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lunedì 31 ottobre 2011

KVITOVA, MASTRA 2011


Tra Halloween, Deserto dei Tartari e notte delle morte viventi.


Trova il mostro che è in te. Avevo appena approntato il costume per l’incombente seratona di Halloween (mi travestirò da Tipsarevic col rasserenante sguardo di Cilic – tipico del nano pisolo affetto da gigantismo che cammina contro mano in autostrada. Una mostruosità assoluta -) quand’ecco che va in scena la finale dell’edizione 2011 del Master femminile, in quel di Istanbul. Torneo, ovviamente, sterile e deludente. Match di asfissiante noia, talvolta confinanti col coma narcolettico, altre con la medesima brutale sensazione che si proverebbe nell’essere trafitti da una scure in pieno petto. Una scure sbirola, storta e arrugginita.
La Wta attuale è questa, e lo stato di ridicola crisi mortifera in cui versa, ben si riassume in quella foto in alto. Al solito, l’acme del patetico, si concentra nella presentazione pre-torneo. No, anche se così sembra, non è la serata di Halloween anticipata. Manca la zucca. Alcune bambolone, altre muscolose bestie da campo, posano in ghingheri da sera come neanche ad una prima della scala, con odor di muffa imperante e tante piccole eredi della contessina Serbelloni Mazzanti vien dal mare. Hanno nello sguardo un pizzico di composta vergogna per quello cui le costringono, tra svolazzanti e frivole vestali luccicanti, in stile pulzellette della Cappadocia.
Vince Kvitova in finale su Azarenka, amen. Trionfa la più forte del lotto, fra le tre che quest’anno avevano vinto uno slam (la quarta, Kim, non c’era e chissà se ci sarà ancora) e quelle che provavano l’exploit. Ma passiamo ad analizzare le protagoniste singolarmente. Per le loro tristi prestazioni sul campo? Non sono così crudele, quindi ci sarà spazio anche per un sapido sguardo alle loro mise da sera. Per l’onanistica gioia di quel commentatore che mi consigliava di lasciar perdere i tecnicismi, concentrandomi sulla moda. Ed io lo contento. Altrimenti potrei dirvi che un tennista tutta forza come Malisse ha poche speranze contro il funambolo Djokovic. Ed io non vorrei rubargli simili gemme.

Petra Kvitova: 8. A guardarla, in quel lungo abito color del mare verdino antracite o muffa di mandarancio, sembra la compagna di scuola vagamente cessa ed afflitta da problemi di acne. Proprio lei, che rivedi dopo qualche anno ad una festa di matrimonio, agghindata come le gran dame. Fa ridere, al più, con quegli occhioni ritrosi. Sul campo invece stende tutte con inaudita virulenza. Dopo qualche mese di pausa seguito al trionfo londinese, torna al top in Turchia. Cadono come pere lesse sotto i suoi magli mancini le varie Zvonareva, Wozniacki, Radwanska. Maggior resistenza offrono la cangura Stosur e Azarenka in finale. In questo scenario lunarmente rarefatto, sembra l’unica ad avere i colpi devastanti e le stimmate, se non da campionessa, da dominatrice costante. Un minimo di spavento lo provocano solo quei terrificanti guaiti striduli, fulminei e rochi, che esala a mo di esultanza. Prima di ricomporsi allo istante. Un “bawaurggh”, che dovrebbe somigliare ad un “c’mon”, forse.

Victoria Azarenka: 7. Assente nella sfilata, impegnata in una seduta extra con gli esorcisti travestiti da mental coach. E i benefici si vedono. Si qualifica subito per la semifinale passando sui cenci di Na Li e Stosur. Poi si rende un filo ridicola perdendo dalla “supplente” Marion Bartoli. Cosa che non ho visto, viva iddio. Pare che l’indemoniata Linda Blair, del tutto disinteressata al risultato, non emettesse nemmeno quello stridulo rantolo (“iiiiiiihhhhhhhhh”) tanto simile al vagito di uno spettro malato di mente con fattezze spongiformi. Ed ammutolita, si sia lasciata battere senza raglio e colpo ferire. Un po’ (tanto) colpa della formula a gironi, il resto lo fa la sua proverbiale e schietta antisportività. In semifinale brutalizza Vera Zvonareva, mancando però la consacrazione nella finale con Petra Kvitova. Ci sarà tempo anche per lei, temo.

Vera Zvonareva: 5,5. Che dire, ormai. Vorrei evitare il tennis concentrandomi sul sobrio vestito a manica lunga della sfilata, in un nero che sfina, sormontato da una specie di cintura rossa simile a contenitiva panciera per ventrazze da birra. Ma io l’adoro, e continuo a preferirla completamente ignuda, come nell’ormai leggendario servizio del mese scorso su non saprei quale rivista. Anche se di nudo c’era poco, anzi niente. Quanto al campo, se proprio devo…beh, ogni parola rischia di risultare scioccamente inutile di fronte all’ennesimo spettacolo del bellissimo e paffuto cigno aspirante al macabro suicidio, cui si assiste impotenti. Ce l’aspettiamo noi, se lo aspettano anche i mental coach (che prima o poi preferiranno il capezzale di un Fognini, per disperazione), ma se lo aspetta anche lei. Si attende che noi ce lo stiamo aspettando. Serve per il match con Radwanska, sventra due match point, poi si lancia in sguardi assenti, risatine isteriche, smorfie da antologia. E perde. Eccola la figlia illegittima di Dorando Petri. Con gli occhioni affranti ci comunica, come una specie di presa in giro di ogni cosa: “Avete visto cha anche stavolta ce l’ho fatta a non vincerla? Eh?” e poi lacrime trattenute a stento. Per una sorta di miracolo e laboriosi calcoli alfanumerici riesce ugualmente ad approdare in semifinale, dove prende una memorabile stesa dalla Azarenka. Stesa che ben fa il paio con quella ricevuta nel girone da Kvitova. In sintesi: è completa, caruccia, persino gradevole. Ma oltre ad essere perdente nel dna, non ha winners e poche difese contro orchesse in discreta giornata.

Samanta Stosur: 6,5. Così conciata, boccoli da Shirley Temple  e scollata sottana ricavata da un ricco paletot o tappetto volante egizio, è la più anacronistica. Deve vergognarsene intimamente. Voglio dire, con quei muscoli che la fanno apparire figlia illegittima di Sylvester Stallone e Schwarzenegger dopo una scellerata notte d’amor struggente, sembra domandarsi con gli occhi timidi: “perché proprio io? Che ho fatto di male?”. Meglio con una camicetta a scacchi da contadina.  Dopo il fantastico disvelamento nuovayorchese, sul campo era attesa ad una conferma. Non ci riesce, ma fa il suo dovere, passando sui ripugnanti cocci di Sharapova e schiantando Na Li. Prova anche a sbarrare la strada alla devastante Kvitova. Gioca un gran bel primo set a suon di dritti schioccanti, si dà delle gran pacche d’incoraggiamento sulle cosce manco fosse la fantina di se stessa. Poi si arrende alla distanza.

Caroline Wozniacki (la numero 1, cioè): 5. Il suo corto tubettino color prugna del Nebraska è forse il più sobrio del lotto. Su di lei sembra ugualmente grottesco. Senza collo e senza tennis, questa dolce danesina trasparente. Numero uno triturata (secondo pronostico, ed è questo il paradosso) da Kvitova e persino Zvonareva. Rimane dominatrice delle classifiche grazie alla raccolta punti del discount. Qui non regalano una pirofila, ma la coroncina fittizia di numero uno al mondo. Cosa può farci lei? Niente. Bruttissima a vedersi, cerca invano di far parlare di se per altro. Ora un morso ad opera di un dingo incazzato (poi diventato canguro con le turbe psichiche) che attentava la sua illibatezza in Australia, quindi il fidanzato sciocco e sportivo (Nandone nostro). In Turchia pare abbia provato a venderci una tresca con l’indimenticato “imperatore” Fatih Terim.

Agnieska Radwanska: 5,5. La meno peggio del lotto, nella sfilata. O meglio, quella che appare meno a disagio nell'orrore circostante. Gonnellino-tutù svolazzante, sorriso radioso ad impreziosire il triplo mento, gambe smilze e ginocchi puntuti, somiglia ad una delle girl di Fonzie in Happy Days. Arrivata in Turchia con discrete credenziali, e reduce da buone prestazioni, manca la prova del nove. La consacrazione sul gran proscenio. E fallisce miseramente. Raccoglie solo il cadeaux della vezzosa aspirante al suicidio Vera, per il resto non riesce a mettere in campo quella sagacia tecnico tattica ammirata in Cina, ma tornando melacotogna matura che cade dall’albero. Ho sognato, un mezzo incubo meno atroce di altri, una  futura rivalità al vertice tra lei e Petra Kvitova. Almeno ci sarebbe una specie di contrasto di stili.

Na Li: 5. La fasciano in un sontuoso vestito a più strati di chiffon, manco fosse una geisha orientale. Cinese. Perché travestirla da mondina delle risaie indocinesi pareva brutto. La campionessa del Roland Garros (mai finiremo di ringraziarla per quella indimenticabile impresa), sembra essere rimasta a Parigi. Quasi il torneo francese nascondesse una maledizione. In realtà, forse, quella è Na Li. Solida tennista, spartana e senza ghingheri. Una bella top ten. Quando attraversata da buona forma, un paio di mesi all’anno, top 5. Se a tocchi come in questo periodo, reduce tra l’altro dalla dolorosa separazione col marito coach, si rivela assolutamente incapace di competere con le altre. Batte solo Sharapova, ma quella, nelle condizioni in cui era, l’avrebbe battuta anche Volandri o una cucurbitacea.

Maria Sharapova: s.v. Esibisce uno sbluffantissimo e delicato abito color gialletta in amore, parco di plissè e trasparenze eccitanti quanto la Binetti che fa uno streapease sulle pietre tombali di un cimitero comunale. Il tutto condito dal solito sguardo di contrita, virginale ed altera consapevolezza stretta tra le contegnose chiappe. "Che fai, ci sputi sopra ad una ragazza di siffatta bellezza? Sei recchione peggio di Malgioglio, Picasso?", potrebbe domandarmi qualcuno. Per niente, risponderei. Con una così ci uscire volentieri, portandola in un bar bettola, tra avvinazzati che ruttano, spetazzano, mangiano uova sode e tracannano birra scadente. Ma ha anche giocato, l’urlante siberiana. Se possibile, mezza claudicante risulta ancora più insostenibile del solito. Riesce a perdere da Stosur mettendo fine ad una striscia di nove vittorie nei precedenti, s’inchina anche a Na Li, prima di rinunciare al terzo match.

Marion Bartoli: 6. La supplente alle grandi manovre. Scordatevi Edwige Fenech, questa cosa transalpina è invece la morte dei sensi. Ma da supplente, almeno, ci ha evitato la sfilata. Rabbrividisco al sol pensiero. Sostituisce Maria Sharapova per un inutile terzo match. Fa il suo inutile dovere e vince, sulla insolitamente muta e rinunciataria Azarenka.

lunedì 17 ottobre 2011

L'ORA (D'ARIA) DI MURRAY


In diretta da un luogo di massima sicurezza, ove sto imparando "di scrivere" col prestigioso strumento "smartphonico" che finirò di pagare a rate nel 2016. Se le urlanti scimmie che avranno invaso la terra concepiranno ancora lo strumento rateale. Su di una panca, baciato da un languido sole autunnale, che rende meno malvagio il freddo della rigida stagione allo annizzo. E con qualche foglia che svolazza irridente, simile ad un neurone che se va.

Murray in libera uscita. Reduce dalla visione del deludentissimo videotape di Belen assieme ad un ginecologo esibizionista e perso nei meandri un delirio spirituale, che in questa settimana mi ha fatto stracciare una (immaginaria) tessera di partito “apartitico” rispettoso delle inesistenti istituzioni nell’ambito di una lotta politica fatta di disubbidienza civile, di tennis ce n’è poco. Poco spazio per immani profluvi d’inarrestabili vaneggiamenti scilipoteschi applicati al tennis, dunque. Ma come, c’era il Master 1000 di Shanghai, dirà qualcuno. Ebbene sì, visto poco o niente. Qualche mattutino scorcio tra la prima e la seconda sigaretta, un set mentre deglutivo un ottimo risotto surgelato ai funghi prataioli e poco altro.
In Cina s’impone Andy Murray, a completamento di una trionfale tournée asiatica. Tre tornei vinti, quindici vittorie di fila e terza piazza mondiale sottratta niente meno che a Roger Federer. Trionfa dopo un cammino meno insidioso di quello sostenuto nel più piccolo torneo Atp500 di Tokyo e senza il simbolico scalpo di Nadal in finale. Piccolo paradosso lontanamente paragonabile a quello della chierica pulzelletta Rosy Bindi nuovo baluardo delle sinistre contro i Radicali biechi sostenitori dello sfascismo imperante. Ci sono paradossi ovunque, cari miei. Diventare sostenitori del regime votandogli coerentemente no. Candidare gente che poi vota sì, e rimanere i simboli dell’antiregime. L'insensatezza si annida ovunque come un serpe, state accorti. Il figlio di Scozia adottato dall’Inghilterra chiude senza sbavature, domando un sempre arrembante Ferrer in finale. Andy è ormai diventato il primo degli altri. O il migliore quando non c’è nessuno. Nessuno scatto in avanti, alcuna folgorazione sulla via di Damasco. Ha semplicemente fatto il suo, Andy. L’effettiva maturazione da talentuoso ragazzaccio dal tennis raffinatamente e geneticamente anaorgasmico a campione reale, esige ben altre platee. Quel maledetto slam, ad esempio, che fino ad ora si è dimostrato incapace di azzannare con quella dentatura d’antologia. Chi è assente ha sempre torto, ed allora celebriamo un successo che poco aggiunge alle ambizioni dello scozzese, visto che di Masters 1000 ne aveva vinti ed a tabelloni completi, battendo (sporadicamente, in vero) anche i tre dominatori mondiali.
A proposito degli altri "fab tre". Djokovic e Federer, riposati e guariti da piccoli acciacchi, saranno pronti per contendersi il successo a Parigi e Londra. L’altro in Asia c’era: Rafael Nadal. Poco più che una smunta ed afflosciata sagoma di quel terribile satanasso arrotatore del recente passato. Anche qui, poche novità. Si è abituati al Nadal modello Giuditta-autunnale. Scarico, spento, inefficace e vulnerabile come una gomma lisa che va per bucarsi. E puntualmente si buca al primo infingardo sassolino smussato. Bastano le sontuose geometrie di un Florian Mayer in versione ispirata, per mettere a nudo le falle maiorchine di fine anno. Il tedesco, sempre con quell’aria dimessa di chi sta cogliendo un mazzolin di fiori di lillà ma con un formidabile talento da pianista nelle dita, addormenta il match e parte con rasoiate “gattonesche”. Nadal rema, annaspa ed arrota troppo corto. Inquietantemente corto. Se le gambe non girano e non v’è la necessaria forza per sostenere un tennis così dispendioso, diventa un agonizzante sorcio in gabbia. Il neo gattone teutonico segue anche il servizio a rete, azzanna sapidamente lo spagnolo grazie ad una prestazione tatticamente inappuntabile. Manca solo che gli dipinga qualcosa in faccia con un penello e scappi, ma è così garbato Florian. Alla fine vince in due set, e quasi si scusa con Rafa, stringendogli la mano.
Ferrer e quell’incresciosa costanza podistica che procura orchite alle meningi. Per il resto, il torneo cinese ha detto poco o niente, tra assenze e parecchie seconde linee a tocchi che han fatto la stessa fine dei tacchini la vigilia di natale. Emerge chi ha ancora birra e chi ha fatto della costanza operaia una ragione di vita. David Ferrer acchiappa un’altra finale. Tra ingobbite corse, colpi d’ineleganza mortale e forza di volontà impressionante, c’è sempre. Linguetta tra i denti, passo da rottweiler squilibrato e ciuffo da shining, somiglia ad un sensoriale scotennamento del bello. Ma è sempre lì, zappando allegramente grazie a quelle gambe poderose, ai piedi del podio. Battere quei quattro o solo provarci è altro mestiere però.
Agghiacciante vedere la semifinale tutta iberica tra Ferrer e Feliciano Lopez. Pare una crudele trasposizione di “Angeli e Demoni” (immortale romanzo che mai leggerò, ma mi piaceva l’accostamento coi due). Feliciano elegante e bello come il nazareno in croce, ed un feroce soldato con la frusta di frassino a passargli l’aceto sulle ferite. Forse troppo cruenta come immagine, lo ammetto. Soprattutto per uno che ha abbandonato la visione di “The passion of christ” dopo ventidue secondi netti. Sarà per questo che l’esaltazione feroce poco mi attrae. Ma la fine è la stessa.
Si rivede anche il pokemon nippo Kei Nishikori che giunge fino alle semifinali. Uno che, si può sempre sbagliare, ma ha talento da vendere e buona maturità mentale. A ventidue anni è rientrato per la seconda volta nei primi 50, dopo un grave infortunio al polso. La stessa età, per dire, in cui i cocchi d’Italia assai talentuosi veleggiano garruli tra i primi 450. Ussignur, ho usato il termine “cocchi”, ma niente ha a che vedere coi “cocchi di sinistra” riferito ai black-bloc, titolone di un giornale di satira involontaria delle proprie servili demenze.
Bolelli perde l’aereo. No, non è mica una barzelletta sciocca. Di quelle submentali che racconta il lucidissimo premier in occasioni solenni per far ridere due invertebrati servi della gleba visibilmente imbarazzati. E’ proprio così. Reduce dalla fatiche della prestigiosissima competizione a squadre (la serie A italiana di tennis, dove ben figurano Santopadre, Pescosolido ed un drappello di under14), l’eroe dei due mondi italico perde l’aereo che lo avrebbe condotto ad Orleans. Già lo si prefigurava come novello pulzelletto addormentato, capace di sciorinare schioccanti colpi puliti e vincere di slancio. Invece ha perduto l’aviogetto. Voglio dire, può succede a tutti, per carità. Ma dona perfettamente l’idea dell’essenza intima del bell’addormentato di Budrio. Forse è un geniale ed inconsapevole pittore di se stesso, e non lo sapevamo. Fa anche molta tenerezza immaginarlo assonnato e scocciato, che non ha sentito la sveglia. “Sochmel” avrà sibilato a mezza voce, prima di rigirarsi e dormire ancora. Il piccolo Federer.
Il resto della settimanale rubrica “Italia e dintorni”, ha poca carne al fuoco. Seppi si riposa meritatamente dopo il trionfo di Mons. Oggi, come ardimentoso gladiatore ibernato da sei anni, proverà a battere anche il pubblico moscovita, prima di Andreev. In ultimo, ma non per ultimo, Fognini. Il ligure si separa dallo storico allenatore Pablo Martin. Aperte le selezioni per scegliere il nuovo martire affetto da incurabile sadomasochismo. Una selezione simile a quelle di x-factor o amicidimariadefilippi. Già molte le ipotesi sui papabili: Un domatore pazzo di foche epilettiche, uno strizzacervelli sadico e violento, un medico della mutua in pensione, un radiatorista con la gotta, fino alle meno improbabili e fantasiose: Un frigorifero guasto, Lele Mora (a distanza perché attualmente, smagrito ed afflitto, dimora a San Vittore), una bicicletta a tre ruote, una mela cotogna, etc…

lunedì 10 ottobre 2011

RADWANSKA E MURRAY, IL GIUSTO EQUILIBRIO

Agnieszka la faina che diventò vincente. Nelle cose ci vuole il giusto equilibrio, un’armonia e quel punto d’incontro che trovi per strada. A volte senza volerlo, altre raccogliendo i frutti di un certosino lavoro nella galleria del vento. E allora vedi questa ventenne polacca, da un paio d’anni trasparente e condannata al normale veleggiar in balia delle prime orchesse, diventare qualcosa di diverso. Concreto. Non è solo la chioma divenuta corvina a rendere Agnieska Radwanska meno impalpabile, ma un bagaglio tennistico rinforzato ed arricchito. L’equilibrio, appunto, quello che pretendeva il profeta di Chebas, Hector Cuper. "Echilibrio! Echilibrio!". O uno shaker nel quale frullare un quarto delle difensive abilità di Wozniacki, 20cl dei colpi controtempo di Kim, una bella dose d’intelligenza tattica (di…non saprei chi), qualche spruzzata di attacchi e persino quelle così anacronistiche volèe come scorzetta di lime. Forse riuscirà dove sono mancate altre regolariste senza winners come Zvonareva (in triste affanno isterico tra la difesa, un ingobbito forcing e qualche volenterosa volèe arrembante) o Jankovic (rimasta negli anni solo e soltanto una gran trottatrice, che la rete la vede solo se chiamata da una smorzata altrui, salvo poi arretrare goffamente verso la riga di fondo neanche davanti a lei ci fosse un branco di piranas affamati con le turbe psichiche). Non sarà fenomeno paranormale, ma Agnese da qualche tempo è la tennista più in forma in giro. Tocca farsene una ragione. Vince anche il Mandatory di Beijing, stroncando in finale i rudimentali attacchi di Andrea Petkovic, pur priva dei colpi definitivi della tedesca e senza i randelli smidollati a cervello spento di una Sharapova. Vince grazie a lucidità tattica e furbizia di faina dagli occhi a fessura e guance paffute. Corsa, recuperi da snella ginnasta con ginocchia spesso in terra e qualche schiribizzo offensivo, quanto basta. Il cocktail, appunto. O l’echilibrio.
Alla fine ci tocca il solito, imbarazzante e vagamente submentale balletto (in coppia) delle due, dopo le lacrime della fabbra teutonica e tanto di abbraccio. Ma va bene lo stesso.
Lascia maggiori sensazioni positive lei di una Wozniacki, ormai quasi caso umano da trasmissione televisiva del dolore. Carolina in Cina perde in battaglia da una buona Flavia Pennetta, cui basta prendersi qualche rischio e mettere in campo alcune scolastiche variazioni, per vincere. La settimana prima erano bastate le roncole di una media taglia legna con la cellulite anche nel palmo della mano (ai secoli Kaia Kanepi che, scherzo sempre, ma stavolta paredavvero smagrita. Nelle gengive). Stesa, la bamboletta senza collo, da quello spartano uno-due-tre (a volte)-olè, dentro o fuori.

Andy Murray stende Nadal. Si trasforma da rachitico bacherozzo indignato verso il mondo, in asiatico ed elegante dominatore dal mantello nero, Andy Murray. Troppa fatica mentale ricordare i nomi delle varie località in cui si dipana la tournè asiatica, ma dovrebbe essere a Tokyo che l’Andy di Scozia fa suo il secondo sigillo consecutivo della trasferta in Oriente. Ai bei successi su Nalbandian e Ferrer, aggiunge il prestigioso scalpo di Rafael Nadal, nella finale. Anche lui dona la sensazione del giusto equilibrio tra le proverbiali e napoleoniche abilità strategicamente difensive, ed un tennis più solido ed offensivo con cui stronca le resistenze dello spagnolo, in rimonta. Sembra un folle paradosso, ma è così. Se sia un fuoco di paglia (l’ennesimo), staremo a vedere. Magari quando ci saranno anche gli altri degenti. Meglio ancora se nella platea dei grandi ed affollata sala delle lauree: gli Slam.
Il resto lo fa il maiorchino, crollato alla distanza e capace di mettere insieme solo 4 punti nella frazione decisiva. Proprio lui che ha costruito la carriera nel prendere l’avversario per sfinimento fisico. Anche qui, vedremo altrove se questo piccolo campanello d’allarme suona come annuncio di logorio in atto, o si rivelerà semplice, e vagamente umanoide, pausa da fine stagione. Propendo per la seconda. Intanto pare eccitatissimo del suo nuovo ruolo di centrattacco di sfondamento nella piccola squadra del Manacor. Il santone sciamano zio Toni invece, rende noto alle stampe il motivo delle recenti debacle di Rafito contro Novak Djokovic: la psiche. Mica che quell’altro corre come il suo rampollo, ne regge gli stessi ritmi forsennati ed in più punge con maggiore efficacia. Il problema risiede nella mente, secondo il luminare zio. Amen. Nel leggere questa immane cappellata da premio Oscar, viene alla mente una sinistra immagine: Mike Tyson che prima di azzannare l’orecchio di Holyfield si siede all’angolino. E leggendo Schopenahuer si pone incresciose domande sulla vita.
Di sicuro Nadal e Murray, assenti Federer e Djokovic (e Soderling), si ritroveranno a giocarsi anche il penultimo Master 1000 stagionale a Shanghai. Forse il meno avvincente. Magari con l’inserimento di qualche mina vagante. Uno Tsonga parso un po’ stanco dopo un gran bel periodo, Tipsarevic chiamato ad una conferma, il solito Ferrer che zappa con continuità, e soprattutto Tomas Berdych. Il ceco ha vinto a Beijing, tornando al successo dopo quasi tre anni. Poco, per uno che doveva vincere slam e dominare il mondo con movenze legnose, schioppi stilosamente impostati ed espressione ultra convinta. Abbastanza per chi invece da anni alterna schioppettate a tordi inconsapevoli e buoni colpi nel rettangolo. E che deve già esser soddisfatto della quasi qualificazione per il Master di Londra.

Italtennis. Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio dei primi fanti il ventiquattro maggio (da leggere con questa colonna sonora, immortale. Altrimenti non rende bene). Eccoci al solito spazio dedicato ai colori azzurri. Elettrizzante quanto un servile editoriale da 3mila euro al giorno di quel ripugnante cetaceo barbuto con sembianze di mammuth. Io guadagno meno, ma forse mi legge qualcuno in più. O almeno, qualcuno sano di mente. Bene, bene. E’ appena domenica pomeriggio, e già nessun italiano figura nel tabellone del Master 1000 cinese. Domenica di finale? No tranquilli, quella del preludio di primo turno. Però il movimento tennistico italiano vive una fase di fulgore e salute che mai si era avuta. Così dice chi ne è a capo, e tocca credergli. Non ha citato nemmeno Irlanda e Grecia, dunque pare credibile. Fognini chiude trionfalmente la campagna d’Asia: tre match, tre sconfitte. Porta a compimento la missione con una leggendaria stesa al cospetto di Florian Mayer. Prova, invano, a battere il record di durata (femminile) di un match di tennis, avvicinando soltanto quel glorioso Graf-Zvereva 6-0 6-0. Il nostro, poco aiutato dall’avversario, vince addirittura due games. Pazienza, sarà per la prossima. Così, tanto per la sterile cronaca tennistica, il tedesco è atleta di talento, numero 22 al mondo, capace di vincere tornei ed esprimere un tennis brillante e godibilissimo. Il nostro ormai lo si conosce, per chi non ha le fette di ananasso avariato sugli occhi, è di almeno una categoria inferiore. Pigre e svogliate accelerazioni impettite da fermo, di solo braccio vagamente dotato (come un’altra cinquantina di tennisti al mondo). Chi crede che il ligure sia Federer, sarà rimasto deluso dalla sconfitta. Chi vorrebbe un nostro con le stesse famigerate "uevas" quadre di Ferrer e si attendeva almeno un sacrosanto 3-6 4-6, un filo sbigottito.  Chi pensa sia una specie di talento simile a Gasquet è da internare all’istante, invece. Il problema è che Fognini non è Federer, non è Ferrer e nemmeno un rutilante genio morto come Gasquet. Rimane quello, prendere o lasciare. "Il peccato fu creder speciale una storia (tennista, nel caso concreto) normale" cantava il Maestrone di Pavullo. Orbene, Simone Bolelli cede invece nelle qualificazioni a Lu. Cinese che è niente di straordinario, ma con un quarto di finale a Wimbledon nel carniere. Tennista normale, insomma. E quando affronta un tennista normale, che corre e tira come i normodotati, il nostro Federer monco spesso ci perde. Sempre, quasi.
E veniamo al tennis che conta. Perennemente in balia e a mezz’aria tra le ambizioni di un Fognini che pensa da grande ed agisce in piccolo, e la contabile espressione tennistica di un Andreas Seppi che pensa in piccolo, e nel piccolo ottiene il massimo. Questo è lo specchio della "Itaglia" nostra racchettara. Chi prendereste, voi? Io nessuno dei due, per esempio. Sotto tortura medievale, il primo. Schivato sdegnosamente il massimo impegno asiatico, Andreas Seppi mette a segno il secondo colpo stagionale nei challenger. A Mons si ben destreggia tra un Darcis, un talentino Goffin, e quel giovin Berankis dal cavallo basso reduce da lunga assenza. In finale batte Benneteau, in un confronto tra perdenti d’antologia. Match che solo a pensarlo rimanda a tragiche e trasparenti immagini di morte lenta ed inconsapevole. Vince il nostro, e si inginocchia neanche fosse l’orso Borg in salsa caldarense dopo il quinto successo di fila a Wimbledon.
E cosa vuoi, anche rimproverargli che da top 50 non sia andato a giocare Shanghai? Che sia un atteggiamento da esecrabile contabile imprestato al tennis, con visione provinciale? Neanche per sogno. Nessuno meglio di lui, si conosce. E sicuramente sa che questo è i suo valore. Nient’altro che un noioso robottino che gioca a specchio andando in default appena l’altro gli presenta qualcosa di diverso. Uno che però con calcoli da catastale impiegato si tiene da anni nei primi 50. Il peccato originale sta in chi lo vorrebbe ambizioso, e con colpi (inesistenti) da top 20. Lui già lo sa, che vale il challenger di Mons. Pazzo chi lo pretende diverso, da ricovero coatto chi si eccita se diviene numero 43 invece che 47. "E Eastbourne dove lo mettiamo? Eh?" Domanderà qualche acuto lettore. Già. Un Atp vinto contro un Tipsarevic infortunato, impaurito dai pipistrelli, orbato dalla pioggia e da quello spaventevole tramonto, l’apocalisse incombente, la fine del mondo nel 2012, l’Inter che vince la champions dopo 45 anni, la profezia dei Maya…

lunedì 3 ottobre 2011

MA LA SMETTIAMO, DI DIRE STRONZATE?


Tennis nel mondo (reminiscenze di pagelle avariate)

Janko Tipsarevic: 8. Al barbuto serbo con la testa da “triste pensatore suicida” ed agghindato come un pirata tamarro, ci sono voluti anni prima della definitiva consacrazione, ed è bastato un singolo match ad accendergli la miccia. Quella tragica pantomima degna di Edgar Allan Poe, ad Eastbourne. Vista in faccia la morte e l’ignominia pepetua, ha iniziato a giocare come può. Tennista brioso, con buon talento e trovate spesso divertenti, Janko. Fuma, beve (dicono i bene informati), legge libri, ama la filosofia, pensa (forse troppo per essere un tennista), ha tanti tatuaggi, non è mai banale, sul campo e fuori. Potrebbe bastare per rendercelo simpatico, una specie di cosa che fa bene al tennis. E via con prestazioni sontuose a suon di spaventevoli e cavernicoli "uohhhhh", finali nei Masters 1000, fino alla prima vittoria in un Atp in terra malese, a Kuala Lumpur patria di Sandokan (anche questo è un segno). Sembra aver messo tigna e solidità al suo tennis, un tempo troppo evanescente ed umorale. L’altro, il trionfatore di Eastbourne, più noioso della divina commedia recitata da Sandro Bondi, va destreggiandosi nei challengers. La differenza tra un tennista ed un mediocre impiegato della racchetta, sta lì.

Murray: 7. Vince a Bangkok. Minimo sindacale, vista la mancanza di avversari credibili. Con lo stesso incedere di un’anitra misantropa preda di un esaurimento nervoso. Viste le assenze di Djokovic e Federer, questo finale di stagione potrebbe vederlo sugli scudi. Ma forse.

Donald Young: 7. Il baby-fenomeno moretto che a 15 anni aveva abbagliato tutti, sembra deciso a diventare tennista serio, dopo anni passati a pascere e viversi addosso nei minori tornei americani. Diventare uno di quelli veri, che vincono partite e fanno finali nei tornei. Batte l’allocco Monfils (1-) proprio sulle sue armi d’agonismo, battendolo in volata. Si può anche transigere su quel cappellino calato in testa di traverso neanche fosse un subnormale teenager abbiente che ama il rap capitato per sbaglio nel brox, ma gli angoli che trova e quelle accelerazioni mancine al fulmicotone, sono da tennista vero.

Simone Bolelli: 3 (di compassione). Batte Gulbis. Ok, il lettone in giornata storta lo batterebbe anche Tiziano Crudeli bendato, mentre grida “e andiamo ragazzi, andiamo!” (a proposito, non ne ho notizie da tre anni, lo avranno internato?). Poi perde da Dimitrov, che gli dà una lezione tecnica, e prima ancora tattica. Ora, finiamola di dire stronzate gratuite. Una volta per tutte. Questo è una statua di gesso. Fermo, molle, bradipesco. Risponde come il numero 200 al mondo, si muove come il numero 300, ha il rovescio di un top 150 al massimo, la mente sportiva e l’agonismo di un top 500. Servizio e dritto (se e quando entrano) rimangono da top 30. Fate voi la media, e capirete perché non entra tra i primi 100 da un paio d’anni. Specie con quell’atteggiamento compassato che lascia intendere una chiara apatia, e nessuna voglia di migliorarsi. Si basta così. Sul veloce può, col servizio e l’unico schema che conosce (servizio e dritto) issarsi fino ai tie-break, ma non riesce a rispondere. Sulla terra maschera le enormi lacune in risposta, ma si sublimano le tragiche carenze podistiche ed i colpi di sparo fanno meno male. La coperta è corta, e questo in tre anni non ha migliorato una (una) falla del suo repertorio. Trova parecchi stimoli nei tornei importanti, contro avversari di rango, mostrando ogni tanto sprazzi di classe. Ma ci perde. O quei tornei importanti decide di non giocarli. Quando rimane nei challengers argillosi di Mendrisio o Cinisello, si avvilisce e perde. E allora che rimane? Il numero 120 al mondo, che è anche un buon risultato. Poi, per carità, sarà anche elegante, stilosamente impeccabile, ma finiamola con le stronzate. Rimane noioso, prevedibile, scontato. Bum-bam-bim (servizio-dritto). Datemi 100 funambolici Petzschner che in giornata d’ispirazione rispondono come satrapi, si dimenano con effettacci diabolici e deliranti slice al millimetro, giocano magnifiche volée ricamate, e vi lascio sollazzarvi con la statua di Budrio. Ci sono decine di mancati fenomeni, questo rimane solo un buon giocatore mancato.

Flavio Cipolla: 6,5. Vedi sopra. Ma al contrario, voglia il cielo. Questo tennista col fisico da fantino, riesce a cavare tutto il tennis possibile ed immaginabile dal suo braccio. Bolelli perde nettamente da Capdeville, tirando due svogliati (ed elegantissimi, per carità, ma certo) dritti? Lui, lo stesso tremendissimo Capdeville, lo annichilisce in due set mettendo sul campo corsa, cuore, tagli, effetti, variazioni, smorzate, peripezie tattiche degne del Napoleone della racchetta (invento, sapendo che sarà andata così anche stavolta). Passa per essere un “operaio del tennis” al cospetto dei fulgidi talenti tricolore Seppi, Bolelli e Starace. Molto meno divertente da guardare, e senza il loro spumeggiante talento. Un’altra volta, ma smettetela di dire stronzate. Gli acidi possono spappolarvi il cervello.

Fabio Fognini: Alla Thailandese. Perde da Udomchoke, Danai. Passiamo oltre.

Alessandro Giannessi: 7. Quanto ci metteranno per affossare anche questo? Il ragazzo mancino sembra avere discrete doti di combattente. A Posillipo fa la prima finale di challenger battendo discrete lenze da tornei minori, forse entrerà tra i primi 150. Quanto impiegheranno per dire che “l’Italia ha trovato il suo futuro top 10”? Poco, immagino. Forse l’han già fatto. Mai possibile che in Italia chiunque metta in fila 4 partite vinte, diviene potenziale campione? Sperare di avere un buon top 70 e convincersi che i vari Seppi, Fognini, Starace altro non sono che quello, è così difficile? Fortuna che questo giovanotto (da quel poco che si vede, non avendo il piacere d’esserne biografo) sembra avere la testa sul collo e non essere un tipico perdente di chiaro stampo italico. Quindi poco se ne curerà. Al limite potrà migliorare due fondamentali su tre, per diventare competitivo anche sul veloce dove, ora come ora, lo vedrei poco incisivo (dovesse giocarsi un giorno, come fanno i tennisti normali non italiani…).

Vera Zvonareva: 2. Di pura invettiva per un amore non corrisposto (lei non ne è a conoscenza, altrimenti…). Perde l’ennesima finale, a Tokyo. Contro la ginnasta Radwanska in buona evoluzione (da qualche mese gioca incredibilmente a tutto campo con balzi volleanti inauditi oltre che, presumibilmente, casuali). Ormai s’è perso il conto delle finali perse dalla bella Vera. A cinquanta le regalano una bambolina matrjoska. Lei la guarderà languidamente, si commuoverà ed inizierà un bellissimo pianto isterico. Adorabile.

Maria Sharapova: 3. Abbandona tristemente nei quarti di finale, contro Kvitova. Si parla di strappo al quadrcipite femorale dell’ugola sinistra, con interessamento al retto parietale della corda vocale destra. Attendiamo frementi la recisione definitiva.

Romina Oprandi: 8. "Via da Las Vegas" è un bellissimo film da premio Oscar di qualche anno fa, uno dei miei preferiti. Che c’entra? Assolutamente un cazzo. Romina gioca e vince il torneo Itf nella terra del vizio e del gioco d’azzardo, Las Vegas, grazie a delle gran battaglie. Belle vittorie sulla sponsorizzatissima ninfetta con lo sguardo triste della lavoratrice schiava minorile, Camila Giorgi (una che diverrà anche forte se, magari con l’ausilio di un allenatore, capirà che la seconda di servizio, ogni tanto, va tirata più piano -non dico lavorata- della prima, che il campo non è lungo fino ai tabelloni, e gli home-run valgono solo nel baseball), la dolcissima arrembante nippo di 140 cm, Karumi Nara. Miracolo e prodigio, Romina. Con movenze assenti, e quel fisico di cristallo già rotto che mina una già atavica noia per l’allenamento. Di solo ed esclusivo braccio riesce a stare tra le 100. Si diverte e diverte, vince, guadagna qualche soldino e gira il mondo. Tutto ciò che verrà, sarà un vero regalo. Avercene di così divertenti e geniali, tra gli uomini. Invece ci dobbiamo sorbire solo noiosissime triglie lesse che si crogiolano in un presunto talento, senza voglia di allenarsi malgrado siano sani come pesci.

Ah, forse me n’ero scordato, ma smettetela di dire stronzate. Una buona volta.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.