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lunedì 25 luglio 2011

ELUCUBRAZIONI TENNISTICHE SUL MICROCOSMO E SU VOLTEGGIANTI CINGHIALI ALATI


Mi avevano invitato per un fine settimana toscano all’insegna della bucolica meditazione, in una villetta immersa nel verde. Una specie di ostello porto di mare del viandante, oasi rigenerante e casa di cura per menti tribolate. Consapevole della mia nota passione per la Toscana, i mezzi week end da non abbiente in nostalgiche lagune e l’ancor flebile attrazione per le racchette, la tizia mi ha prospettato financo una possibile capatina ad Ortebello. Tanto per vedere un po’ di tennis, assistendo con palpitazione al challenger nostrano. Ho meditato una mezza giornata, poi ho preso una decisione densa di retorico rifiuto: “Se Paire arriva in semifinale, forse faccio un salto a vedere il magnifico torneo…per il resto tu stai col tuo compagno, e le tue ospiti sono quasi tutte aspiranti poetesse suicide o impasticcate. Spesso ambedue le cose. Io ho bisogno di accoppiarmi con gente sana…”. Ha riso, pensando ad una battuta. Invece ero serissimo.
Alla fine sono rimasto a bere dalle mie parti perché Benoit Paire, prevedibilmente, ha preso gran paga da Filippo Volandri nei quarti. Il bohemienne transalpino aveva però cosparso di melassa e un po’ di ridicolo Matteo Trevisan. Qualcuno se ne è anche meravigliato. La meraviglia non meraviglia di certo, perché spesso chi non è capace di vedere i problemi, continuerà ad averli, i problemi. E meravigliarsi, meritando simili tennisti. Questo risultato, e qualche stralcio di match che riesco a carpire, mi impone una dotta riflessione filosoficamente retorica. E’ pura crudeltà, accanimento vero per chi ancora si ostina a tifare la “nazione” e non il semplice bel tennis. Senza voler tirare in ballo il fatto che uno ha già passato le qualificazioni e vinto gran match negli slam e l’altro si dibatte bizzosamente nei futures, è altro quello che mi interessa. Come possono i nostri odiati cugini avere un classe ’89 così divertente, elegante, ricco di geniale talento sregolato, mentre il nostro pari età è una “cosa simile”, agricola, macchinosa e rudimentale? Di tipi simili, con un ipotetico buon dritto, ce ne saranno almeno 200. Un centinaio si migliorano con abnegazione e riescono anche a vedere temporaneamente i primi cento o più, per gli altri svogliati entrare tra i 300 rappresenta già un miracoloso traguardo da tenersi ben stretto. Perché oltr’alpe devono avere una giovane terza linea così brillante, mentre i nostri sembrano dei mezzi fabbri ineleganti, incapaci, viziati e pieni di sé (senza alcun motivo plausibile)? E’ orribile tutto ciò, noi che siamo noti nel mondo per le arti e la geniale fantasia. Poi il discorso, come sovente mi accade, è debordato in un distonico confronto assai malvagio. Loro hanno Tsonga e noi Seppi. Da quelle parti si tengono strette le paturnie di un Gasquet, mentre qui fibrillano per quelle di un impettito Fognini. Da un lato c’è Simon, dall’altro Starace. E’ come paragonare una tazza di merda ad una tazza di cioccolato (citando il sommo Faber). Cos’altro vuoi pretendere, in Francia v’è il contestato, ma ancora democratico, governo delle destre, in Italia vige una stramba monarchia degna di uno spettacolo del Bagaglino trasferitosi a San Vittore, retta da un povero satiriaco pazzo e pluri imputato.
La situazione è molto triste, ho concluso. Tempi duri, si abbattono su di noi. Ci sta la crisi anche dei bloggers. Proprio giovedì mi è arrivata una proposta di collaborazione assai allettante. Ma senza benefits (una cassa di beck’s e due escort polacche al giorno, chiedo) non consento a nessuno di godere dei miei servigi intellettuali. Gioco forza scrivo meno, perché la mezz’ora mattutina e quella post pranzo, le utilizzo per scommettere. Ci vogliono pochi minuti, un po’ di lungimiranza e minima conoscenza delle situazioni tennistiche. Volete esempi? Bene. Lars Uebel è l’allenatore sparring niente-di meno-che del Picasso Petzschner. Modesto ex top 300, ritiratosi da tre anni buoni. Giocava ad Astana solo per riempire il tabellone, un primo turno col mediocre (ma pur sempre tennista) Dustov. I pazzi lo davano ad 1,44 (follia reale), peccato solo che non fosse quotato il 2-0. Piazzo venti euro sull’armadio uzbeko di Bolzano. Quello vince 6-0 6-1, ed io due bei pacchetti di sigarette americane. La crisi si sconfigge così, col genio e la fantasia italici sventrati di cui sopra. Certo. Ora poi le bionde sono anche aumentate, come anche la benzina, al seguito di quella geniale manovra delle libertà che ci vede tutti uguali nel dover pagare i generi di prima sussistenza. Figli di Onassis come il cencioso, tutti vittime degli aumenti in modo paritario. E’ meravigliosa questa delinquenziale economia politica delle libertà vigilate. Ma aspettando che li impalino tutti in piazza con affilate mazze di frassino (“dove non lo saprete, dove non si saprà…”), faccio altri esempi di come la crisi può essere aggirata. Gorge Bastl, 36enne svizzero dal discreto passato e famoso agli annali per aver messo fine alla carriera di Pete Sampras a Wimbledon. Sfrattato e con problemi economici, continua a girare il mondo, giocare qualificazioni e perdere, assestato attorno al numero 800 al mondo. Ora, guardatelo un attimo nella foto in alto. Vuoi che uno ormai ridotto in quel modo possa meritare fiducia contro l’australiano Luczak? Bene, altre sigarette gratis alla faccia degli aumenti.
Ieri poi, giungo a casa in sul calar del sole. Mi sintonizzo sulla finale dello slam di Ortebello (ancora, direte. Sì, ancora). In quella oscena disfida Italia-Francia già sviscerata, le prime e le seconde linee italiane hanno poi avuto il sopravvento sulle quarte e quinte linee d’oltralpe. Volete che possa minimamente interessarmi l’epica battaglia tra Volandri e Matteo Viola? Manco per il cazzo. E’ in ballo invece la vincita di un doppio pieno di benzina per la mia fiammante utilitaria. Ho ovviamente piazzato il buon Pippo in una scheda con altri quattro match (già presi). Fremo per il nostro eroe al caciucco, che però ha già perduto il primo set. M’incupisco un poco. Tutto ciò dovrebbe farne aumentare l’ammirazione, ma come diavolo può un tennista come Viola essere nel circuito e persino tra i primi 200? Senza colpi e con un servizio che al confronto quello di Volandri pare una fucilata in stile Sampras. Una cosa surreale. Forse esiste, ma io non ho mai visto un servizio peggiore, tra i primi millecinquecento al mondo. Non ne sono al corrente, ma l’unica spiegazione sarebbe un problema fisico alla schiena. Sorge però un’altra acuta riflessione, che si porrebbe anche il fruttarolo di mestiere: “Perché i tennisti italiani (mica solo Viola) servono in maniera così indecente? Inostri luminari tecnici delle scuole sono stati avvertiti che senza servizio non vai da nessuna parte? Che la battuta è un colpo che si allena e si migliora? Che nessuno nasce tirando servizi come Muller nella culla? Cosa vuoi pretendere da chi alza le spalle e ti  risponde: “nascerà anche in Italia un Federer…”. Davvero sembra d’esser ai titoli di coda di una comica di Ridolini. Alla fine il livornese riesce a riacciuffarla e farmi vincere il doppio pieno. Può piacere o meno, ma Volandri resta quanto di meglio c’è stato nel tennis italiano degli ultimi dieci anni. Senza servizio. E dopo ieri mi è anche più simpatico. Si è ricostruito una classifica per qualche sparuta apparizione nei tornei Atp, e continuare a mietere successi inferiori.
Altrove, nel mondo, v’erano stanchi tornei senza molto senso. Ad Amburgo si ritrovavano quelli tra la decime a la ventesima posizione, alla ricerca di punti ed una vittoria. Almagro, Youzhny, Simon, Monfils, Melzer, Verdasco. La spunta il mellifluo pallettarismo trasparente di Simon. Ma dove ci sono le seconde linee, poca vita per gli italiani. Pronti-via-fuori. Per la triade Seppi-Fognini-Starace verranno tempi migliori, quando anche le seconde linee non ci saranno (e magari nemmeno le terze). Nessuno dei nostri eroi, gente che pure i soldi dell’aereo dovrebbe averli, s’è invece sobbarcato la tremenda trasferta negli Usa. Vi andranno solo per gli obbligatori Masters 1000 e per un’allegra gita remunerata con macchina fotografica a tracolla. Seppi l’erbivoro non avrebbe fatto bene a Newport? E Cipolla? Altra delusione incredibile. Dopo essersi guadagnato stima e punti in sperduti challengers oceanici, avvicinati i cento, invece che cimentarsi a Newport o Atlanta dove pure era iscritto e sarebbe entrato, che fa? Gioca le qualificazioni a Recanati, un bel 30mila nei ridenti e natii luoghi del Leopardi. In Italia non abbiamo tornei Atp oltre a Roma,  ma almeno una trentina di questi tornei, nell'arco dei 12 mesi. Si potrebbe vivacchiare solo con quelli, magari anelando un invito al posto del sordido usurpatore Muster. Siamo italiani, del resto. Tiriamo a campare. Chi per vincere le sigarette con le scommesse, chi giocando a Recanati. “Tanto prima o poi nascerà anche qui un Federer…”. Per la cronaca, Mardy Fish si impone in finale su John Isner dopo aver annullato due match point. Laddove Rajeev Ram fa addirittura quarti di finale.

lunedì 18 luglio 2011

IL CIVETTUOLO LAMPO DI MARIA JOSE’


Scusandomi per il silenzio, ma mi tengono recluso in casa, imbavagliato e zittito. Come si fa coi pazzi pericolosi per se stessi e per gli altri. Evitano, le forze massoniche dominanti il tutto, io possa proferir parola, verbo o innocua barzelletta demente, che risulti sciagura autentica per un paese sull’orlo del fallimento totale. Che triste fine.

Ci sono settimane orribili, venate di inspiegabile fatalismo. Nel tennis e nella vita reale. Perché il tennista, prima che atleta rimane pur sempre uomo di carne e frattaglie. Ed allora, ben attento a non ricadere nell’ancor più raggelante spirale di commenti e parole dense di smielato dolore morbosamente finto, non rimane che annotare le tristi vicende estive di un ventenne che voleva giocare a tennis e non può più, dopo aver vinto il primo punto Atp. O di una poco più che ventenne ragazzona russa ora impegnata in un coraggioso match dove non ci sono in palio quindici, pallate o servizi vincenti. Il resto è aria ribolitta.
Ma pure in una settimana così difficile, v’è stato del tennis giocato. Non è certo il periodo più intenso della stagione l’immediato post Wimbledon, quando gli Us Open sono ancora un miraggio troppo lontano. Luglio, con le cicale nell’acme del loro delirante concerto suicida, è periodo ideale per una fertile raccolta di bottini minori. Coi più forti in vacanza, e gli inseguitori a trotterellare svogliati. Da sempre il luglio-agosto (non più del “chiacchierone interista sotto l’ombrellone”, i tempi cambiano ragazzi miei…) è ambitissimo dai tennisti italiani, anche se, dopo il successo horror-noir di Seppi ad Eastbourne, si è accumulato credito per altri quattro anni buoni d’astinenza. Ecco allora che a Stoccarda si rivede Juan Carlos Fererro. Passati i trenta e reduce da un grave infortuno, mille acciacchi e sconfitte contro il Vagnozzi di turno, ben pochi avrebbero pronosticato un ritorno al successo del “mosquito”. Al più lo spettro del ritiro s’era fatto fortissimo. Invece ci riesce battendo il giovane connazionale Andujar in finale e dimostrandosi vivente esempio di abnegazione, serietà ed umiltà per chiunque voglia iniziare questo sport e non abbia il cristallino talento naturale di Fognini o Petzschner (questa è una battuta doppia, lo ammetto).
A Bastad, un anno dopo l’increscioso epilogo quasi omicida, torna Robin Soderling. E stavolta brutalizza tutti a suon di pallettoni d’acciaio. Quattro games a Ferrer in finale, uno (sì uno, a mo’ di compassionevole concessione) al fulgido talento “gazzolesco” Berdych.
Ma è l’altra parte del cielo (citando il sommo statista massone, attualmente ancora recluso ed imbavagliato affinché non proferisca parola-frescaccia alcuna) a far palpitare di emozione il mio cuore nero. Palermo con le arrembanti azzurre? E chi se ne strafotte, scusandomi per la licenza poetica (sono poeta certificato alla Siae). Tra l’altro la truppa di italiane manca il successo, sgominata da Cetkovska e dalla giovane slovena in gran crescita Polona Hercog, domata in finale dalla maggior esperienza della spagnola Medina Garrigues.
A far gioire e placare i miei ardori, in un mezzodì di una domenica balneare è Maria Josè Martinez Sanchez, che va a prendersi il quarto torneo Wta a Bad Gastein. Ad oltre un anno di distanza dall’irreale trionfo romano, guidata da divinità propizie. Miracolo autentico o giustizia divina che si palesa, fate un po’ voi. Vince Maria Josè, tutta fasciata in nero e sensuale gonnellino color mandarancio di Girgenti, rimandando a strabiche idee di erotismo languido. Frementi gioie adolescenziali. Risveglia gli ormoni tennistici più storditi, questa spagnola atipica. Una sostanza difficilmente spiegabile che pulsa e fa vibrare l’animo da troppo tempo inerme innanzi a brutture smidollate di vario genere. Assuefatto alla roncola o alla vanga tennistica. Vince un torneo, occorre dirlo in un rigurgito d’onestà intellettuale ormai sopita, di livello modesto pur impreziosito da ragazze in forte ascesa come Goerges e Gajdisova, impegnate in divertenti escursioni sulla montagna.
L’iberica farfalla svolazza meravigliosa su quel campo in terra, con le alpi austriache sullo sfondo a mitigare la calura. In quell’aria appena rarefatta dall’altura, dove le sue parabole divengono più ficcanti e frizzanti, la spagnola si esibisce in un concerto lussureggiante che è vicenda unica nell’attuale scenario Wta. Una specie di attentato romantico. Tale Mayr, tennista di casa in ascesa dai capelli color platino e pelle lattea, può davvero poco. 
E’ una cruenta esecuzione dolce. Gran servizi, civettuole smorzate con le ali in risposta, parabole talmente atipiche da far balzare in piedi, condite da volèe di gran puntiglio. C’è davvero tutto il campionario in quei sette games iniziali di dominio. L’avvilita padrona di casa è pallida come un panno bianco steso e sbattuto dal sole d’iberia. Inerme di fronte a rovesci d’attacco piatti, dritti uncinati, palombelle senza ritorno e colpi di volo finali. Si rianima solo quando la spagnola abbassa il ritmo d’infernale genio incontrollabile, ed il secondo set diviene partita vera. La mancina arranca, serve peggio, inizia a rantolare in modo inquietante, ma la spunta di gran mestiere 7-5.
Ebbro di gioia stappo una birra verde. A lei consegnano un trofeo enorme, che abbraccia un poco intimidita. Grottesca coppa, alta quasi una Cibulkova e mezzo. Poco importa, per quanto i numeri possano aver valenza, ora rientrerà tra le prime quaranta, pronta per i tornei sul cemento. Dove, logici paradossi di una attaccante raffinata, riesce ad arginare l’altrui randello con più difficoltà che sull’argilla. Vedremo, disse il veggente ubriaco.

lunedì 11 luglio 2011

DAVIS BALNEARE



Chi pensa io sia solo un dannunziano esteta dedito all’autoerotismo cerebrale, è chiaramente fuori strada. Attraggo in modo inconsciamente volontario tutto ciò che è mostruosità surreale. O forse, essendo pazzo, quella mostruosa irrealtà la vedo dove gli altri non se ne accorgono. Sarà mica un caso se gli unici due minuti visti di Italia-Slovenia, match valido per l’ingresso nei playoff di tennis, coincidono con qualcosa che supera la fantasia. Si gioca ad Arzachena, in un clima da vacanze al mare e cicaleggiante villaggio marittimo. Tutto rimanda alla spiaggia e la finissima rena bollente appiccicata a corpi semi ingnudi. Racchettoni ed una partitina a beach volley tra due coppie scarse e miopi, al più. Le due squadre si danno battaglia su un campo che è pura caricatura di ogni cosa. Una specie di cumulo argilloso simile ad uno stagno seccato o ad un campo di cipolle arato di fresco. Una cosa mai vista, nemmeno nei tornei della parrocchia a Torricella Peligna (leggasi, per chi non lo ha ancora fatto, “Un anno terribile”). Le cicale cantano in un concerto pazzo, e quando vanno a riposarsi, col tramonto incombente, tocca ai grilli squilibrati venare quell’incontro di bucolica gioia rumoreggiante. Ed ecco il cambio di campo, con l’orizzonte come una sfuocata palla incandescente e le immaginarie acque in lontananza che ribolliscono placidamente.
E’ qualcosa di meraviglioso. Sugli spalti degli svitati seminudi ed aspiranti veline in pareo, appena uscite dalle acque cristalline del mar sardo. Nemmeno lontanamente immaginabile, tutto ciò che avviene. Starace con un asciugamano in spalla, come un bagnate stanco sta servendo nel secondo set, dopo aver perso il primo. Ha la faccia triste di chi tanto la vince lo stesso, e procede mesto, avvolto nel tramonto estivo. Salgono alla mente i ricordi di battaglie all’ultimo sangue al circolo di Fregene, e quell’odore salmastro e di alghe marce che giungeva sospinto da un venticello caldo. Assai arduo venire a capo di un sessantaduenne immobiliarista arricchito con la pancia a forma d’anguria che ad ogni scambio gridava "ci vorrebbe 'na bibbita fresca, co st'arsura...".
Poi all’improvviso arriva l’acme del gioiosamente surreale, l’altoparlante che spara a mille delle melodie in stile balera anni ’80, con la mente che va ad anziani ammiccanti, ancheggianti e languidamente danzerecci. Qualcosa di monumentale. Un inno ai miei ricordi più tristemente infantili. Un abile psichiatra, mi proibirebbe di ascoltarle a vita. Ma la musica sovrasta nettamente le parole del “muto” Barazzutti e quelle dei telecronisti che pare stiano commentando l’elegia funebre di un mozzo in alto mare. E quelle note rimbombano, con la commovente voce assente di Claudia Mori d’annata. “Quando ho bisogno di te, succede che tu non ci sei…Troppa fiducia rovina l’amore! E non, succederà più, che torni alle 3, ed io m’addomento senza teeee…”. Sono rapito da quelle parole, e quella melodia senza tempo che richiama attimi di senile brio in una discoteca d’ospizio. E quasi non m’accorgo del piglio del gran condottiero Barazzutti in bermuda-mare. “Frulla e vai” pare dica, pensando di essere ancora sul centrale di Parigi. Qui prova invece a tenere a bada i rampolli d’italica stirpe racchettara che si dibattono nel concerto di grilli. Quand’ecco che parte un’altra melodia immortale. Voglio dire, una dietro l'altra, col dj ormai in un vaneggiante crescendo: “Ha, ha, ha, ha-haaa…sto perdendo-sto perdendo, sto perdendo-sto perdendo, tempo! Ma una sera incontrò un ragazzo gentile, lui quella sera era un lampo e guardarlo era quasi uno sho-ok! Sembra un angelo caduto dal cielo… Ha, ha, ha, ha-haaa…”. Ora è delirio vero. Nada, l’immortale Nada. Uno dei mie primi sogni erotici, per ripicca. Quella canzone mi riporta ai momenti più bui dell’esistenza. Settembre inoltrato, ed io al mio primo giorno di scuola, fuori dall’edificio scolastico color del cemento. Tutti i bimbi olezzanti ed infiocchettati tornavano a casa a bordo delle loro auto di lusso. E del 128 verde oliva di mio padre, nessuna notizia. Probabilmente dormivano della grossa. Mia madre era ingrassata per colpa mia. Mio padre malediceva quei secondi di avvinazzata disattenzione estiva. I miei occhi divennero dei passerotti bagnati, la maestra mi teneva la mano e scuoteva il capo, mentre dal chiosco di bibite fresche con l’insegna verde “7up”, quelle note malvagie e melancoliche continuavano a rimbombare implacabili, “ha, ha, ha, ha-haaaa”. Il mio psichiatra ne è convinto, quell’episodio ha minato la mia esistenza rendendola meno serena. Almeno quanto la visione di un match di Perez-Roldan o la risoluzione di un problema geometrico con seni, coseni e tangenti. Ovviamente lasciato in bianco.
Ora quelle note surreali, durante un match irreale. I nostri eroi poi, vincono in modo agevole contro i volenterosi  e macchinosi sloveni, continuando la marcia verso quella serie A che manca dai tempi degli Intillimani. L’unico picco d’estrosità lo offre, ovviamente, Fognini. Il ligure, ebbro di una contagiosa simpatia debordante da ogni poro, si rifiuta di rispondere alle domande di Scanagatta, facendo delle smorfiette d’antologia. Niente di strano. Ogni sultanato che si rispetti ha il suo Santoro. Scanagatta sarà per la Fit fumo negli occhi, come Santoro lo è per il governo del fare. Come il premierissimo non riesce a “fare” a causa di un giornalista lazzarone, anche l’italtennis non può vincere la Davis per colpa di Scanagatta. Contenti loro...

“Gasquet, le guerrier!”
















Ma altrove si giocavano anche i quarti di finale del tabellone principale. Match di cartello ad Austin, Texas. Usa-Spagna. Voglio dire, 60 gradi all’ombra di un torrido luglio texano, e quelli giocano in un palazzetto coperto. Ci saranno anche i condizionatori, ma la cosa mi provoca ugualmente una sensazione di soffocamento. Il capitano Usa, Jim Courier il rosso, vestito di tutto punto come un becchino, svita bottigliette e le serve ai suoi giocatori. Poi osserva l’andazzo con lo stato d’animo della vacca che attende il prossimo treno. Mezzo suicidio americano contro gli spagnoli privi di Nadal. Avevano provato la genialata di costruire un campo veloce come un lastrone di ghiaccio dell’Alaska per mettere in trappola Ferrer. Ma quello vanga ogni cosa, incurante di tutto. Ed in un orripilante e codardesco match al “ciapa no” si dimostra meno perdente (ma solo un po’) di Mardy Fish. Titubante, l’americano, confusionario e goffo come ai tempi in cui era obeso ed atrocemente sfarfallante di dritto come quando non è sereno. Il resto lo fa un Feliciano Lopez in gran spolvero. E se gli Usa avessero giocato all’aperto, magari su erba, con Isner (fresco dominatore, con un solo piede, a Newport) invece del Roddick ormai ridotto al lumicino e di un Fish più spaurito di un cerbiatto gobbo nelle fauci di un leone sdentato? Chi lo sa, non sono mica indovino.
Approda in semifinale anche la Francia, grazie ai suoi quattro moschettieri. Illumina il proscenio Richard Gasquet, che come un gladiatore moderno rimonta due set a Florian Mayer e dà il primo punto ai galletti. “Le guerrier”, titola L’Equipe, con un pizzico di sadica autoironia involontaria. Certo è che, in tempi non sospetti, Richard cuore di drago forse i due set li avrebbe anche rimontati. Ma avrebbe finito per soccombere 13-11 al quinto, dopo aver recuperato miracolosamente dal 2-5 ed aver servito anche per il match due volte, terreo in volto. Insomma, visto che l’abbiam buttata in musica, "Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette (ed un testone abnorme)….Riccardino cammina che sembra un uomo...col cuore pieno di paura...quest’anno salirà alla classifica numero 7. Eh, Riccardino non aver paura di sbagliare un dritto a campo aperto, non è mica da questi particolari, che si giudica un tennista. Un tennista lo vedi dal coraggio (e come no), dall’altruismo, dalla fantasia…”, come diceva De Gregori scrivendo questa canzone con Gasquet nella mente, pur non essendo nato. Da rimarcare il confronto, a risultato acquisito, tra Petzschner e Llodra. Il match più bello dell’anno. Col Picasso improvvisatosi istrione ad aizzare gli spettatori, sorridendo delle sue disgrazie come nel giardino di un centro d’igiene mentale. L’autoironia è la virtù dei grandi, del resto. Impagabile, come si fa a non adorare una simile “cosa”? Tra l’altro vince 6-3 6-4. Nei match inutili è top ten vero.
Passeggia anche l’Argentina di Del potro sui resti delle truppe mercenarie Kazake, e la Serbia sulla Svezia priva di Soderling, che forse avrebbe fatto miglior figura a schierare in singolo il 50enne Mikael Pernfors, magari qualche smorzata e chi lo sa…

lunedì 4 luglio 2011

WIMBLEDON 2011 - LA SCONSACRAZIONE


Giornata del post mortem - ora posso svelarlo, la mia lettera di auto implorante licenziamento dalla fabbrica di biscotti “sgranocchia-ben”, mi fu dettata dal Bisignani

(essendo tempo di esami, nessuna insufficienza grave. Tutti promossi)

Novak Djokovic: (il nuovo numero uno, debbo pure pagellarlo?). Fermatelo voi, se ne siete capaci. La consacrazione definitiva doveva necessariamente avvenire sui sacrali ed immacolati campi di Wimbledon. Come ispirato Pippo Franco che riceve la palma d’oro a Cannes. Seduto al fianco di Woody Allen. Si può pensare alla consacrazione ancestrale, o sconsacrazione del premio stesso. Fate vobis. Io pendo tutto per la seconda ipotesi, con quel centrale ormai sconsacrato, avvolto da fiamme pagane. Domina anche sulla sconsolata ed inerme erba, divorandosela e abbrancando palline con occhi appallati e scucchia orrendamente ritorta. Come su terra o cemento, cambia poco o nulla. E’ ormai in una condizione psico-fisica che lo rende immune da quasi tutto, e giustamente raggiunge anche la prima piazza mondiale, come degno coronamento. Soffre, solo un po’, le giovanili esuberanze di Tomic e le fiammate goduriose di Tsonga. Poi trionfa su Nadal, ormai divenuta sua sacrificale e simbolica vittima. Il resto è un mare d'inquietante isteria pecoreccia che lo circonda. Mai visto nulla di simile. Un battaglione di parenti-amici-ultrà che si eccitano scomposti come nemmeno dietro le reti della “bombonera” per un goal di Martin Palermo. Una sequela di immagini agghiaccianti, col babbo sempre sul filo del prolasso, la madre, bianca come un cencio a pregare ognissanti di Serbia, il fratellino che pare uscito da un riformatorio per ricchi snob, e dulcis in fundo, la ciliegina per l’occasione solenne: Il presidente agitato come “l’ultrà Ivan” sulle tribune di San Siro. Tutto paonazzo, rischia di ruzzolare giù per la contentezza. Provate ad immaginare il nostro premierissimo satiriaco sul centrale di Parigi che si agita per Francesca Schiavone. Beh, una delle poche figuracce internazionali che ci mancano. Quello al limite lo avrebbero rinvenuto con gli occhietti vitrei dietro le sottanelle svolazzanti di qualche tennista under 17. Ha rotto gli schemi Nole, dicono in molti. Dipende come si rompono, direbbe un altro. Se questa moda dovesse fare proseliti, azzardo, dal 2012 vedremo anche qualche passamontagna e i fumogeni sul centrale di Wimbledon.

Rafael Nadal: 6. Detronizzato implacabilmente, con l’immagine della sconfitta dipinta sul volto. Ha ormai trovato in Djokovic il sadico fustigatore con inquietanti sembianze esagitate. E la tournè americana, sindromi d’appagamento serbe a parte, non promette nulla di buono. Si arrampica alla finale con buone prestazioni ed i soliti trucchetti da scugnizzo dedito alla commediucola dell’arte. Rimane cosa bruttissima l’abuso del medical time-out personale. Stop auto imposto all’inerme arbitro prima di un tie-break decisivo, nel match che rischiava seriamente di perdere contro Del Potro. Come l’anno scorso e come l’anno prima, stessa spiaggia, stesso mare. Poi è feroce nel dilaniare ancora le velleità di Murray in semifinale. Djokovic fa giustizia, per una volta.

Jo Wilfried Tsonga: 7. Pura sciocchezza e consolatoria menzogna intellettuale, parlare di vincitore morale. Sia chiaro, la coppa e la finale è andata ad altri. Rimane, invece, il trionfatore del bel gioco visto a Londra, mettiamola così. Dal gran match vinto con l’astro nascente Dimitrov (6+), all’epocale stesa inferta a Ferrer (5, allo sbarazzino ciuffetto da Shining), fino alla fenomenale rimonta a Federer ed i maestosi guizzi di quel fine quarto set con Djokovic. Un quarto d’ora di delirio puramente dimostrativo, perché poi è la costanza a contraddistinguere chi alza le coppe degli slam. Spacca il granito e lavora finemente il cristallo, con quel braccione. Finalmente risparmiato da infortuni e piccoli acciacchi, questa poderosa macchina da spettacolare tennis ha dimostrato che può ancora essere protagonista. Dio, e quel fisico da bisonte di cristallo, permettendo.

Andy Murray: 5,5. Aspettando un Godot, disgustato da se stesso. Ennesimo delirio d’isteria inglese costretta a fare confusione tra croce di San Giacomo e Sant'Andrea pur di potersi dire patria del campione di Wimbledon, disatteso mestamente. Il ragazzo sa ben giocare al tennis. Possiede bel braccio, discreta tecnica e buona tattica. Non abbastanza per contrastare lo strapotere fisico di Nadal e Djokovic, che giocano quasi un altro sport, specie al meglio dei cinque set. Fagocitato implacabilmente da Nadal in semifinale e dalle troppe, asfissianti attese che lo circondano da anni.

Roger Federer: 5,5. Il re nudo, che si cala tra le genti arrembanti e rabbiose. Etereo, innaturale e distaccato. Ne potrei scrivere una preziosa ed immortale opera letteraria, che batterebbe ogni record (negativo) di vendite: Nessuna copia venduta. Perché la verità, in fondo, è sempre più semplice di come la si descrive.  L’eroe distaccato dei mille record ha ormai un livello di tennis inferiore a quello degli altri due. Per intensità, picchi di atletismo forsennati e soprattutto costanza. Poi può anche capitare uno Tsonga in versione mostre, cui inchinarsi. Ma vederlo senza nemmeno l’apparente voglia di provarci, quasi fosse stato sorpreso dall’insolente rimonta del ragazzone di origini congolesi, rimane affare stridente seppur in linea col suo personaggio. Io faccio caso a parte rispetto a chi si costerna per i mancati record, ed anzi, la storia del campione in parabola discendente mi ha sempre affascinato. Rimango pur convinto che sui prati, la differenza con gli altri due si assottiglia, e se la sarebbe anche potuta giocare, dalle semifinali in poi. Ma stavolta c’è stato Tsonga, e dunque non lo sapremo mai.

Bernard Tomic: 7. Volti nuovi nell’Atp. Oddio, parlare di volti nel caso del giovane australiano, potrebbe risultare crudele, visto quell’aspetto da Belpietro adolescente che si compiace dello scoop su un Fini dodicenne fotografato con delittuosi calzini più rossi della piazza rossa. Questo invasato ragazzino mi colpì due (o tre) anni fa nel torneo junior, visto per caso prodursi in una prestazione di folle difesa arroccata, quasi da letteratura mitologica. Raggiunge i quarti di finale, partendo dalle qualificazioni ed approfittando di un Soderling malfermo. Una precocità che lo accomuna ai grandi. Regolare e dal tennis facile, risulta meno appariscente di Dimitrov e Raonic (6, sfibratosi clamorosamente prima di trovare Nadal. Un caso, per carità.), ma forse con più carattere e tigna da vincente. Ai posteri.

Feliciano Lopez: 6,5. Altro protagonista inatteso, “Deliciano”, che si guadagna proscenio e sconfinata ammirazione palpitante di mamma Murray, battendo Roddick (5, sembra ormai aver mestamente imboccato il tristo vialetto). Shignon d’ordinanza, look da bel dannato e languide volèe morenti per questo esperto spagnolo che sembra abbia imparato a giocare su un campetto erboso del Queens australiano negli anni ’70. Infilzato tristemente da Murray nei quarti, match che poco toglie al suo bel torneo.

Mikhail Youzhny: 6. Si issa agli ottavi battendo Nicolas Almagro (5,5, sempre in attesa di trapianto facciale e delle meningi), a suon di barocche pennellate. Festa nazionale, quasi. Per un set mette addirittura paura a Federer, come ospite di un braccio della morte del Texas improvvisatosi fluttuante danzerino. Ma non ci crede nessuno, nemmeno lui. E finisce col soccombere. Sempre danzando leggero, lui così pesante e piantato in terra.

Juan Martin Del Potro: 6+. Sta tornando. Sembra un promo all’avanguardia. Non sarà mai un tennista da erba, per quanto queste specializzazioni possano avere ancora un senso. Quelle braccia allargate durante l’auto Mto imposto da Nadal, ben dipingono il suo torneo. Perde dal maiorchino, cedendo il primo servizio dopo tre ore di gioco. Ma, mi sbilancio, se il fisico regge, l’estate americana potrà segnare il definitivo ritorno.

Richard Gasquet: 6+. Lo osservi, e pare davvero il reduce da un coma. Con ancora immaginari elettrodi ed ammennicoli sulle tempie a studiarne il grave caso. In realtà è già da mesi restituito al mondo dei vivi, dei tennisti normali. Degno top 20 che sta imparando come scolaretto (per ora) disciplinato, la pazienza, la tattica ed i benefici della corsa. Splendente nei primi turni contro gente di livello chiaramente inferiore, delude chi si attendeva buone cose nell’ottavo con Murray. Un passo alla volta. Se riusciranno a condurlo nell’alveo di una disciplinata normalità di livello, nella quale poi incastonare i guizzi di anarcoide talento innato, il prossimo anno sarà, assieme a Del Potro, il primo dopo i quattro lassù.

Robin Soderling: 6. Stronca le velleità di Philipp Petzschner (s.v.) addentrandosi nel suo eremo/manicomio di delirante slice, e quelle di Hewitt (6,5), calandosi nel clima di battaglia epocale. Poi, quasi sciancato, si arrende Tomic. L’essenza del suo torneo sta in quei sorrisetti isterico-inquietanti che dona al suo angolo, per far capire che “’o n’in poss piò”.

Xavier Malisse: 6. Smarrenti guizzi e stilettate di purissima classe e protervia da numero uno di se stesso, che lo riportano nella seconda settimana di uno slam dopo sette anni. Addirittura favorito per un ingresso tra i primi 8. Se solo lo avessero avvertito in tempo che doveva anche giocarlo, il suo ottavo.

Mardy Fish: 6,5. Bellissimo torneo, ribadito dalla bella vittoria su Berdych. Gioca bene sul veloce ed ha una moglie da 8,5 almeno. Per il resto, quasi eroico nel tentativo di rimonta a Nadal.

Jurgen Melzer: 7. Anche quest’anno vince. Di questo passo supererà Borg, Sampras e Federer messi assieme. Come lo scorso anno, in coppia col Picasso. Stavolta trionfa assieme ad Iveta Benesova, nel doppio misto.

David Nalbandian: 5,5. La classe non è acqua ma, a guardarlo, birra e carne argentina alla brace. Per lui è già un successo epocale stare entro i cento chili ed avere qualche osso sano per poter competere. Perfetto nei primi due turni, dimesso e senza i proverbiali lampi contro Federer.

Lukasz Kubot: 6,5. Rimanda ad antiche idee di eroiche battaglie, questo marcantonio polacco. Come a Parigi, anche a Wimbledon si esalta passando le qualificazioni e facendo fuori nel main draw gente del calibro di Karlovic (4,5, pronto per qualche lampo di rigor mortis a Newport) e Monfils (per l’Onnipotente, no!). Gran servizio, risposte folgoranti e volèe coraggiosissime. Fermato ad un quindici dai quarti di finale da Feliciano, dopo furibonda lotta da fenomenali attaccanti rusticani.

Italiani brucanti: Fognini, non ancora al meglio, rinuncia in partenza. Poco più di un’ora di passerella per Starace e Volandri, indefessi terraioli in un’epoca dove le superfici non esistono più e persino Mello vince partite su erba. L’eroe di Eastbourne Andreas Seppi, non riesce rinverdire gli erbivori fasti di Rosewall (di cui è erede designato) e si arrende al maggiore spunto di Baghdatis. L’italico protagonista per caso si chiama Simone Bolelli, al solito ripescato come perdente fortunato dopo ignominiosa dipartita nelle qualificazioni, passa due turni. Batte persino un Wawrinka (5) più piombato del solito e monotematico nei suoi rovesci accidiosi. Ben più vario e mirabolante quello di Gasquet che fa capire all’italiano la differenza tra un  gran talento criminosamente gettato via, ed un buon tennista potenzialmente da top 50. Che se gioca bene e torna sereno, rimane da top 50. Segnali di risveglio comunque, se si pensa che lo scorso anno, appoggiato da dotte analisi tecniche, era restato in Italia a preparare i challengers argillosi.



Donne

Petra Kvitova: 8. Vince e convince questo campionato di gran mazzuolatrici, mostrando anche sangue freddo e buona personalità. Forse sarebbe arrivata in fondo anche a Parigi, senza i malanni alla spalla. Questa mancina gigantessa serafica, prevale perché rispetto alle altre picchiatrici del lotto dimostra minore isteria, frenesia e (non guasta mai) algida spocchia di nulla inguardabile. Lampante è la finale, dove argina con sapienza da veterana le folli sfuriate a mente spenta della rivale. Lei 21enne, l’altra 24enne e già vincitrice su quel campo a 17.

Maria Sharapova: 7. “E’ tornata Maria la bella”. Anche i cinegiornali, ne davano accaldate notizie. Che sia tornata, non v’è dubbio. Dopo due anni a trascinarsi e strillare a vuoto per i campi come pericolosa evasa da un manicomio navale, riacquistata un po’ di salute e mobilità, rieccola nel gotha. Sufficiente per stare a galla. Non ancora per vincere slam, però. Con le Williams che si dilettano in modo amatoriale ed una Kim sfasciata, basta la giovane Petra ben centrata a svilirne le ambizioni.

Victoria Azarenka: 6,5. Metteva terrore reale vederla scagliare i pugni nell’aere, appena qualificatasi per la prima semifinale di uno slam in carriera. E’ maturata e più serafica (certo, come una bomba ad orologeria che si contiene) rispetto a quando usciva dal campo salutata da salve di fischi ed ululati, per l’ennesimo scempio trucido messo in atto. Non abbastanza tatticamente, dove continua a mostrarsi scriteriata. Kvitova (sempre lei, merita un diploma da esorcista per meriti sul campo) disinnesca la sua virulenza annebbiata.

Sabine Lisicki: 7. La mina vagante, dimostratasi tale. Tedesca già più volte sul punto di esplodere e poi implosa, vittima di infortuni e larmanti capottamenti sul traguardo. Volto da cricetino, viso pallido e calzettoni da collegiale su gambe che paiono tronchi d’eucaliptus secolari. Vasta gamma di roncole e servizio devastante. Sorprendenti variazioni sul tema, improvvise smorzate con le quali fa fuori Na Li e ridicolizza Marion Bartoli. Forse appagata perde in semifinale contro la siberiana, un match che in altro momento avrebbe potuto fare suo.

Caroline Wozniacki: 5 (di pura, umanissima pietà). Come quel tale che si è comperato una Bugatti coi buoni del discount. Numero uno, ormai longeva, che dà la netta impressione di non saper più che fare e poter perdere quasi con tutte. O meglio, con quelle che azzeccano una giornata di buona violenza. Tutta tempestata di fiorellini di campo sulle bretelle, finisce a tappeto sotto i colpi della gnoma killer Dominika Cibulkova (152 centimetri di furia). Ora, potendo solo sperare che le scialatrici cicale schiattino al sole di luglio, sotto con Bastad, ove raccogliere punti come la piccola formichina di un metro e ottanta.

Tamia Paszek: 6,5. Sorpresa del torneo, questa tipetta tutta atipica e da discreto rovescio bimane. Fa fuori Francesca Schiavone, può poco per evitare d'esser divorata da Azarenka nei quarti. Occhi strabuzzati a guardare l’angolo, feroce pugno sbattuto sul cuore e surreali “ajde” (lei, austriaca) d’incoraggiamento. Mancano solo le urla belluine ad accompagnare i colpi, e poi il Dott. Frankenstein potrà dire d’aver prodotto la  mostruosa creatura perfetta.

Marion Bartoli: 6. Ci si era quasi convinti che avesse stretto uno scellerato patto con le divinità del brutto. Che l’avessero salvata ad un passo dal baratro contro Dominguez Lino e Pennetta. Arriva poi la vittoria con Serena, e quella convinzione si fa più corposa quando riesce a riprendere un match già perso anche contro Lisicki. Il tutto con colonna sonora impreziosita da scimmieschi “allez!”, sudata oltre l’umano e sbattendo la sciatta coda di cavallo che pare intrisa nella sugna di cinghiale. Terrificante, questa macchinetta dalle goffe fattezze e movenze irreali, congegnata dal babbo, una specie di scienziato del male applicato alla balistica tennistica, che avrebbe fatto la fortuna dei tedeschi negli ani ’30. Invece Marion finisce la benzina nel terzo set contro la tedesca, nessun balzelletto, nessuna taranta attendendo il servizio e nemmeno energie per la proverbiale caccia al moscone immaginario, che tanto impreziosisce la beltade delle sue esibizioni. Via, fuori, alleeez!

Williams sisters: s.v. Serena tornava dopo un anno condito da mille, serie, traversie fisiche. Venus dopo qualche mese ed acciacchi di varia natura. Riprendevano col tennis, una delle loro mille attività. Nemmeno la principale. Serena ferma e nettamente fuori condizione fisica riesce a vincere tre match. Idem una Venus un po’ più in palla, ma che si fa notare soprattutto per quel sobrio abitino brilluccicante degno della prima del Rigoletto. I tornei americani diranno molto sulle loro intenzioni, ma dovessi scommettere, non metterei molti danari sulla possibilità di rivederle a Wimbledon.

Francesca Schiavone: 5. Già con la testa a Parigi 2012. Si vede lontano un miglio che non ci crede nemmeno lei, dimessa, quasi intimorita dal poter vincere. Ma, comodamente sul divano, al povero coltivatore di cucurbitacee viene comunque spontaneo di consigliarle di smetterla con quei “frulloni” orrendi, che se non sei Nadal finiscono col dare all’avversaria tre quarti d’ora per girarsi come crede. Lo stesso coltivatore di tuberi vorrebbe vederla insistere di più con gli slice, gli attacchi e le volèe che pure sa giocare. Invece niente, pare rassegnata a non poter fare nulla sul veloce, vittima della forza altrui in via preventiva. Superficie o meno, aveva un tabellone da pasqua, natale, epifania, carnevale ed ognissanti, per approdare ai quarti. Invece basta una Paszek normale per farla fuori.

Flavia Pennetta: 6+. Anche la brindisina fuori al terzo turno, ma in netta controtendenza rispetto alla connazionale, dimostrando come si deve giocare sui prati. Sfodera forse il più bel match che le ho visto mai giocare, pur perdendo dopo battaglia di tre ore e mezza da Marion Bartoli. Colpisce in positivo l’abnegazione ed il lodevole tentativo di variegare il suo repertorio. Non è mai troppo tardi. Bellissime smorzate, come e quante non ne ha mai giocate nell’intera carriera, che mandano in tilt il botolo d’oltralpe, godibili volèe e variazioni brillanti. Insomma, perde ma vince.

Maria Josè Martinez Sanchez: 6,5. Piccole fiammelle di classe volleante misconosciuta alle più, impreziosiscono l’inizio di torneo. Stronca ed avvilisce le sgroppate della serba Jankovic, domina la Niculescu, e poi raccoglie le briciole da Venus. Un match che dal manicomio in cui vi scrivo, continuo ad esserne convinto, poteva addirittura vincere, se solo lo avesse giocato.

Kimiko Date Krumm: 6,5. C’è qualcosa di strano, se non sbagliato, nella Wta, se per vedere il più avvincente match del torneo bisogna rimanere legati alle ardimentose gesta di questa minuscola combattente giapponese di 41 anni. Perde 8-6 al terzo da Venus, ma importa poco. Che iddio le conservi ancora la voglia di giocare.

domenica 3 luglio 2011

WIMBLEDON 2011 - KVITOVA REGINA, PASSANDO SUL NIGHTMARE DI SIBERIA



Giornata -1 (se vorrà il cielo) - Dal vostro inviato, sull’arca di Noè

Il principale lassù dev’essersi divertito parecchio, nel vedermi disfare la tenuta da piccolo marinaretto, a causa di una pioggia equatoriale. Allagamenti ed interventi della protezione civile, come non se vedevano dal 1972. Tutto per farmi venire meno allo spiaggiante proposito di sdegnata indifferenza per le due tristi finali. Nella piovosa Londra invece, splende un tiepido sole. Poco male, entro nel bar-agenzia scommesse per sorseggiare un bel caffè post pranzo luculliano. Su di uno schermo una manifestazione pedatoria, nell’altro la finale femminile di Wimbledon. Mi assiepo sotto il secondo. Muto e senza sonoro, voglia il cielo. Ma le urla siberiane, non so per quale irreale motivo, riescono a trapanare anche quel muto silenzio e tintinnar di cucchiaini e tazzine. Sono l’unico a guardare quella strana “cosa”, poi si aggiunge un cingalese alto 1 metro e 42, vestito come un piccolo coloniale della savana a caccia di elefanti. Sorride mostrando i denti laschi e tiene in mano una scheda appena giocata. Ha pronosticato Kvitova in 2 set. 15 euro giocati, per una vincita netta di 45. Un dritto il ragazzo, si vede. Certamente più di me, che per mera codardia gasquettiana ho pronosticato la ceca vincente a 2,50, senza azzardare il risultato esatto.
Il ragazzo agita tutto il suo metro e quarantadue, malgrado il match sia in perfetta parità e le due si studino a suon di roncole. Pare fosse medico nel suo paese, il Bangladesh, qui vende angurie per strada di giorno, e la sera lavora come pizzaiolo. Ed allora prendo il coraggio a due mani, e gli chiedo: “Senti, tu che sei del ramo, ma perché quella grida come una pazza?...voglio dire, io non ci capisco nulla, ma vorrei sapere quale vantaggio trae da quel concerto malato…”. Quello non capisce il senso della domanda, o forse arriva ben oltre, facendo un semplice ed esemplificativo gesto dell’indice. Lo rotea all’altezza della tempia, e ride. E’ pazza, già. Forse. Quindi lo incalzo: “Ma dal punto di vista anaerobico, tu che certe cose le hai studiate, gode di qualche benessere gemendo come una partoriente?”. La sua espressione si fa un po’ più seria, poi in un incerto italiano, sguaina la seconda pennellata di saggezza medica: “Penso che aiuta a non pensare a niente e tenere la testa occupata…”. “Sì, gioca senza penzierrr, senza penzierrr” (con zeta sibilata), gli fa eco il barista Enzo, nell’atto di preparare due espressi. Quanta saggezza in quelle parole dell’uomo medio, altro che una redazione di indefessi tecnici inconsapevoli delle immani cazzate che dicono-scrivono.
Medito profondamente. Forse è anche vero. Masha provoca in modo naturale una scarsa ossigenazione del cervello, per stordirlo in modo preventivo. Esala versi animaleschi solo per non pensare a niente. Aiuta l'inesistenza della tattica. Vuoi che un eretico pensiero partorito dalla mente ne guasti il proposito di tirare ogni cosa con virulenta forza demente? Giammai. Il pensiero sta abbandonando questo sport. Lascio l’allegro convivio, proprio mentre la giovane ceca Petra Kvitova strappa il servizio all’avversaria. Il ragazzo fa un piccolo balzelletto di contentezza. Anch’io ne sono moderatamente felice.
Torno a casa, il tempo di appicciare lo strumento, e non resisto all’insana curiosità mista a godimento per l’orrore. Petra Kvitova domina, giganteggia. Sembra una specie di umiliazione sportiva. Certamente lo sarà nella mente dell’algida regina di Siberia. I colpi della ceca partono dalla racchetta più fluidi e facili, decisamente più eleganti rispetto a quelli dell’esagitata statua russa. Avanti un set, ed anche un break nel secondo. Per quanto i break contino nel tennis femminile, per battere questa Masha tornata a buoni livelli dopo l’infortunio, bisogna essere bravi a tenere la propria battuta, tanto sulla propria quella mette in atto l’acme del suo scellerato patto di inutile forza accecata. Spara via tutto, prima e seconda a quasi 200km/h. E’ una non-tattica anche questa, ben conscia che deve tenere il pallino in mano e tirare la qualsivoglia. Una volta attaccata infatti, finisce in padella come un totano panato. Petra invece, più mobile della russa (ci vuole davvero poco, lo è anche uno scaldabagno) e tennisticamente più intelligente (lo sarebbe anche una noce di cocco marcita), è brava a prendere sempre l’iniziativa, spostando l’urlante totem biondo. Un dest-sinist agevole ed al terzo colpo quella rimane goffamente in ginocchio. Tiene con gran personalità, non lasciandosi intimidire dai latrati orrendi dell’altra. Poi lancia pure strani urletti di auto incoraggiamento, così striduli da sembrare surreali, se partoriti da una ragazzona così imponente. Guaiti da Pincher rapidi ed ancora gran randellate mancine prodigiose.
Mi sorge una domanda incresciosa: ma questa Masha fenomenale, avrà mai tirato un colpo, se non di attesa, almeno intermedio o d’approccio, in tutto il torneo? Può una cosa simile vincere Wimbledon? Con quel dubbio atroce, sposto tutto e mi dirigo su uno spelacchiato campo di periferia, per vedere qualcosa di più piacevole. Giocano un doppio di “leggende”. Pat Cash già campione in singolo una ventina d’anni fa con la stessa piratesca bandana a scacchi e Mark Woodforde, rosso mancino pluri vincitore del doppio assieme al suo compare Woodbridge, sempre parecchi lustri fa. Contro di loro una coppia vagamente surreale, l’impostato inglese Castle, un po’ a disagio, e Mansour Bahrami, 55enne macchietta iraniana di comicità naturale, sempre delizioso nelle sue sceneggiate da Charlot improvvisatosi mago. Voglio dire, si vede di tutto, come in uno spettacolo degli "Harlem Globetrotters". Il quasi sessantenne iraniano si lancia in gustosi giochi da rabdomante con le tre palline in mano, le fa sparire. Chiede l’occhio di falco su colpi fuori di tre metri, si prodiga in almeno una dozzina di fulminei e precisi colpi sotto le gambe recuperando pallonetti. Pat Cash all’improvviso passa nel campo degli avversari per un divertente muro a rete a tre contro Woodforde.
Poco dopo vedo il risultato della finale femminile: Petra ha portato a compimento la missione, vincendo anche il secondo set. Trionfa la ceca con gli occhioni malinconici ed il viso perennemente afflitto, con pieno merito, dimostrandosi nettamente la migliore e più dotata del lotto, in questo torneo (e più in generale circuito) ormai ridottosi a violento tiro al bersaglio.

sabato 2 luglio 2011

WIMBLEDON 2011 - FINE DEI GIOCHI


Giornata mortale - Dal vostro inviato, pronto all’insano gesto

Per chissà quale malata distorsione mentale nascosta nel subconscio, provando a riflettere sulla finale di questa ferale edizione di Wimbledon, mi viene alla mente un’immagine improvvisa, come un flash avvolto da una luce scarlatta. Devo proprio aver deragliato. Nemmeno un pasticciere freudiano travestito da venditore di pomodori pachino, potrebbe salvarmi. Al limite sancirebbe in modo inequivocabile la mia omosessualità latente. Già mi vedo sul lettino: “Come dottore, che c’entra? Ho solo sognato di scambiare un tenero bacio al chiaror della languida luna con Gabriela Sabatini (non la versione giovanile dalla tamarra capigliatura, ma quella odierna, da splendida quarantunenne), mentre venivamo accarezzati dalla spuma di mare e da un sinuoso e conturbante rovescio di Hana Mandlikova che però non ci aveva la testa”. Quello mi scruta, con un refolo di commiserazione, sbuffa, “embè? E’ chiaro come il sole che lei ha una sessualità incerta, è attratto dall’impugnatura della racchetta, un simbolo fallico, ed allo steso tempo anela carezze da una donna inesistente. Lampante sintomo di omosessualità latente, tendente all’autodistruzione nichilista”. Avrebbe concluso.
Poi ho provato a pensare a dell’altro. Magari un Edberg-Becker ormai preisistoria, o Ivanisevic-Rafter, finale un filo più vicina ai tempi moderni. Tutto per non pensare a quella cosa che domani andrà in scena sul centrale. Perché passi per uno, ma addirittura tutti e due i finalisti, anche a Wimbledon, somiglia all’accanimento verso un uomo…
Ma bando a questi discorsi a metà tra quelli di un vecchio giocatore della bocciofila ed i nostalgici ricordi di Abraham Simpson (dotta citazione, ad uso e consumo dei lacchè), rivelo che per la prima volta da anni a questa parte, non seguirò le finali dei Championships. Preferirò il mare e il sole (ammesso che non grandini), al solito, scontato e ritrito spettacolo di bruttezza estremizzante che ci vendono come gran agonismo. Ah, lo agonismo. Quanto ci mancava. Gli esperti lo anelavano da anni come manna dal cielo. Pose marziali, facce trasfigurate, occhi carichi d'odio brutale, gran corse inumane, recuperi, scivolamenti, urlacci, pugni al cielo e vamos/ajde a tutto spiano. Il copione è quello, già noto. Visto una volta, visto per sempre. A chi può interessare la sedicesima replica di Ben Hur? Ormai le bighe non eccitano più. Chi vincerà conta poco. Lo deciderà il fato, o un infortunio che impedisca ad uno dei due la proverbiale ostentazione di fisicismi "hors-category". Nessuna possibile variante tecnica o psichica, da potermela rendere interessante, neanche ad inventarla.
Due parole però, le merita lo sconfitto vincitore. Già, vincitore. Perché a volte il risultato del campo è uno sterile, insignificante dettaglio. Anche oggi Jo Tsonga ci ha provato. Ma era difficile, quasi una missione impossibile scardinare l’implacabile muraglia dell’orrore. Freddo, cinico, reattivo. E' cresciuto enormemente Novak Djokovic. Se non lo ammettessi sarei un fazioso, uno di quelli che rappresentano il maggior problema per i governi (della libera repubblica delle banane), come Santoro. Ha imparato a fare volèe se non belle, almeno efficaci, ad attaccare di più quando necessario. Il resto lo fa quella reattività mostruosa, sorretto da una condizione fisica impressionante. Appena posto rimedio al malvagio problema alimentare, va che è una scheggia. Pure Enzo (con la zeta volitiva), il mio barista, da quando segue la dieta giusta per i celiaci, stappa birre con maggior lena ed occhi a palla. Ogni tanto emette urlacci da posseduto, e a breve credo gli leveranno la patente da oste per condurlo in un centro d’igiene mentale. Una casa di cura dove gli esaltati cronici guariscono coltivando bietoline agresti.
Il match si presenta come uno stridente confronto di opposti stili, tennistici e di vita. Da un lato le imprevedibili estrosità del bisonte francese, dall'altro l'impostata e costruita essenza stilistica del neo dittatore delle classifiche mondiali. Senza dover leggere un ponderoso tomo di sociologia applicata al lombrosismo, te ne accorgi guardando gli angoli dei due contendenti, di quanto l'uomo sia differente. Viva iddio. Sorridente e di una bellezza particolare, la ragazza nel box di Tsonga. Algida ed esagitata bellona comune e senza attrattiva, la girlfriend del serbo che si agita come l’avessero drogata col pepe di cajenna. Disordinati e scanzonati i francesi, persino felici e sorridenti nel sostenere in modo gioviale il loro protetto. Una marziale sequela di facce livorose, al box del serbo. Ci sono proprio tutti. Fidanzata, genitori, incontenibile fratello minore. Tutti come fossero ad un tremendo bivio: festeggiarne la prima comunione o assistere alla sua tumulazione in battaglia. Volti scuri ed atroci, esultanze livide di rabbia che ben fanno il paio con quelle del proprio rampollo. Che roba, che roba. Dovrebbero pur avvertirli che non vi sarà nessuno scotennamento o taglio di carotidi, ma su quel prato stanno giocando ad uno sport. Dovrebbero, prima o poi.
Ma c’è anche un match sul campo. A tratti entusiasmante e costellato di tuffi spettacolari, con Jo alla disperata ricerca di sfondare o della rete. Impresa titanica, abbattere il mostro creato da chissà quali menti sadiche. Una macchinetta sparapalline all’incontrario. E’ come se doveste immaginare di tirare colpi vincenti e provare a fare punto, mentre dall’altra parte un meccanico automa robotizzato, il Frankenstein con fattezze da Aigor vi riprende tutto, qualsiasi colpo devastante o ricamo. Il francese perde tutto o quasi lasciandosi recuperare un break di vantaggio nel primo set e cedendo di schianto nel secondo. Due o tre fiammate di regale potenza, balzi  da funambolo a rete conditi da ricami leziosi, e questo bisonte che intaglia il cristallo recupera un match quasi perso, con l'altro avanti di un break anche nel terzo e poi addirittura pronto a servire per il match. E’ un inno alla gioia estrema, uno Tsonga in queste ritrovate condizioni fisiche. E pazienza se ha gettato via due set, se si scioglierà ancora, inevitabilmente. Ancora un paio di dritti monumentali ed un tuffo da stunt-man a rete, prima di un tie-break sontuoso. Dirompente e carico a mille, riesce a salvare due match point e chiudere.
Eccita gli spettatori, gonfio di orgoglio e carisma naturale. Persino Pippa Middleton, attesa con ardore sugli spalti per qualche possibile regal smutandamento improvviso, si eccita tutta e applaude come una foca assai contenta. Tutto è naturalmente avvincente in questo tennista. Dai colpi, atipici nella loro violenza, alternati a dolcezze inattese, fino a quell’atteggiamento da sornione felino sorridente. Un tornado spontaneo ed imprevedibile in ogni gesto. Il carisma è qualcosa che non si può definire o insegnare. Sta in un impercettibile gesto, un colpo o un movimento di ciglia che trascina le folle, le fa vibrare di naturale e contagioso entusiasmo. Il carisma o ce l’hai, o non ce l’hai. O provi goffamente a costruirtelo. Basta guardare dall'altra parte della rete quella sagoma spiritata e sovraeccitata, carica di invasate ed innaturali gesta, tecniche e comportamentali. Nessun guizzo di naturalezza, implacabile e macchinoso come quegli interminabili palleggi prima del servizio. Solo una improvvisata platea del foro-colosseo, avvezza  a corride ed esecuzioni cruente, poteva eleggerlo beniamino.
Il terzo set vinto al tie-break è una specie di trionfo, l'apoteosi rivitalizzante di questo sport morente. Quasi che qualcuno si volesse divertire a posticipare la prevedibile e tragicamente attesa evoluzione degli eventi. Che la bellezza e la gioia del tennis non volessero arrendersi all'ecatombe sensoriale di Serbia. La gioia provasse addirittura a resistere alla protervia invasata. Inutile, perché nel quarto set il serbo riprende il controllo, approfittando di un'iniziale rilassatezza del francese e tenendo quel vantaggio fino alla fine. Perché la differenza chi riesce a diventare numero uno e tutti gli altri, sta proprio nella forza mentale, nella costanza e capacità di approfittare degli altrui svaghi. Che poi sia questo uno dei motivi per cui preferisco un divertente numero 12 o 13 senza coppe che sia Tsonga (o chi per lui), al numero uno che si chiami Djokovic o similia, rimane un mio grave problema.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.