
Si chiude tra refoli di vento bizzoso, il tradizionale torneo d'apertura della stagione sul rosso a Montecarlo. Nel consueto e artefatto scenario di ricchezza nauseabonda, non sono mancati spunti d'interesse, un paio di match interessanti e la finale più attesa, coi due indiscussi mattatori a giocarsi tutto.
Jannik Sinner 9. Torneo quasi perfetto, quarto 1000 di fila, cedendo un solo set. Si riprende con merito il numero uno strappandolo di persona ad Alcaraz sul suo terreno preferito, in una finale senza storia, in parte deludente e rovinata dal vento. Poco da dire, il Sinner da terra, meno missili terra aria e più palle corte e colpi meno piatti, funziona alla grande. Tra le solite critiche degli odiatori e idolatrie demenziali degli influencer (assistere a un suo match leggendo quello che alcune sue fan badanti di ogni età scrivono sui social, è un'esperienza che va vissuta almeno una volta nella vita. È quasi paragonabile al pre morte. Si va dal "Oddio c'è vento! Dai Jannik, vinciamo anche contro le ingiustizie!", "Sto male raghi, si sta toccando la schiena! Sta male cucciolo!"), lui fila dritto per la sua strada.
Carlos Alcaraz 6-. Stavolta non giochicchia, arriva in finale bello concentrato, ma contro l'altoatesino è in difficoltà sin dall'inizio, nervoso, confuso. Anche quando prova a scappare nel secondo set, tutto sembra casuale e improvvisato. L'atteggiamento è quello arrendevole di chi sa che in questo momento l'altro è più forte. Tolto l'Australian Open, vinto per mancanza di avversari (Zverev tremolante e nonno Nole con i reumatismi), finora un 2026 da dimenticare e qualche interrogativo sull'addio di Ferrero inizia a sorgere.
Alexander Zverev 6. Quello è. Per la terza volta di fila stoppato in modo cruento da Sinner. "Contro di lui se non giochi al massimo non hai speranze". Il problema è che lui non ne ha nemmeno quando gioca al massimo, ma non glielo dite.
Valentin Vacherot 7. Io questo spilungone, secco e maldestro, lo avevo visto di persona in un challenger italico. "Costui un top 100 non lo batte nemmeno a telesina" pensai, con la tracotanza di chi ne sa a pacchi. Poi un'altra volta vidi le sue gesta in un suo video nel quale si schiantava goffamente, impigliato nella rete come un tonno. Due anni dopo me lo ritrovo tipo Hulk, imponente e muscolato, a vincere il Masters 1000 di Shanghai. A casa sua dimostra di aver raggiunto un livello da top 15. Tutto grinta e roncole da ogni lato, sembra trasformato in un orripilante mix tra Djokovic e Nadal. Il tronco d'abete secolare monegasco si esalta nella lotta, tascinato dalla surreale torcida monegasca (un drappello di una ventina di miliardari giovinatri che roteavano rolex e monili in segno di giubilo) e raggiunge un'incredibile semifinale. Niente può contro Alcaraz ma, temo, lo vedremo ancora.
Alexander Bublik 5. Pensavo di morire prima di vedere un Bublik grigio impiegato del catasto che, per usare le parole di Rino Tommasi, "vince con chi deve vincere e perde con chi deve perdere", senza nemmeno provarci, buttandola in patetica burletta. Imbarazzante contro Alcaraz: gioca 15 minuti e poi 0-9. Che nostalgia per i Gulbis, grandi minchioni, che potevano perdere contro il numero 300 se in giornata di luna storta, ma che poi giocavano col petto in fuori e palle quadrate contro i fab four.
Joao Fonseca 6,5. Dopo le formative scoppole americane subite Sinner e Alcaraz, l'arancina atomica a Montecarlo dimostra che con Zverev può già giocarsela un po' di più. Perde in tre set, perché con quel fisico da Homer Simpson, alla lunga, la criptonite nel braccio non basta più.
Alex De Minaur 6 politico. Bastonato in modo cruento da Vacherot. Alle tre di notte, mi assale un dubbio ancestrale: cosa mai potrà fare in più questo povero diavolo australiano per migliorare i suoi risultati? Le risposte oscillano tra il "niente", "fare una crasi tra le sue gambe e il braccio di Fonseca" e "ma che cazzo ne so, a quest'ora".
Daniil Medvedev mah. Vedi sotto.
Lorenzo Musetti s.v. Altra vittima dell'invasato monegasco, ancora imbastito e lontano dalla forma migliore.
Gael Monfils 8. Alla carriera. Mai stato tra i miei preferiti, anzi. Innegabile showman che ha saputo essere tra i più divertenti coequipier dei fab four, di cui non ho mai apprezzato l'indole clownesca, pantomime teatrali e finte zoppie. Si regala l'ultimo valzer monegasco, ancora in discreta forma snodabile.
Stan Wawrinka 8. Anche lui, all'ultimo malinconico ballo. Per quel che conta, perde da Baez, una roba che qualche anno fa sarebbe stata impensabile. Qualche smanacciata della casa e un paio di scambi di ferocia antica, che valgono il prezzo del biglietto (ehm, no. Il biglietto di Montecarlo no, perché si dovrebbe fare un mutuo).
Novak Djokovic 9. Un gigante. Ai box per curare la vecchiaia, mentre i giovani virgulti sugli scudi calamitano le attenzioni, battono i suoi record, si giocano il numero uno, lui che fa per attirare l'attenzione? In un'intervista dichiara che continuerà a giocare fino, almeno, al 2028. E via di trafiletti sui giornalu. Un po' somiglia a quelle attrici da oscar ormai novantenni che durante le cerimonie recenti degli oscar se ne escono con: "sono pronta a recitare in un prossimo kolossal hollywoodiano, nei panni di una spogliarellista sexy".
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