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mercoledì 30 marzo 2011

LA DISFIDA DEL VECCHIO THOMAS MUSTER


Un vecchio avventore mi ha aperto le vie del paradiso e, più umanamente, l'uscio del circolo tennis di Barletta. Potente, ma terrenamente limitato, il tipo. Direte, il Picasso s’è giocato l’ultima rotella che girava in senso orario? E’ andato nella cittadina della disfida per auto accoltellarsi il pancreas con le evoluzioni da maldestro fabbro ferraio del giovane e sponsorizzatissimo (dai soliti Mastri burattinai orbi) Trevisàn? Ha voluto godersi il tennis champagne del “perdente fortunato” Gianluca Naso, dopo essersi riempito come un otre di xamamina? Acclamatissimo il ragazzo di Sicilia, specie dai dannunziani esteti in crisi d’astinenza e che si sciolgono come giuggiole ai frutti di bosco appena vedono qualche bel colpo pulito di un italiano. Oppure il Picasso ha voluto riappropriarsi dell’idea di bruttezza del mondo affrontando a petto nudo i terrificanti pallonettoni mancini del vecchio Alessio Di Mauro? Agghiacciante l’altro siciliano, ma uno dei pochi a risultarmi quasi commovente per la mestierante abnegazione lasciata ad ogni scambio sull’argilla assieme al sudore. O questo pericoloso squilibrato blogger, colpito da sofisticato snobismo italico, s’è alfine fatto corrompere dal cristallino talento di Fabio Fognini? Magari bendato si sarà addentrato nei delicati meandri di ciò che possono pensare quelli bravi e “politically correct” sul tennis del ligure. Lo vedo schiaffeggiare pigramente impettito, smoccolare e prenderle di santa ragione dal rudimentale Haider-Maurer. Niente di tutto questo, o quasi. Non preoccupatevi, l’eroina rimane l’ultima istanza di autodistruzione.

Il fato, la tambureggiante pioggia del lunedì e l’incombenza di una placida oscurità ieri, hanno fatto slittare ad oggi il match di Thomas Muster. Il 44enne austriaco ex numero uno al mondo era, per ovvie e comprensibili ragioni, l’unica attrattiva di un torneo comunque ben organizzato e con una gradevole cornice logistica. Pavoneggiandomi un po’, con la colonna sonora di questa leggendaria cover e con lo stesso animo da anfitrione conquistadores (“mamà è Londinais, papè è di Barleeeeittt”), ho invitato una leggiadra pulzella straniera a passare la tarda mattina pomeriggio in compagnia delle arrotate del vecchio leone austriaco. Arrugginito, sdentato, ma pur sempre la cosa più interessante cui assistere. La tipa però non è “anglàis”, ma di Pordenone. E malgrado le titubanti promesse, non s’è presentata mica. Avrà compreso che sono pazzo. La sa lunga. O all'argilla preferisce le poesie crepuscolari. Chi può dirlo.

Le nuvole sono lontane e gonfie di oscure minacce inesistenti, e c’è un tiepido sole che sbuca timidamente. E Muster inizia il folle tentativo, contro il connazionale Martin Fisher. Un'altra pietra che va impietosamente ad incagliarsi nel suo utopico tentativo di ritorno. Corre scomposto, arrota come un forsennato e rantola sofferenza, il vecchio Thomas. Capelli radi, barba incolta e quasi completamente canuta da gladiatore in pensione, splendido fisico asciutto per un ultraquarantenne. Sembra più tirato ed in forma del recente passato, ma bastano due scambi per capire quanto non abbia alcuno scampo. Il giovane avversario è tipo regolare con qualche fiammata anticipata di rovescio, brevilineo, ben testato da anni alle competizioni challengers. Vale pienamente i primi 150 al mondo. Troppo per quell’attempato signore, che pure quindici anni prima era in vetta al mondo. Il primo set scivola via. Un crudele 6-0 che lascia addosso una sfumata sensazione di impietosa malinconia mista a patetismo, per quell’irrazionale ostinazione. Cosa mai lo spinge a tanto?

Mi volto verso le palme, poi guardo un paio di lombrosiani di mestiere. Hanno facce veramente brutte, ma di una bruttezza insignificante. Ed le espressione vuotamente assorte. Li pagano per stare lì ed osservare. E tutto assume un contorno ancor più vagamente comico. Il gran segreto è ridere del mondo, e pensare che il mio certosino Napoleone non può stare al loro posto per motivi contingenti. Chissà cosa pensano. E cosa diranno migliaia di appassionati dell’italtennis. Azzardo, convinto di non andare troppo lontano: “Ma perché continuano a dare inviti a questo ex tennista quando ci sono giovani italiani da inserire nei challengers?”.

Ad inizio del secondo set ecco il sussulto d’orgoglio dell’ex campione. Basta qualche cross in esasperante top spin, lunghi scambi e quel gancio frullato di mancino dritto che gli dà il break in apertura del secondo set. Condito da un urlaccio e gli applausi un filo patetici della gente. Thomas non sembra curarsene, pare davvero convinto del suo progetto inevitabilmente e consapevolmente suicida. Il secondo set si trasforma in un match di tennis. Tiene botta l’old man. Continua ad alzare le traiettorie costringendo Fisher ad arrampicarsi goffamente in cielo per colpire di rovescio a due mani. Schiaffeggia di dritto e rovescio, corre, si carica. La semi ovazione che lo porta sul 2-4 è meno carica di inutile sentimento compassionevole. Inizio a capire quanto l’ex numero uno si diverta davvero a mettersi alla prova. Confrontarsi con giovani atleti di nuova generazione. E prima ancora col suo fisico. E’ un modo per sentirsi vivo avvertendo la morte, forse. Concetto difficilmente spiegabile. L’altro seguita sforzandosi di non pensare all’avversario, pedala a brevi passetti, ogni tanto chiude con belle accelerazioni o irriguardose smorzate. Lui rischia persino di recuperare il break, prima di cedere. Ma mi convinco ugualmente che Muster abbia un senso. Assolutamente da rispettare. Molto più di quel nugolo di osannati campioncini da top 400 italiani, per i quali si continua a pretendere ed invocare inviti. Solo per godere della loro inutile spocchia da figli di papà cresciuti nella bambagia. Tipi così convinti, che di andare a costruirsi quelle ossa rachitiche all’estero, proprio non gli passa per l’anticamera dell’ipotalamo. Anzi, alle loro nobili orecchie viziate risuona come una bestemmia. Cento, mille altri inviti al vecchio campione con alle spalle una carriera costruita grazie al sacrificio. Anche se ha 44 anni, ed ha perso 6-0 6-3.

martedì 29 marzo 2011

MASTERS 1000 MIAMI – PRONOSTICI OTTAVI, TRA MEZZE SORPRESE E SCONTATE CONFERME


Breve premessa per i lettori indesiderati (da me, ma anche dalla vita). Già me li vedo con quegli occhietti simili a capocchie di spillo, madidi di nulla e scossi dalle tormentose angosce da portinaia baffuta. Io, qui non vi voglio. E per i più ardimentosi: se invece delle mail inviate dei commenti, non ve li pubblicherò di certo, ma avrete acquisito lo status di mezzi uomini (da quartini che ora siete). Ci sono attività alternative alla lettura di questo blog, chessò, andare in riva al mare (o al lago), guardare la luna che si specchia nelle acque appena scosse da una lieve brezza di maestrale, e masturbarvi immaginando Seppi, il gran talento Trevisàn o Uros Vico se vi piace il tennis d’attacco. Venendo alle cose serie. Allineati gli ottavi del Masters 1000 di Miami. Torneo seguito a sprazzi, ma tanto basta. Molte, più che preventivate, sorprese nominali (le scontate dipartite dell’infortunato Soderling, di phantomas Murray, del calante Roddick e di un sempre più pateticamente tarantolato Verdasco). Mentre i tre favoriti della vigilia avanzano senza alcun problema.


Nadal-Dolgopolov/Tsonga: 1. (contro entrambi). L’unico ottavo ancora non allineato. Una pioggia biblica ha impedito il completamento dell’equilibrato match tra l’atomica libellula pazza d’Ucraina e l’inciuchito francese. Tra l’altro, Dolgopolov è stato già miracolato al turno precedente dalla dolorosissima dipartita del gladiatore tirolese Andreas Seppi. Il funambolo caldarense s’è arreso ad un gaglioffo malessere alla caviglia, proprio nel mentre la sua furibonda rimonta era ad un passo dal compiersi: sul 6-1 5-3 per l’avversario. Meglio una onorevole ritirata, si sarà detto, per non compromettere il futuro challenger di Mendrisio col quale cercherà l’avvicinamento alla top 40. Per l’incontenibile gioia degli italici supporters che per la contentezza si ubriacheranno di gazzosa sbaffata. Nadal favorito contro entrambi, ma l’imprevedibile atipicità delle giocate di Dolgopolov o l’esplosività (dimenticata) di Tsonga, impongono comunque maggiore attenzione rispetto alle consuete carneficine in camporella fino ad ora regalate a Miami.

Berdych-Mayer: 1. Eccolo un match dalla difficile lettura dislessica. Il ceco non è parso smagliante. Vedo qualche scorcio del suo match con Berlocq, esperto argentino con la faccia schiacciata da pugile indio, poco più che pedalatore arrotante da challengers su terra battuta, al più (dimenticate che aveva irriso il giovin fenomeno sprecato Gulbis, quello ormai non è più tennis). Impressionante come il ceco patisca e riesca a venirne fuori a fatica, malgrado la sua palla viaggi dieci volte più fluida e veloce rispetto a quella dell’avversario. Ora si ritroverà di fronte Florian Mayer, autore di un ottimo torneo grazie alle vittorie su Karlovic ed Almagro (l’orripilante “ciccio brutto” iberico era comunque svuotato dalla furente tournè minore sull’argilla sudamericana). La logica vorrebbe dunque Berdych estromesso dai leziosi mulinelli del “gattone” (assai) minore. Ma il tennis non è sport di logica ed il tedesco spesso fa seguire lo scempio alla meraviglia. Potrebbe venirne fuori un match gradevole, al più combattuto, col ceco che parte favorito.

Tipsarevic-Simon: 2. Altri due intrusi, che bene hanno sfruttato la presenza in quei paraggi degli ectoplasmi fluttuanti Melzer, Cilic e Roddick, sempre più in disgrazia. Il filosofeggiante pensatore serbo agghindato come un coatto di borgata ha disposto del croato calante, poi s’è confermato accanendosi sulle auto irridenti spoglie di Petzschner. Torneo a suo modo sontuoso per l’imbianchino tedesco, scintillante contro Serra e nel derby da centro d’igiene mentale con l’amico di reparto Melzer (in sempre più furibonda crisi esistenziale tendente al suicidio cruento). Poi che vuoi, contro Tipsarevic si contenta del tradizionale e gaudente giochetto: scambio con una ventina di slice sibilanti negli angolini (dest-sinist, sinist-dest), dritto lungolinea al fulmicotone e candida smorzata di rovescio, che muore da destra verso sinistra. Applausi e noccioline elargitegli come premio. Può bastare. Ora per il serbo si prospetta un impegno ben più probante contro Gilles Simon, approdato agli ottavi alla chetichella e senza farsi notare (e come lo vuoi notare, Gilles Simon?), battendo l’eroica crosta di Caravaggio (o scarafaggio incrostato, fate vobis) Pablo Cuevas, indomabile giustiziere di Roddick.

Federer-O.Rochus: 1. Elvetico avanza senza grossi patemi in un tabellone in discesa, se si eccettuano i due set combattuti col pistolero minore di Tandil (Juan Monaco). Ma non sono i primi turni l’incognita per l’ex numero uno, lo sappiamo ormai. Parecchio attesa ed interessante sarebbe la semifinale-must contro Nadal. Avversario di ottavi inatteso, ma meritorio. Il belga gnomo Olivier Rochus, malgrado il fisico da fantino del Kentucky derby, è tipo che sa giocare al tennis ed il suo rovescio classico piace alla gente che piace (a me). Caduto qualche mese in disgrazia per acciacchi fisici s’è riavuto con gran serietà nordeuropea. Sono belgi e non italiani, questi strani figuri. Da quelle parti, un talentuoso tennista si mette di buzzo buono, qui un mediocre talentino flatulente spernacchia con sufficienza e vivacchia del misero passato, che tanto i soldi ce li ha papà. Del resto, sempre in quei luoghi strambi, un ministro si dimetterebbe anche per il dubbio di una fattura da 10 euro non ricevuta. Su queste sponde scevre da puritanesimi vari, un ottuagenario malato di satiriasi ed imputato di prostituzione minorile rimane al suo posto a pontificare di morale pubblica. Olivier si è gettato nei challengers (vincendoli), qualificazioni a Miami (superate di slancio) e tre turni nel tabellone principale passati (compresa la vittoria su uno Youzhny appannato, oltre che psicotico). Contro Federer però la sua corsa dovrebbe finire, bruscamente.

Ferrer-Grannollers: 1. Santi numi benedetti. Accoppiamento da paesana sagra dei tori sbilenchi di Salamanca. Ferrer ha fatto il suo dovere di testa di serie, Grannollers con la sua bella mascella sgranata ha sorpreso tutti facendo fuori Wawrinka e Llodra (solo a riportare i risultati si rischia la blasfemia e scomunica papale). Mi rifiuto di vedere qualcosa, ma anche pensare alle terrificanti evoluzioni belluine che potrebbero venirne fuori. Vincerà il primo, se al mondo v’è una logica. Ma è lo stesso.

Fish-Del Potro: 2. L’argentino è all’ennesima tappa del suo recupero a grandi livelli, e con la semifinale nel mirino. Per lui soliti patemi con l’’inutilmente aggraziato Kohlschreiber e spietata esecuzione di un Soderling tragicamente malfermo. Con Fish è chiamato a ripetere la bella vittoria di un mesetto fa a Delray. Ma l’americano neo smilzo è tipo da prendere con le molle, capace di un tennis a tratti gradevolmente piatto. Ha steso in due set il fantasmino smemorato di Gasquet (encomiabile nel far seguire a segnali di rinascita, goffe cadute da paperella muta), e da quando quelle esili gambe da stambecco non devono sopportare una corpulenta quintalata malferma, è tornato ad ottimi livelli.

Isner-Anderson: 1. In questo ottavo dovevano esserci Murray e Verdasco. Il primo umiliato dall’ex speranza (ora miracoloso top 100) Bogomolov, l’altro copertosi di consueto ridicolo contro il connazionale pedalatore Andujar (uno che, a memoria, non aveva vinto un set fuori dalle sabbie mobili argillose). Ovviamente i due improvvisati serial killer di quaglie diversamente agonizzanti, hanno lasciato il campo al turno successivo. Ed ecco allora Isner e Anderson. Confronto equilibrato tra il pivot yankee strappato al basket e la nodosa pertica sudafricana, una specie di Fassino (quello disegnato da Vauro), in discreta crescita. Favorito l’americano in tre set. Forse.

Djokovic-Troicki: 1. Ancora loro, in questo ormai stucchevole must da v.m.18. Non se ne può più. Occorre una raccolta di firme. Una moratoria internazionale. Ce li siamo ritrovati di fronte in tutti i tornei che hanno disputato nell’ultimo anno solare. Accoppiamento inutilmente brutto, e dall’esito scontato. Una volta lo spiritato delfino-trota Troicki riuscì a portare la sua guida spirituale financo al quinto set. Solo due settimane fa ad Indian Wells raccolse un game. Sono portato a credere che finirà come nell’ultima occasione. Troppo in palla sembra l’ultimo Djokovic versione supereroe mascherato (il “cozzalo nero”), per il rassegnato connazionale. Chi vivrà vedrà (anche no, per i facilmente impressionabili o deboli di stomaco).

lunedì 21 marzo 2011

INDIAN WELLS 2011 - BILANCI, PAGELLE E QUELLA INSANA VOGLIA DI "FLOORBALL"


Novak Djokovic: (non me la sento). Atteggiamento marzialmente insopportabile, strabico sguardo di demente sfida. Fantasia tennistica di un tostapane, noioso, monotematico e repellente quanto un'iguana delle Galapagos cosparsa di guano. Eccolo il futuro del tennis mondiale, in tutto il suo splendore. Un soldatino di cera ponga che corre tutto ritto e si snoda in tre pezzi, recupera e tira. Fa venir voglia di esplorare nuovi orizzonti sportivi ed appassionarsi al “floorball” o alle “freccette”, perché un Tommy Haas che lo ridicolizzi facendone emergere tutta l’inumana costruzione tennistica, pare non trovarsi in giro. Qualcuno potrebbe contestare in modo scomposto. E ne ha ben donde. Innegabile quanto il serbo sia migliorato rispetto ai mesi scorsi. Tocca ammetterlo. Non ostenta più quelle tragicomiche imitazioni da guitto del Bagaglino. Nessun camuffamento da Groucho Marx, alla estenuante ricerca di suscitare gran simpatia nella mente di qualche pazzo. Prendete lo strangolatore di Boston che prova a rendersi ilare, imitando Charlot nell’atto di cogliere un fiorellino. Ora non dà più in escandescenza, sparacchiando via pallate in robotica e disarmante sequenza. Tiene le palle in campo (non è una sottile metafora). E’ in gran forma, guizza e striscia orrido su ogni quindici con le gambe divaricate e per batterlo si ha bisogno di un miracolo (o semplicemente giocare al massimo più di un set, variare gioco etc...). Ma la fantasia rimane vilmente scotennata. Uniche concessioni allo spettacolo rimangono le catastali smorzate (leggibili con dieci minuti d’anticipo anche dalla Sora Gina), per tacere di quei divertentissimi, infiniti e ricercati palleggi pre-servizio che empiono lo spirito. Batte in sequenza Federer e Nadal. Uno per k.o. mentale, l’altro per knock out tecnico. Sul duro è attualmente il numero uno. Con lo svizzero ormai caso clinico per strizzacervelli pazzi e lo spagnolo raramente dominante anche sul cemento. Ed in attesa del “castigamatti” argentino. Numero uno o numero quattro in pectore. Crediamoci, il “floorball” dietro l’angolo.
Rafael Nadal: 7. Incontra il fantasma di nessuno fino alle semifinali. E rischia anche di uscire contro il ritrovato Karlovic arrivando a due quindici dalla sconfitta. Dopo un inizio problematico riesce ad ingarbugliare nella sua fitta rete di mestieranti arrotate un Del Potro non ancora al top e si guadagna la finale. Cede alla distanza alla maggior predisposizione “cementistica” di Djokovic. Perché mai il diavolaccio di Manacor sarà un tennista capace di primeggiare con costanza sui terreni duri, se non è al massimo della sua esplosiva condiziona fisica (rischiando lo sfibramento cruento). Il truce sciancamento lo prova solo negli slam, e spesso ci riesce (a vincere o a sciancarsi). Tanto per scendere in considerazioni tecniche.
Roger Federer: 5,5. Più che degli ausili di un coach, avrebbe bisogno delle dotte cure di un battaglione di strizzacervelli squilibrati. Perché tecnicamente Annacone lo ha riportato a livelli eccellenti. Stende e divelle come birilli avversari fantozzianamente “inferiori”. Si blocca come un pianista smemorato, quando conta. All’acme della sinfonia. E via con scempi, stecche e scene mute di fronte al carnefice del momento. Ora ha lo sguardo spiritato ed il macchinoso tennis “faber” di Djokovic. Basta perderci una volta, perché in quella mente da campione immacolato che non ammette contraddittorio, gli spettri inizino a ballare un valzer di morte lenta. Paga psicologicamente l’idea di qualcuno che lo abbia battuto. E non riesce più a svoltare, cambiare nuovamente l’inerzia delle cose (se non in modo estemporaneo). D’incanto smarrisce il suo tennis, in quello che rimane un declino comunque super lusso. Perde ancora da Djokovic in un match equilibrato Recupera un set di svantaggio. Riaggancia l’avversario riprendendosi il break di svantaggio, vola 40-15 nel game successivo. Pare il momento giusto per dare il colpo di grazia ed azzannare (tennisticamente ed agonisticamente) l’avversario. Esibire il guizzo del campione. E invece inizia lo spettacolo dell’assurdo: Non ne mette più una in campo, con la faccia dell’assente normalità impenetrabile. Sembra un principiante che ha smarrito le regole di questo sport. Servizio molle, rovesci steccati, dritti insolitamente corti o fuori giri. L’immagine della confusione mentale da “oggi le comiche” dello svizzero si avverte nel goffo tentativo di girarsi sul dritto in un colpo recuperato in corsa che sfila via rapido alla sua sinistra. Roba che nemmeno “Flash l’uomo invisibile”, poteva credere possibile. Chiude incartandosi come un pupazzo e sparando il colpo alle stelle. Un parziale incredibile di tredici o quattordici punti ad uno. Senza che l’altro faccia niente di trascendentale. Un attacco contro tempo in back di rovescio, chiuso a rete? A già, lo mostra, dopo due ore e mezzo di gioco, quando ha già perso.
Juan Martin Del Potro: 7. Aveva già mandato qualche squillo sonante, ad annunziare lo scampanellante ritorno. Ad Indian Wells la sua strada si spiana grazie ai suicidi di Murray e Soderling. Azzanna una bella semifinale con i convincenti successi su Dolgopolov e Kohlschreiber. Col tedesco (sforzandosi di considerarlo tennista normale) recupera da 1-6 nel tie-break del secondo set tirando fuori dal cilindro un paio di colpi da campione vero, nella testa. E nel braccio, quando sarà sano, fumigante e ben oliato. Perde una dignitosa semifinale con Nadal, intortato nella fitta rete di top sin del rabdomante folle d’Iberia, senza la lucidità e la forza per uscirne. Ma tra qualche mese lo batterà. L’ho detta.
Richard Gasquet: 6+. Si arriva al punto di considerare sensazionale ciò che per uno che ha ricevuto in dono quel braccio intarsiato di diamanti, dovrebbe essere solo il minimo sindacale. Saettante e garrulo, fa fuori Melzer e Roddick grazie a soluzioni geniali, mulinelli, ricami e i leziosi schiaffi di quel rovescio benedetto. E senza quelle cadute da pavido anatroccolo dissipatore di talenti. Batte due top ten. Lui cui la top ten starebbe anche stretta. Amen, andate in pace.
Stanislas Wawrinka: 6,5. Quasi contagioso nel suo incedere da torello spara rovesci densi di sfrontata protervia. Recupera una situazione quasi disperata con Davydenko (5, in triste versione ospizio comunale in attesa delle pillolette rosse), e si dimostra attualmente più in palla di Berdych (4, inutilità dannosa fattasi carne). Poi viene rispedito sulla terra dal connazionale-carnefice-compagno di doppio Federer. Scontato, banale e prevedibile canovaccio, come nemmeno in un ipotetico sequel di “Amici miei”.
Andy Murray: 3. Andy è rimasto ancora a quella oscena finale di Melbourne. Versione “fantasma formaggino”, si fa coprire di ridicolo da Donald Young, indolente talentino inespresso americano. Urticante. Impalpabile. Impresentabile. Letteralmente nullo.
Ivo Karlovic: 6,5. Come non considerare quasi al crepuscolo un tennista 32enne, reduce da un anno di stop per gravi problemi al tendine, e persino irriso in tre set da un Picasso qualunque (mica un tennista reale) in Coppa Davis? Ma le risorse di Frankenstein Ivo sono infinite. Gran torneo quello del cannoniere croato affetto da gigantismo. Con la quasi ciliegina di un epocale successo ai danni di Nadal, cui si arrende solo 7-6 al terzo.
Philipp Kohlschreiber: 6. Si prende lo scalpo di Soderling, e gioca alla pari con Del Potro. Potrebbe portare al terzo l’argentino, prima di gettare alle ortiche cinque set points. Sempre con quell’aria inquietantemente in fuga da se stesso. Dotato e divertente fromboliere dal braccio prezioso. E con l’istinto omicida di un panda (di peluche).
Xavier Malisse/Alexander Dolgopolov: 8. Altro che Djokovic. I protagonisti assoluti sono questi due fenomenali artisti della racchetta. Il belga s’esalta insegnando tennis sopraffino al bisontino Tsonga (4-), poi cede a Davverman. L’ucraino si arrende a Del Potro sciorinando il solito campionario di divertenti fiondate radenti. Poi in doppio, come in un cartone animato giapponese, fondono le loro forze aliene fino alla vittoria finale. Ed è uno show inarrestabile di guizzi, colpi musicali e funamboliche evoluzioni. Con quelle facce da attori del cinema e shignon svolazzanti. Fanno fuori consolidate coppie imbattibili (i Bryan’s e indù sparsi) e campioni della racchetta improvvisatisi doppisti (Murray, Wawrinka, Federer).
Philipp Petzschner: 4-. Cede a Juan Ignatio Chela, sul cemento. E già suona come colossale bestemmione da scomunica papale. Ma ci perde dopo aver servito per il match. Anche il “livescore” grida pietà. Tennista più inutilmente macchiettistico non ce n’è. Ma a tutto v’è un limite. Anche all’autoironia. Dopo la svolta “floorball”, lo pseudonimo di chi scrive cambierà (per pura decenza). Una sola indecisione: chi scegliere tra Bastian Knittel e Adelchi Virgili? Attendo suggerimenti.
Jurgen Melzer: 4,5. Equilibrista tra l’immensità più abbagliante e l’oscuro abisso. La grandezza e la più pura inutilità tennistica demente. Raccatta quattro games da Gasquet cuore di drago, provando ostinatamente a spaccare le righe. Vorrei essere un moscerino per spaziare brado in quella scatola cranica, laddove regnano vaste distese subsahariane.
Italians do it better. A beh. Mettete il paracadute. Andreas Seppi cede dopo strenua lotta a Victor Hanescu, crepuscolare stoccafisso dei Carpazi dal buon rovescio. Solito e puramente immaginario (pur non avendo visto una ceppa, c'è poco da inventarsi) ardimento da combattente, come contorno di un bagaglio tecnico portentoso. Servizio devastante, rovescio sibillino, dritti feroci ed improvvisi blitz a rete da guerrigliero delle steppe. I veri intenditori del mestiere continuano a rimproverare ad un tale prodigio tecnico e mentale, i mancati quarti di finale nei Masters 1000 e le seconde settimane degli slam. Potito Starace perde da Donald Young. E già me li sento: Ma come si fa? Se non si batte Young, con chi si vince in Un Masters 1000? Risposta: Con nessuno. Il napoletano è ormai alle ultime stagioni di una dignitosa carriera da terraiolo che ha sdegnosamente rifiutato l’idea di migliorarsi su altre superfici. E basta qualcuno in possesso di un dormiente talento (Young, Pecce o un pupazzo di gommapiuma che squittisce) che giochi mezz’ora di buon tennis, per estrometterlo. Lui come quasi tutti gli altri fenomenali azzurri. E quando “altrove” si gioca il 70% della stagione, non resta che racimolare come le formiche nei tornei del discount e dedicarsi al bivacco da spiaggiante turista. Fabio Fognini perde al primo turno con Davydenko. Si sta ormai specializzando nelle rutilanti sconfitte lottate coi top players e surreali sconfitte con dopolavoristi. Battesse quelli scarsi e se la giocasse coi più forti, sarebbe addirittura un bel tennista. Il fantino Flavio Cipolla si conferma ammirevole ed in buona forma, passando le qualificazioni. Simone Bolelli ha optato per una salubre, veloce ed indolore sconfitta al primo turno nel challenger di Le Gosier. Vuoi mettere lo scenario magnifico ed incontaminato della Guadalupe?

mercoledì 16 marzo 2011

INDIAN WELLS 2011 – OTTAVI MASCHILI, I PRONOSTICI DELL’ORACOLO


Vediamo un poco, cosa si riesce a cavare fuori dagli ottavi di questo torneo fino ad ora ricco di gran sorprese, qualche eliminazione pseudo-eccellente ed italiani come da pronostico (di chi ha conservato mezza diottria dall’infestante morbo dell’insipienza) fuori dall’inizio: pronti, via, fuori!

Nadal-Davverman 1. Il numero uno al mondo tornava dopo la via crucis con cui aveva accompagnato Ferrer in semifinale a Melbourne. Il tabellone gli ha dato in pasto comodi materassi in piuma di struzzo su cui adagiarsi. Qualcosa (ma solo qualcosa) in più dovrebbe offrire Somdev Davverman, numero uno indiano in crescita (già una finale Atp nel 2011), capace di spaventare la Serbia in Davis e ad Indian Wells di spuntarla in volata su Xavier Malisse, eterno ed infermo talento bruciato in onore di qualche divinità infernale protettrice dell’ozio maledetto. Al di là dell’ingannevole aspetto da Ronaldinho Gaucho, difficilmente Somdev esibirà circensi numeri da inutile foca ammaestrata, ma sarà prevedibilmente steso in modo implacabile dall’arrotante carrarmato iberico. Dico e predico che se già l’indiano riuscisse a superare la soglia dei sette games vinti, sarebbe un trionfo.
Montanes-Karlovic 2. Alzi la mano chi avrebbe pronosticato questo abbinamento (esclusi quelli che pensavano a Bolelli e Seppi top ten entro il 2010). I due prendono il posto di Almagro e Ferrer. Il primo spremuto dalla trionfale tournè minore nelle paludi terricole sudamericane. Il secondo, sul veloce, quando non è al top dell’orrida condizione, può tranquillamente perdere da Karlovic. Molto dipenderà dal suo servizio, ma l’attempato gigante croato (visto in declino nei primi tornei dell’anno), ha la grande chances di tornare nei quarti di un Masters 1000 e rilanciarsi verso l’ignoto. L’altro, Montanes, è stato già bravo a vincere tre partite e dovrebbe (condizionale d’obbligo) accodarsi. A dimostrazione che un trentenne terraiolo nel dna, se di livello, convinto e professionale, può migliorarsi e fare bene anche sul veloce. Esempio per chi pretende miracoli dai nostri terraioli che invece hanno ben chiara la loro mission ancestrale: accumulare punti nei tornei parrocchiali, guadagnarsi la partecipazione nei Masters 1000, intascare l’assegno e, senza alcun ritegno, giocare in simili palcoscenici come se dovessero raccogliere i cipollotti selvatici sul cemento.
Querrey-Robredo 1X2 (tendente all’1). Succulento ottavo, da gustarsi sin dal primo 15. Muniti di xamamina. Eppure i due non hanno rubato niente. L’americano dal fisico “appendi grucce” e dall’espressione tipica del rassegnato killer seriale che si consegna alle autorità, ha ridicolizzato Fernando Verdasco. Test poco attendibile perché il buon Nando ora come ora perderebbe anche dal suo collega da night club Emilio Fede (se solo l’ottuagenario “giornalista” si agghindasse a tennista). Tommy Robredo, tremendissimo e lacerante come pochi, è spagnolo di altra tempra però. Esempio di professionalità, lui che aveva giocato quattro tornei sul rosso sudamericano (con qualche buon risultato), ora è qui, negli ottavi di un Masters 1000 sul veloce dopo aver ridimensionano l’eterna promessa Donald Young (il talentino moretto, fatalmente, non ha superato la prova del nove, dopo aver estromesso niente meno che Murray versione fantasma formaggino). Tommy non avrà il braccio scoppiettante di Nando, ma non regala niente a nessuno. Lo sa bene Fabio Fognini. E chissà cosa pensa ora il nostro amato “McSafin” che in queste ore è invece impegnato nel primo turno del fondamentale challenger di Le Gosier (non hanno nemmeno trovato 32 tennisti per fare un tabellone canonico), contro l’elvetico Bohli. Probabilmente perderà in tre set e vezzeggerà amabilmente l’avversario “homme de merde” (essendo talentuoso, insulta sempre e solo nella lingua madre di chi gli capita sotto tiro).
Del Potro-Kohlschreiber 1. Questo è senza dubbio l’ottavo più affascinante. Il bombardiere di Tandil ha confermato di essere ormai sulla giusta strada per il rientro anche a grandi livelli, dopo gli ottimi presagi lasciati nel precedente trittico Usa. Vinto in recupero con Ljubicic e schiantato le velleità dell’atipico crotalo sgusciante Dolgopolov. Match bellissimo, con allegre sassate partorite dal braccio-fionda dell’ucraino e fucilate implacabili dell’argentino. Giovan Martino, ricaricato il braccio di fuoco, parte favorito anche con Philipp Kohlschreiber. Il tedesco ha trovato la sinfonia melodiosamente perfetta per battere Soderling, complice anche uno svedese liquefatto come ghiacciolo al sole. Con quel rovescio sciabordato e l’espressione dell’angoscia assente, ha comunque il dovere, se non di ripetersi, di contribuire alla bellezza del match.
Roddick-Gasquet 1X2 (ma anche 2, danzando su rarefatte nuvole di marzapane). Interessante anche questo. L’esperto cingolato americano ed il cigno deliziosamente storpio. La potenza e la solidità dello yankee e la fragilità mentale abbinata ad un tennis che è melodia ispirata da divinità drogate d’oppio, del francese dalle meningi tormentate. Roddick non ha praticamente rischiato nulla, dominando l’ei fu Blake ed Isner. Richard ha invece incantato e frustrato, con colpi deliziosi, le velleità di un Melzer che quando inizia a sbagliare, seguita a gettar via tutto con insopportabile furia sdegnata. Razionalità vorrebbe una scontata vittoria dello statunitense. La poesia fine a se stessa non può che indicare il Vate del magico suicidio sportivo, Gasquet. Scommessa libera, a seconda delle vostre personalità. Al limite mettete “Gasquet vince il primo set e perde l’incontro” (a 7,50), e non si va molto lontani dal prenderci.
Djokovic-Troicki 1. Ancora una volta ci propinano questo derby del raccapriccio tra i due che paiono frutto degli stessi lombi. I sorteggi dei vari tornei sembrano divertirsi nel tormentarmi con questo martellante abbinamento. Tra “l’originale” e la ancor più insostenibile copia, normalmente prevale la prima. Tra il Profeta ed il delfino, lo stesso. Tra “Aigor” di “Frankenstein Jr” e “l’occhio della madre” dell’immortale “Corazzata Potemkin”, idem. Senza prediligere per forza qualcuno e obbligarsi a dover scegliere, chessò, tra le farfuglianti farneticazioni di Bossi e le elucubrazioni intellettuali del “trota”.
Wawrinka-Berdych 1X2. Tipico accoppiamento dal difficile pronostico. Lo svizzero minore è ormai da mesi a livello dei top 10. Il ceco lo è anche nei numeri, ma alterna buone prestazioni ad oscene cadute. Qui è andato via liscio, ma senza trovare grossi ostacoli. Stanislas ha invece superato in prodigiosa rimonta il vecchietto dell’ospizio Davydenko (recuperando da 3-6 3-5) e si è dimostrato attualmente di un altro livello rispetto a Cilic. Mi sentirei solo di dire che finirà al terzo set, decidete voi per chi (per antipatica simpatia prenderei lo svizzero. Per logica irrazionalmente fallace, il ceco).
Federer-Harrison 1. Ci si attendeva l’ottavo più interessante del lotto, tra Federer e la nuova sensazione dell’Atp Milos Raonic. Il bombardiere canadese è invece stato ridimensionato dal predestinato teenager statunitense Ryan Harrison. Federer ingiudicabile fino ad ora perché Chela non fa molto testo, specie sul veloce. Solo un fesso starnazzante come pavida gallinella può essere colto da crisi coronarica e fibrillazione suicida contro l’argentino, ad Indian Wells. Dominare, servire per il match e poi perderci al terzo (chi è questo gran fesso? Fate una indagine e capirete agevolmente). Harrison potrà ben giocare, magari raccattando un punteggio dignitoso, ma difficilmente bisserà l’impresa. La famosa prova del nove “Tommasiana”.

martedì 15 marzo 2011

INDIAN WELLS 2011 - OTTAVI FEMMINILI, PRONOSTICI DELL'IMPLACABILE ESPERTO


Jankovic-Ivanovic 1. Derby serbo da leccarsi i baffi. Morire schiattati per l’inedia urticantemente frustrata. O non vederlo. Se proprio vi capitasse di seguire qualche lacerante scambio, date senso a quei minuti con l’unica attività pseudo-divertente: Osservarle come fosse un film muto tragicomico o provando rinvenire nelle loro gesta una parvenza di cervello tennistico grande almeno quanto un cecio nano del Nebraska e funzionante per un quarto. La bellissima (quanto un incubo notturno dopo aver mangiato due kg di peperoni verdi fritti ed essere morti due volte) Jelena, dopo mesi passati a sgroppare come una Varenne anchilosata, sembra in discreta forma fisica e capace di congegnare l‘unico tennis alla sua portata: scomposta corsa trottante, spaccate e recuperi. Se non eccede, vince. Se pungolata nell’orgoglio dal tremebondo confronto tra starlette (nell’immaginario di menti malate), ed inizia a voler tirare vincenti che non possiede trasformandosi in “regolarista fallosa”, il match torna tragicamente in bilico.
La serbiattona Ana è invece sempre più un’incognita per se stessa. Ad Indian Wells fino ad ora pare aver compreso (per sbaglio, ovvio) il rettangolo dove sparecchiare le sue bordate dementi. Se gli entra tutto (sempre per errore, sia ben chiaro) vince, altrimenti perde. A quel modo ha anche vinto uno slam (per congiunzioni astrali che si verificano ogni duemilatrecento anni, mi pare evidente). Vedovi inconsolabili dei leziosamente balzellati pugnetti e dei belluini “ajde” disconnessi dalla realtà, sempre più rari per impreziosirne la beltade, potremmo comunque godere della sua nuova tattica d’arrembaggio: i rantoli a due tempi che ne accompagnano i colpi (“aaaaah-mappate!” o qualcosa di simile). Ben si appaieranno alle languide discese a rete di Jelena, in angosciante arretramento. Dio Onnipotente.
Azarenka-Radwanska 1X2. Ma viste le quote, sarei tentato a prendere l’insulsa e regolare polacca a 2,25. Magari al terzo (4,00). Hai visto mai. Quella specie di “Linda Blair” eccessivamente caricaturale in versione tennistica, può dare di matto in qualsiasi momento e cedere di schianto ai due coraggiosi barellieri, sempre pronti e solerti a bordo campo, con la camicia contenitiva d’ordinanza. In uno dei confronti tennistici più trucidi dall’era paleozioica ai giorni d’oggi, Vika ha già stroncato la sorella Radwanska più eccessiva (e con più potenziale morto), Urszula.
Bartoli-Clijsters 2. La mamma belga è stata l’ombra annoiata di se stessa, nei tre games che m’è capitato di vedere contro la nostra guerrigliera urlante Sara Errani. Errori a grappoli e addirittura un set ceduto alla bolognese, che nel match ha messo a segno il terzo colpo vincente dell’intera stagione (la scorsa ne aveva piazzati ben 7). Se Kim ritrova il campo e un po’ di voglia, non dovrebbe avere problemi a regolare l’allegro buzzurro quadrumane incarognito Bartoli, il cui tennis pare ogni volta più tragicamente incomprensibile agli studiosi della Nasa. Oltre che contrario a qualsiasi legge naturale sui primati.
Schiavone-Peer 1. Ambè. Qui ci sono in ballo i sentimenti nazional-patriottici, da cui io sono ebbramente avvinto come l’edera. La milanese, oltre alla contagiosa simpatia ed esondante femminilità da fare invidia a Pappalardo che si accoppia selvaggiamente con un marsupiale, ha esibito una buona forma, lasciando le briciole alle avversarie incrociate. L’isreliana Peer, oltre che bruttissima, è comunque avversaria solida, costante e da prendere con le molle. Non a caso i bookmakers danno le due perfettamente alla pari (1,83). Se le corde vocali dell’italiana reggeranno agli immani latrati e riuscirà ad intortarla con le proverbiali variazioni, dovrebbe vincere. Altro conto è per i vostri timpani e quel sopito gusto estetico fluttuante nell’aere. O abbassate il volume e guardate solo la racchetta o godetevi un balletto classico.
Wickmayer-Cibulkova 1. Match inatteso. Perché Dominika Cibulkova ha estromesso in tre tirati set tirati Zvonareva. Come ci sia riuscito il peperino slovacco, con quel testone abnorme da farla sembrare uno delle statue dell’Isola di Pasqua e dalle corte gambe grassocce simili a cotechini emiliani, è un mistero. Provando ad indovinare: ha chiuso gli occhietti, tirato sempre più forte ed aspettato che Vera desse in isterica escandescenza pre larmante. Qui, secondo la regola Tommasi (infallibile), dovrebbe mancare la prova del nove contro “Giovannona Coscialunga” Wickmayer. In un impeto di demenza, mi sbilancio sul 2-0 (a 3,00) della rude belga. Sempre che le sue roncole tumide restino in campo. Si sa che il tennis femminile è soggetto a tali sofisticate variabili tecnico-tattiche.
Wozniacki-Kleybanova 1. La numero uno al mondo parte nettamente favorita. Azzardo anche il 2-0 (a 1,44). Malgrado quella mise merlettata ed un tennis che è apatia forsennata. La boccoluta Caroline ha divelto, senza alcuna pietà, lo spettro di Maria Josè Martinez Sanchez. Ok, si era sul cemento e non sulla terra, laddove le magie rabdomantesche dell’iberica si sublimano. Per battere questo tennis disumanamente regolare e noiosamente implacabile quanto una ecumenica puntata di “Porta a Porta” incensante il potere, occorreva una prestazione diretta (come in quella settimana romana) dalle divinità burlesche. O una Maria Josè in decente forma sfarfalleggiante. Ora affronta Alisona Kleybanova, rotolante ippopotamessa russa senza mezze misure. Una quintalata di sapida violenza accecata che nel turno precedente si è abbattuta come un carrarmato d’epoca su Flavia Pennetta (ma è risaputo, la brindisina a Marzo subisce un calo fisiologico. Poi si riprende ad Aprile. Cala un poco a Maggio-Giugno e Luglio -con April ne han 31-, e torna in bella forma ad Agosto/Settembre. Me lo ha confidato uno che ha l’occhio clinico per questi sofismi tecnicistici). Lo spartano progetto di Alisa è spaccare le palline e provocare crepe al cemento. E il colpo definitivo per stroncare le difese di Caroline, ce lo avrebbe anche. I problemi sono due: Lo scaldabagno vincente deve entrarle, ed appena quell’altra la muoverà di qualche centimetro lei rimarrà lì, imbesuita ed impotente come un dipinto di Botero commentato da Bombolo.
Petrova-Peng 2. A che bel confronto. Non me lo perderei nemmeno se in contemporanea vi fosse la proiezione della mia morte, mentre mi getto dal settimo piano a volo di gabbiano. Agitando freneticamente le braccia. Inqualificabile la russa, insostenibile l’agitata formica cinese. Secondo i miei calcoli empirici, l’asiatica prevarrebbe. Non osate chiedermi perché. Potrei davvero gettarmi a volo di quaglia seduta stante, intonando una canzone di Povia sulla droga. “Che la droga è brutta-brutta. Cattiva è la droga. Bevete tanto latte.”. Questa l’ho tratta da un monologo intelletual-impegnato di Dj Aniceto (consulente governativo del Ministero alla salute, per dire.).
Safina-Sharapova 2. Altra “cosa” inquietante, per cui vengono i brividi al sol pensiero sciagurato. Il preistorico mammuth Dinara è tornato a livelli di decenza tennistica (grazie alla ritrovata salute ed al connubio tecnico con Davide Sanguinetti). Se ne poteva fare tranquillamente a meno. Masha invece continua da due anni sul quell’agghiacciante filo pencolante dell’inutilità tennistica. Competitiva a livello di top 20, mai come nei (tristissimi) anni in cui vinceva gli slam, ma con la stessa spocchia insostenibile ed urla da gestante squilibrata. Dovrebbe vincere la siberiana urlante. Ma è lo stesso.
Giocate un sistema 6 su 8. E qualcosa vincete. Forse.

lunedì 7 marzo 2011

DOKIC E PETZSCHNER, UN TRANQUILLO WEEK END DI DELIRIO





L'improvvisa zampata di Jelena. Non sarà certo Wimbledon, dove una Jelena ancora sedicenne e di nazionalità serba, giunse in semifinale. Ma Kuala Lumpur finirà per valerne cento, di championships. Molti anni e chili dopo, ma liberatasi dalla opprimente cappa d’orrore rappresentata dello squilibrato babbo, riecco la nuova Jelena Dokic. Quasi inattesa, a simili livelli. Un torneo condotto sul filo del rasoio e vinto lottando come una tigre della Malesia, fin dal dal match d’esordio. Sull’orlo della sconfitta con Francesca Schiavone, prima che l’italiana urlante mollasse gli ormeggi per un presunto infortunio. E poi ancora ad un quindici dalla sconfitta con la tascabile bambolina di Osaka Karumi Nara di cui son già pazzo (Karumi è questa qui, con tremolanti fiammelle d’emozione contrita negli occhi a mandorla, come in un cartone animato. Guardate tutte le foto, comprese quelle in cui i suoi 142 centimetri scarsi svettano tra la bambolona Wozniacki e la maschia Schiavone, e provate a non innamorarvi.).
Jelena è un’altra tennista rispetto ai trionfanti e tristi inizi. Non soltanto per quei malvagi rivoli di ciccia e le gambe paffute che a tratti la fanno crudelmente somigliare alla sorella bella di Kaia Kanepi o ad uno smarrito e grazioso bufalotto che annaspa brado nei campi. Per ovvie ragioni meno mobile, ma più potente del passato. E con nell’animo quella serenità di chi è rientrata tra le prime cento e nel tennis che conta dalla porta secondaria, remando nei tornei minori. Lei che quella principale l’aveva già divelta da teenager. A volte una porta secondaria può dare più soddisfazione. Ieri, in finale, l’ultimo piccolo grande capolavoro dell’ormai australiana, contro la mancina "Berdych in gonnella", Lucie Safarova. Una rimonta disperata da 2-6 3-5, a suon di rovesci tirati ad occhi chiusi. Osservo qualche fase del tie-break, e ancora tre match point annullati con coraggio e classe, prima di chiudere 11-9. L’impressione che simili vicende siano le cose più belle di questo sport, s’insinua autorevole, unica ed ultima. Assieme agli occhioni e l’espressione imbronciata di Karumi Nara, ovvio. Basterebbe già così, ma in un marasma di break e contro-break, tensione e fasi di lotta fumigante, Jelena Dokic non si accontenta. Continua a lottare con le unghie, provando addirittura a vincere. Il simbolo della sua rinascita è tutto in quella zampata rabbiosa di rovescio che la porta al match point. Una rasoiata lungolinea accompagnata dall'urlo liberatorio. Poco prima di levare le braccia al cielo, facendole timidamente ricadere dietro la nuca.

“Picasso” Petzschner eroico condottiero del gioioso “Wunderbar”. Quello che si presentava in Croazia, pronto a fronteggiare la nazionale slava capeggiata da Marin Cilic, era un autentico “dream team”. Uno squadrone dal gioioso tennis surrealmente fine a se stesso. Un gruppo di funamboli egagri di spumeggiante talento da trapezisti del circo Medrano. La Germania del tennis, crauti e champagne. Per dire. La nazione dell’”Ispettore Derrick”. Vuoi mettere l’italico “Commissario Montalbano”?. Gli stessi tedeschi che nell’82 avevano Hrubesch e Briegel, e noi contavamo su Tardelli e la fantasia brasileira di Bruno Conti. La Germania delle gelide acciaierie che passavano dai piedi di Mathaeus, mentre da qualche altra parte il “dieci” era onorato da Roberto Baggio. Gli appassionati di tennis ora possono godere di vigorose erezioni mentali osservando una classica sciabolata di rovescio del “Kohli”, una pennellata stilnovista di “Picasso”, un lezioso mulinello di Florian Mayer. Da queste latitudini tocca gioire per le dementi scenate di Fognini o le smunte esibizioni di tennis “wii” contro i fantasmi zoppi, di un Seppi.
Inizia lo show Philipp Kohlschreiber, scopertosi involontario leone indomabile. Un cincillà, trasformatosi per un giorno in felino sanguinario. Con quella faccia, gli occhi persi nel vuoto ed il crestino. Ma un rovescio da sturbo. Vince in cinque set, lottando punto a punto con l’esagitato Ivan Dodig. “Kohli” porta in parità il confronto dopo che Florian Mayer, malgrado le mirabolanti evoluzioni geometriche, si era arreso in cinque set alla maggior potenza di Marin Cilic. Il secondo giorno sale in cattedra l’eroe vero, Philipp "Picasso" Petzschner. Un funambolo elettrizzato. Quasi caricato a molle. In quattro anni, così ispirato e deciso lo si era visto solo due o tre volte. In una si stava ingozzando bellamente di “macaorni”. L’altra, coglieva due giunchiglie immaginarie nell’oceano. Zompa e spennella come un satropo. Corre tutto storto e piazza ora schegge di dritto, ora suadenti tocchi morbidi. Un festival di violenza fluida e foglie morte. Il satanasso trova anche il tempo di rispondere ai missili terra aria di Ivo Karlovic, esibendo riflessi indemoniati. Assieme allo storico compagno Christopher Kas, porta alla Germania il punto del doppio alla fine di un’altra battaglia al quinto set, aprendo spiragli inattesi ai tedeschi.
Dopo la sconfitta del Kohli con Cilic, il capitano Patrick Khunen, già buon doppista ai tempi di Boris Becker, ha la fulminazione geniale. Un guizzo di malata ed illuminante lungimiranza visionaria. E folle. Chi meglio del buon Picasso, cui affidare l’esito dell'intero confronto nel match decisivo? Ed eccolo, il pittore che non tradisce le aspettative. Altra prestazione sontuosa ad arginare le bombarde calanti del “Franckenstein” croato Ivo Karlovic (calanti, ma sempre a 251 km/h). Avanti due set ed un break nel terzo, Picasso trova il modo di farci capire che è sempre lui, restituendo il break di vantaggio dopo un game di battuta denso di ripugnante raccapriccio verso il mondo. Le stimmate del fulminato, insomma. Il must del personaggio lo vorrebbe sconfitto al quinto. Ma sarebbe stato troppo. Era il suo week-end, del resto. L’eroe moderno rinsavisce in tempo per chiudere il terzo set al tie-brek. Giubilante e portato in trionfo dall’intera squadra.


“L’amore e morte” in salsa argentina, firmato David Nalbandian. Passa anche la Serbia detentrice del titolo, priva di Djokovic. Il confronto è acceso dalla consueta amnesia di Janko Tipsarevic, al solito soffocato tra Sofocle, Proust, e un dritto steccato in onore agli dei dell’Olimpo. Zimonjic (figlio illegittimo di La Russa) e Bozoljac in doppio, rimettono le cose a posto. L’affidabile spiritato Troicki, conclude l’opera. Ma se gli indiani avessero potuto contare sui matusalemme Paes/Buphati (attualmente a curare l’artrite in una casa di cura termale), per i serbi il week end poteva trasformarsi in incubo.
La Spagna passeggia a Charleroi, sui miseri resti del Belgio. Rafael Nadal ne approfitta per testare la gamba in vista dei Masters americani. Per quanto Ruben Bemelmans possa essere considerato test valido alla bisogna, più di una macchina sparapalline inceppata. La modestia belga riesce a riportare al successo pesino Fernando Verdasco, da mesi in affanno anche nell’arrotolare una forchetta in un piatto di spaghetti alle vongole. Evidentemente meno temibile di un piatto di spaghetti e vongole, il Malisse in condizioni rabberciate che ha trottato indolente sul parquet, durante il match d’esordio. Gli Usa escono indenni dalla bolgia di Santiago del Cile. Ci vuole tutta l’esperienza di Andy Roddick per evitare guai seri alla nazionale stelle e strisce, dopo che il gigante John Isner era affondato nell’argilla dopo cinque ore e cinque set di battaglia contro Capdeville. La Svezia di Robin Soderling dispone agevolmente della Russia orfana di Davydenko e Youzhny. Nulla possono il declinante Igor Andreev, men che meno Teymuraz Gabashvili. Più che cavallo pazzo, sempre più brocco squilibrato fuggito per miracolo alla barbarie del mattatoio. Perde persino dal redivivo Joachim Johansson, scongelato dagli svedesi per l’occasione e che negli ultimi tre anni avrà giocato tre partite (di ping pong).
Soffre ma alla fine la spunta anche la Francia sulla terra indoor di Vienna, contro un’Austria trascinata dagli strappi intermittenti di Jurgen Melzer e attorno a lui il buio pesto. Gli austriaci avevano persino riesumato l’ormai impresentabile Stefan Koubek. Protagonista assoluto per i galletti transalpini è Jeremy Chardy, giovane puledro di razza dalla classe cristallina. Uno che quando non dormicchia o è colpito da torpori e crisi mistiche, non ha nulla da invidiare a tre o quattro top 10.
Citazione, ovviamente in conclusione, per la nazionale Kazaka che grazie ai suoi arrembanti mercenari pagati come nababbi, espugna il diroccato fortino ceco di Ostrava. Quando si dice lo “spirito della Davis” e l’animo patriottico. La Federazione del Kazakistan ne ha comprati due o tre, li ha ricoperti di danari, e quelli lottano come belve inferocite. Protagonista negativo del week end, Thomas Berdych in forma raccapricciante. Si esalta invece Andrei Golubev, russo di Bra ed eccellente “acquisto” kazako, che l’ultima partita l’aveva vinta sei mesi fa con Tonino Zugarelli (a tamburello). Completa l’opera l’orrido Kukushkin. Inguardabile come pochi, e sostenibile come nessuno. Tennis modesto ed atteggiamento esagitato fino all’eccesso. Esulta su ogni punto come Pippo Inzaghi al secondo goal nella finale di Atene, con la stessa faccia tragica di Angelo Orlando (indimenticabile ala dello squadrone nerazzurro dell’epopea Hodgson). Terrificante. Semplicemente terrificante. Ma dopo la disfatta di Berdych, riesce comunque a dare il punto decisivo alla sua nazionale battendo il botolo dal gradevole rovescio, Hajek.
Parli di Davis, e non può non saltare fuori David Nalbandian. In un fine settimana d’altri tempi, con emozioni dai toni epici che, piaccia o meno, solo la Davis riesce a dare (scritta questa frase ho preso sessantasei kg e grugnito come Galeazzi), il pingue argentino svetta mostrando una volta di più il suo patriottico eroismo e l’attaccamento alla camiseta albiceleste. Un connubio d'amore viscerale e quasi mortale. Batte il rumeno Ungur, malgrado un ginocchio a pezzi. Rischia di lacerarsi i legamenti, non riuscendo a trattenere le lacrime di dolore, ma stringe i denti e vince. Perché, come dice lui, “quando giochi con quella maglia, non senti nulla…”. L’Argentina finisce per dominare il confronto coi modesti rumeni. Forse avrebbe vinto anche schierando gli attuali Guillermo Vilas, Josè Luis Clerc o addirittura Josè Acasuso. E intanto, azzoppato, David rinuncia a Miami ed Indian Wells. Ma questa è un’altra storia. La solita.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.