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venerdì 10 aprile 2026

DANIIL MEDVEDEV, ELOGIO DELLA FOLLIA (MA ANCHE MENO)







Un po' me ne vergogno e nei vari simposi culturali a cui peesiedo (sovente tavolate in trattoria o traccannando birra Peroni alla cantina) tendo a nasconderlo, ma qui non ho mai fatto mistero dell'inquietante attrattiva che Daniil Medvedev suscita alla mia amigdala stordita dalla vinaccia. 
Non credo che questa strana patologia sia dovuta solo a quel settembre 2021 quando, immolandosi come un Santo, ci evitò la soluzione finale, ma a qualcosa di più  insondabile: è l'antieroe di cui avevamo bisogno. Il Superman sghembo che ripara alle ingiustizie del mondo e va a sfracellarsi contro un grattacielo, smoccolando insulti irripetibili.
Oppure sarà perché "amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme", fatto sta che l'orrore mi attrare quasi al pari della bellezza. Se poi il tutto è condito da quel pizzico di follia surreale e alla frantumazione di ogni credenza sulla balistica del gesto tecnico, la frittata è fatta. Un game di Medvedev è buono per stroncare dodici anni di pedanti lezioni di Muratoglu, e già questo ai miei occhi lo mette su un piedistallo. 
Allampanato, con quel viso emaciato da soldato russo d'inizio secolo malato di tisi o protagonista di una immortale pellicola di Ėjzenštejn. Dimesso, come distratto e perso in pensieri superiori (meglio il culo o le tette? Stasera carbonara o matriciana?), mentre si sistema i radi capelli e ravana nei mutandoni. 
Da anni è lì, tutto ricurvo a tirare saette imprevedibili, di sconcia bruttezza, ma terribilmente efficaci (almeno un tempo). Se Mecir era Gattone, lui è un gattaccio randagio, storto e rachitico. Ma ugualmente ipnotico, come tutti i felini. Nel mare di noia che pervade le grigie storie tennistiche dei nostri tempi, i suoi lampi accendono la curiosità anche di chi il tennis lo ha scoperto ora, palpitando pdr Sinner. Che non sa chi era Marat Safin, figuriamoci Dani Koellerer. 
Danilo in realtà è un ragazzo mite, ironico, in quel catechismo per voci bianche che sono le conferenze stampa, spesso svetta con risposte mai banali. Anche in campo sembra di una tranquillità tendente all'apatia, fino a quando gli si accende il seme della follia. Urla, gestacci, mimiche di fellatio e insulti a pubblico e arbirtro, talvolta all'avversario. Quasi mai fini a se stessi e con una motivazione rinvenibile nel suo essere Danilo. Un quadro di orrore tecnico e comportamentale che rasenta la meraviglia.
È storia di qualche giorno fa, l'increscioso evento in quel di Montecarlo che tanto ha fatto tanto discutere e dato da scrivere i siti di gossip. La nuda cronaca: Danilo incappa in una di quelle giornate in cui non gli entra una palla, nemmeno nelle mutande. Sta volando verso un indecoroso doppo 6-0 contro un Berrettini che invece di martellare si limita a scalpellate in scioltezza, quando gli si accende la fiammella della follia incontrollabile. Spacca la racchetta a puntate, tra gli ululati, risate, applausi e olè del pubblico monegasco per incoraggiarlo a spaccarla ancora meglio. E lui mica si fa pregare. Qualcuno nell'enfasi gli avrà gettato anche il rolex o qualche spicciolo a sei zeri. 
Una scena deprimente. A causa di un pubblico snob e di vuotezza assordante, ma un po' anche per lui che rischia di diventare la macchietta di sé stesso. L'animale da circo da cui ci si aspetta solo il numero per divertirsi, uno da cena col cretino. Ma in questo non c'è niente di vero, folle, diverso. È la negazione dell'essere Danilo, forgiatasi negli anni. Una cosa simile si è vista solo nelle esibizioni del 50enne McEnroe, col pubblico che non aspettava altro che la sfuriata finta, una racchetta lanciata e l'ormai classico "you cannot be serious", tra grasse risate. Per una simile pensione mi pare ci sia ancora tempo, quindi lunga vita a Danilo lo storto, verso nuovi colpi orripilanti, urlacci e meritati insulti ricevuti.


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Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.