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giovedì 23 settembre 2010

THOMAS MUSTER, IL RITORNO DEL LEONE SDENTATO


Sono passati sei anni da quel maggio 2004. Ero uno dei fortunati, in una serata da vecchi lupi, ad assistera ad un match elettrizzante, indimenticabile ed avvincente. Federer? Agassi? Nadal? No, McEnroe e Muster. I due si affrontano nel torneo di veterani giocato in contemporanea con gli Internazionali, e nobilitato sul campo centrale. John McEnroe 45 anni di genio ormai brizzolato, e Thomas Muster 37 anni di forzuta ed ossessiva voglia di recuperare ed arrotare palline in modo compulsivo. L'attempato genio ribelle qualche giorno prima aveva rifilato un eloquente 6-1 6-0 ad Omar Camporese, imbolsito italiano di 34 anni, che non correva da professionista, figuriamoci come ex. Il vecchio leone dal mancino tennis muscolare, aveva invece smesso pochi anni prima, ma anora in condizioni fisiche eccellenti. Ricami e merletti da una parte, forzuto tennis da automa dall'altro. Qualcuno stenterà a crederci (o forse no), ma quel match è rimasto nei miei ricordi, più di una finale romana tra Federer e Nadal, due anni dopo. Che volete farci, le rotelle mi girano all'incontrario.
Malgrado l'infida terra, il clima da tregenda e la maggior "giovinezza" dell'avversario, Supermac regge alla grande. Servizio e volèe su prima e seconda, attacchi in contro tempo, parabole accarezzate e rantoli da indomito combattente. E le solite scenate da istrione pazzo. Non solo regge, ma vince persino il primo set. E non lo vince semplicemente, domina a suo modo lasciando le briciole ad un'avversario ridotto ad inerme fascio di muscoli avviliti. Stringe il pugno e lancia un urlo triviale. Ma il biondo austraco non ha nessuna intenzione di mollare, e continua a correre e congegnare i suoi tremebondi arrotoni a tutto braccio da un lato all'altro del campo, come inguardabile macchina crivellatrice. E' un match di esibizione, direbbe qualcuno. Ma non ha visto quei due, per cinque minuti. Provato a cogliere i loro sguardi. Le parole, quasi insulti e smozzicate frasi intimidatorie che si lanciano.
Il genio americano cala inevitabilmente, ed il confronto diviene equilibrato, di un'intensità eccezionale, come sfida estremizzante di ogni cosa. Eccolo un altro servizio mancino, la volèe stoppata su cui l'austriaco si lancia come un treno. Grugnisce di orrenda sofferenza anche quando corre. La arpiona quasi col telaio e l'altro, appostato come un giaguaro, chiude con una rasoiata rabbiosa. Mac ha sei match point. Alla fine saranno nove, dieci o centoventisei, ho perso il conto. Ma cede il secondo al tie-break ed il terzo pe 10-6 al super tie-break. Il genio ha la faccia furibonda. Il triste ricordo della maledetta finale parigina datata 1984 che ritorna, rivestito di quell'infida, stregata, argilla rossa. Lo stesso, medesimo, implacabile scenario. Un dipinto di esondante tennis lascivamente annichilente e superiore, prima che l'altrui muscolo prenda il sopravvento, inesorabilmente brutto. Lì era il metallico e gelido robot Lendl, qui il terminator austriaco. Quì un'esibizione, lì la finale di uno slam. Ma che differenza fa, in fondo.
Dopo quella partita, elaborai alcune illuminantissime teorie che meriterebbedro d'esser prese in esame dai giudici svedesi del Nobel "per qualche cosa". Senza gli 8 anni di differenza, avrebbe vinto il braccio sul fisico. A parità di età "avanzate", l'austriaco poteva mettere insieme un game, forse due. Ad età invertite, con Muster 45enne e Mac 37enne, nemmeno avrebbero dato il nulla osta per una gratuita carneficina. Riflessioni semplicisticamente incontrovertibili, che richiamano con sinistra puntualità la teoria del "talento". Quella strana parolina che ognuno pensa di interpretare come crede. Che sia la naturalezza di un gesto, o la devozione al lavoro. Persino. Ne farò un pezzo a parte, se me ne ricordo. Con simili elucubrazioni anticipavo le ormai note berbere disfide tra tifosi di Nadal o Federer, nelle quali sono coinvolto più di un dibattito sul tipo di mutande che indossa La Russa o il nome dell'ex presidente del consiglio finocchio passivo della Dc. Fin troppo agevole dimostrare come l'età ed il naturale logorio fisico tolgano proporzionalmente di più a chi fa del tennis una mestieranza di fisicità esondante, lavoro massacrante e allenamenti certosini. Agli altri, a coloro che posseggono insita la naturalezza del gesto tecnico, queli che si allenavano palleggiando cinque minuti, rimane pur sempre il braccio. Naturale ritenere che un Petr Korda (che ne abbia ancora voglia) possa tranquillamente vincere delle partite tra professionisti, passata la quarantina. Allo stesso tempo ovvio considerare come la più folle delle eresie, un Muster ultraquarantenne capace di sprigionare la stessa forza dirompente contro giovani virgulti. Muster ancora in campo dopo i 35, mi appariva l'antitesi mortale di ogni mia crededenza sul talento tennistico, la naturalezza ed altre similari amenità dello spirito. L'unica cosa che mi sentivo di escludere a priori, senza alcun dubbio. Sono infallibile nei miei vaticini. Io le sibille cumane me le scoperei all'impiedi. A volte delle cose non si verificano, ma solo per coincidenze malvagie. Quelle maledette sibille sono delle amazzoni, virago inaccessibili.
E infatti. Notizia di qualche mese fa, Thomas Muster rientra nel circuito professionistico a 43 anni. Lui che beccava legnate inaudite anche nel senior tour. Decide di volerci riprovare. Forse conscio di un livello di gioco inpresentabile, cominciando dai challengers. La prima domanda che balza alla mente è: "ma perchè?". Qualsiasi ritorno è capace di destare curiosità, si riveste di un fascino epicamente coinvolgente. Un'emozione fine a se stessa, che accarezza inevitabilmente il labilissimo confine tra le eroiche gesta di uomini valorosamente indomiti ed il patetismo avvilente di un derelitto uomo anziano, che non si rassegna all'età. Marck Spitz, il più grande nuotatore di tutti i tempi, passata la quarantina provò invano a cimentarsi con ventenni scatenati, e lo squalo degli anni '70 venne ridotto ad una qualsiasi triglia che si dibatteva lenta. Troppo lenta per i tempi che passano inesorabili. Rimanendo al tennis, una ventina d'anni fa ci provò anche Bjorn Borg, uno dei più grandi protagonisti dell'era open. L'orso svedese, nel coinvolgente scenario monegasco, decise di rientrare. Sette anni dopo e con una racchetta in legno divenuta ormai anacronistica, come quei biondi capelli fluenti raccolti dalla vecchia fascetta. Una grottesca macchietta di se stesso, che non riuscì a raccogliere più di cinque games dall'inguardabile ronzino terricolo Arrese. Qualche patetico dollaro e nemmeno una vittoria negli altri tornei giocati i due anni successivi.
E' dello scorso anno il ritorno della deliziosa Kimiko Date Krumm, dopo tredici anni di assenza. La valorosa nippo tascabile è riuscita a rientrare tra le prime 50 ed a vincere persino un torneo professionistico, lo scorso anno, a trentanove primavere. Thomas ci prova, dopo 11 anni di assenza, ma senza una possibilità su mille di ripercorrere le stesse orme. Il tennis facile e leggero della samurai giapponese che sfrutta i colpi altrui quasi in controbalzo, le garantisce ancora una discreta competitività, malgrado gli anni. Thomas invece, secondo pronostico, fatica. Anche al livello "low cost" dei challenger, contro avversari oltre i trecentesimo posto in classifica. Dall'imbarazzante esordio, passando per Kitzbuhel dove perde con decoro e niente più da Dustin Brown, fino alla sconfitta con Gianluca Naso (due bei dritti messi insieme per nominarlo nuovo fulgido talento italiano) a Como. E qui si è scatenata la (purtroppo) lucida follia morta degli italianisti. In molti, non conoscendo nemmeno la levatura del tennista in questione, l'interesse che può muovere la presenza di un ex numero uno al mondo e campione del Roland Garros, hanno cominciato a sbraitare scomposti. Perché dare spazio ad un vecchio ex tennista, quando ci sono tanti ragazzi italiani che meriterebbero di entrare in tabellone? E snocciolano una serie di nomi improponibili. Due secondi dopo sono lì, che si agitano contestando la federazione italiana, rea di mantenere i nostri giovani nella bambagia con tornei e torneini, senza "costringerli" a guadagnarsi la pagnotta all'estero. Essi sono chiaramente vinti da un morbo pestilenziale al cervello, inutile dargli peso più di tanto. Tra l'altro il vecchio leone sdentato in disarmo ha consentito ad un italiano di vincere una partita in un challenger (evento non da poco). Vaglielo a spiegare.
Ma tornando a faccende più serie (figurarsi le altre, direte) quello che sembrava un ritorno impossibile, per Muster si trasforma sempre più nettamente in via crucis atroce. Notizia di due giorni fa, Thomas Muster riesce a vincere la sua prima partita, contro un giovane wild card locale oltre la cinquecentesima posizione, nel challenger di Lubiana. Poi perde nettamente da Alessio Di Mauro, raccattando cinque games, come cinque noccioline. Il siciliano è nient'altro che un onesto lavoratore del tennis, che con mezzo talento di un Bolelli avrebbe fatto dieci anni da top 30.
Ma Thomas, indomito (ottuso?), non si rassegna. Pronte altre wild card da chiede in giro per l'Europa. Un po' mi solleva il fatto che l'austriaco non ottenga risultati. Perché quelle snerchiute credenze, in fondo, non erano sbagliate. E' solo l'attempato austriaco ad essersi intestardito in un tentativo contro ogni logica fisica. Colui che vent'anni fa lavorava sei ore al giorno come un condannato ai lavori forzati per rimanere a livelli d'eccellenza, non può certo competere con la freschezza di giovani modesti ed aitanti giovanotti. Non ha mai avuto il braccio, ora non ha il fisico. O meglio ha un fantastico fisico da 43enne. Magari è solo per fare qualche sgambata, per testare la sua soglia fisica, per divertimento o voglia di agonismo e competizione. Chi può dirlo. Difficile pensare possa arricchirsi con passerelle nei challenger, lui che (dicono) non abbia bisogno di soldi. Ma in fondo è quell'alone di surreale utopia che va contro le leggi naturali, a destare curiosità. Ed impegnandosi un po' con l'immaginazione, ad evitargi una ricaduta nell'atroce spirale del patetismo sportivo.

L'ITALTENNIS SI ARENA NELLA TUNDRA


Lidkoping l'Italia fallisce il ritorno nella serie A di Davis, dopo dieci anni. Contro un Soderling ingiocabile per tutti i nostri e l'impresentabile Vinciguerra, il doppio è risultato decisivo per l'intero confronto, e con esiti nefasti per i colori azzurri.

Simone Bolelli: 4. Sempre con quel fantastico incedere ed atteggiamento di chi ha appena mangiato una sontuosa "amatriciana" e come maggior obiettivo di giornata anela uno stuzzicadenti per pulire la dentatura. Barazzutti lo piazza in doppio, dove il gran talento di Budrio sciorina il solito bel tennis senza gambe e piedi. Qualche bel dritto, poi una sequenza imbarazzante di aberrazioni "volleanti", con gli stessi riflessi saettanti di una lumaca artritica. Reattività e movenze da soldatino in terracotta con lo sguardo triste. Dopo due ore si spegne anche fisicamente, al cospetto dei due attempati svedesi che in due fanno settant'anni. Sorge il dubbio che avrebbe ceduto alla distanza e di puro fisico persino all'invalido civile Vinciguerra. Il capitano lo schiera anche nel singolare della disperazione disperata e disperante contro Soderling, e lui lo affronta col solito cipiglio agonisticamente comatoso. Trattato come semovente bambolina del luna park dal boscaiolo della tundra. Ma lì c'era poco da fare, il vero delitto rimane il doppio. Senza fisico, Leconte faticava a stare tra i primi 5. Lui esita a rientrare tra i primi cento. Tutto nella norma. Ma forse ha ragione Paolo Canè, che dalla cabina indica la via maestra: "Qualcuno deve provare a riaccenderlo.". Già, chi?
Potito Starace: 6. Quasi superfluo elencarne le doti di gran generosità, professionalità ed attaccamento ai colori azzurri. Dal campano sai sempre quello che puoi aspettarti. Gli basta il minimo sindacale per avere la meglio sullo spettro Vinciguerra. Quasi da solo prova a dare il punto del doppio all'Italia. Cerca invano di prendere per mano un Bolelli che in coppia risulta dannoso non solo per se stesso, ma anche per gli altri. Per un crudele gioco della vita, proprio lui che aveva tentato di mascherarne gli atroci disastri, gli cede il posto nel singolare decisivo. Altro pradosso, persino con un pizzico di logica motivazione. In questo week-end ne ho contati almeno tredici.
Fabio Fognini: 4,5. Un set a Soderling non lo strappavano nemmeno tutti e cinque (compreso lo scattante Barazzutti) fusi in un'unica pesona grazie al rituale magico del dragone di Okuto. Figuriamoci il solo Fognini, sul veloce. Meglio un mediocre ambizioso, di un mediocre rassegnato. E' una convinzione mortale che conservo malgrado tutto, ed in cui si fa fatica ad inquadrare il "caso Fognini", se non per il lodevole tentativo di sottrarsi alla sindrome di provincialismo italico. Il modo in cui cede allo svedese, rasenta l'inverecondia sportiva. Da mettere per sei ore a palla Giorgio Gaber che intona "io non mi sento italiano". Risolino contagiosamente urticante, passo da bullo lobotomizzato, aria tronfia di chi si sente superiore anche all'aria che osa insinuarsi nelle sue nari. Gioca come stesse tirando di tamburello con le infradito sulla spiaggia di Gabicce mare. "Starà dominando, e non resiste alla fanciullesca tentazione da numero 71 al mondo di esibire risolini e sguardi di commiserazione verso il modesto avversario semidilettante?". Si chiederebbe un qualsiasi uomo mediamente sano di mente, entrato in visione a match iniziato. No. Il punteggio recita 6-1 6-3 4-1 per Soderling, numero 5 al mondo, che dà quasi l'impressione di non voler infierire su quella curiosa macchietta di se stesso. Un meraviglioso paradosso vivente. Se Fognini avesse il talento tennistico di Kohlschreiber (mica di Safin), lo ammireremmo volare nell'aere come un dirigibile. Qualcuno dovrebbe spiegargli dove viviamo, cosa facciamo, chi siamo, dove andiamo. Il giorno dopo i compagni giocano punto a punto il decisivo match di doppio. Lui smanetta col cellulare e ride di gusto. Chi lo ha soprannominato "pazzo", non conosce la differenza tra pazzia e disconnessione protervica dalla realtà. Chi lo dipinge come "genio e sregolatezza", una specie di Cassano pallonaro, deve rivedere il concetto di genialità. Il ligure ha un buon talento da primi 50 al mondo, una discreta facilità pigra nei colpi, ma di "genialità tennistica" nemmeno l'ombra. Lui non è Cassano, ma un buon Lanzafame che crede d'esser Cassano. Anzi, Maradona. E' lì la piccola differenza.
Corrado Barazzutti: 6. Non c'era molto da inventarsi per poterla vincere o perdere con una estrosa trovata da capitano coraggioso. Nessuno dei nostri (ad eccezione del Bracciali 2007) aveva una chance di strappare un set a Soderling, su questi veloci lastroni di ghiaccio. Tutti gli italiani, compresa una ventina di onesti ragazzi rimasti a casa, potevano demolire quella "cosa mancina" chiamata Vinciguerra. In una situazione simile, le uniche scelte capaci di influenzare il risultato erano quelle del doppio. Lui opta per la conservativa scelta Bolelli/Starace, sperando che il valore individuale nettamente superiore dei nostri potesse prevalere sulla maggior specializzazione dei due figuranti scandinavi. Viste le condizioni di un Bolelli che faticherebbe anche a giocaresela in un senior tour over45 ed i cui riflessi elefantiaci rappresentano l'antitesi assoluta del doppio, forse si poteva rischiare Daniele Bracciali. Benché in calo, difficilmente l'aretino avrebbe offerto lo spettacolo inerme della statua di Budrio. Anzi, poteva garantire qualche soluzione offensiva ad un doppio ancorato a schemi atrocemente difensivi. Paradossalmente condivisibile scelta di coraggiosa disperazione quella di preferire Bolelli a Starace, nella sconfitta con Soderling (sconfitta già data all'Ansa due ore prima dell'inizo del match). Un ribattitore narcolettico per contrastare un servizio devastante. Sperando solo in una sua ritrovata vena al servizio (è vero o no che la potenza dei colpi da fermo nei boxeur 50enni rimane immutata?). Per portare, nella migliore delle occasioni, un set al tie-break. Vana utopia.
Daniele Bracciali: 7. Vien da domandarsi cosa lo abbiano portato a fare in Svezia. Ad ammirare il desolante tramonto rossastro delle lande svedesi? O forse per illuminare la scena grazie ad impareggiabili gemme che elargisce nelle interviste da bordo campo: Un continuo "speriamo che l'altro ci dia una mano...", fino al geniale "Soderling ha servito davvero incredibile!". Eppure in doppio poteva dare il suo bel contributo. Certamente più di questo Bolelli.
Andreas Seppi: (era prontissimo, lui). Le sfolgoranti evoluzioni di Bolelli e co. sono talmente estremizzanti da far aleggiare nell'aere il reprobo fantasma formaggino di Andreas Seppi. Lui che dopo l'imbarazzante prestazione a New York, in un picco di genialità surreale da teatro dell'assurdo "beckettiano", si era detto "prontissimo". Con lui avremmo avuto una morte differente. Gli appassionati italiani, almeno in quello, hanno diverse opzioni.
Robin Soderling: 7. E' numero 5 al mondo, su una superficie così rapida anche qualcosa in più. E finchè non si darà altra formula alla manifestazione, una nazione che può contare sul numero 5 al mondo merita di stare in serie A più di una squadra piena di medi tennisti. Gioca da campione vero. Servizio devastante e dirittoni demolenti. Attento anche a non strafare, perché contro i due azzurri incapaci di metter due palline in campo nello stesso scambio, non c'era bisogno di piagiare sull'acceleratore. Concentrato ma non troppo (vuoi rimanere iper-concentrato giocando contro Fognini?) va a sedersi sul 40-15 provocando l'ilarità compiaciuta del nostro angolo. La vittoria del doppio lo salva dalla gogna, perché il (presunto) rifiuto di giocarlo poteva costare caro.
Lindstedt/Aspelin: 6,5. Danzano in prossimità della rete come due attempate ballerine monche. Doppisti mestieranti di lungo corso in quello che è quasi un altro sport. Rispettivamente, 33 e 36 anni. Meno peggio il primo, recente finalista a Wimbledon. Mentre Aspelin dà l'impressione di apprensivo tremolio nell'affrontare la volée, tipico di chi faticherebbe anche ad affondare un cucchiaio in un piatto di semolino e pancotto. Confermano pienamente quella che è una delle riflessioni dottrinarie più avvincenti sul tennis: Due top 50/100 normali, adeguatamente motivati, valgono più di due doppisti nella top 30 di specialità, che in singolo non passerebbero nemmeno un turno in un futures. Se poi si aggiunge che i due non avevano nemmeno un grosso affiatamento, il destino per loro sembrava segnato. I due italiani riescono a sfatare anche questa credenza. Dopo due set crollano fisicamente (nella persona di Bolelli) lasciando il campo alla freschezza dei due svedesi, di quindici anni più anziani. Altro paradosso inquietante di questa Italia da serie B.
Andreas Vinciguerra: 4 (a chi non gli concede la pensione d'invalidità). La colpa non è sua, ma di chi lo ha messo su un campo. Il 29enne svedese con padre italiano emigrato in scandinavia per fare il pizzaiolo, è evidentemente un ex tennista. Una carriera iniziata con grandi speranze e prospettive. La vittoria a Wimbledon jr. e il primo torneo atp vinto a 18 anni. Quando ancora non ne aveva 20 era già a ridosso dei primi trenta al mondo e con tre trofei in bacheca. Un evento che in Italia sarebbe accolto da dieci giorni di festa nazionale annesso spettacolo di fuochi pirotecnici. Poi però, solo una serie di infortuni e una carriera da intermittente comprimario. Famoso più che altro per aver abbandonato il campo lo scorso anno a Cordenons, logorato mentalmente dal Demonio Koellerer (per dirne il triste livello). Andreas ora gioca pochi match in tutto l'anno, e si è riciclato come Davis-man tappa buchi. Evidentemente menomato fisicamente e senza il ritmo partita. Contro Starace è una sequela avvilente di servizi e maldestri tentativi di accelerazioni mancine morte a mezza rete. 6-2 periodico da Starace sul ghiaccio vivo predisposto dagli svedesi, vale più che una perizia di invalidità civile.
Thomas Enqvist: 6. Con quell'acconciatura da giovin stellina diciottene di una boy-band, l'espressione assente ed impermeabile alle emozioni, quasi non ci si accorge che è stato ad un game dalla lapidazione e feroce linciaggio morale in salsa scandinava ("non sei stato mica bravino!" gli avrebbero rimproverato). Dati per scontati i due punti di Soderling, presenta l'impresentabile (Andreas Vinciguerra). Non è certo colpa sua se la Svezia è incapace di produrre una spalla decente a Soderling. Forse Prpic (mica quello buono che giocava il doppio assieme ad Ivanisevic)? il giovane Daniel Berta, facendogli fare esperienza? Se proprio bisognava vedere un ex, perché non il 54enne orso Borg? Oppure l'esplosiva Victoria Silverstedt? Il vero rischio è rappresentato dalla scelta (sua o meno) del doppio. Soderling sta al doppio come un leghista al governo di un paese che non riconosce come tale, ma su una superficie così rapida rinunciare ai suoi due ace per game ed alle bombe a rimbalzo, contro una coppia, quella azzurra, che interpreta la specialità come due inguardabili singolari giocati dal fondo, è parso atto di masochismo volontario. Lo salvano per un pelo i suoi specialisti, ed il mezzo suicidio azzurro.
L'immagine più bella: I supportes italiani. Immensi. Saranno stati quattro o forse cinque. Con la parrucca tricolore facevano più baccano dell'intero palazzetto. Una serie di cori elettrizzanti, che paiono una feroce presa in giro, solo provassero a guardare in faccia o conoscessero un minimo gli azzurri. Da Starace esortato a tirare la bomba di servizio, a Bolelli incitato a lottare come un leone, fino all'emozionante "siamo noi, siamo noi, i campioni siamo noi...", rivolto ad una squadra in serie B da dieci anni. Mancava un incitamento a Barazzutti affinchè legasse la folta chioma in lunghe trecce, e poi il teatro dell'assurdo era completo. C'è da chiedersi chi li abbia ingaggiati o se fossero dei residui del pubblico di "Forum".
Gherarducci/Canè: 6,5. Orfani dell'unico spettacolo avvincente della Davis (le mirabolanti e logorroiche perle d'isipienza maramaldeggiante del Fabretti), v'era gran curiosità nel vedere come la tv sultanica avrebbe trattato questo sport di cui si è innamorata d'improvviso. Tra dirette lampo e match in differita, chi accende il televisore domenica vede scampoli di tennis solo con Flavia Pennetta, bardata come una vamp, ospite al gran premio spagnolo di motociclismo. Gherarducci si limita al professionale minimo, lasciando lo scettro allo spettacolo di ruspante rutilanza esibito da Paolo Canè. Qualche gemma, ascoltata e passant e lucidissime verità mascherate da battute, con cui si riesce a passare sopra al fin troppo stucchevole richiamo al doppio fallo "straniero": "Molto meglio il capitano Enqvist, anche adesso, di questo Vinciguerra...". Basta vedere il livello di gioco che Thomas esprime nel senior tour, per sottoscivere pienamente. E ancora sul povero Andreas, "mai visto uno svedese più scarso di questo". Sempre lucidissimo, mentre il doppio svedese si appresta a servire per il match: "Chi batte, quello buono (Lindstedt) o quello scarso (Aspelin)?" Poi arrivano le dotte considerazioni/consigli di vita a Bolelli: "Eh si, puoi andare a tutto braccio, ma se non hai quelle cose lì sotto (le gambe?) che si muovono...", verità inconfutabili, "Non voglio parlar male di Simone, ma deve essere più reattivo a rete...". Chiosa senza mezzi termini, "Il ragazzo va riacceso, lo vedo spento anche come persona...io mi riicordo bolognesi diversi.".

mercoledì 15 settembre 2010

US OPEN 2010: "IL REGNO DEL TERRORE DI NADAL"




Rafael Nadal dominatore assoluto. Niente può un Djokovic svuotato dall'impresa con Federer. Murray nuovamente versione ameba, crisi americana. Continuano le tragiche avventure de "I 4 cavalieri dell'apocalisse" italica. Le pagelle



Rafael Nadal: 8. Vince il terzo Slam consecutivo nella stessa stagione, in un 2010 da incorniciare. Quello che ancora mancava al suo palmares, Flushing Meadows. A chi non piaceva la monarchia elvetica, ecco servito il regno del terrore iberico. Raggiante dichiara che finalmente i problemi al martoriato ginocchio sono alle spalle. Nessun losco intruglio a base di lucertole masupiali tritate, code di bisonte indiano e unghia di unicorno bianco. Merito di illuminate iniezioni di proprie piastrine nella zona ferita. Nulla di sconciamente proibito. Tutto lecito se effettuato in una singola zona del corpo o a macchia di leopardo. Ma non ditelo a Zeman, però. Tutto di nero nei match notturni o ombrati da nubi funeste e di un giallo catarifrangente col sole a strapiombo quasi volesse ancora nascondersi come nei due tornei di reparazione, per poi guizzare come una belva assetata di sangue. Il maiorchino ha crivellato ogni avversario. Due, tre, quattro disumane sventole, sempre prodigiosamente riprese e rimandate dall'altra parte con effettacci diabolici e ritrovata profondità. E pressante aggressività quando serve. Poco da dire, in queste condizioni fisiche lo spagnolo rasenta l'imbattibilità anche sul cemento. Pioggia, sole, vento o un principio di tornado, al limite gli scompongono la chioma sempre più simile ad un inquietante nido di chiurlo. Altro conto è se possa mantenere questo livello inumano oltre due settimane. Difficile prevedere uno che è riuscito a smentirci più di una volta. Un po' ci si mette anche la ritrovata buonasorte a sgomberargli la strada. Fortuna travestita dall'insipienza dei presunti avversari che si autoeliminano come tacchini. Ma mai successo fu più netto e senza appello.


Novak Djokovic: 7,5. "Se Djokovic vince Flushing Meadows vado in esilio in Indocina, dove vivrò facendo il guidatore di bighe orientali", ebbi a scrivere tre giorni fa. E per mettermi ansia, quello s'impegna sul serio a fare il tennista. Forse invidioso per le iniezioni al ginocchio iberico, si sarà fatto stillare piastrine ossigenate nelle meningi. In semifinale contro Federer mette da parte quei fronzoli di contorno da mediocre guitto o semi-personaggio del wrestling prestato alla racchetta (qualcuno aveva ancora dubbi sull'innaturalita studiata di certi siparietti?). Un toro di Pamplona fumigante ed eccitato col pepe di cajenna. Potenza e fisicità dirompenti e senza tregua. "Toro scatenato" con la faccia atroce di Igor/Marty Feldman di "Frankenstein Jr.". Ed alla fine riesce finalmente a battere Federer dopo tre ore e mezza di lotta. Niente da fare nella finale, in cui cede a Nadal in quattro partite dopo aver dato tutto. Neanche la pioggia ed un giorno di riposo in più riescono a fargli ritrovare energie mentali, evidentemente svuotato dalla girandola emozionalmente e fisicamente devastante della semifinale. Il suo angolo però, rimane da grata dell'Ucciardone. La Cbs mostra le urla originali di babbo Djokovic sul break decisivo del match con Federer. Raggelante. Qualcosa da studiare per ammirare di più l'evoluzione sociale nelle specie animali. Ma da uno che va in giro con una maglietta su cui è stampata la "sindone" del figlio, cosa vuoi attenderti.


Roger Federer: 6,5. Altra gran battaglia persa in volata. Sembra ormai abitudine e costante del Mozart elvetico, quella di smarrirsi sul filo quando non può esibirsi nell'assolo perfetto. Stavolta si mette Djokovic tra lui e l'attesa finale con Nadal, che quasi per un sortilegio o inconscio desiderio, viene ancora a mancare. Trova un Djokovic in stato di trance psico-fisica, e lui ci prova anche. Dichiara con candore d'aver lasciato per strada i due set per preservarsi in vista della finale. Evidente ammissione di immodestia latente, che pur lasciando enormi meriti al serbo, si riscontra anche nel modo di affrontare alcuni match. Intestardito, quasi punto nell'orgoglio accetta la lotta furibonda a due mani, e di nudo muscolo contro un avversario straripante. Come spesso accade quando un villico "racchettista" prova l'ardire di rispondergli a tono. L'impressione è invece che il suo pur alto livello non possa nulla contro simili espressioni di tennis fisicamente esondante. Poteva provare con più costanza due o tre delle milleduecento soluzioni che offre il suo tennis. Essere Federer può anche essere difficilissimo. Facile essere modesti quando ci si chiama Davydenko.


Mikhail Youzhny: 7. Come un quadro decadente, ecco un pazzo nel bel mezzo della tormenta. Fermo e piantato sul cemento, con la placida follia che rischia di esplodere da un momento all'altro. La palla scappa via, lui la osserva e quel braccio che vive di vita propria la addomestica di rovescio. Pieno, tagliato o affettato come un lascivo colpo di scimitarra, te la pone e te la serve dove desidera. Esce vittorioso nella battaglia di rovesci con Wawrinka, poi è davvero troppo Nadal. L'iberico avanti due set ed un break nel secondo, zompa come un satanasso eccitato esibendogli i pugni chiusi. Uno prova ad immaginare il trionfo totale che lo consegnerebbe alla immortae leggenda: Misha che con tutta calma depone la racchetta e chiude la questione a nude mani callose. Gli basterebbero pochi istanti per sistemare la questione. Speranza vana.


Stanislas Wawrinka: 6. Ci voleva tutta l'impalpabile essenza di Murray per fargli dimenticare un'indole da esagitato fustigatore di "mezzecalzette" e rassegnato perdente talentuoso coi più forti. O Murray incarna alla perfezione la tipologia della "mezzacalzetta", da consegnare al Devoto Oli. Fate un po' voi. La realtà è che stende il fantasma di Scozia con sferzanti frustate di rovescio meccanicisticamente congegnate nella galleria del vento Pininfarina. Tutto eccitato come un pingue torello da monta svizzero si ripete con Querrey, prima che Misha Youzhny faccia giustizia sommaria. Mezzo punto in meno per quel marchiano e chiassoso lombrosario al suo angolo. Peter Lundgren ed altri attempati ceffi semi-avvinazzati che paiono una band Heavy Metal anni '70 caduta in disgrazia, con attaccatura di fluenti chiome degna del miglior Strippoli.


Fernando Verdasco: 6. C'è tutta l'essenza di Verdasco, in questo Flushing Meadows. Rischia l'ennesimo scempio con Fognini. Pialla Nalbandian a suon di sberloni schioccanti a palmo aperto. Si costringe a recuperare due blasfemici set di svantaggio a Ferrer. Poi ancora fulminanti sbracciate che fanno ballare la rumba a Nadal. Per mezz'ora, s'intende. Poi s'arrende. Stanchezza e sudditanza. Nel mezzo, la fulgida seconda (o prima?) attività di "sciupaserbiatte" procede a gonfie vele. Pure Caroline Wozniacki pare esser caduta come una pera matura.


Robin Soderling: 6-. Quasi lesso al sole come un riottoso totano, si salva per miracolo contro Heider-Maurer al primo turno. Nei quarti, una specie di tornado tropicale abbattutosi su New York ("il Kanepi") gli sposta la palla, levando il tempo ai suoi sbraccioni di rabbia accecata. Le intemperie della grande mela non hanno rispetto del killer seriale scandinavo, che per l'omicidio perfetto ha bisogno delle giuste condizioni ambientali. E di un paio d'occhiali da miopia, ogni tanto.


Gael Monfils: X. "Muoviti come una farfalla e pungi come un'ape", diceva Mohammed Alì. Gael si muove come una salamandra impazzita e punge quanto un'istrice glabra. Qualcosa di difficilmente descrivibile. Canotta da tamarro, mutandoni-mare quadrettati e persino due simil ginocchiere a lasciar presagire quello che è il suo tennis: Brutale sevizia acrobatica di ogni cosa. Pirouette, scoordinate corse folli fino a sbattere contro i tabelloni come un pupazzo di cera ponga, rischiando la morte per sfibramento contemporaneo di ogni muscolo del corpo. E poi altre sceneggiate, finte zoppìe, il pit-stop delle scarpe logorate, le suole che stridono sul cemento come colonna sonora a quello strano sport che ha in testa. Vince scippando il quinto set a Kendrick, poi si issa fino ai quarti. Ma buon Dio, qualcuno lo fermi in tempo.


Andy Murray: 4. Ennesima puntata de "i dolori del giovin baronetto ultrà alla ricerca di quel titolo che giammai vincerà e che lentamente lo condurrà al delirio autodistruttivo". Una normale passeggiata di salute col solito perdente Wawrinka si trasforma in "nigntmare" senza fine. Ridotto in fantasma formaggino, non vede più biglia. Divelto dal tracotante svizzero minore. Senza nemmeno provare a reagire. Disarmante e impalpabile come una spora. Il suo tennis sofisticatamente tantrico ha una grande difficoltà d'esecuzione. Esige lune ispirate, ed un avversario fuori forma. Altrimenti rimane infima espressione di "barzottismo" tennistico.


Querrey/Isner/Fish: 5,5. I tre dell'Ave Maria sono il dipinto dell'insipida decadeNza. Una volta su quei campi gli americani ammiravano Sampras ed Agassi, Connors e McEnroe. Ogni paese ha la sua crisi. Noi una volta avevamo Caratti e Pozzi, ed ora nessuno.


Michael Llodra: 7. Il torneo lo ha vinto lui, secondo me. "Ormai fare serve&volley con chi ti risponde missili a 150km/h è un suicidio". Ma che bel suicidio ricercato, signori. Incurante di tutto, il trentenne francese sfida quei missili terra aria, eliminando Thomas Berdych. Qualcosa che rasenta la dolce utopia. Sevizio e volèe mancine sferruzzate. Colpi da fondo brevi e completamente privi di infestate rotazioni di moderna maniscalcheria. Affetta come il burro anche Hanescu, prima di ricadere vittima di un infortunio antico e del Male primigenio (Robredo).


Benoit Paire: 6+. Vince 7-6 al quinto con Schuettler (sempre lui, inestirpabile incrocio tra ortica e gramigna). Dopo essere stato sotto di due break e 5-2 nel quinto, ma anche avanti di due set. Poi avanti due set a uno con un break di vantaggio nel quarto, cede di schianto a Feliciano Lopez. Insomma il giovanotto possiede tutti i crismi per diventare futuro adepto della setta di ispirati attratti dalla vittoria/sconfitta tormentata. Poi leggi che il suo idolo è Marat e che a lui interessa solo fare un bel punto, e pensi che possa crescere bene.


Richard Gasquet: 6. "Ero dotato, sono dotato. A volte mi guardo le mani e mi rendo conto che sarei potuto diventare un grande pianista o qualcosa del genere. Ma che cos'hanno fatto, le mie mani? Mi hanno grattato le palle, hanno scritto assegni, hanno allacciato scarpe, hanno tirato la catena del water ecc. Ho sprecato le mani. E la testa.". Charles Bukowski non conosceva Gasquet, ma rende bene l'idea. Carne, sangue, muscoli ed un gran talento gettato via con pavida incuranza. A lui che importerà, in fondo.


Feliciano Lopez: 6. Bellissimo, malinconico ed un filo inutile come "Synphonicity", riproposizione in chiave sinfonica del delirante "Synchronicity" dei Police, ad opera di uno Sting ormai fuori come un geraneo.


Ferrer/Robredo. 6. Meglio di una puntata de "la macchina del tempo" con Cecchi Paone ad illustrarci l'evoluzione (inesistente) dell'uomo paleozoico. Il primo zappa il cemento con la mascella squadrata, va persino avanti di due set, prima che Verdasco rinsavisca e vinca al quinto. Il cavernicolo esce dal campo coi capelli davanti agli occhi e l'asciugamano serrato tra i denti. L'altro torna a sciorinare efficace tennis simile a tortura indocinese. Cadono tutti stecchiti come tafani, secchi, devastati spiritualmente da tanto orrore. Portati via in barella prima Benneteau e poi Llodra. Youzhny, che a queste cose non ci pensa, lo rispedisce a casa con due manrovesci ben assestati.


Italtennis. Non si vince una partita a New York dal 2008. L'aria piena di smog della grande mela avvizzisce i sensibili animi dei nostri tennisti, poeti, santi e navigatori (dell'insipienza più assoluta). Ci toccherà aspettare frementi che spalmino il primo turno in quattro giornate, per poter vedere un nostro indefesso eroe in campo il giovedì. Nell'ordine: Le sacre spoglie di Bolelli (4) fuori nelle qualificazioni. Starace (4,5) perde (come da pronostico) contro Almagro, gridando "I'm italian, we like terra battuta, pizza, pummarola in coppa and San Marino international tournamènt! Uè.". Fognini (6) porta ancora Verdasco al quinto, ma non gli riesce lo scalpo. Ma il must rimane l'eroico combattente montanaro, Andereas Seppi (4-). Pugnace, sanguinario ed arrembante. Voglia il cielo ce lo piazzano su un campo dove non ci sono telecamere, e probabilmente hanno affisso anche il cartello "v.m. 18 anni". L'indomabile caldarense si fare recuperare due set da Grannollers, perdendo al quinto. Dopo simile prova di forza e temperamento debordanti, si dichiara disponibile per la Davis. Ma nessuna paura, i nostri fantastici quattro cavalieri dell'apocalisse italica sbarcano immanenti nell'italica peninsula per il fondamentale Masters 1100 abarth di Genova. E nel loro habitat naturale da tennisti di provincia, eccoli appaiati tutti e quattro nelle semifinali. Mentre dall'altra parte del globo dei pazzi si giocano la seconda settimana di uno Slam. E da domani via come il vento per la sfida di Davis alla Svezia, che vale il ritorno nella serie A. Sul veloce. Sarà, ma c'è ancora chi si fa certe domande, prova a spiegare l'inspiegabile. E non è un caso che il selezionatore svedese stia seriamente pensando al 54enne Borg o a un fiordo, come secondo singolarista.

martedì 14 settembre 2010

US OPEN 2010: REGALE KIM




Kim Clijsters bissa con pieno merito il successo dello scorso anno, portando a casa il terzo Us Open della sua carriera. Adorabile isterica Zvonareva, irriducibile Venus, rimandata Caroline Wozniacki. Bocciate Sharapova e Kuznetsova. Le pagelle

Kim Clijsters: 8. Il fisico regge, e lei si regala un torneo maestoso. Vince e dimostra di essere la più forte di tutte. Certo mancava Serena, numero uno indiscutibile quando vuole e non passeggia sui vetri come Giucas Casella. Ma la più giovane delle Williams fu già battuta lo scorso anno. Come dimenticare lo sguardo omicida di Serena con le nari fumiganti e l'occhialuta giudice di linea nippo che se la fila a gambe levate dietro la seggiola dell'arbitro, tremolante come una foglia: "Voleva uccidermi! Voleva uccidermi!", gridava la sventurata. E poi non c'era nemmeno Justine, ma chissà mai se tornerà sul serio. Calma olimpica ed angolazioni geometriche, Kim viene a capo del poderoso tennis di Samantha Stosur e della ritrovata verve di Venus. Quella battaglia furibonda, invece che stancarla, deve averla persino allenata. Perché in finale esegue una sinfonia di perfezione rara. Trigonometria applicata al tennis e l'avversaria spostata da un lato all'altro, con accelerazioni di gran naturalezza e guizzi in contro tempo. Bene, insomma. Il tennis sembra salvo. Nel corso della premiazione, il presentatore, una specie di Tremonti col calcolatore in mano, le ricorda l'ammontare del premio finale: Due milioni punto duecentomila dollari. Lei sgrana gli occhi, imbarazzatissima, quasi non sapesse. Il marito sulle tribune esulta come Tardelli al Bernabeu.

Vera Zvonareva: 7+. Regalatemela per Natale.
L'avevamo lasciata lo scorso anno a New York contro Flavia Pennetta. Malferma, tutta in rosso e con le gambe quasi completamente fasciate come una passeggera del treno bianco di Lourdes, o aspirante mummia egizia. In preda a compulsiva crisi isterica si bendava e sbendava furiosamente quelle ginocchia martoriate, quasi a volersi flagellare a morte. E poi piangeva disperata. Finalmente guarita, la bella bionda dai gelidi occhioni che paiono intagliati da uno scultore pazzo, gioca un torneo sontuoso. Sempre ingobbita, scomposta e avanti tutta a testa bassa. Seconda finale di Slam consecutivamente raggiunta, senza perdere nemmeno un set. Tutto perfetto. Certo, fino alla finale. Kim Clijsters le impartisce una dura lezione di tennis, facendola correre come un burattino. E lei impazzisce. Tira randellate difensive sempre più forti, si butta a rete rischiando di sciancarsi. Gonfia le guanciotte, alza la gambetta in segno di dissenso verso il suo "io", insulta angolo e allenatore, finge un pianto, spacca quattro racchette e vince tre games. Durante la premiazione l'anchormen con una punta di perfidia le rivolge una domanda crudelmente retorica: "A Wimbledon Serena, qui Kim...". Lei serra le labbra, fa una strana smorfia col bel viso ormai color vermiglio scavato dalle fossette e gli occhioni che brilluccicano di lacrimoni trattenuti a stento. E con la voce rotta: "Io amo New York!". Meravigliosa. Ripeto, regalatemela. La voglio sul comodino, che mi esibisce quella espressione due volte al giorno. Perché la sua è un'irresistibile isteria buffa, quasi autocommiserazione. Nulla a che vedere con l'algida spocchia di altre. 

Caroline Wozniacki: 6. Il primo slam a vent'anni, e persino la piazza da numero uno che tanto ha fatto gridare all'orrore i puristi. Tutto da arraffare in pochi giorni. E lei si presenta alla grande occasione in un conturbante abitino baby-doll scuro, col vezzo studiato alla Nasa di alzarsi maliziosamante sul di dietro. Terga fasciate di un giallo ocra che fa pendant con le unghia laccate a parte, sembrava qualcosa in più di una semplice apparenza da marketing spiccio. Si abbatte su malcapitate avversarie come un mortifero ciclone "pallettaro" travestito da bionda "barbie". Un muro invalicabile che ritorna tutto. Fino alla semifinale, in cui è vittima di un'ottima Vera Zvonareva. Una regolarista in giornata fallosa, è quanto di peggio possa capitare di vedere. Ovvio, se uno non pensa a Mara Maionchi che ride contagiosamente, intenta in uno spettacolo di "burlesque".


Venus Williams: 6,5. Orfana della giovin sorellona furente (elegantissima sugli spalti, con la chioma stirata e lo sguardo sognante, assorta ed anelante un paio di hot-dog alla cipolla), v'erano grosse incertezze sul suo stato di salute. Tra una sfilata e l'altra ostentando maliarde mise aderentissime e laminate, c'è anche lo spazio per qualche colpo d'antica veemenza, scandito da urla udibili solo nella savana equatoriale durante la stagione degli accoppiamenti degli gnu. Lotta ad armi pari contro Kim Clijsters, in quella che è stata intensa finale anticipata del torneo. Per un attimo penso a Volandri in mezzo a quelle due. Scapperebbe, sgomento. Cede alla distanza ed al maggior ordine della belga, ma il suo rimane comunque un buon torneo.


Dominika Cibulkova: 6. L'ex tenera girlfriend di Monfils (immagine seviziante) è tignosa combattente di un metro e 60 scarso, con le gambe simili a cotechini ed un testone vagamente abnorme. Brava e scaltra come un furetto nell'approfittare delle paturnie di Svetlana Kuznetsova. Sbatte, senza alcuna possibilità tecnica contro il muro Wozniacki nei quarti.


Kaia Kanepi: 6+. Fa molta tenerezza questo curioso esemplare di non ben definita specie cetacea. Relegata nei campi secondari, mentre i principali pullulano di bambolone avvenenti e con tutù ridottissimi all'ultimo grido che giocano peggio di lei. Non v'è giustizia in questo mondo dominato dall'immagine. Ma ella, incurante del crollo di share causato dai suoi primi piani, leggiadra e lasciva quanto un camion cisterna, inanella il secondo quarto di finale consecutivo in uno slam. Fa fuori la star serba di equina stirpe Jankovic. Poi di gran tigna rimonta il giovane ed atletico fascio di muscoli belga Yanina Wickmayer (5). Gran saette di rovescio tirate con la testa incassata come una lanciatrice del martello e graniuole di dritti sgozzati senza sosta, Kaia perde solo da Vera Zvonareva. Ma per l'erede più talentuosa di Masha, il futuro è roseo.


Samantha Stosur: 6. In estate non ne aveva azzeccata mezza, ma a Flushing Meadows la cangura dai bicipiti da braccio di ferro ritrova i suoi devastanti colpi a rimbalzo. Perde, ma non senza prima aver venduto cara la pellaccia, con Kim Clijsters. Ha il gran merito di liberarci dell'incresciosa ombra catacombale di Elena Dementieva (4,5) ed il suo solito spettrale campionario di virtuosismi da perdente, malgrado il rosso fiamma la renda una specie di allungato pomodoro San Marzano.


Francesca Schiavone: 6. Fresca del titolo di "commendatrice" della Italia, onoreficenza che le consentirà di partecipare a briose serate mondane assieme all'indimenticabile "cumenda" del Gf, Francesca si è presentata a New York in condizioni smaglianti. Con la sua bella maglia da muratrice, senza fianchi ed esalando lancinanti rantoli da scaricatrice di bitume, arriva gli ottavi in gran spolvero. S'arrende solo a Venus Williams, sua bestia nera (questa non è una battuta tratta dalla pagina culturale de "La Padania"). Ma non senza aver mostrato tutto il suo bel campionario, comprese virtuose volée ombelicali ed in acrobazia che fanno balzare in piedi l'Arthur Ashe. Piazzata nell'altra parte del tabellone forse poteva ambire ad una semifinale. Ma non si può pretendere sempre regali dalla sorte. "San Giùan fa minga ingann".


Maria Sharapova: 4,5. Ah, ma quanto carisma deborda dal biondone tornado urlante quando cammina a piccoli passetti strisciati e regala ai sui estatici fans devoti del Dio Onan una specie di "moonwalk". Uno spera sempre che possa incespicare e cadere bocconi, sbattendo con virulenza quel visino di una bellezza così algidamente insignificante. Solo per vedere la sua espressione da star, mentre il pubblico ride sguaiato. Come a Wimbledon, raglia ferocemente quasi vittima del morbo della mucca pazza (con variante urlata) e tira qualche bella randellata. Fa il meglio che può. E raccatta sette games da Caroline Wozniacki.


Flavia Pennetta: 5. Sconfitta da Shahar Peer, buona tennista israeliana con una miglior classifica. Gran costernazione generale (di chi si esalta Bolelli). Quasi la nostra, diventata d'improvviso Margareth Court, debba vincere Slam per legge e di "queste Peer" farne un sol boccone.


Ana Ivanovic. 5-. Un anno fa la si vedeva ospitata, per pietà e deferenza verso il nulla, sui campi centrali a tirar squinternate pallate nei distinti. Una macchina sparalline inceppata. Cos'ha nella testa questa ragazza, il "cacao meravigliao"? Veniva da chiedersi osservandola sul 2-6 1-5 strillare il settantaduesimo inespressivo "ajde" senza senso, alzare il pugnetto e la gambetta opposta, quasi nell'atto di produr compita "trombetta" dantesca. Un caso da Meluzzi, almeno. Quest'anno, evidentemente catechizzata e come avesse degli elettrodi sulle tempie, è migliorata assai. Ha ridotto gli auto incitamenti e sparacchia fieramente a mezza rete. Torna negli ottavi, prima di prendere una scoppola di proporzioni bibliche da Kim Clijsters. Forse vale nuovamente le prime cinquanta, ma lei si reputa numero uno. E' qui che Meluzzi dovrebbe lavorare sodo.


Svetlana Kuznetsova: 5-. Rimette il gonnellino per l'occasione, e per la gioia delle menti traviate da Brendona. Svagata e strafottente quasi volesse ridere della sua bruttezza tragicamente spigolosa, perde in due set tirati da Dominika Cibulkova. Una sconfitta tecnicamente inspiegabile, in questo mondo ed anche nell'altro.


Anastasia Pavlyuchenkova: 5. La immagino ancorà lì, che prova a capirci qualcosa del tennis di Francesca Schiavone. Cervelletto in disarmo, fisico rotondo, gioiosamente rotolante e pure menomato. Cosa aspettarsi da lei? Vince tre games.


Jelena Jankovic: 4,5. Nitrisce a vuoto la sorellona di Varenne. Una gran sgroppatrice in cattivo stato di forma è destinata al mattatoio, o a starsene a casa. Ridicolizzata da Kaia Kanepi, mica Steffi Graf. La rivedremo presto in migliori condizioni. Al Palio di Siena.


Monica Niculescu: 6. La osservo con curiosa morbosità, nel suo primo turno. Divertente espressione di un anacronistico tennis anni '40 ed in perfetta sintonia con le tradizioni transilvaniche. Roba da far convertire al cattolicesimo un frate cappuccino cartesiano. Tutto back di rovescio e persino di dritto. Si dibatte strenuamente andando incontro alla morte più cruenta contro Victoria Azarenka. E quella, proprio non capisce quel tenero animaletto che tipo di sport voglia giocare. Talmente imbufalita che partorisce due o tre smoccoli da competizione (minimo da medaglia d'argento ai da campionati mondiali della bestemmia che si svolgono in Cappadocia) e cede un set, prima di finirla con una mazza ferrata.


Victoria Azarenka: s.v. Sua l'immagine più dolorosamente grottesca di questo Us Open femminile. Contro Gisela Dulko abbandona il campo sospinta da due sguatteri, su una carrozzina. Con lo sguardo omicida e sbarrato. Lagrime furenti su un volto livido di rabbia violacea. La poveretta s'è storta una caviglia o chissà cosa. Non finisce più un torneo, la sventurata Linda Blair. Alla prossima. Ma anche no.

sabato 11 settembre 2010

US OPEN 2010: "SUPER SATURDAY"


Day 12 (diario dello speranzoso di un nulla ben congenato)
E venne l'agognato giorno del "super saturday". Sale la "febbre del sabato sera". E quest'anno cade in una data che ricorda tristissimi eventi per la nazione intera. Le due semifinali maschili e la finale femminile, nella stessa giornata. In un torneo spalmato in due settimane e con sempre 24 ore di pausa tra un match e l'altro per i tennisti, a New York le finaliste si ritrovano a giocare il giorno dopo aver combattuto le semifinali. E domani stessa sorte per i finalisti al maschile. Potere della pubblicità, o solo per il gusto di dare allo scommettitore abituale la possibilità di perdere addirittura su tre eventi. Il luna park, insomma. Dovesse capitarvi di avvistare un uomo che si lancia nudo bruco sul campo con addosso solo uno spartano cartello non violento (il "super saturday è un'immane cagata"), anticipo già che si tratta di +PSTN+. Egli verrà condotto in un carcere di massima sicurezza riaperto per l'occasione, ed accusato d'essere il capo di una cellula riottosa del terrorismo internazionale. Sarà salvato solo dal solerte intervento del Ministro degli Esteri italiano Frattini, accompagnato da due ambasciatrici occasionali: Belen Rodriguez e la pettoruta del gf Cristina Dal Basso.
Zvonareva-Clijsters. La finale che non ti aspetti, o ti aspetti solo per metà. L'intrusa di lusso è Vera Zvonareva. L'ingobbita russa, dopo la finale ai championships ne stampa un'altra nella grande mela sconfiggendo a sorpreresa Caroline Wozniacki. Terga esibite con vezzo civettuolo a parte, quello che sembrava un impenetrabile muro di cemento s'è sgretolato incappando in una giornata di orribile regolarità fallosa. Brava ed impeccabile la russa a picconarlo, senza strafare o cadere vittima di passate isterie. Qualcuno di quelli che evidentemente capiscono di tennis come la Carfagna di politica, ebbe a dire (lo scorso anno, quando Vera più che in un campo da tennis poteva sostare in una clinica della mutua) che Flavia Pennetta è tennista più completa e di maggior valore. Tra questi anche il Giampy (non tarantini, ma un mio ex collega) per cui le brune hanno qualcosa in più. Il resto, il commento tecnico è impresa ardua. Meglio i gelidi occhi intagliati della russa o la sexy barbie nordica, neo fiamma del "matador" di serbiatte Nando Verdasco? (a proposito, ma il buon madrileno, con tutte le fanciulle anelanti, deve proprio dedicarsi alle tenniste?). Mi sento di dare un mezzo punto in più alla russa. Quelli ci hanno la vodka, dopo tutto. Ma ora basta coi giudizi tecnici, altrimenti rischio di trasformarmi in uno di quei settantenni depravati e coi capelli pennellati di arancio-marrone che fanno da giudici corruttibili di "Miss Italia". O diventare uno dei partecipanti alle festicciole di Villa Certosa.
Discorso dfferente per Kim Clijsters. La mamma belga centra la seconda finale consecutiva a NY, e parte come grande favorita. Con due essenziali incognite in una: La stanchezza per le due battaglie vinte con Stosur e Venus Williams ed il poco tempo per riposare (ah, il super saturday...). Proprio quella con Venus è stata la finale anticipata, la vera finale. Poche chiacchiere. Checché ne diranno o penseranno quelli competenti. Un match a tratti di rara cruenza ed intensità, in cui la belga dalla pelle lattea l'ha spuntata in rimonta contro la ruggente venere nera. Le due se le sono date senza esclusione di colpi. Ad un tratto provo ad immaginare Seppi in mezzo al campo. Ne avrebbe avuto terrore reale, il poveretto. Niente da fare per la pur ritrovata verve violenta dell'americana, sinuosa pantera dalla pelle d'ebano e malinconici occhioni di gazzella che geme come una belva ferita. Cala alla distanza e Kim la impallina di gran giustezza. Begli angoli e colpi contro tempo e quel dritto incrociato di pregevole fattura, che è marchio di fabbrica fiammingo. In simili tempi di carestia, gran cosa.
Ma ci sono anche le semifinali maschili, in questa rutilante giornata di tennis.
Nadal-Youzhny. Per il numero uno al mondo una parola è poca e due sono troppe. E' sembrato semplicemente dirompente, arrivato a New York in condizioni di forma implacabile e progressivamente spaventosa. Per assurdo, i maggiori pericoli (immaginari) gli sono arrivati nei primi turni, contro il nitrente cavallo selvaggio Gabashvili e l'armadio Istomin. Il russo è invece la sorpresa assoluta. Gaudente ed inattesa. Sperare faccia ancora di più, lui che ha ceduto un set persino a Dudi Sela e Tommy Robredo, non renderebbe giustizia alla sua impresa. Soprattutto dopo la logorante maratona contro un Wawrinka dopato di topexan. Poi chi può dirlo, a nessuno è vietato di sperare che dal cielo piovano gomitoli di zucchero filato imbevuti di vodka7 o che quel rovescio continui a delirare sconfiggendo ogni bruttura.
Federer-Djokovic. Per il quarto anno consecutivo Novak sulla strada di Roger verso la finale. Anche il messia elvetico si presenta in semifinale dopo una convincente marcia d'avvicinamento. Leggiadra e senza gli intoppi o vuoti spirituali del recente passato. Melzer e Soderling, sconfitti con sicurezza impietosa.
Capitolo di Serbia. Ad eccezione della tragicomica partenza con Troicki, Djokovic non ha avuto più problemi. Sicuro e centrato. Un torneo consistente, il suo. Ben contenti i due moderati genitori sugli spalti, che avranno già prenotato le foto con le coppe dei prossimi sedici slam. L'ho visto molto bene. E dopo avver scritto questa, debbo assolutamente chiedere l'assoluzione ad un frate trappista. Ma non è detto che me la conceda. Certo, l'idea di un Djokovic vincitore finale ghiaccia il sangue nei polsi. E potrebbe costringermi all'esilio in Indocina, dove vivrò facendo l'autista di bighe orientali.

venerdì 10 settembre 2010

US OPEN 2010: NADAL, IL CAVALIERE NERO NELLA TORMENTA


Day 11 (diario dello sconcerto)

L'insana voglia di morte recondita e repressa, mi spinge a giocare. Follemente. E' qualcosa di cui non posso fare a meno. Come l'alcol, le droghe, le donne con le chiappe ridenti, quella gran troia riottosa della scrittura, le sigarette, il caffè, il godere nel mostrare l'animo spregevole di poveri miserandi, le gomme da masticare coi microgranuli fizzanti. Tutti vizi che mi tengono vivo, aspirando alla morte. Ed ecco che dopo una casuale e modesta vincita (azzeccati i 4 cappotti di ieri), nelle vene ribolle quel macrabo desiderio finale. Tutta la vincita su un risultato folle. Verdasco in tre set. I bookmakers lo quotano a 40. Voglio dire, potrei finalmente comperare una macchina nuova. Di quelle coi sedili in pelle ed il poggia drink coi contro cazzi.
Poi allo sportello emerge l'altra mia indole da agonizzante pusillanime adepto della setta dei Gasquet Hare krishna. Solo metà della vincita puntata su Nando. L'altra metà sul 3-0 per Nadal. La cassiera esibisce uno sguardo stronzo. Cazzo gliene fregherà a lei? Poi stampa le ricevute. Neanche alle cassiere piacciono i pavidi e i perdenti. Avessi puntato secco, dritto, spavaldo e preciso come fanno i gran vincenti, forse avrebbe accettato di uscire con me. Avremmo trascorso la serata ad ascoltare Huey Lewis, avvinghindoci come due serpi in amore davanti agli specchi. Così invece, al limite potevo ambire ad una mediocre serata in un locale medioborghese, magari a cianciare del meteorismo cerebrale che provoca "Chinese Democracy", delle povere merde che comprano persino un biglietto per vedere dal vivo Axl Rose imbolsito col pizzetto. Lei mi avrebbe parlato dei dissidi familiari, di una casa in toscana, ecc. Ho ripiegato i biglietti nel taschino e mi sono dimenticato di invitarla a qualcosa.
La curiosità e duemila ottime ragioni ballonzolanti come piccoli demoni dispettosi nel cervello, mi hanno spinto a rimanere sveglio fino alle tre, attendendo l'evento. Nando Verdasco comincia un po' imballato. Poi inizia a menare la sua divertentissima danza violenta. Gran sberloni schioccanti a mano sinistra apertamente nuda. Anomali o incrociati. Avanti di un break! E Rafa Nadal costretto a danzare una strana rumba nel vento feroce. E se quel "machetto" iberico che procede impettito e col viso schiacciato da boxeur di strada, mi fa il gran regalo? Per un attimo dimentico che a Wimbledon ha perso da Fognini (ho detto Fognini) e a New York, dopo prestazione che costeggia l'inverecondia, sempre col ligure l'ha spuntata al quinto set. Ma vuoi vedere che se ne dimentica per una sera, anche lui? Per una notte magari farà a meno anche di pensare alla sua nazionalità. Nadal, tutto scuro come il corsaro nero arrotante, non ne molla una. Prende tutto, e lo rimanda dall'altro lato. Ma mica straccetti. Arrotoni infidi e lunghi, che spesso amoreggiano ritorti sulle righe. Eccoci. Break point. Nando annulla con un ace mancino diabolico. Anzi no. La moviola ci dice che mancava un centimetro. Un maledettissimo, fottuto centimetro. Seconda in rete e controbreak chirurgicamente matematico. Nadal balza come un grillo in calore, agita i pugni, urla qualcosa. Sarà. Lo avete mai visto un ciclista che mentre il compagno di fuga fora o cade, esulta? Uno dei più sprezzanti antisportivi della storia tennistica, "Jimbo", inorridirebbe per una scena simile. Ma è il segno dei tempi che cambiano. A molti piace, bontà loro. E s'incazzano pure se gli dici che la correttezza dell'iberico è una maschera di finta pastafrolla, buona solo per schernirsi davanti ai microfoni.
"Bad times, good times", ululava Robert Plant. L'unica cosa che non può mutare è l'indole intimamente perdente del buon Nando. E su quella non c'è nulla che tenga. Al diavolo quella battaglia all'Australian Open 2009. Sempre sconfitta è stata. Solo più scenica, ed orlata da finto agonismo. Mentre in realtà il teppistello "sciupaserbiatte" a ripetizione, paga uno strisciante timore reverenziale verso il connazionale. Oltre ad essere meno forte.
I duemila euro svolazzano via, come il vento dispettoso dello strano clima da pre-apocalisse che si respira a New York. Refoletti poderosamente dispettosi scompongono i capelli di Nadal, rendendolo simile ad un gallo cedrone. Ma il maiorchino prosegue nella sua marcia, senza problemi. Fa paura il numero uno al mondo. In forma fisica debordante, e con quella prodigiosa capacità di riprendere tutto e capovolgere lo scambio grazie ad un uncino quasi irreale. E vai col "C'mon" perché notizia della serata, forse per non creare conflitti col connazionale e per desiderio di unicità, ha abbandonato il classico "vamos" d'Iberia. Tremendo. Nando ci prova ancora. Una, due, tre sassate sfolgoranti che quel diavolaccio riprende chi sa come. Ed alla quarta sbaglia, umanamente. Il match è segnato. Ma lo lascio con la ferma convinzione che non si possa sfuggire dal 3-0.
Ora per l'iberico in straripanti condizioni ci sarà l'eroico Misha Youzhny, uscito vincitore dalla battaglia di quasi omologhi rovesci furibondi con la sorpresa del torneo, Stanislas Wawrinka. Il russo è una bomba ad orologeria. Attendi che possa implodere o esplodere di rabbia da un momento all'altro. E spesso, nella sua carriera è imploso nei momenti clou. Mascellone digrignato e fisico piantato in terra come una boa attorno al vento, Misha doma anche la bufera e le rossastre minacce di tornado tropicale. Lontano ed in ritardo dalla palla, eccolo partire con quel colpo naturalmente delirante. Pieno, tagliato o con movimento da sciabolatore folle, sembra riuscire a porre la pallina dove desidera lui, col palmo della mano calloso e così sensibile. Un killer efferato, capace di commuoversi guardando un cardellino svolazzante. Ed alla fine la spunta lui, in cinque set. Con buona pace dell'ottimo Stanislas, buon tennista che a New York sembrava voler dimenticare la sua indole di spocchioso vincente coi deboli e rassegnata capretta dei monti coi più forti. Gli rimane quel rovescio prodigioso e meccanicisticamente ineccepibile. Senza la poesia naturale della scudisciata made in Misha. E finalmente non vedremo più quel manipolo di avvinazzati ultrà simili a dei reduci dell'october fest, al suo angolo.

giovedì 9 settembre 2010

US OPEN 2010: MA IL TENNIS, DOVE'?




Day 10 (Diario dell'internato che si finge "pirla")


Appiccio l'arnese prodigiosamente multimediale, e due secondi dopo una bella PallMall che brucia la gola. E sullo schermo ecco il testone prominente di Novak Djokovic che si scuote, come ad indicare un tragico abbandono alla fatalità malvagia. Respira profondamente. Gonfia il petto e poi espira lentamente. Pare stremato ed un filo avvilito. Nel culmine di un'impresa da cinque set. Quattro ore, forse cinque. Che fortunato che sono. Mi trovo nel bel mezzo di una partita da scansare come fosse l'ebola, ma almeno combattuta ed avvincente. Poi esce il risultato: Il serbo è avanti due set ed un break nel secondo, con l'orridissimo primitivo della racchetta Gael Monfils. E vien da chiedersi se il serbo, che pur non brilla per acume ed intelligenza, sia riuscito a capire l'evolversi del match che sta giocando. Se ne è a conoscenza. Oppure recita il solito copione, di quello che ha deciso di far credere un'impresa titanica, quella che è un'agevole passerella. Di una finzione scenica al limite dell'oscar, talmente marcata che non puoi cascarci. Un pò come quegli impiastri che ti riempiono di complimenti infidamente ridicoli.
Poi qualche scambio di tragica crudezza. Novak sembra in palla. Solido e centrato. E' un dato di fatto come l'unico a procurargli qualche serio grattacapo sia stato Philipp Petzschner, l'imbianchino. Monfils è la solita marionetta di caucciù, che rischia (in tre games) di scorticarsi vivo. Lo vedi sbattere con veemenza contro i tabelloni, finire nelle aiuole, provare una variante del "colpo sotto" di Federer, con tanto di elevazione da Michael Jordan e palla che finisce fuori dallo stadio. 7/6 6/1 6/3 Djokovic, o qualcosa di simile.
Già vi vedo dopo un titolo simile. Bastava aspettare le quattro del mattino e ammiravi il messia elvetico Roger Federer danzare in scioltezza come Capitan Acab nella tormenta, ed infierire con una punizione esemplare sullo svedese Robin Soderling. Proprio lo psicotico svedese che in quel di Parigi, con strafottenza omicida lo aveva steso nei quarti, ora vittima di merletti e tempesta. Casualità forse. O alla fine non è poi così tanto eretica l'affermazione dello scriba Clerici, che definiva lo scandinavo un "terraiolo". Certo è, che dopo gli affanni che continua a mostrare negli slam, tranne Parigi, il dubbio che i rimbalzi alti della terra si adattino meglio ai suoi terrificanti sbraccioni, s'insinua lento. Che poi l'argilla ne attutisca la forza dirompente, è un altro conto. La fottuta coperta è sempre corta.
Vedendo due/tre hilights nemmeno il Mago Merlino, Laura Golarsa o il Fabretti riuscirebbero a farsi un'idea precisa. Figuriamoci prendere per buona la cronaca scritta di qualche derelitto che non conosce nemmeno la differenza tra un rovescio in back ed uno in top. Ma certo è che Federer sembra in gran spolvero. Un torneo di illibata perfezione il suo. Senza intoppi o grandi amnesie del recente passato. Ora la prova del nove contro il serbo, in solide condizioni d'inguardabile forma legnosa.
Ma il titolo è pensato e sembra fatto apposta per i due quarti di parte alta del torneo femminile. Osservo inerme qualche scambio di Kanepi-Zvonareva. E penso che nel challenger di Itaparica del 1997, al primo turno, s'era visto qualcosa di più interessante. Chessò, una variante tattica. Un preziosismo tecnico (pure casuale). Talmente basito che provo un diversivo: Seppi-Naso nel Masters 1100 abarth di Genova. Almeno si ride. Provo a capire cosa diavolo può esservi nella mente degli italianisti vittime del logorante autoerotismo, per eccitarsi con simili match. A quel punto, meglio la cellulite scomposta di Kaia. La ragazzona estone pare danzare come una falena di 118 kg. Si aggrappa quel rovescio mostruoso reclinando la testa, quasi sospinta dall'inerzia della forza della gravità. Poi spara un dritto dentro e dieci fuori. Imbarazzante, ma vale pienamente le prime 15. Ne approfitta Vera Zvonareva, russa eccitante e gustosa come una bicchierone d'acqua liscia al mattino. Potente ma non troppo, lobotomizzata ma mica tanto, buona atleta ma non come altre, bella ma non certo a livello delle pin up di prima pagina, vincente ma non troppo, istericamente masochista ma non ai limiti dell'internamento come altre. Insomma, ha una gran completezza di niente. Come Flavia Pennetta, per farvi capire. Solo che rispetto alla nostra riesce a fare molte più cose nella media. Ogni tanto azzarda pure un'estemporaneo cambio di ritmo. Follia. Tanto basta alla ragazzona con le guanciotte piene, l'espressione imbronciata e gli occhi di ghiaccio assassino, per arrivare in semifinale a Flushing Meadows dopo la finale a Wimbledon. E meritare di essere tra le prime 5/6 al mondo. Ma il tennis, ribadisco, dov'è?
L'altro quarto ha visto la bambola bionica Caroline Wozniacki liberarsi di Domika Cibilkova. Incurante della minaccia incombente di tornado, la danese con le unghie laccate di giallo a far pandant con le mutande, fa un sol boccone delle minuta ed arcigna slovacca. Un botolo compatto di un metro e sessanta, ex girlfriend in sequenza di Monfils e di Melzer (per raccontare la tempra della piccoletta) che ha davvero poche armi per frantumare il muro di cemento di Caroline.

mercoledì 8 settembre 2010

US OPEN 2010: L'ESPERIENZA DI VENUS, SBARRA LA STRADA ALLA SCHIAVONE



Day 9 (diario dell'internato dormiente)




Il sonno, malvagiamente dolce, mi coglie inesorabile ai primi games del secondo set del match tra Venus Williams e Francesca Schiavone. Colpa della tarda ora, della maratona tra Querrey e Wawrinka, prolungatosi all'eccesso, o dell'estremodisinteresse. Fate voi. Assisto all'ultimo set e mezzo della sfida tra Sam e Stan, con la bacinella a portata di mano per ogni evenienza. Si giocano entrambi il primo accesso in un quarto di slam, ma posso anche sbagliarmi. Un equilibrio stupefacente. Il povero Sam, ragazzone dalle spalle scoscese e le inesistenti labbra da joker, è un tennista normale. Si sposta tutto con rapida goffaggine nel lato sinistro per tirare il suo dritto. Ogni tanto viene avanti e gioca delle volée brutte ma spesso efficaci. Espressione di una normalità docile, ed inguardabile. Con lo stesso carisma di un pompelmo. L'altro, lo svizzero minore, è il solito torello dal poderoso rovescio ad una mano. Persino più eccitato del solito e denso di protervia. Detestabile malgrado un tennis maledettamente più attraente di quello dell'americano. Insomma, proprio non so chi preferire al fianco di Misha Youzhny nei quarti. Il russo, con la solita piccola distrazione, ha comunque fatto il suo dovere affettando Tommy Robredo "el torpe".
Talmente annoiato dalle loro evoluzioni, che leggo le statistiche. Io i numeri li spulcio solo quando sono annoiato e tendo allo stato di coma vigile. Tutto pari, incredibilmente. Persino percentuali di servizio. Di punti vinti con la prima, con la seconda. Approcci a rete e percentuale di punti vinti di volo. Incredibile. Alla fine la spunta Stan. Grande eccitazione al suo moderato angolo, col "panzetta" Lundgren felice assieme ad un manipolo di ceffi che paiono i resti in decomposizione di un gruppo metal anni '70. Amen. Preghiamo.
E finalmente inizia la sfida più interessante per i nostri colori. Ma anche per chi dei colori se ne sbatte. Venus Williams, pur con molte incertezze, scappa via avanti di un break. La venere d'ebano ha un bel vestito aderente ed elastico color rosa intenso, tutto tempestato di civettuoli strass. Ad ogni inzio punto se lo abbassa con gran pudicizia da illibata fanciulla al ballo delle debuttanti, coprendo la mutanda lamellata simile quasi fosse un reggicalze. Ma tra un vezzo e un altro tira anche delle gran carocchie di stampo antico.
La nostra risale con coraggio, tutta elettrizzata come un pupazzo a molle senza fianchi. Dagli spalti si sente un illuminato incitamento in italiano: "Dai francesca che è COTTA!". Le urla belluine di Venus che pare una fiera selvaggia nella savana, e i rantoli mostruosi in due tempi della nostra, che nemmeno uno scaricatore di porto con la sciatica (ahhhhh-uhiiiiihhhhhoooo). I fendenti dal fondo dell'americana e i prodigiosi cambi di ritmo e rotazione dell'italiana. Non si sa chi preferire, devastati da quel concerto sonoro imbarazzante. Tennisticamente meglio, dieci volte, Schiavone. Molto più divertente. Più elegante e femminile da guardare la sinuosa Venere. Insomma, ci sarebbe da prendere la nostra ad occhi chiusi, non fosse per quell'insostenibile indisponenza sotto traccia che la ex "leonessa" (chiamatela ancora così e vi prenderà per cialtroni, alzando il sopracciglio) emana incurante, e che riequilibra il tutto. E allora, vinca chi vuole vincere. Sono mica un patriota io. Ho una concezione estrosamente internazionale per cui tifo chi mi suscita buone sensazioni, al di là della bandiera. Deve avere la mia stessa idea il pubblico yankee. Sarà una folle impressione, ma dagli spalti sembrano partire più incitamenti per l'italiana. Un paradosso, per molti. Forse per quel mal celato odio verso le sorellone coloured uscite dal ghetto, capaci di dominare e diventare miliardarie in un mondo di ricchi di professione. ma sulla questione ci sarebbe dascrivere un trattato. Conquista tutti il tennis dell'azzurra, che è puro lustro per gli occhi. Un dritto frullato in modo tremendo, e due secondi dopo splendido attacco in back di rovescio e volèe stoppata. Una completezza difficilmente rinvenibile in altre ragazze-tenniste.
Le due sono al tiebreak. Dopo un inizio sciamannato, l'italiana recupera da 0-4 a 4-4. C'è pure il tempo per un attacco ed una volèe che Francesca si scava letteralmente dall'ombelico. Un punto che sembra far venire giù l'Arthur Ashe. Ma è solo una fiammella. Venere abbranca d'esperienza e potenza il primo set. Va via avanti di un break nel secondo. Ed è lì che Morfeo mi punisce a morte. Ma il match è ormai finito. Alla fine sarà 7-6 6-4 Venus. Malgrado i dati anagrafici decretino una sostanziale parità, ha prevalso la maggiore esperienza dell'amaricana a giocare simili partite, a grandi livelli. In semifinale incrocerà Kim Clijsters. Una specie di finale anticipata. Non fosse che la vincente, temo, perderà da Caroline Wozniacki.

martedì 7 settembre 2010

US OPEN 2010: RICHARD GASQUET, IL GENIO DELLA LAMPADA FULMINATA






Day 8 (diario dell'internato)

Attendevo con fremente ansia, ed un fil d'apprensione. Gasquet-Monfils apriva il programa dell'ottava giornata. Un derby che già mi provocava sudori gelati. I bookmakers hanno invano provato a rendermi più sereno. Non sono pazzo, allora. Non del tutto, almeno. Persino gli allibratori danno fiducia al tennis sopraffino del Richard smarrito contro l'inverecondo energumeno in canotta. Pure loro inermi vittime di Richard? Pur'essi sopraffatti dall'insana idea che l'estetica un giorno salverà il mondo da ogni nefandezza e dall'implosione finale? Probabile. Potere di Richard. Cadono tutti vittime impotenti del suo folle talento gettato in pasto ai piccioni. E poi "scaccheggiato" un po' ovunque sul testone cotonato di un essere inguardabile e con gli occhi come biglie fuori dalle orbite.
Sarà. Ormai è tardi per tirarsi indietro. Cambiare tessera di partito, gusti sessuali o intime credenze tennistiche. Il gesto tecnico aggrazziato e voluttuosamente baciato da divinità in calore, merita sempre fiducia. Specie contro il prodigio dell'atletismo sovrannaturale, spinto all'eccesso forzuto che rasenta lo squilibrio dissennato.
Mi ripeto queste cose mentre il match è bell'e iniziato. E proprio non sembra confermare le mie intime credenze da ingenuo putto. Monfils, osceni mutandoni da mare e canotta, si dimena sghembo tre metri dalla riga di fondo. Inguardabile pallina di caucciù che rimbalza, corre e riprende tutto con ferocia atletica incresciosa. Uno schiavo. Un forzuto della racchetta. Mai visto un simile anti tennis, nella storia di questo sport. E' il top, il numero uno assoluto. Doveva essere già a casa dopo il match con Kendrick, non fosse stato per un arbitro miope o per la schiena svitata dell'americano. Ma Gael, incurante della ripugnanza estrema del suo particolare sport adattato ad un campo da tennis, seguita nello show. Vince finanche il primo set e si sistema le ginocchiere da hockey a rotelle.
E il gran talento Richard, che fa? Si scuote? Ci regalerà un po' di scenica lotta fine a se stessa, almeno? Pare proprio di no. Lo osservi il regale pusillanime, nemmeno troppo frenetico ed ansiogeno come nelle occasioni dei suicidi più riusciti della sua carriera da trattato di psichiatria. Sembra quieto. Si mette anche lui tre metri dietro la riga di fondo e comincia a tirar pallate. Fa a gara di resistenza pallettara contro il Re del tennis da Kunta Kinte. Una scelta illuminata dall'alto. Solo un genio poteva pensarla. Ma vai a prevederle le trovate di un genio. Forse vuole costringere quello strano affare con le ginocchiere ad attaccare? A giocare a tennis? Sarà ma quella scelta folle mi incuriosisce. Ed arriva all'estremo paradosso d Monfils che gioca una smorzata vincente, con Richard tre metri dietro la riga. Strepitoso. Il genietto riesce a capovolgere ogni umanoide anfratto.
Ma nella sua lampada fulminata chissà quali altre trovate avrà. Continua a fare a gara di pallate ed ogni tanto varia con attacchi improvvisti, tagli e taglietti difficilissimi. Una su tre gli va bene. Tanto valeva non esibire quella finta pazienza per tre/quattro inutili scambi, ed attaccare quando è più lucido, senza dare respiro ia connazionale. Credo. Spreca un set point, ed ovviamente cede anche il secondo set. Senza colpo ferire, con un bellissimo sguardo da tordo in amore tormentoso. Sarà forse colpa di quel cappellino tornato al contrario sul suo capoccione confuso? Gli ottunderà le meningi oltre ad essere un picco di antiesteticità da competizione? Può essere.
Intanto si insinua lenta l'idea l'idea d'esserci ricascato un'altra volta. Una quaglia inutilmente talentuosa, che ti fa fare l'ennesima figura da allocco credulone. Qualcosa da cui non si esce vivi. Non ha spiegazione razionale. E' come la dipendenza da una infima droga, ci ricaschi sempre dicendo che è l'ultima volta. E alla fine ti autoconvinci che "smetti quando vuoi". Anzi, ti compatiscui pure, quardando quel buffo ragazzo che cammina coi piedi palmati, simile ad un anitroccolo bagnato. A tratti addirittura impelagato nel petrolio melmoso. Schiavo di quel suo stesso talento che lo ucciderà.
L'altro intanto prosegue il suo mestiere di aberrante fisicità. Volée pizzicata di rovescio ad uscire del Gasquet, e disumano passante di dritto di Monfils. E quello alza le mani al cielo. Prova ad aizzare la folla, che risponde con qualche applauso e due o tre sonore pernacchie (le ho sentite solo io, immagino). Pensa d'aver gran carisma, Gael. D'essere un trascinatore come Tsonga. Ma Alì è un entusiasmante pugile annichilente. Lui è solo un mediocre medio-massimo incassatore da competizione.
L'inizio del terzo set sembra ridonare fiducia agli smidollati credenti del niente ben fatto. I fedeli dell'inutile. Palla break sul 2-2 per il nostro meraviglioso sviolinatore devoto del suicidio. Richard se lo guadagna con uno splendido rovescio lungolinea sul quale l'avversario si capotta in modo indegnamente scoordinato. Uno dei tanti gesti di recupero che mi fanno domandare ogni volta "quanto potrà durare prima di sfinirsi a morte?". E con quella speranza nel cuore, ecco che il dinoccolato Gael procede con una zoppìa tremenda. Quasi pareggia la sua disgrazia naturale. Non si regge in piedi. Si siede sulla sedia. Voglio dire, nel corso del game. Che fa? E' ritiro, allora? No, semplicemente cambia scarpe. Ancora. Perché così gli andava. Cinque minuti di rilassato stop, auto concesso. Poi riprende, ma sembra ancora un infermo d'ospedale della mutua. Prossimo al ritiro. Un'operazione all'arto. Fors'anche amputazione. Quasi mi dispiace. Sono umano del resto. Mica può continuare. Invece serve, con l'aria sfiduciata di chi ci vuol solo provare: ACE a 225 km/h. Il pubblico rumoreggia. Palla break annullata. Altre tre sue sgroppate che neanche Usain Bolt a Pechino. Ed ecco il 3-2 Monfils, inimitabile teatrante dell'osceno. Ello quasi si scusa per il suo esecrabile teatrino. Io decido di spegnere l'aggeggio. Ed indire sedutastante una raccolta firme per la MORATORIA DEI MONFILS sui campi da tennis.
O forse sarebbe più semplice pensare "smetto quando voglio". E magari cambiare anche partito, marca di sigarette e gusti sessuali.

lunedì 6 settembre 2010

US OPEN 2010: ANDY MURRAY, IL GRANDE ASSENTE

Day 7


Allineato agli ottavi il tabellone maschile dell'edizione 2010 di Flushing Meadows. Avanzano senza grossi intoppi i favoriti, ad eccezione di Andy Murray schiantato da Stanislas Wawrinka e qualche altro outsider caduto miseramente. Dall'alto in basso del l'analisi degli ottavi di finale
Nadal-F.Lopez. Convincente prima settimana per il maiorchino, bravo nel regolare le brade sfuriate nitrenti del cavallo pazzo Gabashili prima, ed il sempre fastidioso Dennis Istomin poi, kazako che tira bei colpi malgrado una testa che sembra un'abatjour incassata su un armadio a sei ante. Ancor più sicuro con Gilles Simon, tornato a buoni livelli, ma che ad osservarlo cinque minuti in balia dei suoi tremendi uncini sembrava avere lo stesso speranzoso avvenire di un gattino nero sull'autostrada (o ad Appiano Gentile). Non era favorito all'inizio, Rafa. Forse non lo è nemmeno ora. Ma con gli avversari che dalla sua parte cadono come tordi insipienti, la strada per la finale sembra spianata. Ecco perché uno Slam fa storia a se rispetto ad un altro torneo. Lui alla fine ci arriva sempre e rischia di trovare avversari inattesi, inadeguati o stremati. Solo John McEnroe, nel sul perenne tentativo di mostrare del genio anticonformista anche nelle parole, è sicuro della sua vittoria finale. E chi si è noi per contraddire Sua Immortalità Tennistica. Ora dalla parte del numero uno è in atto un piccolo mini-campionato iberico. Di quelli che tanto gli procurano soddisfazione. Prima Feliciano Lopez, poi uno tra Ferrer e Verdasco.
Il mancino fotomodello volleante ha visto in faccia il volto della sconfitta (e certo che lui è abituato) contro il giovane talento pazzo aspirante al suicidio Benoit Paire. Poi ha approfittato al terzo turno del ritiro di Sergiy Stakhovsky, fiaccato a morte dalla maratona col giovane teenager americano Ryan Harrison. Ottavo dal pronostico chiuso per precedenti, attitudine mentale e consistenza. Ma per chi si vuole illudere di un match un minimo combattuto, pensare al recente precedente del Queens non costa nulla (Nadal 75% - F.Lopez 25%).
Ferrer-Verdasco. Altro gran derby di Spagna, ad indicare un prolungato momento di grazia del tennis iberico. Da questa parte poteva esserci lo smerigliante talento morto di Gulbis. E invece c'è il cagnaccio Ferrer. "O zappatore" è formidabile nell'arrivare sempre e comunque alla seconda settimana. Voglia il cielo, non più di quella. Mascellona digrignata, solita dozzina di asciugamani smozzicati come un labrador incarognito ed un manipolo di avversari improponibili presi ad ineleganti colpi di vanga. Ultimo in ordine di tempo il connazionale Gimeno Traver, in un incontro da ernia fulminante all'ipotalamo. Imbarazzante il solo pensiero di Gimeno Traver che supera due turni a New York.
Il match di ottavi con Fernando Verdasco è più equilibrato di quanto non possa sembrare. Nando guadagna qualcosa per la sua maggiore attitudine al veloce, certo. Il mancino di Madrid contro l'ottimo Fognini ha visto ancora le streghe che danzavano seminude una mazurka. Ora è chiaro, Nando soffre oltremodo Fabio, forse lo strano olezzo che emanerà dalle ascelle o non riesco a spiegarmi cosa. Poi è andato in crescendo, battendo in quattro set il pingue Nalbandian, versione triglia panciuta sfatta dal sole. Pronostico incerto, leggermente appannaggio del mancino.
(Verdasco 55% - Ferrer 45%).Robredo-Youzhny. Ha dell'increscioso scorgere il buon Tommy Robredo negli ottavi di questo Flushing Meadows. L'esperto iberico è infatti reduce da una brutta stagione, dopo un'ottima carriera costellata da gioco bruttissimo. E lo esibisce tutto anche a New York. Talmente scostante, che i suoi avversari si rompono per lo sdegno, uscendo dal campo barellati. Prima Benneteau: Stecchito. Poi MIchael Llodra: Fulminato. Il delizioso mancino francese, magnifico protagonista dell'eliminazione di Thomas Berdych, ammaina bandiera bianca cedendo dopo altri due set di bellezza stordente. Servizio e volée continuo, prima e seconda. Movimenti brevi e piatti dal fondo, come fulminanti e prodigiosi colpi d'uncinetto che schizzano simili a dolci saette. Quel tennis è destinato a sparire, a favore dei vari Robredo sparsi nel mondo, generatori del Male ultimo. Siate falici.
Dopo questa serie di avversari sterminati, il buon Misha Youzhny starà facendo dei rituali magici con l'ausilio del mago Otelma. Il russo è autore di un buonissimo torneo, culminato con la portentosa battaglia vinta contro il fenicottero gigante John Isner (due braccia enormi rubate al basket). Finanche sorprendente, Misha. E, malefici di Robredo a parte, ha la grande occasione di tornare nei quarti di finale (almeno) degli Us Open. (Youzhny 60% - Robredo 40%)
Wawrinka-Querrey. Alzi la mano chi si attendeva lo svizzero di serie b negli ottavi. E invece quello azzecca la partita della vita quando sembrava destinato alla solita passerella scenicamente stilosa. Quasi in trance si abbatte contro l'inerme fuscello Andy Murray a suon di martellanti rovesci gaudiosamente meccanici. Che Peter Lundgren abbia fatto il miracolo, con abbondanti pozoni di luppolo di cui egli è abituato ad abusare? (p.s. qualcuno mi spieghi chi è quell'energumeno dal folto capello fluente, inquetantemente simile ad Iggy Pop, che siede accanto al coach svedese). O forse è semplicemente merito di quella barbetta posticcia che ne cela l'imbarazzante acne adolescenziale. Ma due cose sono certe: Andy non andrà mai in vacanza in Svizzera e Wawrinka in vita sua difficilmente ripeterà una simile prestazione di delirande protervia annichilente, fino in fondo. La terza, su cui rimane qualche dubbio, è che Murray prima o poi finirà in un centro d'igiene mentale, se non gli fanno vincere uno slam. Magari regalandoglielo, mossi a compassione. Nell'ottavo con Querrey, allo svizzero minore potrebbe bastare molto meno. Ma l'uomo di cemento americano può partire leggermente favorito psicologicamente, contro un avversario atteso alla difficile prova del nove. Lui che le tabelline non le conosce.
(Querrey 51% - Wawrinka 49%)
Djokovic-Fish
. Novak si fa un lento segno della croce ed esulta, stremato e col volto stravolto di chi ha appena compiuto l'impresa della vita. Neanche Borg dopo aver trionfato per la sesta volta a Wimbledon. Invece il serbo ha appena vinto il quinto set contro quella specie di pupazzetto "gnappo" a pile che risponde al nome di Troicki, che un altro set non lo avrebbe vinto nemmeno se il match fosse durato fino al 2013. Potere di Nole, questo strano e maldestramente scenico teatrante del non tennis. Ma chissà che non sia un segno del destino, e questa sia la volta buona per il ritorno alla vittoria (chiamatela scaramanzia della più bieca risma). Poi Nole infatti calza la maglia nera da simil adepto delle "bestie di satana", torna a giocare al meglio battendo Petzschner e Blake. Di sera il suo gioco si sublima, dicono. Certo, il suo tennis si immedesima con le tenebre incombenti. E' una simbiosi perfetta. Suo il miglior colpo del torneo, ovviamente al microfono. Interrogato sul gran punto di Federer con racchetta fatta passa tra le gambe, il fine umorista di Serbia serra la tragica scucchia e parte: "Io tra le gambe ho qualcos'altro. Ma state tranquillli, stasera non ve lo farò vedere.". Applausi scroscianti. Non si è mica show-man per caso. Con simile battuta, dopo breve gavetta al Bagaglino, in Italia gli offrirebbero un posto come Ministro della Repubblica. Magari quello per le attività produttive, visto che è vacante.
Ottavo aperto a qualsiasi risultato contro Mardy Fish. Il neo smilzo non è sembrato nella stessa forma di Cincinnati, facendosi trascinare due volte al quinto set. L'ultima contro il ritrovato tappo da champagne francese Arnaud Clement, che ignoravo si dimenasse ancora per campi (e vivevo un po' meglio). Ma pur con qualche amnesia Mardy si è comunque allineato agli ottavi, ed è forse una delle poche speranze di un tennis americano in crisi (ad evercela la loro crisi). Pronostico in bilico. (Djokovic 55% - Fish 45%)
Gasquet-Monfils. L'ottavo più inatteso, da cui uscirà l'ipotetico avversario di Novak Djokovic nei quarti. Un derby interessante che mette di fronte quanto di più opposto vi sia nel tennis, e forse anche nel mondo. Richard Gasqut finalmente ritrovato, dopo mesi di deliranti suicidi e flagellamenti spirituali in serie oscenamente ossessiva. Ha prima ridicolizzato il tennis da catena di montaggio dell'italsider di Nikolay Davydenko in una sorpresa mascherata da giustizia divina, poi si è confermato contro la sempre fastidiosa pertica nodosa Kevin Anderson. Un percorso netto che inebria lo spirito. Finchè dura. Dall'altra parte lo sgraziato Gael, aberrante immagine di un tennis seviziato senza alcun rispetto. Mutandoni mare a quadrettini, fasciature alle ginocchia simil ginocchiere, canotta da tamarro di periferia e pizzetto ad impreziosire il tutto. Il prossimo passo sarà un caschetto protettivo. Osservarlo correre da una parte all'altra e cigolare atrocemente con le suole sul cemento fa urlare al miracolo e domandarsi, speranzosi, quanto reggerà prima di sfibrarsi ogni muscolo. Poteva e doveva già essere a casa nel primo turno contro Robert Kendrick, se dall'alto qualcuno amasse questo sport. Poi sempre di gran tigna dinoccolatamente goffa ha regolato Janko Tipsarevic, giustiziere di Roddick che pensa troppo e mentre pensa spesso viene battuto. Ora il derby. Il tennis magnificamente naturale ed incantatore di Richard, contro la strana attività triviale di Gael: Basket acrobatico? Volley scarnificante? Pallamano squinternata con la racchetta? Badminghton? L'unica cosa certa, è che non è tennis. I colpi di violino del giovin smidollato principino aristocratico, basteranno ad avere ragione delle brute corse sghembe dell'altro? Il male è appostato dietro l'angolo. Ed il cervello di Richard è sempre una sfoglia di cipolla. (
Gasquet 55% - Monfils 45%. Proprio non me la sento di scrivere il contrario. Per principio estetico.).Soderling-Montanes. Lo psycho killer scandinavo è rimasto un po' nell'ombra, ma ha già una seggiola nei quarti ad attendere Roger Federer. E la cera non sembra di quelle più incoraggianti. Torneo schizoide il suo. Quasi lessato dal sole e trascinato a quinto set dall'austriaco Haider-Maurer all'esordio. Poi non ha avuto problemi, bastonando di giustezza anche il sempre pericoloso olandese Thiemo De Bakker. Il tennis ha molto del suo fascino nell'imprevedibilità, ma pensare allo psicotico svedese fermato da Montanes prevede uno sforzo di fantasia che va oltre le umane vicende. E' un controsenso storico, filosofico e sociologico. Il simpatico ratto terricolo è arrivato negli ottavi con gran temperamento, ma anche grazie a congiunture astrali propizie e tabellone irripetibile. In ultimo, il triste ritiro per sfinimento fisico e stato di "leggara morte" che ha colto Kei Nishikori, eroico samurai vincitore della maratona con Marin Cilic.(Soderling 95% - Montanes 5%)
Federer-Melzer. Re-match dell'ottavo giocato a Wimbledon. L'ex monarca di Svizzera ha sciorinato gran tennis nei primi tre turni. Nessun set perso, esibizione di gran facilità e ritrovata naturalezza. Tra fluetti e numeri da circo, ha comunque provveduto ad eccitare le platee. Nemmeno quelle amnesie e set persi per semplice divago che avevano caratterizzato molti degli ultimi suoi slam. Complice forse anche la pochezza conclamata dei suoi avversari. Il più periglioso risponde al nome di Paul Henri Mathieu (per dire), francese con lo stesso killer istinct di un pesciolino rosso comatoso. Per uno con minore esprienza, potrebbe provocare persino un filo di rilassatezza. Ora però il suo cammino verso la finale si presenta persino più insidioso di quello del rivale Nadal rimasto con la strada sgombra da grossi pericoli. La bellezza e l'imprevedibilità di uno Slam, è anche questa. Negli ottavi l'ex numero uno dovrà già stare più in allerta. Jurgen Melzer è tennista vero, nella sua irrealtà ricamata di eccitante nulla. Poi, non avendo il cervello, l'austriaco può anche provare a fiondarle tutte sulle righe, di giustezza (Federer 75% - Melzer 25%).

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.