.

.

domenica 27 febbraio 2011

NOVAK DJOKOVIC VELEGGIA A FORZA TRE



Tra sfarzo e costruzioni pacchianamente futuriste, nella nuova città dello sport e dei petrol-dollari, la finale più attesa e scontata, mancando Nadal, si è risolta in poco più di un’ora di tennis terrificante nella sua bruttezza. Al punto che qualcuno gira immediatamente su Wozniacki-Zvonareva, godendo (se non di tennis) della coraggiosa russa perdente. Vera dai tumidi occhioni color di un cielo che battaglia con le nuvole, scardina la muraglia difensiva della boccoluta nordica da numero uno che pare uscita fuori dalla reclame del mulino bianco versione scandinava e vince in quel di Doha.
Qualche altro pazzo, osservando le atroci gesta da snodato robot sparapalle serbo sull’inerme svizzero in una giornata in cui stecca anche nei pensieri, arriva addirittura ad anelare un rapido ritorno del diavolaccio di Manacor. Se all’ormai tragico imbarbarimento tecnico, non si vuole abbinare anche la mancanza di rivalità vera (panacea di ogni male sportivo che trascende il gesto tecnico, secondo taluni), l’iberico rimane l’unica via percorribile. La dionisiaca e moribonda arte tennistica dell’ex dominatore svizzero soccombe nettamente all’emergente vis apollinea del serbo esagitato con gli occhi da pernice. Niente da fare per Roger Federer, quasi rinchiuso e soffocato nella sua stessa teca di ricordi ed invincibilità, contro un buon Novak Djokovic. Buono, e nulla più. Il serbo per l’occasione sfoggia un completo nero da corsaro strabico, annessa fasciatura in tinta al ginocchio. Per mimetizzarsi come bacherozzo dalla luccicante corazza nella notte degli emiri e per mettere paura all’avversario. Come non bastasse quella faccia da inquietante dipinto macabramente horror. Nole continua sulla scia degli ultimi successi. Dalla Davis agli Australian Open. Inizia ben concentrato, serve in modo impeccabile senza dare modo all’avversario di entrare nel match. Mento scucchiato e bocca aperta da fratello di latte di “Aigor” Marty Feldman che imita l’urlo di Munch versione sincopata, prosegue per la sua strada. Rovescio in corsa, braccia da un lato e gambe dall’altra, come rigida marionetta snodabile caricata con le duracell.
Federer rimane dentro quella campana di cristallo, a specchiarsi e rimembrare qualcosa di poeticamente inutile, mentre l’altro rantola i suoi colpi regolari. L’abbrivio, il solito spiraglio, Djokovic lo offre ad inizio secondo set, alla prima occasione in cui il suo servizio diventa più umano. Bastano due antiche frustate in sospensione e l’ex monarca sbuca la testa fuori da quella teca alienata. Eccolo, pensa qualcuno. Il classico momento in cui il match gira. Troppo facile da capire anche per una capra tibetana travestita da giornalista sportivo degno di un lombrosario. Quell’occasione Djokovic la offre sempre, ed il campione degli immortali record non può non approfittarne. Niente di più ingannevole, perché quell’abbrivio, ancora una volta, Federer lo getta via. Sbircia dallo spiraglio, prima di chiudersi le dita nella porta. In modo maldestro, goffo, disarmante. E’ il chiaro segno di una rivalità che ha forse modificato la sua inerzia, passando dalla parte serba. Che, come sovente accade all’elvetico, si sta trasformando in patologia, morbo senza antidoti. Federer dona la netta sensazione di frenetico soffocamento lento, in barba agli ossimori e chi li ha inventati. Eccolo infatti restituire il break con un game di servizio degno di un Gasquet travestito da Seppi in giornata standard. E con l’incuranza di uno spiaggiante Bolelli ne perde cinque di fila, per chiudere il periodico 3-6. Mai visto così brutto, impalpabile, falloso. Uno smash inverecondo suggella la prestazione da galleria degli orrori dello svizzero, con contorno di servizi inceppati, rovesci sfarfallanti e persino dritti di tremebonda e facile lettura anche per Gimeno Traver. Sicuramente non al massimo e sempre in ritardo sulla palla, fisicamente e mentalmente. Problemi che il sinuoso tennis classicheggiantemente rassegnato di Stakhovsky e le funamboliche stilettate di un Gasquet appena recuperato ad una apparenza di vita, non potevano mettere a nudo.
Esulta Djokovic, e ne ha ben donde. Ha acquisito la giusta convinzione, quella che sta a metà tra la mancanza di umiltà degli esordi e la tragica realtà dei fatti che lo vedeva inevitabilmente soccombere ai due più forti. Niente da dire, consistenza e costanza ammirevoli. Ma niente di inarrivabile o prodigioso. Un Nadal integro, ed un Federer lo spazzerebbero ancora via agevolmente. Anche il Juan Martin Del Potro che nel 2009 a New York brutalizzò Nadal con un periodico 6-2 e venne a capo di Federer dopo cinque set di battaglia. Ma coi se e coi ma, non si va da nessuna parte. Anche una Bustine Henin al meglio farebbe un sol boccone di Zvonareva e Wozniacki. Una Romina Oprandi in ciabatte batterebbe di slancio Renata Voracova, Gasquet che batte Gilles Simon sarebbe legge di vita da imprimere nella pietra delle dodici tavole, invece che clamorosa sorpresa, se tutti i top cento incappano in una giornata storta o si ritirano, Seppi vince sempre, e così via. Ma coi se e coi ma, non si va da nessuna parte.
Una breve digressione la merita proprio Juan Martin Del Potro, sempre più convincente nella tournè americana e con l’ultima finale agguantata a Delray Beach. Il torneo è quello che è, basti pensare che su quei lidi ha trionfato gente come Xavier Malisse ed Ernests Gulbis, ed anche gli avversari sono più morbidi di quelli che dovrà azzannare in Masters 1000 e Slam. Ma è già qualcosa, rispetto alle funeste previsioni di qualche mese fa.
Ed allora godiamoci con animo estatico il Djokovic dominante che ci ha liberato dal male delle dittature sportive. I submentale adoratori dell’orrore estetico saranno ben felici. Djokovic è senza alcun dubbio è il migliore in questi primi mesi della stagione. L’obiettività innanzitutto. Lo spirito poi si empie di ripugnante estasi nell’osservarlo col petto gonfio, il mento prominente e l’espressione di ormai rilassata ferocia nell’alargire al festante pubblico il consueto saluto a tre dita. A scanso di equivoci le indica bene: un due e tre. Che vorrà significare? I vetero-dietrologi hanno iniziato un bailamme di fantasiose congetture. La terza vittoria di qualcosa? I tre porcellini? Un terzo slam che vincerà a Wimbledon battendo in finale Grannollers? La Nina, la Pinta e la Santamaria? Le tre scimmiette sbronze? E’ un fan di Qui-Quo-Qua? Maramaldeggia sul fatto che batterebbe l’avversario anche con tre dita? La triade Moggi-Giraudo-Bottega? La lupa, la lonza e il leone? Il fatto che la Serbia avesse preso tre goal dalla Lettonia (questo su suggerimento di un acuto giornalista rai)? E’ uno dei reduci della diaspora del “terzo polo”, resistenti al mercato delle vacche marce? Tutti fuori strada. E’ un semplice ed ingenuo saluto abusato dagli ultranazionalisti e parafascisti serbi ad indicare nient’altro che Dio, patria e imperatore. Niente di così strano ed inconsulto. Ognuno saluta come vuole, e chi osserva si fa la propria idea. Al limite può temere che in futuro uno svitato inizi a salutare col braccio teso come nella Germania anni ’30. Domandarsi cosa voglia significare in una manifestazione sportiva (nemmeno a squadre nazionali), un gesto che i miliziani infliggevano al cadavere del loro nemico (mussulmano, cattolico, croato o kossovaro), tranciando mignolo ed anulare e lasciando le altre tre dita come saluto definitivo. Sarà, ma io continuo a credere che volesse significare “Siamo rimasti in tre, tre briganti e tre somari, sulla strada di Girgenti…”. Alludendo chiaramente alla sfida a tre tra lui, Nadal e Federer.

lunedì 21 febbraio 2011

CUORE RODDICK, FUTURO RAONIC


L’orgoglioso volo di Roddick spezza il veemente incantesimo Raonic. Una domenica come un’altra. Ad attendere che “l’atomica ci spazzi via”. Che l’ennesima mummia orientale pennellata col nero di seppia venga spedita all’inferno. Al limite immaginando un manipolo di imbiancati sepolcri fascisti inviati dove meritano: All' isola dei famosi (versione brutalmente finale), circondati da piranhas e squali tigre che ne sdegnino le ripugnanti carni, perché a tutto c’è un limite.
Ma per fortuna c’è il tennis. Mi godo la finale del torneo di Memphis. Mica Flushing Meadows. Protagonisti: il rampante canadese nato a Podgorica Milos Raonic ed il vecchio Andy Roddick, ancora competitivo a livelli medio alti. Un po’ ci avevo sperato, che alla finale col giovane Milos arrivasse Juan Martin Del Potro. Ma il pistolero di Tandil si è arreso ancora in semifinale, come a San Josè. Flebili segnali di risveglio, nel lento cammino che lo riporterà ai vertici. Si spera. Per lo intanto, tra antiche fucilate, acciacchi e grandi pause, positiva la riscoperta della t-shirt. Senza le proverbiali canotte scopri ascelle si evita l’agghiacciante effetto “Franchino” di fantozziana memoria.
La finale non disattende le aspettative, fatte di prevedibilibili missili e bombe terra aria. Il vecchio Andy, semovente, influenazato ed orgoglioso, proprio non ci pensa a lasciare il campo al giovin fenomeno cresciuto in riva all’Ontario. Raonic è alla seconda finale consecutiva, dopo la vittoria di San Josè. Non saranno dei Masters 1000, ma il chiaro indizio di una stella sul punto di deflagrare in tutta la sua potenza. Solo gli accecati e i “Nandi Verdaschi” (ancora rintronati dalla seconda tramontana di scoppole ricevuta), possono non rinvenire nel ragazzone canadese le stimmate del futuro campione. Parla, il povero Nando, ancora sotto shock, di “altro sport”. Talmente annebbiato da mettere in mezzo Karlovic, dimostrando gran demenza, in campo, ma soprattutto fuori. Giocherà anche un altro sport, ma che tennis signori. Non solo grappoli di ace, ma un martellamento sapiente anche a rimbalzo ed una manciata di volèe piazzate con mano sapida. Faccia tipica dell’imberbe ragazzetto accigliato, ancora sconvolto dall’improvvisa crescita adolescenziale, questo graffino senza muscoli e dalle spalle strette continua nel suo mestiere anche contro Roddick. Servizi devastanti ed alabarde di dritto imprendibili, che partono dalla sua racchetta con velocità impressionante. Senza grande sforzo o bisogno di muscolature da big jim. Aziona il virtuoso braccio e via. Dovrebbe essere il dogma principale per distinguere il talento dall’arte tennistica costruita (capitolo 1, primo comma).
Quasi inevitabili i due tie-break emozionanti. Un normale svago di gioventù di Raonic regala il primo all’americano. Nel secondo è però Milos a salire in cattedra, dimostrando un’altra peculiarità impressionante: Carattere e forza mentale non comuni per un ventenne. Ancor più sorprendente se si pensa che gioca contro un intero palazzetto, e che dall’inizio del match il suo avversario ha messo in scena un’opera di nonnismo tennistico di dubbio gusto, condizionando giudici di linea ed arbitro. Ed i suoi connazionali, una spintarella gliela danno ben volentieri, con over rules imbarazzanti e doppi rimbalzi non visti sotto il naso del giudice di sedia. Ma il canadese annulla tre match point, come fosse cosa naturale, portando il match al terzo.
Il ragazzone sembra mollare, a due quindici dall’1-5 nel set decisivo, prima dell’ennesima rimonta che lo riporta sul 5-5. Ora l’esperto yankee ha la faccia dell’incredulità allibita, mescolata alla frustrazione. E’ l’altro segnale inequivocabile. Il vecchio campione che dona la nitida sensazione di ammirata impotenza. Espressione sgomenta che leggevi nei lineamenti scavati del vecchio Supermac contro il diciannovenne Sampras, incapace di arginare quel tennis che pareva congegnato sulla luna, tanto era devastante. Ecco, dividete per cento i due personaggi di ieri, mettete il cemento di Memphis al posto di quello, ai tempi ancora verde, di Flushing Meadows, ed avrete lo stesso passaggio di testimone. E’ ancor più frenetico Roddick, una marea di tic e quell’imbarazzante ravanarsi i gioielli di famiglia, degno di un battitore della major league che ha appena sputato il tabacco masticato. Ma a perdere non ci sta. Match point, il quinto o il sesto, si è perso il conto. Ecco l’altro che esplode l’ennesima minella di dritto anomalo ad uscire, presa della rete ed ottima volèe piazzata, che Andy agguanta disperatamente, quasi scavandola dal cemento e trasformandola in vincente passante in tuffo carpiato. Il colpo dell’anno, sicuramente. Con tanto di ruzzolone scarnificante e berretto che svolazza via scoprendone la chierica da calvizie incipiente.
Sul palco della premizione v’è la nitida fotografia del match. L'Andy calante, affaticato e sanguinante, felice d’aver portato a casa il match contro la nuova “sensazione” del tennis mondiale, ed aver vinto il trentesimo titolo in carriera. Il ragazzone canadese contento per la seconda finale consecutiva. Gioca da top venti. Diverrà top ten. Amen.




Soderling continua a fare piazza pulita, Almagro reuccio del Sud America. Dopo Rotterdam, Robin Soderling si prende anche il torneo di Marsiglia e continua a fare incetta di bottini minori, malgrado fosse debilitato da una fastidiosa influenza. Prende tutti a schioppettate, dalle gradevolissime quaglie volleante Mahut e Llodra, fino al ritrovato “robocop” Tursunov. In finale, lo psicotico svedese viene a capo di un match complicato contro Marin Cilic, in ripresa dopo un lungo periodo di tremebonda sosta letargica. Cosa avrà fatto Goran Coach Ivanisevic (la parola coach può destare ilarità, ma così è) per ridestare “il brutto addormentato nel bosco”? Lo immagino gli occhi appallati delle migliori occasioni che gli elargisce gioiose racchettate nelle rotule, come ai bei tempi, quando le frantumava sui campi. L’immagine è impagabile. Nota di merito anche per Misha Youzhny, che nel palazzetto francese lotta come un vecchio leone sdentato con le paturnie. Batte uno Tsonga in crescita ma sempre minimale e poi, in perfetta sintonia con le locuste intente a danzare un valzer tirolese nella sua scatola cranica, s’arrende a Cilic.
A Buenos Aires secondo successo di fila anche per “Ciccio brutto” Almagro, autentico leoncino indomabile nella tournè sudamericana. Brutto come un allucinogeno incubo notturno post funghi avvelenati ed in forma scoppiattante, Nico emerge nel solito nugolo di terricoli arrembanti. Tra cui il vecchio ed attempato serpente d’argilla Juan Ignatio Chela in finale, ed il costante Tommy Robredo in semifinale, cui un ligure sta ancora correndo dietro con la sua migliore espressione da schiaffeggio immediato, e gli grida dietro “Hombre de mierda! Hombre de mierda!”. E intanto quello continua a fare risultati che lui può solo immaginare nei suoi sogni da campioncino. Sempre a Baires, altra inutile e sonnecchiante comparsata di David Nalbandian cui sembra restare soltanto il mundialito per club e la Davis. Inquietante ritorno al mondo del tennis Atp anche per Josè Acasuso, ultimamente protagonista solo a Bucamarango ed altri challengers sudamericani con in palio una pecora viva. Raggiunge i quarti di finale (battendo anche Dolgopolov, tra gli altri), con quell’espressione un po’ così, che rimanda ad atmosfere degne di Gabriel Garcia Marquez. Quasi richiamato a malavoglia su un campo da tennis, sudato e reduce da un afoso pomeriggio passato in un bordello colombiano, con le eliche del ventilatore al soffitto che girano stanche.




Wozniacki, la reginetta dei non-slam. Ritornata nel suo habitat, Caroline Wozniacki ritrova anche una forma impressionante. Stende tutte o meglio, conduce alla follia ogni avversaria incrociata nel ricco torneo di Dubai. Bardata di bianco-orange come la nipotina di Renè Van de Kerkhof, in semifinale ridicolizza Jelena Jankovic (o almeno, più di quanto la sgroppante serba non lo sia già, quando gioca le sue obbrobriose volèe in pavido e goffo indietreggiamento). Poi in finale manda al manicomio anche Svetlana Kuznetsova. “Una nuova Caroline, più aggressiva!” squilla lo speaker. Ma certo, come no. Una serie di corse furiose e recuperi disperati, con la pallina deposta nei pressi della riga di fondo. La sempre più vezzosa e femminile Svetlana va fuori giri. Solito portamento maschio, volto ingrugnito ed urla belluine degne di un cinghiale maschio prossimo alla castrazione senza anestesia. Una, due, tre, quattro accelerazioni accompagnate dal rantolo tremebondo, prima di tirare la quinta in piccionaia e maledire la Danimarca, il mondo, il tennis, la bellezza fisica…

A voi il match del secolo: Seppi-Petzshner. Qualche nota a margine, forse più importante di quello che accade nel centro nevralgico. A Delray Beah si giocherà un torneo Atp. Intanto su quei campi,come aperitivo, il quasi 52enne John McEnroe, non vuole smetterla di regalare gioie e leziosi ricami brizzolati. Batte Jay Berger (l’uomo che serviva passandosi la racchetta dietro la schiena col rischio di decapitarsi ogni volta), e poi la spunta col “giovane” Todd Martin 3-6 6-3 12-10 nel super tie-break. Ora forse giocherà la finale, magari contro l’altro eroe immortale Pat Cash, pure lui autore di uno scalpo eccellente, ai danni dell’altro “giovanotto” Mark Philippoussis (quello che voleva tornare nel circuito professionistico, e 12 mesi fa ci ha pure provato).
Questo cappello mi serviva per fortificarmi spiritualmente, prima di discorrere dell’atroce niente. A Dubai infatti tornano a giocare quelli forti (da Federer a Djokovic). Ma tra emiri, petrol dollari, costruzioni fantascientifiche e cammelli spetazzanti, ecco che spicca un primo turno da far accapponare la pelle. Per il disgusto che sconfina nel raccapriccio. Petzschner-Seppi. Un geniale artista del nulla col cervello in perenne cortocircuito, contro l’eroe caldarense dalla pavida attitudine alla sconfitta. I gran colpi congegnati da una mente instabilmente defunta, opposti alle smunte fiatelle agonizzanti di un madioman codardo. Mentre scrivo e mangio un gambo di sedano (appagante e sostanzioso), vedo il risultato. Seppi domina, 6-3 4-2. Poi l’altro accende per cinque minuti il cervello, e finisce per vincere 3-6 7-6 6-2. Il funambolico talento morto da top 150, con rari picchi tennistici da primi venti (bastano i soliti 5 minuti, in media), non può che prevalere contro la mediocre normalità da top 60. Checchè ne dica qualche povero pirla-portinaia nipotino dei gerarchi, che prima o poi incontrerò di persona. E “non lo sputo perché sennò lo profumo” (Citando Cettolaqualunque).


1 21/02/2011 ATP - Dubai - Andreas Seppi vs Philipp Petzschner (Vincente incontro) Philipp Petzschner 2.00 Nessuno VincentePuntata 30,00 Vincita totale 60,00

lunedì 14 febbraio 2011

RAONIC, PAIRE ED IL VENTO NUOVO. E LA SOLITA TRAMONTANA SODERLING


“Psycho killer” divelle i mulini a vento. Senza prodigiose cavalcate delle valchirie o ispirate sinfonie di Mahler dei migliori, la stagione tennistica è in quella fase di sonnacchiosa stanca che precede appuntamenti importanti. In questo arrembante valzer per personaggi in cerca di collocazione, si ritaglia il suo bello spazio Robin Soderling. A suon di ignoranti sbracciate rudimentali. Ma questa è storia nota. Lo psicotico taglialegna della tundra bissa il successo della scorsa stagione a Rotterdam, confermandosi meritevole delle vette raggiunte. Non soltanto estemporaneo killer seriale in trance dei più forti, capace di divellere con rude e genuina virulenza accecata le ambizioni dei favoriti nel romantico proscenio parigino, ma anche disturbato e costante cacciatore di taglie nei tornei “minori”.
Robin vince e convince in Olanda. Torneo che, come testimoniato dai nomi dei vincitori delle passate edizioni in tribuna, ha una discreta tradizione. Vince in finale contro un buon Jo-Wilfried Tsonga. Match che solo in parte mantiene le aspettative di battaglia violentemente bella. Lo svedese la spunta di giustezza al terzo set. “Cassius Jo”, fragile gigante d’argilla, che pure potrebbe tecnicamente fare molte più cose del ruvido avversario, si arena malinconicamente alla distanza. Incapace di quella, quasi unica nel mondo degli umani, abilità nell’abbinare colpi di medievale scimitarra a fluettanti stoccate di fioretto. Continua ad essere strappato, intermittente come una fuoriserie dal rombante motore soffocato dal traffico nelle strade cittadine. Forse non è il tennis, la sua strada. Forse. Di sicuro c’è che quel povero pazzo, sempre più nichilisticamente delirante, folgorato nel 2008 al punto da pronosticargli la vittoria di uno slam entro il 2012 (pena l’iscrizione ai circoli della libertà assieme alla bilingue Nicole Minetti ed un passionale bacio al chiaror della luna a Cicchitto), è sempre più rassegnato. E che languido bacio con Cicchitto sia. Di lebbra contagiosa si muore. Nel caso, fate una prece laica in mio onore. Pure la visione di un match antico di McEnroe allevierà le mie sofferenze di defunto.
Tornando al sugo, semmai ce ne fosse, trionfa “Psycho Killer” Soderling. Gran randello, persino una parvenza di moderazione tattica, tra furia accecata e miopia estrema. E i proverbiali “pugnetti”, con tanto di sguardo compiaciuto al suo angolo, serrando il labbro come il bimbo che si compiace di aver rubato la marmellata. Coach Pistolesi (m’è parso dimagrito di 2 etti buoni), tutto costipato, trattiene a stento la contentezza. Chi doveva dirglielo. In pochi mesi è passato dall’esser considerato inadeguato a forgiare le strepitose qualità di un delizioso ectoplasma italico da top 50 al massimo (Bolelli) ad allenare un purosangue da top 5. Estrosità italiane. Robin sembra aver acquisito anche una discreta maturità mentale, e un equilibrio sopra l’insensatezza omicida di fondo. Il torneo, più che in finale o nella semifinale dove ha domato in sicurezza il gracidar di ranocchie nel cervello di Misha Youzhny, lo ha vinto al secondo turno. E’ lì che sfoderato carattere e coraggio leonino nell’annullare un match point a Philipp Kohlschreiber nel decisivo tie-break.


Funamboliche gesta da casa di cura per foche squilibrate. Sì, avete inteso bene, Philipp “Kolhi” Kohlschreiber. E qui il discorso scivola inesorabilmente verso le mie adorate foche ammaestrate, affette da distonia neurocerebrale. Il tedesco, arrembante agonista come nemmeno un cincillà nella stagione della copula (o come un Seppi, brado per campi a Berghèm de hauta) regala una prestazione smerigliante. Di solito ne offre tre a stagione. Una ce la siamo giocata a Rotterdam. Sciorina colpi sontuosi, rovesci ammalianti e garrule discese a rete con volée morbidamente adagiate. Sempre con quella faccia un po’ così, di chi al supermercato non sa se comperare i rapanelli o le cicoriette selvatiche. Occhio spento, sguardo dormiente e surreale acconciatura con vago accenno di banana, a corollario di un quadro di adorabile barocco agonizzante. Ma come non citare anche l’altro Philipp di Germania. Philipp “Picasso” Petzschner. Saettante e pronto alla pugna. Lui che in questo inizio stagione deve difendere le due semifinali della scorso anno e rischia di precipitare oltre la posizione 170 del ranking. Per sempre. Motivatissimo, dunque, e caricato a molle. Perde nelle qualificazioni, contro il rientrante robocop russo Dimitry Tursunov. Ripescato come “lucky looser” dopo la rinuncia di Ernests Gulbis (tutto ha un filo d’illogicità disarmante), entra ugualmente in tabellone. Picasso, “perdente fortunato”. Quale involontaria dicitura può descriverne meglio la tremebonda essenza dell’uomo. Lui onora la mano della dea bendata lasciandosi travolgere dal nodoso olandese De Bakker, 6-1 al terzo. Non prima di aver vinto il secondo per 6-0. I Picassi si accontentano di quello, è risaputo. Poi assieme al fido compare da circo Medrano (Jurgen Melzer) illumina il proscenio con acrobatiche sferruzzate circensi. Il doppio è la vera, ed unica, via del Picasso. Brutto ribadirlo, ma lo dissi in tempi non sospetti.
Fragorosa apparizione a Rotterdam per un nuovo e giocoso adepto, ormai quasi un habituè: Benoit Paire. Passa le qualificazioni e batte niente meno che Gilles Simon. Basta vedere qualche colpo per capire che mai vittoria fu più giustificata tecnicamente. Ed anche religiosamente. Poi perde da Ljubicic. Benoit è un gattaccio randagio, irrimediabilmente votato alla sconfitta mirabolante. O alla vittoria più inattesa. Tramontane di colpi vincenti e dormite colossali, languide smorzate e doppi falli a ripetizione. Una costruzione barocca incendiata dagli alieni. Basta vedere un punto, e capire tutto del geniale bohemienne francese. L’altro serve per il match. Gli fa una palla corta, non proprio corta, ed ecco l’eroe transalpino all’azione. Due sonnolenti balzi felini in avanti, stacco in sospensione e pallina colpita con racchetta lasciata scorrere tra le gambe. L’altro la riprende e chiude a campo sguarnito. E vince.



Raonic e Almagro, due sonanti squilli. Dio m’è testimone. Ed anche qualche scritto. Milos Raonic gran rivelazione del 2011. Assieme al gradevolissimo “cavallo basso” Ricardas Berankis dalla mano fatata, e per gli amanti delle sciagure smidollate, anche a quel Benoit Paire di cui sopra. Milos, gigantesco canadese di origine slava, con quella faccia imberbe e paffuta da studentello di buona famiglia ad Harvard, manda tutti al tappeto, vincendo il suo primo torneo Atp a San Josè. Servizio che se funziona è arginabile solo dal supereroe “kiavik”, e deflagrati colpi a rimbalzo, oltre a buone cose a rete. Batte in due set il gallo cedrone Verdasco, con cresta abbassata e sempre più “Verdasco like a tabasko (corretto alla xamamina)”. Mi sarei giocato anche la mia casa immaginaria, su quel due set a zero. Il ragazzo ha colpi e carattere, e ne sentiremo parlare.
Nell’atp brasiliano di Costa do Suipe invece, riescono ad avere una bella finale tra due top 15 autentici, Nicols Almagro e Alexander Dolgopolov. Alla fine vince l’iberico. Protervica essenza urticante e rovesci schiaffeggiati. Impettite nefandezze comportamentali e candide scuse da putto all’avversario con manina alzata. Ma quando mi fa vincere le scommesse, risulta decisamente più tollerabile. Bene anche Dolgopolov (magari era meglio vederlo giocare in altri tornei sul veloce), e che, qui la butto bruciandolo definitivamente, farà il Masters di Londra. Se lo dissero per Seppi e Bolelli ed ancora sono a piede libero…


Wta, Clijsters numero uno con ruzzolone, si rivede Hantuchova. La Wta viveva sulla spasmodica (certo, quanto un comizio di Rutelli e Tabacci) attesa di Kim Clijsters nuova numero uno. Designata tale anche dal computer. E per una volta non il solito marchingegno ingannevole. Traguardo facilmente raggiunto dalla mammina olandese nel Première di Parigi. Ma festeggiato con l’inattesa sconfitta in finale, per mano di Petra Kvitova. Esponente della sempre generosa tradizione tennistica ceca, da inizio anno sui livelli delle migliori. Ottomo servizio e costante martellamento mancino, con quell’espressione afflitta da studentessa fuorisede su un fisico giunonico. Ci vuole poco insomma.
Italiane sugli scudi nell’altro Wta, a Pattaya city. Le nostre seconde linee, Sara Errani e Roberta Vinci, di fronte in una delle semifinali. Provoca gran tristezza vedere le splendide soluzioni elegantemente slice di Robertina, andare fuori giri contro l’inguardabile trattorino urlante Errani (encomiabile, per carità di Buddha). Ma questa è la vita. La tracagnotta bolognese con le braccia da scaricatrice portuale, tirando due vincenti in tutto il torneo (quattro da inizio stagione), raggiunge la finale. Poi raccoglie i lupini e due games nella finale, dominata da una ritrovata Daniela Hantuchova. Buon ritorno della gazzella slovacca dalle sempre piacevoli e geometriche evoluzioni piatte. Tra alti, bassi, e furenti bisticci con la bilancia, da oltre dieci anni è lì. Forse anche per quello, dimostra 42 anni invece dei suoi 27.

mercoledì 9 febbraio 2011

SGRULLO DI PIPì (Scommettitori si nasce)


Protagonisti: Io (“Pipì”) ed un mio (ora) solo conoscente (lo chiamerò simpaticamente “Sgrullo di”).
Dialogo (credo) intercettato dalla narcotici e buoncostume in azione congiunta.
S. Scommessina?
P. Ma certo (con tanto di espressione divorata dalla cupidigia).
Breve conciliabolo sull’inutilità delle scommesse calcistiche. Sulla politica stringente: La fica della Fico. Le gemelline De Vivo. Ruby rubacuori. Noemi. Sara Tommasi e tutto l’apparatao di zoccolame attorno al putrescente delirio di un miserabile malato di mente che governa un paese, rendendoci lo zimbello del terzo/quarto mondo. “Sgrullo di” è un anarchico sminchiato, flebilmente simpatizzante di Beppe Grillo. Ma concorda con me (forse per compiacermi) sull’utilità di una manifestazione pacifica. Appenderli in piazza. Tutti nudi e con le pendule carni flaccide al vento. Esposti al non violento pubblico ludibrio delle genti, che a turno nerbino le loro avvizzite pudenda e sputino su quelle ripugnanti facce lombrosiane.
Poi si torna alle cose serie. La scommessa.
P. io metto 2-0 Seppi (1,66. Ok che ci perse a Gstaad, ma vuoi che lasci un set a Maffert nel suo Regno bergamasco?), 2-0 Berdych (2,10, figurati, lo stende senza pietà quel Garcia Lopez) e 2-1 Paire (quotato a 12,00. E’ una di quelle cose che senti a pelle. Davvero convinto che il francese vinca. Paire è uno che non ha timori reverenziali verso nessuno. Potrebbe battere Nadal e perdere in svogliata scioltezza da Vassallo Arguello o contro un pescatore miope di Antigua.).
(15 euro, vincita 620,00 circa. Ottimo.)
S. seeeeee
P. Guarda che io ne capisco di tennis (un filo impermalosito dalla greve insolenza dello “Sgrullo”. Uno che di tennis può contare solo di Canè, Camporese, Forget e Jaime Yzaga). Ed anche di calcio, me ne intendo. Al punto che potrei iniziare a tifare quella squadra, come si chiama…l’intfssshs…
S. (ride, ma non comprende)
P. Io la gioco, se non vuoi rischiare fai un sistema due su tre e recuperi la puntata, no?
S. No, al limite punto solo 5 euro e gli altri li lascio per altro…
P. Fai come credi.
S. (insiste) Già prenderli secchi è difficile…col set betting è impossibile! Al limite li gioco senza set betting ora vedo quanto viene.
P. Va beh, a monte. Faccio da me.

Due passi in macchina. Penso ad Hitler democraticamente eletto dal popolo tedesco, e rischio di centrare a 180km/h un anziano che viaggiava a passo d’uomo sulla sua bella lambretta del 1912. Immagino Lele Mora steso su un sofà, circondato da squittenti donnine seminude pronte a vendersi anche l'illibatezza auricolare e muscolosi decerebrati sorridenti anelanti il trono di "uomini e donne" come miraggio di vita. E penso ancora a quella scommessa INFALLIBILE. Diamine, se (come al solito) voglio vincere 15/20 euro, a quel punto farei una puntata del pusillanime su: Robredo (vuoi che nel re-match Fognini possa vincere? Il suo trionfo è già insultarlo per bene. Per la contentezza e gli spetazzi neurocerebrali dei tanti fenomenali supporters, quelli che con geniale impeto raggelante lo chiamano “fogna”). Ci sarebbero gli ultra affidabili, nei primi turni, Nishi e Vinci. Affidarsi alle locuste urlanti nel cervello di Misha Youzhny. Per non dire dei doppi Errani/Vinci (non perdono contro gente più debole di loro dal 1957, credo). O se si vuole sognare, la coppia che verrà dichiarata a breve patrimonio dell’Unesco: Kimiko Date/Romina Sarina Oprandi. La piccola samurai e la paffuta tortorella di montagna.

A casa, ore 20,35. Napoleone (il gatto) si stava ingroppando un cuscino, con l’occhietto innamorato. Ancora eccitato, l’ho preso per il collo e spedito in giardino.
“Sciò! Vai via recchione, fatti una vita! Trovati una gatta o ti faccio castrare senza anestesia da Giggi il macellaro!”. Ho sentito qualcuno che rideva. Forse la mia vicina (bruttina assai. Somiglia ad una Jamie Lee Curtis giovane, ma senza tette. Praticamente una cosa inutile per il sentire comune. E tra poco per decreto ministeriale.). Napoleone s’è avviato lentamente, con passo incerto, verso il mondo. Deve superare la timidezza altrimenti non scoperà mai, quello. Non è come Satana, che ingravidò le feline di mezza città. Cinque anni da stallone. Era il mio orgoglio di papà, Satana.
Faccio delle riflessioni filosofeggianti: Questo gatto non somiglia al nostro sultano pipatore instancabile. Dovrei forse rivolgermi a Lele Mora per trovargli una gatta che non fa tanti problemi?
Ancora intento a pensare e partorire elucubrazioni ancestrali.
Alla tv c’è Bocchino che si rivolge ad una bionda del troiame delle libertà senza pudore alcuno:
“Ma lei proprio non riesce ad indignarsi? Non ci riesce, eh? E vabbeh.”.
Ecco, io adesso lo voterei Bocchino. E’ il segno che sono pazzo, o che questo paese è malato.
Ma intanto è troppo tardi per giocare Seppi e Berdych. Match iniziati che ovviamente finiranno 2-0.
Mi costerno un poco.

Oggi. Pausa pranzo. Mangio un’insalatona, triste come la faccia di Juan Ignatio Chela che copula all’impiedi con la Prestigiacomo. Intenzionato a giocarmi almeno il 2-1 del giovin transalpino a 12,00. Ma il match è già iniziato. Porca di quella Minetti (ha sostituito l’accezione “troia” sullo Zanichelli). Sul (prevedibilissimo) set pari, decido di piazzarlo a 6,00. Mi loggo, e compare una tremebonda schermata verde ad indicare: sito non raggiungibile. Un dispetto di Tremonti. Dei servizi segreti, del controspionaggio o chissà chi. Lascio perdere, ingollo un caffè fumante e m’avvio al luogo di alienazione. Senza pensare a come finirà.

Storia recente. Vedo il risultato.
Benoit Paire-Gilles Simon 6-2 2-6 6-3.
Sms inviato a “sgrullo di”:
P. Giocata poi?
S. No, gioco stasera, il mercoledì ci sono una marea di partite di calcio.
P. Ah, bravo il coglione. Ma lo sai che sei proprio coglione, sì? Appena torni da queste parti andiamo in giro, a fare Coglione&Coglione. Ci meritiamo Berlusconi, Bossi e La Russa, ed il troiame. Te lo dico io. Che altro si meritano due esseri del genere?
S. Stai bene?
P. Nella norma.
Non mi ha più risposto. Ed allora ho precisato in un altro messaggio:
Bene. Comunque la prossima volta che mi vien voglia di scommettere, ricordami che devo sodomizzare una gallina. Intendo una gallina vera, non quelle che abitano all’olgettina (fatto anche la rima baciata).

lunedì 7 febbraio 2011

ITALTENNIS, GIOIA E DOLORI



Fognini e Starace, la finale tutta azzurra (alla play station rotta). E la solita pantomima da italiani all’estero. Leggevo un sito di malati mentali. Perché è ovvio che quella gente ha le rotelle che girano all’incontrario. Badate bene, non gli articoli (li tollererebbe solo il mio agonizzante pesce rosso nell’ampolla, quando ha bisogno di farsi del male intellettuale), ma i commenti. I commenti sono uno spasso. Travolgente comicità elargita “aggratise”, come direbbe “er fracico” (un fine oste intellettuale). Al giovedì ecco due italiani nei quarti di finale del prestigioso torneo di Santiago del Cile. Nel mezzo della cordigliera andina, e tra gioviali canti degli Intillimani, che infondono una gran serenità interiore e voglia di morire di una morte cruenta nel giro di sei minuti secondi. Insomma, un torneo mediocre. Uno dei tanti (forse troppi) ad hoc per vittorie di mezzi figuri capaci di qualche lampo (pensate alla nodosa pertica Kevin Anderson fresco trionfatore a Johannesburg ed al pupazzo sapientino Dodig in quel di Zagabria).
Al giovedì ecco due eroici italiani all’estero giungere ai quarti di finale (Starace e Fognini), in Cile. Scene giubilari tra i commentatori/supporters italioti. Cose mai viste. Col favorito della vigilia Nalbandian (‘zzo ci va a fare uno come Nalbandian in mezzo a brucanti mestieranti terricoli?) fuori al secondo turno, si poteva sognare. Si interrogavano già sulla finale tutta azzurra, i minus habens mentali. Fino ad un par di anni fa mi sarei divertito a canzonarli, intervenendo. Era il mio secondo sport preferito. Ora non più, perché in essi v’è la tragedia dell’inconsapevolezza. Non sanno, e nemmeno li sfiora l’idea che come scritto prima, il torneo è “ad hoc per vittorie di mezzi figuri capaci di qualche lampo”. E i nostri sono capaci di lampi? Uno è un passista regolare, che non può offrire più di quello che generosamente offre. L’altro, più che regalare lampi, da un lampo è stato fulminato. E’ evidente.
Euforia incontenibile quando i due impavidi eroi approdano alla semifinale. Il primo regola di gran giustezza e con mestiere, il mancino Zeballos (giustiziere del panciuto Nalba sonnecchioso), l’altro vince il match più atrocemente brutto degli ultimi 182 anni sportivi contro l’inguardabile brasiliano Bellucci. Un supplizio. Il tennis simile ad un semaforo intermittente del nostro prevale sulle trame da trebbiatore demente ed intermittente dell’osceno brasileiro. Ci può stare.

Cronistoria morta di una italica pantomima indecorosa. Delirio alle stelle tra gli squilibrati. Qualcuno parla anche di Roland Garros, grande slam 2012, Vilas, Connors, Borotrà…Poi si arriva alle semifinali, e Starace non può che arrendersi a Santiago Giraldo, spartano e rudimentale picchiatore made in Colombia, dopo un buon inizio e con onorevole difesa. Ma è l’altro a salire agli onori della cronaca (quasi nera). Fognini se la vedeva con Tommy Robredo e, come normale che sia, alla lunga soffre l’esperto iberico. Il solito sali e scendi anaemozionale che il ligure offre senza sosta agli amanti del niente surrealmente brutto (fosse divertente, ancora-ancora, uno si appassiona a Bastian Knittel o Grimelmayer). Mai vista una simile indolenza spocchiosa, maleducata ed incurante dai tempi di John McEnroe. L’antipatico per eccellenza. Ci vuole poco ad essere maleducato, arrogante e volgare quando ti chiami John McEnroe ed hai una mano che potrebbe incantare ed anestetizzare un toro con paturnie omicide, grazie ad una semplice stop volley sul centrale di Wimbledon. Occorre gran coraggio e temerarietà che confina con la demenza assoluta, se ti chiami Fabio Fognini, non hai vinto niente, hai un modesto talentino svogliato da top 50 e giochi un 250 a Santiago del Cile.
Insomma, avvengono cose mai viste. L’esperto e repellente iberico fa il break decisivo ad inizio del terzo set, grazie ad un colpo scentrato dell’italiano. Esulta come se avesse vinto il Roland Garros esalando un urlaccio che avranno sentito anche i nativi americani in Arizona. Fognini lo guarda e gli dice testualmente: “Cazzo esulti? Che uomo di merda…”. Potrebbe bastare, ma (e qui la dottrina e gli sbobinatori di intercettazioni e lettura del labiale, si dividono) pare completi la frase con un “a tennis sei forte, ma sei un uomo di merda…”. L’altro lo guarda con la faccia dell’incredulità, come a rispondere: “Emmè, lo faccio sempre, lo fanno quasi tutti. Lo fa Nadal a Parigi, lui che è il numero uno al mondo e ‘premio fair play 2011’, e non posso farlo io a Santiago? ‘zzo vuoi piccolo italiano bungabunga (seppiatelo, all’estero ormai ci chiamano così, con un filo di malvagia compassione)?”. Lo pensa soltanto, ma da gran signore non dice nulla. L’esultanza spropositata e semi-intimidatoria su un errore avversario, è cosa che dona un certo fastidio anche a me. Ma dopo anni che vaghi nel circuito o anche nella semplice attività da circolo, ti ci abitui. Te ne fai una ragione. Pensi al tuo, magari caricandoti ancor di più per vincergli in faccia il match o tirargli un vincente all’incrocio. Questo penserebbe un tennista ed un uomo normale. Il ligure invece continua in un rutilar gioioso di “uomo di merda….” come fosse un mantra, un training autogeno. E naturalmente, perde. Geniale l’italiano nel mestiere in causa. Altrettanto geniale nel passare dalla ragione al torto con una naturalezza talentuosa disarmante. In un processo sarebbe capace di passare, nel giro di cinque minuti massimo, da parte civile costituitasi per ottenere un risarcimento, all’ottenere quattro ergastoli con isolamento diurno.
E non è certo finita la storia per esseri submentali. Perso il match, il nostro pretende anche di stringere la mano all’avversario che, come un qualsiasi essere dotato d’intelletto medio, si rifiuta sdegnosamente, dopo aver spiegato al giudice arbitro le intolleranze nefande che ha subito per tutto il terzo set. Ne esce una quasi rissa, col nostro che ritorna nel proverbiale eloquio insultante. E si giunge alla vecchia storia: Può un uomo mediamente sano di mente, dopo aver insultato qualcuno per tutto il terzo set, andargli vicino e con un sorrisetto gentile volergli stringere la mano per la corretta battaglia decoubertiniana? Robredo guadagna 10 punti nel mio personale cartellino (ma partiva da -110). Fabretti riesce a farmi apparire Jarmila Groth come una sensuale sirena incantatrice. Fognini è capace di far sembrare Tommy Robredo un gran simpaticone, con lo stesso talento di Sampras. Torando ai malati mentali di cui ad esordio articolo, è una fiumana di insulti al malvagio spagnolo, reo di aver offeso la sensibilità del nostro correttissimo alfiere.
Italia, terra di santi, navigatori, tennisti mediocri e bunga bunga.

Fed Cup, azzurre corsare in Tasmania. Ci si poteva attendere una sorta di assuefazione, quasi monotona stanchezza mentale nello spendersi in questa manifestazione. Il primo match del confronto Australia-Italia in scena ad Horbart, andava in questa direzione. Non aspettatevi verità. Gli unici assiomi dimostrabili sono che: Schiavone commentata da Faretti diventa meno tollerabile del piduista da ospizio Cicchetto intervistato da Minzolini (o Vespa, se siete per le cose meno hard, ma amanti della fellazione soft) e che sempre sotto gli influssi demoniaci del faretti, l’australiana Jarmila Groth, si trasforma in Divina e fluttuante musa svolazzante, che sorride ammiccando. Più brava di Maria Josè che affetta con lasciva grazia volleante Kaia Kanepi e più sexy di Kate Moss nell’atto di sfilarsi un vestito attillato color pesco maturo, guardandoti maliarda.
Potenza della Raitivvì.
L’atteggiamento di Francesca Schiavone, meno arrembante del solito e quasi dimesso, lasciava intendere una cosa piuttosto semplice: Una che ha vinto uno slam, può anche non avere le giuste motivazioni nell’affrontare la manifestazione a squadre (a ranghi ridotti e senza grosso prestigio internazionale). Se poi l’ha già vinta svariate volte, la sensazione intuitivamente snerchiuta, s’accresce. La milanese ha ceduto di schianto a Jarmila Groth nel match d’esordio. Male alla schiena, vento gaglioffo o magari solo un’avversaria in grado di schiantarla senza fornirle ritmo e punti di riferimento, hanno messo l’intero confronto a rischio. L’Australia come l’Italia vanta una grande prima singolarista tra le prime 5 (Stosur), più giovane della nostra. Ed una seconda singolarista in grande ascesa (Jarmila Groth), più giovane e con più potenziale per far male a grandi livelli di Flavia Pennetta. Ma anche un doppio d’esperienza, con l’ottuagenaria Stubbs al congedo internazionale. Ecco dunque che il match dopo la prima sconfitta si è mostrato in salita. Se si pensa anche alla trasferta, ancor di più.
Bravissime invece Pennetta (quasi eroica ed in forma eccellente) ed una rinsavita Schiavone a riprendere il timone in corsa dimostrando che alla manifestazione ci tengono e come. Impeccabili nel ridimensionare le folli accelerazioni eroicamente dissennate di Jarmila ed una Stosur versione Robocop progettata per perdere dopo grande pugna.

sabato 5 febbraio 2011

FED CUP 2011 - JARMILA BUM-BUM SPAVENTA L'ITALIA


Uno ci prova anche, ad essere italiano. Torna a casa quando è ancor ben lungi dal fosco albeggiar in pianura, con le gambe pesanti e la mente resa saettante da quattro Tennent’s. Cerca di rafforzare lo spirito ingollando a garganella un ottimo Lagavullin ormai al melancolico scolo. Australia-Italia di Federations Cup, che si disputa in ameni luoghi stranieri, nel pieno della Tasmania. Voglio dire. Uno deve tifare “La Itaglia nostra bella”. Che diamine. Qualcosa di cui essere orgogliosi della patria, dopo una giornata in cui un vecchio squilibrato malato di satiriasi e col volto posticcio steso nel proverbiale sorriso di cemento, ci ha umiliato ancora una volta a Bruxelles. Con la sua sola imbarazzante presenza e folli frasi incensanti il dittatore Mubarak. Guardato come un povero pazzo da tutti i membri dell’Unione, al limite suscitando qualche risolino. L’Italia chiamò. Fortificato da quella corazza alcolica, stavolta non posso fallire nell’intento supremo. Non è nella mia discografia, altrimenti metterei quel pezzo commovente di Toto Cutugno (quello dell'italiano vero, per intenderci). Ripiego su una foto di La Russa per darmi coraggio. Il match inizia. C’è Francesca Schiavone. Commentata da Fabretti.
Comincio ad essere inquieto, nel mio tricolore immaginifico.
Strilla come una scimmia marsupiale frullando colpi, la milanese. Saltella col suo debordante carico di femmineo fascino, trasudando simpatia da ogni poro. Il commentatore non si tiene. E’ eccitato nella sua ripugnante e logorroica elegia della nostra tennista. Uno che non conosce della vita, potrebbe essere indotto a credere che quella sagoma esalante triviali urla belluine e pallate arrotate, sia molto più forte di Martina Navratilova e Billie Jean King messe assieme. O persino di Maria Josè Martinez Sanchez, che lasciò alla nostra eroina due games di umana pietà in quel di Roma. Non conosce mica Jarmila Groth, il gigioneggiante commentatore adenoideo. Non sa chi sia. Chiedetegli di Van Peteghem, Chiappucci e Petacchi. E vi dirà qualcosa di sensato, forse.
Sfilo il tricolore immaginario, e cerco il Lexotan.
Finito.
Nel mezzo di quell’orrore partigiano che descrive estaticamente gesta femminili da far impallidire Pappalardo con la jugulare rigonfia, c’è la vezzosa Jarmila. Fanciulla slovacca di nascita, australiana d’adozione, che d’improvviso diventa musa ancestrale. Bella, di una languida femminilità compita, serena ed anche brava. Deliziosa, Jarmila. Tira tutto il possibile, sempre e comunque, nel suo folle progetto anticipato. Dardi e saette. Di dritto e soprattutto di rovescio bimane, colpo principe del suo repertorio e portato con gran scioltezza atipica. Lei che da piccina giocava anche con la sinistra. Testarda ed idealista, mi piace ancor di più. Cede però, nel delicato e decisivo momento clou tra la fine del primo set e l’inizio del secondo. Ha un momento di scorato cedimento, pur senza scomporsi o lasciarsi andare a gesti di mascolina repellenza o smoccoli ripugnanti. Il maramaldo italiota continua in un delirante soliloquio tricolore. Un rossiniano crescendo afono da far accapponare la pelle. Ovviamente, quando la vil preda straniera sembra nel sacco (7-6 2-0 40-15) si arriva al consueto dileggio dell’avversaria già vinta. Si sollazza di gusto. “Ahah…altro drittaccio che se ne va…”. La tapina australiana sbaglia un facile colpo a campo aperto, e quello in cabina: “questo colpo è nel repertorio della ragazza, eh Rita?…heheh”.Sono ormai diventato un ultrà australiano.
L’ominide in sottofondo riuscirebbe a rendere antitaliano anche un La Russa intento, con espressione rassicurante, a cantare l’inno di Mameli a squarciagola.
Praticamente hanno già cotto ed imburrato in padella la cangura. Ma quella ha sette vite. La osservi durante il cambio campo, sotto nel punteggio, in casa, in un match di Fed Cup. E disserta amabilmente col capitano, lasciandosi andare a qualche sorriso conturbante. C’è del bene nella Wta, in fondo. D’incanto con la forza della calma riprende a sciorinar selvatici fendenti aguzzi e anticipati e in controtempo. Colpi come graniuole e bordate di servizio. Dall’Italia lo pensano, non lo dicono ma lo lasciano intuire: “Dovrebbero vietare di tirarlo oltre i 190 km/h, eh…sennò Francy come fa?”. Anche sbronzo come un cencio sfatto, riesco a vedere una realtà fin troppo evidente: Schiavone è destabilizzata da un tennis così atipico. Non ha punti di riferimento. Sbigottita, non riesce a prendere ritmo. Tanto meno ad evitare che l’altra continui a tirare mine. Il cantore italico avverte il periglio. Ed ecco l’ennesimo must di indecente partigianeria, come nemmeno un miope ultrà da curva. Un recupero disperato della milanese va lemme-lemme fuori dalle righe, a due all’ora, sotto la sedia del giudice arbitro. E lui, al comodo della sua poltrona, in Italia: “Era buona! Era buona questa! Si alza anche Barazzutti (sottinteso: e se si alza Barazzutti so’ cazzi!)”. L’impietoso replay mostra la palla fuori di mezzo metro buono. “Forse siamo di parte…”, si schernisce la sventurata Rita Grande, in un sussulto di professionale decenza (lei che non è giornalista). “Eh ma sai, su questa palla ero indeciso…”. Chiosa l’eroe. Nell’ubriachezza funesta immagino Fabretti divenuto coach di Seppi. L’immagine è bellissima. Poi un macaco che urla (quasi) come la Schiavone, svolazzando giulivo di ramo in ramo, nelle foresta pluviale.
Bando alle comiche, Jarmila vola come una diavolessa placida. Compita e femminea. Chiude il secondo, scappa anche nel terzo. I narratori si aggrappano alla cabala, a tutto il possibile. La Grande è sconsolata. “La vedo spenta, Francesca. Nemmeno un pugnetto, non grida nemmeno ‘vai’…”. Come al solito, anche lei per sfinimento e stanchezza è travolta dall’insipienza.
Ormai sono arrivato allo svilito disprezzo del tricolore.
Tra rantolati colpi smidollati dell’azzurra e commenti malati, temo mi facciano giungere al vilipendio. Potrebbero tranquillamente. Non è tennis, è cronaca di un lamentoso vitello (maschio) che si lagna mentre lo stanno sgozzando. Fate qualcosa. Dov’è il tennis? Le bianche gesta d’elegante snobismo estetico? E’ invece la morte dell’estetica, questa. Un ammazzamento notte tempo Ed a quel punto della nottata non m’impippa più un tubo che riesca a colpire in top e in back, in chop e in uderspin e overbackspin e un dehor e vattelapesca nel giro dello stesso scambio.
L’aussie è lanciatissima. Scambio duro e (per una volta) lungo, che Jarmila chiude con una delirante e liberatoria smorzata in controbalzo. Colpo fantastico e di difficoltà 100 su 10. Figurati se se ne accorgono. Pensano al caso. Vuoi che uno impegnato a commentare una gara di cicloamatori della Val di Susa, sappia che l’australiana veniva punita dal suo (malato) coach dopo ognuna delle innumerevoli smorzate che soleva tirare? Niente. Nemmeno un breve scrosci di pioggia frena la corsa della cangura, che chiude: 6-7 6-3 6-3.
Poi ci pensa Pennetta a riequilibrare le sorti battendo Samantha Stosur. Ma io dormivo della grossa. E chissà quali altre imperiture gemme saranno volate.
Sarei arrivato al vilipendio.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.