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giovedì 23 dicembre 2010

OSCAR DEL TENNIS 2010 – Storie di paura, follia e sublime arte del suicidio


Richard Gasquet. Il cavaliere senza testa (magari). La stagione del riscatto dopo quella del lascivo bacio al sapor di gaglioffa cocaina. Certo, ero fiducioso assai. Una convinzione estrema. Del resto sono credo ancora che Marat vincerà un altro slam, se solo si allena una mezz’oretta al giorno. Che i Pink Floyd si riuniranno per un megaconcerto a Barcellona Pozzo di Gotto. E che Franco Baresi vincerà il pallone d’oro, un giorno o l’altro. Uscito indenne da quell’episodio degno di un film dei Vanzina, il giovin tennista minimalista poteva finalmente esprimere il suo cristallino talento castrato, liberando il braccio d’oro dalle oscure forze del male. Giocare senza quella testa irrecuperabilmente prigioniera del niente, in sintesi. Ne ero proprio convinto. Cosa sarebbe il mondo senza una accecata fiducia nelle utopie? Niente. Richard avrebbe potuto giocare sciolto, con la demente aureola del miracolato, liberato da catene che ne imprigionano il cervello. Stecchire con due sbluffate di potentissimo insetticida le frinenti cicale gorgheggianti nella sua scatola cranica, se preferite.
Ed eccolo, garrulo ed arrembante, tutto ritorto, azzannare la pallina col collo allungato e lo sguardo rassicurante di chi si dirige verso un burrone coi freni bloccati. Inizio col botto, in Australia. Il primo epico strillo dell’ennesima stagione tormentosamente suicida. Due set di vantaggio e dominio nella spumeggiante sfida di rovesci scudisciati contro il diversamente squilibrato Youzhny. Poi l’apoteosi. L’orrendo spettro della vittoria che si avvicina, gli occhi che divengono tremendamente spauriti ed inermi, le gambe storte che girano come trottole disconnesse, e il braccio che si rattrappisce ed ogni tanto si agita in patetici pugnetti di paralizzante angoscia. L’amica sconfitta finisce per abbracciarlo in un mortale avvinghiamento lacoontico, l’ennesimo. Bell’inizo, non c’è che dire. In primavera mette insieme due vittorie. Un challenger a Bordeaux e l’Atp di Nizza, dove la ritemprante brezza salmastra dona sollievo a quelle meningi stuprate dal male inventato. Batte persino un top ten come Verdasco, facendo la faccia da tigrotto di Mompracem. A brutto muso i due finiscono quasi per venire alle mani. Richard la spunta contro quello che malgrado le apparenze da guerrigliero tupamaru è schiavo della sconfitta più di lui. Piccoli successi e qualche vittoria che gli fanno rivedere i primi 30. Niente male per uno che poteva essere top 5 per un decennio, almeno. Come i Pink Floyd nella piazza centrale di Barcellona Pozzo di Gotto, appunto
Poi il secondo must di un kolossal scontato. A tratti delirante come una svisate di Satriani, nel mezzo di un fiume dirompente e più deprimente della faccia di Sandro Bondi. Parigi, nel tripudio sciovinista dei francesi che continuano a credere in quello strambo anitroccolo come facevano con Leconte, esalando una pernacchietta di sfiducia. Due set ed un break di vantaggio prima dell’atrofizzante paralisi neurocerebrale e delirio suicida, contro Murray. Prevedibile, piacevole ed avvincente. Simile a qualcosa che non ha senso. Che sai non si verificherà mai nel mondo dei vivi. Una religione smidollata senza l’urbi et orbi, e la faccia da triglia marinata di Richard. Ancora vittima di quel cervello da anestetizzare definitivamente. Il 2011 sarà il suo anno. Io ci credo. Lo vedremo finalmente come il cavaliere senza testa. Malvagio ed impazzito, farà fuori tutti. E il modo verrà invaso da caprette belanti che recitano delicati sonetti d’amor giulivo
Jurgen Melzer. All’improvviso l’incoscienza. Prendi un mancino austriaco coi capelli a “scopetto” cinghiale. Fallo rimanere per anni nelle buie selve della mestieranza tennistica. Poi concedigli un par d’anni da discreto professionista, imprevedibilmente prevedibile e con colpi tanto belli quanto dettati dal caso. Fagli perdere partite, vagando per il mondo con negli occhi vaste e sconfinate distese di niente. Poi arriva il 2010 e quel divertentissimo totano rassegnato alla malvagia panatura diventa top 15. Avvista i primi dieci sfiorando addirittura la qualificazione al Masters di Londra. Come gradevole divago trionfa a Wimbledon, nel doppio del delirio incosciente, assieme all’altra dispettosa scimmia del circo Medrano, Philipp Petzschner. Un crescendo rossinianamente irrazionale, il suo. Autodidatta inconsapevole, alla soglia dei trent’anni pare aver compreso il gran segreto del mondo: Lasciar andare il braccio fumigante e spegnere il curioso ammennicolo che divinità malvagie gli hanno messo al posto dell’organo raziocinante. Quello che non ha capito Gasquet, malgrado frotte di calzolai per il cervello si affannino attorno al caso umano. Ed all’improvviso l’incoscienza. Jurgen batte in gran rimonta Djokovic e raggiunge le semifinali al Roland Garros. Trionfa nel torneo di Vienna, solitamente bottino di caccia per anacronistici musicisti sordi con l’uva passa nel cervello e la melodia nelle vene. A Shanghai abbatte a suon di sanguinolente rasoiate nientemeno che Rafael Nadal. Nel mezzo accade di vederlo soccombere ad Andreas Seppi, dopo un’afona prestazione nell’inutile torneo di Umago. Perché dal morbo non si guarisce mai del tutto.
Philipp Petzschner. Il ruggito del topo sciancato. Par di vedere quasi un tennista serio. Di quelli con l’insolente abitudine di vincere partite. Un vizio dissennato, per i prigionieri del delirio nichilistico. Il “Picasso” tedesco inizia il 2010 come l’anno dell’avvento insperato. Quattro semifinali su quattro superfici differenti. In tornei Atp, mica nel proprio condominio. Al morente pittore fulminato in tre mesi riescono risultati che nemmeno tutti i tennisti italiani messi assieme, nell’ultimo lustro tennistico. Per ribadire come sono messi i pretoriani tricolori dediti allo scribacchio seriamente comico, su testate da “Zelig” inconsapevole. Sempre con quell’aria assonnatamente svagata ed il passo palmato, fionda servizi e spennella dritti da top ten.
Fino all’apice dell’irrazionalmente fascinoso destino, consumatosi sul centrale di Wimbledon. Gioca al massimo delle sue possibilità contro il numero uno al mondo Nadal. Un match da stropicciarsi gli occhi con fiero orgoglio. Il ruggito del topo. Fa quasi tenerezza, talmente concentrato che gli sanguineranno le meningi e tremoleranno le zampette. Non sembra nemmeno lui, non fosse per quel rovescio. Ne tira due o tre in top in tutto il match. Ma a cosa serve, pensi, quando ne sibila un paio di fila in controtempo nell’angolino, chiusi a rete con una stop-volley? A nulla. Si ritrova avanti due set a uno, e campo aperto ad una facile conclusione di volo. Basterebbe toccarla col manico o di testa, e sarebbe palla break anche ad inizio nel quarto. Il campo diviene incresciosamente piccolo ed enorme al tempo stesso, e lui partorisce un abominio denso di raccapriccio. L’altro tiene il servizio e da vecchia volpe chiede il medical time out che cambia i delicati meccanismi del match. Il sogno finisce lì, assieme alla stagione del virtuoso artista surreale, come avesse lasciato su quel centrale ogni energia psico (certo)/fisica (come no). Fa solo in tempo a vincere il doppio stellare assieme al degno compare Melzer, scimmiottando tutti. Lui orridamente sorridente, che solleva la coppa di Wimbledon. Era nel suo destino. Il resto è un goffo alter ego che si porta a spasso. Non più pittore ma vice aiutante scrostatore di intonaci ammuffiti. Si trascina per tornei come bertuccia anchilosata. Da vero spartano impavido si era fatto male nell’inutile challenger di Atene. Lo strano figuro sciancato inanella sconfitte in serie. Poi si ferma due mesi e ritorna, in tempo per deliziare gli amanti del nulla genialmente instabile, giocando a mezzo servizio il doppio nella Masters Cup di Londra.
Ernests Gulbis, alla perenne ricerca di quell’equilibrio. Il tennis è un delicato gioco di equilibri sopra una pazzia di fondo. Il giovane lettone seguita a ricercarlo da anni. Sembrava la stagione giusta. Boccoli da putto e michelangiolesco volto ricoperto da barba selvaggia, vince un torneo giocato a grandi livelli, a Delray Beach. Conferma spavalderia e colpi immacolati anche a Roma. Sui campi del Foro Italico fa fuori Federer e se la gioca alla pari con Nadal. Forse l’unico ad aver impensierito sul serio il maiorchino al top sulla terra battuta. Braccio veloce, avvolto da gran naturalezza violenta ed un carattere da incanalare nel giusto binario di una gioiosa pazzia applicata al tennis. Sassate fulminanti e smorzate compulsivamente candide. Chiunque capisca un po’ di tennis non può non capire che questo ragazzo nato da famiglia miliardaria possegga un talento raro nella mano. Che il destino di quelli come lui è vincere gli Slam senza troppa difficoltà. Che il momento è vicino. Nel periodo di moria della vacche attraversato dal tennis, ci si accontenterebbe anche di un personaggio capace di mettere pepe al circuito. Scheggia indomabile come furono Ivanisevic e Marat, da cui ha ereditato gli occhi folli e il rovescio bimane simile a musicale colpo di mannaia. Il delicato giocattolo si rompe a Parigi, a causa di un infortunio alla gamba. Si trascina anche lui fino a novembre senza più un acuto. Solo qualche bagliore sparso. Ma se entro il 2015 non vince uno slam, io vado a vendere platani in Congo, assieme ai vice campioni del mondo di calcio del Mazembe. E vado dallo stesso barbiere di Materazzi.
Mikhail Youzhny. “Er canaro” regala musicali rovesci da top ten. Prigioniero di un corpo da macellaro “er ventresca” e con quel fastidiosissimo gracidar di ranocchie a minarne la serenità mentale, Mikhail Youzhny ha finito per giocare la migliore stagione della sua carriera. A ridosso dei campioni veri e ad un soffio dalla qualificazione per il Masters di Londra. Faccia da bi-ergastolano serial killer di mosche cavalline e fisico tarchiato, è indiscusso protagonista due più bei match d’inizio anno: A Melbourne contro Gasquet e nella vincente semifinale a Rotterdam opposto a Djokovic. Scudiscia di rovescio da perfetto D’Artagnan travestito da Bombolo e come l’incantatore pifferaio magico che si accanisce col serpe, vince per poi arrendersi il giorno dopo all’involucro di cui è schiavo. Una serie di buoni risultati inframmezzati da infortuni e militari saluti al pubblico. Due finali, vittoria a Monaco, discreto Roland Garros ed eroica semifinale a New York. Tanto basta per far gridare al piccolo miracolo di un braccio che vive di vita propria, zavorrato da quella che sarebbe la vincente combinazione di questo sport (mente e fisico).
Michael Llodra. Mancato eroe, sbucato dal passato. Essenza intima del tennis classico che ancora sopravvive alle nefandezze della modernità sparacchiante. Una specie di ritorno all’inebriante passato. Funamboliche evoluzioni, dardeggianti colpi piatti, servizi seguiti a rete con tanto di tagli, merletti e graffi felini. Il trentenne mancino si dibatte come il pulzello d’Orleans nel mondo malvagio. Guizzi balzellanti ed il piccolo capolavoro a Parigi Bercy, tra la sua gente eccitata. Sfiora la finale, affettando con fine arte da cesellatore volleante niente meno che Novak Djokovic. Stagione perfetta, best ranking con parziali successi nei tornei di Marsiglia e Eastbourne, ed estetica fine a se stessa placata grazie a virtuosismi ormai dimenticati. Manca solo la ciliegina. Quello che lo avrebbe consacrato come indiscusso eroe di questo 2010 per gli edonisti del nulla che credono nelle fiabe. Nella finale di Coppa Davis ha sulle corde la possibilità di regalare la Coppa Davis alla Francia, ma nel catino di Belgrado affonda miseramente, stanco e svuotato.
David Nalbandian, l’eroico Sancho Panza. Grande attesa per l’argentino, rientrato dopo le vicissitudini all’anca. Balbetta, ostenta un paio di acuti antichi. Deambula pesante, semi-infermo, col volto paonazzo ed il ventre abnorme pietosamente nascosto da magliette sblusate stile Demis Russos. Il solito Nalbandian, cristallino talento zavorrato da rivoli di ciccia debordante. Cosa fregherà mai a lui, di dimagrire come ha fatto Mardy Fish? Proprio nulla. Con quel braccio, quando vuole, e soprattutto se lo vuole, è capace ancora di incantare. Mezze volate e prodigiosi colpi, contro tempo e contro ogni legge fisica. Sbendato come una mummia egizia ed ancora infortunato, prende un aereo per la Svezia e si trasforma in eroe argentino di Coppa Davis. Rinuncia a Wimbledon per prepararsi all’altra sfida a squadre contro la Russia, ed affossa Davydenko e Youzhny. E il singolare? Poco gli interessa. Mantiene qualche refolo di forma tra un incontro di Davis e l’altro, dominando a Washinghton. Chiude trionfando nella Copa Argentina dove, tra gli altri, batte in due divertentissimi e tirati set Marat Safin versione ex (nel senso che non gioca più, perché allenarsi non s’è mai allenato).
Nicolas Mahut, volleante uomo dei record. Si prende il proscenio mondiale, finalmente. Lui e quel serve&volley diventato arte anacronistica a causa di materiali e superfici che assecondano i picchiatori smidollati. Guadagna l’attenzione di tutti per qualche giorno. Mica per una vittoria importante, ma per l’immortale sfida dei record contro Isner a Wimbledon, durata due giorni. Servizi e volée deliranti, ore di battaglia coi due che continuano semoventi ed appaiati, tra urla e gridolini d’eccitazione del pubblico che affolla il campo secondario dell’All England Club. Finisce per perdere, ma è solo un dettaglio. Chiusa la parentesi biblica torna nel dimenticatoio dei tornei challenger e di chi fatica a restare tra i primi 150 al mondo. Ma questa è un’altra storia (faccio la faccia da Lucarelli).
Frank Dancevic. Un pirata di marzapane. Accade che questo fulgido puledro di razza passi metà stagione da mutuato ex tennista, per i soliti problemi ad una schiena consistente quanto una giuncata. Ritorna in tempo per la brucante stagione su erba, e sciorina qualche bagliore infermo. Quarti a Newport, al solito proscenio per funamboli estemporanei. Sembra davvero voglioso di riemergere anche sul cemento degli States. A Gramby, semifinale, si schianta fantozzianamente contro un tabellone piazzato a bordo campo, facendosi un male atroce ed uscendo sorretto a braccia. Ogni cosa ha il suo destino. Qualche altra fiammata nei challengers europei con le vittorie sul giovin rampollo Dimitrov ed il botolo Clement. Prima di risprofondare nel suo baratro da over 300. Ma io credo ancora che entrerà tra i primi venti. E che contro il nostro giovanissimo ed adorato megapresidentissimo aprostatico vi sia una congiura. Una specie di malvagio complotto ad opera di oscure forze antidemocratiche. Forse alieni color verde marcio, con tre occhi e melliflue antennine vibranti.

sabato 18 dicembre 2010

OSCAR DEL TENNIS 2010 - Flop e tristi cadute in disgrazia


Nikolay Davydenko. Lo scorso anno di questi tempi ci si stupiva per quel rachitico mucchietto d’ossicine raccolte alla rinfusa, capace di un finale stagione prodigiosa. Si celebrava il trionfo fatuo del proletariato tennistico. Successi in oriente e nella Masters cup di Londra. Tutti i più forti finiti sotto i suoi colpi anticipati, frutto di un virtuoso ed inspiegabile meccanicismo. Agghindato come un manichino della “Standa” reparto maglieria intima, l’operaio Stakanov con la sua fiera pelata d’ordinanza ha iniziato alla grande anche il 2010 vincendo a Doha, regolando in finale nientemeno che con Nadal. Uno stato di forma proseguito fino ai quarti di Melbourne.
Esaurita quella verve proveniente da catacombe inspiegabili, il nostro soldatino russo è caduto nel baratro. Una serie infinita di comparsate senza senso e sconfitte a grappoli. Espressione intima della vacuità nel mondo del tennis. Nikolay è tornato “Nosferatu” nella miglior interpretazione dell’ottuagenario Klaus Kinski. Annessa l’espressione spaventosa, gentile ed inoffensiva. Fedele al suo personaggio, ha pagato una caparbietà stretta parente dell’ottusità. Carattere di ferro e colpi da play station, l’inossidabile operaio non si è smentito, ignorando i medici che ne avevano consigliato il riposo per curare l’infortunio al braccio. Lui, indefesso e tignoso come un mulo pelato, ha proseguito per la sua strada, lacerandosi ancora di più. Uno straziante ghignetto di dolore via l’altro. Tra senili malanni e sconfitte, è crollato al numero 22 della classifica. Ed alla soglia dei trent’anni suona come triste canto di un cigno spelacchiato. Il russo povero di origine ucraina che dormiva nella macchina del cugino per partecipare ai tornei, è diventato miliardario col tennis. Ha avuto una carriera eccelsa per quelli che erano i suoi mezzi fisici. Senza essere un abbiente “principe” come Kafelnikov, avere la faccia da pubblicità e l’istrioneria folle di Marat, men che meno i colpi divertenti di Youzhny. L’omino d’acciaio conclude una stagione orribile, pronto a tentare altri difficili guizzi. Di sicuro ci proverà.
Fernando Verdasco. Qualcuno potrebbe protestare per questa inclusione nei “flop”. Inutilmente. Lo spagnolo piace, mi diverte il modo spavaldo di schiaffeggiare la pallina negli angoli. Uno di quei personaggi che fanno bene al circuito ed allo spettacolo del tennis fine a se stesso. E’ adorabile la sua autoconvinzione d’esser grande combattente. Quel 6-4 al quinto con Nadal di due anni fa in terra australe lo ha battezzato perdente naturale, con carnascialesca maschera da guerrigliero impavido. Poi grida pure “vamos!”, che diamine. Il confine tra un perdente ed un agonista scenico è sempre labilissimo.
La sua è stata un’annata da dividere accuratamente. Belle partite, sconfitte come chicchi di grandine ed imperiture soddisfazioni nella seconda attività da sciupatore di “serbiette” tennistiche. Primi mesi in grande spolvero, costellati da prestazioni violente ed abbaglianti. Finale a Montecarlo, dove raccoglie un game contro Nadal. Poi semifinale a Roma e vittoria a Barcellona. I restanti giocati in condizioni fisiche pietose, come gestito da negrieri pazzi. Una programmazione da tennista mediocre o presenzialista “harlem globe trotter” con sanguinolente piaghe da schiavo ai piedi. Insuccessi vagamente mitigati dalla liason con Carline Wozniacki. Quello di impelagarsi con tenniste bambolone, deve essere una specie di morbo che affligge il “machetto” madrileno. Sul campo seguita a contorcersi riottosamente, sparare sberle mancine col braccio veloce e fumigante ed esalare altri “vamos!” densi di agonistica accademia. Tra una sconfitta e l’altra. Lo scorso anno finì per giocare tre bellissimi e combattuti match nella Masters Cup di Londra. Ovviamente persi. Quest’anno, senza più l’antologico ciuffo da Little Tony d’annata, le epiche battaglie le ha perse da Fognini e Gasquet. E’ lì la piccola differenza. Eccolo, il divertentissimo agonista a buffo che si agita tutto. “Anvedi come perde Nando, è proprio la fine der monno!”. Riesce persino a far sembrare un feroce arrembante lottatore Gasquet, francese sull’orlo del ricovero coatto in una casa di cura per esaurimento nervoso. Prima di perderci all’ultima pallina nella finale di Nizza, ci scappa persino una mezza scazzottata. Con Gasquet. Mi pare d’aver detto tutto.
Marin Cilic. Vittorie a Chennai e Zagabria, semifinale a Melbourne, sconfitto da Murray. Inizia il 2010 come aveva terminato la precedente stagione. Nuovo top ten dagli incoraggianti orizzonti e grandi speranze, in un circuito dove latitano nuovi personaggi capaci di infastidire i più forti. Devastante servizio e dritto sonante ad accrescere le attese per il ventunenne pastorello di Medjugorje. Forse troppe. Pensa addirittura di farsi seguire da Goran Ivanisevic, icona squilibrata del tennis croato. Un chierichetto allenato da Belzebù in persona. Lui così mite, con l’ammorbante sguardo triste incastonato in occhi da gibbone impaurito sormontati da sopracciglia folte ed unite. S’è letteralmente perso, raccogliendo sconfitte dense di molle rassegnazione. Persino Feliciano Lopez a Roma o Misha Youzhny a Monaco suonano l’ukulele sul suo cadavere.
L’istantanea più crudele di una stagione che ne segna la confusionaria involuzione, sì è avuta a New York. In un completo granata, mezzo Ciccio Graziani versione centrattacco del Toro e mezzo gobbo di Notre Dame, si lascia affettare dalle candide stilettate anticipate del “pokemon” nipponico Nishikori. Cede mestamente alla distanza, ad un avversario che è reduce da un anno passato alla mutua. Continuando sui ritmi ultimi, rischia un crollo nei primi mesi della prossima stagione. E’ lì che si deciderà molto del suo futuro prossimo. Dalla sua c’è ancora l’età e colpi di grande naturalezza pesante. Un suo ritorno nella top ten dipenderà dalla zavorra di quel carattere estremamente docile ed agonisticamente terrorizzato.
Gli altri desaparecidos. Ci sono anche altri nomi da inserire nel calderone delle tristi dipartite sportive, o momentanee cadute. In primis Carlos Moya. L’ex numero uno spagnolo, dopo un lungo stop per problemi all’anca, ha provato a rientrare. Tristissime sconfitte e tentativo ricco di gratuito patetismo. Decide di dire basta, conscio di non poter più essere competitivo e dopo una carriera ricca di soddisfazione. Certo, buon senso avrebbe sconsigliato le ultime apparizioni ed i due games raccattati da un Benjamin Becker qualsiasi, nell’ultima uscita. Lo scorso anno il circuito perdeva Santoro e Safin, quest’anno Moya. Usando un esercizio di eufemismo carpiato, si era più tristi lo scorso anno.
Chi ha già smesso, ma vuole evitare di dare il triste annunzio è James Blake. Il trentunenne americano dalle chiappe prominenti non riesce più ad essere competitivo. Problemi fisici e di materiali, rendono l’ultimo atto della sua carriera una straziante via crucis. Sprofondato fuori dai cento, ed incapace di riproporre nemmeno alla lontana le pirouettanti e gradevoli evoluzioni di qualche anno fa. Un po’ spiace. Altra crisi senza via d’uscita sembra quella di Juan Martin Del Potro. Ingeneroso comprenderlo nei “flop”, visto il cruento e misterioso infortunio che ne ha mandato in frantumi il polso. Stagione nata e conclusa a Melbourne, tra lacrime di dolore. Sulla possibilità del pistolero di Tandil di tornare a grandi livelli dopo l’entusiasmante cavalcata di Flushing Meadows 2009, è fitto mistero. “Le mie possibilità di tornare ai vertici sono pari a quelle che Federer tra cinque anni sia il mio allenatore”, dichiarato con un filo d’ironia, non lascia buone speranze. Scomparso per gravi malanni al tendine d’achille anche Ivo Karlovic. Il fromboliere croato è personaggio folkloristico, risulta a suo modo divertente osservarlo deambulare verso la rete con due passi da mammuth. Forse tornerà a sparare ace dall’alto della sua gru, ma il timore che abbia lasciato le ultime energie nel biblico ed interminabile match di Davis contro Radek Stepanek, è forte. Il ceco col volto dipinto da un pittore pazzo è l’altro personaggio calante della stagione. Un po’ per gli acciacchi ed il logorio fisico. Altri non me ne vengono in mente. Oddio, ci sarebbe Andreev. Ma scrivere di Andreev sarebbe troppo. Poi lui ha sempre Maria Kirilenko, mica poco.

mercoledì 15 dicembre 2010

GLI OSCAR DEL TENNIS 2010 - Miglior tennista non protagonista


1 - Robin Soderling. Si conferma, lo psicotico svedese, come deviato e squilibrato killer della tundra. Passo ciondolante, occhio pazzo ed atteggiamento di allampanata strafottenza. E’ fieramente antipatico, Robin. Vero nella sua cattiveria senza fronzoli, artefatti e grotteschi sorrisi da cabaret tragicomico. Quello è. E a tratti piace per quell’attitudine incurante e distruttrice. Rudimentale ed estremo. Bravo nel mantenersi ai vertici e dimostrare quanto quella della scorsa stagione non sia stata una fiammata casuale. Ma che di estemporaneità omicida può farne una costante. Un controsenso lineare. Trasformarsi in scheggia impazzita capace di rovinare scenari precostituiti. Divellere ostacoli imbracciando un’artigianale accetta da boscaiolo in versione killer seriale dalle maniche di camicia arrotolate. O mesto suicida con l’occhio spento da cefalopode agonizzzante, su una bancarella dei mercati rionali.
Tutto scorre sul filo di una follia delirante. A Parigi si trova bene. Lo scenario romantico e smielato della città francese ben si sposa col devastante afflato di virulenza meccanica in salsa scandinava. Si diverte, quasi. Sulla terra del Roland Garros abbatte Roger Federer con una prestazione memorabile. In trance omicida ed elettrodi piazzati sulle tempie, su note psichedeliche e demolenti. Su quei campi la scorsa stagione aveva messo in ginocchio il gran dominatore delle terra battuta, Rafael Nadal. Non è più un caso, ma un supereroe alterato, nato per tranciare a suon di frustate record leggendari o grandi campioni lanciati verso l’immortalità. Quasi ispirato e diretto dalle sovrannaturali forze aliene del male. Randella come un ossesso, “Psycho Killer”. Perde per la seconda volta in finale, dopo l’impresa. Poi si rifà vincendo il primo Masters 1000 della carriera, proprio a Parigi-Bercy. Numero 5 vero e disturbatore “ignorante” dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. Finché dura, quello è il suo ruolo.
2 - Andy Murray. E’ trascorsa un’altra stagione. Altre occasioni rapidamente passategli sotto gli occhi allibiti e scostanti. L’urticante fuscello di Scozia si conferma nell’élite del tennis mondiale, senza riuscire a coronare il sogno della vittoria in un Major. Stagione altalenante, con buoni successi nei Masters 1000 di Toronto e Shanghai, ma senza il picco del campione degno d’esser chiamato tale. Con l’atteggiamento di disgusto e protervia insostenibile dipinto sul volto spigoloso, ormai starà intimamente iniziando a porsi delle domande. “Perché mai questi li batto spesso, ma mai nelle grandi occasioni?”. Invece dello sguardo livoroso della bacucca mamma Judy ad inzigare la malsana idea d’essere il predestinato, ci vorrebbe altro. Un medio strizzacervelli a fargli comprendere d’essere ancora un gradino sotto i due più forti. E perché Toronto non è Wimbledon o New York senza dover prendere un libro di geografia. Lo noti chiaramente, quel lacerante dissidio interiore, dopo la finale di Melbourne persa da uno scintillante Federer. Un’altra finale di Slam volata via contro lo stesso, vecchio, campione elvetico. Frigna lacrime di frustrante impotenza, perché in fondo aveva fatto il possibile, giocato al meglio delle sue possibilità.
Grandi scavicchi difensivi di rovescio, difese deliziose e contrattacchi certosini. Tatticamente intelligente, e tecnicamente completo. Talmente intelligente da suicidarsi da solo in alcune circostanze, come il ragno maldestramente intrappolatosi nella sua laboriosa tela. Perennemente tra il “Ciccio pasticcio” e l’incompiuto Napoleone. E quando azzecca la partita perfetta succede che Nadal o Federer lo puniscano ferocemente. Provateci voi ad essere nella stessa situazione di misconosciuta e riottosa inferiorità. C’è di che avvilirsi. O domandarsi se non sia l’ennesimo bluff. Cominciano a farlo anche i britannici, fin troppo convinti di aver trovato il Dio in terra capace di renderli felici per un decennio. Lui continua con quell’atteggiamento da viziato selvaggio, mezzo baronetto e mezzo maleducato contro i canoni ingessati del tennis. La soluzione è semplice, più scontata di quanto si pensi. Pur nella diversità di epoche, tecnica e stili, Andy è come Ivan Lendl. Frustrato perdente di livello contro Contro Connors, Borg e McEnroe. Poi scopertosi numero uno e pluri vincitore di slam a 24 anni, quando i tre castigamatti si ritirarono o calarono per diversi motivi. Resta da vedere se Andy riuscirà ad avere pazienza, e lavorare quanto il robot ceco.
3 - David Ferrer. Eccolo lì. Costante e puntuale come il mandriano dei campi. Normotipo, piazzato e ingobbito, fa il suo mestiere con truce onestà. Esteticamente orrido, professionalmente ammirevole. A 28 anni rientra tra i primi dieci, e si guadagna l’inutile comparsata sul red carpet della Masters Cup di Londra. A disagio su quel proscenio come Sandro Bondi con la sua faccia da medusa morta ad una rassegna di cinema o in qualsiasi manifestazione culturale. Ed è inevitabilmente trinciato dai top players, coi quali nelle grandi occasioni svanisce miseramente tornando nelle mera normalità impiegatizia. David ottiene però la nomination tra i “migliori tennisti non protagonisti” grazie ad una stagione fatta di gran costanza inelegante, buone vittorie operaie e belluine urla che accompagnano dirittacci zappati con incuranza estrema verso il gesto tecnico. Tignoso e rabbioso cagnaccio sempre aggrappato al match, che non regala nulla all’avversario. Figuriamoci allo spettacolo. Rimangono nitide le istantanee che lo vedono col ciuffo da “Shining” pencolante sugli occhi e l’asciugamano serrato tra le mandibole come un dogo argentino affetto da cinofila rabbia all’ultimo stadio. Di più, è arduo analizzare. Mai pericoloso nei tornei dello Slam per i più forti, ma sempre in fondo nei medi tornei giocati su terra battuta. Dai dopolavoristici tornei d’inizio anno in Sud America fino a Roma, dove nell’orrida finale cede alla crudele legge della savana ed al suo connazionale carnefice Nadal. Mentalmente, fisicamente e tecnicamente. Encomiabile nel difendersi sul veloce presunto di altri tornei, il terricolo d’iberia acciuffa anche il torneo in casa propria a Valencia. Io per non sbagliare, continuo a ripetermi come un mantra: "Però ammirevole, questo atleta, neh...". E poi cambio canale.

sabato 11 dicembre 2010

GLI OSCAR DEL TENNIS 2010. Miglior tennista protagonista


Rafael Nadal. Stagione quasi perfetta per il maiorchino, che come un satanasso travestito da Lazzaro risorge rabbiosamente dalle sue ceneri di dolore. Riemerge col coraggio dei guerriglieri dai dubbi sul futuro a da quelle giunture sfibrate che sembravano segnare in modo implacabile una carriera ancora nella parabola ascendente. Legamenti non più capaci di sostenere peripezie arrotatamente esasperate e gran corse da forsennato. Risorge a primavera come una mutante cavalletta, nel luogo a lui più consono, sul rosso mattone tritato che costituisce quasi un’unica tela con quel tennis diabolicamente arrembante. Un apache orgoglioso, che non muore mai. Trionfa a Montecarlo, Roma e Parigi, senza mai dare l’impressione di poter patire il tennis di qualcuno. Nemmeno alla lontana impensierito da frotte di connazionali senza il giusto carattere per sostenerne la debordante personalità prima ancora dei colpi e tennisti di vertice troppo discontinui. Un piccolo grande slam su terra battuta, cui fa seguire impegni studiati col negriero factotum zio Toni, sempre solerte e vigile con schioccante frustino in mano.
Le ginocchia tornano a funzionare grazie a raffinate ma dolorose tecniche medico scientifiche, illuminanti trasfusioni di proprie piastrine. Ma sul veloce (ormai solo apparente) dei tornei post stagione rossa, i problemi ci sono ancora. O meglio, si riscoprono avversari in palla e capaci di mettere in difficoltà i suoi fagocitanti uncini. Rafa soffre, quasi mai riesce a dare una grossa impressione nei tornei intermedi, per presentarsi al top della forma, pronto a dare tutto, nelle prove dello slam. Ed eccolo, con un po’ di fortuna, qualche trucchetto scafato e tabelloni in discesa trionfare sull’erba di Wimbledon ed a New York. Corre, sbuffa, trita e picchia senza mollare una pallina, con la cattiveria in occhiate frenetiche. Tre slam su quattro in stagione e tutti e quattro i major che hanno visto almeno una volta il suo nome nell’albo d’oro. Fallisce solo il Masters di Londra, imbattendosi in un Federer stellare e cedendo alla ormai atavica stanchezza di fine stagione, tipica degli umani. Perché malgrado tutto, il diavolaccio di Manacor rimane un terrestre.
Roger Federer. Da due anni i discorsi sull’età avanzata e l’imminente dorato futuro negli eremi dei grandi monarchi in pensione, sono all’ordine del giorno. L’età non la possono fermare nemmeno i marziani. Ma a 29 anni lo svizzero non ha proprio l’intenzione di voler smettere. Anzi, fisicamente sembra persino più smagliante del solito. Continua ad avere dalla sua parte un tennis che è precisione svizzera e tambureggiante concerto sinfonico, in un unico sincronismo raro. La cavalcata a Melbourne è sensazionale. Compresa una devastante finale danzata sulle punte che costringe un Andy Murray a sgorgare larme di scorata frustrazione. Una dimostrazione di soave ferocia annichilente.
Poi arrivano mesi di magra e troppa rilassatezza che, complice il Nadal cannibale di primavera, gli fanno mancare di pochi giorni il record di settimane al vertice della classifica Atp. Come Dorando Petri travestito da Fantozzi. Forse corrucciato da quel piccolo grande traguardo che ancora ne turba gli algidi sonni e manca ad una carriera corsa ad impressionante velocità, finisce per steccare più di un appuntamento. Cede alla vena irrepetibilmente omicida ed alle roncole deliranti di Soderling a Parigi. Ancor più inattesa è la resa sui sacri prati di Wimbledon contro un buon Berdych, che pure fa di tutto per non smentire una fama da gran perdente di livello. Grandi colpi e set di rara perfezione, alternati a distrazioni, ispirazioni appannate ed amnesie incomprensibili. Alienazione spirituale quando il match si trascina nella plebea battaglia in cui egli stesso a volte si impelaga, assecondando di petto le sfuriate di qualche picchiatore. Materia per Freud ed i suoi discepoli svitati. Ma non per lui, quanto per chi prova inutilmente a capirci qualcosa. E’ la seconda carriera del dominatore elvetico, che chiede aiuto a Paul Annacone, già taumaturgo e coach dell’ultimo Sampras. L’impressione che alla lunga abbia bruciato la distanza che lo separava dalle seconde linee spuntate Murray e Djokovic, si fa comunque forte. All’apprendista campione scozzese cede nei Masters 1000 di Toronto e Shanghai. Al serbo invasato si arrende dopo una battaglia feroce nella semifinale di New York. Pronti all’ennesimo coccodrillo, in molti devono rimandarne la pubblicazione, perché l’ex despota torna momentaneamente in sella nell'autunno morbido, con tanto di furenti punizioni a Djokovic e Murray. Fino alla conferma di una condizione mentale tornata quella dei tempi belli, nella Masters Cup di Londra, dominata col piglio del marziano che ha ritrovato l’ispirazione.
Novak Djokovic. Con quella faccia un po’ così, quasi disegnata da uno scrittore horror che si è preso una sbronza di vinaccia, continua a veleggiare nell’élite del tennis mondiale. Tra prove di forza, sbarellamenti, patetiche imitazioni da guitto di quarta fila e sceneggiate da istrione ottusamente convinto d’esserlo. E la devastante immagine di Paola Binetti che inscena un burlesque in una coppa di champagne è l’unica similitudine che balza alla mente, dopo averlo visto con una parrucca rossa o travestito da comico d’inizio secolo. Lui, con quella espressione terrificante. La lombrosiana scucchia, postura cameratesca ed occhi sbarrati che trasudano odio puro, si adopera a mostrarsi leggero buontempone. "Il cavaliere senza testa" di Sleepy Hollow che racconta barzellette. La malvagia realtà è quella del campo ed evidenzia come a Novak manchi ancora qualcosa per avvicinare Nadal e Federer nel pieno del loro fulgore. Li ha battuti certo, il più delle volte approfittando di piccole incertezze dei due rivali. L’altra verità inconfutabile è quella dei numeri. E la possibilità che possa bissare quel titolo dello Slam ormai vecchio di quasi tre anni. Troppo forte il dubbio, mentre lo vedi deambulare ritto come uno scopetto di quercia verso la rete e seviziare una incolpevole volèe. Dubbio che si fa più insistente assistendo a sporadiche punizioni corporali di avversari inferiori o sterili vittorie in Masters 500, per arrendersi con puntualità svizzera negli slam.
In Australia basta uno Tsonga in normale giornata di virulenza abbagliante a ridimensionarlo. A Parigi riesce addirittura a trasformare Melzer in un gladiatorio combattente. Prova l’ebbrezza di farsi rimontare dal mancino austriaco rendendolo tennista vincente, oltre che talentuoso, alla soglia dei trent’anni. A Wimbledon manca la finale per colpa di Berdych gettando via tutto, tra urlacci della foresta e racchette frantumate in modo orrendamente macchinoso e costruito, anche lì. Annata deficitaria, da far gridare al quinto mistero di Fatima verso un computer che ancora lo mantiene tra i primi tre, ma parzialmente riabilitata nell’ultima parte. A New York però, messi da parte numeri da Martufello travestito da "Igor" di "Frankenstein jr", riscopre la sobrietà del tennista e torna furibondo pugile accecato. Con gran coraggio e personalità porta Federer nella interminabile battaglia senza sosta e lo batte in volata, prima di cedere ad un più fresco Nadal nella finale. Altro passo che rende il suo 2010 meno fallimentare è il successo nella Coppa Davis. Manifestazione giocata senza risparmiarsi e risparmiare atti d’amor patrio confinanti con la belligeranza santa. Si prende in spalla la squadra e l’intera Serbia, nella vincente finale di Belgrado con la Francia. Il 2011 potrebbe essere il suo anno. Per un altro slam o per la parte di protagonista nel rifacimento trucido di “Shining” col testone spinoso che va alla guerra.

DAVIS CUP 2010: TRIONFO SERBO

Nell’infernale e ribollente bolgia di Belgrado, i padroni di casa serbi portano a casa la Coppa Davis 2010. Djokovic martellante e sicuro, Troicki delfino protagonista per una notte. I “Blues” falcidiati dalle assenze cedono solo nel singolare decisivo. Le pagelle
Novak Djokovic: 8. Era la sua coppa. L’ultimo sentitissimo sfizio di una stagione senza grosse soddisfazioni individuali. E lui non tradisce le aspettative. Certo, la Davis quest’anno è stata snobbata da Nadal, Federer e Seppi, ma non è certo colpa sua. Centrato e carico a mille, porta a casa i due singolari concedendo le briciole agli avversari. Si avventa su Simon come il cecchino squilibrato sull’agonizzante orsetto delle giostre. L’inutilmente molleggiato Monfils non ha serie armi per scalfire la sua furia, solo balzi di caucciù. Provate ad immaginare Djokovic che esulta con gli occhi accecati da un odio folle ed inspiegabile. Moltiplicato per dieci. Alimentato dai colori della sua patria e da oltre sedicimila invasati connazionali che chiedono la vittoria. Avrete qualcosa che non ha eguali nel mondo dello sport. Tardelli al Mundial 82? Nadal esagitato e baldanzosamente arrembante? Inzaghi che raddoppia nella finale di Atene 2007? “Jimbo” quarantenne che vince battaglie commoventi? Niente, siete sulla strada sbagliata. Il serbo rifugge ogni paragone agonistico. Lo sport è un contorno. E quell’odio primordiale negli occhi, qualcosa su cui indagare. Potreste al più rinvenirne rivoli nei documentari, in film che raccontano di cruente battaglie petto a petto con le accette medievali o scimitarre trincia teste. Martella come un ossesso, convinto e spinto dalla folla indemoniata. I due punti, secondo il più scontato dei pronostici, li porta a casa con sicurezza debordante. Uno spettacolo vietato ai minori, quasi. E lui, dopo la prima giornata, chiama il pubblico ad essere “più energico”. E’ chiaro quanto voglia la guerra totale. Lo capisci una volta di più dopo aver visto quegli occhi incontenibili che escono fuori dalle orbite. Il resto, un miserabile punto, lo devono fare gli altri. E ci riescono. Ora è pronto, per vincere un altro slam, o per un casting con Dario Argento. Anzi, quello lo ingaggerebbe senza provino.
Viktor Troicki: 7. L’anitroccolo per una sera diventa protagonista assoluto. Vuoi per la coincidenza che lo mette nel quinto singolare, o per un Llodra arrendevolmente imbarazzante ed esposto a traccianti che pesano come macigni. Se qualcuno non trova piacevole Djokovic, questo strano ragazzo macchinoso che si muove come il suo idolo, esulta allo stesso raggelante modo ed ha il medesimo, straziante ed atroce “occhio della madre” dell’immortale “Corazzata Potemkin”, può decidere di spegnere il televisore. Al limite vedere a cuor leggero un concerto dei Pooh vestiti come giovinetti o Emilio Fede che non si dà pace per quel “lazzarone, vigliacco, attentatore” di Assange col suo Wikileaks. Tutto vi sembrerà più lieve. Anche il delfino di Nole in doppio. E Troicki in doppio è come un geco sulla neve, Gasparri in un convegno di intellettuali, Bondi nominato ministro della cultura. Qualcosa che non può esistere nel mondo reale. Eppure il capitano serbo lo schiera al fianco di Zimonjic, una specie di balio asciutto con la rassicurante faccia di La Russa. E la coppia da “Rocky horror pictures show” è servita. Con degno contorno e rutilar d’esultanze inutilmente insipienti, sinistre dita che si alzano (tre, mi pare). Troicki si esibisce in numeri raccapriccianti che svelano la mestizia di un braccio artigianalmente ruvido. Rudimentale ed inguardabile, mentre strozza l’ennesima incolpevole volèe con movenze legnose. Pure un Barazzutti logorroico come non mai al microfono, si accorge che con i colpi di volo non ha troppa familiarità. Ma viste le lune storte di Tipsarevic, rimaneva l’unica chance dei serbi di portare a casa il terzo, meritatissimo, punto. In singolare non tradisce le attese, non pagando minimamente l’emozione di dover giocare il punto decisivo. Con una prestazione quasi perfetta impallina il povero Llodra, svolazzante pennuto ansante. Come accanirsi su un uomo già morto. Una serie di randellate monstre e passanti impeccabili al millimetro, che ti fanno salire il magone per uno sport che non esiste più come lo intendevi nell’età dell’innocenza. Domina in tre agevoli set, ed è portato in trionfo dai connazionali.
Nenad Zomonjic: 6. Mastro doppista dall’inquietante somiglianza col La Russa che esibisce la sua espressione più sobria. Basterebbe quello per rifuggire le sue folte sopracciglia per i prossimi sei lustri. Gli mettono al fianco uno spaesato Troicki, e lui ci prova anche a sorreggere l’insostenibile. Si mette di buzzo buono, come paziente maestro col maldestro e viziato allievo dal braccio ingessato. Solito show di pugni al cielo, urla e tutto quello che richiederebbe un bollino rosso per l’intero week end. Potrebbero anche completarsi, i due. Gran servizio e buone volèe del primo, abbinate ai rocciosi colpi al rimbalzo e disastri confinanti l’abominio a rete dell’altro. Così deve averla pensata il capitano serbo, che forse tante alternative non ne aveva. Peccato che due mezze mele non facciano un doppio competitivo. E appena Nenad cala il ritmo, la sconfitta diviene inevitabile.
Janko Tipsarevic: 5. Chissà cosa deve aver creduto il capitano serbo, quando ha incaricato il barbuto Janko di rompere il ghiaccio. Sperato forse nelle lune propizie e nell’imponderabile che si cela nella mente complessa del talentuoso ragazzo. Un pensatore che legge, conosce, apprende e s’incupisce dietro gli spessi occhiali. Meglio la violenta mente sgombra di Troicki, in singolare. L’afflitto tennista-intellettuale inizia con due doppi falli che svelano già l’andazzo di un match senza storia, e l’inevitabile rapida sconfitta al cospetto di un Monfils nient’altro che normale.
Gael Monfils: 6. Fa il suo mestiere, l’eccentrico ballerino sghembo. Batte in sicurezza il numero due serbo, si arrende a Novak Djokovic in tre rapidi set. Mestamente, malgrado le solite inutili e sceniche evoluzioni da ginnasta esasperante. Annesso iniziale colpo sotto le gambe in sospensione di due metri. Manca la pallina, e rischia di lacerarsi in modo cruento ogni muscolo del corpo. Lui si diverte così, e forse a qualcuno piacciono queste estremizzanti acrobazie dense d’inutilità antiestetica. Agli amanti dei cartoon di cera ponga o agli appassionati di basket acrobatico. Nulla più. Le speranze della Francia passavano anche per un suo miracolo contro il numero tre al mondo, e lui non ci va nemmeno vicino. Casualmente avanti di un break nel terzo set, si eccita tutto come neanche avesse vinto 19-17 al quinto la finale di Wimbledon. Esaurisce ogni energia mentale e raccoglie solo le briciole nei restanti quattro games.
Michael Llodra: 5,5. Bando ai soliti soloni e pedanti parolieri che di tennis avranno visto un par di partite di straforo, era il suo punto in singolare la vera speranza dei “bleus”. Altro che “doppio come punto fondamentale”. Già da settimane dibattevo con ignari personaggi, che mi reputavano pazzo, del suo decisivo match da giocare sul 2-2, contro Troicki. Come facevo a saperlo? Semplice, mi era apparso in sogno. C’era tutto, in quella sceneggiatura da oscar. Un magnifico sogno, venato di dolce utopia ammaliante. Ieri si è rapidamente trasformato in incubo. Qualcosa da cui avverti di poter uscire, abbandonandoti alla rassegnazione più cupa. Quasi fosse un pennuto ferito e stanco, Michael espone il petto ai pallettoni furenti di Troicki. Attacca, attacca, il trentenne mancino col boccolo alla “tin-tin”. Più dell’avversario paga la stanchezza per la maratona di doppio, portata a conclusione virtuosamente. Non è solo questione di superficie lenta, perché “Micha” sembra proprio non avere energie e speranze per sottrarsi alla morsa violenta ed uscire dal baratro oscuro. Lento e sempre in ritardo di una frazione di secondo per arpionare la volèe con la sua lama vellutata. La solita triste battaglia tra il dionisiaco e l’apollineo, che va in scena. Disastro vero, e trionfo del serbo con gli occhi sgranati ed il pugnetto incorporato, che regala l’insalatiera ad una Serbia in festa. Amen. Al prossimo sogno, che è meglio.
Arnaud Clement: 6. L’assenza di Julien Benneteau porta il capitano francese Guy Forget a rispolverare il vecchio Arnaud in doppio, contando sull’antico affiatamento con l’amico Llodra. Tennista tascabile e prossimo agli anni del Cristo in croce, ma che ad inizio secolo raggiunse anche una finale a Melbourne, in singolo, schiantato da Agassi. E che malgrado il netto declino è ancora capace di tenersi ai livelli del miglior tennista italiano. Famoso più per le eccentriche bardature, bandane multicolori ed occhiali da talpa che per i suoi colpi, questa sorta di “Pirata dei Carabi” versione ridotta ci mette tutto il mestiere che possiede per aiutare il compagno. Scalpita, trotta, allunga i suoi scarsi 170 centimetri a rete con ardimento, dopo un inizio quasi disastroso. Alla fine contribuisce a far rimanere in corsa la Francia. Tutto inutile, a posteriori.
Gilles Simon: 5. Abbandonate le speranze di avere Jo-Wilfried Tsonga per i noti problemi fisici, accantonato Benneteau, anche lui acciaccato, scartato Richard Gasquet per i ben noti problemi mentali, rimaneva lui, Gilles Simon. L’uomo della provvidenza, che ballò per una mezza estate sul cemento americano. Qualcuno sperava davvero che questo piccolo Scamarcio al brie, potesse avere un brioso guizzo champagne? Come sperare che D’Alema dica qualcosa di sinistra. “Non ho niente da perdere”, aveva giustamente dichiarato nelle interviste di rito. Sacrosanto. Niente da perdere, ma anche niente da offrire, nulla da poter controbattere alla violenta esuberanza di Djokovic. Cede in tre rapidi set, senza mai dare la sensazione di potersi inventare qualcosa, tirare fuori il coniglio da un cilindro inesistente. Solo un calo del serbo in prossimità del traguardo regala l’illusoria speranza che possa entrare nel match.
Richard Gasquet: 7. Era il quinto membro dei “galletti”. Tradotto: L’inutile. Ognuno ha il suo destino. Ma Forget lo infagotta e se lo porta lo stesso, forse come amuleto. Basta vedere Gilles Simon dibattersi scontatamente perdente contro Djokovic, per farci rimpiangere quel Richard con le meningi che urlano laceranti invocazioni di pietà. Poteva regalare una sconfitta più imprevedibile o ricercata, o l’impresa sdoganatrice che smentisse ponderosi tomi dei nipoti di Freud. Poi lo guardi, seduto in panchina come gli altri. Durante le concitate fasi del doppio lottato punto a punto dai compagni, lo osservi con attenzione psicoanalitica. L’occhio vitreo ed assente, i capelli arruffati. E’ vestito in modo diverso da tutti gli altri, fermo ed impassibile. Cosa mai potrà pensare in quegli istanti? Di assistere ad un concerto degli “Homo sapiens”? Che stiano ballando il celeberrimo “Lago dei cigni”? Chi può dirlo.
Ivanisevic/Rafter: 9. Già me li prefiguro i pensieri sconci di chi leggerà. Come i pazzi, mi faccio le domande e le risposte, seguendo l’esperienza empirica accumulata in un anno di questa rubrica ormai al congedo finale: “Ma questo Picasso, invece di celebrare i campioni Djokovic e Troicki, li tratta così?…che indegnità! Si contenga! Che c’entra Ivanisevic adesso?”. Oppure in un picco della loro massima estrosità, “ma lui contro Troicki, lo farebbe un punto? Eh? Eh?”. Più di questo non si riesce a cavare da intelligenze atrofizzate, paralizzate dalla mancanza di ironia e seriosità da pretoni frustrati. Ed ai quali non posso che rispondere con una frase del compianto Mario Monicelli, per bocca del “Marchese del Grillo”: “Io sono io, e voi nun siete un….”. Vivere il tennis come un magnifico gioco simile a commedia dell’arte senza nessuna pretesa, agevola l’elevazione morale e la creatività sognante. Provate a purificare i vostri animi divelti dai Troicki guardando la battaglia all’ultimo artiglio tra i due vecchi eroi Rafter ed Ivanisevic. Bando a ritardi, volgari ristoranti e gente nervosa che attende, rimango rapito per due ore, davanti ad un simile spettacolo delirante. Senza sonoro, come in un film muto d’inizio secolo. Londra, “Royal Albert Hall”. Non è in atto un concerto sinfonico per corni irlandesi, ma la semifinale del Masters “champions tour”, dove la gente sgargarozza tranquillamente sugli spalti il suo drink e sorride godendo del magnifico spettacolo. Nessun cartellone, schiamazzo da wrestling prestato al tennis, urla finte di guerre sante portate su un campo di tennis. Ivanisevic e Rafter ancora di fronte, dopo quella drammatica finale di Wimbledon. Tappeto rapido, velocissimo e quasi lunare, con la pallina che schizza via rapida ed apparentemente indomabile. Ace, servizi, volèe e mezze volate. Uncini, tuffi a rete, colpi di volo ora simili a carezze smarrenti, ora ad artigliate finali da felino. Vince ancora Goran all’ultimo prodigioso guizzo, malgrado una schiena di marzapane, su Pat, il giaguaro volleante con le gote livide dalla fatica. Ma poteva essere il contrario. Il tennis è lì, e qualche semidio sembra averlo posto come purificazione estrema, a conclusione dell’abbruttente stagione dei normali. E comunque “io sono io, e voi nun siete…” sempre quella cosa lì.

MASTERS CUP LONDRA 2010: FEDERER STENDE TUTTI

Atmosfera da spaziale kolossal all’Arena 02, alla quale si adatta alla perfezione Roger Federer, implacabile come nei giorni del dominio e vincitore del Masters 2010. Un gladiatorio Nadal si arrende solo in finale. Murray bell’incompiuto. Le pagelle
Roger Federer: 9. E’ tornato a livelli di dominio annichilente, spaziale. Senza nessuna pausa o tormentata fuga da se stesso. Chiude la stagione allo stesso modo in cui l’aveva cominciata in Australia, al fianco di un Murray frustrato e piangente. Fluttua leggero e in sospensione nell’aria, con ritrovata ferocia da tiranno. Un tennis che è fluido magico, invisibile essenza di eterea superiorità. Assolutamente inarrestabile, punisce tutti come sul piedistallo dell’inarrivabile. Potenziali numeri uno e numeri uno attuali. Dall’incantatore di serpenti Murray incapace di abbozzare una difesa e suonare il suo piffero anestetizzante, a quel “toro scatenato” Djokovic ridotto a suonato sparring. Fino alla prova decisiva, nel match atteso da tutti, contro il nuovo dominatore delle scene, Rafael Nadal. La solita fascinosa rivalità col gladiatorio spagnolo che ha osato turbare gli algidi sogni dello svizzero. Un ruggente suonatore di tamburi che con muscoli esplosivi ha sovvertito il regno immacolato del Mozart danzante a suon di arrotate violente, corse prodigiose e coraggio leonino. Un miscuglio pulsante di diversità tecniche e contrasti mentali da rendere il confronto quasi unico.
Con Nadal Federer aveva spesso perso prima di entrare sul campo, turbato ed incredulo da quell’ardimento plebeo fino ad abbandonarsi al suo destino come un delfino spiaggiato. Umanizzato da lacrime di superiore impotenza. Immutabile nella sua mente altera, per provare a cambiarsi a causa di qualcuno. Modificare un progetto tennistico che non esiste, ma è puro istinto superiore. A Londra si rivedono quei colpi dominanti, facili, venati di irrealtà inspiegabile ed incurante. Dolcemente violenti. Lascia per strada il primo set del torneo proprio contro quel diavolo di spagnolo, che non muore mai. Come i gatti avvolti di una forza luciferina ed inscalfibile. Torna in sella nel secondo set, l’irriducibile maiorchino. Quando una sagoma è messa k.o., ecco spuntarne un’altra, delle dieci che lui ne ha. E l’altro diventa matto. “Finirà per avventarglisi alla jugulare, stavolta?”, si sentenzia. “Ci risiamo, eccolo ancora il Roger che si piega mentalmente all’erculea veemenza dell’indomabile ragazzo di Manacor”, pensa il miserabile scribacchino. O ancora, in un picco di banale ed irriguardosa saccenza da poltrona: “Ma da sinistra una seconda ad uscire seguita a rete, contro un avversario tre metri dietro la linea, gli sembra davvero un’onta così grave?”. Tutto inutile, come spesso accade. Perché Roger è quello. Riprende a danzare con violenta leggerezza dal primo punto del terzo e decisivo set. “Ecco, se tiene questo servizio domina in agilità, 6-2 al massimo…”, si prova a rimediare alla precedente insolenza, sperando nella clemenza monarchica. E infatti ritorna l’assolo inarrestabile, in un rutilar di gemme e violente carezze. In bilico, a mezzo tra la poderosa “quinta sinfonia” di Beethoven ed il balzo di un Nureyev sospeso tra le nuvole. Un virulento ed inarrestabile tornado e l’arcobaleno pieno di silente candore. Chiude 6-1 al terzo, aggiusta una stagione iniziata alla grande e poi minata da incertezze, amnesie, quasi svogliatezza ed incapacità di primeggiare in lotte che rifuggano l’assolo. E il prossimo anno sarà ancora lì.
Rafael Nadal: 7,5. Gli mancava l’alloro al Masters di fine anno. Aveva rinunciato agli ultimi impegni per presentarsi al meglio all’appuntamento, da sempre suo tallone d’Achille. Vuoi per la scarsa attitudine ai tornei quasi-veloce-indoor, vuoi perché è spesso giunto a fine stagione sfinito e consunto da mesi di battaglie. Vinto dal logorio che un tennis così estremamente selvaggio produce anche agli eroi forzuti. E Rafa mostra subito le crepe di una condizione incerta nel match d’esordio, contro Andy Roddick. Ne viene fuori con tutto il mestiere e le impressionanti energie mentali che lo hanno reso quasi invincibile. Scrolla via un po’ di ruggine battendo Djokovic e Berdych, prima del piccolo capolavoro di caparbietà che lo vede spuntarla in volata nella battaglia con Murray. Grandi ed esasperanti corse, uncini diabolici e notevole intelligenza tattica. Le doti che gli hanno consentito di salire sul piedistallo, e fatto gridare all’oltraggio i puristi di questo sport. Gesta da irriducibile gladiatore del Colosseo, sguardi torvi, labbra ritorte di chi vuol azzannare un nemico inesistente usmandolo nell’aria. E’ uno dei segreti per essere vincenti, lo sa anche quel simpatico cartoon che chiamano Mourinho, abile nel disegnarsi ogni volta più insopportabile. Normale prevalga su Murray, che quel nemico lo ha già individuato da tempo: La razza umana. Ruggendo la sua rabbia dominate, Nadal mette tutto quello che gli è rimasto sul piatto, raggiungendo la prima finale nell’agognato torneo di fine anno. Sarebbe la ciliegina per una stagione quasi perfetta. Ma l’iberico si ritrova Federer in finale. L’uomo dei record e del tennis sinfonico, che pure in passato ha divelto con ferocia. E stavolta assiste quasi impotente, tranne il lodevole tentativo di arginare il tornado con maggiore aggressività, prima di cedere di schianto nel terzo set.
Andy Murray: 6,5. Fa quasi umana tenerezza quella sagoma spigolosa e scostante, leggera e repellente. A tratti incomprensibile. Forma e sostanza, sulfureo ed impalpabile. Fallisce ancora un grande appuntamento, l’Andy di Scozia dall’indecifrabile personalità. Selvatico ragazzo cocco della severa mamma Judy. Forse in questa frase, risiedono le intime ragioni di un insuccesso. Il suo è un tennis laboriosamente arguto, dove mille fili si attorcigliano lacoonticamente, e i nodi spesso lo uccidono. Eternamente su quel lembo scivoloso di confine che separa il campione dal fuoriclasse. Fra l’illuminato e diabolico omicida che armeggia con l’arsenico, ed un goffo suicida asfissiato dai suoi stessi masturbanti pensieri. Il prodigio predestinato ed il più evidente dei bluff sportivi. La verità, come spesso capita, sta nel mezzo. E’ nel compromesso giustiziato di Aldo Moro. Lo scozzese a Londra è bravo ed avveduto nel ridimensionare le sfuriate umoralmente pazze di Soderling. A tratti gaudioso e raffinato contro un Ferrer arrangiato nei suoi agricoli tentativi di resistenza all’élite. Poi incapace di opporre resistenza alle ancestrali ed ispirate stilettate di Federer, e domato alla distanza dal combattente Nadal. Cede ai due dominatori del tennis mondiale, quasi baciando le intime personalità dei suoi carnefici. Ha sagacia tattica e buona mano. Grande sensibilità nel passare dalla fase di contenimento a briose soluzioni offensive. Rimane l’incapacità di questa specie di “Arsenico e vecchi merletti” nel contrastare i dominatori reali di questo sport, quelli che uno slam lo hanno vinto. Sempre accartocciato su se stesso, nei momenti che contano e nei tornei importanti. Ispiratore dei tanto inflazionati e catacombali “bravo ma non abbastanza…”. Se due indizi fanno una prova, il buon Andy ora avrebbe due ergastoli sulla groppa, con isolamento diurno. Gli manca sempre quel balzello fatidico, per entrare nell’olimpo. Il tempo e la non immortalità degli avversari, potrebbe renderlo non necessario. In fondo, ogni ragno che si rispetti tesse la sua laboriosa tela con grande pazienza. Se non muore schiacciato da una qualsiasi suola numero 45.
Novak Djokovic: 6-. Vivida, mortifera ed imperitura, rimarrà nei nostri occhi la sindonica immagine dell’eroe guerriero steso sulla seggiola, con un luminare a scrutargli la pupilla. Vittima di una lente a contatto, prima ancora d’esser seppellito dai ganci arrotati di Nadal. Grottesco, ed in linea col personaggio. Nole riesce a porre rimedio passando come un treno sulle ceneri bagnate di Roddick. In semifinale gli occhi da pernice strabica funzionano bene, ma non vede mai la pallina contro Federer in giornata marziana. Se l’altro è in stato di grazia ultraterrena, a lui non rimane che vagare come marionetta con le pile scariche. Volgere l’atroce sguardo al cielo chiedendo ausili mistici all’insipienza terrena, appare l’unica via d’uscita. E da lassù, osservandolo avanzare a rete, tutto ritto e legnoso come un nodoso abete secolare nell’atto di deflorare orridamente una volèe, avranno allargato le braccia: “Divinità sì, figliuolo, ma a tutto c’è un limite…”. Incassa due sconfitte contro i primi due della classe, senza riuscire a mettere sul campo le indubbie capacità di pugilatore dalle nari fumiganti che si esalta nelle accecate battaglie a schemi ormai saltati. Chiude la stagione senza aver vinto uno slam, dando la netta sensazione che se gli altri si mantengono sul loro livello, la sua rimane ancora una figura di contorno. Con buona pace dei genitori pseudo-ultrà della Stella Rossa e dell’innocente e deluso fratellino ancora in età da scuola dell’obbligo, ma già arruolato alla truppa. Resta la finale di Davis da poter vincere. Snobbata da molti, ma pur sempre un trofeo da portare a casa. Divino Llodra permettendo.
Robin Soderling: 5,5. Reduce dal primo Masters 1000 vinto a Parigi, lo svedese poteva recitare il ruolo di spaventosa scheggia pazza dell’intero torneo. Il suo tennis compulsivamente violento si prestava a meraviglia. L’eroe follemente omicida che divelle ogni ostacolo umano posizionato davanti ai suoi occhi accecati, a Londra rimane solo un miraggio. L’automa diretto da deliranti fili invisibili lascia il posto, come spesso capita, al dinoccolato taglialegna miope con le paturnie. Tutto in giallo canarino, si offre mestamente agli avversari con occhio spento e le cicalette frinenti uno stonato concerto acid jazz nel suo cervello. Disbosca a vuoto, riuscendo raramente a mettere in moto il suo triviale armamentario di distruzione. “Psycho Killer” non trova colpi e campo, fa il suo dovere solo contro Ferrer, poi fallisce le prove Murray e Federer che non gli danno tempo e modo d’accendersi. Solo con lo svizzero, a tratti, regala qualche rabbiosa roncola primordiale, reggendo per un set. Lo rivedremo regalarci altrove quella vivida immagine di pazzia autentica, pronta ad esplodere o implodere da un momento all’altro.
Thomas Berdych: 5,5. Giungeva a Londra con possibilità prossime allo zero. Chi, suo malgrado, aveva visto frammenti delle ultime sconce esibizioni dell’orbato cecchino di Cechia, non poteva avere dubbi. Dopo una bella primavera-estate da violento perdente di gran valore, la stagione della caccia si è esaurita, lasciando il campo al maldestro tiro di schioppo contro svolazzanti quaglie inesistenti. E’ quel sorrisetto timidamente compiaciuto del suo talento a stridere più di ogni cosa, specie se esibito dopo un agghiacciante dritto finito in piccionaia. Ha gran convinzione somigliante a spocchia Thomas, ma l’intima paura del perdente. Non può erigere animi, sollevare spiriti. Non v’è nemmeno la virulenza accecata e genuina di altri, nel suo tennis. Conferma uno stato di forma pietoso all’esordio con Djokovic, quasi fosse un danzante cefalopode sulle note de “Il lago del cigno morto”. Prevedibile come le incresciose rivelazioni di “wikileaks” su un Premier basso di statura, narciso e dedito a festicciole selvagge. Solo Roddick che si grippa come un cingolato dopo mezz’ora gli ridona un po’ di fiducia. Vince, poi tira qualche scenico schioppo nel primo set con Nadal, prima di gettare via tutto verso ignari “bibitari” assiepati sugli spalti. Non era il suo Masters ma, abbiate intimo timore, ne giocherà altri.
Andy Roddick: 5. Degna conclusione di una stagione da dimenticare, con l’unico picco in Florida prima di una serie di traversie legate alla mononucleosi. Soffrì del morbo anche Federer e la questione tanto appassionò monarchici “giustificazionisti” e miliziani “negazionisti”. Ma che abbia compromesso la stagione del tennista yankee, è fuori dubbio. Agguantato d’un soffio un biglietto per Londra , fa quello che può. Arduo aspettarsi qualcosa da chi, quasi entrato nella parte dello spettatore o vinto dalla sindrome di Stoccolma, dichiara che “rimpiangeremo la rivalità tra Nadal e Federer”. Verità fuori luogo e picco di autoflagellante sportività, per uno che senza i due carnefici avrebbe in bacheca due/tre slam in più. Per un set e mezzo sembra però un rullo compressore, capace di poter stendere Nadal. Poi si spegne lentamente e il suo torneo finisce lì, come le risorse al lumicino lasciate in quelle due ore e mezza di battaglia. Il resto è un bolso trascinarsi stanco. L’acuita immagine di goffa lentezza arrangiata che svilisce un po’ la buona volontà ed il quasi miracolo compiuto da Larry Stefanki, capace di trasformare uno spartano simil battitore di baseball in ammirevole apprendista tennista a tutto campo.
David Ferrer: 5. Onesto figurante, senza nessuna possibilità di andare avanti. Gli altri avrebbero dovuto gettarsi in gruppo nelle gelide acque del Tamigi, per dargli una miserabile possibilità di vincere un set. Giocando da solo. L’ex muratore iberico il posto tra i fantastici otto se lo è guadagnato con merito, grazie ad una sguazzante stagione sulla sua argilla e straziante difesa coi denti su cemento e lento-veloce indoor. Espressione di incresciosa costanza, abnegazione operaia e capacità di sfruttare l’abbruttente omologazione delle superfici. Amen. Per il resto, la sua presenza a Londra è gratuita crudeltà immotivata. A tratti sembra la spaesata cagnetta “Laika” in missione suicida sulla luna. Troppo avanti gli altri, se in giornata normale. Zero vittorie, zero set vinti. Solo urla lancinanti e colpi rassegnatamente arrembanti tirati con la mascella squadrata ben serrata. Il tarchiato iberico mal si sposa anche con la figura di briosa comparsa. Ben altro spettacolo denso di inutilità arricciata, se calati nella parte, avrebbero regalato Youzhny o Melzer.
Istantanee, vip, star e leggende nella futurista cornice dell’Arena02. Una gran magniloquenza di luci, ombre, chiaroscuri e sceniche entrate in campo degli eroi. Mezzo kolossal in stile “Ben Hur” del 2000, e molta pacchianeria da wrestling, coi protagonisti impegnati a schivare nuvole di fumo degne di inferi artificiali. Wimbledon è lontano un miglio, che sembrano centinaia. Grandi musiche, danze e sfilate di personaggi vip sugli spalti. Calciatori londinesi, modelle, cantanti falliti, nani, ballerine, sindaci, avventori. Tutti pazzi per il tennis e questo appening mondano. Nota a parte per un concentratissimo, sobrio ed elegante Diego Armando Maradona. Forse per comunanza di “mancinerie”, eccitatissimo per i fendenti di Nadal. Onnipresente che neanche Italo “detto Bocchino” (la battuta non è mia e nemmeno di Bombolo, ma della sempre fine e garbata nipote del Duce che siede sugli scranni del Parlamento) o di Granata dopo aver “visto la luce” come John Belushi, alias Jack Blues. Al fianco del “pibe de oro”, durante la finale, in un connubio da allertare sedici squadre narcotici, un’altra leggenda: Ron Wood, chitarrista dei Rolling Stones. Keith Richards, ormai dedito alla vita salutare e all’abituale attività di aspiratore di formiche carnivore, è rimasto a casa. Ron invece, con tanto di ventenne badante a spiegargli cosa avveniva in campo, è sembrato divertirsi un mondo. Il suo pugno agitato all’ennesima prodezza di Federer, rimane istantanea indimenticabile.

PARIGI BERCY 2010: TRA LE MACERIE DEI BIG SPUNTA ROBIN

Il Masters 1000 di Parigi-Bercy ha riservato moltesorprese. Un Soderling in forma da cecchino marcia sulle macerie dei grandi favoriti in disarmo. Monfils irriducibile combattente e Llodra piccolo monumento artistico vivente
Parigi (Francia) – Soderling torna implacabile killer seriale, i francesi si esaltano in vista della Davis. Un torneo ricco di emozioni, sfide divertenti e grandi battaglie all’ultimo artiglio, malgrado i big cadano come le foglie d’autunno. Alla fine la spunta Robin Soderling, tornato ad un livello di ispirata forma demolente dopo qualche apparizione appannatamente miope. Lo svedese si conferma numero cinque credibile delle classifiche, alle spalle dei “fantastici quattro dell’apocalisse”, in fase di autunnale stanca. Gran prova del disturbato boscaiolo che imbracciata l’antico strumento rudimentale fa suo il primo Masters 1000 della carriera. Fa fuori in sicurezza Roddick ed emerge nella meravigliosa semifinale thrilling contro Llodra. Grazie ad insospettabile calma olimpica da campione. O per semplice casualità. Senza storia la finale in cui sgretola senza molti fronzoli il muro Gael Monfils, stremato ed fiaccato dalle battaglie dei giorni precedenti. Il dinoccolato transalpino delle colonie si esalta davanti al suo pubblico. Da sempre. Lo infiamma grazie ad un tennis disumano, forzuto ed esasperante come quel pugno che batte sul petto con gli occhi fuori dalle orbite. Si giocasse solo sul suolo francese, questo ragazzone sgraziato coi muscoli esplosivi e vestito come un giocatore di cricket acrobatico, sarebbe top ten fisso. Tennista irriducibile, che non muore mai. In due giorni manda al manicomio Murray ed ha la giusta personalità per superare Roger Federer allo sprint. Aspettando sapidamente il suicidio dell’ex monarca.
Se Monfils rappresentava già una sicurezza graniticamente sghemba per la nazionale di Davis francese in vista della finale, la vera lieta novella per i transalpini arriva da quel piccolo monumento artistico vivente che risponde al nome di Michael Llodra. Il mancino d’oltralpe da almeno quattro anni appare già vecchio. Per quell’acconciatura da Tyron Power ed un tennis vintage che concilia col bianco e nero del video. Uno sbuffo di spuma di mare, improvviso ed ispirato. Ed ecco il festival di servizi mancini diabolici, serve&volley conpulsivo, tocchi deliziosi come piccole gemme preziose, balzi e allunghi in prossimità della rete. E poi ancora rovesci classicheggianti e piatti, che partono lungolinea come saette fulminati. Il tennis del trentenne francese è assoluta bellezza disarmante che accarezza lo spirito. In pochi giorni riesce ad affettare con grazia inusitata Novak Djokovic e Nikolay Davydenko. Svolazza e volteggia, arrendendosi solo dopo un’epica battaglia alle schioppettate tremende del cacciatore disturbato Robin Soderling. Annesso tentativo di rimonta commovente quando ormai sembrava azzoppato e ferito a morte. Rimangono comunque le sue pennellate artistiche. Finché dura, e bando alle malinconie. Poi dovremo esaltarci con le volée da maniscalco di Troicki o le folli corse di Monfils.
Campioni con le energie al lumicino. Il numero uno del mondo Rafael Nadal s’era tirato fuori, complice un fastidio alla schiena ed il logorio di una stagione corsa al massimo dei giri. Tra i magnifici quattro del tennis mondiale, l’unico a tenere ancora alto un vessillo spiegazzato dall’usura stagionale è, manco a dirlo, Roger Federer. Le vittorie a Stoccolma e Basilea sono state utili per riprendere confidenza e forma agonistica. A Parigi si produce in una serie di autoritarie ed ammalianti esibizioni per abbattere dei graziosi cerbiatti morti: Prima l’insofferente a se stesso Gasquet, poi il vecchio scafandro volleante Stepanek, finendo per frustrare le ultime folli velleità di qualificazione per il Masters di Melzer. Poi eccolo piombare nella buia crisi esistenziale di qualche punto fatale. Come svago mentale che somiglia a suicidio. Ammorbato e trascinato nelle spire esasperanti di un Monfils orridamente esaltato. Nell’avvincente gorgo della lotta. Quando sembra esserne uscito è nuovamente rigettato nella battaglia furibonda, prima di cedere. Non prima d’aver bistrattato quattro palle per chiudere il match. Quella di Parigi è l’ennesima sconfitta stagionale patita in volata. Tutte battaglie che conclude continuando a volteggiare con lascivia protervia stilosa sulla lama affilata di un tennis tanto bello, quanto rischioso. Quando al regolare passista dovrebbe prevale lo sprinter, chi ha più colpi vincenti e guizzo da campione. Certo, se non si cappotta sul traguardo. Federer soffre i grandi difensori. Prima era Nadal, ora è Murray o persino Monfils. Ma a Londra sarà ancora lì, pronto a giocarsi l’ultimo grande trofeo stagionale.
A proposito del leggiadro cavaliere di Scozia Andy Murray, nella capitale francese offre il meglio della sua essenza urticante, tra candore ed abominio. Trionfo e suicidio. Si trascina come un cencio, una nuvola di borotalco, piacevole e fastidiosa. I bookmaker ormai quotano il suo svenimento finale: Esalerà l’ultimo “c’mon”, quello finale, al quinto o al sesto game del terzo set? E le quote sono anche piuttosto basse. Poi incanta con un angolo accarezzato e un lob al bacio. Riesce a tirarsi fuori di una situazione complicata, disorientando la talentuosa adipe semovente Nalbandian grazie all’improvviso serve&volley. Doma alla distanza un Cilic apparentemente recuperato alla vita, prima di abbandonarsi al mortale oblio suicida contro Monfils. Simpaticamente contagioso e gradevole quanto un’unghia strappata senza anestesia, si becca anche qualche salva di fischi dal pubblico francese, notoriamente avvezzo alle “pernacchiette” piccate. Lui non fa una piega, anzi mostra persino una specie di smorfia che somiglia ad un sorriso raggelante. Un’immagine che custodirò a lungo nel mio animo scellerato. Vi lascio il mio testamento biologico, che come quello progettato dal partito di Lele Mora, non servirà a niente: Se un giorno dovessi tifare Murray, vi scongiuro, uccidetemi. Fate qualcosa, fermatemi. Chiamate a rinforzo una specie di ex vice intendente caporedattore con le noccioline scadute nel cervello. Potrei parlargli di Proust ed ello, con la faccia da roditore saccente, si metterà a blaterare del pilota di Formula 1. Ma vi prego, ponete fine al mio strazio delirante. Se Atene piange, Sparta non ride. (Questa l’ho vilmente copiata da uno molto bravo che ha fatto carriera). Novak Djokovic, l’altro esponente dell’élite tennistica, si copre di ridicolo. Sembra già esaurita quella vis feroce che aveva irrorato le sue vene sui campi di New York. Lontano da inutili fronzoli d’avanspettacolo si era dimostrato tennista vero. A Parigi, convintissimo d’esser assai simpatico, si presenta in campo addobbato come Groucho Marx. Di più imbarazzante si ricorda solo Pippo Franco travestito da Alba Parietti. Quale delirio submentale può far risultare divertente un simile teatrino? Il suo, certamente. Sul campo, poi, a divertire inebriando una platea in estatica ammirazione (patriottica ed apolide) è Michael Llodra, che lo trincia finemente, svolazzando sul confine della irrisione sportiva. A tratti sembra di rivedere il primi due set e mezzo di McEnroe-Lendl nella finale di Parigi 1984. Con Lendl versione giullare per contratto e tenuta da adepto di qualche setta demoniaca.
La volata per Londra, una moviola zoppa. Parigi Bercy rappresentava l’ultima occasione per strappare un biglietto low cost per il Masters di Londra. Non ci è voluto molto a Thomas Berdych per ottenere il matematico pass, malgrado l’ennesima esibizione da shock anafilattico degli ultimi mesi. Contro un encomiabile Davydenko alle corde che esalava commoventi urletti di sofferenza, neanche fosse l’ospite di un ospizio di povertà costretto a fare le flessioni, il ceco riesce nell’impresa monumentale: gettare tutto via nel tie-break del secondo set. Dimostrando, una volta di più, quanto abbia l’intelligenza tennistica di un’erba cipollina. Seccata al sole. Minimo sindacale anche per Andy Roddick e David Ferrer. All’americano, reduce da un tormentoso periodo segnato dalla mononucleosi, basta approdare ai quarti, prima di arrendersi alla roncola selvaggia di Soderling. Suo scalpo maggiore è stato Ernests Gulbis, per dire. Del lettone rimangono alcune delle cose più belle di un torneo comunque tecnicamente apprezzabile: l’incoscienza follemente geniale di due o tre punti giocati nel tie-break del secondo set. Poi, normalmente, perso. Ma al Masters di Londra 2012 ha già prenotato l’albergo. Poi dovrà disdirlo come ha fatto Bolelli negli ultimi anni, e pazienza. Lo spagnolo Ferrer, reduce dalla vittoria di Valencia, continua a zappare incurante verso la City, sul cemento come sulla terra, prima di cedere a Melzer negli ottavi. Nel 1990 non avrebbe passato due turni di fila in un torneo indoor nemmeno nei suoi sogni più dolci. Con la sua bella vanga, e volitiva mascella serrata, sarà della competizione. Anche perché gli altri la zappa se la tirano sui piedi.
I valorosi incompiuti, il braccio e la mente. Avercela, una mente. Si presentavano come due imprese disperate, al limite della folle utopia. Ben si sarebbero sposati con lo stordente effluvio ed olezzo di fiori di lillà respirato in questi giorni di liberazione: Misha Youzhny e Jurgen Melzer, entrambi in corsa per un posto al Masters di fine anno. A braccetto. Sorridenti, col pollice in bocca, gli occhi pazzi ed un imbuto sul cranio. La loro, purtroppo, rimane solo utopia. Il russo si abbandona al destino di un fisico tarchiato ed estremamente fragile, da tornellista in mutua malattia. Divelto da Ernests Gulbis prima di alzare bandiera bianca e ritirarsi. Da oltre un anno è però su livelli inimmaginabili. Al limite del miracolo ancestrale per quel braccione che vaga e vive di vita propria, bistrattato da una mente labile ed un fisico rattoppato alla meglio. Ancor più incredibile era l’ipotesi Melzer a Londra. Qualcosa che raccontata in giro dodici mesi fa, qualcuno avrebbe riso in modo isterico. Il mancino austriaco ha subìto la prodigiosa mutazione. Da impalpabile giocoliere suicida che fa il gioco delle tre biglie e muore ingoiandole, a valoroso topo 15 che vince tornei e come una scimmietta dispettosa schianta gente del calibro di Djokovic e Nadal. A Parigi doveva riuscirgli l’ultimo miracolo, vincere il torneo e staccare il biglietto per la City. E’ bloccato nei quarti da Roger Federer, non prima d’aver infilzato a suon di fiammeggianti rasoiate mancine David Ferrer. Uno che al Masters ci andrà. Jurgen ci proverà il prossimo anno. Del resto, “Bolelli e Seppi dovrebbero imparare dai vari Melzer, Llodra, Kohlschreiber. Gente senza lo stesso talento dei nostri, ma con un grande carattere.”. Chi scrisse questa gemma, pare, sia ancora a piede libero.
Gli ultimi fuochi dell’arrembante Italtennis. Simone Bolelli conclude la sua marcia nel challenger di Ortisei contro Lucas Lacko, in semifinale. Mestamente fedele a quello che è il suo attuale valore. Dategli tempo, ci vuole pazienza. Qualche settimana fa subivo un ferocissimo attacco, con tanto di missiva al vetriolo, per aver azzardato che Fabio Fognini, pur con i suoi limiti, è l’unico italiano a fornire barlumi di speranza per un futuro a buoni livelli. Voglio dire, per una volta che spendevo parole buone verso qualcuno… Il ragazzo ha buona facilità di colpi su gambe rigide e buona fase difensiva. Qualcosa c’è, insomma. Reduce dalla surreale tournée sulla cordigliera andina, anche a Bercy si dimostra tennista che non ha paura di confrontarsi nei tornei che contano. Supera le qualificazioni, batte in volata il cinghialone tedesco Berrer, e sfiora la piccola-grande impresa di superare Ferrer. Cade solo a qualche centimetro dal traguardo. L’esondante ego, che amoreggia con la spocchia incurante, ne agevola le evoluzioni contro avversari di rango. Scatena invece un contagioso senso del ridicolo nelle tante sciagurate sconfitte con avversari di livello inferiore al suo. I grandi geni zoppicano nelle cose semplici perché anelano la grandezza, s’esaltano con essa. Ve lo immaginate Rembrandt che disegna una “o” col bicchiere o Bukowski alle prese con le domande esistenziali di Marzullo? Il problema è che il nostro non è un genio. Per niente. Ma è così, prendere o lasciare. Con la modestia di Seppi e Starace non si ha nemmeno quella speranza dell’imprevedibile.

FED CUP 2010: AZZURRE SEMPRE PADRONE

A San Diego le ragazze del tennis italiano si confermano campionesse del mondo. Orfani delle Williams e ancor più deboli per le discutibili scelte del loro capitano, gli Usa non riescono a fornire una resistenza dignitosa, malgrado il tardivo inserimento della Oudin. Le pagelle.

Francesca Schiavone: 6. Ordinaria amministrazione nel match d’esordio. Ci vuole ben altro dispetto all’impacciato prototipo di tennista Vanderweghe per impensierire una milanese che si era preparata per fronteggiare gente come Wozniacki e Clijsters in quel di Doha. L’imberbe ragazzona deambulante è facile preda dell’irsuta lupacchiotta dei campi. Basta spostarla, mettere sul campo qualche taglio della casa, che l’imponente avversaria va in confusione totale. Non capisce più nemmeno dove si trova, perché il tennis può essere così malvagio e i campi non siano una ventina di metri più lunghi. Cade imprevedibilmente contro una Melanine Oudin rispolverata per disperazione. Letteralmente presa a sapide schioppettate da un’avversaria in esaltata trance agonistica. Corre come non mai la “leonessa”, si batte e sbatte su ogni palla, ma proprio non riesce ad arginare un’americanina dalle mascelle prominenti e le gote paffute. A niente servono quelle urla sempre più agghiacciati che mi riportano a ricordi d’infanzia: Cenzino il mandriano, che alzandosi la cinghia caricava i sacchi di olive sul tre ruote, emettendo un gemito indecifrabile da cinghiale selvatico.
Flavia Pennetta: 7. Nessuno avrebbe gridato all’atto di lesa maestà in caso di esclusione dai singolari. Le ultime prestazioni e la stanchezza per i tanti match giocati, potevano anche contemplare altre scelte. Ci stava. E invece il capitano la mette in campo. Colpa del 16:9, degli antibiotici o merito del mio occhi clinici da esperto, noto subito una magrezza inquietante. Non la si vedeva così emaciata dai tempi del patimento spirituale per l’amor fedifrago di Carlos Moya. Patisce fin troppo il ritorno del caterpillar arrangiato Mattek-Sands. Diviene una maschera di sudore spettrale ed isterica. Smoccola in castigliano, gioca corto e sul ritmo paga il maggior coraggio tennistico dell’americana. Storia già vista, canovaccio di tante sconfitte stagionali dove proprio non è mai riuscita a trovare un barlume di alternativa. Sarà l’amor patrio, o per i suggerimenti arrivati dalla panca, stavolta le basta allungare colpi e scambio alzando la palla e non dando ritmo all’avversaria, per portare a casa set, match e secondo punto. A volte basta un po’ di umiltè, come diceva il maestro Arighe da Fusignano. Rasenta la perfezione invece nel decisivo match contro Coco Vanderweghe, imprevedibilmente divenuto fondamentale dopo l’inattesa caduta di Francesca Schiavone. Più serena e quasi rassicurata dagli orrori imbarazzanti e a gettito continuo della florida biondona. Prestazione lineare e decisa, contro un’avversaria onestamente ancora impresentabile a certi livelli, ma alla fine porta a casa i due punti con sicurezza.
Coco Vandeweghe: 4,5. L’arrembante immagine delle giovani scolarette yankee all’assalto della Fed Cup è tutta nella sagoma di questa pingue ragazzona di diciotto anni, crudelmente mandata allo sbaraglio. Nome a parte, non c’entra nulla quel terzino vagamente friendly di Inter e Milan, che un tempo sgroppava sulla fascia sinistra con un boa di struzzo attorno al collo. Alta, imponente e col girovita pingue di chi è nel tunnel dell’hot-dog, la povera Coco. Chissà quali drammatiche colpe deve scontare questa goffa e rudimentale teenager per esordire in una finale di Fed Cup, contro la campionessa del Roland Garros, esponendo i suoi rivoli di ciccia ad una gratuita punizione sportiva. Esperienza che potrebbe farla maturare, ma anche bloccarne la crescita definitivamente. Potente (e vorrei vedere), buoni fondamentali di discreta naturalezza e mobilità da scaldabagno. Ma proprio mai riesce a convincerci che quella con Francesca Schiavone possa somigliare ad una partita di tennis, e non ad una qualsiasi lezioncina da maestra a maldestra allieva soprappeso. Bel movimento di servizio che mi ricorda Derrick Rostagno vittima della sciatica, con gran lavoro di spalla e ideale per essere seguito a rete. Peccato che non entri quasi mai, e lo segua poche volte, come un basculante mammuth al brado pascolo. Se il tennis non contemplasse il movimento, sarebbe già competitiva. Purtroppo basta spostarla di un metro perché la florida biondina vada in tragico affanno e sparacchi pallate dementi. Una imbarazzante sequela di errori e stecche come non si vedeva dai campionati rionali di Brugherio del 1972. Figurati se quella vecchia volpe della Schiavone non ne approfitti, col minimo sforzo. Ancor più brutale ed impietosa la punizione che le riserva Flavia Pennetta nel match che regala all’Italia il titolo. Coco rimane un bel progetto di tennista. Progetto, appunto. Su cui qualcuno si divertirà a lavorare tecnicamente, con l’ausilio di un battaglione di dietologi.
Bethanie Mattek-Sands: 5. Se la giunonica teenager Coco doveva rivelarsi devastante sorpresa, Bethanie rappresentava la garanzia assoluta della nazionale stelle e strisce. Guardatela soltanto trenta secondi durante il riscaldamento, e cercate di far riaffiorare gli antichi studi della Legge di Mendel sulla classificazione delle piante. Questa qui c’entra col tennis, almeno quanto il nostro governo del “bungabunga” col decreto d’urgenza sulla sconcia prostituzione per le strade, sbuffa il mio gatto. Piccola, tarchiata, spalle larghe da scaricatrice di casse di pomodori al mercato ortofrutticolo, tatuaggi da mozzo indocinese, agghiaccianti calzettoni rossi fino al ginocchio cui mancano soltanto le giarrettiere. Il gonnellino da tozza Jane della foresta o Raffaella Carrà anni ‘80, coraggiosamente sgambato da un lato, fornisce lo stesso smarrente effetto sexy di Avaro Vitali alle prese con uno spettacolino burlesque. Un po’ Louise Ciccone anni ’80 e il resto “Susanna tutta colorata come un’aranciata” del Vasco antico, prima che le sostanze borghesi ne minassero l’ispirazione. Ma l’estetica non è tutto. Non fa una grinza. Malgrado quel violento trionfo di pacchianeria, magari Bethanie può scordarsi anni di carriera ed inventa una partita in stile Hana Mandlikova, direbbe l’ingenuo. Ed eccovi serviti. Contro Flavia Pennetta gioca un match tirato e coraggioso al limite dell’incoscienza. Sempre in forcing dal fondo, con l’imprevedibile utilizzo sistematico di smorzate atipiche e telefonate, ma efficaci per qualche ragione mistica. Schemi tanto arrischiati quanto imprevedibili, che amoreggiano con l’improvvisazione estrema, e le consentono di spaventare l’azzurra arrivando ad un punto dalla vittoria del primo set. Mezzo voto in più per il prolungato risolino ed il gesto degli occhiali rivolto alla nostra tennista, rea di aver reagito con scomposto atteggiamento persecutorio di stampo “Mouriniano”, su un servizio che l’occhio di falco conferma essere uscito di mezzo metro buono.
Melanie Oudin: 7. Follia autolesionista lasciarla fuori nei primi singolari. Scritto e pensato prima di vederla in campo nella seconda giornata. Come a volersi precludere la benché minima chance di rendere il confronto un minimo interessante. Convinzione confermata dopo averla vista annientare di giustezza Francesca Schiavone. La bionda tigrotta americana ci mette carattere, grinta e personalità da scafata veterana. Lotta senza paura e col piglio della campionessa. Malgrado i diciannove anni e risultati stagionali al limite del disastro. Qualità e gestione di situazioni delicate già messe in mostra sul campo centrale di Flushing Meadows, mica al challenger di Carson. Un torello compatto, combattente, ordinato e piacevolissimo da vedere che prende a sberle la nostra impotente numero uno. Invano il cantore italico prova una macuba grottesca: “Arriverà il braccetto (si, ha detto braccetto) della Oudin?”, e quella prosegue come un bulldog. Gioca un match di spavalda autorità. Precisa, ordinata, con profondità di palla ed accelerazioni intelligenti nei pressi delle righe. Riapre l’intero confronto. E contribuisce solo ad aumentare i rimpianti americani per la scelta dissennata di lasciarla fuori nei primi due match, perché contro una Pennetta non al meglio avrebbe detto la sua.
Mary Jo Fernandez: 4,5. Non è colpa sua se le sorelle Williams sono infortunate e considerano la competizione come un petulante fastidio che mal si concilia con lo shopping novembrino. O che alle spalle delle due ex carnefici d’ebano il tennis statunitense offra un vuoto assordante fatto di giovinette di belle ed inespresse speranze. Ma le scelte di Mary Jo destano sconcerto. Per rompere il ghiaccio sceglie l’acerba mela annurca obesa Vanderweghe ed il botolo Mattek-Sands, invece della più navigata Melanie Oudin. Preferisce l’ipotetica e futuribile forza esplosiva della giovane Coco alla maggior esperienza, carattere e spavalderia dell’ancorché diciannovenne ragazza nativa di Marietta. Forse nemmeno Platinette avrebbe commesso una simile topica.
Corrado Barazzutti: 7. L’ombra della Pennetta che va ad un punto dal perdere il primo set, sembra screditare la sua rischiosa scelta conservativa. Ma alla fine l’esperienza consolidata della formazione tipo, gli dà pienamente ragione. Ma grado il momentaneo brivido che procura Melanine Oudin. Sulla panca, sembrano lontani i giorni da muto di Sorrento, quando osservava le partite con lo stesso animo del pensatore intimista che scruta le onde dell’oceano e pensa a cosa mangerà per cena. Se cavoletti di Bruxelles o timballo di carne. Si agita, urla, sbraita e fornisce vincenti consigli ad una Pennetta in fase di smarrimento. E porta a casa un altro titolo.
Il contorno: Inizia tutto con gli inni nazionali. Le carni che si “arrizzano” ascoltando Fratelli d’italia probabilmente cantato da una concorrente dell’xfactor americano appena operata di adenoidi. Ce ne sarebbe già abbastanza per andare a dormire o puntarsi il termometro alle tempie. A San Diego narrano di equatoriali temperature oltre i trenta gradi. All’interno del palazzetto, le ragazze sudano come i cavalli del palio di Siena, boccheggiano neanche fossero in una sauna-forno thailandese. Ma secondo l’acuto commentatore, c’è un clima ideale. Per guardare la partita e piluccare i pop-corn, senza dubbio. Un po’ di aggiuntiva insofferenza mi coglie dopo il primo piano di un esagitato all’angolo delle azzurre. Inveisce con gli occhi fuori dalle orbite contro il giudice di linea colpevole, il miserando, di aver chiamato fuori una pallina che era fuori di mezzo metro. Ed il “pecoreccismo” pallonaro che ancora una volta s’impadronisce di questo sport. L’idea di chiedere asilo politico al Buthan comincia a balenare solo quando i commentatori patriottici iniziano a cianciare a sproposito e senza sosta. Un eloquio follemente logorroico. Ipotizzare che l’anchorman abbia col tennis minor confidenza di quanta ne hanno verso la politica alcune ministresse che si agitano scomposte nei salotti tv, non mi pare azzardato. Come a volersi inventare una competizione che non c’è, ci narrano di quanto siano stati provinciali gli americani nell’organizzazione del match. Con lo sgarbo di fornire alle azzurre un volgare pulmino per gli spostamenti. Laddove a Reggio Calabria le nostre avversarie avevano beneficiato di sei macchine (dicasi sei. Non lo esplicitano, ma pare fossero di lusso. Probabilmente coi sedili in pelle di serpente). Che provinciali questi americani, al confronto della grandeur italiana. Mi dirigo su uno streaming esotico e piratesco, prima di poter udire altre perle alimentarsi a valanga. Ad esempio, l’infima levatura dello statista Obama, che non mette a disposizione scorte ed auto blu per le sue veline.

MASTERS FEMMINILE DOHA: CLIJSTERS MAESTRA DA NUMERO 1

Masters di Doha, tra vestiti da sera e la dimostrazioni di forza di Kim Clijsters sulla fresca n.1 Wozniacki. Dementieva saluta il circo e se ne va. Schiavone troppo tesa. Zvonareva incompiuta, Jankovic impresentabile. Le pagelle

Doha (Qatar) – Era iniziato con la solita sfilata da baraccone, e le otto protagoniste bardate a gran dive mondane, durante il sorteggio. Tutte costipate in lussureggianti abiti da sera, paiono delle graziose fiere sorridenti con gli occhioni imbarazzati e smarriti, davanti agli sguardi dei curiosi. Un filo grottesca, piuttosto crudele e assai divertente. Ed è un trionfo lussureggiante di seta, chiffon, ammiccamenti e trucco squagliato dai riflettori. Qualche ardimentoso, guardando tutto quel tourbillon kitch da prima della scala, s’è spinto a preferirle con una racchetta in mano. E quando si parla della Jankovic, le sue parole potrebbero anche essere usate contro di lui in un tribunale militare. Si attendeva con animo palpitante che qualcuna provasse ad eguagliare l’indimenticabile “leopardato” esibito con sguardo severo dalla Kuznetsova lo scorso anno. Un pezzo antologico, per veri collezionisti dell’orrore. E invece si va da una smagliante Wozniacki in elegante e sobrio abito lungo color apparato funebre, a Jelena Jankovic simile ad un pacco infiocchettato con l’aria da casta diva zoppa. Passando per il foulard da attrice esistenzialista anni ’60 della Schiavone, fino al vermiglio sfolgorante di una Stosur versione cappuccetto rosso dai bicipiti da lanciatrice del giavellotto in bella evidenza. L’adorata Vera Zvonareva, una mia protetta per le prossime due vite, è addobbata in una conturbante e scollata mise rosso cardinalizio da coglitrice di lamponi. Ha l’aria di essere una gran simpaticona incurante. Una di quelle che ai party si ubriacano sempre ed alla fine danno i numeri, coi capelli arruffati e gli occhi da pazza. Ma bando a queste disquisizioni troppo tecniche, si è anche giocato al tennis. Ecco allora una breve dissertazione sulle leggiadre protagoniste del Masters di Doha.
Kim Clijsters: 8. Poco da fare, niente da eccepire. Campionessa vera. Nitida espressione di semplicità virtuosa. L’intelligenza tattica e la facilità di tennis della fiamminga riluce di fronte all’insensatezza ottundente di molte cui sembra abbiamo messo una racchetta in mano dietro oscure minacce. Senza le azzoppate, calanti e svogliate sorellone Williams, è lei la numero uno in pectore. Paga la lontananza dagli impegni agonistici con qualche tentennamento iniziale. Entra in forma gradualmente. Rintuzza rapidamente le furibonde sassate della Stosur, dopo un tirato primo set. Finale impeccabile, con tutto il repertorio di accelerazioni ordinate, anticipi e belle soluzioni in contro tempo. Un’amnesia sembra rimettere in corsa Caroline Wozniacki, ma a dimostrazione di una forza mentale oltre gli attuali standard Wta, finisce per reagire alla grande e vincere al terzo.
Caroline Wozniacki: 7. La fresca numero uno al mondo mostra con chiarezza quelle che è il limite di chi fa della prodigiosa “arte” regolarista una ragione di vita. Esporsi alla piallatura truculenta della picchiatrice di turno in giornata di fulgida esaltazione sportiva. O uscire con le ossa rotte contro qualcuna capace di soluzioni più varie. Nel caso concreto, ha le fattezze erculee di Samantha Stosur o quelle paffute di Kim Clijsters. Sempre con l’atteggiamento compito e la fronte orrendamente spaziosa che deve celare per forza progetti superiori. Magari un vortice di niente. In finale perde le misure del campo, sembra lontana dalla condizione migliore. E una regolarista che sbaglia troppo, non ha molto scampo. Perde, stringe la mano all’avversaria e sorride. Piacevole il suo atteggiamento. Nient’altro.
Vera Zvonareva: 6,5. Stavolta la dolce Vera con gli occhi da spia russa svitata manca l’ennesima finale. Prevedibilmente persa. E’ adorabilmente pazza, è chiaro. Da ricovero coatto. Con picchi di incantevole e contagiosa isteria. La osservo in trance adorante, come Ghezzi di fronte ad una pellicola Coreana sugli ospedali psichiatrici con sottotitoli in cirillico, o Bonaiuti nell’atto di raccontare una soave parabola mistica sul Premier. Gioca uno straordinario girone, facendo fuori tutte. Ficcanti e atrocemente scoordinati colpi a rimbalzo che sembrano poter divellere in scioltezza il muro difensivo della bambola scandinava, anche in semifinale. Poi però, ad un centimetro dal primo set, è colta dalla solita crisi spirituale, simile ad una implorante autocommiserazione da cartone animato. E non vince più nemmeno un game.
Samantha Stosur: 6,5. La protagonista che non ti aspetti. L’australiana era data in condizioni di forma incerte. Con la spia della benzina in tragica riserva. Dovevano ancora spegnersi gli echi delle tre ore di battaglia persa con la leggendaria bambolina di Osaka Kimiko Date, del resto. Nemmeno il successo iniziale con la Schiavone, aveva fugato i dubbi iniziali. Complice quell’incedere affannato, le pause ed un linguaggio del corpo che urlava “pietà”, malgrado la vittoria. Poi è uno scud improvviso e senza mezze misure che si abbatte sul fortino della numero uno al mondo, Wozniacki. Il suo bel torneo si ferma in semifinale, dopo un’ora di arrembaggio coraggioso contro Kim Clijsters. Perde, ma giustifica la presenza a pieno merito tra le prime otto.
Elena Dementieva: 6. Shock autentico la sua scelta di abbandonare il tennis. Incredulità, costernazione e qualche lagrima sgorgata da quegli occhi spenti, durante la premiazione “alla memoria”. Mancherà a tutti. A me certamente, perché quell’allungata sagoma smunta da cigno, forniva diversi spunti basati sul nulla. Carriera piena di soddisfazioni, la sua. Tante occasioni, e quasi un decennio trascorso a livelli di eccellenza assolutamente mediocre. Non è facile rimanere tanti anni al vertice, così come non è agevole vincere uno slam. Sempre schiava della sua indole da “perdente” di valore. Una gracile “vampiressa” che si accartoccia su se stessa appena le prime flebili luci dell’alba violentano brutalmente i suoi occhi. Così si squaglia quando scorge il grande traguardo. Sempre pronta per un colpo che svolazza via, la gelida manina tremolante e l’ennesimo doppio fallo cruciale. Un colpo che ha fatto scuola nel tennis femminile, e in quello (dicono) maschile con Gasquet. Chiude dopo un’annata sostanzialmente buona, culminata con la presenza a Doha. Prima parte addirittura ottima, e lo snodo segnato da quel surreale ritiro (in linea col personaggio) per infortunio nella semifinale parigina con Francesca Schiavone. Un destino segnato, e forse l’ultima possibilità di vincere un major che sfuma inesorabile. Negli Emirati, ancora non al meglio, rischia di esporsi ad una clamorosa figuraccia. Forse immeritata. Raccatta due games di pura pietà da Caroline Wozniacki. Poi trova forze residuali e orgoglio per vincere una gran battaglia inutile contro Samantha Stosur. Quando ormai non serve più a nulla. Un destino ed una carriera, in un torneo.
Francesca Schiavone: 5,5. Era attesissima dagli italiani. La prima azzurra a partecipare ad un Master. Ci arrivava con qualche velleità, confortata dalla tecnica, di poter avanzare in un girone non irresistibile. E invece la trentenne milanese paga terribilmente dazio. Emozione, tensione, confusione. Fate vobis. Appare motivata e caricata come una molla. Eccessivamente. Ed invece di esplodere, implode avvilendosi e perdendo sicurezza. Stosur e Wozniacki, stesso canovaccio. Inizio fulminante e brioso, prima del crollo verticale, del black-out senza ritorno. Con la danese riesce persino a portare a casa il primo set, prima dell’eclissi. Come avesse esaurito tutta la carica dopo una buona mezz’ora o poco più. E quello sta ancora gridando “ma tirale sul rovescio, no?”. Tutto inutile, quando è giunta la confusione. Avrebbe talmente tante soluzioni che non riesce ad applicarne nessuna. Finisce col battere Elena Dementieva e dare all’Italia la prima vittoria in un Master. Non è molto ma è abbastanza. Provate ad immaginare l’espressione pallida della tigre arrembante Seppi avventarsi su Haider-Maurer, o Fognini che fa un frontale contro un abbagliante talento vero (Dolgopolov jr.) per vedere il torneo della milanese sotto una luce splendente.
Victoria Azarenka: 5. La supplente dell’ultima ora, dopo un’altalenante stagione da perenne azzoppata. Approdava in oriente con discrete credenziali. Quelle che almeno può fornire la furia ceca che le ammorba le meningi e la rende personaggio imprevedibile. Da studiare. Nella giornata carnascialesca dei draw, non la scorgo. Temo eventi irreparabili. Che sia sotto sedativi, magari ostaggio di un drappello di esaltati preti esorcisti, o che l’abbia colta il fuoco di Sant’Antonio ed abbia annunciato l’ennesimo abbandono per infortunio psicosomatico. E invece gioca, ma tranne per le stridule urla da belzebù in gonnella che trapanano i timpani come spilli, nessuno si accorge di lei..
Jelena Jankovic: 4,5. Tristissimo torneo della serba. “The body” è rimasta senza “body”. Anche, aggiungerebbe qualcuno. Viene da chiedersi cosa sia andata a fare a Doha in simili condizioni da nosocomio, esponendosi a tre mezze umiliazioni sportive. Corre a vuoto e con le gambe pesanti, sbaglia troppo, sbuffa incredula. Ed è quell’incredulità dipinta su di un volto stizzito che non si riesce proprio a comprendere, rendendola fastidiosa. La consapevolezza di sé stessi e del mondo è fondamentale. Me lo rivelò uno scoraggiato psicologo durante la visita militare. Solo perché gli avevo confidato di sentirmi sessantadue volte più intelligente del fresco premio Nobel, ma che non me la sentivo di compilare il test con le crocette.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.