
Tra sfarzo e costruzioni pacchianamente futuriste, nella nuova città dello sport e dei petrol-dollari, la finale più attesa e scontata, mancando Nadal, si è risolta in poco più di un’ora di tennis terrificante nella sua bruttezza. Al punto che qualcuno gira immediatamente su Wozniacki-Zvonareva, godendo (se non di tennis) della coraggiosa russa perdente. Vera dai tumidi occhioni color di un cielo che battaglia con le nuvole, scardina la muraglia difensiva della boccoluta nordica da numero uno che pare uscita fuori dalla reclame del mulino bianco versione scandinava e vince in quel di Doha.
Qualche altro pazzo, osservando le atroci gesta da snodato robot sparapalle serbo sull’inerme svizzero in una giornata in cui stecca anche nei pensieri, arriva addirittura ad anelare un rapido ritorno del diavolaccio di Manacor. Se all’ormai tragico imbarbarimento tecnico, non si vuole abbinare anche la mancanza di rivalità vera (panacea di ogni male sportivo che trascende il gesto tecnico, secondo taluni), l’iberico rimane l’unica via percorribile. La dionisiaca e moribonda arte tennistica dell’ex dominatore svizzero soccombe nettamente all’emergente vis apollinea del serbo esagitato con gli occhi da pernice. Niente da fare per Roger Federer, quasi rinchiuso e soffocato nella sua stessa teca di ricordi ed invincibilità, contro un buon Novak Djokovic. Buono, e nulla più. Il serbo per l’occasione sfoggia un completo nero da corsaro strabico, annessa fasciatura in tinta al ginocchio. Per mimetizzarsi come bacherozzo dalla luccicante corazza nella notte degli emiri e per mettere paura all’avversario. Come non bastasse quella faccia da inquietante dipinto macabramente horror. Nole continua sulla scia degli ultimi successi. Dalla Davis agli Australian Open. Inizia ben concentrato, serve in modo impeccabile senza dare modo all’avversario di entrare nel match. Mento scucchiato e bocca aperta da fratello di latte di “Aigor” Marty Feldman che imita l’urlo di Munch versione sincopata, prosegue per la sua strada. Rovescio in corsa, braccia da un lato e gambe dall’altra, come rigida marionetta snodabile caricata con le duracell.
Federer rimane dentro quella campana di cristallo, a specchiarsi e rimembrare qualcosa di poeticamente inutile, mentre l’altro rantola i suoi colpi regolari. L’abbrivio, il solito spiraglio, Djokovic lo offre ad inizio secondo set, alla prima occasione in cui il suo servizio diventa più umano. Bastano due antiche frustate in sospensione e l’ex monarca sbuca la testa fuori da quella teca alienata. Eccolo, pensa qualcuno. Il classico momento in cui il match gira. Troppo facile da capire anche per una capra tibetana travestita da giornalista sportivo degno di un lombrosario. Quell’occasione Djokovic la offre sempre, ed il campione degli immortali record non può non approfittarne. Niente di più ingannevole, perché quell’abbrivio, ancora una volta, Federer lo getta via. Sbircia dallo spiraglio, prima di chiudersi le dita nella porta. In modo maldestro, goffo, disarmante. E’ il chiaro segno di una rivalità che ha forse modificato la sua inerzia, passando dalla parte serba. Che, come sovente accade all’elvetico, si sta trasformando in patologia, morbo senza antidoti. Federer dona la netta sensazione di frenetico soffocamento lento, in barba agli ossimori e chi li ha inventati. Eccolo infatti restituire il break con un game di servizio degno di un Gasquet travestito da Seppi in giornata standard. E con l’incuranza di uno spiaggiante Bolelli ne perde cinque di fila, per chiudere il periodico 3-6. Mai visto così brutto, impalpabile, falloso. Uno smash inverecondo suggella la prestazione da galleria degli orrori dello svizzero, con contorno di servizi inceppati, rovesci sfarfallanti e persino dritti di tremebonda e facile lettura anche per Gimeno Traver. Sicuramente non al massimo e sempre in ritardo sulla palla, fisicamente e mentalmente. Problemi che il sinuoso tennis classicheggiantemente rassegnato di Stakhovsky e le funamboliche stilettate di un Gasquet appena recuperato ad una apparenza di vita, non potevano mettere a nudo.
Esulta Djokovic, e ne ha ben donde. Ha acquisito la giusta convinzione, quella che sta a metà tra la mancanza di umiltà degli esordi e la tragica realtà dei fatti che lo vedeva inevitabilmente soccombere ai due più forti. Niente da dire, consistenza e costanza ammirevoli. Ma niente di inarrivabile o prodigioso. Un Nadal integro, ed un Federer lo spazzerebbero ancora via agevolmente. Anche il Juan Martin Del Potro che nel 2009 a New York brutalizzò Nadal con un periodico 6-2 e venne a capo di Federer dopo cinque set di battaglia. Ma coi se e coi ma, non si va da nessuna parte. Anche una Bustine Henin al meglio farebbe un sol boccone di Zvonareva e Wozniacki. Una Romina Oprandi in ciabatte batterebbe di slancio Renata Voracova, Gasquet che batte Gilles Simon sarebbe legge di vita da imprimere nella pietra delle dodici tavole, invece che clamorosa sorpresa, se tutti i top cento incappano in una giornata storta o si ritirano, Seppi vince sempre, e così via. Ma coi se e coi ma, non si va da nessuna parte.
Una breve digressione la merita proprio Juan Martin Del Potro, sempre più convincente nella tournè americana e con l’ultima finale agguantata a Delray Beach. Il torneo è quello che è, basti pensare che su quei lidi ha trionfato gente come Xavier Malisse ed Ernests Gulbis, ed anche gli avversari sono più morbidi di quelli che dovrà azzannare in Masters 1000 e Slam. Ma è già qualcosa, rispetto alle funeste previsioni di qualche mese fa.
Ed allora godiamoci con animo estatico il Djokovic dominante che ci ha liberato dal male delle dittature sportive. I submentale adoratori dell’orrore estetico saranno ben felici. Djokovic è senza alcun dubbio è il migliore in questi primi mesi della stagione. L’obiettività innanzitutto. Lo spirito poi si empie di ripugnante estasi nell’osservarlo col petto gonfio, il mento prominente e l’espressione di ormai rilassata ferocia nell’alargire al festante pubblico il consueto saluto a tre dita. A scanso di equivoci le indica bene: un due e tre. Che vorrà significare? I vetero-dietrologi hanno iniziato un bailamme di fantasiose congetture. La terza vittoria di qualcosa? I tre porcellini? Un terzo slam che vincerà a Wimbledon battendo in finale Grannollers? La Nina, la Pinta e la Santamaria? Le tre scimmiette sbronze? E’ un fan di Qui-Quo-Qua? Maramaldeggia sul fatto che batterebbe l’avversario anche con tre dita? La triade Moggi-Giraudo-Bottega? La lupa, la lonza e il leone? Il fatto che la Serbia avesse preso tre goal dalla Lettonia (questo su suggerimento di un acuto giornalista rai)? E’ uno dei reduci della diaspora del “terzo polo”, resistenti al mercato delle vacche marce? Tutti fuori strada. E’ un semplice ed ingenuo saluto abusato dagli ultranazionalisti e parafascisti serbi ad indicare nient’altro che Dio, patria e imperatore. Niente di così strano ed inconsulto. Ognuno saluta come vuole, e chi osserva si fa la propria idea. Al limite può temere che in futuro uno svitato inizi a salutare col braccio teso come nella Germania anni ’30. Domandarsi cosa voglia significare in una manifestazione sportiva (nemmeno a squadre nazionali), un gesto che i miliziani infliggevano al cadavere del loro nemico (mussulmano, cattolico, croato o kossovaro), tranciando mignolo ed anulare e lasciando le altre tre dita come saluto definitivo. Sarà, ma io continuo a credere che volesse significare “Siamo rimasti in tre, tre briganti e tre somari, sulla strada di Girgenti…”. Alludendo chiaramente alla sfida a tre tra lui, Nadal e Federer.
Qualche altro pazzo, osservando le atroci gesta da snodato robot sparapalle serbo sull’inerme svizzero in una giornata in cui stecca anche nei pensieri, arriva addirittura ad anelare un rapido ritorno del diavolaccio di Manacor. Se all’ormai tragico imbarbarimento tecnico, non si vuole abbinare anche la mancanza di rivalità vera (panacea di ogni male sportivo che trascende il gesto tecnico, secondo taluni), l’iberico rimane l’unica via percorribile. La dionisiaca e moribonda arte tennistica dell’ex dominatore svizzero soccombe nettamente all’emergente vis apollinea del serbo esagitato con gli occhi da pernice. Niente da fare per Roger Federer, quasi rinchiuso e soffocato nella sua stessa teca di ricordi ed invincibilità, contro un buon Novak Djokovic. Buono, e nulla più. Il serbo per l’occasione sfoggia un completo nero da corsaro strabico, annessa fasciatura in tinta al ginocchio. Per mimetizzarsi come bacherozzo dalla luccicante corazza nella notte degli emiri e per mettere paura all’avversario. Come non bastasse quella faccia da inquietante dipinto macabramente horror. Nole continua sulla scia degli ultimi successi. Dalla Davis agli Australian Open. Inizia ben concentrato, serve in modo impeccabile senza dare modo all’avversario di entrare nel match. Mento scucchiato e bocca aperta da fratello di latte di “Aigor” Marty Feldman che imita l’urlo di Munch versione sincopata, prosegue per la sua strada. Rovescio in corsa, braccia da un lato e gambe dall’altra, come rigida marionetta snodabile caricata con le duracell.
Federer rimane dentro quella campana di cristallo, a specchiarsi e rimembrare qualcosa di poeticamente inutile, mentre l’altro rantola i suoi colpi regolari. L’abbrivio, il solito spiraglio, Djokovic lo offre ad inizio secondo set, alla prima occasione in cui il suo servizio diventa più umano. Bastano due antiche frustate in sospensione e l’ex monarca sbuca la testa fuori da quella teca alienata. Eccolo, pensa qualcuno. Il classico momento in cui il match gira. Troppo facile da capire anche per una capra tibetana travestita da giornalista sportivo degno di un lombrosario. Quell’occasione Djokovic la offre sempre, ed il campione degli immortali record non può non approfittarne. Niente di più ingannevole, perché quell’abbrivio, ancora una volta, Federer lo getta via. Sbircia dallo spiraglio, prima di chiudersi le dita nella porta. In modo maldestro, goffo, disarmante. E’ il chiaro segno di una rivalità che ha forse modificato la sua inerzia, passando dalla parte serba. Che, come sovente accade all’elvetico, si sta trasformando in patologia, morbo senza antidoti. Federer dona la netta sensazione di frenetico soffocamento lento, in barba agli ossimori e chi li ha inventati. Eccolo infatti restituire il break con un game di servizio degno di un Gasquet travestito da Seppi in giornata standard. E con l’incuranza di uno spiaggiante Bolelli ne perde cinque di fila, per chiudere il periodico 3-6. Mai visto così brutto, impalpabile, falloso. Uno smash inverecondo suggella la prestazione da galleria degli orrori dello svizzero, con contorno di servizi inceppati, rovesci sfarfallanti e persino dritti di tremebonda e facile lettura anche per Gimeno Traver. Sicuramente non al massimo e sempre in ritardo sulla palla, fisicamente e mentalmente. Problemi che il sinuoso tennis classicheggiantemente rassegnato di Stakhovsky e le funamboliche stilettate di un Gasquet appena recuperato ad una apparenza di vita, non potevano mettere a nudo.
Esulta Djokovic, e ne ha ben donde. Ha acquisito la giusta convinzione, quella che sta a metà tra la mancanza di umiltà degli esordi e la tragica realtà dei fatti che lo vedeva inevitabilmente soccombere ai due più forti. Niente da dire, consistenza e costanza ammirevoli. Ma niente di inarrivabile o prodigioso. Un Nadal integro, ed un Federer lo spazzerebbero ancora via agevolmente. Anche il Juan Martin Del Potro che nel 2009 a New York brutalizzò Nadal con un periodico 6-2 e venne a capo di Federer dopo cinque set di battaglia. Ma coi se e coi ma, non si va da nessuna parte. Anche una Bustine Henin al meglio farebbe un sol boccone di Zvonareva e Wozniacki. Una Romina Oprandi in ciabatte batterebbe di slancio Renata Voracova, Gasquet che batte Gilles Simon sarebbe legge di vita da imprimere nella pietra delle dodici tavole, invece che clamorosa sorpresa, se tutti i top cento incappano in una giornata storta o si ritirano, Seppi vince sempre, e così via. Ma coi se e coi ma, non si va da nessuna parte.
Una breve digressione la merita proprio Juan Martin Del Potro, sempre più convincente nella tournè americana e con l’ultima finale agguantata a Delray Beach. Il torneo è quello che è, basti pensare che su quei lidi ha trionfato gente come Xavier Malisse ed Ernests Gulbis, ed anche gli avversari sono più morbidi di quelli che dovrà azzannare in Masters 1000 e Slam. Ma è già qualcosa, rispetto alle funeste previsioni di qualche mese fa.
Ed allora godiamoci con animo estatico il Djokovic dominante che ci ha liberato dal male delle dittature sportive. I submentale adoratori dell’orrore estetico saranno ben felici. Djokovic è senza alcun dubbio è il migliore in questi primi mesi della stagione. L’obiettività innanzitutto. Lo spirito poi si empie di ripugnante estasi nell’osservarlo col petto gonfio, il mento prominente e l’espressione di ormai rilassata ferocia nell’alargire al festante pubblico il consueto saluto a tre dita. A scanso di equivoci le indica bene: un due e tre. Che vorrà significare? I vetero-dietrologi hanno iniziato un bailamme di fantasiose congetture. La terza vittoria di qualcosa? I tre porcellini? Un terzo slam che vincerà a Wimbledon battendo in finale Grannollers? La Nina, la Pinta e la Santamaria? Le tre scimmiette sbronze? E’ un fan di Qui-Quo-Qua? Maramaldeggia sul fatto che batterebbe l’avversario anche con tre dita? La triade Moggi-Giraudo-Bottega? La lupa, la lonza e il leone? Il fatto che la Serbia avesse preso tre goal dalla Lettonia (questo su suggerimento di un acuto giornalista rai)? E’ uno dei reduci della diaspora del “terzo polo”, resistenti al mercato delle vacche marce? Tutti fuori strada. E’ un semplice ed ingenuo saluto abusato dagli ultranazionalisti e parafascisti serbi ad indicare nient’altro che Dio, patria e imperatore. Niente di così strano ed inconsulto. Ognuno saluta come vuole, e chi osserva si fa la propria idea. Al limite può temere che in futuro uno svitato inizi a salutare col braccio teso come nella Germania anni ’30. Domandarsi cosa voglia significare in una manifestazione sportiva (nemmeno a squadre nazionali), un gesto che i miliziani infliggevano al cadavere del loro nemico (mussulmano, cattolico, croato o kossovaro), tranciando mignolo ed anulare e lasciando le altre tre dita come saluto definitivo. Sarà, ma io continuo a credere che volesse significare “Siamo rimasti in tre, tre briganti e tre somari, sulla strada di Girgenti…”. Alludendo chiaramente alla sfida a tre tra lui, Nadal e Federer.





