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lunedì 30 maggio 2011

ROLAND GARROS 2011 – NEL TORNEO DELLA “HISTORIQUE HECATOMBE", EMERGONO DUE ITALIANI


Ottava giornata - Dal vostro inviato al settimo cielo. Che sogno, che sogno! L’Italia che si desta dopo un incubo ultra quindicennale. Alle 15,00 lo sapremo…

Aspettando le prime notizie pomeridiane da qualche sondaggista lampadato, il risveglio italico riguarda la racchetta. Fabio Fognini abbranca come un istrione i quarti di finale nel tabellone maschile, Francesca Schiavone prevale di tecnica e coraggio sulla serba Jelena Jankovic. Qui non ci sono sondaggisti, ma solo storici e statistici con l’esaurimento nervoso ad elencare qualche numero epocale. 15 anni dall’ultimo quarto maschile in un major. Oltre trenta o cinquanta (non mi sovviene) dall’accoppiata in entrambi i tabelloni. Numeri da far girare la testa, che prima o poi andavano sfatati. E quale migliore occasione di questa, con un tabellone maschile che ha visto aprirsi voragini inattese, e quello femminile simile ad una storica ecatombe nella quale nessuna delle prime quattro teste di serie approda nei quarti di finale.
La giornata ha visto Roger Federer, leggero ed autoritario come i bei tempi, regolare per l’ennesima volta Stan Wawrinka. Avanza nei quarti, l’ex monarca, senza aver ancora ceduto un set. Lo attende il vincitore della battaglia da horror vacui tra David Ferrer e Gael Monfils, interrotta per oscurità (e fors’anche per estenuazione) coi due che, simili ad orridi guerriglieri della notte, correvano e tiravano in sprezzo all’estetica da oltre tre ore. Senza nessun problema Novak Djokovic, che regola il nuovo Gasquet. Buono il francese della cura Piatti, da primi dieci almeno, ma ancora troppo poco per infastidire il serbo invincibile. Procede tracotante e sicuro verso quel record d’imbattibilità di John McEnroe. La cosa mi provoca gran turbamento e fatalistiche riflessioni sul degrado dei nostri tempi. Ma non voglio incupirmi.
Tra le donne, piccola-grande sorpresa il tonfo di Vera Zvonareva, ultima superstite delle prime quattro teste di serie. Battuta e sbattuta da Anastasia Pavlyuchenkova. Brava la giovane russa che fa e disfa tutto lei. Sassate di rovescio e di dritto della pingue Anastasia, e Vera stesa in terra, come un buffo e bellissimo manichino isterico che si affloscia. Vince alla distanza anche una ritrovata Svetlana Kuznetsova su Daniela Hantuchova, ed il curioso botolo d’oltralpe Marion Bartoli dopo il ritiro di Gisela Dulko.
Ma, tornando alla notizia d'apertura (di ogni tg internazionale), il vero boom viene dall’Italia della racchetta: due eroi nostrani approdati di filato ai quarti. Nella seconda settimana che per gli ometti sembrava quasi una di quelle stanze proibite. Per me e per l’apprezzamento personale, da medio spettatore apolide, sarebbe stato perfettamente uguale avere nei quarti Haider-Maurer o Sania Mirza. Assai più bello invece poter vedere Kohlschreiber o Maria Josè. Ma tant’è, occorre comunque una seriosa riflessione. Senza fastidiosi sventolii di bandiere, però. In quella sezione di tabellone lasciata libera dalle premature uscite di Berdych e Youzhny, Fabio Fognini si giocava lo storico ingresso tra i migliori otto dopo tre vittorie in sicurezza. Sicure, ma scontare. Contro avversari alla sua portata (da Atp 250 e contro i quali, negli Atp 250, avrebbe forse perso), e fiaccati da battaglie precedenti. Ultimo ostacolo prima dell’impresa era Albert Montanes, 32enne spagnolo di lungo corso e vecchia volpe dei campi in terra battuta. Niente di che. Un confronto difficile, ma alla portata del nostro impettito alfiere. Ed il match è la consueta e prevedibile girandola di emozioni intermittenti. “El rato” iberico, chiamato così per quell’inquietante somiglianza con simpatico ratto di terra, si conferma osso duro. Corre, sguscia, non regala nulla e si prodiga ogni tanto in smorzate da vecchia lenza, pregevole arma letale del suo terricolo repertorio. Il nostro procede a fiammate. Grandi accelerazioni, tramontane di colpi vincenti appaiati a passaggi a vuoto incresciosi. Tra un’imprecazione ed una smorfia d’insostenibile simpatia mortale. Pare lì per caso, concedere a noi mortali scampoli della sua svogliata esistenza di fuoriclasse assoluto. Il “McSafin” nostrano si trova sotto due set a uno, anche un break si svantaggio nel quarto. Ed è lì, nella mia fallimentare attività di scommettitore, che comprendo quanto Fognini vincerà. I bookmakers (che non possono conoscere l’indole semaforistica del ligure) lo quotano a 22,00. Cinque "pippi" ce li metterei, ma non faccio in tempo, perché il ligure ha già recuperato lo svantaggio e la quota è fatalmente scesa. Il tempo di girarmi e quello piazza cinque games di fila portando il ratto al quinto. Nella solita, follemente prevedibile girandola altalenante di emozioni d’accatto, Montanes scappa ancora. Che ratto sarebbe, altrimenti? Fognini gioca al gatto col ratto. 
Il nostro inizia a dialogare fitto-fitto con l’omino del cervello. Di filosofia mediorientale dello smoccolo, presumo. Pare averla vinta lui. Lancia la racchetta in aria, fa smorfie irridenti verso il modo. Ma tanto la vince, quando riprende l’ispirazione è più decisivo ed incisivo di un regolare avversario che si fa riprendere al momento di servire per il match. Le sue fiammate, pur estemporanee e senza gran capacità di variazioni, sembrano poter indirizzare il match dalla sua parte. Tecniche considerazioni inutili, perché l’incontro si trasforma in epopea autentica. Dalla napoletana sceneggiata ad un film drammatico, il nostro si esalta nelle battaglie. Geniale, se per un tennis fatto di accelerazioni normali, nelle trovate. Un vero istrione, funambolo della “situation”. Si può discutere, detestare o odiare, persino amare (in un picco di masochismo). Ma è fuori discussione come questo ragazzo abbia carattere. Brutto o bello, lo possiede. E’ come Cassano, senza talento cristallino, ma con un buon braccio. Spesso sconfina in un ego talmente grande da farsi fagocitare nel senso del ridicolo, ma quando conta lo tira fuori. Annulla due match point, poi si blocca. Crampi, intervento del fisioterapista. Un problema muscolare, dicono. Indubitabile la menomazione. Ha chiaramente le gambe bloccate dai crampi, e lo si vede da come riprende a servire e giocare da fermo. Serve a due all’ora, e rischia vincenti da fermo, senza che l’allocco iberico riesca a sfruttare il momento. Nessuno può discutere il problema fisico patito, fin troppo evidente. Crampi e malanno alla gamba sinistra. Ma è da premio Oscar la leggendaria interpretazione dell'infermo, da fantasioso italiano artista della sceneggiata. Come la colorisce con spennellate geniali da raffinata commedia dell'arte, e si addentri nel dramma per disorientare l’avversario. In questo Fognini ha un talento superiore alla norma. E’ un crescendo di situazioni surreali. Annessi una caterva di “falli di piede” chiamatigli con un pizzico di sadismo. Ma è in quelle situazioni che si esalta. Arranca, si trascina, fa plateali gesti ad indicare come non riesca a muovere la gamba. Poi vi si appoggia e spara un dritto vincente. Quindi un rovescio lungolinea. Cinque match point salvati prima delle vittoria, 11-9 al quinto, dopo cinque ore di lotta. Ora si trova nei quarti, contro Djokovic, senza nulla da perdere o da dover dimostrare. Che sia l’unico italiano imprevedibile e che non ti dona mai la sensazione di mediocre scontatezza, malgrado tutto, lo si sapeva da anni.
Solo un rapido accenno all’altra eroina tricolore, che il tornio mi attende, implacabile. Francesca Schiavone riesce ad ingarbugliare il podistico “pallettarismo” di Jelena Jankovic e si qualifica per i quarti. Tecnica superlusso, grinta e simpatica che volge dalla parte opposta. Ad est. Ma anche lei, come il collega di cui sopra, ha carattere da vendere. Dopo mesi di sconfitte, batte una top ten proprio a Parigi. Ed ora, in questo tabellone falcidiato e che vede le più in palla tutte a scannarsi dall’altra parte, può giocarsi le sue carte. Ultimo regalo della complice Dea Bendata è la sconfitta di Vera Zvonareva, tennista assai sofferta dall’italiana, come testimoniavano i precedenti. Finale alla portata, ora. Giovin russa basculante (Pavlyuchenkova) o vecchia russa di ritorno (Sveta la sexyssima), permettendo.

domenica 29 maggio 2011

ROLAND GARROS 2011 – OTTAVI, GLI IMPLACABILI PRONOSTICI DEL VEGGENTE


Settima giornata – Dal vostro inviato a Wembley, fermamente convinto che sia l’Unicef a far giocare i blaugrana in modo stellare.

In qualità di astro-veggente figlio illegittimo nato da uno scellerato rapporto lesbico tra il mago delle stelle Paolo Fox ed il Divino Otelma (utorrr-perorrrr-oliiiimmmm), vi preannuncio gli esiti degli ottavi di finale degli Internazionali di Francia di tennis.

Nadal-Ljubicic 1. Prevedo il concreto rischio di una punizione ingiusta. Il vecchio Ljubo è stato autore di un torneo sontuoso, impreziosito dalla schioccante lezione di vita inflitta a Verdasco, fatto apparire come un Pierino ripetente. Che bei manrovesci. Nadal in tono minore, pronto ad accelerare in dirittura d’arrivo come sua abitudine. Perché se non accelera, e ripeto “se”, fa poca strada. E Ljubo un set o più può portarlo anche a casa.
Soderling-Simon 1. Ottavo di finale pronosticabile in avvio, e con parvenze di equilibrio. Soderling è andato via spedito (se si eccettua una lieve ronfata col “lucky loser” Harrison), ed ha messo nel mirino Nadal. O forse sono io che ho messo nel mirino l’interessante quarto. Gilles Simon non ha le gambe poderose di Monfils, il carisma di Tsonga o uno Stradivari nel braccio come Gasquet, ma ha la testa più solida degli ultimi due messi assieme. Buono il suo torneo, in crescendo. Però contro lo svedese dovrebbe soccombere. Forse strappando un set.
Murray-Troicki 1. Lo scozzese, vista la sua parte di tabellone, potrebbe avere già la testa a Nadal. Questo l’unico rischio. Perché uno come Troicki, con gli occhi di Troicki, la faccia di Troicki, non lo devi mai sottovalutare. Il serbo sta a Djokovic, come Wawrinka sta a Federer. In questo caso però, v’è anche l’imitazione platealmente stucchevole. A Parigi ha trovato una buona forma, ed il Murray svagato che ha rischiato di lasciare un set a Bolelli può complicarsi la vita, se lo sottovaluta.
Chela-Falla 1. Ah, beh. Abbinamento che farebbe eccitare qualsiasi fine esteta postumo, nell’atto di tagliarsi le unghie in pieno ed oppiaceo delirio creativo. E felici gli organizzatori del prestigioso challenger di Bucamarango (non più di un quarto di finale, però). L’esperto terricolo argentino ha riscoperto una nuova giovinezza, e di andare a riposarsi in un gerontocomio non sembra proprio averne voglia. Complice il gerovital o un nandrolone un filo più legale, ma corre come un ventenne e sgozza tennis in scioltezza. Lo vedo vincente sul colombiano Falla, altra rivelazione del torneo. Inattesa, almeno da me che ho sballato tre giornate di pronostici per colpa di questa specie di orsetto mancino. Uno che mai aveva ottenuto grandi risultati sul veloce, figurarsi sulla terra battuta. Se non perde nemmeno questa vado io stesso a Parigi per colpirlo di giustezza, tra capo e collo.
Federer-Wawrinka 1. Come la sessantesima replica della corazzata Potemkim, immortale capolavoro. Annesso finale, perché quello a sorpresa va in atto una sola volta nella vita. Federer è andato via di corsa leggera, come in preparazione della semifinale. Preparazione inutile, perché lì si giocherà un altro sport. Un mix tra la corrida di Pamplona e la pelota basca con accenni di rugby senza regole. Wawrinka dopo l’incredibile rimonta su uno Tsonga cappottatosi da solo, potrebbe non aver nulla da perdere. E perdere bene, come obiettivo.
Monfils-Ferrer 2. E che vuoi dire. Se vedete più di dieci minuti di questo match e siete ancora in possesso delle vostre facoltà mentali, siete da stimare.
Montanes-Fognini 1X2. Ottavo succulento. Oh, si. L’esperienza terricola del vecchio ed astuto ratto iberico rappresenta l’ultimo ostacolo verso i quarti di finale, per l’alfiere azzurro. Albert “el rato” è però superiore agli avversari fino ad ora affrontati dal ligure. E non è nemmeno reduce da sfibranti maratone. Penso Montanes, ma non lo dico perché altrimenti sembrerei un vigliacco disertore della patria. E perché le invitanti quote (Fognini a 2,50) mi farebbe puntare l’italiano, al limite.
Gasquet-Djokovic 2 (o 1, seee). Eccoci qui. Ottavo che avevo auspicato già ad un primo sguardo del tabellone. Il Gasquet sotto la cura Piatti (sempre più in corsa per il Nobel alla psichiatria sportiva) è tennista finalmente libero di esprimere il gran talento stipato nel braccio e troppe volte castrato da un cervello che volevano far pensare (e cosa può partorire un cervello inesistente? Finisce per rendersi ridicolo). Ovvio, non sarà mai un “coeur de lion”. Bello pensare sia proprio lui che mette fine alla interminabile striscia di vittorie dello straripante serbo. Bello, affascinante, simbolicamente significativo. Un braccio che fa soccombere il fisico, gli fa ballare la rumba e lo finisce come fa il toreador agitando al cielo l’ascia. Bello pensarlo e sperare. Il pensiero e la speranza sono le uniche cose che ci rendono vivi. Poi la realtà è altra roba, buona per ci ha le palle e non spera, ma fa. “Il fare”. E nella realtà, un buon Gasquet potrà infastidire il serbo. Il resto è roba da sognatori, magari comunisti.


Zvonareva-Pavlyuchenkova 1. Derby russo tollerabile. Vera è andata ad un centimetro dalla sconfitta con Lisicki, senza scomporsi o ululare alla luna la sua disperazione (un po’ mi è dispiaciuto). Quasi che un battaglione di mental coach l’avessero anestetizzata con ettolitri di tisana alle erbe medicali nicaraguesi. O forse il meglio se lo tiene per le battute finali. Parte favorita, malgrado il recente scontro diretto, contro la russa basculante. Anastasia mi fa gran simpatia. Sarà per il nome, o per quelle gote grassocce, il doppio mento, i rotoli dell’amore, il ventre pingue e le gambe grasse come prosciutti pata negra. Non corre, rotola in simpatia neanche fosse una vitella da latte sovrappeso e tira la qualsivoglia. Ogni tanto prova anche qualcosa di differente. Però Vera rimane favorita, per l’esperienza.
Jankovic-Schiavone 1X2. La contagiosa simpatia al potere. Chissà cosa ne verrà fuori. Match difficile per la milanese apparsa motivatissima, che pure avrebbe tutte le armi tecniche per divellere il muro difensivo e le sgroppate zoccolanti dell’equina di Serbia. Ha però bisogno di una prestazione al limite della perfezione, di sbagliare niente (tranne il prono elogio del sultano) come nelle battute finali della cavalcata 2010. Tagli, back, lift, attacchi e smorzate, farebbero crollare Jelena. Qualcosa di simile fece una Maria Josè Martinez Sanchez sorretta dagli astri celesti, nella finale di Roma dello scorso anno. Come fosse cosa facile.
Na Li-Kvitova 2. Altro confronto equilibrato e dall’incerto pronostico. I mancini fendenti da knock-out della gigantessa ceca, contro i perfidi anticipi e l’esperienza della scafata figlia di Mao Tse Tung. Vince chi anticipa l’altra nelle intenzioni.
Bartoli-Dulko 1. Balzelli schizzati, mosse da boxeur che prova i colpi nell’aere, movenze di ballerina storpia su un fisico tozzo ed una faccia che è un dipinto surreale. Cosa (non) è questa francese quadrumane? Vederla servire come se stesse per iniziare una piroette en dheor o ricevere il servizio dell’avversaria accennando un passo di macuba voodoo, è esperienza unica. Non farete nemmeno in tempo ad accorgervi di quanto brutti e clamorosamente contrari alle leggi fisiche siano i suoi colpi quadrumani. Potrebbe arrivare ai quarti battendo Gisela Dulko, scolastica e piacevole, ma che la sua impresa l’ha già fatta battendo Samantha Stosur.
Hantuchova-Kuznetsova 2. La regola della prova del nove raramente viene smentita. Dopo una grande impresa, rimane assai difficile ripetersi. E Daniela Hantuchova reduce dalla gran prestazione con Caroline Wozniacki, potrebbe ancora ricaderne vittima. In questa Wta imprevedibile ed aperta ad ogni scenario, la vezzosa Sveta ora sembra nuovamente in palla. Una cosa che a vederla vaneggiante ed in balia dei demoni fino a qualche settimana fa, sembrava impossibile. Parte lei, favorita. Per la regola della prova del nove e per quegli shorts aderenti che la rendono irresistibile.
Makarova-Azarenka 2. Confronto piacevole come una fiocinata in pieno costato. Già lo dissi, già lo sa chi un poco ne capisce: Se la bielorussa mantiene questa serenità mentale e il fisico non fa crack (avviene ogni due per tre), è la favorita numero uno al titolo (ok, ce la siamo bruciata). Per la Makarova, mancina russa dal timido pugnetto incorporato e la faccia da studentessa (bruttina) fuorisede spaurita dalla grande metropoli, non dovrebbe esserci scampo. Buono comunque il suo torneo.
Petkovic-Kirilenko 1. San Gemini. Provate ad assistere a due o tre scambi della maniscalca tedesca col fisico da Wonder Woman. Avvertirete salire i sintomi di un soffocamento lento. Tremendamente macchinosa e costruita, un robot orrendo. Ma finché è in condizione, risulta efficace alla bisogna. Maria Kirilenko è molto bella, dire di più o addentrarsi nelle sue doti tecniche, finirebbe per risultare riduttivo. Brava a sfruttare il buco lasciato vuoto dall’inferma Clijsters, ma contro la tedesca non sembra avere scampo. Due recentissimi precedenti a favore della tedesca, a conferma del pronostico.
Sharapova-Radwanska 2. Ci metto il carico da dieci, perché la quota è buona (2,50). La polacca col doppio mento, da quando si è fatta bruna, è migliorata. Oddio, sempre trasparente ed insipida come acqua di rubinetto. Ha già rintuzzato agevolmente le sassate rocciose della Wickmayer. Può farlo anche con le roncole della russa. E se riesce a spostare la statua urlante di mezzo metro, può vincere. 

sabato 28 maggio 2011

ROLAND GARROS – DEL POTRO PROVA AD ABBATTERE LA MONTAGNA



Giornate 5/6 – Dal vostro moderatamente ebbro inviato, che intimamente pensa: e se quei Maya lì non fossero proprio dei ciarlatani?

L’oscurità ferma la folle corsa di Juan Martin Del Potro, lanciatisimo. Verso cosa non è dato saperlo, ma si trattava di una splendida ed epica corsa nell’ingnoto. Peccato, perché l’atmosfera era quella delle grandissime occasioni. Si respirava, nitida e palpabile, la romantica sensazione di un’impresa degna dei tempi antichi. Il dinoccolato ragazzone di Tandil, dopo un anno passato a curarsi ed interrogarsi su un futuro funestato da nuvolosi minacciosi, era giunto a Parigi senza grosse ambizioni. Solo per provarci, reduce da un altro infortunio all’anca.
Ieri entra in campo con l’animo del guerrigliero fiero. Dentro o fuori. Al massimo, all’ultimo respiro. Faccia ed occhi taglienti dei bei tempi e quell’espressione di genuino agonista della Pampa. Ce ne sono state tante in questa edizione del torneo parigino, ma questa sarebbe stata “la” impresa. Provare a fermare l’inarrestabile, l’invincibile Novak Djokovic che macera avversari dall’inizio della stagione. Juan Martin inizia a suo modo, fa quello che sa fare. Senza alcuna esitazione o titubanza dei pusillanimi inferiori. Picchia sodo, aziona quel braccio fulminante e ne esce un match a tratti fantastico. Gran fucilate del pistolero di Tandil, e solita esibizione di atletistico muscolo della roccia serba. E’ in condizioni mostruose, Nole. Lo sappiamo. Lo sanno tutti. Lo sa anche Juan Martin, che però continua. Sassate fulminanti che quell’altro, non si sa come, raccoglie spalmato sui teloni simile ad un geco indistruttibile. E non si accontenta, le rispedisce dall’altro lato, all’incrocio delle righe. Quando uno è in simili condizioni, ha anche il fato dalla sua. Juan Martin allarga le braccia. Una, due, tre volte. 
Perde il primo, ma inizia il secondo set con quella espressione di chi vuole fortemente lo scalpo. Il serbo riprende la qualsivoglia, rintuzza e riattacca? Lui aziona il braccio da Flash Gordon con ancora più decisione. Missili stellari che ora iniziano a mandare il serbo steso in terra, a gambe divaricate. Bel match, mi appassiona. Ed è cosa assai rara. Piazzo “live” qualche euro sull’argentino (a 7,00), tanto per rendermela ancor più avvincente. E quello mi accontenta prendendosi un break di vantaggio. Com’è lontana Roma ed il Foro Italico ridotto ad una specie di colosseo serbo-romano. Il “Suzanne Langlen” invece è tutto albiceleste. Frotte di coloriti, chiassosi e simpatici argentini mischiati ai parigini, spingono Juan Martin Del Potro all’impresa. E’ così ovunque, si sostiene chi sta provando l’impresa. Incitare il più forte all’esecuzione sommaria, rimarrà prerogativa del Foro. Juan Martin continua a spingere follemente, senza sosta. Lo sa bene, ogni pausa può risultare fatale contro un simile avversario bardato con un mantello da supereroe indistruttibile. Eccolo che l’argentino si appresta a servire per il secondo set. E’ fondamentale vincerlo prima dell’oscurità, per far rimanere in bilico il match. Almeno per una notte. Puntuali, due palle break serbe. Due ace, e due servizi vincenti per portare a casa il secondo set. Una dimostrazione netta di come questo dinoccolato argentino oltre al braccio, ha la testa da grande campione. Pensa da numero uno, senza paura.
Domani/oggi sarà quel che sarà. Potrà perdere o vincere, seguitando a martellare senza alcuna sosta. Difficile, improbabile, forse. Ma ha la mentalità giusta, e questo è già un gran bene per il futuro.
Jo Tsonga fa il Gasquet e cede a Stan Wawrinka dopo aver istrioneggiato per due set, avanti di un break anche nel terzo. Si fa riprendere dal grande agonista (con chi il suo animo inferiore gli suggerisce) svizzero. Punito da rovesci magnificamente sprezzanti, il francese termina senza benzina. Povero Jo, che a Parigi riacquista sempre il pugnace animo dell’istrione misto a pugile guerriero, consapevoli tutti che non basterà. In questo pazzo Roland Garros, succede che un riconosciuto guerriero come Jo (al secolo Alì) si trasformi in Gasquet qualsiasi, mentre il vero Richard Gasquet “coeur de lion” (giuro, l’ho letto sul sito ufficiale del RG) ridicolizza il presunto fenomeno Thomas Bellucci, quello che a Madrid per molti (bontà loro) era diventato una divinità greca del nuovo tennis rudimentale. Incredibile quello che in questi giorni avviene sui campi Parigini. Sorprese senza soluzione di sosta o momentanea tregua. Tomba o delirio per scommettitori da terno a lotto. Già alle spalle gli shok Almagro e Berdych, il tabellone maschile vede i tre favoriti ancora in corsa. Già detto di Djokovic, Federer vola sulle ali di una tecnica che è pura melodia. Finché dura, forse fino al truculento incontro con uno dei due carnefici. O forse stavolta no, chi lo sa. Titubanze per Nadal, ma non è certo una novità. Il maiorchino si gestisce e riesce a trovare la forma durante le due settimane come pochi. 
Tutto normale o quasi, senza quella consueta terra di mezzo, falcidiata da eliminazioni eccellenti. Cadon come le foglie suicide. Jurgen Melzer si lascia sorprendere dal perticone ceco Lukas Rosol, tipaccio dai colpi devastanti che fino ad ora (26 anni) era rimasto a lottare nei challengers coi “Di Mauri e Lorenzi”. Floryan Mayer, tennista “caldo” e possibile scheggia fastidiosa, cede all’orsetto “Bubu” colombiano Alejandro Falla. Risultato che non sta in cielo, in terra e nel cosmo intiero. Tranne fratture, fisiche e mentali del tedesco, tanto gradevole quanto accompagnato da espressione triste come la tristezza più melanconica di una fila alla posta assieme ad ottuagenari pensionati che maledicono i governanti. Misha Youzhny, al solito, incontra una giornata di torpore e cede al navigato terricolo spagnolo Albert Montanes. In questo tabellone falcidiato ecco spuntare gente inattesa, pronta ad approfittare dell’occasione, magari direttamente proveniente dalle qualificazioni.
Continua invece la gran corsa di Fabio Fognini che regola alla distanza lo stremato Garcia- Lopez e si affaccia agli ottavi, in gran sicurezza. Il ligure ha battuto in scioltezza avversari da Atp250, distrutti dalla fatica del turno precedente. Poco male, la Dea Bendata può ammiccarti, ma bisogna esser bravi e scaltri nel sedurla. Ora ad attenderlo c’è proprio Montanes che per cavalleria (avendo fatto solo tre set nel terzo turno) si metterà a trascinare un risciò per sei ore. Fognini si conferma l’italiano con più prospettive, pur nella sua intermittente imprevedibilità. Ben più dei passisti da top 50 o del talento presunto Bolelli che fa bella figura contro Murray. Bellino, gradevole a sprazzi. Ma i cui buoni pregi tecnici soccombono agli evidenti difetti tecnici e mentali (come una lunga serie di tennisti che veleggiano nelle retrovie).
Se tra gli uomini le grosse sorprese riguardano solo i possibili antagonisti da seconda settimana o semifinale al massimo, il vero terremoto è avvenuto tra le donne. Salvatasi d’un soffio Vera Zvonareva (che fosse un segnale della “volta buona”?), grazie alla psicosomatica attitudine all’infortunio della Lisicki, quando ha gia perso, si registrano le goffe cadute delle prime due teste di serie: Cede ai suoi ormai cronici malanni alla spalla Kim Clijsters, alla distanza contro la giovin mancina olandese da “mulino bianco (a vento)” Aranxta Rus. Assolutamente ridicolizzata dall’esperta Daniela Hantuchova invece Caroline Wozniacki, numero uno non per sua scelta ma perché il computer, che alcuni calcoli non li fa, ha premiato la sua “pallettaristica” costanza. Sconfitta che, sembrerebbe paradossale ma è così, non fa una piega. La numero uno al mondo, può benissimo raccogliere tre/quattro games dalla numero trenta, se questa sciorina le sue belle geometrie piatte. Tutto sembra volgere a favore delle altre favorite (una dozzina ancora): Azarenka, Kvitova (occhio), Zvonareva (tifo per ella), Petkovic, Li, Jankovic, Kuznetsova (sembrava sull’orlo del ricovero in manicomio, ma ha destato buone sensazioni), Sharapova (ragliante, ma sempre fastidiosa) e Francesca Schiavone apparsa in palla, ed alla difficile ricerca del bis. Fuori invece la tedescona Goerges, ad opera dell’idolo (certo, anche i francesi appaiono un filo disgustati) Marion Bartoli. Due parole le merita (sempre) questa buffa cosa quadrumane che si carica con urla degne di una scimmietta che vola di albero in albero nella foresta amazzonica: bruttezza fisica epocale, tecnica surreal-raccapricciante, ed atteggiamento da Casta Diva. Passi di danza, balzelli ed occhi a pernice. Sarebbe anche divertente, non fosse così truce ed algida. Con quella faccia. Come diceva il filosofo Thomas Milian o Pirandello, non ricordo, “se sei racchia e voi fa’ a vamp, fai solo che ride”.

giovedì 26 maggio 2011

ROLAND GARROS 2011 – RITORNO ALLA NORMALITA’, POI LE LAGRIME DI DISPERAZIONE



Giornata 4 (e 3 d’accatto) – “Anche Leonardo da Vinci, fosse stato intralciato come me, non avrebbe dipinto la gioconda” (l’attempato Vate, direttamente da un centro di studi sulla mente e le sue patologie estreme, ove fornisce materiale incommensurabile)

Scosse di assestamento nella quarta giornata di giochi al Roland Garros, dopo l’incredibile girandola sismica della precedente. Un Rafael Nadal costretto alla rimonta e ad un inatteso quinto set dall’americano pivot John Isner, che malgrado una faccia ed un look che pare direttamente tratto da una saga yankee zeppa di goliardie collegiali, è tipo assai avvezzo ad atti di commovente eroismo. Se il numero uno si era salvato tirando fuori le proverbiali unghie, era invece caduto come un allocco Nicolas Almagro. Di certo non il cavallo vincente della Spagna tennistica, ma una delle possibili schegge fastidiose del torneo. Nicolas (da ieri agli annali: “l’allocco con espressione di furente pantegana da combattimento) spreca due set ed un break di vantaggio, facendosi rimontare dal Polacco Lucasz Kubot, ottimo marcantonio che non disdegna quella strana cosa chiamata rete e l’arte della volèe (seppure non stilosamente partorita  alla maniera di uno Stich) e si esalta nella lotta e nei match tre su cinque degli slam. Lucasz porta a casa la seconda “re-mun-ta-Ta” (citando il sommo Ministro – sì, Ministro – La Russa che a sua volta, sovraeccitato nel preconizzare la rimonta della moderazione nel capoluogo lombardo) del torneo, dopo quella di Robert.
Ieri invece è proceduto tutto secondo i binari del pronostico. Poco più di una passerella, quella di Roger Federer col francese delle retrovie Texeira. Si attende un francese più forte o il connazionale Wawrinka per saggiarne la tenuta. Continuando il discorso sui baciati dal talento più puro, Philipp Petzschner becca tre set a zero secchi dal belga Steve Darcis ed abbandona il torneo (lo ritroveremo vincente a Wimbledon, mentre si avvinghia languidamente ad una scossa novantaseienne regina madre con cappellino color frutti di bosco acerbi). Vedo qualche scambio mentre sbevazzo un caffè, e comprendo come quel ranocchio mai baciato da una riottosa principessa dedita al lesbismo, sia destinato alla mesta dipartita. Davvero tragico. Senza nulla togliere al belga,  che malgrado quella testa di ananasso è tennista più vero, con inquietanti similitudini fisiche/tecniche con entrambi i fratelli Rochus.
Avanzano i tre moschettieri di Francia, Richard Gasquet, Jo Tsonga e Gael Monfils, su cui poggiano molte delle speranze transalpine. Richard cede il primo set al terrifico iberico Grannollers, lasciando presagire l’ennesima scellerata dipartita del talento contro la bruta forza mandriana, prima di liberare tutto il farneticante talento che danza in quel braccio e dominare. Soliti zompi d’eccitazione, gancioni e ghirigori sparsi per Jo Tsonga, liberatosi senza troppi problemi dell’arrotatore russo calante Igor Andreev (poco male, si consolerà con Maria Kirilenko, dicono i saggi con una punta di invidia). Lascia un set ed una impressione di malferma esagitazione fisica Gael Monfils, che però al terzo turno ci è arrivato (e forse arriverà anche al quarto, rassegniamoci).
Occorrerebbe fare un lungo discorso sull’Italtennis, ma purtroppo il tempo stringe, ed il tornio chiama. Semplicemente eroico Andreas Seppi, malfermo e condizionato da un braccio (tempestato di diademi rarissimi) infiammato, cede nettamente a Thomaz Bellucci. Ma chiude ugualmente il match, con atto di eroismo e dedizione verso un suo ammiratore (io) che aveva una scommessa in ballo e non la voleva vedere annullata da un ritiro. Continua invece nel suo convincente cammino amoreggiante con la Dea Bendata, Fabio Fognini. La Fogna, come sono soliti chiamarlo i suoi tanti supporters in un picco di stilnovistica esaltazione poetica, lascia le briciole ad uno Stephane Robert stremato, che aveva già dato il suo contributo con la rimonta a Berdych. Continua a lasciare buone sensazioni il ligure, sicuro e senza le momentanee fughe da se stesso che hanno caratterizzato la sua ancor breve carriera. Non che Istomin sulla terra e un Robert fiaccato siano probanti test psico attitudinali, ma è già tanto. Segno evidente che grazie a complici tabelloni e giocando bene, raggiungere la seconda settimana in uno slam non è pi impresa titanica. Il nostro poi, seguita la languida danza con la Dea Bendata. Quando scorgo il match che designerà il suo avversario in terzo turno ne ho piena conferma: il turco Ilhan e lo spagnolo Guillermo Garcia Lopez si stanno scarnificando al quinto set e sono 8-8, dopo oltre cinque ore di battaglia a serramanico. Vincerà lo spagnolo, forse ha già vinto Fognini.
In ultimo, ma non certo per ultimo, uno sguardo alle donne. Tutte avanti senza grossi spaventi, le (tante) favorite. Kim Clijsters sembra in discrete condizioni, così come Victoria Azarenka e la campionessa uscente Francesca Schiavone. Avanzano spedite anche Svetlana Kuznetsova, Samantha Stosur, Maria Sharapova e Julia Goerges vincente in rimonta sulla Safarova. Se vogliamo definirla ancora sorpresa, già fuori Ana Ivanovic. Ma la serba, pur continuando a godere per meriti estetici (sui quali si potrebbe essere anche un filo dubbiosi), è ormai tennista delle retrovie. Tira forte e sempre. Ogni volta più forte. Sembra dirselo tra se e se, con quella espressione di estrema demenza tattica: “la prossima volta la tiro più forte”. E infatti lo fa, mentre la pallina costeggia la rive Gauche stordendo un ignaro gabbiano.
Ma…quella foto che c’entra? Dirà qualcuno. Già, quella foto e le lagrime inconsolabili di Sabine Lisicki. Mi sintonizzo sul campo numero uno, lasciando da parte uno Tsonga lanciato, concentrandomi sull’adorabile Vera Zvonareva. La russa è impegnata ad arginare le furia teutonica di Sabine Lisicki. Autentica valchiria bionda che pare indemoniata. E’ oltre la centesima posizione a causa di una clamorosa serie di infortuni ma vale certamente di più, e sul campo lo conferma. Vince il primo set, Vera invece arranca senza un sussulto. Placida e serafica, con inusitata e nuova calma olimpica, virtù delle forti (che chissà se uno slam lo vinceranno mai). Serve sul 4-6 4-5, va a due punti dalla sconfitta, ma ha negli occhioni azzurri la sicurezza che “tanto la vince”, prima o poi. L’altra, predestinata “nuova Masha” in salsa di crauti, si agita, tutta arrembante. Un agonismo esasperato, che la metà basterebbe per farmela detestare. Urla dei “c’mon” con accento della Baviera da fare impressione, su ogni errore dell’avversaria. Una di quelle che quando perdono, mi donano un irrefrenabile sollievo interiore. E allora mi concentro fortemente. L’altra rimane lì, tranquilla, come chi sa il fatto suo. Che avranno fatto alla mente isterica di Vera? Funziona, comunque. Vince d’esperienza il secondo, sfruttando l’inquietante “braccio stracchino” di quella che poco prima sembrava voler divellere la terra e che poco dopo riprende il suo mestiere terrificante. C’è un senso in tutto. Sabine è gran perdente, me ne convinco fermamente. Randella come ossessa ed ancora “c’mon” ingobbiti. Giungo a pensare che lo urlerà come matta in preda ad una crisi, anche in macchina quando scatta il verde del semaforo. Simpatica almeno quanto un riccio di mare conficcato nel cavo popliteo mentre si flette la gamba.  
Quello di Sabine è comunque il solito tennis di molte, con l’unico picco di estrosità nello sputare con grazia la punta nera della banana, secondo i consigli della nonna, prima di trangugiarla a guance piene. Immagine densa di raccapriccio. Eppure inizia bene anche il terzo, fa il break decisivo e vola 5-2. Vera “la placida” (!) sta lì, osserva sorniona cercando di arginare quel vortice orrendo. Ha sdoganato il vituperato lobbone liftato a buttare l’avversaria fuori dal campo, prima dell’attacco magari gettandosi a rete. Già perché la russa va a rete, e gioca anche di volo. Ci prova, se non altro. E questo me la fa stimare. Salva un match point e s’inerpica sul 3-5, prima dell’imprevedibilmente previsto: La tigre invasata ritorna “mano di burro” e cede il servizio gettando tre smunti stracci a rete. Ora c’è anche il timbro sulle mie considerazioni. Questa ragazza è perdente d’altri tempi, e prova goffamente a mascherarlo con atteggiamento d’invasato agonismo da cui rimane strozzata. Inevitabilmente. Una maschera, solo una maschera che qualche pazzo le ha messo addosso. E infatti non vince più un game. 7-5 Vera, da 2-5 30-40. Sabine, stremata fisicamente e consunta mentalmente, si fa anche male (dev'essere una faccenda psicologica assai complessa) lasciandosi andare ad un pianto di disperazione. Se la portano via in barella, tra gli applausi di un pubblico comprensivo per quello pseudo infortunio da post braccino smunto. Sono ragazze fragili, in fondo. Appena tolgono quella maschera. E quasi mi dispiace d’aver sperato nella sua sconfitta. Ho scritto, quasi.

martedì 24 maggio 2011

ROLAND GARROS 2011 – ROBERT, L’EROE NORMALE


Seconda giornata – Dal vostro inviato, assai turbato da quelle bandiere rosse nei pressi dell'Olgettina

Volge al termine la seconda giornata degli Internazionali di Francia, ed un melanconico tramonto accompagna gli ultimi scambi tra Caroline Wozniacki, numero uno per rinuncia delle altre e la quarantenne Kimiko Date. Una specie di ventenne vikinga, atletica ed imponente biondina che corre smovendo folate di vento impetuoso con le lunghe leve, di fronte a lei un’attempata samurai, tozza e piccina che procede a piccoli passi meditando chissà cosa prima di sedersi. E’ buffa su quel seggiolone, con i piedi che a malapena toccano terra mentre l’altra, col nuovo completo antracite, sistema la coda di cavallo. Match straordinario per quest’aggrovigliarsi di opposte sensazioni fisico-cromatiche. Nemesi ed antitesi, ed una lezione di un dotto professore pazzo. C’è tutto per rendere l’avvenimento ricco di fascino. Tutto, tranne lo sterile dato sportivo. La minuscola tennista zen colpisce in anticipo, comanda inutilmente il gioco in balia del tornado danese. Porterà a casa due games, in modo indomito.
Irrompono nel torneo due dei quattro grandi favoriti del torneo. Djokovic si sbarazza senza molti preamboli dell’olandese meccanico De Bakker, mentre Federer, nel ben più probante test d’ingresso, regola di giustezza il sempre periglioso Feliciano Lopez. Federer stende un mancino spagnolo dalla chioma fluente. Solo che questo segue il servizio a rete, ed è milletrecento volte meno vincente di quell’altro, quello nato a Manacor.
Ma la seconda al Roland Garros, è stata la giornata dei francesi. Mentre Llodra si arena tristemente col belga Darcis. Monfils e Gasquet si presentano, tremendamente diversi, come possibili out-siders del torneo, Il forzuto Gael perde il primi set, prima di schiantare la resistenza psico-fisica del tedesco d’oriente Phau. Gasquet prosegue sulla scia dell’exploit romano e veleggia verso il cruento frontale con Djokovic, disfacendosi in tre set del crepuscolare tennis vintage di Radek Stepanek. Caso a parte, Benoit Paire. La giovane stella eclissata d’oltralpe gioca alla pari con Victor Hanescu, esperto stoccafisso draculeggiante. Troppo navigato per averne già viste, di cose simili. Ripeto il “non”, a scanso di equivoci. Il bohemienne francese si spegne ad un passo dal trascinare l’avversario al quinto set. Sembra finita quando Hanescu, con quella bella espressione di gelida freddezza anaemozionale, si porta a servire per l’incontro. Uno, due, tre match point. Annullati in sequenza dal folle transalpino: una smorzata seguita e chiusa a rete, un’altra definitiva e mortale, prima di una stop volley da fuoriclasse. Colpi che lasciano l’avversario impietrito e bilioso. Qualcuno parlerà del coraggio, certo. Ma questo è pazzo, semplicemente. E la pazzia è la prima, e forse unica forma di coraggio. Lo sappiamo. Altra fiammata di rovescio fulminate, ed ecco il tiebreak. Vuoi che possa vincerlo, portare l’avversario al quinto e vinca il match? Manco a parlarne. La giostra di emozioni è sempre garantita al luna park-Paire, la vittoria proprio no. Si spegne la lampadina e cede sette punti a quattro.
L'esaltazione francese s’incarna nell’espressione incredula e felice di Stephane Robert. Trentunenne onesto professionista di lunga, e quasi trasparente, milizia. Sbilenco, leggero e con guizzi d’anticipo discretamente pregevoli nel suo tennis piatto. Una specie di Gilles Simon più compassato. Superati i trenta si ritrova fuori dai cento, a cimentarsi onorevolmente nei challengers. Ieri si è trasformato nell’eroe di giornata, rimontando due set niente meno che a Thomas Berdych. Chiude 9-7 al quinto, prendendosi la soddisfazione più importante di una carriera che sembrava non avere più molto da regalare. Due parole le meriterebbe anche Berdych. Un’altra volta, però.
L’exploit dell’esperto francese ha però aperto spiragli e nuove prospettive a Fabio Fognini che ora si trova la strada spianata verso un possibile ottavo e quel quarto di finale che all’Italia manca da sedici anni (era appena iniziato il Regno di Arcore). Certo, discorsi validi, inoppugnabili, per nulla ironici, una volta tanto. Tutto giusto, non fosse che stiamo discutendo di Fognini. Tennista dalla proverbiale e sadomasochistica inclinazione all’eccitamento nel confronto col più forte. Con Berdych non avrebbe avuto nulla da perdere, e forse lo scalpo ceco se lo sarebbe preso lui. Contro l’attempato francese parte favorito, ed è questo l’unico dubbio.
A proposito di “italians do it better”, il quasi leggendario trionfo ed en plein di azzurri al secondo turno, è stato guastato dall’imprevista battuta d’arresto di Potito Starace col colombiano Falla. Mancino che sulla terra non vale i 200. Meglio di lui il campano, in un primo turno di slam su terra, poteva trovare solo l’orso Bubu con una gamba rotta. I mancini gli danno fastidio, lo sappiamo. Pure il vento è malvagio. Il caldo assai stancante. Per non parlare del cald-umido, ancor di più. Ironie a parte, ora sotto col challenger di Sarzana, dove ci sono importanti punti in palio per rimanere tra i top 50. Secondo pronostico il successo di Simone Bolelli su Franck Dancevic, canadese che preferisco ricordare da vivo guardando qualche antico filmato. Ora per il giovane Federer nostrano c’è Murray, sperando di coglierlo nel sonno.

lunedì 23 maggio 2011

ROLAND GARROS 2011 - PENNETTA SENZA VIA D'USCITA


Prima giornata - Dal vostro intonso inviato a Parigi (Pigalle)

Torno a casa stanco ma reduce da una bella vittoria, in candida scioltezza. Vi narrerò un giorno di questa specie di Master per subumani dopolavoristi attempati, con la gotta o affetti da obesità incurabile, raddrizzato dopo un inizio terrificante. E vorrei vedere. Ora la semifinale non è più un miraggio, ma di questo scriverò un altro giorno. Le reni mi dolgono e le gambe sono due pezzi di ferro incandescente, quando accendo il vigliacco strumento multimediale. C’è Flavia Pennetta contro un’americana delle retrovie, Varvara Lepchenko. Un bizzarro nome che richiama erroneamente tribolati amori avviluppatisi sopra una cortina di ferro. Mi tocca quel match, perché l’ultimo della giornata ed unico ancora in corso, non certo perché sono un partigiano. La nostra arranca, soffre, serra la bella mascella. Strepita nervosamente, costipata nel suo tutù striato d’azzurro. Dovrebbe invogliarmi al tifo sfrenato, invece mi lascia perplesso. La scopro in rimonta, potrebbe farcela, ad un passo dal break di vantaggio del terzo set prima di scentrare un dritto a campo aperto, con l’avversaria che già imprecava. Ed è un rossiniano crescendo all’incontrario per la brindisina, che non riuscirà più a rialzare la testa contro quest’americana poco più che normale. Problemi fisici diranno quelli ben informati, ed una spalla ballerina che da tempo ne pregiudica le prestazioni. Alibi e rimedio, se non si vuole osservare come la pur brava tennista italiana cade nel solito peccato originale: tennis scontato, schemi stucchevolmente ripetitivi e prevedibili, mai una variazione o una smorzata. Il gioco di rete, figurarsi. Se tutto questo si incastona in un fisico ferito ed una mente ovviamente non serena per la menomezione, ecco che la bella tennista da top 15, capace di approdare tranquillamente alla seconda settimana di uno slam, finisce per soccombere. Inevitabilmente.
Se Flavia Pennetta saluta Parigi (in realtà le rimane il velinistico doppio assieme alla fida Gisela), per una volta il borsino dell’italtennis va al contrario. Passano di slancio al secondo turno infatti, Fabio Fognini ed Andreas Seppi. Il primo sconfigge in tre set l’armadio uzbeko Istomin. Non sorprende certo la vittoria contro un avversario pesante e da terreni veloci, quanto la modalità: il ligure non lascia per strada nemmeno il proverbiale set di messicana siesta. Avanza come una locomotiva anche l’atesino istrione, giustiziere di Teymuraz Gabashvili, psicotico russo avvezzo all’efferato omicidio. O suicidio. Stavolta (immagino), lo ispirava il suicido. Bel colpo del nostro, comunque, pur malfermo per un’infiammazione al braccio (d’oro) e dunque non al meglio. Se migliora, abbiate paura. Oggi i due potrebbero essere raggiunti al secondo turno dagli altri tre italiani, che partono favoriti nei rispettivi match. Ad ogni modo, io venti euro sull’avversario di Bolelli (Dancevic, questo qui), uno che giocava in questo modo ultraterreno, potrei anche metterceli. Ma dopo avergli pronosticato un sicuro futuro da top 20 (almeno), non voglio infierire ulteriormente.
Per il resto è stata la consueta prima giornata parigina, dedicata a minori personaggi francesi in cerca di gloria che si affrontano in derby infuocati. Procedono spediti Jo Tsonga e David Ferrer. Soffrono un set, prima di dilagare: Wawrinka, Benneteau ed il leggiadro ballerino del Bolshoi Stakhovsky. Eliminazione a sorpresa di Marin Cilic, croato involuto che rimanda a sinistre sensazioni di avvilita tristezza avvertite solo guardando Sandro Bondi in un dibattito tv (“lei è un maleducato!”). Ha già preso l’aereo (personale) di ritorno anche Ernests Gulbis, ridicolizzato da Blaz Kavcic, sloveno buono e senza fardelli di esondante talento a zavorrargli la mente. Ma non è certo una grossa novità, l'ennesimo scempio lettone. Guardo solo due scambi. Bastano. Sufficienza, urticante svogliatezza, incuranza. Pare abbia fretta di perdere alla svelta. Questo ragazzo non ha rispetto per se stesso, prima ancora che per lo sport. Inutile spenderci altre parole, riuscirebbe a far diventare Cartesiano puro anche un frate benedettino. Si aspetta solo che ritorni a giocare a tennis.
Tra le donne invece niente di sconvolgente, tranne le sinuose forme di Julia Goerges, che infiammano il “Philippe Chatrier”. La tedesca procede di roncola e regola il giovane idolo di casa Mathilde Johansson, confermandosi possibile mina vagante del torneo. Più della connazionale Petkovic, e non solo per il decoltè ma per una violenza un filo più armoniosa. Sgroppa in sourplace Jelena Jankovic sulla triste ombra di Alona Bondarenko, smagrita da far spavento. Avanti anche Kuznetsova e Pavlyuchenkova. Piccolo grande squillo di Maria Josè Martinez Sanchez, autrice dell’unica sorpresa relativa, nel tabellone femminile. L’iberica, tutta fasciata in un nero-arancio new look, fa fuori Shahar Peer in due set. E chissà che non riesca a mettersi finalmente alle spalle quella surreale cavalcata trionfale romana, per iniziarne un’altra.

venerdì 20 maggio 2011

ROLAND GARROS 2011 - TABELLONE, SORTEGGIO, PRONOSTICI E VATICINI DELLA SIBILLA CUMANA





Sorteggiati i tabelloni degli Internazionali di Francia 2011, al via domenica. Tra gli uomini Federer capita nella stessa sezione di Djokovic, Murray in quella di Nadal. Ovvia pole position del serbo, con Nadal affiancato in prima fila. Novak avrà però un cammino irto di perigli. E chissà che la cosa non conti quando si tratterà di giocarsi le fasi finali, sforzandosi di reputarlo umanamente soggetto a stanchezza ed altre quisquilie tipiche degli umani. Staccati Federer e Murray, penalizzati anche dai match al meglio dei cinque set. Terza fila al Soderling che a Parigi trova sempre squilibrate vampate omicide. Poca roba Berdych e Ferrer, con l’obiettivo massimo della semifinale. Poche le mine vaganti e tutte dalla parte di Djokovic: Del Potro, se in condizioni accettabili, a Gasquet qualora il concerto di grilli svitati nel suo cervello, gli dia ancora tregua.
Italiani all’arrembaggio verso un quarto di finale che manca dal 1995. E che continuerà a mancare fino al 2018 (ho fatto dei calcoli di precisione). Sorteggio migliore non poteva esserci, vista la loro modestia. Epocale successone se uno dei quattro passa un turno.

Ma veniamo all’analisi del tabellone e degli ipotetici quarti. E’ la cosa che più mi diverte. Mi piace assai. Si può giocare in anticipo, immaginare un torneo con scenari meravigliosi. Quasi sempre disattesi dalla sterile e cruda realtà. Ecco una breve analisi dei due tabelloni, frutto di un intenso minuto di studio e venti di accurata stesura:


Uomini


(1) Rafael Nadal - (5) Robin Soderling. Non potrà cullarsi o rilassarsi troppo, il maiorchino. Subito bei test al poligono: Il bombardiere da veloce Isner all’esordio, poi quello da terra battuta, Giraldo. Sempre che il colombiano batta l’iberico podista Andujar. Per il numero uno al mondo al terzo turno ci sarebbe Davydenko, calante e malfermo, ma sempre tignoso come tutti gli anziani da ospizio. Vera riffa in questi anfratti di tabellone per conquistarsi un posto da vittima sacrificale negli ottavi, contro il pluri vincitore a Parigi: il perdente nato Verdasco (vamos!), l’argentino Monaco (mah), “Kohli” (magàra), Ljubicic (non lo escludo), Querrey (Dio onnipotente), Malisse (crediamoci pure).
Vuoto ancestrale invece dalla parte di Soderling, che può fermarsi prima dei quarti solo con un suicidio ben studiato. Insidie abbastanza ridicole fino al terzo turno. Il più pericoloso, per dire, è il cipriota Baghdatis. Ottavo un po’ più serio, dove gli si appaierà uno tra mister tennis 7Up sgasata Gilles Simon, il talento dissipato d’oltralpe Chardy, il piccolo Federer in provetta Dimitrov o Mardy Fish (mai esaltante però sull’argilla parigina).
Nadal 70% (tutti gli altri, 30%) - Soderling 60% (Simon 30%, Fish 5%, Dimitrov 5%).


(4) Andy Murray - (8) Jurgen Melzer. Lo scozzese inizia la sua scalata (al miliardo di Jerry Scotti avrebbe più chances, forse) con due qualificati. Al secondo, per la precisione, raccoglierà il guanto di sfida del vincente tra Frank Dancevic (qualificato dal talento pazzesco, sorretto da un fisico di marzapane) e Simone Bolelli (sconfitto nella qualificazioni ma ripescato come “perdente fortunato”, tennista con qualche parvenza di talento sorretto da un animus pugnandi da far invidia all’indimenticabile pedatore interista Bergkamp). Se il canadese regge in piedi tre set, avanza in camporella. Poi occhio alle sapide cannonate di Raonic, sebbene ridimensionate dall’attrito con la terra. A proposito di servizi bomba, da quelle parti gravita anche l’arrembante Filippo Volandri, sorteggiato all’esordio con l’ottuagenario ex Arnaud Clement. Il nostro potrebbe anche giocarsela. Per Murray un ottavo relativamente tranquillo, contro un Troicki pupazzescamente abulico negli ultimi tempi o Dolgopolov che non ne azzecca mezza da due mesi, ma sempre imprevedibile e reduce da fiammate di ripresa a Nizza.
Per Melzer, mancino rivelatosi al mondo dei vincenti a Parigi la scorsa stagione, l’approdo ai quarti è invece obiettivo ardimentoso. Sulla sua strada (col rischio di essere schiantati dai mancini fendenti o vincere senza far nulla): un manipolo di qualificati e terzo turno in cui incrociare l’esperto ed irriducibile terricolo argentino Chela o la pertica sudafricana Anderson, tipo non proprio da mattone tritato. Poi prevedibile, interessante ed equilibratissimo ottavo, fronteggiando le sberle di rovescio dello spagnolo Nicolas Almagro, sfontato, lamentoso e stufoso come nessuno, ma sempre tignosissimo. Sorteggio pasquale da atp 250 per Potito Starace, con l’obbligo morale del secondo turno. Per lui, prima del frontale con Florian Mayer, il colombiano Falla.
Murray 60% (Dolgopolov 20%, Troicki 15%, Raonic 5%) - Melzer 55% (Almagro 40%, Chela 5%).


(7) David Ferrer - (3) Roger Federer. Quarti ampiamente alla portata del muratore iberico, che però si ritrova discrete insidie da superare. Imbracciata la trebbiatrice, dovrà far fuori la bestia nera Nieminen al primo turno e quindi il francese Benneteau, prima di un terzo turno in pseudo relax (il gradevolmente inoffensivo ucraino Stakhovsky o Nishikori in forma indecifrabile). Vero banco di prova per Ferrer sarà Gael Monfils negli ottavi. Se il francese sta bene, sarà un match 50/50 per la proverbiale capacità del transalpino d’esaltarsi a Parigi, al costo di lacerarsi ogni fibra muscolare. Leziosi animaletti tricotanti dalla parte del forzuto muro di gomma francese: Mannarino, Zverev o Petzschner (primo turno da leccarsi i baffi tra i due: la poiana attaccante ed un cincillà spennellante). Più probabile un derby di terzo turno Monfils-Llodra. Col mancino volleante trionfatore. Crederci è gratis.
Esordio col botto per l’ex numero uno al mondo, Roger Federer. Scoppiettante re-match della sfida vista poche settimane fa a Madrid con Feliciano Lopez. Feliciano è in forma smagliante, e qualche grattacapo potrà anche causarlo. Ad ogni modo, il bel tennis non potrà mancare. Quindi per l’ex monarca la difficile scalata al secondo titolo parigino passerà attraverso qualche periglio imprevedibile negli ottavi: O Jo Tsonga, pugilatore confusionario che sulla terra perde metà del suo già spuntato arsenale o l’ormai classico derby con Wawrinka. Tra i due pretendenti interessante sfida di terzo turno.
Ferrer 40% (Monfils 30%, Llodra 25%, Mannarino e Petzschner 5% in due) - Federer 60% (Wawinka 20%, Tsonga 15%, Lopez 5%).


(2) Novak Djokovic - (6) Thomas Berdych. Come in “unzogno”. Terrificante serie di mine vaganti sulla strada dello spaventoso tennis horror made in Serbia, prima dell’ipotetico quarto con Berdych: Paire, Gulbis o Delpotro, Gasquet, Gabashvili, Bellucci. Djokovic rischia d’esser steso, brutalmente divelto e alla fine irriso dal circense francese Benoit Paire, già al secondo turno. Sempre che il giovin francese batta Hanescu (il rischio che raccimoli meno di due games, è concreto). Poi al terzo turno uno tra il talento sdegnatamente rigettato Gulbis o l’infermo bombardiere Del Potro (dopo il primo turno con Karlovic, sapremo di più sulle sue reali ambizioni). Se Nole dovesse (lo escludo) raggiungere gli ottavi, ecco di fronte a se l’indomita ed indemoniata sagoma di Richard Gasquet. Primo turno "simpatico" (faccio la faccia di Moratti) Gasquet-Stepanek.  Nella bolgia del centrale parigino e col pubblico sovraeccitato, Richard potrà poi cercare l’impresa ed abbattere il mostro serbo. Un tripudio. Può farlo. Deve farlo. Lo farà. Metterà fine alla sua striscia di vittorie. Proprio lui. Il tutto si rivestirebbe di una guaina surrealmente dolce. E meravigliosa. Peccato che a quell’ottavo rischia invece di arrivarci, in carrozza, il mancino fabbro ferraio brasiliano, Bellucci. O perché no, il nostro impavido combattente tupamaru Andreas Seppi. Il funambolico tirolese già affila le raffinate e letali armi per infilzare avversari in serie. Inizia contro lo squilibrato Gabashvili, una specie di “er canaro” imprestato al tennis. Se il russo mette un terzo di palle in campo (non è una metafora) obiettivo massimo per il nostro eroe sarà uscirne incolume (fisicamente).
Nessuna grossa insidia invece per Thomas Berdych. Il cerco deve badare solo a non esagerare. Sulla sua strada lo strepitante Fabio Fognini (sempre esaltante negli slam). In quei paraggi c’è addirittura il rientrante Tommy Haas (più anziano del Nazareno in croce, fermo da oltre un anno ed invalido civile a tutti gli effetti). Più probabile acceda al terzo turno il regolare Garcia-Lopez, però. Negli ottavi il ceco si ritroverà uno tra Cilic e Youzhny, russo sempre legato alle locuste folli che infestano il suo nel cervello, tra incanto e suicidio.
Djokovic 65% (Gasquet 10%, Bellucci 10%, Del Potro 10%, Gulbis 4%, Paire 1%) - Berdych 60% (Cilic 20%, Youzhny 15%, Fognini 5% - pienopieno -).




Donne (ah, le femmine)


Notevole incertezza nel tabellone femminile, con almeno dodici/quindici potenziali vincitrici (anche più). Una Clijsters al 40% partirebbe favorita. Il problema è che forse non lo è. Azarenka aveva trovato grande continuità, ma s’è fatta la bua. Se regge, qualche soldo sulla bielorussa lo si potrebbe puntare (a 4,75 non è malaccio). Wozniacki sempre alla ricerca del primo Major, ma appare solo una regolarista senza ossigeno, in balia di qualche picchiatrice ispirata. Idem per la sorella di Varenne Jankovic coi garretti sgonfi. Potrebbe saltar fuori Masha l’urlatrice pazza, ma il suo contributo all’orrore dovrebbe averlo già dato a Roma. Chances per le due emergenti tedesche: la tettuta Goerges e la maniscalca Petkovic. Occhio alla ceca Kvitova, se trova due settimane di violenza randellante la quota (folle, a 20,00) è più che allettante. La detentrice Schiavone dovrà dare il massimo e sperare di limitare i danni. Quarti di finale non impossibili, non essendoci fenomeni in giro. Bis invece più difficile di una quaterna sulla inesistente ruota di Ostia lido, specie se continuerà a dimenticarsi gli slice e gli attacchi, arrotando esclusivamente come un'ossessa, quasi l'avessero sottoposta ad una cura simile a quella di "arancia meccanica".


(1) Caroline Wozniacki – (8) Samantha Stosur. La difficile scalata di Carolina, boccoluta e graziosa “pallettista” campagnola, non è certo priva di insidie. Dopo uno scenicamente curioso debutto con la quarantenne Kimiko Date (obiettivo massimo per la nippo tascabile: perdere con la consueta dignità ed insegnare qualche colpetto alla giovane avversaria), qualche probante test: la ceca gazzella col viso da giovane anziana, Hantuchova, la rocciosa israeliana Peer o le volèe deliranti di Maria Josè Martinez Sanchez. Per tacere della sparacchiante Aravan Rezai che non riesce a cogliere (neanche per sbaglio) il campo (una volta) da quasi un anno. Poi la danese trova (terzo turno) l’incognita Kuznetsova che ultimamente ha l’attitudine suicida del miglior Gasquet, è lagnosa come Almagro, lucida come Youzhny e femminile (almeno quanto) Schiavone che si rade a secco con una gillette e sputa tabacco. Ma a tennis gioca meglio di altre.
Per Samanta Stosur ogni discorso sembra quasi scontato, dopo l’ennesima dimostrazione di mentale torpore mostrato a Roma. Se una sua vittoria finale è quasi utopia, nei quarti può arrivarci. Prima dovrà però disfarsi negli ottavi di una delle due picchiatrici folli, Goerges e Safarova. O (caso limite) il botolo orripilante Marion Bartoli con le sue movenze da Suzanne Langlen storpia, buzzica e senza collo.
Wozniacki 60% (Kuznetsova 30%, Peer 10%, Martinez Sanchez 10%) - Stosur 40 % (Bartoli 25%, Goerges 20%, Safarova 15%).


(3) Zvonareva - (5) Francesca Schiavone. La bella Vera, da quando gode del mio incondizionato tifo, sta dando impagabili soddisfazioni. Inevitabilmente. Ne vince poche, ed ha ripreso le buffe crisi isteriche. Subito esordio con l'esperta terraiola spagnola Dominguez Lino. Poi un tour de force zeppo di arrembanti pesi massimi: La vezzosissima Nadia Petrova prima di un tremendo ottavo in cui se la vedrà con una delle due rotolanti russe sovrappeso del circuito: Alisona Kleybanova o (più probabile) Anastasiona Pavlyuchenkova.
E’ andata bene a Francesca Schiavone, che troverebbe nei quarti una delle teste di serie meno in palla. Se ci si sforza di non considerare che in tornei wta non ne batte una da un anno e che contro Zvonareva avrà perso una dozzina di volte senza mai vincere. Prima però, da non sottovalutare Melanie Oudin (americana calante, malgrado i diciannove anni) e la quadrumane cinese Shuai Peng, sempre fastidiosa come una mosca tsè-tsè. In ottavi per la milanese il pericolo si chiama Jankovic, sempre che la serba trovi una decente condizione sgroppante. Altrimenti da quelle parti rischia di spuntarla la pittoresca americana Mattek-Sands (“Susanna è un’aranciata, tutta colorata”) a metà tra Louise Ciccone ed un quarter back della Nfl. Poche, pochissime chances per Flavia Pennetta.
Zvonareva 50% (Pavlyuchenkova 30%, Dominquez Lino 10%, Kleybanova 10%) - Schiavone 40% (Jankovic 40%, Mattek-Sands 20%).


(6) Na Li - (4) Victoria Azarenka. Accoppiamento interessante. La sapida cinesina avrà il suo bel da fare, giocandosi il posto nei quarti con l’imponente ceca dagli occhioni afflitti, Petra Kvitova, trionfatrice a Madrid e martello pneumatico mancino contro cui non si trovano rimedi (se non pregare un Dio a caso che sia in giornata no) o la gnoma Cibulkova. Interessante primo turno tra l’elefantessa ceca e Greta Arn, più che eroica a Roma.
Difficile capire qualcosa di Victoria Azarenka. In genere. Se sorretta da buona condizione, non avrà problemi a disfarsi di avversarie non al top. Da Kaiona Kanepi e la sua cellulite sulle guance, fino ad Ana Ivanovic in perenne e patologica crisi psico-sparacchiante. Qualche chance anche per la mancina russa Makarova che al primo turno ha pescato Romina Oprandi (possibilità prossime al sotto zero per la nostra, ma hai visto mai..). Derby italiano tra Vinci e Brianti al primo turno, leziosamente inutile. Ma una delle due può guadagnarsi una cruenta esecuzione sommaria dalla bielorussa, al terzo turno. O approfittare dei suoi acciacchi.
Na Li 45% (Kvitova 45%, Cibulkova 10%) - Azarenka 70% (Kanepi 10%, Ivanovic 10%, Makarova 10%).


(2) Kim Clijsters - (7) Maria Sharapova. Ogni considerazione su questo accoppiamento non può prescindere dalle misteriose condizioni della belga. Anche a mezzo servizio può arrivare agli ottavi (fatuo pericolo Kirilenko), dove Andrea Petkovic, Medina Garrigues o Jarmila Gajdosova (ex Groth) testeranno le sue reali ambizioni. Vediamo, disse il saggio. La Sharapova vista a Roma si gioca la sue carte anche a Parigi. Flebili test per lei saranno quelli con Agnieszka Radwanska o l’energumena bombarola supervicky-Wickmayer, negli ottavi.
Clijsters 35% (Petkovic 25%, Medina Garrigues 20%, Gajdisova 20%) – Sharapova 60% (Radwanska 20%, Wickmayer 20%).

lunedì 16 maggio 2011

INTERNAZIONALI DI ROMA 2011 – IL MOSTRO DELLA LAGUNA



Chiusi gli Internazionali di tennis del Foro Italico, per la prima volta torneo combined. Bei match e torneo emozionante tra gli uomini, un interminabile calvario ricco di match di oscena pochezza, tra le donne. Trionfale ed incoraggiante prestazione del tennis italiano. Parola di Binaghi, quindi credeteci.

Novak Djokovic: (quale immane colpa devo ancora scontare? Ho già pagato. Sono in un letto di dolore. E Berlusconi trionferà anche in queste elezioni. Ma ora basta, la crudeltà ha un limite). Chi lo ferma più questo strano essere mutante. Un informe blob, che non muore mai. Sempre più stravolto ed invasato, in quella imbattibilità ormai quasi da record. Resiste all’attacco di Murray salvandosi ad un passo dal baratro. Una terrificante e cruenta lotta greco-romana di tre ore, chiusa esalando alla luna delle urla da non dormirci la notte. Quel muro di gomma non lo abbatti nemmeno con le cannonate. Gli rimbalza tutto e contrattacca, in una forma psico-fisica da far spavento reale. Confrontatelo con un match di un anno fa, vedrete un tennista completamente diverso. Nessuna sosta ed alcun punto gettato via. Gambe e piedi da marziano che lo fanno arrivare ovunque, in corsa, spaccata o steso in terra. Ma ci arriva. Che ci vuoi fare? niente. “Ha da passà ‘a nuttata”. Ha ormai cambiato la storia delle rivalità e le inerzie psicologiche dei contendenti. Diverrà numero uno al Roland Garros. Nessuno più lo batterà (qualche chance ce l’hanno Feliciano Lopez, Milos Raonic ed il Petz, a Wimbledon. Ma non è detto che li incroci). E’ diventato un essere inarginabile scoprendo i segreti dell’alimentazione, e ciao Pepp…E’ intollerante al glutine, il Nole. Per puro caso non ne aveva assunto quando esplose in Australia nel 2008, poi per tre anni lo hanno rimpinzato di orzo, farro e segale, normale che non andasse. Sarà così, sicuramente. E malgrado la fatica della sera prima riesce ancora a mandare fuori giri Nadal, nella finale.
Idolo vero del Foro. Le masse han sempre ragione, nella loro contagiosa demenza collettiva. Bambini in visibilio, increduli di trovare un nuovo super-eroe, ora che il wrestling è quasi bandito dalle televisioni. Nella loro semplicità, i pargoli, pensano che abbia una maschera perché, beata ingenuità, reputano che una simile faccia non possa esistere in natura. E quelle urla da tagliatore di gole, pura finzione scenica. Per carnevale vogliono la maschera del Nole. Alla fine è un trionfo, terrificante ostentazione di violento sadismo. Occhi fuori dalle orbite, bocca spalancata ed atteggiamento di marziale esaltazione. Non è sport, non è agonismo. Tra Seppi e Bolelli e questa cosa qui, non ci sarebbe una via di mezzo con sembianze umane?. “Ci voleva nel tennis un simpaticone come lui!”, dichiara l’indimenticabile Paolino “neuro-Cane”. Certo, dove “simpaticone” sta a metà tra “Er canaro”, lo strangolatore di Boston ed Hulk Hogan.


Rafael Nadal: 6,5. Lo ha trovato anche lui, il “castigamatti”. Colui che lo manda fuori giri e fuori di senno, usando le sue stesse armi. Recuperi ossessivi ed ossessionanti, disumana impermeabilità dietro la riga di fondo, ed una esplosione di fisicità che pare innaturale. E lo vedi quasi incredulo, cedere lo scettro di imbattibile, su quella superficie dove macinava kilometri e tritava avversari con una racchetta simile ad un trincia carne. Il “mostro della laguna” serbo è riuscito nell'impresa di rendermi più umano e simpatico il “cannibale” di Manacor (tranquilli non sono impazzito, partiva dalle retrovie). I bene informati davano Rafa parecchio infastidito per la scomposta (quando mai, lui sempre mai fuori dalle righe) esultanza di Djokovic dopo la vittoria di Madrid, nel suo feudo innanzi al suo pubblico. Irrispettosa ed irriguardosa per un tipo orgogliosamente hidalgo come il Maiorchino. Ma il Nole, quello è. E’ chiaro come il sole quanto il serbo gli abbia fatto perdere la trebisonda, perdere serenità e sicurezza. E’ nervoso, febbricitante, persino scontroso. Sempre gentile e politically correct con gli avversari di rango ed al limite dello snob verso i “Picassi e Lorenzi” che a momenti quasi lo battono. Voleva con tutte le sue forze ribaltare la situazione e dare al serbo una lezione memorabile, di quelle che infliggeva ai Berdych e Soderling dopo aver subito uno sgarbo. Ma proprio non v’è riuscito, fisicamente. Chiamatelo contrappasso.

Andy Murray: 6. Si è ormai al cospetto del più classico caso clinico. Dopo Montecarlo un’altra prestazione quasi monumentale in semifinale, stavolta contro Djokovic. Affrontato di petto, con coraggio e fisicamente al meglio. Battaglia col mostruoso serbo, e mette a frutto le maggiori varianti tattiche del suo repertorio (questo, almeno, concedetemelo). Recupera, scappa, si fa riprendere, serve addirittura per il match, quando il braccio si inceppa e la paura lo strozza. Diviene un filamentoso groviglio simile a stracchino. Molle ed innocuo. E l’altro lo azzanna con ferocia. Gran talento, ma ormai conclamato perdente di gran lusso. Ed ora due settimane senza play station e in branda alle 21,00, avrà sentenziato mamma Jude. Al rinomato selvaggio bamboccione.

Richard Gasquet: 7. Vedi l’articolo precedente. Una fiammata di ritorno per il transalpino dal rovescio magico, che sembrava definitivamente perso a grandi livelli. Batte (in battaglia) Federer e Berdych, si arrende solo a Nadal. Se il tennis è una complessa pozione magica fatta di resistenza fisica e solidità mentale nella quale incastonare un bel braccio da tennis, è chiaro come Richard partisse sconfitto in partenza. Funambolico perdente, spesso claudicante e con un concerto di pesci rossi annegati nel cervello durante la stagione delle secche. Si capisce come quel braccio miracoloso andava per conto suo, affondando nel baratro della mediocrità suicida. Se il fisico regge e prova a spegnere quei pensieri malvagiamente afflitti che ne tarpano il cervello, potrebbe anche essere recuperato a livello dei top ten, con qualche divertente guizzo. Fine a se stesso, ovvio.

Roger Federer: 5,5. Poche chiacchiere, ormai quei due lì davanti fanno un altro mestiere. Un livello troppo intenso per la sua regale andatura calante. I due (serbo sui pedali ed in testa) sono in fuga sul Tourmalet, con la bava verde fluorescente e mascella digrignata. Lui insegue, capeggiando un drappello ben assortito, al fianco di un Murray dedito a futili scatti e ghirigori e Soderling che procede a zigo-zago. Ha trent’anni, e se Schiavone a trentuno sarebbe nel “massimo delle sue potenzialità fisiche”, perché non credere che lo svizzero un paio di altri sussulti possa averli? Accettando mentalmente di essere il numero tre. Lui che in fondo non ha logorato il fisico con un tennis da forzuto. Magari sull’erba, o sul veloce, se gli altri mollano il ritmo indemoniato. Ai posteri.

Fernando Verdasco: 5. Sempre più macchietta di se stesso. Stavolta riesce a perdere da Soderling (5,5). Ci sta, tutta la vita. Ma riuscire a farlo (mi raccontano) dopo aver avuto tre match point consecutivi, è impresa da artisti veri della sconfitta acrobatica.

Paolo Lorenzi: 7. Eroe autentico del tennis italiano al Foro Italico. Qualificazioni passate autoritariamente, prima di ridimensionare il maniscalco Thomaz Bellucci (-3). Poi l’acme si ha nella leonina sfida niente meno che a Rafa Nadal, spaventato per due set. Resistenza ad oltranza in trincea, e bliz a rete con una continuità che contro l'iberico non aveva mai voluto osare nemmeno uno che si chiamava Roger Federer, ed aveva la mano di Federer. Discese e zampate, surreali e divertenti tocchi pavidi, come ad aver timore di far male alla pallina. Tatticamente e caratterialmente, questo trentenne onestissimo professionista della racchetta è una faina. La tecnica è quello che è, ma non smette di migliorarsi. Sembra non essere uno di quegli italiani "con le spalle strette, che cercano sempre una scusa. Prima il vento, poi la pioggia...", citando Moretti.

Il resto dell’italica ciurma. Attesissimo Filippo Volandri, sempre in palla a Roma. Stende De Bakker, s’inchina ad un Wawrinka non in stato di grazia. Troppo per Flavio Cipolla, Ivan Ljubicic. Potito Starace fa il suo mestiere da buon top 40 (su terra battuta) sconfiggendo Dolgopolov e Troicki in versione dimessa, poi non ci capisce niente con Murray. Pur ammirevole, al campano manca sempre la risposta ed un guizzo per poter tentare il gran colpo con quelli di categoria superiore o con un tennis imprevedibile. Andreas Seppi al rientro strappa un set a Juan Monaco (sua nemesi storica e fisica), Simone Bolelli dopo il trionfo al Garden torna sulla terra (non come superficie) ed a confrontarsi con quelli veri. E prende sapide sberle dallo schiaffeggiante Nicolas Almagro (5,5). Fabio Fognini, claudicante (narrano), mostra tutta la sua essenza di tennis-semaforo. Di solito si esalta quando è sotto, s’appisola quando è sopra. Discontinuo (nello stesso match) se ce n’è uno. Vince i punti difficili, perde quelli facili. E spesso perde anche i match. In tre set.

Istantanee en passant. Il pallonetto in recupero delle samovente Romina Oprandi, un colpo giocato con la racchetta che passa tra le gambe. E Daniela Hantuchova, basita, sbaglia lo smash. Incanto vero. "Questa ragazza gioca un tennis arcobaleno", dice il telecronista inglese. Ci ha ragione, ci ha. Ma oltre alle cose belle, vi sono anche le nefandezze: Rimane impressa nella mente l’immagine degli ultrà serbi capeggiati dalla dinastia dei Djokovic. Tutti in fila, con sciarpa, felpa e cappellino identici, marchiati “Nole”. Raggelante. E dall’altra parte mamma Jude Murray. I due drappelli di facinorosi si beccano, s’insultano, rischiano di venire alle mani. Entra nella querelle anche Nole, con gesti inequivocabili. Per una volta avrei tifato per la mamma bacucca di Scozia, che li stendesse tutti una volta per sempre a suon di morsicate al curaro. In futuro, non escludo che la federazione internazionale possa introdurre anche nei campi da tennis gli stewart e gli agenti della gendarmeria, per limitare le intemperanze di simili facinorosi. I genitori. Cosa c’entrano col tennis? Credo nulla. Fa da contraltare la timida presenza sugli spalti della fidanzatina normale di Rafael Nadal, tal Francisca. Nell’immane coro serbo-romano sovraccarico d’eccitazione, ella grida a mezza e tremula voce “Vamos Rafa!” e poi fa una smorfia di dolore, simile ad un singhiozzo accennato.
Notevole, mica da ridere è l’immagine di tal Baccini con addosso la merlettata canotta rosa di Francesca Schiavone. Doveva essere di buon auspicio. Chi è questo Baccini? Non lo so mica. Io sono come Mourinho e conosco solo "Baccini de monaco de Tibete", il cantautore, quello col parrucchino che scrisse due discrete canzoni. Tutti ne parlano male, in giro, di quest’altro Baccini. Ma come tutti quelli che non conosco, mi sta anche simpatico. Rimane un quadro di inquietante impressionismo vederlo con canotta rosea. Oltre che leggendario menagramo.

Donne, tu-tu-tu. Un torneo di bruttezza epocale. Lancinante. Stordente. Lacerante. Paralizzante. Mortifera. Persino peggio di quanto visto a Madrid. Un mausoleo di orrore che trova la degna regina in Masha Sharapova, brava a randellare della grossa attorno all’assordante vuoto. Fa riemergere a galla frotte di pesci ratti delle cristalline acque del Tevere, stecchiti dai suoi atroci ragli. Tutto facile, senza le Williams, Clijsters e con le altre in riserva (Carolina l'afflosciata). Semplicemente imbarazzante è la finale con l’australiana Samantha Stosur, perdente nel dna e nelle pupille degli occhi afflitti. Si aspetta con trepidazione che l’aussie entri in campo, ma il match è già finito. L’urlante statua siberiana può picchiare da ferma, indisturbata, senza che l’altra (che pure potrebbe) si degni di spostarla, farla correre un minimo. Davvero raccapricciante ed incomprensibile. Persino la numero 150 al mondo, qualcosa avrebbe provato. Sammy con le braccia da Mastro Lindo no, aveva perso prima di entrare in campo. La siberiana era però già a casa nei quarti contro Viktoria Azarenka (la più decente, in questo momento), prima che la bielorussa valchiria non si facesse la bua al braccio. Due righe le merita, l’adorabile Linda Blair de noantri. Da quando vince, non dà più in demoniache escandescenze. Rimane però impresso nella memoria come una pugnalata al costato quella faccia violacea, e le labbra serrate per contenere il pianto di irrefrenabile dolore, mentre colpisce le ultime palline. Prima dell’applauso del pubblico, denso di pietà. C’era Francesca Schiavone, certo. Doveva vincere al Foro, sicuro. Divelta come un calzino da Samantha Stosur (che quando non c'è una finale di mezzo, gioca a tennis). Niente di strano, però. La milanese, malgrado si atteggi a novello mix tra Martina Navratilova e Chris Evert (e qualcuno lo crede per davvero), rimane una buona tennista da top 15/20 incapace negli ultimi mesi di battere una (una) top ten. La surreale parentesi di Parigi, frutto di irripetibili congiunzioni astrali, rimane una parentesi.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.