti gli uomini. Riprende con due bimbi a tracolla sotto lo sguardo di un'attricetta figlia d'arte, quando oramai nei campi dominavano i missili di Agassi e Becker. Ed il tennis moderno imponeva al talento divino, la malsana idea di contaminarlo col plebeo allenamento di uomini piccoli. Arriva ugualmente vicino a rivincere uno slam, poi smette nel '93. Anzi no, perché il genio non ha mai smesso. Basta guardare un torneo, leggere un giornale. Dove c'è tennis c'è sempre Supermac. Prova persino a proporsi come allenatore-psicologo-factotum di un Gasquet in disarmo o di un Federer in crisi mistica. Candidature, ovviamente non prese in considerazione. E cosa vuoi che possa insegnare, John McEnroe? Lui era genio assoluto, istinto puro. Rabbia e poesia che non possono insegnarsi, ma nascono improvvisi dalle viscere e da una mente intimamente folle.
Dove c'è tennis, c'è ancora lui. Immortale Supermac. Dai logorroici commenti da cronista, a concerti rock in cui suona e ulula note stridule, a dichiarazioni sensazionalistiche, spesso in controtendenza rispetto a quello che aveva proferito due minuti prima. Chi può dirlo cosa ci sia nella sua testa. Adora l'eccesso e l'iperbole, ed è istinto naturale. Sul campo, come con le parole. Ora si prepara alla nuova stagione del senior tour, circuito di ex campioni nel quale primeggia ancora. A chi, un filo sorpreso dalla sua eterna voglia di competizione, gli chiede come stia, risponde di sentirsi ancora bene. Scherza sulle fans oramai attempate, poi lancia qualche allarme sul braccio che fa male. Quarant'anni a tirar palline beffarde si faranno pur sentire. Il brusio incredulo si espande nella sala stampa. Supermac col braccio dolente, è una fitta al cuore degli animi sensibili. Perché i suoi match valgono ancora la pena di essere seguiti, in religiosa attesa dell'ennesima ed inedita parabola futurista. Specie da chi non ha avuto la ventura di vederlo al suo apice, e deve sciropparsi Robredo e Monfils.
Poi rinsavisce, ritorna irriducibile ed orgoglioso. Dichiara che giocherà Deleray Beach, Zurigo e Boston. E promette battaglia contro quei "ragazzi", Ivanisevic, Sampras e persino la new entry Marat Safin. “Certo tirano ancora forte, ma sono qui per vincere...”, e lancia una occhiataccia diabolicamente beffarda, col viso da cinquantenne “supermoccioso”. Che Supermac sarebbe altrimenti. E' intimamente convinto di poter battere ancora tutti. E che quella palla era sulla linea. I geni sono così.
Scritto per Tennis.it

mercoledì 10 febbraio 2010

UNA VITA DA DOPPISTA



Analisi di una specialità nobile, oramai in via d'estinzione. Rifugio ben retribuito per mestieranti, attempati professionisti, e top player vogliosi d'allenamento supplementare.
Assistere ad un doppio, a metà tra l'esperienza mistica e l'insano gesto. Il sole picchiava duro e a strapiombo sulle teste di un centinaio di ignari eroi. Eccitati all'idea di non perdersi nemmeno uno scambio della prima semifinale di singolare. E, nell'inesperienza più assoluta, con l'intima speranza di galanti chiacchiericci mondani, magari acchiappando qualche "safinette" in esubero o respinta per lieve difetto fisico. Niente di tutto quello, i dritti temporeggiavano altrove sorseggiando costosi cocktail. Solo un drappello di inconsapevoli temerari. E sul campo quattro signorotti a darsi da fare in un doppio rattoppato. Furbescamente piazzato dagli organizzatori, prima delle attesissime semifinali di singolo. Come un antipasto di cicorie accompagnate da gazzosa sgasata, per un successivo pranzo a base di ostriche, caviale e champagne.
E intanto i quattro, incuranti di spalti deserti e di tutto il resto, si davano un gran da fare. Due vestiti in tinta unita e cappellino, gli altri piuttosto buffi e folkloristici. Un tipo abbastanza ingrigito e con la panzetta tonda da consumatore abituale di birra, partner di una pertica biondiccia, secca e ritorta. Quattro disperati impiegati del catasto vessati da Brunetta, che parevano messi lì come punizione, per aver ignominiosamente cannato tre controlli da Gestapo ai tornelli. Lo scambio iniziava e non era neanche malaccio: Volè, furiosi scambi a rete, balzelli da satropi danzanti, pugnetti e vai col "gimme five". Provo a guardarmi attorno. Visi sgomenti ed impotenti, altri impietriti da morte apparente. E il timore reale che qualcuno potesse improvvisarsi kamikaze appartenente ad una cellula morta di “Al queida”, gettandosi a strapiombo sul campo. I più dritti, per tenersi svegli ed evitare l'insano gesto, iniziarono una particolare forma di gaudente dileggio. "A secco...quella la metteva dentro pure mi nonna...". Qualche nostalgico in là con gli anni azzardava: "Aridatece Bertolucci, daje Paolone!!!".
Mestieranti incapaci di competere in singolo. L'intero scenario mondiale non si discosta molto da quella partita, che pure era una finale. Il doppio, un tempo nobilissima specialità quasi dello stesso rango ed importanza del singolo, è oramai ridotta ad anacronistica esibizione di mezzi figuri. Terreno fertile per onesti mestieranti consci di non poter competere in singolare. Dominano lo scenario i gemelli Bryan, diabolici interpreti della specialità (voglia il cielo che io, nel pieno delle facoltà mentali, possa mai voler assistere ad un loro incontro) che si prodigano in tremende evoluzioni ipertecniche, poco più interessanti di un moderato comizio d'integrazione padana tenuto Borghezio. E pazienza se presi singolarmente, i gemelli faticherebbero a battere anche Ivan Lend. Quello attuale versione over 50 e "over quintalata", inquartato e con la mascella equina imbolsita, che lo fa sembrare l'imbarazzante versione maschile di Jelena Jankovic.
Un declino alternativo. Ci sono anche tennisti con una discreta carriera in singolare alle spalle, che oramai attempati, decidono scientemente di svernare altre tre o quattro stagioni nel circuito, riciclandosi nella specialità. Evitano le pantofole e mettono su qualche spicciolo per la vecchiaia. Perché non avranno una pensione e in fondo, non tutti sono nati Federer. Esempio lampante è il trentatreenne bielorusso Max Mirny "la bestia", prossimo avversario dell'Italia nel match di coppa Davis. Armadio dal gradevolissimo serve&volley, oramai concentratosi esclusivamente nel doppio. Lungi dal voler allarmare i tanti patrioti (la Bielorussia oltre a Mirny schiera tre maniscalchi over 200), è proprio nella Davis che il doppio riveste una eccessiva importanza. Finendo spesso per decidere confronti serratissimi.
Allenamento agonistico retribuito per qualche top. Scorrendo distrattamente i tabelloni di doppio dei vari tornei, si può anche leggere il nome di qualche discreto singolarista. Per lo più terraioli che serrano la mascella e arrotano come folli disturbati di mente. Per pagarsi i soldi dell'aereo e nella non troppo malvagia idea di farsi vedere dal munifico sponsor. Persino alcuni top player, si prodigano in doppi da allenamento semi-agonistico, solo per provare i colpi e magari qualche distratta volè. Perché il quinto emendamento, ancora non vieta di giocare di volo.
Lo scenario femminile. Non dissimile la situazione tra le donne. La fanno da padrone, anche qui, le sorellone Williams. Appassionate della specialità per due motivi di fondo. Impegnate come sono in molteplici attività extra sportive, non trovano molto tempo per allenarsi. E cosa c'è di meglio di un bel doppio, per trovare la gamba giusta? Il paradosso è che, essendo almeno tre categorie superiori a tutte le altre, finiscono anche per vincerlo il torneo. Esaudendo anche la seconda motivazione: guadagnare qualche spicciolo surplus, da destinare in beneficenza: Richard Williams - Malibù Beach, ad occhio e croce.
Mac/Blake-Borg/Federer. Snobbato o maltrattato dai più grandi tennisti, già in difficoltà nel gestire stagioni massacranti per le proprie giunture, il doppio rimane una manifestazione utile per divertenti esibizioni. Paradosso tenuto a galla nel circuito pro da svariati interessi, come sponsor, organizzatori, pubblico e campi che vanno pur riempiti da qualcosa. Che poi a ben guardare, giocato per puro divertimento, quando ci sono una quarantina di slam vinti in campo, non è nemmeno attività così malvagia da guardare. Un assaggio di McEnroe/Blake-Borg/Federer.
Post scrittoper Tennis.it

martedì 9 febbraio 2010

BOLELLI, CRISI INFINITA



Mentre Berrer, tedesco preso in cura da Pistolesi raggiunge la finale di Zagabria, il tennista di Budrio inanella l'ennesima sconcertante sconfitta. 
Al peggio non c'è mai fine. Per conferme, chiedere a Simone Bolelli, sprofondato al 110.mo posto nel ranking Atp.
Tra l'America, Rotterdam e Ponte di legno. Era in tabellone a San Josè. No, poi ha preferito evitarsi una assai faticosa trasferta transoceanica, iscrivendosi a Rotterdam. Vuoi mettere gli americani? Anche a lui darà fastidio quella loro insopportabile mania di strafogarsi hot-dog sugli spalti e friggere le persone sulla sedia elettrica. Meglio la vecchia Europa ed un viaggio meno stressante. Ma in Olanda Bolelli non aveva la classifica per entrare. Bel problema, per l'ispettore Clusoe. A Bergamo si gioca un importante torneo challenger. Gli organizzatori tendono una mano nel momento del bisogno, offrendogli una wild card per il tabellone principale. Marcos Baghdatis, cipriota che pure ha giocato una finale di slam, per un anno si è messo di buzzo buono, trascorrendo quasi l'intero 2009 nelle paludose steppe dei challenger. Alla fine s'è ricostruito una classifica dignitosa ed è rinato a nuova vita. Persino Xavier Malisse, belga pigro ed incostante, ma con le stimmate di un talento riottoso che sgorgano nel braccio, ha provato a ritrovare la confidenza e l'attitudine alle partite, nei tanto vituperati tornei minori. Sciagurato finché si vuole, Xavier ha in bacheca qualche successo ed una semifinale a Wimbledon, e non brilla certo per modestia.
Giammai challenger, meglio lottare in Olanda. Simone, ostinato e forse convinto che le sue platee non possano essere di siffatto infimo lignaggio, rifiuta categoricamente. Meglio giocarsi le qualificazioni a Rotterdam. Più dignitoso, per uno dal suo cristallino talento. E nel primo turno di qualificazione gli danno in pasto Sluiter. 32Enne ex tennista di casa, che passava di lì. Non è mica una boutade da buontempone. Invitato a giocare, perché ne mancava uno per completare il tabellone di qualificazioni. Non avesse accettato lui, toccava mettere in campo un panettiere artritico o una cicoria selvatica. E Bolelli riesce nella titanica impresa di perderci. Anzi, fa meglio. Infortunato, si ritira sul 6-4 4-1. E pur non conoscendo bene l'entità della menomazione sofferta, abbandonare a due games dalla fine non è mai indice di grossa serenità mentale.
Oltre i numeri di un declino. Undici, dodici, tredici sconfitte di fila. Non sono solo i numeri ad allarmare. Quanto l'atteggiamento di un ragazzo che pare oramai disperso e senza più l'insana voglia di lottare. Perché per vincere le partite occorre fare i punti su un rettangolo di gioco, dicono. Non basta ancora auto nominarsi virtuosi. Altrimenti Petzschner avrebbe già vinto un par di dozzine di slam. Tra coloro che consideravano Simone come sicuro top ten e chi lo ritiene troppo limitato per stare tra i top 100, deve per forza esserci una via di mezzo. Ha certamente più talento naturale degli altri italiani che trottano maldestramente in giro per il mondo. Malgrado gli evidenti limiti nel rovescio e negli spostamenti, quel gran dritto e l'ottimo servizio, basterebbero per un agevole galleggiamento tra i primi 40/50. Ma ciò che fa la differenza nel tennis moderno è il carattere e la voglia di soffrire. Il problema del nostro eroe è nella testa, e quella è più difficile da curare rispetto ad un crociato rotto o a particolari tecnici da aggiustare o limare. Risolvesse quello, chissà. Non è mai troppo tardi nella vita. Anche per una giovane promessa di quasi 25 anni.
E intanto Berrer e Pistolesi vanno a gonfie vele. Si era pensato che il divorzio da Pistolesi potesse dare nuova linfa alla carriera del ragazzo di Budrio. Non per le capacità taumaturgiche del nuovo coach Piatti, che non poteva d'improvviso trasformarsi in stregone capace di creare vite dal nulla. Se non altro, servivano nuovi stimoli. Qualcuno si era spinto più in là, guardando al divorzio come la salvezza di Simone. Che il tecnico romano rischiava di affossare irrimediabilmente. Chissà a cosa lo costringeva, fors'anche allenarsi. Pistolesi ha incassato bene. S'è messo a seguire un tedesco delle retrovie e snobbato da molti: Michael Berrer. Trentenne mancino da challenger e poco altro. E quello, proprio questa settimana, attaccando all'arma bianca raggiunge una finale a Zagabria, lottata quasi alla pari con Marin Cilic. Pistolesi in tribuna è eccitato. Oramai pingue come un bombolo gongolante, si coccola il suo nuovo pupillo.
Che la colpa poi, non fosse di Pistolesi? Ok, che sarà mai una finale a Zagabria. Anche i nostri farebbero fuori quelli che ha battuto Berrer. L'ho sempre detto io, quello che ci frega è il tempismo. Da oltre trent'anni non siamo mai nel posto giusto al momento giusto.
Meglio le foche monache svitate, dei talenti dormienti. Uno che vuole realmente divertirsi coi talenti gettati al vento va al circo o al limite guarda le evoluzioni di Philipp Petzschner. Il pittore naif dall'agonismo di un cincillà castrato, trova una discreta settimana a Zagabria. E una bella semifinale contro lo stesso Berrer.
Il nostro eroe dei fumetti sbuffa, torce il viso orrendo in smorfie incomprensibili. Pare una raccoglitrice di violette di campo. Dipinge improvvisamente il rettangolo con deliziose pennellate ispirate da divinità pazze. Si produce in un contro-smash da saettante virgulto della racchetta. Due secondi dopo sgozza tre pallate a metà rete, neanche fosse un imbianchino con la gotta. Mima il gesto nell'aria, in modo surreale. Lentamente, dieci secondi di recita improvvisata. Sembra urlare pietà verso chi lo ha gettato lì, in quel campo. Ride, o piange. E perde. Chi potrà mai capire cosa gli ronza nella scatola cranica.
Si rifà vincendo il doppio, assieme a Jurgen Melzer. Il circo Medrano sta già pensando di scritturarli nel numero delle due foche squilibrate.

Articolo scritto per Tennis.it

domenica 7 febbraio 2010

FED CUP, PAGELLE SEMISERIE SULLA VITTORIOSA TRASFERTA ITALIANA IN UCRAINA



Garanzia Pennetta, Schiavone si risveglia in tempo, Alona Bondarenko Dott. Jekyll e Mrs Hyde. "Sagra delle porchetta" Rai tv.Pennetta: 7,5. La brindisina di Spagna viene fuori d'esperienza. Riconduce a miti consigli la più giovane e trucida delle sorellone d'Ucraina, Kateryna. Doma alla distanza la più esperta e completa Alona. Brava soprattutto ad arginare le sfuriate scalpitanti dell'isterica avversaria, con calma e sagacia tattica. Ha oramai raggiunto una grande maturità tecnica e tattica. Contro avversarie meno quotate, si può puntare su di lei ad occhi chiusi. Perché raramente è soggetta ad amnesie e distrazioni.Francesca Schiavone: 6. Disarmante prestazione all'esordio, vittima impotente di Alona Bondarenko. Vuota e fallosa, lontana parente della lottatrice ammirata in altre occasioni. Proprio non riesce ad iniziare il suo match. La trentenne "leonessa" rischia di complicare un confronto che sulla carta si preannunciava abbastanza agevole. Si risveglia dopo un altro set da "signorina dormicchia", gentilmente donato a Kateryna. Si scioglie ed inizia il suo variopinto spettacolo da mangusta velenosa. E l'altra, senza più punti di riferimento fissi ed agevoli per esplodere le sue clavate, va in crisi.Alona Bondarenko: 6-. Calma, rilassata e quasi con un risolino stampigliato in faccia, nel vittorioso match con Francesca Schiavone. Ordinata, geometrica ed aggressiva senza strafare. Sembra quasi un'altra giocatrice, rispetto al solito. Si trasforma in orrida Mrs. Hyde appena le cose si mettono male, contro una Pennetta paziente e matura. Ed eccola assumere la tipica espressione da accigliato generale della Gestapo con l'esaurimento nervoso. Strepita, urla, sbraita, sbatte la racchetta con livore. Si scompone goffamente, perdendo i colpi ed ovviamente il match.Kateryna Bondarenko: 4,5. Massiccia e rudimentale. Più dirompente e dissennata della sorella. E si che ce ne vuole. Avvezza al randello tirato ad occhi chiusi, sempre e comunque. Disinnescata con relativa facilità da Flavia Pennetta nel match d'esordio. Per un set sembra poter approfittare di un'altra giornata di disgrazia suicida di Francesca Schiavone. Poi la nostra rinsavisce, e l'imponente ucraina dalle gote paffute va in cortocircuito neurocerebrale. Perché non è che l'abbiano programmata per saper fare più cose.Barazzutti:7. Scordate il tranquillo e serafico sguardo a scrutare orizzonti benevoli, di altri incontri tranquillamente gestiti dalle nostre. Ma anche il greve atteggiamento di scorata impotenza, esibita nei match di Davis maschile. Tosato a nuovo, pimpante e deciso, prova a scuotere Francesca Schiavone dai suoi torpori. Sostiene con preziosi consigli Flavia Pennetta, nelle delicate fasi del suo match con Alona. Purtroppo per lui, gli toccherà ancora interpretare il ruolo di badante avvilita, alle prese con l'espressione da patella agonizzante sullo scoglio, tipica di un Seppi e co.. Coraggio.Vlodymym Bogdanov. 6. Serafico e pacioso omaccione simile ad un bisonte di un quintale e mezzo. Si limita a calmare le sue bizzose "cucciole" furenti, a farle ragionare un minimo. In particolare Alona, quando perde il lume della ragione alla fine del primo set contro Flavia Pennetta. E quella non gli dona nemmeno uno sguardo sprezzante, preferendo inveire scomposta contro qualcuno dietro la panchina. Azzardo, l'adorata sorellina.Fabretti (primocomico/prima voce raitivvì): s.v. Pronti, via. Credendo che a seguire il match siano frotte di appassionati della settimana ciclistica valsugana, ci tiene ad erudire il popolo bue sulle regole basilari di quel misterioso (per la raitivvì) sport chiamato tennis. "Non tutti sanno come noi, il significato di 'over rule'...", sottolinea con una punta d'orgoglio. Magari non saprà chi diavolo è Del Potro, ma ben conosce la musica italiana da balera anni '70, sparata ai cambi campo ("eh ma questa è dei Ricchi e poveri...mi sembra una verione rivisitata però..."). Infastiditi da simile petulante ronzio da improvvisati commentatori della domenica: ("senti che schiocchi, eh?"..."giusta dal punto di vista schematico, la palla di Flavia"), si è indotti ad abbandonare il sonoro e seguire col rilassante sottofondo dell' "adagietto in fa minore" di Mahler. E intanto Gian Giacomo Bartezaghi, professione fruttarolo, continua ad inviare cv a saxa rubra. Si accontenterebbe del minimo salariale.Rita Grande (commento tecnico): 7. Avendo giocato, ed anche a buoni livelli, non le manca la competenza. Misurata e mai fuori dalle righe. Si arma di gran pazienza e prova ad arginare le raggelanti evoluzioni del suo partner. Mezzo punto in più per l'impegno supplementare richiestole. Ma si nota lontano un miglio, che a volte vorrebbe scomparire o trovarsi altrove. Chessò, magari in Buthan nordorientale.

pubblicato da Tennis.it

FED CUP, SI SALVANO ITALIA E SERBIA. FRANCIA SULL'ORLO DEL TRACOLLO



Panoramica sui primi turni del world group di Federations Cup.
Ucraina-Italia, ci salva Flavia. Inizia in un clima da sagra paesana bolscevica. Tra nani, ballerine e i componenti della locale banda municipale che intonano accattivanti motivetti, con imbalsamate espressioni da simil Shevchenko avviliti. Forse condizionata da simile clima carnascialesco, esordio titubante di Francesca Schiavone, che proprio non riesce ad iniziare la partita. Fatica ad arginare le ordinate accelerazioni di Alona Bondarenko. Il solerte cronista prende a costernarsi, anticipando gli eventi: "Eh, il sorteggio non è stato certo benevolo...". Certo, avessimo trovato le Isole Far Oer o l'Eritrea cui spezzare le reni con ardimentosa fierezza, saremmo stati più sereni.
Alona, una specie di Kournikova dopo un frontale con un tir, tira dritto per diritto, scolastica ma efficace nel colpire discreti anticipi di rovescio. Non fa nente di straordinario. Ma è una che per batterla, devi giocare bene. Si sapeva. E Schiavone non sembra in giornata. Disastrosa al servizio, rema in completa balia della maggiore delle sorelle Bondarenko, 6-1. Il coach ucraino malgrado l'espressione di chi è sul punto di digerire il vitello tonnato trangugiato a colazione, annuisce sui colpi della sua giocatrice.
Barazzutti prova a suonare la carica, e svegliare la nostra dal sinistro alone di torpore che l'avvolge. Sconcertata e sconcertante. Un paio di liberatorie accelerazioni incrociate di rovescio a tutto braccio. Poi una prodigiosa volè in allungo della leonessa, ad illudere su possibili nuovi scenari. La bionda continua nelle sue geometriche evoluzioni, profonde ed angolate. Francesca torna a vagare svuotata: 1-6 4-5 0-30, situazione assai drammatica. In cabina pare non se ne accorgano. Il cronista disserta amabilmente delle olimpiadi invernali di Vancouver. "Speriamo i nostri atleti ci regalino tante soddisfazioni e medaglie". E mentre prefiguriamo gaudenti prospettive azzurre nel badminghton o nella pentolaccia alpina, una leonessa irriconoscibile getta via l'ultimo dritto di una partita sciagurata. 6-1 6-4.
Ci pensa Flavia Pennetta, a metterci una toppa. Domando la più giovane ed imponente delle sorelle Bondarenko, Kataryna. Più potente, ma anche meno sapiente ed esperta. La brindisina inizia col piglio giusto, quello di chi vuol subito mettere le cose in chiaro. Malgrado l'iniziale incertezza di punteggio e qualche furiosa reazione della ucraina sul finale, Flavia porta a casa il match in scioltezza, raddrizzando le sorti di un confronto, inaspettatamente complicatosi. E non era così agevole entrare con l'ulteriore carico di pressione psicologica sulle spalle.
Un furtivo sguardo a Rep.Ceca-Germania. Più noioso di un comizio fiume di Buttiglione, che ciancia del diritto alla vita. Il biondo armadio tedesco Groenefeld porta la Germania avanti. Sfida riequilibrata da Petra Kvitova, che investe a suon di bordate mancine, Andrea Petkovic.
Francia sull'orlo del baratro, sotto 0-2 contro gli Usa. Alizee Cornet, che già fenomeno non è, avverte il peso dell'intera squadra sulle sue gracili spalle. La giovinetta ha la perenne espressione di chi è continuamente attorniata da spiritelli malvagi. Basta Mattek-Sands, un'americanina ordinata e meno angosciata, per stenderla in due set. Completa il 2-0 Melanie Oudin, che fa rispettare la sua maggior classe ed agonismo contro la spaesata Pauline Parmentier, cui non basta tirare la seconda di servizio più forte della prima di Volandri.
La serbia vede le streghe, ma pareggia il conto con la Russia. Le ex numero uno in malarnese Jankovic e Ivanovic avevano scelto di difendere i propri colori contro la Russia, in netta controtendenza rispetto al resto delle altre top. Forse perchè top non lo sono più.
Inizia Ivanovic, con la nostra madonnina creola in disarmo, vittima impotente e stizzita di Svetlana Kuznetsova. La russa randellante non deve nemmeno penare troppo o rischiare di strafare. Le basta una prestazione da allenamento standard, contro una macchina sparapalle in corto circuito. Si rasenta l'umiliazione sportiva ed il 6-0 iniziale, evitato d'un soffio. L'improvvido e malcapitato coach serbo prova a catechizzarla con bonari consigli, ed ella lo fulmina con sguardi densi di bizzosa alterigia. Si trattiene a stento dall'investirlo con una sequela di furenti racchettate in fronte. Kuznetsova cerca di rimetterla in corsa ad inizio secondo set. Tutto inutile di fronte allo strepitante canovaccio della serba, costellato di orride pallate in piccionaia e doppi falli, ed è 6-1 6-4. La "serbiatta" è oramai è un caso da psicologia sportiva. Sperando non trascenda in psicologia criminale.
Rischia di trasformarsi in triste esecuzione da mattatoio municipale, il secondo match. Jelena Jankovic in completino rosso cardinalizio, è sommersa dalle badilate vincenti di Alisa Kleybanova. Serra la mascella equina, sgroppa due metri dietro la riga, esibisce un paio di vezzose spaccate (il marcho della casa), e spera che quell'altra non spari il tremebondo vincente. E quando accade, volge lo sguardo incredulo al di là di nuvole inesistenti. Come a chiedersi: "Perchè lo ha fatto a me? Io che sono così forte.". Ma dall'alto, nessuno le suggerisce che basterebbe solo spostare un'avversaria dalle movenze così pachidermiche. La giovane russa si smarrisce come un bufalotto sovrappeso, proprio quando era ad un passo dal 5-1 nel secondo set. E non vince più nemmeno un game. Lascia il campo alla maggiore esperienza di Jelena. Serbia ancora in vita, chissà per quanto.
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venerdì 5 febbraio 2010

RITORNI IMPOSSIBILI





Dal trionfale rientro di Kim Clijsters e Justine Henin, ai mesti tentativi di Moya e Philippoussis, fino ai tentennamenti di Nalbandian. E' così diverso ritornare?
Donne alla facile riconquista dello scettro. Kim Clijsters dopo un paio di stagioni dedicate al suo putto boccoluto, è tornata con prepotenza. Subito vincente nello slam d'esordio, a New York. Mica il torneo rionale di Mendrisio. A Justine Henin, leziosa ex regina con le sembianze di fata turchina, è invece mancato l'ultimo guizzo "spennellante". Ma senza ruggini derivanti dal volontario esilio di 18 mesi, trascorsi a dibattersi tra matrimoni, divorzi e coltura delle giunchiglie selvatiche. Persino la mitologica nippo Kimiko Date, sulla soglia delle quaranta primavere, torna dopo tredici anni e riavvista in un baleno le prime cinquanta al mondo.
L'irrisoria facilità con cui Kim&Justine sono immediatamente tornate al vertice, suscita interrogativi, mascherati da risposte evidenti. L'intero movimento tennistico femminile attraversa una enorme crisi tecnica, appiattimento di valori e grande equilibrio verso il basso. Sebbene diversissime tra loro, le due belghe sono andate a nozze col nuovo scenario della Wta, simile a steppe subsahariare del talento. Hanno spazzato via frotte di top ten smidollate, manipoli di imponenti picchiatrici russe ed ex sovietiche assai povere tecnicamente, leggiadre top model urlanti imprestate alla racchetta. Come nulla fosse. Kim con estrema leggerezza ed ordinati fendenti a rimbalzo. Justine riprendendo ad inventare e dipingere tennis aristocratico, da dove aveva smesso. Entrambe con ritrovate motivazioni, intelligenza, classe ed attitudine vincente. Quello che manca a molte delle improvvisate regine degli ultimi anni di disgrazia.
Tra gli uomini, i rientri si rivestono di un sinistro alone malinconico. Ci prova Carlos Moya, ex numero uno e sfumato signor Pennetta. Nicchia David Nalbandian, diventato "signor tentenna" in sovrappeso. Eppure nel periodo di forzato stop si sarà anche snellito un paio di etti. Gaston Gaudio era ritornato, ma solo perchè nel circuito è più agevole il sesso spiccio. Vuoi mettere poter evitare vorticosi giri di chiamate? Differenti e spesso venali motivazioni, inesistenti stimmate da campioni, età avanzata ed irreversibli menomazioni fisiche, rendono i ritorni al maschile degli avvilenti, paradossali e prevedibili flop. Senza dover per forza citare le patetiche immagini di Bjorn Borg ultratrentenne, che si trascinava per campi alla ricerca di un ingaggio.
Ora è la volta di Mark Philippoussis. Gigante australiano che porta nel nome e nei tratti somatici, le origini elleniche dei suoi avi. Lontano dai luccicanti palcoscenici dei grandi tornei, si iscrive al challenger di Dallas. Terra di cowboy, sceriffi svitati ed esecuzioni capitali. Trentatrè primavere ed una carriera che somiglia ad una beffarda giostra del dolore, alle spalle. Finali di slam a fare il paio con due ginocchia ridotte in brandelli. Servizi devastanti, cadute, infortuni e risalite. La cartilagine del ginocchio sinistro che si squarcia. La rinascita e un'altra finale di slam sui prati Wimbledon. Testimone impotentente del primo bagliore della monarchia di Federer. E ancora drammi fisici per il gigante d'argilla. L'altro arto che cede, sotto il peso del suo tennis d'attacco realmente esplosivo come uno "scud".
Il triste declino dello "scud". Il ritiro diviene inevitabile, come la fine di un calvario. Dice basta in ancor relativamente giovane età. Inutile lottare con un fisico che ha detto basta. Inizia la seconda carriera dell'australiano. Sperperi, bella vita, tremendi errori in affari. Disperde i grandi guadagni che il tennis gli aveva lasciato, come implicito risarcimento per la sua crudeltà. E nemmeno qualche spicciolo investito in una scuola tennis, un chiosco di piadine o grattachecche per svecchiare serenamente. Ridotto quasi sul lastrico, prova altre imbarazzanti vie. La tv, un grottesco reality americano, fino alla ricomparsa nel circuito senior. Quello in cui vecchie lenze si sfidano con immutato ardore.
Il goffo tentativo tra i veterani. Appena compiuti i trent'anni eccolo in canotta, sfidare un signore brizzolato sulla cinquantina che pare in forma smagliante. E' mancino ed ha l'aria da smoccolante moccioso 49enne dipinta sul volto. Si chiama John Patrick McEnroe, al secolo Supermac. A suon di servizi e volèe pizzicate, ricami accarezzati, parabole ancestrali, grugnenti e prodigiosi balzi a rete, il vecchio Supermac disinnesca uno “scud” imbarazzante ed imbesuito: 6-4 6-4. "Certo che questi 'ragazzi' tirano forte, ma il vecchio cane, conosce ancora qualche trucchetto.". Ghigna il genio supermoccioso coi lampi luciferini negli occhi, tra sessantenni carampane in delirio. Gli smidollati romantici della racchetta, si chiedono cosa spinga il trentenne australiano a simili umiliazioni. Lui seguita con le patetiche comparsate tra i vecchi reduci. Spesso sconfitto da attempati e panciuti signorotti della racchetta, per qualche pugno di dollari.
Il paradossale tentativo nel circuito professionistico. Ed ora eccolo a Dallas. Per raccogliere qualche altro spicciolo. Ex tennista, ed ex milionario senza il becco di un quattrino e con le ginocchia ridotte a brandelli, mescolato a mestieranti senza arte e ne parte. E l'idea del tennis svilita un'altra volta. Non è il suo ritorno a stridere sinistramente, ma le motivazioni che lo spingono ed una condizione fisica impresentabile. Per la cronaca, ma solo per quella, lo "scud" si schianta miseramente. 6-4 6-4 subito da un mestierante doppista nippoamericano. Agli annali Michael Yani. Ma promette nuove apparizioni. Vuole tornare competitivo, dichiara. Sforzandosi di renderlo credibile almeno a se stesso.

mercoledì 3 febbraio 2010

AUSTRALIAN OPEN 2010. PAGELLE. CHI SALE E CHI SCENDE



Uomini
Roger Federer: 9. (Il dieci, non si da mai). Il tiranno elvetico, al culmine della feroce monarchia. Elegante, sinuoso, vincente. Ingiocabile. I record, sono un'altra storia. Freddi numeri che abbelliscono e completano l'opera d'arte. Ventirè semifinali consecutive. Sedici slam vinti. Può piacere o meno. Si può transigere o protestare, sulle svogliate comparsate in altri tornei, considerati alla stregua di amatoriali sfide parrochiali. Ma se i risultati negli slam sono questi, ha sempre ragione lui. Non sbaglia praticamente nulla. Vagamente assopito, solo nel match d'esordio contro Andreev, con cui avrebbe perso solo se dal cielo fossero piovute meteoriti di melassa. Poi, lascia sfogare e manda in cortocircuito, la playstation4 Davydenko. Argina con algida ferocia, il ciclone disordinato di Tsonga. Completa l'opera, rimandando nella cesta, le bizzose velleità di Andy Murray. E non da nemmeno l'impressione di sentirsi satollo di vittorie e trofei.
Andy Murray: 8. Simile ad una brezzicella di vento, indolente ed indisponente. Il ragazzo di Scozia, sa fare praticamente tutto. Tecnica, tattica, e convinzione (forse eccessiva) nei propri mezzi. A volte castrato ed ingabbiato da un agonismo anacronistico. Provate a guardare negli occhi sua madre. Con una simile attempata ultrà ad educarlo, Andy poteva diventare molte cose. Un hooligan violento, un frate trappista, o l'emulo dello strangolatore di Boston. Fortuna che il ragazzo ha talento per il tennis. A Melbourne, fallisce la prova del nove. Non riesce ad abbattere la monarchia elvetica. Non ci sarebbe riuscito nessuno. Dovrà attendere che l'altro si stanchi, o rassegnarsi mestamente. Perchè, alla fine, ci ha anche provato ad incartarlo, con palle dormienti, ed attacchi improvvisi. Ma non è servito a niente. Appuntamento rimandato, ma dal torneo esce ugualmente bene.
Jo-Wilfried Tsonga: 7. Le memorabili immagini di quell'Australian Open 2008, sono ancora lontane. Fece gridare al miracolo di una natura devastante. Poi, solo delusioni. E la triste conclusione, che forse non avremmo ammirato mai più quel maestoso tsunami, che irruppe con virulenza nel mondo del tennis. Riacquistata una forma decente, brutalizza gradevoli e svolazzanti personaggi protetti dal wwf (airone Stakhovsky, Panda Dent, squilibrio latente Haas). Con coraggio, cuore e grinta, finisce per dominare la regolarità fallosa di Djokovic, nei quarti. Alì trascina il pubblico a suon di uppercut, ed attacchi dirompenti, mesciati a leziosismi strepitosi. In semifinale, implode miseramente. Forse stanco e fuori fase, non riesce nemmeno ad iniziare la semifinale, contro un Federer sontuoso.
Marin Cilic: 7,5. Aria allampanata ed ombrosa, sguardo inquietante da pastorello visionario nato a Medjugorje, Marin mette in fila cinque vittorie importanti. Un altro passo in avanti, verso l'élite del tennis, dopo le già ottime prestazioni a Flushing Meadows. La stoffa c'è tutta. Servizio e dritto esplosivi, e discreta completezza di gioco offensivo, fanno apparire meno gravi, le movenze pachidermiche. Il ragazzo croato col talento stipato nelle sopracciglia, è cresciuto, acquisendo anche una discreta maturità mentale. Si arrende solo a Murray in semifinale, ed alla stanchezza accumulata nelle tre precedenti battaglie, vinte in cinque set.
Rafael Nadal: 6. L'epopea drammatica del campione in disarmo, è oramai sport nazionale e mondiale. Le giunture spremute e violentate, nello strenuo tentativo di assalto al regno, tengono in apprensione le sacche di miliziani Nadalisti. Brevi sguardi furtivi ed agitati, come a minacciare le streghe sdentate, che lo circondano. Leggermente meglio delle ultime esibizioni. Ma ancora lontano parente di quel diavolaccio arrotante ed irriducibile, ammirato nel passato. Il temperamento è sempre quello. Si mostra volenteroso, ma in enorme imbarazzo nell'affrontare i top ten, su superfici rapide e sul duro. Zio Toni (versione negriero) permettendo, e con una programmazione meno logorante, se si rimette un minimo in sesto, almeno sui terreni argillosi, tornerà a dare filo da torcere a tutti.
Nikolay Davydenko: 7. Era la grande occasione, forse l'ultima. Così dicevano. Solo lui, umile e realista Stakhanov dei campi, non ci credeva. Il tennis degli slam, è quasi un altro sport. E il Nosferatu di kinskiana memoria, ne era ben conscio. Il mucchietto d'ossa messe alla rinfusa, pelato, smunto, senza sponsor miliardari ed appeal mediatici, sbarcava in Australia, in una condizione spaventosa. Anticipi estenuanti e briciole lasciate ad avversari modesti, quasi fosse un piccolo Agassi. E poi Federer a mettere fine al sogno operaio, mandando in tilt la centralina del suo gioco. Vendicando anche l'ardire proletario, mostrato da Nikolay nei due ultimi confronti diretti.
Novak Djokovic: 5-. Eccolo lì. Sfavillante maglia nera luccicante, frutto del ricchissimo nuovo contratto con lo sponsor. Petto in fuori, mascella ritorta, e scucchia serrata, dispensa severe punizioni corporali, a malcapitati esponenti della manovalanza tennistica. Brusca e violenta sveglia, suonatagli da Alì Tsonga. Annesso imbarazzante crollo psico-fisico, negli ultimi due set. Non è preparato bene, sembra l'unica soluzione. La meno cattiva. Perchè non si può evitare di rimarcare l'ennesimo teatrino da simil malato immaginaro, quasi afflitto dalla sindrome di ipocondria compulsiva. Quando la sconfitta è oramai inevitabile. Se non il braccio di Gasquet, basterebbe l'umiltà di Davydenko. E chissà.
Andy Roddick: 6-. Larry Stephanki, allenatore mago, o semplice allenatore capace, è riuscito a rendere Andy, un tennista meno prevedibile. Usa schemi alternativi, all'arcinoto e stucchevole tennis da battitore della major league di baseball. Non più solo "spara una gran servizio, e picchia forte di dritto.". Ora usa persino il rovescio, approccia la rete dignitosamente, ed i movimenti sono meno pachidermici, grazie ad un fisico più asciutto. Tutto questo, non basta. Sicuro, ma stranamente nervoso, fino ai quarti. Dove si arrende ad un dolore alla spalla, ed alla maggior freschezza e motivazione del giovane Cilic.
Juan Martin Del Potro: 5. Atteso al varco, dopo l'exploit di New York, si presenta ai nastri di partenza, in condizioni misteriose, come neanche nell'Urss anni '80. Dolente e rattoppato, "la torre di Tandil" vince di solo carattere, la maratona contro "chiappe sporgenti" Blake. Poi, appena si imbatte in uno che le partite le sa anche vincere (Cilic), cede, al termine di un'altra battaglia, condotta con ardore ferito. E senza sceneggiate in salsa serba. Il bombardiere dagli occhi taglienti, con il polso malconcio, è come Tyson senza il destro o Eddie van Halen che suona la chitarra con l'artrosi alle dita. Risolti i malanni, tornerà a picchiare duro, e sfoderare la pistola fumante.
Fernando Verdasco: 5,5. Soffre al primo turno con l'eroe di casa, Carsten Ball. Si esalta, tutto tarantolato, recuperando due set a Davydenko, per poi cedere al quinto. Cos'è cambiato? Niente. Fatuo combattente scenico, dal gradevole tennis mancino, tutto angoli, bombarde e saette. Scopertosi perdente di valore lo scorso anno a Melbourne, è riuscito a confermarsi virgulto da top 10/15. Autentico virtuoso della sconfitta acrobatica. In sintesi: "Anvedi come gioca Nando, è proprio la fine der monno, ammazza come perde ben. E ammazzelo, chi è!".
Italtennis: s.v. Non pervenuti. Turchi, polacchi, ciprioti, e persino Irlandesi, vincono partite. Frotte di uzbeki e kazaki, rimpinguano secondi e terzi turni. A raccontare i freddi risultati dei nostri, si rischia di passare per sovversivi che godono, nello sparare sulla crocerossa. Da New York, gli impavidi eroi italici, erano tornati in patria, con un bel set all'attivo. Tondo-tondo. In Australia, di set ne raccolgono addirittura due. Merito esclusivo della feroce tigre assassina montanara, Andeas Seppi, con la sua bella espressione di chi è morto da due giorni, e ancora non lo sa. Bolelli e Starace, sbertucciati da due francesi delle retrovie, che non giocherebbero nemmeno nella quinta nazionale di Davis transalpina. Ma per il nostro piccolo Federer di 25anni, il master di Londra è dietro l'angolo. Come bibbitaro. Fognini da i numeri neanche fosse McSafin de noantri, affettato dalle volèe dell'americano rattoppato, Taylor Dent. Lorenzi, al suo esordio, non poteva molto contro un gran Baghdatis. La prossima volta andrà meglio. Perchè peggio, è difficile pensare. Quello è il segreto.
Donne
Serena Williams: 9. Tyson in gonnella, la più feroce e cruenta delle Williams, non delude, confermando il suo ruolo di truculenta numero uno. Sopravvive, gentilmente rimessa in vita dalla pavida bielorussa Azarenka, nei quarti. In finale, soffre, stringe i bicipiti spaventosi, digrigna la mascella e spalanca le nari fumanti. In un match tirato e nervoso, bardata come una reduce del Vietnam, argina le magnifiche geometrie di Justine Henin, spuntandola per k.o. tecnico al terzo set.
Justine Henin: 8. Rientra dopo 18 mesi impiegati per sposarsi, divorziare e curare i geranei. E niente sembra cambiato. La sua classe cristallina, emerge nitida, malgrado un tabellone che sembrava un sentiero di guerra, irto di mine anti-uomo (o anti-tennis). Le manca l'ultimo guizzo, crollata psicologicamente nel terzo set, al cospetto dell'erculea Serena. Ma è un personaggio ritrovato. Boccate piene d'ossigeno e tennis autentico, per la wta agonizzante.
Na Lì. 7. Esponente di spicco dell'impero cinese, all'assalto del tennis. E di quella Cina che non è soltanto involtini primavera, esecuzioni sommarie e disprezzo dei diritti umani. Na Li gioca un bel tennis piatto, scolastico, ma fastidioso. Brava nel crederci e rimanere attaccata al match, contro Venus, attendendo lo spiraglio buono. Che puntualmente arriva. Non può niente contro Serena, ma è sempre lì.
Zhenh Jia. 6,5. L'altra cinese, aveva già raggiunto una semifinale di slam, a Wimbledon 2008. Prima di tornare nel dimenticatoio. A suon di stridule urla di guerra perfora timpani, ed un artigianale tennis all'arma bianca, fa fuori Martinez Sanchez, Bartoli e Kirilenko. Niente di speciale. E infatti raccoglie una lezione tennistica, un game ed una busta di lupini, da Justine Henin.
Venus Williams: 5. Venere è oramai avviata verso un triste finale di carriera. Così sembra. Senza voler intonare in anticipo il "de profundis", da tempo, mostra doti antiche solo sui prati di Wimbledon. Sonnecchia, ma riesce comunque regolare Francesca Schiavone. Si lascia ingabbiare nella rete di Na Li, con gli occhioni da cerbiatta spaesata.
Victoria Azarenka: 6-. La nostra Linda Blair posseduta da Belzebù, gioca anche un bel tennis geometrico, con un pregevole rovescio bimane. Peccato che la bionda valchiria bielorussa, mostri al mondo anche la sua indole da invasata posseduta. Gote violacee e livide d'odio, nitriti raggelanti, urla isteriche e racchette sbattute in terra, neanche fosse uno scaricatore di porto, ebbro di vino in cartone. Avanti 6-4 4-0 contro una Serena già sotto la doccia, inizia a tremare, scomporsi, urlare, e ovviamente, perdere.
Nadia Petrova: 6+. Volendo lasciare da parte il girovita da massaia emilana che pialla la pasta sfoglia, ed un fisico da minatore barbuto, Nadia picchia forte, e gioca un grande torneo. Rimane il quinto mistero di Fatima, come sia riuscita a lasciare un miserevole game a Kim Clijsters. Conferma l'orrido stato di grazia facendo a fettine Svetlana Kuznetsova, e giocandosela quasi alla pari con Justin Henin.
Maria Kirilenko. 6. Che l'altra Maria di Russia fosse assai bellina, si sapeva. Che sapesse anche giocare un pò al tennis, è una novità assoluta. Fa felici i feticisti del rantolo selvaggio, già in lutto per la dipartita (sportiva) di Masha Sharapova. E proprio contro la più famosa connazionale, inizia ad emergere la sua stellina pallettara. La batte in tre set, in un match urlante, che pare giocato in una sala parto, tra due gestanti svitate. Regolarista, monotona, e leggera (rispetto ad alcune sue connazionali orche), approda nei quarti. Ridicolizzata dalla Zheng. Per dire.
Kznetsova: 4,5. La randellatrice folle, con grazia da giavellottista della Ddr anni '80, si abbandona alla sconfitta, contro la più ordinata e riflessiva (per un nano-secondo) Nadia Petrova. Da rivedere. Purtroppo, aggiungerebbe uno piuttosto malvagio.
Kim Clijsters: 4. Va oltre l'umana spiegazione, il blackout mentale, ed il game raccattato con Nadia Petrova. Rassegnata, fallosa, assente. Da rivedere, si spera. Magari non dovendosi interrogare sugli spiriti fluttuanti nell'aere.
Yanina Wickmayer: 6,5. Il giovane armadio a quattro ante belga, rimane la sensazione emergente della Wta. Fisico muscolato ed atletico, gote rubizze e badilate furiose a tutto spiano. Greve e rudimentale, se qualche luminare le insegnerà le regole basilari della tattica tennistica, la ritroveremo ai vertici assoluti, per un decennio buono. Parte dalle qualificazioni, demolisce una rassegnata Flavia Pennetta, regola la volenterosa Sara Errani, e si arrende solo alla maggiore classe e proverbiale sagacia tecnico-tattica della connazionale Henin.
Francesca Schiavone: 6,5. Un peccato sia oramai sulla via delle trenta primavere. A suon di taglia, cuci, affetta, liftoni a go-go, back, attacchi e volè, ridicolizza il tennis sempre uguale di Agniewska Radeanska. Per un set, pare addirittura poter usufruire di una Venus dormiente. Di gran lunga la nostra migliore interprete, in Australia.
Dinara Safina: s.v. Ingiudicabile. La nostra Dumbo con gli occhioni smarriti di Bamby, si arrende al colpo della strega. Neanche fosse una massaia di Cinisello. Dinara continua ad essere la lampante prova deambulante, che la teoria dei cromosomi è solo un inganno, inventato da medici folli. A proposito, Marat, dove sei?
Elena Dementieva: 5,5. L'esangue russa, ha la gran sventura di trovare Justine Henin al secondo turno. E si batte col proverbiale ardore, di chi poi le partite le perde sempre. Con un sorteggio più fortunato, l'avremmo ritrovata in semifinale. Vincere, rimane un altro sport.
Maria Sharapova. 4. Da tempo ridotta a spettro urlante di una ex tennista. A nulla serve il vezzosissimo vestitino premaman, progettato da un pool di stilisti, simili a scienziati della Nasa con disturbi della mente. Sul campo è la solita statua di gesso. Immobile, fastidiosamente rumorosa, prevedibile e fallosa. Cede alla sua emula Kirilenko, che tanto per ostentare un giudizio tecnico, mi è parsa più bionda e graziosa.
Ana Ivanovic: 3,5. Ennesima dissennata prestazione. Sparacchia una ottantina di errori gratuiti alla "valapeppone", ed esibisce una cinquantina di pugnetti e balzelli da anitra isterica. Non si diverte più, dice, la povera serbiatta lagrimante. Figurarsi chi assiste ai suoi ultimi scempi.
Jelena Jankovic: 4-. Cloppete-cloppete, sgroppa convinta di essere la più forte tennista di tutti i tempi. Oltre che di una bellezza abbagliante. Mai un vincente, recuperi, spaccate e sguardi volti al cielo, come a trovare mistiche risposte, al niente. Basta una Bondarenko a caso, per ridicolizzare il suo regolarismo falloso.
Flavia Pennetta: 5,5. L'oscar della iella, le aveva dato in dono, la poco rassicurante sagoma di Yanina Wickmayer. Lei, confida di sapere come fare a batterla. "Variare", afferma con sicurezza. Ma la differenza tra idea e azione, continua a dirigere malvagiamente le sorti del mondo. E la povera Flavia, ne esce con le ossa rotte.
Italtennis: 7. Il resto della truppa italiana, vende cara la pelle. Le nostre ragazze, prima di abbandonare il campo, non lasciano niente d'intentato. Le rivediamo quasi tutte al terzo turno. Sara Errani (6,5) si arrende solo alla Wickmayer, Tahiana Garbin (6,5), trentatreenne esempio di abnegazione, cede alla Azarenka. Robertina Vinci (6), incappa in una giornata storta, perchè una con la sua manina deliziosa, potrebbe tranquillamente venire a capo delle pallate leggere di Maria Kirilenko. Alberta Brianti (6), esce con onore, contro la Stosur.


Post che ho scritto e pubblicato anche per tennis.it

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.