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lunedì 26 settembre 2011

MARTINEZ SANCHEZ E TSONGA, IL DOLCE LIBECCIO D'AUTUNNO


Le ferite dei big. Ormai ci siamo abituati. La fase del post slam regala piccole soddisfazioni, mentre i big ricaricano le pile o stanno a guardare in vista di impegni più importanti. Djokovic sarà  a guarire come un automa nella sua navicella personale impressurizzata da naturali eventi, mentre Nadal bada a non perdere il ritmo, sgroppando 8 ore al giorno con una specie di Aceto in groppa a scudisciarlo nei fianchi. Persino Federer ha annunciato il forfait per il Masters 1000 di Shanghai. Problemi e piccoli malanni, per lo svizzero che non è più fanciullo. Anche lui, malgrado un tennis infinitamente più naturale e meno erculeo, paga qualche acciacco. Lo svizzero nella sua algida e chiusa aristocrazia, non esterna mai i malesseri in modo plateale. E’ nel personaggio. Leggenda narra come non si sia mai ritirato durante un match Atp. Non cadrà mai in volgari e sguaiate sceneggiate in salsa "meroliana" da moribondo. E nemmeno inizierà un torneo dichiarando: “non sto bene, spero di arrivare alla seconda settimana, almeno”. Al limite, perde. Si pensa che ha semplicemente giocato male o che sia troppo vecchio, ormai finito e quant’altro. E forse aveva solo una caviglia in disordine.

Jo e Maria Josè. La bellezza salverà il mondo. Se solo la pazzia ci aiutasse a dare credito a Dostoevskij. Concluso lo slam nuovayorchese, sublimazione dell’energumena esasperazione fisica, il medio spettatore, avvinto come l’edera da nobili gesta decadenti, può respirare e riprendere quel mezzo sorriso fatalista e coglione. Una fiammella di speranza nel vuoto pesante ed increscioso che incombe sulle nostre teste. C’è ancora del bel tennis che vince, signori. Non saranno major, e neppure Masters o mandatory vattelapesca, ma a Metz e Seoul risplendono di luce propria Jo Tsonga e Maria Josè Martinez Sanchez. Il francese avrebbe dovuto vincere il piccolo torneo di casa anche sciabolando in equilibrio con una giara in testa. Invece soffre con Mahut, ed in finale pasticcia allungando una partita già vinta. Poco male, chiude in tre set contro Ivan Ljubicic, attempato croato con espressione di malinconia dimessa ed una fascetta tergisudore sul luccicante cranio a forma di lampadina, che è autentico eccidio dell’estetica e trionfo del comico surreale. Qualcosa che non sarebbe balenata nemmeno nella mente malata dell’ideatore dei Simpson. Vince Jo, guardo qualche sprazzo, ed è sempre smeriglio per occhi ormai cisposi ed atrofizzati alla bruttura. Un piccolo orgasmo intermittente, il tennis del transalpino. Bordate al titanio e carezze come piuma di struzzo. Il sorriso sornione su quel faccione,  e le sue soluzioni esplosivamente spumeggianti, sono generatori di gioia allo stato puro ed incontaminato. Riuscisse ad inserirsi nella lotta al vertice, sarebbe manna dal cielo. O un surreale film neorealista moldavo.
L’altra notizia clamorosa giunge da Seoul. Maria Josè Martinez Sanchez fa suo il secondo torneo stagionale. Come sopra, altro momentaneo sollievo di uno spirito brutalizzato dalle valchirie dementi. Se la volleante spagnola è in stato di grazia, può sfarfalleggiare tranquillamente tra le prime venti. Se è anche diretta da musiche celesti e sorretta da divinità propizie, battere molte delle maniscalche top 10. In finale regola un’altra di quelle che, nel mio particolarissimo libro mastro, si lascia guardare. O almeno, non provoca rigurgiti ed istinti omicidiari: Galina Voskoboeva, kazaka in bella crescita dopo un infortunio. In Corea si sono uditi anche degli abominevoli “ahhhuuuiiiih”, ma fortunatamente sono durati il tempo di sue set.

La campagna rumena degli italiani. Volandri monito ed insegnamento. Insomma, liete novelle senza null’a pretendere, ma sempre liete. Peccato solo che la tv federale (pur encomiabile nel farci vedere diversi eventi, altrimenti trascurati), abbia optato per i due tornei sbagliati ed infinitamente meno allettanti tecnicamente: gli altri. Bucarest, dove forse ci si attendeva l’afono acuto di un italiano e Guanghzou che ha visto primeggiare la discreta sudafricana Chanelle Sheepers, pure lei in crescita. In Romania finisce per vincere il bel talento tedesco Florian Mayer che, quasi un eroe moderno contro gli arrotamenti di seconda fascia, fa fuori buoni mestieranti terricoli ed Andujar in finale. Italiani, si diceva…beh, si difende da par suo Filippo Volandri arrivando ad una inattesa semifinale. Se in gioventù gli avessero insegnato a servire, e fatto giocare qualche torneo sul veloce, forse avremmo da molti anni un top 30 capace di vincere tornei, come gli altri paesi. Meno male che in un bello spot ora Pietrangeli invita a giocare sul cemento e lasciar stare la terra, cosa da vecchi. Peccato che prima c'erano solo quelli in cemento armato grezzo. Ci si arriva sempre con trent’anni di ritardo alle cose. Ma noi siamo l’Itaglia. Si svela anche nell’atp la buona speranza Giannessi, uno che con costanza e buona sorte può diventare una specie di Nadal versione numero 100 al mondo. Il ragazzo sembra avere buon carattere, che nel tennis conta sempre molto. Dovrebbe migliorare un rovescio ballerino e vulnerabile, magari iniziare a giocare anche sul veloce, ma qui si ritorna al discorso di cui sopra. Lui ha dieci anni meno di Volandri, ed è ancora in tempo. Male anche Starace, che si ritira contro Riba. Sta malissimo, è moribondo. Si vede. Poi tre quarti d’ora dopo entra in campo e vince il doppio (vincerà anche il torneo). Una roba imbarazzante. Gli italiani un po’ sono stati perseguitati dall’ufficio inchieste internazionali, ma se evitassero simili pantomime (bastava giocare tre games ancora), non darebbero nemmeno modo di pensar male. C’era anche Seppi, l’italiano da veloce. Ah, sì. Quello che, anche sforzandosi e pensando al grottesco embargo federale del sultano, si fa fatica a sostenere. Invece di andare a Metz (ci è andato anche Diego Junqueira), sciorina le robotiche ed insipide flatulenze racchettare in Romania. Sarà anche per il simbotico rapporto d’amore coi Carpazi e gli svolazzanti pipistrelli, ma tant’è, appena trova uno dei due/tre terraioli insidiosi (Chela) raccoglie un sacchetto di pistacchi e torna in Sud Tirol.
In questo allettante proscenio, si è conosciuto il nome dei nostri avversari nel primo turno di Davis: La Repubblica Ceca in trasferta e (presumibilmente) sul veloce. Via con grandi pronostici ed illazioni. Stavolta ancor più facili che con il Cile: Se Stepanek e Berdych giocano e sono al 30% di forma dopo l’Australian Open, si lotterà per fare un punto. Su veloce, terra, sabbia o ghiaccio. Se non ci saranno allora si può anche pensare di giocarsela contro i vari Dlouhy, Rosol, Hajek e co.

lunedì 19 settembre 2011

SEMIFINALI DAVIS CUP – "NO MAS". IL LARMANTE ABBANDONO DI NOLE


Perde ancora, Novak Djokovic, senza perdere. Altro abbandono e “no mas”, che ben si appaia all’estivo k.o. di Cincinnati. Il nuovo padrone dell’Atp ormai cede ad un umano avversario solo quando non sta in piedi, è ovvio, lapalissiano. Al meglio della condizione può perdere solo per fatalità o da Gesù travestito da ispirato mojcano. Ma questa sconfitta-abbandono ha un sapore ancor più amaro (per me dolcissimo come una sambuca con la mosca di primo mattino), perché davanti al suo invasato pubblico, in un match di Davis ove l’ultrà nazionalista (è voluto, questo lezioso calambour) difendeva i gloriosi colori della Serbia detentrice del titolo ed a caccia di un’altra finale. Un set di insostenibile supplizio e teatrale esibizione del dolore che potrebbe fargli guadagnare la parte di protagonista nella prossima fiction “i nuovi mostri-la via crucis” (uno strano connubio tra “passione di cristo” e “Rocky horror pictures show”). Lo perde al tie-break con Juan Martin Del Potro, ed inizia il commovente dramma umano ed intima lacerazione dei suoi sentimenti: larme che sgorgano copiose ed inconsolabili, sul volto di ardito combattente che giammai vorrebbe gettare la spugna prima d’aver fatto il segno delle tre dita sul corpo del nemico, vinto e moncato delle falangi. Giammai. E’ la patria che chiama. Quella patria che non conosce il lassista dolore nello ardito milite. Sarà mica una femmina. Ma proprio non sta in piedi. Ci tiene a farcelo capire in tutti i modi. E’ un esibizionista, lo sappiamo. Lui che sottolinea al pubblico newyorkese una stecca di Federer, ricevendone solo altri meritati spernacchiamenti, figurarsi. Esibisce tutto, purtroppo. Non mi piace proprio perché non v'è niente da dover scoprire in lui. Il mistero, qualche arcano segreto della mante. E' come una bella donna (vabbè, forse è paragone stridente e sinistro, visto che ci riferiamo ad "Aigor") che però non ti accende la miccia dell'ignoto, senza mistero o velature da scoprire. Ecco allora smorfie, elongazioni, interventi di solerti luminari, quasi un operazione a cuore aperto. Combattuto tra eroismo estremo e diserzione. La morte sul campo o la resa del vinto.
Totalmente afflitto da 9 mesi di torture sensoriali, non posso che godermi quegli attimi. Fa cenni (ancora) come a convincerci che non vuole abbandonare, lui. Ma sono i medici ad imporlo. La mia teoria è semplice, elementare oserei: Non stai bene? Non giochi. Vuoi fare l'eroe salvatore della patria anche a mezzo servizio? Ne paghi le conseguenze, scendi in campo e becchi i tuoi 6-0 di rito, su una gamba o servendo dal basso con la schiena svitata. E' un altro paradosso mostrarsi eroe a metà. Niente da fare, non v'è spazio per leggendarie gesta antiche ed una gloriosa dipartita in battaglia. Io che l'attendevo fremente. Come sono lontane quelle immagini di un Nalbandian che con dodici muscoli lacerati e senza reggersi in piedi, continuava. Paonazzo e lagrimante (per il dolore) seguitava a tirar palline come un ossesso. Diretto e sorretto da quella magica camiseta albiceleste. Concluse incredibilmente, e vinse anche. Ecco uno dei centoundici motivi per cui è più genuino, vero e sanguigno l'eroismo della Pampa. Sconfitta-non sconfitta-abbandono che sarà anche giustificata dal ben evidente malessere, ma che suona ugualmente come beffa atroce ed ennesimo controsenso di questo figuro che ormai domina le scene. Lascia alfin per dolore delle carni, lui che da provetto sadico non dovrebbe provarlo. Laddove gli insegnamenti basilari che si leggono nel “manuale del piccolo nazionalista”, dettano a chiare lettere l’assoluta superiorità verso ogni forma di dolore fisico. E lo fa mentre combatte per la sua nazione, senza "trastullagini". Orrore, ignominia. Macchiata ancor di più da quelle lacrime da femminuccia. 
Invece se n’è andato singhiozzando sotto le amorevoli cure dei medici e lo sguardo commosso del servo Troicki. Ok, dovevo pur sfogarmi dopo mesi di lingue morsicate e sciropposi amari da mandar giù. Tecnicamente, cambia poco, era già in dubbio all’inizio, il numero uno al mondo. Non aveva nemmeno giocato i primi due singolari. I suoi seguaci combinano disastri, asfaltati da una fortissima Argentina con l’ottimo Del Potro e un Nalbandian in gran spolvero, come suino tirato a lucido. Scelta della disperazione quella di mandare in campo Djokovic versione “fatebenefratelli” nell'ultima giornata, piuttosto che la maldestra controfigura sana come un pesce scorfano, Troicki. L’allocco per antonomasia. Avrei fatto lo stesso, in ultima istanza, forse mi sarei spinto a naturalizzare anche il 53enne Johan Kriek, pur di evitare quel coso.

Nadal continua a correre. Altra semifinale senza storia, con la Spagna che in casa e sulla terra, divora la Francia. I transalpini qualcosa avrebbero potuto con Monfils a disposizione. Forse giocarsi il punto contro Ferrer. Le/li prova tutte/i il capitano Guy Forget, in serie. Da Gasquet a Simon, fino a Tsonga. Raccolgono tutti le briciole da un Nadal versione rullo d’argilla. Ma lo sappiamo ormai, lo spagnolo è come quei cavalli che non riescono a fermarsi dopo l’arrivo. Piccola, ed insignificante, soddisfazione, pensare a quel serbo a pezzi, scarnificatosi per batterlo a New York. Amen. Dotta riflessione: due quasi top ten che raccolgono 9 games in due match contro il numero 2, sono il chiaro segno dell’abisso che intercorre tra i dominatori e le seconde linee.

E venne la serie A. Dopo 11 anni l’Italia torna nella serie A tennistica. Notizia epocale, storica. Gran festeggiamenti e contentezza irrefrenabile. Anche se non ho visto caroselli. Senza un top player ma con quattro o cinque top 100, mi pare un risultato poco sorprendente. Drammatici ed incresciosi semmai, questi anni senza esserci passati di striscio, nemmeno per sbaglio. Massima serie raggiunta espugnando il temutissimo e tremendissimo fortino cileno (narravano anche di infanti ammazzati, laggiù). Una cosa che fa spavento solo a pensarla. E se i cileni avessero due discreti e sani (o almeno vivi) atleti da mettere in campo, sarebbe stato impegno addirittura più improbo. Capdeville è tennista che merita il numero 100/130, quindi bravo Starace a regolarlo di giustezza. Fernando Gonzalez è davvero una triste ombra di quello che fu gran picchiatore. Un picchiatore senza più pugno, ha la sorte segnata. Mette davvero gran mestizia vederlo, malgrado sia al 15% della condizione di un atleta, fare partita pari con Fognini, e poi abbandonare al terzo. Altro “no mas”. Il resto lo fanno gli allegri “woodies pizza e mandolino” Bolelli/Fognini. Ed un servizio seguito a rete neanche a pagarlo, con deprimenti scambi incrociati (e due allodole che osservano lo "spettacolo" appollaiate a rete) che manco in un torneo over 75. La sensazionale coppia addetta suonare la fanfara nell’elegia funebre del doppio, ci dà il punto decisivo. Ma è serie A, occorre giubilare. Ora nessun traguardo ci è precluso. Persino battere la Spagna (magari scegliendo accuratamente un pantano in terra -meglio sarda- per mettere in grossa difficoltà Nadal). A noi.

martedì 13 settembre 2011

US OPEN 2011 - DJOKOVIC L'INVINCIBILE, QUASI


Day 0  - Dal vostro inviato, al colosseo. Submentali pagelle senza voto di codesta edizione degli Us Open maschili. Non aspettatevi numeri, ma solo aberrazioni senza sosta. “tennis 1.0.2” di Djokovic ha ormai mandato in soffitta il vecchio e rivoluzionario “tennis 1.0.1” di Nadal.

Novak Djokovic. Non c’è stato meteorite, o altra forma di vita ultraterrena a poter mettere il boccaglio “alla cosa”. Oddio, Federer prima del regal capottamento. Continua questa marcia terrificante, manco fosse un Attila con sembianze da marionetta scucchiata. Fa tre su quattro slam stagionali. Quattro slam vinti in carriera. Un solo match perso nel 2012. Ce ne sarebbe abbastanza per emigrare alle Kayman, solo avessi qualche trigliardo stipato in specchiate banche, lamentandomi con qualche amico massone di terza fascia: “questo tennis è una merda, io me ne vado, capito che me ne vado?…”. Vince l’ennesima finale truculenta su Nadal, ormai vittima sacrificale di un’esplosione tanto improvvisa, quanto abilmente congegnata da luminari scienziati d’inizio secolo imprestatati alla balistica tennistica. Una salubre immersione nell’ovetto kinder e via, di slancio, come super eroe con gli occhi di tigre strabica. Batte lo spagnolo e lo annienta su tutta la linea, usando i suoi stessi punti di forza. Pare costruito e programmato per abbatterlo con una mazza chiodata. Il serbo inumano è un programma per pc più evoluto ed aggiornato. Corsa, resistenza, solidità mentale, debordante convinzione d’invincibilità. Vera, non più quella di qualche anno fa, che lo rendeva ridicolo quanto l’unto del signore spernacchiato in Europa.
Eccitantissima la finale. Violenza e pura esplosione di mascolino nerbo che avrebbe mandato su di giri Aldo Busi vestito da fata turchina. Autentica battaglia da colosseo chiusa dal serbo in quattro set. Vince Nole, perché nell’immane cruenza cui hanno spinto il tennis, fa meno fatica dell’avversario, semplicemente. Nell’estenuante pugna, laddove si attende invano che uno dei due spiri eroicamente sul campo, vince e vincerebbe anche se giocassero dodici ore e cento match. Djokovic versione Giuditta 2012, ha fatto sue le prerogative difensive dell’avversario ed in più ci ha messo quella più facile attitudine all’accelerazione. Oltre ad un maggior equilibrio tra i due fondamentali, più puliti e senza dispendiosi arrotamenti. Quando l’altro prova a rientrare tira fuori il coniglio dal cilindro del medical time out, che suona come ulteriore presa in giro, chiamato contro Nadal. Arma antica, della quale un tempo era volenteroso e maldestro scolaretto, e rispolverata alla bisogna. Poco male, avrebbe vinto ugualmente, ma è tanto per metterci ancora qualcosa di suo nella vittoria. Solo lo svizzero ha armi e risorse tecniche sgorganti dal solo braccio per condurlo all’avvilimento. Se solo durasse tre set.

Rafael Nadal. Un po’ fa tenerezza, in estremissima ratio. La sua, stravolta, è forse la faccia di un’epoca che si chiude. Le prova tutte, ma veramente tutte. Ma è diventato obsoleto. E, caparbiamente ammirevole, quasi sembra non voler capire che contro il serbo versione ammodernata non vincerà mai, a meno di un calo fisico. E’ solo di fisico che si può cianciare. Non ci sono analisi tattiche, pippe mentali o masturbazioni tecniche da provare ad inventarsi. Nole ormai corre come e più di lui, non riesce a fargli male col dirittaccio maligno, col rovescio, spesso insufficiente e corto, si espone di petto all’altrui attacco. Corre, sbuffa, fa facce cartonate d’antologia, agita i pugni. E poveretto, non lo sa ancora. Non può batterlo, tecnicamente e fisicamente. Non ha altre risorse da tirare fuori dal cilindro per capovolgere la situazione, che quelle gambe poderose che ormai non bastano più. Non può più ancorarsi nemmeno ad una parvenza di sudditanza psicologica, con quell’altro che veleggia nella sua ampolla di debordante ego. Rimane la gladiatoria e terrificante battaglia ai confini dell’essere umano. Due, tre, quattro…magari anche cinque o sei ore. Rafito più passano le ore e più gioca meglio, tira più forte, oltre gli umani confini e credenze fisiche, mediche, psico-socio-pedagocic-filosofiche. Ma anche quell’altro ha imparato a farlo (capisci a me). Correrebbero e tirerebbero l’impossibile, sempre più forte, imbracciando le loro modernissime clave preistoriche tutto il giorno. Un Kohli qualsiasi sarebbe morto dopo un’ora e un quarto. Poi il serbo chiede l’artato stop medico e lui perde il ritmo forsennato. Sarebbe finita allo stesso modo. Il vecchio programma da pc ha fatto il suo tempo. E soccombe al nuovo. Amen. Poi per carità, talvolta certi programmi finiscono per avere dei difetti e solo il tempo ce lo dirà.

Roger Federer. S’è già detto tanto nel precedente parto. Leggetevelo, se ne uscite vivi. Dimostra ancora che questo tennis estremo ed estremizzante nella sua deriva di fisicismo alienante, si può ancora battere col braccio e con la classe. Vetuste regole che ancora si ostinano a voler contare qualcosa in questo sport bistrattato ed imbarbarito da muscolari evoluzioni oltre l’immaginifico. Non c’è fisico disumano e convinzione mentale che tenga però, quando dal budello escono simili colpi, facili e devastanti allo stesso tempo. Miserabile soddisfazione, perché poi rimane ancora vittima di una inspiegabile fragilità mentale ad un centimetro dalla vittoria. Lo stellare talento tennistico dalle fragili meningi cede il passo al gladiatore invasato che corre su ogni palla come un mulo ebbro di peperoncino corretto al tabasko e rende i match una specie di bolgia dantesca dei dannati. Non prima di aver dimostrato come lo si annienta, e che poteva anche vincere. In ultima istanza. Bella soddisfazione, si chiamasse Gasquet e giocasse contro Ferrer.

Andy Murray. E che vuoi dire del povero Andy. L’ultimo ad arrivare fu Cacasenno. Insegue i tre, tenendoli per la collottola, come il discolaccio. Non fosse così repellente allo sguardo, susciterebbe tantissima comprensione. Una specie di cucciolo di iguana, spaurito e con l’incombente lacrimuccia di disperazione. Perde da Nadal in semifinale dimostrando come ancora non abbia le armi fisiche e mentali per spuntarla alla lunga, in uno slam. Encomiabile il tentativo, ma poi finisce stravolto dalla fatica. Bianco come un cencio, tira due o tre madonne, si trascina con movenze da pinguino bizzoso. Sperare in lui è come sperare in niente. Ma è già qualcosa.

Jo Tsonga. Stavolta non gli riesce il grande scalpo del monarca in declino. Poco male, quello nuovayorkese rimane il torneo della conferma. Se il fisico regge, dopo i primi quattro c’è lui, monumentale effigie del tennis potente e brioso, istrionico e senza rivoltanti esasperazioni o agonismi di caucciù. Un ultimo e futuro baluardo contro il degrado, da preservare come fosse patrimonio dell’Unesco. I cinque set divertenti set con cui batte Fish sono forse il connubio tecnicamente più pregevole del torneo.

Janko Tipsarevic. Ah, beh. Uno che passa dal farsi ridicolizzare da Seppi tra i pipistrelli svolazzanti di Eastbourne ad un quarto di finale a Flushing Meadows con tanto di eroica lotta alla pari con Djokovic, meriterebbe un trattamento speciale. Capitolo II comma sette dell’immortale saggio: “Vedi Seppi e poi muori o rinasci”. Basterebbe quella faccia da cavernicolo, la barba, i tatuaggi e gli occhiali. Personaggio interessante, complesso e da studiare. Tennisticamente vale i primi 15. Rischia di tornare nel limbo se ritrova l’indemoniato caldarense. Stavolta magari direttamente in un torneo da disputarsi in Transilvania.

Andy Roddick. Scova gli ultimi refoli d’orgoglio e salute per un bel guizzo da quarti di finale. Declinante e con le risorse al lumicino batte Ferrer ‘o zappatore poi, infermo, nulla può contro le tramontane arrotate di Nadal.

Tomas Berdych. Si rompe e si ritira contro Tipsarevic. Batte solo il genio illuminato Fognini. Bene attento il ligure a non giocare gli ultimi due set. Hai  visto mai che l’infermo ceco potesse accusare il problema contro di lui. Un gentleman d’altri tempi, il nostro.

John Isner. Il gigante americano mette a segno un torneo superlativo. Fa il massimo che può, col deflagrante servizio che piomba da un grattacielo e le bradipesche movenze da stambecco affetto da gigantismo. Dirittacci da fermo, o due balzoni per abbrancare la rete con quelle ali da condor. Batte Gilles Simon, e non si può che accendere un cero alla madonna del pozzo.

Juan Martin Del Potro. Provoca gran mestizia vederlo soccombere innanzi a Gilles Simon. Il linguaggio del corpo dice più di tutto. E’ sofferente, si regge a mala pena in piedi camminando lentamente, ma ci prova ugualmente. Non avrebbe molto per accendere la fantasia del tifoso, ma con qualche timido ed accennato gesto da gladiatore sofferente richiama il pubblico americano, capace come pochi nell’individuare le possibili favole eroiche, al commovente sostegno. Ma niente può, invischiato nell’orrida rete attendista del pupazzo francese. Due anni fa, e temo mai più, lo avrebbe stesso con un paio di uppercut alla milza. Preso di peso e riposto in un cantuccio.

Alexander Dolgopolov. La libellula pazza del circuito. Eccola una delle note liete. Tutta l’essenza dell’ucraino svolazzante, sta nel suo torneo newyorkese. Fiammate prodigiose e pause smarrenti. Rischia la tragica sconfitta con Cipolla, avanti due set a uno e due break nel quarto. Recupera da 1-4 nel quinto. Poi si lascia andare ad un set di pura magia contro Djokovic. Un 16-14 al tie-break che infiamma il pubblico, tra movenze sbirole, sfarfalleggiamenti, ricami e ludiche accelerazioni.

Juan Carlos Ferrero. Uno di quei tennisti che non muore mai. Si rigenera dalle sue ceneri. Lungi dall’esser divertente e rimanendo uno dei più modesti numeri uno della storia, questo spagnolo che ha passato la trentina possiede in sé qualcosa di non comune. Chiamatela mentalità vincente o addirittura classe. La spunta con Monfils dopo una durissima battaglia rusticana, senza grandi colpi, ma con la forza della semplicità di chi è stato numero uno.

Tommy Haas. Altra fiaba interessante. Una delle poche a colpire il mio animo assai sensibile. Di solo braccio, ed ormai ridotto a residuato bellico dopo l’ennesimo intervento sul martoriato fisico, il trentatreenne tedesco d’america passa due turni. Compensa con gaudiosi controbalzi e rovesci empi polmoni una condizione da invalido civile. Nell’era dei fisicismi alla Djokovic e Nadal, dove vorrebbe ancora andare? Mai mettere limiti alla provvidenza. Si vive di questi eroismi ed utopiche battaglie contro i mulini a vento. Basta il maniscalco Monaco, per batterlo a distanza.

Petzschner/Melzer. Secondo titolo di slam portato a casa dal duo manicomiale. Specialità ormai ridotta al lumicino, cui forse la decisiva mazzata l’ha data la semifinale delle cariatidi Fognini/Bolelli (alias “il piccolo Bopanna”). Tra ottuagenarie coppie e mestieranti che nemmeno hanno una classifica di singolo, i due circensi giocolieri emergono come satrapi. Si completano a vicenda: uno destro, l’altro sinistro. In due, coi loro atrofizzati mezzi, accocchiano un intero emisfero cerebrale. Divertenti, estemporanei, buffi. Il contrario del tennis che va per la maggiore. Forse per quello non si può non adorarli.

Italians. Un bravissimo Cipolla passa un turno, e rischia la leggendaria vittoria con Dolgopolov. Perde solo al quinto, dopo grande rimonta, vittima dei crampi. Degli altri, mi infastidisce solo scriverne il nome. Perdono, e non sarebbe nemmeno un male. Tutti, perdono. La cosa più insostenibile è che sono terribilmente provinciali nell’affrontare il circuito, noiosi a vedersi, nei colpi e nel comportamento. E adesso via a spezzare le reni a Capdeville in Cile.

US OPEN 2011. SAMANTHA STOSUR ANNIENTA L'URAGANO SERENA


Day 0 – Dal vostro inviato, che ha sognato d’esser preso a roncolate da una rassicurante Serena. Dunque si guarda bene dallo scriverne male. Pagelle del torneo femminile. Precise, puntigliose ed immutabili come la manovra economica di un paese del terzo mondo.


Samantha Stosur. Non si può non essere felici, quando vince Samantha Stosur. Ma non per la sua storia personale, ricadendo in un filmato da submentali lucciconi con colonna sonora strappa lacrime degna di un servizio di Studio Aperto. Piace perché malgrado quel fisico da Mastro Lindo è tennista fragile, spesso ricaduta vittima di un torpore da arruffata cerbiatta con gli occhi spauriti, nelle fauci del leone di turno. La gran perdente, titolo guadagnatosi sul campo e grazie a mille incresciosi svarioni, vince gli Us Open 2011. Forse come premio di una carriera. Fa suo uno slam che avrebbe potuto vincere tranquillamente nel 2010, e lo fa grazie ad una prestazione inimmaginabile, contro una Serena Williams versione tigre che ha usmato il sangue. Quindi dal valore doppio. Quasi un lieve contrappasso surreale. Fa piacere, perché la cangura d’Australia stretta nel suo poco appariscente tubino da palombara, è il trionfo della semplicità. Ancora una delle poche a saper fare quasi tutto. Quando se ne ricorda. Poca inutile apparenza, nessuno strepito e molta sagacia tecnico tattica. Semplicità e completezza che sono virtù rara, nell’era del velinismo racchettaro e dello spara e fuggi dominanti nell’attuale Wta. Malgrado le maldicenze superficiali, Samantha non è solo schioppettate di dritto, ma anche lodevoli difese in back per arginare la furia di Serena e ripartire in composto attacco violento. Aggira e colpisce la belva americana allibita, con una semplicità impeccabile. Trasforma quella che doveva essere un’annunciata e feroce esecuzione sommaria, in un capolavoro di sagacia. E senza che sul traguardo le tremi il braccio, il respiro si faccia affannoso e gli occhi diventino fiammelle spaurite. Che è la novità epocale.

Serena Williams. Se vi aspettate che io possa scrivere male di Serena, scordatevelo. Mai lo farò, perché ogni tanto sogno di ritrovarmela in un vialetto del Bronx, armata di nude mani e di un sorrisetto poco rassicurante. E poi, diciamocelo, fa simpatia questo cucciolo di Tyson. Ferma un anno, ritorna come niente fosse a dominare lo strepitante branco di capre tibetane, con ferocia inaudita. Batterebbe anche Seppi e Volandri, in coppia. Vince due tornei, arriva in finale agli Us Open brutalizzando tutte, annessa la numero uno. Tutto perfetto fino alla finale, dove è sorpresa da una sontuosa Stosur. Non se l’aspettava lei, non l’attendeva nessuno. Quasi allibita di fronte alla gran prestazione dell’avversaria, alla fine prova solo a ributtarla di là, con esperienza, conoscendone l’indole autolesionista. Che però stavolta non trema. Appare recuperata, se ne avrà voglia, per tornare agevolmente al numero uno. Condisce la sconfitta con l’ennesimo siparietto minaccioso verso la malcapitata “arbitressa” con manie di protagonismo degne di Collina, rea di averle chiamato un punto disturbato dal roboante “c’mon”. Come se i belluini ragli delle altre non disturbassero il punto in corso, mica quello già (quasi) concluso. Sarà per quel fisico imponente, ma ogni suo gesto viene armato di violenza intimidatoria. A me fa tanto ridere vederla, piccata ed incredula, esplodere nelle sue scenate. E quasi ironia incompresa, come quella di Zeman. Così come promise di ammazzare Maria Josè se solo si fosse azzardata a venire ancora a rete, o un’improvvida giudice di linea occhialuta, che scappò via a gambe levate come in un film di Charlot. Scene che rimangono, in fondo.

Caroline Wozniacki. Tutta di bianco come pulzelletta alla prima comunione, voleva vincere il primo slam della sua carriera. Ma certo. Ormai sta battendo tutti i record di permanenza al numero uno senza aver vinto uno slam. Surclassati gran personaggi d’illustre rango come Safina e Jankovic. Ma davvero può niente per controbattere la violenza di Serena. E quando una netta sconfitta della numero uno non desta alcun clamore, ma anzi conferma i pronostici, è sintomo che qualcosa non quadra. Talmente avvilita Carolina, che scaglia in terra la racchetta in modo goffo. E’ giovine, e se avrà questa costanza di rendimento negli anni a venire, potrà anche vincerlo uno slam. Magari per sfinimento o in una busta di patatine. Quando Serena e Kim non ci saranno più, e con la ventura di un tabellone da epifania…ed altre coincidenze disegnate dai Maya. Chi può dirlo.

Angelique Kerber. Ma da dove salta fuori questo curioso esemplare mancino? Fisico tarchiato, gambe da Briegel d’antologia, sembra un misterioso incrocio tra un cinghiale selvatico ed un balenottero con l’esaurimento nervoso. Cosa danno da mangiare i tedeschi alle loro tenniste? Tutte cresciute a pane e crauti in qualche acciaieria o fabbrica dove si lavora il titanio. Questa è, se possibile, la più estrema e spartana delle tante e virgulte picchiatrici teutoniche (Goerges, Petkovic e Lisicki). Ma è inquietante ed irriducibilmente goffa anche in difesa. A suon di animaleschi tombini di dritto fa fuori le malcapitate Radwanska e Pennetta. Da numero 92 gioca la semifinale, e mette paura persino a Samantha Stosur. Emette delle tremebonde urla canzonate, in uno strambo idioma. Ogni tanto, nell’enfasi della furia, pare di sentirla grugnire anche uno struggente “kammon”. A scambio in corso, mentre violenta la pallina. A proposito dei punti disturbati di cui sopra. Poi ha anche tempo di spaccare una racchetta. Sbattendola in terra? No, colpendo di dritto. Sì, avete bene inteso, spezza il manico della racchetta in due dopo aver colpito l’ennesimo tombino. Se non l’arrestano, dubito che ce ne libereremo facilmente.

Andrea Petkovic. Mamma del carmine. Questa rude tedesca mi mette un’ansia terrificante. E’ asfissiante. Una fitta al costato ad ogni macchinoso colpo sofferente che partorisce. Tra un balletto e l’altro finisce per giungere ai quarti, dove fallisce miseramente la prova del nove di ogni buona randellatrice: sfinire a suon di mazzuolate Caroline Wozniacki manco fosse un pupazzo delle giostre. Non ci riesce mica.

Anastasia Pavlyuchenkova. Sempre in attesa della grande esplosione, stavolta le riesce di stendere Francesca Schiavone (“ahuiiiiiiiih”, ecco che ho pagellato anche lei e non ci pensiamo più per i prossimi tre anni), dopo avere ridicolizzato la Varenne de noantri Jelena Jankovic. Niente può contro Serena. Avrà anche il fisico di una mortadella suprema che rotola gaia, ma mi diverte il suo bascluar compito per il campo. E’ addirittura più dotata  e meno spocchiosa di altre, e se dovessi scommettere su qualcuna che vincerà uno slam, prenderei lei invece di Wozniacki o Petkovic.

Flavia Pennetta. Un bel torneo, cui manca la ciliegina della semifinale. Batte con diligenza l’urlante Sharapova, esce vincente da una sfiancante battaglia con la tignosissima Shuai Peng. Cede solo, nel giorno post apocalisse meteorologica, all’esemplare Kerber. Una che al di là della classifica, se imbrocca la giusta tramontana può battere molte. Radwanska compresa.

Vera Zvonareva. Ah, che gran tristezza pervade il mio spirito nel vederla tutta ingobbita, soccombere ancora. Stavolta alle maggiori risorse offensive di Samantha Stosur. Forse sotto il suo influsso magnifico, è riuscita nel miracolo di rendere l’australiana una vincente. Rimangono quei begli occhioni abbaglianti come melancolici fanali che oltrepassano una spessa coltre di nebbia in una funesta notte d'amore e morte. Non ha un colpo vincente che sia uno. Ma gli occhi dello innamorato, vanno oltre. Ed io me la immagino sempre sbronza di vodka scadente che balla una kalinka in un locale di Sanpietroburgo, tra avvinazzati in preda al delirio mistico che battono le mani a tempo.

Maria Sharapova. Preferisco un infervorato comizio di La Russa, a questa squilibrata valchiria che, sempre più grave e pericolosa, pare evasa da un manicomio municipale. Pennetta ce ne libera, entrando per i prossimi due secoli nel novero delle “sante liberatrici dell’orrore”.

Kvitova/Na Li. Nel fantastico mondo della Wta puoi vincere uno slam e poi perdere al primo turno da una rumena che le busca da Albertina Brianti, in quello successivo. Le campionesse di Parigi e Wimbledon sfarfalleggiano a vuoto, incapaci come tutte di mantenere una forma accettabile per più di un mese di fila. Sembrano Djokovic del 2009.

Ana Ivanovic. Torna negli ottavi di uno slam, per fortuite congiunture di sorteggio e ritiro delle Cetkovska. Magra come un chiodo arrugginito, neanche fosse reduce da un mese di prigionia a Mauthausen. Si muove meglio e tira meno forte. Ma sempre fuori. Più che nel fisico, dovrebbero cercare forme di vita in quel cervelletto grande quanto un nocciuolo di cerasa.

Heahter Watson. Teenager moretta d’Inghilterra. Ordinata, diligente e con già buona personalità impunita. Manca solo un pizzico d’esperienza, altrimenti avrebbe disinnescato Tony Dallara Sharapova già al primo turno. Ma si farà, credo.

domenica 11 settembre 2011

US OPEN 2011 – FEDERER: SUICIDE IN NEW YORK (ELEGIA DI UN SUICIDIO NUOVAYORKESE)


Day 13 – Dal vostro inviato conta bubbole, sopravvisuto al super saturday

Sarà quell’atmosfera frizzante, venata di chiassosa isteria, ma New York si presta a meraviglia per il racconto di un romanzo delirante. E’ ideale proscenio di grandezze, disastri, emozioni e catastrofi. O per un film di nevrotica asfissia/liberazione cerebrale partorito da Woody Allen. Lui e la sua New York. Si presta a tutto, quella gigantesca grande mela. La grandezza di una città ferita, che proprio ieri celebrava con ferale compostezza il decennale dell’attacco alle twin towers.
Qualche ora di fitta pioggerellina altro non ha fatto che aumentare la spasmodica e chiassosa attesa per la prima semifinale: Federer- Djokovic. Come l’anno prima, di fronte in semifinale. Il vecchio ed elegante despota defenestrato da questa specie d’inelegante marionetta travestita da giullare, mezzo Pippo Franco e mezzo tagliatore di gole da wrestlemania. Attesa che palpi in quei gridolini d’eccitazione del pubblico e dagli ombrelli che si schiudono. Cosa impiperà a me? Attendo solo di vedere i diavoletti che ballano nelle loro menti, appena scenderanno in campo. Semplice vedere una partita, capire se quel marrano deve giocarla più lunga. Magari insistere sul dritto dell’altro o cercare con più frequenza la rete. Facile, ma anche noioso. Il gran segreto per trovare interessante questo strambo sport è inventare le cose, provare a carpire inesistenti tragedie della psiche, eroismi, deliri e suicidi inconsapevoli. Perché qui dentro, secondo voi, c’è qualcosa di non inventato? Sono un artato menzognero.
Intanto che son perso in profonde dissertazioni mentali sulla vita ed il microcosmo, quelli sono già entrati in campo, pronti a dare il via al magnifico "Super Saturday". Federer non vuole pensare allo scorso anno, al tragico epilogo. Non vuole fare la stessa fine da pesce in barile, intrappolato ed impotente nelle spire dell’orrido ragno che lentamente si stava costruendo l’ovetto d’increscioso dominio. Lo svizzero sa di dover evitare lo scambio lungo e quella cruenta sfida a due mani, che inevitabilmente vedrebbe l’esaltato serbo dominatore. Non deve ricadere nello stesso trappolone, vittima prima ancora del suo orgoglio incensato che delle ineleganti gesta marionettistiche dello spiritato avversario. La pugna e le pugnette, sarà un caso se i due termini si assomigliano. Debbo interrogare un esperto di semantica.
Ed è bravissimo Roger. Via, servizio e dritto in sospensione sulle nuvole. Centrato, sicuro nei suoi colpi accecanti, ma anche di rovescio. E’ il segno di una giornata di gran spolvero che ben fa il paio con due settimane di ottimo tennis. Vola, danza  e colpisce, tanto leggero e  così devastante. Sarà quella la grandezza? Può essere. Lo snodato dominatore degli ultimi mesi rimane lì, inerme e goffo nelle sue stridenti strisciate. Non riesce a mettere in atto una qualsivoglia difesa, buttarla in gazzarra. Allungare lo scambio e primeggiare di nudo muscolo. E’ attento lo svizzero, nel tenerlo a debita distanza. Non ci sono campi orridamente allentati o palline pesanti di sorta. Non c’è fisico che tenga, quando il braccio dell’altro fila a quel modo.
Il vecchio despota avanti di due set a zero, dopo un'ora e mezza di stordente concerto. Tutto secondo i suoi piani. Che poi un Federer non ha piani d’azione. Deve solo fare corsa di testa. Negli schemi e nell'andamento numerico. Dominare in modo immacolato. Se si lascia trascinare nella bagarre di colpi e punteggio, diviene tutto imprevedibile. La sconfitta è dietro l’angolo. Guardi quella maschera distaccata e provi a carpire qualcosa. Sarà contento d’aver dimostrato al mondo ed all’altro, chi è ancora il numero uno? Sarà avezzo a sofismi e platonismi di sorta? Una vena di altera soddisfazione dovrà pur solcare quel volto che pare intagliato nella cera, dopo due set che somigliano ad orgasmo dell’orgoglio aristocratico. L’altro, il dominante serbo è di più facile lettura. Rassegnazione ed impotenza invadono quei lineamenti di agghiacciante bruttezza. Sa bene, intimamente, che se l’altro esprime un simile tennis, a lui rimane poco da opporre. Restano gli sguardi al cielo. Sembra quasi lo stesso di due anni fa. Prima ancora dei mille accorgimenti ed interventi nella galleria del vento, per migliorarne le prestazioni.
La creatura del Dott. Frankenstein non può che remare a vuoto. Ma sa anche lui che il match non è finito. In un singolo incontro possono avvenire mille cose. Se lo deve ripetere mentalmente, in quel cranio bombato tipico dell’omicida efferato. Sportivo, chiaramente. Roger si trastulla un par di games a rimembrare i due set di smerigliante delirio. A compiacersi, quasi. Tanto basta perché il satrapo serbo prenda un vantaggio, un piccolo abbrivio. Come il sorcio che si scava il solco. Vincerà il terzo set? Nel caso finirà per vincere anche il match al quinto, mi dico. Fortuna, casualità o capacità di leggere ed osservare nell’imperscrutabile mente del monarca elvetico quegli elfi satolli d’orgoglio, che dopo aver danzato un valzer viennese si prendono una pennichella fatale, fate vobis. Ma una volta spuntata l’orrida testa, il serbo è una roccia nel mantenere il vantaggio. Porta a casa il terzo set, malgrado un Federer che nell’ultimo game prova il rientro con uno sforzo superiore.
Il quarto set è ancora il trionfo del torpore di svizzera, ed un Nole che domina il campo. Copre e picchia da destra a sinistra. Mena le sue sciancate danze, con l’altro che è una maschera di vuota. Chi l’avrà lobotomizzato? Paga, forse, il grande sforzo mentale e fisico dei primi due set. Probabile. Una sorta di black out mentale e normale rilassatezza nella quale l’altro si è inserito alla grande. Mai dare queste possibilità al serbo, la paghi cara. Roger molla completamente gli ormeggi del quarto set, sparisce dal campo. C’è fisicamente, ma non v’è traccia del suo tennis. I paralleli con lo scorso anno iniziano a farsi sinistri. Per sua stessa ammissione, mollò via il quarto set per dare tutto nel quinto e preservare energia in vista di una poi inesistente finale. Anche stavolta, sotto di un break, il quarto set è accantonato con indifferenza. La paghi, svizzero, mi dico. Difficile, arduo rientrare mentalmente in un match dal quale sei uscito, specie se dall’altro lato non v’è Cilic, ma l’invasato agonista di Serbia. Con quegli inumani occhi feroci.
Stavolta mi sbagliavo (o forse no?), nella mia deformazione di voler prevedere gli eventi illudendomi d’esser un chiaroveggente che manco il Mago Otelma e John McEnroe messi assieme. Impossibile per tutti o quasi, ma non per Federer. Come fosse nulla, riprende la melliflua danza omicida in punta di piedi. Vola e passa con eleganza radente sopra un serbo sbigottito, che riprende a guardarsi attorno. Cerca motivazioni valide a tutto. Livoroso, Nole. Se la prende col pubblico, fa ampi e teatrali gesti, sempre sopra le righe. Sugli spalti fanno una gran cagnara sostenendo in modo sfacciato lo svizzero, talvolta in modo imbarazzante (si odono degli “ohhhh” di disperazione persino su una prima di servizio sbagliata). Toccherebbe farsene una ragione. Ritenta, sarai più fortunato. Torni tra due lustri, quando magari opposto ad un pupazzetto mascherato che incarna il male (fidatevi, il tennis tra dieci anni sarà come il wrestling, ndr), forse qualche applauso da dodicenni marmocchi potrai anche prenderlo, Nole.  Lo svizzero va a servire per il match dopo due gran dritti della casa e grazie ad altrettanti erroracci di un serbo ormai disperso tra la rassegnazione e la bambinesca polemica verso il pubblico. Federer va per chiudere, 40-15. Un miserabile punto, quando Nole s’inventa e getta via una risposta di dritto di pura frustrazione violenta. Rimane dentro per miracolo. Audacia o follia coraggiosa di chi nel cervello ha niente. Perché il coraggio è prerogativa di chi è sprovvisto di pensiero, lo sappiamo. O semplice voglia di porre rapidamente fine a quel match. La morte rapida. E non sa nemmeno lui che lì il match girerà ancora, in modo che nemmeno un romanziere squilibrato potrebbe immaginare. Gli spiritelli nella scatola cranica dello svizzero iniziano ad agitarsi scomposti. Nole si prodiga in un altro siparietto assai rivoltante, facendo ampi cenni al pubblico. “Allora, mi applaudite adesso o no, brutti figli di una cagna?” libera interpretazione, volutamente epigonale. Altro dritto dello svizzero che scheggia il nastro e finisce fuori, per auto annullarsi il secondo match point. Ora lo psicodramma si materializza. Dei sibilanti serpentelli iniziano a costipare le meningi dell’ex monarca. E’ teso. Vuoi vedere che riesce a perderla? Ci prova, e ci riesce completando l’opera con un surreale doppio fallo. Nole mette le mani all’orecchio, vuole sentire gli applausi. Applausi per cosa? Perché l’altro sta gettando via un match? Non si ben comprende il serbo. Mai ci riuscirò, facendomene una ragione. O forse è fin troppo chiaro per soffermarvisi ancora.
Ma da lì in poi Federer non mette più nulla in campo. Sparisce, non c’è più. I serpentelli nella sua mente, dopo la gazzarra, vanno a dormire esausti. Seguono quattro games da emiparesi cerebrale. Non arrivano più impulsi a braccio e gambe. Il tutto è suggellato dal solito rovescio in back scacciamosche finito a metà rete. Marchio di fabbrica del suicidio in itinere. Djokovic vince, ma non si lascia andare nelle solite submentali scene di giubilo che manco un orango libero e brado. Finto come una banconota da due euro, dichiara grande amore verso il pubblico nuovayorkese. Ed intimamente vorrebbe ammazzarli tutti per quello che ha sopportato in quattro ore. Poi si mette a ballare sulle note house. Come se di inelegante, macchinoso e costruitamente brutto non ci fosse già il suo tennis. “La mia vittoria più bella”, dirà. Vuoi contraddirlo? V’è, mascherata, la verità di tutto Djokovic in quella frase. Per carità, non ha rubato nulla. Mentalmente è ormai ad un livello d'auto esaltazione. S'è fatto trovare prontissimo a cogliere la palla al balzo. Poi intendiamoci, hanno libera (o meno) cittadinanza nel mondo quelli con deviazioni necrofile. C'è chi si esalta nel tagliare la testa del nemico, e chi gode soltanto a raccoglierla nella sua cesta, dopo il suo suicidio. Perché dichiarare che questa è la sua vittoria più bella...altro non fa che rendere a tutti palese l'essenza intima di questo gran sportivo pervaso da sadismo. Per chi vuole capirla, e non si lascia ammaliare dai finti siparietti subumani.
Fererer rimane lì sulla seggiola e poi se ne va, come una sfinge. Davvero non ci si crede. Il più grande e vincente tennista di questa era e forse anche delle altre, che si abbandona a simili fughe della realtà, degne di un Gasquet di lusso. Gran colpi, spettacolo, delirio e morte. La luce abbagliante del talento, e la tenebra improvvisa dell'agonismo. Tutto in un solo tennista. Che non sarà mai un fighter, semmai splendido uomo in fuga. L’uomo dei grandi assoli, che si disperde e figge via da se stesso appena la situazione si trasforma in plebea bagarre. Nadal e Djokovic, prima con la loro caratteristiche temperamentali di irriducibili combattenti e poi con la tecnica capacità di difensori esasperanti, ne stanno mettendo a nudo la patologia in modo evidente.
Da pugna in pugnetta, appunto.

sabato 10 settembre 2011

US OPEN 2011 – SUPER SATURDAY ALLARGATO



Day 12 – Dal vostro codardo inviato in incognito, con l’accento di Berghèm de suta, al Giro della padania


E’ arrivata anche la first lady Michelle (non proprio quella di Oh, my Michelle) Obama a Flushing Meadows, a celebrare le battute finali di una delle più funeste edizioni dello Us Open. Per intenderci, come se la first lady italiana intervenisse agli Internazionali del Foro Italico. Ah già, noi non ce l’abbiamo una première dame. Al limite potrebbe esserci una teenager svitata (croata, venezolana,  o italiana senza licenza elementare) che si rotola per terra e ruzzola per le scale in preda a schizofrenia adolescenziale. Poi la fidanzatina sedicenne dell’ottuagenario despota rilascerebbe un discorso immortale, azzardo: “Sto assai contenta di aver venuta qua in mezzo a sti vecchi. Io sarò la futura ministera della istrussione...ihihih! Vorrebbe dicervi ke papi silvio berluscone è il più bravo uomo del mondo. E’ un vincente. E la notte ci scambiamo li sms dorci d’amore.”. Ogni nazione ha ciò che si merita, lo sappiamo già.
Ma venendo alle cose serie, ed agli agonismi racchettari, giornata deludente dopo i due giorni di sosta e l’accumulo del giorno precedente. Vedo poco, quasi niente. Più preso nell’osservare il vecchio Jimbo che come scapigliato sedicenne si prepara al rientro nelle champions series d’autunno, allenandosi con Jim Courier. Jimbo is back! Chissà se Trevisàn, le gran promesse di turno Frappampina o Semanzara hanno la sua stessa voglia. O metà di quella di Muster.
Ma andiamo con ordine, Rafael Nadal porta a compimento il suo percorso netto ed approda in semifinale battendo l’infermo Andy Roddick, già miracoloso nel portare a conclusione la vittoria con Ferrer. Pioggia, neve, vento, grandine, bufera o tornado equatoriale, lo spagnolo è sempre lì. Giunge in semifinale dibattendosi tra modesti avversari da chellenger, semi-ex ed infermi da lazzaretto e, senza il benché minimo periglio, trova una discreta forma. Se almeno una delle nove/dieci mine vaganti fosse capitata dalle sue parti, forse non avrebbe perso, ma qualche patema l’avrebbe anche provato. Invece un maglio mancino, una smutandata, un coccolone, altro uncino arpionato e sguardo torvo, ed è lì. Storia già vista.
In semifinale il maiorchino se la vedrà, come da pronostico, con Andy Murray. Terzo match in tre giorni per entrambi. Naturalmente, ma manco dovete sforzarvi a pensarci, ci arriva più sfiancato lo scozzese. Dopo esser stato ad un soffio dall’eliminazione con Robin Haase al secondo turno, ieri ha rischiato un pericoloso quinto set col sempre fastidioso gigante John Isner. Uno che sarà anche al limite regolamentare tra tennis e basket, ma con quel servizio rimane avversario insidioso. Chi vincerà questo scontro di semifinale? Arduo dirlo o prevederlo. A inizio torneo avrei detto Andy, ora, con un Nadal rodato ad arte da mezzi figuranti messigli davanti, propenderei per lo spagnolo. In definitiva, un bell’ics ci sta di lusso. Si è invece sbilanciato, al solito, John Supermac McEnroe. Tanto inarrivabile con un violino-racchetta in mano, quanto scasso nella ventennale attività di chiaroveggente. Per il genio vincerà Murray. Non solo la semifinale, ma anche il torneo. Ora, lo scozzese dovrebbe essere stecchito dal vaticinio, ma si sa mai. Una volta su cinquanta, anche per sbaglio, un pronostico lo potrà anche prendere.
Sparisce anche l’ultima sbiadita traccia d’azzurro, con l’eliminazione del duo Fognini/Bolelli ad opera di Melzer/Petzschner. Che dire. Vedo il terzo set, ed una domanda mi viene spontanea.  Come hanno fatto quelle due grottesche figure italiche ad arrivare in semifinale? Sarà forse questo il quinto mistero di Fatima? Può essere. Ma è davvero imbarazzante. I due "Woodies" in salsa azzurra giocano un doppio terrificante. Voglio dire, dal fondo, sempre a rimbalzo. Non vanno a rete nemmeno sulla prima. Se il doppio è in crisi, questi due riusciranno a sancirne la morte definitiva. La coppia tedesco-austriaca da circo Medrano vince, e vorrei vedere.  Anche con un Melzer che non ne mette una in campo. Voglio dire una, per sbaglio. Sorretto da Petzschner (e ho detto tutto) manco fosse una badante. Con l’austriaco almeno al 5% di forma, sarebbe stato un sacrosanto 6-0 6-1, invece in nostri eroi tricolori perdono 6-1 al terzo.
(Molto facili) ironie a parte, malgrado l’incomprensibile alchimia che ha portato quelle due cariatidi in semifinale, rimane un bel risultato. La conferma che al doppio, a volte, basta iscriversi e giocare convinti di voler vincere. Bene soprattutto Bolelli. Il “piccolo Bhupathi” di Budrio è forse ad una svolta decisiva della carriera: dedicarsi solo al doppio. Vuoi mettere? Soldi quanti non ne vedrebbero nemmeno 1000 operai in centododici anni di vita, coppe e gloria. Oltre ad un posto come vice doppista in Davis. Quando si dice l’ambizione.

Piccola scheda da 1 euro per vincerne 553 e godersi il super saturday con animo palpitante:

Federer 3-1 6,00 (come no)
Murray 3-1 7,00 (crediamoci)
Duo infermo di mente (Petz/Melz) 2-1 a 4,33 (tanto…)
Kaiona Kanepi 2-0 a 1,80 (nel prestigioso Itf di Biella)
Serena 2-0 a 1,80 (capirai)

venerdì 9 settembre 2011

US OPEN 2011 - FEDERER-DJOKOVIC, ANCORA LORO


Day 11 – The day after. Dal vostro inviato, costipato nell’ovetto ipobairco per curare il raffreddore da fieno


Pennetta manca l’appuntamento di una vita. Alla fine è spuntato anche qualche timido raggio di sole, ad asciugare i campi impregnati d’acqua. Si gioca in un ambiente lunare da post apocalisse, con alcuni match assai interessanti confinati sui campi che meglio hanno tenuto. Tutti insieme appassionatamente, con inquadrature d’emergenza stile webcam amatoriale e pubblico che neanche al primo turno del challenger di Le Gosier. Ci mette un po’ a carburare Serena Williams, coi poderosi muscoli ancora imballati ed atrofizzati dall’umidità. Appena si mette in moto, ha ben poco scampo l’adorabile mortazza basculante Pavlyuchenkova. L’americana si guadagna la semifinale, dove troverà la formichina numero uno al mondo, Caroline Wozniacki, che ha ben controllato le sfuriate ansiogenamente asfissianti della tedesca Andrea Petkovic. Almeno ci siamo scampati il suo subumano balletto.
Due giorni di snervante attesa che si trasformano in tracollo da incubo per Flavia Pennetta. L’italiana manca lo storico approdo in semifinale, coronamento di una carriera. Stoppata dall’emozione, quasi inerme di fronte al mancino randello ispirato della tedesca Angelique Kerber. Tennista non più teenager e dalla classifica modesta, ma in gran progresso. Sconfitta ancor più amara per la brindisina, che pure sembrava esser riuscita a raddrizzare un match difficile, involandosi ad un passo dal 3-0 nel terzo set. Invece s’accartoccia ancora, in balia della tedesca con le cosce come quelle di Rummenigge e Briegel messi assieme e che di secondo nome fa “pestasodo”. Poco da dire, forse colpevolmente sottovalutata questa ragazzona teutonica o, probabile, colpa di quell’attitudine mentale comune a molte di saper giocare meglio contro pronostico, e venire avvolte da una cappa d’ansia quando si è chiamate a vincere da favorite. Sconfitta brutta, ma che non deve far dimenticare il bel torneo della tennista piugliese. Ottimo, anzi. Soprattutto per chi la vedeva già sfavorita contro Romina Oprandi (uno di quei pazzi incompetenti, sta scrivendo or-ora). Completa il quadro dei quarti l’agevole vittoria di Samantha Stosur contro Vera Zvonareva. Le maggiori soluzioni offensive dell’aussie hanno la meglio sulla regolarmente confusionaria Vera. Scenario che avevo previsto avvenisse per Petkovic contro Wozniacki, ma non si può sempre prenderci. Perdiana.
Il piccolo Bopanna di Budrio. Breve divagazione. L’italico appassionato può ben  mitigare la cocente delusione per l’eliminazione di Pennetta, col gran risultato che vien fuori dal doppio maschile. Prima semifinale dell’era open per una coppia italiana (Fognini-Bolelli). Uno senza risposta e l’altro senza servizio, entrambi con approssimativo gioco di volo. Ma che hanno trovato la giusta alchimia mentale (in due la pressione personale viene a stemperarsi), per dare buoni risultati in una specialità dominata da coppie con età media di poco inferiore a quella di Emilio Fede, in cui il 47enne McEnroe fu ancora capace di vincere un torneo Atp a San Josè e nella quale uno come Petzschner ha addirittura alzato la coppa di Wimbledon. Poco male, soprattutto Bolelli potrebbe ricostruirsi una carriera sulle orme di Aisam-Ul-Haq Qureshi Mahesh Shrinivas Bhuphathi. Insomma, non più piccolo Federer ma “piccolo Bopanna”.
Uomini, avanti i quattro dell’apocalisse. Aveva la solita aria seccatamente snob dei giorni di sventura “cipollesca”, Andy Roddick. Alla fine ottiene d’esser spostato su un campo meno dissestato, e completa un gran successo contro David Ferrer. L’americano avrà però bisogno dell’impresa di una vita, nel quarto di finale contro Nadal (agevolmente sbarazzatosi di Gilles Muller). Senza nessun problema Murray passato in tre set su Donald Young, ed il gigante Isner che castiga l’omino invisibilmente atroce Simon. I due ora si ritroveranno nei quarti.
Disputati invece in tarda notte i quarti di finale della parte alta. Derby serbo da “Famiglia Addams” tra Djokovic e Tipsarevic, col barb-occhialuto sfidante che dimostra timori reverenziali zero innanzi al dominante connazionale. Anzi, per due set gli fa vedere le streghe grazie ad una prestazione attaccante che rasenta l’eroismo greco. Nole regala anche qualcuno di quegli antologici siparietti che lo rendono assai simpatico alla gente cui manca qualche rotella. Tipo: braccia levate al cielo, pugno sul cuore e strabico sguardo di ringraziamento al superiore lassù, appena l’altro scentra la settima accelerazione consecutiva. Come a dire “ah…finalmente iddio s’è ricordato che deve farlo sbagliare a quello, che mica posso stare qui a riprendere caterve di accelerazioni disteso sui teloni allo infinito…”. Che simpatia. Contagiosissima. Il buon Janko, malgrado gli manchi qualche venerdì, è tennista dal potenziale assai notevole, ma finisce per sfibrarsi i muscoli sul set pari, nel disperato tentativo di fare partita col mostro della laguna. C’è anche il tempo per un altro teatrino del numero uno, che si blocca come emiparalizzato dopo l’ennesima forzuto recupero. Stop medico anche per lui, a game in corso. Non c’è il tempo materiale per un sollazzante bagno nell’ovetto ipobarico che guarisce ogni male, ma si rimette in sesto ugualmente. L’altro dopo cinque minuti si ritira.
Terza semifinale consecutiva a New York e terza negli slam 2011 tra Djokovic e Roger Federer. Lo svizzero ha regolato in tre set un abbacchiato Jo Tsonga. Prestazione convincente, perché giunta dopo i due recenti precedenti contrari e perché priva di quelle amnesie o regali fughe dalla realtà che ultimamente l’elvetico concede e che spesso consentono all’avversario di rientrare nel match. L’attesa ed ennesima semifinale sarà un po’ lo specchio del mutato scenario tennistico. Col vecchio numero uno ancora capace di stellari picchi tennistici ed il nuovo automa dominatore, costruitosi coccio dopo coccio quel numero uno, quasi progettato da scienziati addetti alle costruzione di aviojet militari. E’ il tennis del tremila, questo. Alla faccia della naturalezza insita nel gesto di colpire una pallina.
Che vinca chi prima porta a casa i tre set. Dicessi che vinca il migliore a scapito della scienza, rischierei di sembrare filo elvetico. Ed invece sono equidistante. Come la Svizzera, appunto.

giovedì 8 settembre 2011

US OPEN 2011 – WHO’LL STOP THE RAIN?


Day 10 (abortito) – Dal vostro inviato nell’arca di Noè, canticchiando questa fantastica song. Se solo m’avessero trovato un esemplare femmina della mia specie…


Pioggia, pioggia ed ancora pioggia. E chi la fermerà? Atmosfera tra l’apocalittico ed il grottesco, a New York. E dire che le premesse erano state beneaugurati, con l’uragano “Irene” a bagnare l’esordio di un torneo che potrebbe rimanere nella storia.
Intemperie che si mescolano ad inadeguatezza quasi semidilettantesca degli organizzatori, e tragica impreparazione alla situazione d’emergenza. Pioggia incessante, intervallata da un’oretta di quiete, campi asciugati col phon per capelli e pronti per essere nuovamente bagnati da un altro biblico scroscio. Forse utilizzando i teloni, un paio d’ore di tennis si sarebbero anche potute vedere. Una situazione che snerva già lo spettatore medio con la sua birrozza sui braccioli della poltrona, figuriamoci i protagonisti. Scalpitano, s’innervosiscono come i cavalli prima della partenza del palio. Nitriscono bizzosi e coi nervi a fior di pelle, si allenano in tristi palestre dello ardimento al coperto. Lassù nella foto vedete il FESSO tedesco che, avendo il nulla ancestrale nel cervello, è forse l’unico a non risentirne psicologicamente. Magari lui ed il suo degno compare di circense doppio Melzer si alleneranno canticchiando quest'altra immortale song. E si domandano, con lo sguardo assente, se l'hanno mai vista, la pioggia.
Hanno anche provato a buttarli dentro. Una decina di minuti su un campo pieno di pozzanghere e la pioggia che scendeva ancora copiosa. Gran proteste e stizzite smorfie dei vari protagonisti. Quasi indignato Nadal, che se ne va scuro in volto. Come può la divinità maiorchina rischiare di farsi del male su quel campo sgusciante con un acquaplaning? Gli organizzatori, dovesse sbucciarsi una regal unghia rischiano una causa da trilioni di dollari. Per una volta ha ragione. E lo stesso dicasi per Roddick e Murray, anche loro protagonisti di una finta partenza sotto l’acqua che scendeva a catinelle. Nadal fa in tempo a beccarsi un 0-3 da Muller (bene, per le mie scommesse), Roddick sguscia via alla grande dai blocchi bagnati 3-1 (ottimissimo per le mie scommesse), e Murray è 2-1 contro Young.
Ancor più ridicola la situazione delle donne, tenute a bagnomaria fino alla sessione serale. Entrano in campo, riescono, fanno facce sconvolte, prima d’esser rispedite negli spogliatoi a seguito del definitivo rinvio.
Quali, le conseguenze di una simile situazione? Tante, probabilmente. La prima è che gli uomini della parte bassa del tabellone (Nadal, Murray…), finiranno per giocare due incontri a distanza di 24 ore, forse anche nello stesso giorno. Anche qui, almeno fino alla finale, Nadal potrebbe far valere la sua rinomata fisicità e capacità di venir fuori da battaglie tennistiche simili alla lotta greco-romana. Su Murray avrei i miei dubbi. Per la finale, occorre dirlo, pagherebbero questa situazione nei confronti dei più riposati Federer/Tsonga e Djokovic, che si trovano con un match in meno sul groppone. Alla fine, oltre ai discorsi di accumulo fisico, bisognerà anche considerare come a trarne beneficio saranno i tennisti maggiormente solidi di testa, che si faranno meno logorare dall’attesa e da queste condizioni da tregenda.
Stesso discorso tra le donne. Le mie scommesse rischiavano di andare in mona, perché una Serena che gioca nella notturna palude acquitrinosa dell’Arthr Ashe simile a risaia indocinese con umidità del 1200 per cento, rischiava qualcosina. Anche di perdere un set, pagando l’atrofizzazione tipica del geco. Ben me la ricordo al Foro Italico due anni fa, quando i lungimiranti organizzatori la eliminarono scientemente mandandola in campo notte-tempo in un clima da Fantozzi contro Filini, con pioggerellina, vento transiberiano e gelo antartico.

Scommesse
Ah, due giorni senza vincere o scommettere è dura.
Ed allora congegno un sistemino per portare a casa 2700 euro con 1,00 di puntata. Non datela per buona, è come giocare al super enalotto e se non ne prendete nessuna, è più che nella norma:

Fisse:
Pennetta 2-0 1,90
Radwanska/Hantuchova 2-0 2,25

A girare (4 su 5):
Roddick 3-1 (nella sezione live) a 4,00
Isner 3-0 a 5,50
Muller a 5,00
Murray 3-1 a 3,50
Tsonga 3-1 a 8,00

Puntata unitaria 0,20 (totale 1,00)
Vittoria massima (SICURA come la morte dell’’unto entro fine 2011) 2700,32
Vittoria minima (già in tasca di 600 e dispari)

E che iddio (o un'orgia di copulanti divinità pagane) vi assistano.

mercoledì 7 settembre 2011

US OPEN 2011 – FLUSHING MEADOWS, BAGNATI PRONOSTICI OTTAVI E QUARTI DI FINALE


Day 9 (mai esistito) – Dal vostro afflizionato inviato coi reumi alle giunture, stipato a bordo campo col k-way.

Ah, sì.
Codesto anfratto di rete, pullula di visite. Frotte di commenti che infervorano un dibattito incandescente ed assai produttivo. Solo uno di (assai poco originali) insulti e cassato, da parte di un fine lettore che mi invitava a giocare contro Francesca Schiavone. Troppa grazia. E con gentilezza, ho declinato l’invito. Pure il mio povero babbo, ai tempi, invitò Gianni Brera a giocare lui, al posto di quel Gianni Rivera che il marrano scriba criticava ferocemente. Io non sono Brera, Schiavone non è atleta dal femmineo agonismo di Rivera "l'abatino" (ma figuriamoci...) ed il ricercato lettore spero abbia un po’ più della licenza elementare che s’era guadagnato il mio defunto genitore. Al limite un refolo d’intelligenza che trascenda gli studi, per capire che si può ridere e criticare chi gioca meglio di te, ha vinto coppe, etc…
Solita solfa, insomma.
Ma malgrado l’incessante pullulare di commenti, continuo a farneticare. Perché al metadone proprio non so rinunciare.
Piove che dio la benedica, in quel di New York. Ieri non s’è giocato. Forse non si giocherà nemmeno oggi. Ad ogni modo, programma condensato, con ottavi maschili e quarti femminili in una specie di super wednesday.
Poco male, la pioggia è un tocca sano per l’agricoltura. I pomodorini ogm cresceranno ben più floridi, e così anche cipollotti e rapanelli campestri. L'unico disguido, concerne i fichi d’india. La pioggia li abbotta, annacquandoli e rendendoli meno saporiti.
Ma ci sono anche gli affari di casa nostra. Convocati i quattro moschettieri azzurri per la sfida al Cile di Davis. Nessuna sorpresa (dentro Starace, Fognini, Bracciali e Bolelli). Fuori Seppi (sempre trattato come avesse ebola infettiva) e Cipolla (colpevole d’aver giocato troppo bene a New York). Tanto si potrebbe disquisire, ma evito di farlo per non insozzare questo blog e farlo scadere a livello di tiro a bersaglio contro una sgangherata croce rossa. Mi limito solo a prevedere che l’armata brancaleone dovrebbe vincere. Ma con un Fernando Gonzalez “mano de piedra” al 10% (difficile), rischiano di tornare in Italia giusto in tempo per la coltura dei “cocolicchi”. E’ infatti periodo di raccolta dei fichi secchi, che poi verranno essiccati ulteriormente al tiepido sole settembrino ed utilizzati per fare i fichi mandorlati. Prelibatezza ultracalorica tipica del leccese salentino. In questo clima di crisi, l’agricoltura necessita sempre di vigorose braccia, ed i nostri sarebbero ancora in tempo.
Ci sarebbe anche l’entusiasmante challenger di Genova, da analizzare nei minimi dettagli. Proprio ieri, eroico esordio di Filippo Volandri (un altro colpevolmente trascurato dalle convocazioni Davis). Il livornese lotta come indomito leone, e batte in formidabile rimonta un diciottenne raccattapalle genovese che mai aveva giocato prima, nemmeno le qualificazioni di un futures (solo le qualificazioni genovesi lo scorso anno. Poi mi diranno che è fortissimo. Ed io ci crederò, ciecamente). Mi basta sapere solo che dopo lo sfortunato 1-6 iniziale, l’invitante quota di Volandri era 2,50/2,62. Non l’ho giocata per evitare di ritrovarmi in gattabuia assieme a Dani Koellerer, e sopportarlo in cella sarebbe stata esperienza terrificante. Che c’entri tu? direte. Come cosa c’entro, sono tesserato e anelo la partecipazione a Wimbledon 2012. Quindi ho evitato strane scommesse.
A proposito, e visto che non v’è altra carne al fuoco, vediamo di stendere una scheda vincente, completando alcuni pronostici già dati nei giorni precedenti. Giocate solo Flushing Meadows, perché nei challengers rischiate di ritrovarvi match quasi-truffa simili a quello di cui sopra.

Ottavi/quarti maschili

Murray-Young (65%/35%). Ah, come gioca Donald…(cit.). ma difficile faccia il miracolo. Murray potrebbe andare a nozze con le gradevoli accelerazioni mancine del giovane americano, che pur vive una fase di splendida esaltazione. Forse. 3-1 Murray a 3,50 può essere invitante.
Isner-Simon (60%/40%). A questo punto, meglio il pivottone americano con la faccia da nerds. Molto meglio. Simon è qualcosa di mortifero, inverecondia dormiente che ti stecchisce per inedia. Mai puntare per dispetto contro qualcuno che ti sta sugli ammennicoli, ma 3-0 Isner a 5,50 è un rischio terrificante da provare. Secco, a 2.00.
Ferrer-Roddick (45%/55%). Azzardo la sorpresa (due anni fa sarebbe stata bibbia) di Roddick. L’americano tirerà fuori ogni risorsa rimastagli (poche credo), e può farcela. Ma ‘ozzappatore non regala niente. Americano a 2,75, da prendere intonsamente. 3-1 a 6,00 se volete sbarcare il lunario.
Nadal-Muller (70%/30%). Precedente a Wimbledon, due mesi fa. E per due set il lussemburghese infastidì Nadal. Esperto, mancino, gran battitore ed asfissiante attaccante. Basterebbe per recare qualche problema allo spagnolo. Vincere è difficile. Azzardo un 3-1 Rafaelito a 3,75.

Federer-Tsonga (60%/40%). Federer favorito, ma gli ultimi precedenti invitano alla prudenza. Svizzero a 1,36 per una scommessa filo-pavida, francese a 3,00 da abbinare a qualcosa di cui sopra, per vincere assai.
Djokovic-Tipsarevic (80%/20%). Derby serbo scontato. Anche se Tipsarevic per conformazione psichiatrica è meno servo della gleba di Troicki, esito scontato. 3-0 a 1,36. Al limite un rischioso over 3,5 set  a 3,50.

Quarti femminili

Wozniacki-Petkovic (45%/55%). Match equilibrato. Dovendo, mi giocherei la tedescona che, pur macchinosa come nessuno, ha più soluzioni offensive. 2,75 val bene una messa.
Serena-Pavlyuchenkova (85%/15%). Confronto senza storie. Un po’ sono in apprensione per le sorti dell’adorabile bisontino russo. Sei games vinti e sarebbe già trionfo. Quantunque anche il solo uscirne incolume fisicamente, sarebbe tanto. 2-0 Serena a 2-0. Meno di 18 games a 2,00.
Zvonareva-Stosur (60%/40%). Ah, si. Le due perdenti per definizione, si ritrovano faccia a faccia. La maggior potenza dell’australiana, contro la squilibrata regolarità di Vera. Vincerà la più fresca e chi avrà meno paura. Forse la russa, anche perché l’altra è reduce da due durissime battaglie. Chi lo sa. 2-1 per la russa a 3,75. O over 2,5 set a 2,37.
Pennetta-Kerber (70%-30%). Occasione della vita per la brindisina. Se non si farà travolgere dall’emozione (ma ha già dato prove di quanto sia solida di testa), vincerà agevolmente. 1,36 o 2-0 a 2,00.


Ma c'è anche un doppio invitantissimo:
Petzschner/Melzer-Seppi/Marrero. Ora, scommettere per il duo manicomiale a 1,28 (2-0 1,66) potrebbe causarvi un ricovero d'urgenza, ma una tantum e contro Seppi e Marrero, non è da ergastolo.


Fissi:
Pennetta 1,36
Duo manicomiale (Petz/Melz) a 1,28
Zvonareva 1,66
2-0 Serena 1,20
A girare 2 su 3 (o, per pusillanimeria 1 su 3):
Isner 2,00
Roddick 2,75
Petkovic 2,75


E che iddio vi protegga.


Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.