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martedì 31 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 – PAGELLE SENZA VOTO FEMMINILI. AZARENKA, SHARAPOVA E LE URLANTI ORCHE GESTANTI



L’abortita sfida da numero uno tra i due rumorosi uragani. Allertati pronto soccorsi e nosocomi di Melbourne e limitrofe città. Per i coraggiosi eroi che hanno avuto la bella idea d assistere alla finale femminile degli Open d’Australia senza artigianali, quanto lievi, rimedi, si temevano ricoveri coatti di massa con tanto di timpani lacerati e fragorosi scoppi delle trombe d’eustachio. Alla vigilia della finale gli esperti si sono impegnati a trovare delle credibili similitudini. Tecniche? Tattiche? Ma figuriamoci…cosa vuoi rinvenire di tecnico in quelle invasate martellatrici di ogni cosa. Si provava a capire a cosa potessero somigliare i versi terrificanti che i due uragani biondi con fattezze vagamente umane, riversano sul campo ad accompagnare le loro furibonde roncole. Una lavatrice inceppatasi nel pieno della centrifuga? La sirena congiunta di due ambulanze? Un montone che copula selvaggiamente? Dieci frullatori impazziti? Il motore turbo di una Lotus formula 1 del 1981? Una macchinetta taglia erba di trent’anni fa? Un centinaio di ipotesi, abbastanza credibili. Ma tutte fuori strada. L’orrendo gemito di Sharapova, ormai da anni rinomato ed unico come griffe d’alta moda è uguale, pari pari, a quello di una vitella da latte cui hanno fatto sciacquare il gargarozzo con la varechina prima di scannarla. Azarenka invece emette un gemito più sibilato, ma non meno agghiacciante. Sembra il rigurgito malato di uno spettro con gravi disturbi mentali. Mancano solo un cadente castello scozzese ed il sinistro cigolio di un vecchio portone. Tutte e due insieme, nello stesso match, provocano un concerto unico ed irripetibile, con la smarrente sensazione di non trovarsi ad un evento sportivo ma nel corridoio di una sala partorienti, reparto squilibrate di mente. Un’esperienza sensoriale. Durata fortunatamente poco più di un’ora. Emergenza ospedaliera evitata. Emergenza tennistica tragicamente in corso.
Victoria Azarenka: Linda Blair numero uno a mia insaputa Non che questa indemoniata valchiria bionda non ne avesse i mezzi, ma non mi aspettavo vincesse il suo primo slam e diventasse numero uno proprio a Melbourne. Lei che fino ad ora aveva la semifinale come massimo risultato nei major. Un’esorcista, sciamano pazzo o stregone le ha fatto superare i suoi più grandi problemi: L’immaginaria malattia ed una soglia del dolore talmente bassa da far impallidire addirittura il q.i. di un ipotetico essere frutto dello scellerato rapporto contro natura tra “il trota” e la Santanchè. Ma il vero progresso, questa ventunenne bielorussa con le gote violacee, l’ha fatto liberandosi/ci dalle proverbiali, raccapriccianti e pecorecce scenate da camionista bielorusso avvinazzato (a Parigi ancora ricordano l’assordante coro di fischi che l’accompagnarono all’uscita di campo nel match vinto contro il paperotto racchio Suarez Navarro, dopo una scenata fatta di urla, bestemmioni, racchette spaccate, pianti, ragli ed inconsolabili pugni e calci a teloni). Superati questi due gravi limiti, il resto viene da se. I colpi e qualche discreta geometria, li ha sempre avuti. Gli unici impicci glieli procurano le gran difese di Radwanska e l’esperienza di Kim Clijsters. Potente, ma più ritmata ed avvezza agli atletismi dello sport, rispetto alla spartana picchiatrice piombata Masha la siberiana, vince nettamente la finale, esalando sibilanti urla spettrali, “Ihhhhhhhhh”.
Maria Sharapova: La colonna sonora dell’orrore. Suo, almeno, il premio sulla colonna sonora horror. Un raglio incessante, instancabile, insostenibile, raccapricciante, demente, impunito, rivoltante…(e fermatemi che altrimenti continuo fino a domattina). Buon torneo comunque, condito dal successo su Kvitova. In finale fa la classica figura dell’urlante statua di gesso. Cede male e di schianto alla Azarenka, sfida che in un sol colpo poteva farle rivincere uno slam e proiettarla al vertice mondiale. Dopo Wimbledon, altra finale che ne avvilisce la proverbiale spocchia da starlette.
Petra Kvitova: La virulenta inchiodata. Favorita e lanciatissima verso il successo ed il relativo scettro mondiale, s’inceppa cammin facendo. Il donnone ceco con gli occhi smorti, fianchi larghi e ventrazza da birra, a suon di schizoidi guaiti d’incitamento e roncole devastanti, arriva in semifinale, ma senza più le iniziali credibilità. Bastano gli 8 (otto) games lasciati a Sara Errani per ridimensionarne le velleità di finale vittoria. Ad una come Errani (per l’onnipotente), se in forma da successo finale, doveva lasciargliene massimo tre/quattro. Perde da Sharapova in semifinale ma, sbaglierò, i prossimi anni sarà protagonista delle scene, assieme alla neo numero uno e qualche altra. Oltre alle mancine e devastanti roncole, questa giovane elefantessa sembra in grado di variazioni che altre picchiatrici non hanno.
Kim Clijsters: tenuta assieme per un prodigio degli dei. Rasenta lo stoicismo ancestrale, la belga mamma malferma. Piena di acciacchi e reduce da mesi di stop, si rigenera in una torrida estate australiana, che ne attutisce dolori e reumi alle giunture. Sarà un caso se ultimamente solo a Melbourne le sue ossa malferme riescono a trovare una flebile tregua. Sua l’impresa più clamorosa del torneo, con i cinque match point consecutivi annullati a Na Li. Metà frutto di una classe da numero uno in pectore, e per l’altra metà colpa della pavida manina gialla della tennista cinese. E’ di Kim anche l’impresa più significativamente simbolica: Lei numero uno in pectore, pone fine allo scempio di Caroline Wozniacki numero uno del computer, battendola seccamente nei quarti. Pur lottando, poco può in semifinale contro la furia bielorussa.
Caroline Wozniacki: Fine dell’imbarazzante regno senza terre. Una liberazione. Per noi tutti, ma fors’anche per lei che in fondo non ne aveva colpe. Perché associare il suo volto e quel mollo pallettone di difesa al numero uno delle classifiche, destava sconcerto vero. A Melbourne, per carità di-dio, fa il suo dovere arrampicandosi fino ai quarti, prima d’essere punita da Kim Clijsters. Se le altre cicalone s’inchioderanno ancora goffamente, lei da brava formichina pallettara, grazie ai canonici tre/quattro torneucoli semiparrocchiali d’accatto, forse al numero uno ci tornerà anche.
Na Li: Strizzacervelli cercasi. Solida, spartana, essenziale, sapida e calma. Tutto fino a pochi giorni fa. I cinque match point consecutivi gettati via contro Kim Clijsters (in particolare quello in cui si avventa molle-molle sulla smorzata pallonetto dell’avversaria), se li sognerà di notte, per anni. Rimane però quel magnifico titolo parigino di sei mesi fa. Cose che non si dimenticano.
Serena Williams: Il tennis dopolavoro ha fatto il suo tempo. Cede di schianto alla discreta (martellante e niente più) russa Makarova, dimostrando come ormai non basti più qualche svogliato ed occasionale impegno dopolavoristico per vincere gli slam. Le giovani leve sono cresciute moltissimo, lei ormai ha passato la trentina ed avrebbe bisogno di allenarsi. Addirittura.
Agnieska Radwanska: Scardinata dal tornado bielorusso. Torneo contraddittorio per la ginnica e smilza polacca col doppio mento. Rischia addirittura di lasciarci le penne, vittima degli attacchi folli della Mattek (Premio Veronica Ciccone 1987. Annuale oscar alla sobrietà). Ne esce fuori con pazienza, aspettando che l’altra si stanchi. E quella infatti, dopo due ore e mezza, si stanca. Scampato il pericolo, è forse l’unica che riesce ad infastidire Azarenka con estenuanti difese da faina che manco fosse una Murray in gonnella. In altri tempi quella avrebbe dato di matto lasciandole campo libero, stavolta no. L’impressione è che “Agnese dolce Agnese” (ah, sì) spesso si lasci vivere da fondo campo, lei che pure qualcosa d’altro la saprebbe fare grazie ad un bagaglio tecnico abbastanza completo.
Ana Ivanovic: Smilza insipienza bombarola. Secca come una Hantuchova versione smilza o un'acciuga con le paturnie schizoidi. Più mobile (meno piantata) e meno potente, la somma degli addendi non cambia. Questo chiodo arrugginito e cigolante arriva alla seconda settimana di uno slam, risultato che rispecchia il suo valore. Quasi ridicolizzata da Petra Kvitova, in una simbolica dimostrazione su cos’è una potenziale numero uno attuale e cos’era invece 3/4 anni fa, nel periodo più buio della Wta.
Romina Oprandi: L’anarcoide palombella ad una monca fit. Bellissimo torneo quello della miracolata Oprandi. Cede in tre set solo all’orchessa tettuta Goerges, non prima d’aver battuto Yakimova e ridicolizzato in due facili set una impresentabile Schiavone. Proprio in faccia ai soldati fit (Barazzutti in testa) schierati come torvi balilla dalla parte della leonessa. Ed era un derby. Passano due giorni e Romina sceglie di difendere i colori della Svizzera, accettandone l’offerta. Era ora. Mi sentivo quasi a disagio nell’avere grande simpatia per una tennista italiana. Sembrava strano, irreale. Quasi me ne vergognavo. Finalmente Romina mi ha liberato dall’ignominioso fardello di vergogna. In sintesi, è  l’inevitabile divorzio con una Federazione che ovviamente preferisce l’orrida affidabilità di una Errani, l’incredibile modestia di Camerin o l’esorbitante potenziale (da top 200 massimo) di Corinna Dentoni, allo svogliato e malfermo talento anarcoide di Romina. Lei, avendo il doppio passaporto ed essendo nata e cresciuta in Svizzera, preferisce la nazione che più le ha dimostrato interesse, garantendole anche spese mediche (in Italia devono lautamente pagare Barazzutti perché partorisca le sue meditabonde congetture ed ancora gli ultimi bollettini del miliardario premio a Schiavone) e partecipazione alle Olimpiadi. Tutti contenti, dunque. Anche io, specie se questi inetti ominidi antiestetici ed anti-ogni-estetica dovessero pentirsene amaramente tra qualche mese.
Sara Errani: Venghino, venghino! E’ arrivata l’arrotina! Miracolo autentico, quello di Sara Errani, un metro e sessanta di arrembante e tignoso non-tennis arravogliato. Senza armi ed arrotando palline a go-go, alternando qualche smorzata, arriva ai quarti di finale di uno slam. A Melbourne. Che potrebbe essere anche Acapulco, Bronx o Maiorca, visto che per arrivare tra le prime otto ha dovuto battere solo una testa di serie (la vecchia, e quasi ex, russa numero 28, Petrova. Anche infortunata.). Il futuro del tennis italiano è lei, Errani Sara. Preparatevi ad estatici godimenti in Fed Cup (hééééé), commentati dal leggendario Fabretti.
Francesca Schiavone: Il peggior match della carriera. Levatele dal volto quella ridicola, ed un filo patetica, espressione da numero uno di ogni era. Un fil di svogliata voce gettata lì, in pasto del popolo bue. Per partorire frasi di supponenza insostenibile e mai ascoltate nemmeno da una Wanda Osiris maschia, gnoma ed ebbra di ledocaina. L’impressione è che quel fortunoso torneo, con fortunoso tabellone e frutto di ancor più fortunose coincidenze che capitano ogni duecento anni nei mesi bisestili e in giornate di luna piena, deve averle bruciato le cellule cerebrali, facendole credere di essere la reincarnazione di Billie Jean King all’ennesima potenza. “La peggior partita della mia carriera…”, testualmente dice, a proposito della sconfitta con Oprandi. Peccato che di simili peggiori partite della sua carriera ne abbia giocate una ventina, dopo quell’epifania parigina. Gioco forza e per la proprietà transitiva applicata all'ornitologia, da quasi due anni esprimerebbe il tennis peggiore della sua carriera. Come quello pre-Parigi 2010. Come sempre, cioè.


P.s. Piccola divagazione en passant:
"...Tra l’altro, con Fognini che ha rinunciato, Seppi in bilico per le ben note vicende disertorie e Starace che sul veloce perderebbe tre set a zero anche dal 46enne Edberg, Cipolla (unico e vigliacco guastatore del record di sconfitte italico) rischia di far parte della squadra che giocherà sul veloce, in Repubblica Ceca. Forse, però. Sempre che Barazzutti non chiami il bucaniere Volandri o decida di puntare sui clamorosi rientri di Cancellotti e Pietrangeli (dato ancora in buona forma). Il nostro capitano potrebbe anche "pensare" che Flavio stia male, essendo fine pensatore. Quando, il romano, deciderà di difendere i colori della Svizzera o di San Marino, sarà sempre troppo tardi..." (Cit. un povero cristo che credeva di fare dell’ironia)
Convocazioni del capitano pensatore: Seppi, Starace, Bracciali, Bolelli.

Niente Cipolla. Ok. Cambia poco o niente. Un 5-0 o 4-1 netto, invece che lottato. Il dato di fatto è che questa Federazione è come Berlusconi. Inutile fare tante illazioni, preamboli o acrobatici giri di parole. Basta riportare le loro decisioni, e la risata nasce spontanea.






lunedì 30 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - BILANCIO CONSUNTIVO POST DJOKOVIC-NADAL. PERNACCHIE E PAGELLE MASCHILI



Il tennis. Questo tristo e bistrattato, tennis. Prima della finale maschile, quasi come ultimo sberleffo, in un effluvio futurista di luci e shockanti annunci, ecco una dozzina di ex campioni, in mezzo a quali uno spaesato Rod Laver. Gracile normotipo australiano, mancino, rossiccio, che tra gli anni 60/70 dominò il tennis. Nel candore della sua polo immacolata accarezzava una pallina con uno strumento di legno e giocava il servizio e volée. Poco più di mezz’ora dopo, su quello stesso campo, due energumeni di venti centimetri più alti, con i muscoli che scoppiano in maglie iridescenti o con disegni demoniaci, crivellano palline, rantolano e corrono come fiere selvagge per quasi sei ore. Arpionano colpi devastanti  e l’impatto con la pallina genera schizzi di sudore di un sinistro color verde radioattivo. Mi sembra, in sintesi, molto più umano un videogame di dieci anni fa, rispetto a questo “spettacolo” raccapricciante. Mazzate terrificanti e corse folli, migliaia di scatti poderosi che uno ne basterebbe per mandare al “fatebenefratelli” un tennista degli anni ’90. Cruenta e titanica lotta tra due mostri che stanno spingendo la soglia di questo sport sempre più in alto. Per carità, una sfida anche avvincente quella tra Djokovic e Nadal, perché equilibrata e lunga quanto tre maratone di Nuova York. Ma di tennis nel puro senso della parola, c’è poco o niente. Cosa accadrà tra dieci/vent’anni? Se non li fermano in tempo, finiranno per scarnificarsi, uccidersi e tramortire definitivamente lo stesso tennis. Come desiderano loro, la stagione di un atleta professionista sarà ridotta a 5/6 tornei l’anno nei quali esprimere questa feroce esplosione di ormone, che tanto eccita i cuori dei tifosi che non sanno ancora d'esser gay.
Novak Djokovic: Il cyborg creato per distruggere. Intendiamoci, in questo agghiacciante scenario di lamiere, inumane carni, “urla e stridore di denti”, è chiaramente il più forte di tutti. Non il miglior Djokovic (rassegnatevi a cosa potrà succedere nei prossimi mesi), ma capace di ridurre a miti consigli Murray e Nadal nel giro di 48 ore. Dopo battaglie di 5 e 6 ore. E ne avrebbe giocate anche 8 di ore, se necessario. Poche chiacchiere, ormai il serbo si cucina Nadal allo spiedo. Anche quando non è al top, come ieri, e non riesce a chiudere in quattro set, gettando via il tiebreak. Sembra finita, regala qualche antico siparietto, arranca, ma questo orripilante “Aigor” ha raggiunto una tale sicurezza e furore mentale da riuscire a girare per la terza volta l’inerzia del match. Pazienza se si muove, colpisce ed è agghindato come inelegante marionetta. Ha scoperto il suo personale "Kundalini", un crotalo che gli scorre lungo la spina dorsale. Copre il campo in modo impressionante, serve meglio dell’avversario, spinge di più e meglio dell’iberico rivale grazie e colpi meno arrotati e più ficcanti. Basta sommare attitudine atletica e capacità difensiva simile a quella del maiorchino, ed il gioco è fatto.
Rafael Nadal: Un patetico martirio. L’ennesimo successo col rivale di sempre Roger Federer, in semifinale, ne aveva fatto salire le quotazioni. Se non altro svelato al mondo quanto gli stucchevoli piagnistei su acciacchi e malanni fossero solo un maldestro teatro. Corre sgroppa, grugnisce, lancia sguardi di torvo malessere al mondo, si inginocchia, esulta quasi avesse completato il grande slam. In realtà ha solo portato Djokovic, il suo carnefice, al quinto set. Quasi quelle esultanze fossero masochistica voglia di altro dolore o implicito desiderio di abbattimento. Basterebbe quello spettacolo per capire quanto ormai soffra e patisca Nole. Come senta la pressione mentale di un’inferiorità impotente, che come tutti i riflessi psicologici nasce dalla difficoltà tecnica. L’altro se lo cuoce a fuoco lento, come e quando vuole. Affronta di petto il suo mancino maglio di dritto, e poi lo infilza di gusto. A Rafa non resta che remare vanamente quattro metro dietro la riga, gettando dall’altra parte tutto l’impossibile, per quasi sei ore, con sgroppate che un paio manderebbero al camposanto un atleta normale. Con Federer basta, contro il serbo in possesso di un tennis più paziente e meno rischioso rispetto a quello dello svizzero, no. Non ha rimedi tecnici da poter inventarsi, Rafa. Potrebbe aumentare ancora di più la soglia di esaltazione fisica (tradotto: rischiare di stirare le cuoia), rassegnarsi ad essere numero due, pregare la vergine Santissima di Manacor che Nole si fermi.
Roger Federer: il solito, vecchio, aristocratico avvilimento. Antiche paturnie, vecchi sinistri cigolii della mente che si riacutizzano nel constatare l'avvilimento tecnico-tattico. Proprio non riesce, lo svizzero, a divellere le strenue difese di un Nadal nel massimo del suo esaltato furore fisico. Ognuno ha la sua tragica nemesi, quella di Roger ha le fattezze e la faccia da ratto del tennista di Manacor. E’ ormai letteratura dello sport, quella aristocratica ed algida incredulità. L’altro annaspa quattro metri fuori dal campo, corre, striscia, raglia, crivella, e getta dall’altra parte della rete ogni arrotato sconcio della tecnica, Roger dentro il campo in perenne ed elegante forcing, rischiosissimo ed immutabile a se stesso. Ogni colpo più serrato, ogni volta più angolato, stretto o lungo. Finché il campo finisce. L’ossigeno al cervello inizia a mancare e finisce lì, tristemente, per cedere l’ennesima volta. Niente da fare, tre set su cinque. Per battere Nadal avrebbe bisogno di una prestazione a limite della perfezione, e non sempre gli riesce. Il modo in cui stronca Tomic e Del Potro conferma quanto sia ancora in condizioni eccellenti, che è sempre lì, ma i due leader della classifica ormai hanno congegnato un altro tennis.
Andy Murray: Come un magnifico scrittore cui manca solo la storia. Paradossalmente esce meglio in questa edizione dell’open australiano, rispetto a quella precedente, nella quale aveva perso malissimo la finale con Djokovic. Stavolta si ferma prima, in semifinale, ma porta il serbo al quinto set. Barcolla, si trascina, boccheggia in modo orrendo, digrigna la vampiresca dentatura e va a pochi centimetri da una incredibile vittoria. Il gap sembra essersi assottigliato, tecnicamente avrebbe le armi per scardinare le trincee dei due mostri. Coach Lendl deve essere bravo a ricordarglielo,  ma nel tre set su cinque sembra mancargli ancora qualcosa.
David Ferrer: Di catastale vanga. Classici, canonici quarti di finale, ove s’arrende a Djokovic. Se i quattro avanti a lui (ed un’altra manciata di avventurieri) non decidono di farsi una crociera con Schettino capo nostromo, per lui la finale di un major rimane fantascienza. Ed è numero 5 al mondo.
Thomas Berdych: Il cacciatore strabico. Torneo ricco per il tennista ceco, da anni nel limbo degli incompiuti e sopravvalutati malgrado una lampante miopia tennistica. Quasi impallinato (fisicamente) da Almagro (uno simpatico quanto una medusa negli slip), regala le solite inutili schioppettate per spaventare Nadal e due tordi.
Jo-Wilfried Tsonga: Il bisonte arenato. Doveva o poteva essere il suo torneo. Quanto meno era atteso all’interessante quarto di finale con Murray, egagro di un tennis abbagliante, fatto di fisiche esplosioni e gaudenti ricami. Invece è disinnescato sul nascere dal sapiente Nishikori, negli ottavi di finale.
Lleyton Hewitt: eroe antico. Ogni torneo ha una sua mitologica storia da raccontare. Come pugile a fine carriera, “Rocchio” barboa. L’australiano combattente è reduce da mille infortuni che lo hanno reso più vecchio e logoro di quello che la sua età anagrafica direbbe (30 anni). Arriva a Melbourne senza grosse pretese, tanto per divertirsi ancora e divertire. In esibizione stenta anche a battere un cinese che non sta nei primi 400, appena si fa sul serio invece, tutto paonazzo e con la vena in mezzo alla fronte gonfia di furore agonistico, riesce nella titanica impresa di raggiungere gli ottavi di finale annientando i missili terra aria di Milos Raonic. Non ci vuole poi molto, sembra dire. Ma ancor più eroica è l’abortita rimonta con la quale infiamma la Rod Laver Arena, illudendo di poter recuperare due set ed un break al cannibale serbo Djokovic. Una rimonta che avrebbe reso più umano uno sport sempre più inumano.
Giovani leve, inceppate Si aspetta da tempo immemore il torneo della definitiva esplosione di qualche giovane. I nomi ci sarebbero anche, scontati e fin troppo inflazionati. Dalle gioiose geometrie dormienti dello spocchioso Aussie Bernard Tomic (che giocava anche in casa), il missilistico tennis della pera gigante Raonic, o addirittura quel Dimitrov che si specchia nella bizzosa credenza d’esser già fuoriclasse. Il primo regala tratti di buon tennis e la netta convinzione che abbia già una discreta maturità. Lo vedi dalla rimonta con Nando Verdasco (uno che potrebbe entrare nel Devoto Oli sostituendo gli abusati “allocco”, “grullo”, “pollo”: “Oh, ma certo che sei un Nando incredibile…”) e dal modo scafato e paziente con cui doma le imprevedibili folate di Alexander Dolgopolov. Fin troppo arrendevole con Federer, ma il teenager australiano rimane promosso con riserva. Basta l’esperto disinnescatore malfermo Hewitt per mostrare invece le falle di Milos Raonic, devastante, ma a tratti ancora immaturo e prevedibile. Quasi bocciatura per il piccolo Federer Dimitrov, uccellato da Almagro (che è tutto dire).
L’invasione delle cavallette carnivore. Ad un certo punto, sul campo centrale è piombato un nugolo di zompettanti cavallette. L’ho però visto come un segnale divino: Vuoi vedere che Gasquet vince gli Australian Open? Niente, in un brutale pomeriggio viene spazzato via dal vangatore Ferrer. Nessun presagio divino, s’erano tutte rintanate nel rettangolo di gioco per schivare gli home-run di Ivanovic.
I cani antidroga: due miglia fuori dal raggio della Rod Laver Arena. Pare, a livello di pettegolezzo, che i cani antinarcotici di Melbourne siano stati adeguatamente tenuti lontani dal centro della gladiatoria battaglia di finale. Due miglia almeno. Il rischio che azzannassero i calcagni dei due eroi del moderno tennis, era troppo forte.
Scemo+scemo: la quasi rissa demente. “scemo+scemo” è definizione che ho ormai depositato alla siae per indicare Melzer/Petzschner(deludentissimi e squagliati al torrido sole australiano), ma va benissimo anche per l’episodio relativo alla quasi rissa da saloon tra Berdych e Almagro. Uno alto e secco, l’altro corto e chiatto. Il primo biondo albino, il secondo scuro come un calimero di una bruttezza terrificante. Uno impostato ed ultraconvinto d’esser fenomeno, l’altro maleducato e perennemente lamentoso. Nicolas Almagro mira alla figura di Berdych appollaiato a rete (come su una veranda d’estate a rimirare il tramonto che si adagia sulle acque) con una pallata violentissima. Attentato alla fisica incolumità, o semplice applicazione di qualsiasi dettame che si impara il secondo giorno in una scuola tennis: “a distanza ravvicinata, con l’avversario a rete (soprattutto se con le volèe non è un drago) mirare alla figura”. E “ciccio brutto” Nico mira al petto-volto. Il ceco si stizzisce, ed a fine match rifiuta di stringergli la mano. Chi ha ragione dei due? Hanno torto entrambi, a prescindere.
Italtennis: tutto bene, nella norma. Paolino Lorenzi vince due orgogliosi giochi contro Djokovic. Volandri ne strappa una manciata a Raonic. Seppi arraffa a serramanico un eroico set a Gasquet. Idem un indomabile Fognini: Un set vinto a Falla. Starace perde in quattro set dal giapponese delle retrovie Ito. Bolelli manco si qualifica. Matteo Viola, tennista fantasma e senza colpi, invece si qualifica facendo piroette e capriole al limite dell’eroismo mitologico (recupera anche uno 0-5 0-40 al terzo), ma nel main draw raccatta un sacchetto di noccioline da Giraldo. Unica nota stonata in questo ridicolo e patetico orrore rassegnatamente perdente, Flavio Cipolla. Il romano dal cavallo basso batte Davydenko e passa un turno. Tutto benissimo e risultati rassicuranti per i nostri vertici federali, in vista del primo turno di Davis. Tra l’altro, con Fognini che ha rinunciato, Seppi in bilico per le ben note vicende disertorie e Starace che sul veloce perderebbe tre set a zero anche dal 46enne Edberg, Cipolla (unico e vigliacco guastatore del record di sconfitte italico) rischia di far parte della squadra che giocherà sul veloce, in Repubblica Ceca. Forse, però. Sempre che Barazzutti non chiami il bucaniere Volandri o decida di puntare sui clamorosi rientri di Cancellotti e Pietrangeli (dato ancora in buona forma). Il nostro capitano potrebbe anche "pensare" che Flavio stia male, essendo fine pensatore. Quando, il romano, deciderà di difendere i colori della Svizzera o di San Marino, sarà sempre troppo tardi.

Dovrei anche scrivere delle femmine. Ma sono ancora scosso come un cavallo scosso del Palio di Siena. Lo farò prossimamente, promesso sulla testa di Binaghi.

venerdì 27 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 – MURRAY, “IL SOGGIORNO AL VILLINO DEL CAMPIONE” IVAN LENDL



Day 12 – Il caso del giorno. Un operaio grida ad uno degli artefici della distruzione del paese “Tu non devi rompermi i coglioni”, ed il politico se ne va stizzito. Dov’è la stranezza? Ah, già. Nei paesi normali, gli esponenti di un regime che ha causato un disastro simile, non vengono mica attaccati verbalmente. Ma usati come cibo per le mosche


La leggenda narra di come Ivan Lendl, dominatore del tennis di metà anni ’80 (lontano da Wimbledon), vivesse schiavo di maniacali fissazioni, metodiche ed immutabili. Il perfetto “uomo di cemento”, l’antesignano del cambio racchetta con le palline nuove. Durante i pochi giorni di pausa da tornei ed allenamenti, mentre Becker si dava ad improvvisate october fest con birra bevuta in boccali da sei litri assieme a smutandate aborigene, Ivan era solito invitare un tennista nella lussuosa villa ranch in Florida, per qualche giornata di sollazzante vacanza-lavoro sui suoi campi personali. Una specie di riffa in stile fantozziano. Come il duca conte, che sorteggiava il nome di un sottoposto da portare con se al casinò. Ogni volta ne pescava uno, stando ben attento che fosse un over 80 Atp e non avesse grandi potenzialità di vertice. Estratto il nome, il fortunato crollava all’indietro dando una terrificante craniata alla cariatide di marmo raffigurante una mummia egizia. Quei giorni in villa, Ivan ed il fortunato “inferiore”, trovatosi anche a dover disdire una vacanza con moglie e figli alle cure termali, li trascorrevano nella più spensierata e gioviale allegria. Del resto è notorio come il ceco naturalizzato americano fosse un compagnone, quasi un tipo da osteria (funebre, magari).
Tra un drinkino analcolico e l’altro, Ivan si sollazzava nel maciullarlo in estenuanti allenamenti, tanto per non perdere il ritmo. Pare anche usando dei colpi di frusta. Puntualmente, il sottoposto, nelle settimane che seguivano il pernottamento al villino di Ivan il terribile, si trovava ad ottenere risultati sbalorditivi. Le sue prestazioni crescevano in modo impressionante. Il numero 120 finiva per mostrare un livello da ottimo top 30/40. Molti si chiedevano quale fosse il gran segreto del robot nato in Cecoslovacchia, ed allo stesso tempo capivano perché non fossero mai invitati tennisti tra i primi al mondo. Mica sciocco "l'inumano robot", da svelare i grandi segreti del successo a gente potenzialmente perigliosa.
Perché questo orrendo cappello iniziale? Si chiederà, in modo clamoroso, qualcuno. Si torna a qualche mese fa, quando fu ufficiale lo strambo quanto affascinante nuovo binomio lavorativo tra Murray ed Ivan Lendl. Tra gli aspetti positivi, oltre all’indole meticolosa e scrupolosa del nuovo coach, c’era proprio il rimando mitologico a quei “pernottamenti al villino”. In qualche modo, anche secondo me, il nuovo coach avrebbe potuto svelare all’urticante anatroccolo scozzese i trucchi del mestiere e come si fa a vincere uno slam. Lui che ci era riuscito a 24anni, dopo svariate scoppole. Tra gli aspetti negativi o che comunque mi facevano storcere il naso, v’erano i lunghi anni di volontario esilio dalle prime pagine e dal tennis, che Ivan s’era concesso. Perché se è vero che le basilari regole e vecchi trucchi rimangono immutabili, in venticinque anni il tennis s’è evoluto diventando quasi altra cosa, rispetto ai tempi in cui Lendl se la vedeva con Edberg o prima ancora con McEnroe.
Curiosità quindi nel constatare i frutti del connubio, a cominciare dal primo slam stagionale. Murray arrivava alla terrificante semifinale contro l’orco serbo, senza aver dovuto superare insidie particolari. Tutto in un giorno, per lo scozzese apprendista campione. Sarà il 16:9 ma mi sembra aver lavorato per rafforzare un fisico troppo spesso risultato inadeguato alle gran maratone, per via di un ben evidente rachitismo. E lo sappiamo che, se non hai un talento marziano, per battere quei due devi lavorare sulla resistenza e sulla forza.
Murray è straordinario nel portarsi avanti due set ad uno, quasi dando la sensazione che il gap con Nole (versione 2012, mica 2011) sia stato annullato. La lotta deve averli messi a dura prova. Come, immagino, anche le meningi dello spettatore medio, trovatosi per quattro ore a doversi sciroppare i primi piani di uno schivo Lendl e delle due fidanzatine. Due insipide bambolette di plastica che si agitano, zompano, urlano come invasate scimmie del circo Medrano. Sono bonazze (perché se non lo premetto qualcuno assai sagace mi scambierà per Cristiano Malgioglio che imita Aldo Busi), ma santo cielo, che spettacolo indegno. Nel quarto set i due, sul campo, danno proprio l’impressione d’esser reduci da una battaglia cruenta. Due pugili suonati, sembrano. Il meno suonato è quello clamorosamente sotto nel punteggio, Novak Djokovic. D’esperienza e pazienza, senza strafare, il serbo domina il quarto e vola avanti nel quinto. Torna il Murray che conoscevamo, quelle che spalanca l’orrenda fornace zeppa di denti alla rinfusa, smoccola, si trascina come un’ameba, s’inventa infortuni immaginari. Tutto fino a quando Nole, in un inatteso “ciapa no”, vuole farci capire che la benzina l’ha finita anche lui. Esaurita tutta in quel disumano urlo post-break. Sembra possa avvenire l’incresciosamente inatteso, sul 5-5 15-40, quando il serbo mostra quello che ancora manca ad Andy: Un coraggio leonino, nell’annullare la prima delle due opportunità che avrebbero mandato l’avversario a servire per il match. E la vittoria va al serbo, apparso però tutt’altro che invincibile come nell’anno di grazia 2011. 

giovedì 26 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - FEDERER-NADAL, IL BELL'ADDORMENTATO VITTIMA DEL MALATO IMMAGINARIO




Day 11 - Pronto signore kapitahno Barazzutto? Szono Romina, ja? Romina Oprandi. Volere sapere perché nonostante Pennetta e Schiavone non szono venute in Russia foi non afere penzato a me, eh? Tengo la lebbra, forsze? Questa Camerìn è melio di me? Essere numero 60 Wta, io.  La batto anche con la sinistra.
- Guarda Romina io, in qualità di capitano della nazionale tricolore, pensavo tu stessi male…
- Ma scusi Barazzutto, lo sapeva anche Picazzo Peccener che stafo bene, ja! Poteva anche chiamarmi per sapere come stavo, o no?
- Non lo so questo, Romina. Ma lo sai tu che Schiavone ha vinto il Rolando, lo sai? Debbo seguirla con perizia, posso mica ricordarmi di te che giochi a Mendrisio?…Per il resto io penso e medito. Medito e penso. Sono il capitano cogitante.”.
Qualche mese dopo questo dialogo (paradossi a parte, così come l'atleta lo ha riferito), la federazione italiana rinuncia alle prestazioni di Romina Oprandi, che diventa sportivamente svizzera. Vivaiddio. Gli svizzeri hanno garantito a Romina le Olimpiadi, la presenza in Fed Cup e le spese mediche. Soldi che la nostra federazione deve invece garantire al capitano. Per “pensare” ed immaginare con vivida fantasia se un’atleta sta male o è in forma. Soldi ben spesi. Avevte avuto la Gelmini come ministro, ed ora vi lamentate di un capitano che pensa?

Il tennis è materia facile, per chi non lo capisce. Di sicuro molto più comprensibile e logica della fisica quantistica. Semplicemente perché te lo puoi inventare, o far finta di capirlo guardando due mezzi scambi. Ecco dunque che dell’attesissima semifinale tra Federer e Nadal, inizio a vedere un lungo scambio, a metà del quarto set. Lo svizzero in punta di piedi partorisce radenti attacchi dal fondo, guizzi che lo spagnolo arpiona furiosamente. Recupera, rantola ed uncina  in allungo quei fendenti per altri inarrivabili. Colpi irraggiungibili per l’uomo, non certo per lui, tutto verde come un rettile che ha subito una mutazione genetica, o vissuto per anni tra le scorie radioattive. Roger piazza l’ennesimo dritto vincente, il mutante geco d’iberia glielo rimanda nei piedi, e quello s’inventa una delirante e bellissima mezzavolata mostre.
Tutto in ordine. Tutto regolare. Ogni cosa è al suo posto, come negli altri precedenti tra i due. Il canovaccio è quello, non occorre nemmeno guardare il punteggio per capire come Roger sia sotto ed insegua Nadal, un set a due. Una normalità mascherata e venata d’irrazionale. Federer ha il volto sofferto, per una volta si riesce a leggere l’inquietitudine in quei tratti gelidamente distaccati. Tira altri cinque fendenti monstre che l’altro agguanta in disperata scivolata dopo una serie di sgambate che davvero niente, ma proprio niente, hanno a che vedere con l’uomo. La sesta, sconcertata, stoccata finisce due metri di frustrazione fuori dal campo. Ma non stava male, il nostro Rafito? Non soffriva le pene degli inferi per un persistente dolore al martoriato ginocchio? Non lo aveva, quel malessere, quasi costretto al ritiro al primo turno contro un agnello sacrificale? Ovvio che si, Rafaelito è stoico. Un eroe moderno ed antico al contempo, come i mitologici guerriglieri che soffrono solo dell'orgoglio ferito. L’eroe per eccellenza che convive col dolore, quasi amandolo visceralmente. Se non della menzogna più classica, diverrà lo spot ideale per il sadomasochismo acrobatico. Lui in abbigliamento di latex nero, con tanto di borchie puntute, pronto ad essere frustato e ricoperto di cera bollente. E già mi vedo anche i titoloni che domani troneggeranno sulla carta stampata straccia ove gente che, non vedendo nemmeno quei due scambi e non capendo niente di questo misterioso sport, partorirà mirabolanti e sofisticati titoloni: “Stoico Nadal, batte anche il dolore!” mi sembrerebbe buono. Ottimo per ogni stagione.
Il resto è solo onanistica, melensa e disgustata frustrazione fatalista, su un tennis indegnamente avvinghiato a fisicità esasperanti, spinte sempre più in là, oltre ogni immaginifica soglia. Federer rimane vittima della solita trappola. Tagliola che non è psicologica o meglio, non solo. Patisce in modo indecente le incredibili risorse difensive dello spagnolo. Tecnicamente è costretto a congegnare sei/sette/otto colpi vincenti, per fare il punto. Laddove con tutti gli altri ne basta uno, due al limite. Ed è li che la frustrazione, impadronendosi delle sue aristocratiche meningi, fa il resto, lasciando che si spiaggi mestamente, vittima del fiocinatore iberico. Nadal va a servire per il match e quando sulla palla dell’incredibile 5-5 un suo straccio arpionato va a morire lemme lemme all’incrocio, viene davvero da chiosare che dalla sua, il malato immaginario spagnolo abbia il sostegno del Demonio in persona. Via, chiude 6-4 e giubila torcendo ancora quel viso da ratto di gomma. Felice lui, per un giorno. Malgrado un calendario troppo fitto che non gli consente questi sforzi disumani per dodici mesi l’anno. Proprio non ci sta che in autunno arrivi sempre con giunture dolenti e fiato corto. Presto provvederanno a venirgli incontro, ovvio. Per il bene della lotta greco romana praticata con una racchetta in mano.

mercoledì 25 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - I QUATTRO CAVALIERI DELL'APOCALISSE



Day 10 – Dal vostro inviato conscio che la crisi non esiste e la vedono solo i menagramo, pessimisti ed invidiosi comunisti (i ristoranti di Cortina infatti sono sempre pienissimi, ed i voli per le isole Kayman sempre zeppi), ma per puro scrupolo di coscienza ha appena fatto approvvigionamenti pre bellici: Pane, pompelmi e birra. Sia mai che si accaniscano contro i consumatori di luppolo e non con quelli di cocaina

Eccovele sul piatto, le due semifinali maschili: Federer-Nadal e Djokovic-Ferrer. Serviti quelli che pensavano a possibili sorprese ed inserimenti. I più forti restano quelli. Gli altri, i vari Tsonga, Berdych o Del Potro, possono ancora poco, se non approfittare di loro estemporanei cali dei quattro cavalieri dell'apocalisse. Se al meglio, quelli lì davanti rimangono di un altro pianeta tennistico. Murray nella notte passeggia contro Nishikori. Il ragazzo con gli occhi a mandorla nulla può, reduce da tre battaglie consecutive al quinto set. Lo scozzese giunge in semifinale dopo un torneo condotto senza grossi intoppi, causa anche l’autoeliminzazione dei rivali più pericolosi, e ancora senza la prova di un match tirato contro un avversario di livello. E forse nemmeno ce ne sarà uno, visto il serio rischio di un truculento impatto contro Djokovic. Nole ha condotto il torneo australiano con la solita attitudine cannibalesca senza dover (svalvolamento finale con Hewitt e qualche commedia dell'arte su fantomatici acciacchi, a parte) nemmeno troppo serrare la mascella scucchiata. Oggi ha agevolmente disposto del volenteroso vangatore Ferrer, chiudendo in tre set il suo quarto di finale. Poco, davvero poco, può questo ingobbito spagnolo re dell’ineleganza, numero 5 al mondo grazie a grande costanza, ma che per qualità e picchi di tennis risulta essere molto meno pericoloso rispetto ad un Berdych, uno Tsonga o un numero 20 in gran giornata d’ispirazione.
Delineate anche le due semifinali femminili. Anche qui, ci giungono forse le quattro più forti attualmente. Serena Williams (sforzandosi di considerarla ancora un’atleta) e Wozniacki (sforzandosi di ritenerla davvero una tennista, se non la numero uno di un computer commodore 64), a parte. Già detto di una Kim Clijsters che, ormai assuefatta al dolore, proverà l’impresa di arginare Victoria Azarenka, nella notte italiana si sono facilmente appaiate nell’altra semifinale, Maria Sharapova e Petra Kvitova. Niente, ma proprio niente, potevano le due intruse: Makarova ed Errani. Grande attenzione, in Italia, per le gesta del piccolo, rumoroso e tozzo trattorino arrotatore, Sara Errani. Onesta lavoratrice formatasi nelle dure palestre d’Iberia, volenterosa, straordinaria ad issarsi fino ai quarti di uno slam senza aver in decimo dei colpi di altre, iper allenata, ammirevole e chi più ne ha più ne metta. Aggettivi che non possono impedirmi di considerare il risultato finale di questa sbalorditiva abnegazione come inguardabile scempio tennistico, condito da urla triviali. Pazienza se è italiana, svizzera, spagnola o esquimese.

martedì 24 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - ATTENTI A QUEI DUE




Day 9 – Dal vostro inviato in camporella, accampato sulle rive del fiume Yarra

Tanto tuonò, che piovve. L’alba, cinica e brutale iniziava a chiavare i nostri  cisposi occhi, mentre Roger Federer era già lì ad addolcirli con sontuose parabole e guizzi di decennale candore. L’ex numero uno appare davvero in palla, centrato come non mai. Un orologio svizzero, preciso ed impeccabile. Taglia il campo con una lama. Assisto solo ai titoli di coda, sorseggiando un buon caffè, ma davvero nulla sembra potere Juan Martin Del Potro. L’argentino fuciliere della Pampa, in grande ripresa e pur autore di un buon torneo australiano dopo le traversie fisiche, appare ancora lontano dal poter infastidire un avversario in simili condizioni. Smagliante e tirato a lucido. Federer raggiunge l’ennesima semifinale di major della carriera, e lo fa senza cedere un set, trattando Del Potro come aveva fatto con un Kudryavtsev qualsiasi.
Lo svizzero si appollaia nella tanto attesa semifinale, attendendo il suo avversario. Lo storico ed indemoniato rivale di mille battaglie Rafa Nadal, o lo sparecchiante Nando Gazzola imprestato al tennis, Thomas Berdych? Rafa soffre e annaspa tre metri dietro la riga di fondo a riprendere i fendenti del rigido pennellone ceco. Quando per miserabile ventura, quelli rimangono in campo. Avete presente quella simpatica scritta “Melbourne” che campeggia dietro la riga di fondo del rettangolo? Beh, Rafito, ed un’inquadratura lo testimonia chiaramente, è ben dietro. Rifrulla stampato sui tabelloni dei magli di passante incredibili, dopo corse lontane dal'idea di uomo. Perde il primo set, soffre nel secondo, come al solito viene fuori alla distanza. Bene ma non abbastanza, Berdych, il tennista più sopravvalutato degli ultimi quarant’anni, che altri non è se non un buon top ten. Uno con colpi e trame così prevedibili ed impostate che persino un tennista-figura retorica come Philipp Picasso Petzschner riesce a mandare al manicomio appena può. Tre su cinque, tranne rarissime e casuali occasioni in cui l’altro si suicida, Berdych non è in grado di reggere il livello dei migliori quattro al mondo. Nadal rema, soffre, lotta ed alla fine la spunta. Nei secoli dei secoli.
Vuoi mettere la replica di un colossal (Nadal-Berdych) con un film scontato e senza appeal (Berdych-Federer o Nadal-Del Potro)? Ragionando da non tifosi o da tifosi con grande orgoglio antico, è la soluzione migliore. Ecco dunque l’accoppiamento di semifinale tanto atteso, dopo i due quarti di finale più interessanti (Djokovic-Ferrer e Nishikori-Murray, non reggono il minimo confronto). Federer e Nadal ci arrivano secondo pronostico, superando alla loro maniera i due virulenti outsider. Roger con una prestazione al limite della danzata ed imbiancata perfezione svizzera e dopo un torneo condotto in leggiadra punta di piedi. Nadal a seguito di una gran battaglia rusticana, chiusa sfinendo il suo avversario, ed un torneo al solito farcito di mezzi annunci, sventati ritiri falsi come una banconota da tre euro, bende da Lazzaro e tutto ciò che già sappiamo. Non straordinario come in altre occasioni, ma sempre il consueto diesel che, stucchevoli bugie bianche a parte, carbura strada facendo. L’ennesima sfida tra i due, stavolta, è condita anche dalla ridicola polemica iniziale innescata da uno spagnolo che pretende tutti giochino meno, per venire incontro alla sue ginocchia, torturate dal suo tennis. Ed il continuo ripetere di “suo”, non è casuale. Curiosità quindi, oltre alle ormai note disamine tecniche e psicologiche da Freudiani imprestati all’uncinetto, nel vedere come la questione sia stata assorbita dai due. Se sarà stato un miserabile autogolol dello spagnolo nel disperato tentativo di recuperare un gap apparso evidente negli ultimi mesi, o se Federer accuserà mentalmente il colpo. Ai posteri.
Tra le donne desta scalpore (ma anche e proprio, no) la vittoria di Kim Clijsters su Caroline Wozniacki. Tra le due scorrono almeno due categorie tennistiche. Pur in condizioni rabberciate e con ossi, muscoli e giunture tenuti clamorosamente assieme per un prodigio della natura, la belga doma l’insipida numero uno per caso in due set. Gaudemus. Ora per Kim semifinale durissima contro l’indemoniata Victoria Azarenka che, perso il primo set, sembrava poter impazzire e dare di matto come i bei tempi, contro le irriducibili difese di Agnieszka Radwanska. Invece finisce per dominare gli altri due e raggiungere la Clijsters in semifinale. Legati alle ossa di Kim, preghiamo tutti insieme.

lunedì 23 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 - IL DOPPIO TONFO



Day 7 e 8 – Che poi è troppo facile fare i froci cor culo dell’artri (chi vuol capire, capisca)

Un doppio stonfio nell’acqua, fragoroso e zampillante. E il rumore sordo e terrificante, lo avranno udito anche gli abitanti di Auckland e quelli della Nuova Papua Guinea settentrionale. Il richiamo a morta metafora marittima viene spontaneo, e non è certo dovuto a reminiscenze marchiate Hemingway, tanto meno a ricordi di Moby Dick o Titanic andati. E’ ormai inevitabile, vista la spietata caccia agli schettini e a quell’umana pavidità in un mondo di inumani eroi a parole. Noi tutti, gli eroi.
Fuori dai giochi, come in un doppio carpiato in una gara di tuffi, Serena Williams e Jo Tsonga. Tragica, la dipartita del francese contro il giapponese Kei Nishikori. Si sapeva, per precedenti e caratteristiche tecniche del sapido tennista del sol levante, che non si sarebbe trattato di un match facile, per l’espolosivo bisonte d’oltralpe. Jo proprio lo soffre e non riesce a trovare ritmo contro le palle radenti ed angolate del talentuoso samurai. Piè veloce, braccio facile e testa salda, ora per il giapponese approdato ai quarti (non avveniva dai tempi di Shuzo Matsuoka) ci sarà Andy Murray. Lo scozzese va a spasso con Kukushkin, kazako che ancora non si capisce cosa ci possa fare nella seconda settimana di uno slam. Sembra un uomo onesto capitato nella Pdl. O un appestato in un ambiente asettico. Vince due giochi in due set e si ritira, per decenza, l’intruso kazako. Poco può Gasquet, stroncato dalla malvagità imperante e da Ferrer, in tre rapidi set. Il mondo non è ancora pronto per la pavida bellezza.
Troppo credere che “Rocchio” Balboa Hewitt potesse contrastare un Djokovic con le fauci spalancate come drago scucchiato. Ma nemmeno che possa vincere un set. Invece quello, impavido e rischiando di lasciarci le penne come i combattenti antichi, recupera da 6-1 6-3 3-0, e vince il terzo set 6-4. Non vedevo una simile esplosione di agonismo ed ardimento da rimonta, dai tempi dell’ultimo Jimmy Connors. Tutto paonazzo ed al limite dello schianto coronario, l'esperto aussie reduce da mille infortuni e con un bacino semovente, lotta come un leone irriducibile anche all’inizio del quarto set. Quasi lascia sperare che una volta tanto possa trionfare l’irrazionale, come in una favola antica da tramandare nei decenni a venire. Invece, alla fine, prevale il mostro di Serbia. E’ stato comunque bello digerire il pranzo assieme a Rocchio, illudendosi.
Nella nottata italiana, v'era stata l’altra onda anomala, dopo la fragorosa spanciata. Crolla Serena Williams, una della principali favorite del tabellone femminile, fino ad ora senza grossi scossoni. La più giovane delle due sorellone multivitaminiche, è stesa nettamente da Ekaterina Makarova. La russa con quell’espressione un po’ così, che riconoscevo solo alla sciapa biondina del primo banco, quella bruttina e piena di complessi adolescenziali che non mi faceva copiare i compiti di matematica e cantilenava la lezione su Socrate come si fa con l’Ave Maria in latino. Un martello mancino che in Australia trova sempre buona costanza di ritmo martellato (a memoria di essere subumano, la ricordo battere Ivanovic. Di gran pugna). Quest’anno le avevo concesso una stentata fiducia, pronosticandola vincente contro il giurassico rudere vintage, Tamarinda Tanasugarn. Ma proprio a stento, perché di queste tenniste mai ti puoi fidare. Imbroccano la giornata buona e sembrano delle top 30. Il giorno dopo non ne mettono mezza in campo e perdono anche contro uno scopetto per spazzare i cammini. L’afflizionata russa vinse quel primo turno, non senza lasciare un set a Tamarinda, per poi mettere in fila una serie impressionante: Kanepi, Zvonareva ed ora Serena. Per lei adesso un quarto di finale difficile, ma nemmeno impossibile, contro Masha Sharapova, uscita vittoriosa ed in rimonta, nel derby di biondi tornadi con la tedesca Sabine Lisicki. Per una volta transigo sulla disumana ugola. Perché non ho assistito allo scempio lacera timpani, e per i soldini messi in tasca pronosticandola vincente, quand'era sotto di un set. Bene inteso che la speranza per una futura e cruenta recisione dell’ugola, con tanto di barellato trasporto negli spogliatoi dell’imbavagliata paziente, rimane vivida ed imperitura. Preghiamo. Due parole finali e nette (come una sentenza) le merita la grande sconfitta: Serena. L’americana continua a dare l’impressione d’essere la più forte di tutte, se lo vuole. Quando vuole. Qualora decida di partecipare o financo allenarsi, dedicando al tennis almeno due mesi l’anno. Ora quella convinzione comincia a vacillare. Perché forse a trent'anni, per rimanere sulla breccia non bastano più due svogliate mazzuolate ogni tanto.
Giacché ci siamo, chiudiamo il discorso sulle donne. L’uscita dell’americana rafforza il ruolo di favorita di Petra Kvitova. Ieri il donnone ceco con i languidi occhioni d’assassina, ha trafitto senza pietà la sempre più patetica sagoma emaciata di quella che fu mai fu una campionessa: Ana Ivanovic. Fa quasi tenerezza, la serba, non avesse quel protervico atteggiamento da numero 30 che si sente ancora numero uno, solo perché ha vinto a Bali. Potenziamenti muscolari, ingrassamenti, poi rinsecchimenti per migliorarne i movimenti, autocastrante limitazione (vivaiddio) di pugnetti ed anacronistici “ajde”, allenatori cambiati che manco Zamparini e Cellino a braccetto che cantano il dadaumpa…tutto inutile. A questa bisogna solo piazzare i morsetti sulle meningi e provare a constatare se un cervello esista realmente. Dopo di che provare a farle capire che per vincere a tennis occorre tirarla nel rettangolo di gioco, insegnarle come si lancia la pallina pallina sul servizio, qualche cambio di ritmo con parvenze di alienante tattica, etc…Per ora invece, continua nel suo insensato progetto da numero trenta che si sente numero uno. Risultato: Ridicolizzata da Petra Kvitova, e moria di pesci nel fiume Yarra, letteralmente bersagliato dai violenti fuori campo della serba.
Ultima, ma non ultima Sara Errani, che vince contro pronostico, ed in maniera nettissima contro l’esperta cinese Jiè Zheng, cui lascia tre games a suon di “héééé”. Gli arrotoni trerrificanti dell’italiana avranno prevalso sui piatti anticipi della cinese. Almeno azzardo, perché voglia Zeus fulminarmi se ho assistito ad un solo quindici di questo curioso confronto da emiparesi scrotale. Quarti di finale per la tennista italiana, e qualora vincesse un set contro Kvitova, sono pronto all'insano gesto: sfidare l'acre odore di sterco che promana dallo schermo, e guardare Ferrara in una puntata di "Radio Londra". Tornando ad Errani, già si parla di nouvellle vague dell’italtennis. Andiamo bene, di lusso direi. Una cosa corta, tozza e grossa, che esala urla triviali ed arrota come in preda a piorrea fulminante all’ipotalamo. Quasi riesce a redermi piacevole la vecchia generazione ormai al tramonto, quando almeno si vedeva qualche bel colpo. Poi penso allo sguardo modesto della Schiavone e ribadisco il “quasi”.

Eccovi i quarti maschili:

Djokovic-Fererr (80/20). A scanso di equivoci, se sete cardiopatici o incinte, evitate d’imbattervi in questo spettacolo raccapricciante. Il serbo non dovrebbe perdere nemmeno se piombato di 12 chili per gamba.
Murray-Nishikori (75/25). Doveva essere un tabellone irto e pieno d’insidie per lo scozzese. Ma non è colpa sua se Monfils e Tsonga si sono capottati goffamente. Nishikori può comunque dargli fastidio. Vincere è più complicato: Perché il nippo potrebbe essere satollo e perché Murray è tatticamente più avveduto di Tsonga. Quando se ne ricorda.
Federer-Del Potro (65/35). Del Potro è tornato a buoni livelli, per battere Federer  sembrato sicuro e centralissimo, deve arrivare ai livelli d’esaltazione stile NY 2009. Non facile, forse impossibile. Match piacevole da vedere, comunque.
Nadal-Berdych (60/40). L’orbata mina vagante ceca, sulla strada di Nadal. Berdych dato in buone condizioni e parecchio costante. Viste le fatiche e la sciocca polemica con l’altro idiota (tennisticamente parlando) Almagro, cui nemmeno occorre ritornare, un Nadal all’80% forma potrebbe farcela lo stesso.

sabato 21 gennaio 2012

AUSTRALIAN OPEN 2012 – OTTAVI DI FINALE MASCHILI E FEMMINILI: SACCENTI ED INFALLIBILI PRONOSTICI DELL’ASTROLOGO


Day 6 - Mi sai citare i classici a memoria, ma non distingui il ramo dalla foglia (Ivan Graziani)

Uomini

Djokovic-Hewitt 99%/1%. Serbo versione carnefice degli infanti, fino ad ora: due game al povero Paolino Lorenzi. Altri due al volleante Mahut, impallinato con immotivata crudeltà. Qualcuno in più al colombiano Giraldo.  Hewitt è l’eroe, quasi cinematografico, del torneo. Lui, e Tony Roche (uno che allenava Lendl trent’anni fa), arzilla ed ottuagenaria leggenda del tennis che mi fa gran simpatia per quelle smorfie e l’agonismo esaltato, che fa il paio con quello del suo pupillo. Come Rocky Balboa e l’anziano coach col secchio in mano. Rocky, o meglio, l’indimenticato “Rocchio”. Non una grande impressione lasciata all’esordio con Stebe, poi il ritiro di Roddick e la meritata vittoria da irriducibile combattente contro la giovane promessa Raonic, alla grande prova d’immaturità ad alti livelli. Ora per l’idolo di casa c’è Djokovic. Missione impossibile, rischio concreto di immeritata carneficina serba. Obiettivo di Rocchio: una decina di dignitosi games in fienile e poter esalare un paio di “c’mon” a pieni polmoni.
Ferrer-Gasquet 101%/-1%. Ottavo che rimanda a filosofeggianti dilemmi sullo sport e sulla vita in generale. Val più una catastale costanza ed abnegazione antiestetica o la geniale ed imprevedibile essenza di un talento naturale, tendente al masochismo? Centouno su cento, prevale il primo. Mettete un povero cristo che scrive banalità che piacciono a tutti, in quanto banali come la banale gente che lo legge su un banale giornale a confronto con uno geniale, vagamente blasfemo ed in perenne rischio querela. Chi sarà assunto? Il primo, ovvio. Non suoni come discorso autoreferenziale (in realtà stamattina ho mandato il cv a Via Solferino, allegando un articolo illuminante: “La trista storia di un eunuco con la piorrea che pisciava petali di rose”). Cazzate a parte, Ferrer ha avuto gran problemi contro l’americano Sweeting. Gasquet ha divelto le velleità del tigro assassino Seppi, e annichilito Tipsarevic. Io a quel -1% ci credo fermamente.
Murray-Kukhushkin 99,99%/0,01%. Impossibile fino ad ora giudicare il nuovo Murray curato da Lendl, per assenza di credibili avversari. E perché proprio non l’ho visto. Gioco forza, non potrà esserlo Kukhushkin, uno che deve accendere un cero a Sant’Eufemio protettore dei tennisti ripugnanti, che scioperando non ha protetto Troicki e Monfils (sue due imprevedibili e scarnificate vittime in incontri drammaticamente osceni). Tennista non meno raccapricciante, questo kazako. E suadente nelle sue composte esultanze da cavernicolo. Davvero non vedo come possa dare fastidio ad un Murray normale. Più di dodici games vinti dallo lo yeti e m’imbarco sulla costa crociere, capitanata da un orso delle giostre.
Tsonga-Nishikori 70%/30%. Ecco finalmente un ottavo interessante e, almeno nelle previsioni, divertente. Tsonga non potrà prendere sottogamba il giovane nippo dal bel talento. E non solo per il recente precedente a Kooyong, ma perché Nishikori viene da un buon torneo ed ha le armi per dare fastidio al francese. Al limite, dovesse andare male, al buon Kei rimarrebbe il doppio misto con Kimiko Date Krumm. Stile la nonna ed il nipotino.
Del Potro-Kohlschreiber 60%/40%. Ottavo orfano di Fish, che ha fatto la fine del pesce-pollo in barile, contro il colombiano Falla (non proprio Connors). Incapace di niente, l’americano. Non me ne farei un cruccio, anzi. Perché quello tra l’allampanato argentino ed il dormiente “Kohli” rischia di rivelarsi un confronto bellissimo, di stili e caratteri. Equilibrio ma, semplice sensazione sottopelle dettata anche da un Del Potro che non riesce a darmi più quella fiducia di due anni fa: il tedesco rischia il colpaccio. Se solo si sveglia con la ruota dei criceti nel cervello, che gira in senso orario.
Federer-Tomic 70%/30%. Interessante scontro generazionale tra il dominatore dell’ultimo decennio e la fulgida promessa australiana (canguri in crisi, ma hanno portato alla seconda settimana una vecchia lenza come Hewitt ed un giovanotto promettente). Federer approdato alla seconda settimana senza grossi patemi, eccezion fatta per qualche servizio del gigante Karlovic. Tomic ha invece mandato in delirio i tifosi di casa con maratone avvincenti (va beh, tocca enfatizzare ogni tanto). Due set recuperati a Verdasco (il cappone senza piume) e cinque set per battere anche Dolgopolov. Se ha ancora energie, un set può anche vincerlo. Di più sarebbe oggettivamente troppo.
Nadal-F.Lopez 75%/25%. Dalle patetiche dichiarazioni, al campo. Con tanto di fasciatura al ginocchio malandato. Essendo anche masochista conclamato, Rafito ha provato a spezzarselo in due ricadendovi sopra dopo ripetuti balzoni d’entusiasmo. Contro Tommy Haas (inchino a lui, e degnissima resistenza, visto quello che han fatto gli altri, giovani e sani, avversari dello spagnolo), avanti di due set. Per dire. Lopez è sempre il solito bel tennista d’attacco. Tra la folta chioma di Feliciano ed il cespuglio spelacchiato del diavolaccio di Manacor, poca gara. Nemmeno tra le leziose volée mancine del primo e le agricole evoluzioni a volo (non voglio chiamarle volée) del secondo. Tutto il resto, dice Nadal. Annesso quel luogo comune travestito da tragica realtà che, tranne rarissimi ed involontari episodi, vede gli spagnoli rassegnati al ruolo di accondiscendenti paggetti verso la loro guida.
Berdych-Almagro 70%/30%. Siamo seri. Volete solo immaginarvelo, dopo l’ottavo con Feliciano, un altro derby nei quarti, per Nadal? Allora, tra i due terribili mali, preferiamo il primo. Che pure ha più armi al suo miope arco. Almagro dovrebbe aver esaurito le sue mine dense d’insostenibile protervia invasata battendo Dimitrov (silenzio stampa, fino a quando non gli regalano un cervello) e Wawrinka. Ceco favorito, se non si spara nei piedi, come ogni tanto gli accade.


Donne

Wozniacki-Jankovic 60%/40%. Ottavo al tavor. La sola idea fa irrimediabilmente calare le pudenda ad altezza calcagno. Più che la vincente, si potrebbe pronosticare il numero di colpi vincenti nell’arco del match: Io dico due, massimo tre.
Clijsters-Na Li 55%/45%. Ottavo travestito da semifinale. Se non da finale, visto che solo dodici mesi fa le due si giocavano il titolo. La belga sembra tenere, fisicamente. Già tanto. Na Li si conferma tra le più in forma e concede poco o nulla. Ad avversarie e spettacolo. Concedo una leggera preferenza alla prima, per censo e riconoscenza.
Azarenka-Benesova 80%/20%. Bielorussa spaventosa, per la furia accecata con cui si è accanita sulle avversarie, come fossero povere, impaurite e belanti pecorelle. Qualche fastidio potrebbero procurargli le accelerazioni ed angoli mancini della Benesova. Se in giornata, la Melzer in gonnella può dare dei fastidi all’indemoniata. Si spera, almeno.
Radwanska-Goerges 65%/35%. Polacca salvatasi per miracolo e con grande pazienza dal primo turno contro la truzza Mattek in giornata d’esaltazione attaccante. Ora per lei c’è la Goerges, che ha spezzato il sogno di Romina Oprandi. Solito, stucchevole dilemma che imperversa nella Wta: Prevarranno le roncole (possibili) dell’insensata e rudimentale picchiatrice di turno (Goerges) o la sapida difesa ordinata e senza colpi vincenti dell’altra (Radwanska)? Prendo la polacca, perché la tedesca con quelle esultanze scomposte, truci sguardi all’angolo e pugnetti a go-go sugli errori dell’avversaria sciorinati contro Romina, merita solida craniata contro un acuminato spigolo. Che insegnassero a queste starlette travestite da ridicole killer, l’agonismo sano. Ed un po’ di tennis.
Makarova-Serena Williams 10%/90%. Serena appare di un altro pianeta, rispetto a tutte. Forse solo Kvitova potrebbe qualcosa. Poco, niente potrà la mancina russa Makarova, tipetta incostante con una faccia da afflitta adolescente bruttina, che a suon di dementi roncole mancine ha steso Kanepi e Zvonareva. Mica poco.
Sharapova-Lisicki 70%/30%. Altra prova di tedesco per la russa. Dopo Briegel Kerber, ecco Rummenigge Lisicki. Quest’ultima però sembra essere resuscitata come Lazzaro, recuperando tutti gli acciacchi di inizio torneo e che quasi la facevano soccombere alla modesta svizzera Voegle. Possibile match equilibrato, ma l’urlante siberiana (speranze di recisioni della glottide a parte) rimane favorita, per esperienza.
Jie Zheng-Errani 65%/35%. Ottavo delle sorprese. Tra le varie Stosur e Bartoli, emergono invece la tascabile e tignosissima cinese Jie Zheng, in perenne e forsennato anticipo piatto e la terrificante arrotatrice emiliana (héééééé). Assolutamente inguardabile l’italiana, per il mio particolare modo d’intendere il tennis. Ma col grande merito di non mollare mai e di voler migliorare un tennis che definire limitato sarebbe puro esercizio d’eufemismo acrobatico e pieno di patriottica finzione. Ora, grazie anche ad un tabellone da epifania, può addirittura sperare di arrivare ai quarti di finale di uno slam. Leggermente favorita la cinese che s’è sbarazzata del primate transalpino Marion Bartoli. Mica un male, in fondo.
Kvitova-Ivanovic 85%/15%. Siamo seri, la giunonica ceca sembra di un altro pianeta. Alla serba, rinsecchita come un'acciuga continua a fare difetto una cosa importante: il cervello. Qualche possibilità però gliela concedo perché potrebbe anche, per puro caso, tirare qualche bomba anche nel campo. Per caso eh, ribadisco.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.