
Una chicca. Un dono ai due/tre lettori, chiaramente disturbati, che entrano ancora in questo spazio ancestralmente vuoto. Riporto uno stralcio tratto dall’immortale opera di postumo commiato dell’artista decadente Picasso Petzschner, “Quel rovescio di Mecir che mi masturbò l’anima (vi piscio in testa quando voglio. Se, voglio. Ora ci ho sonno)”. Si possono rinvenire frammenti di tennis, e sullo sfondo uno dei match che hanno formato la mia esistenza, forgiandola intensamente al vuoto immacolato, ed erigendo l’anima verso un nulla implacabile. Ma bellissimo.
(tutte queste confusionarie parole vanno tradotte, più o meno: “Perché piuttosto che scrivere di Ferrer-Nadal, mi autoflagellerei i maroni provandone anche un certo godimento, al confronto). Il match narrato dal racconto è in questo video. Che poi, in fondo, le immagini valgono più di mille ciance al vento.
(tutte queste confusionarie parole vanno tradotte, più o meno: “Perché piuttosto che scrivere di Ferrer-Nadal, mi autoflagellerei i maroni provandone anche un certo godimento, al confronto). Il match narrato dal racconto è in questo video. Che poi, in fondo, le immagini valgono più di mille ciance al vento.
***
In quel preciso istante andò via la luce. Poi il gorgoglìo di un bicchiere che si riempiva. Mio padre approfittava del buio per tracannare vino indisturbato. Dall'altra alcova del trullo arrivavano gli echi discteti del russare di nonna Adelina, esausta dopo una giornata perduta a lavorare nei campi. Poi ancora silenzio. Anche il piccolo televisore in bianco e nero aveva cessato di guaire alla luna di un agosto quasi morto. Il vecchio aveva fatto in tempo a seguire il notiziario del primo canale. “Il notiziario” era fondamentale, permettendo che gli eventi del mondo entrassero anche in quella miserabile topaia dimenticata da Cristo, dove trascorrevamo due mesi di “villeggiatura” estiva.
Si preoccupava, mio padre, che non tornassero i comunisti, con le loro espressioni torve, a rubarci i pochi danari statali che ci permettevano quel divago da abbienti. Che la cristiana democrazia regnasse col suo seguito di rassicurante benessere crociato. L’idea che Mao Tse-tung e Stalin resuscitassero dai loro sarcofagi, ne turbava i sonni di avvinazzato.
Cominciai a pregare che la corrente tornasse, con atea fede verso l’ignoto. Non c’erano altri rimedi, solo una devota preghiera fervorosa. Saremmo morti tutti, prima o poi, al di là di ammuffiti politicanti, sette sataniche e religioni. Quello invece schioccò le dita in direzione di mia madre. Via, diretti dagli altolocati vicini. Vivevano come noi in quelle arse lande desolate, ma erano ricchi possidenti terrieri. Potevano permettersi anche gli schiavi, solo che li chiamavano in modo diverso: contadini, fattori, operai della loro fazenda di stampo sudamericano. Immaginai i miei intenti a discorrere di sciocchezze e contemplare la loro frivola ricchezza, millantando chissà quale patetica bugia per tenersi al loro livello.
Io restai nella mia stanza, a rigirami nelle lenzuola umide di un fine estate inquieto, dimenandomi tra nugoli di zanzare incazzate che si avventavano sulle mie carni, in un sanguinoso concerto di amore e odio.
***
Il tennis mi piaceva e lo praticavo quotidianamente, in quei mesi di sole. Sguainavo la devota Maxply McEnroe in legno come fosse un cimelio immortale, spada mitologica, sfidando qualche coraggioso. Senza esitazioni. Nemmeno i ventenni mi facevano paura. Ogni tanto la rispolvero ancora adesso. Dona una sensazione d'inspiegabile appagamento. Potrei perderci 6-2 6-1 anche contro uno scaldabagno arrugginito, ma lo stordente sentimento di benessere spirituale nel colpire la pallina, mi ripaga di ogni cosa. "E che ci fai con questa?" ripeteva il mio zio materno roteandola al cielo come un batti panni, col fare del battutista chi vuole apparire simpatico ad ogni costo. "serve per la cernita delle olive o per ammazzare le mosche?". E rideva, da solo.
A quei tempi, per non affaticare troppo il gioiello intarsiato nel legno, negli impegni di poco conto, alternavo l’utilizzo di una miserabile "maxima" di ultima, gelida, generazione. Avevo creato una piccola Flushing Meadows, sul piazzale in puro cemento armato che nelle ore di punta diveniva una fornace così rovente da poterci cuocere le uova. O i piedi. Forgiavo le mie gambe, col tempo divenute poderose. Ho delle belle gambe, lunghe, possenti, muscolose il giusto, quasi scolpite da uno scultore greco omosessuale. Fossi donna mi ecciterebbero, le mie gambe.
Era comunque un bel campo. Bisognava solo fare attenzione all’ingannevole crepa nei pressi della “T” del servizio. Quando la pallina lambiva quei centimetri dissestati si trasformava in una scheggia pazza, incontrollabile. Occorreva un colpo d'occhio luciferino, l’intoppo aguzzava l’attenzione. Allenava l'istinto. Se qualche dormiente tennista di ultima generazione avesse iniziato assaggiando un simile terreno, con le buche a generare rimbalzi imprevedibili, forse avrebbe riflessi migliori. Dovevamo stare attenti anche alle vie di fuga, perigliose come trappole mortali. Talvolta, presi dalla foga di un recupero disperato, rischiavamo di schiantarci contro il tronco dell’ulivo secolare, troneggiante come un baluardo, implacabile a qualche metro dalla riga laterale.
Di notte mi attaccavo al piccolo schermo per seguire le dirette da New York. La voce nasale del maestro Tommasi e le stilettate naif dello scriba Clerici accompagnavano le ardimentose gesta di eroi antichi della racchetta coi loro aderenti pantaloncini strizza palle. Un appuntamento impedibile.
Di notte mi attaccavo al piccolo schermo per seguire le dirette da New York. La voce nasale del maestro Tommasi e le stilettate naif dello scriba Clerici accompagnavano le ardimentose gesta di eroi antichi della racchetta coi loro aderenti pantaloncini strizza palle. Un appuntamento impedibile.
Vuoi mettere? In quegli ottavi di finale, oltre all’idolo calante John McEnroe, c’era gente del calibro di Edberg, Becker, Agassi, Lendl, Sampras, Chang, Cahill. Qualcuno febbrilmente eccitato per il tennis dei nostri giorni bsstardi, potrà mai comprendere la differenza? Vedi ventenni con l’espressione di ottusa sicumera e la voce impostata da Nando Gazzola, divinare le evoluzioni di Berdych o avvertire le caldane per una roncola storpia di Djokovic. E, non avendo mai visto McEnroe o Edberg, è come non fossero mai nati.
Ma quella sera non si poteva, la luce era andata via. M'industriai con ingegno adolescenziale. Balzai via dal letto. Pensai. Uscii fuori mentre i grilli cantavano al vento la loro pazzia, nascosti tra le siepi e le olezzose piante di citronella. Presi la decisione. Aprii il cofano della vecchia fiat ritmo color argento, afferrai i morsetti. Portai fuori il televisore portatile. Era facile, forse. Bisognava solo collegarlo alla batteria della macchina. Per chissà quale algoritmo e sofismo fisico si genera energia. E quello si accende. Lo avevo sentito dire in giro. “Maurizio scannacavaddi” lo aveva raccontato a scuola, con l’aria del piccolo scienziato stronzo. Diceva d’aver seguito la finale dei 100 metri piani di Seul a quel modo, coi suoi occhietti strabici. Quando la pantera Ben Johnson, carico di droga come un cavallo, schizzava via dai blocchi, imprendibile: un sanguinario felino dagli occhi iniettati di cattiveria timida. Il povero giamaicano che irrise il nobile principe Carl Lewis. Una commovente favola di doping e imbrogli, miserie e nobiltà intoccabili. Poco importa, quel balzo furente rimane.
Ma quella sera non si poteva, la luce era andata via. M'industriai con ingegno adolescenziale. Balzai via dal letto. Pensai. Uscii fuori mentre i grilli cantavano al vento la loro pazzia, nascosti tra le siepi e le olezzose piante di citronella. Presi la decisione. Aprii il cofano della vecchia fiat ritmo color argento, afferrai i morsetti. Portai fuori il televisore portatile. Era facile, forse. Bisognava solo collegarlo alla batteria della macchina. Per chissà quale algoritmo e sofismo fisico si genera energia. E quello si accende. Lo avevo sentito dire in giro. “Maurizio scannacavaddi” lo aveva raccontato a scuola, con l’aria del piccolo scienziato stronzo. Diceva d’aver seguito la finale dei 100 metri piani di Seul a quel modo, coi suoi occhietti strabici. Quando la pantera Ben Johnson, carico di droga come un cavallo, schizzava via dai blocchi, imprendibile: un sanguinario felino dagli occhi iniettati di cattiveria timida. Il povero giamaicano che irrise il nobile principe Carl Lewis. Una commovente favola di doping e imbrogli, miserie e nobiltà intoccabili. Poco importa, quel balzo furente rimane.
Rimasi lì a pasticciare coi fili, mentre i cani guaivano in lontananza, nelle tenebre. Urlavano alla di luna ghiaccio la loro rognosa malattia.
Era semplice, in fondo. Bastava sbagliare un “+” o un “-” ed avrei combinato un pasticcio epocale. Ma c’era John McEnroe-Emilio Sanchez. Supermac ci provava ancora. Quelle scintille pazze di tennis e personalità disturbata, valevano un impacciato tribolare tra fili aggrovigliati. Si sarebbero dipanati in un trionfo, come nervature danzanti nella calotta cranica dell’iroso genio mancino. Le volée stellari del poeta maledetto al crepuscolo non avrebbero risentito di quell’elettricità d’accatto, mi convinsi.
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Era semplice, in fondo. Bastava sbagliare un “+” o un “-” ed avrei combinato un pasticcio epocale. Ma c’era John McEnroe-Emilio Sanchez. Supermac ci provava ancora. Quelle scintille pazze di tennis e personalità disturbata, valevano un impacciato tribolare tra fili aggrovigliati. Si sarebbero dipanati in un trionfo, come nervature danzanti nella calotta cranica dell’iroso genio mancino. Le volée stellari del poeta maledetto al crepuscolo non avrebbero risentito di quell’elettricità d’accatto, mi convinsi.
Ed ecco che partì, come magia tecnologica. Un moto di infantile contentezza mi pervase. Arraffai due lattine di birra, chiusi i finestrini e mi assiepai in devoto silenzio, in quella trincea di solitaria follia. Ero già pazzo a tredici anni. E a trenta? Avrei curato la mia pazzia con le droghe o la medicina zen? A quaranta mi vedevo su un monte isolato, dedito all’eremitaggio estremo, meditando sotto un albero dalla vaste fronde. Mi sarei già suicidato o avrei aspettato i cinquant’anni per vedere come andava a finire? Ebbi la visione di me in una cassa di mogano, tra gli ululanti piagnistei di donne con fazzoletti neri in testa.
Ma intanto Mac era già lì, elettrico, con bandana serrata sulla nuca e la racchetta imbracciata come uno Stradivari. Pronto alla sinfonia, col volto tirato. E’ teso, al centro dell’arena sorvolata da chiassosi jumbo-jet. Un catino infuocato. La telecamera indugia sull’inquadratura dall’alto. Fa spavento. Sono solo gli ottavi di finale, ma il match si preannuncia epico, una tragedia greca da gustarsi sbafando hot dog piccanti e sgargarozzando coca-cola. Non c’è un motivo, è una sensazione.
Ma intanto Mac era già lì, elettrico, con bandana serrata sulla nuca e la racchetta imbracciata come uno Stradivari. Pronto alla sinfonia, col volto tirato. E’ teso, al centro dell’arena sorvolata da chiassosi jumbo-jet. Un catino infuocato. La telecamera indugia sull’inquadratura dall’alto. Fa spavento. Sono solo gli ottavi di finale, ma il match si preannuncia epico, una tragedia greca da gustarsi sbafando hot dog piccanti e sgargarozzando coca-cola. Non c’è un motivo, è una sensazione.
Nell'angusto abitacolo penso che quelli sani di mente staranno facendo dell'altro. Dormono da tre ore. O sognano le cosce sinuose e luccicanti di Rossella. Civettuola e irraggiungibile, lei è stata il mio primo grande amore non corrisposto: tre anni più grande di me, con due tette sfrontate e una risata impietosamente malvagia, sotto labbra di ciliegio che sognavo di baciare mentre la mia mano serrava un manico di carne urlante. Rossella era di una bellezza consapevolmente brutale, se la spassava con tipi più grandi e navigati, mezzi hippie capelloni e con folte barbe. Fumavano marijuana per darsi un tono e poi si dedicavano al sesso libero in macchine da neopatentati figli di papà. Così me li immaginavo. Io non avevo chance, semplicemente. Sarei diventato hippie retrò solo qualche anno dopo, fuori tempo massimo. Mi è sempre mancato il tempismo.
Il match mantiene le sue premesse, malgrado la palla si scorga a stento sul televisore. L’americano è quello dell’ultimo periodo. Strabiliante, pur nel decadimento che non lo vuole più dominatore delle scene. Emilio Sanchez invece è buon iberico normodotato, un giovane e simpatico tipo da primi dieci/quindici al modo. Fratello di Arantxa e Javier, è tipaccio che se c’è una partita da vincere, la vince. Terraiolo puro che ha imparato a fare tutto in modo dignitosamente scolastico.
Il match mantiene le sue premesse, malgrado la palla si scorga a stento sul televisore. L’americano è quello dell’ultimo periodo. Strabiliante, pur nel decadimento che non lo vuole più dominatore delle scene. Emilio Sanchez invece è buon iberico normodotato, un giovane e simpatico tipo da primi dieci/quindici al modo. Fratello di Arantxa e Javier, è tipaccio che se c’è una partita da vincere, la vince. Terraiolo puro che ha imparato a fare tutto in modo dignitosamente scolastico.
Altri tempi e situazioni, laddove i mestieranti del rosso sapevano seguire il servizio a rete e giocare dignitose volée. Dovevano farlo. Il cemento era cemento negli anni novanta, quando non si poteva immaginare gli appiattimenti omologati del fututo. Nel tennis, nello sport e nella vita. Gilles era morto, ma c’era pur sempre Nigel Mansell. Mica Verstappen o Hamilton che oggi guidano la loro vettura come alla playstation per bimbi dai 6 ai 12 anni. Vi era, in quegli anni corsari, il coraggio e lo sprezzo incosciente che riuscivi animmaginare nelle nervature delle loro braccia. De Andrè era vivo e scriveva ancora poesie in musica. Giusy Ferreri gemeva stridula in una culla, ben lungi dall’esser realtà l’ipotesi che una con quella voce adenoidea riuscisse a far dischi, e che qualcuno potesse financo comprarli.
Erano pure gli anni della "politica dei due forni", mica quella odierna delle due chiappe. Gente corrotta fino al midollo marcio della propria anima nera, ma di una corruzione superiore, raffinata. Vendevano l’anima al diavolo, oggi vendono al fica a Gesù finti.
Bevevo la birra, mangiando mandorle sgusciate. Il vecchio si sarebbe incazzato, perché in una serata vanificavo il frutto di una giornata di lavoro per raccoglierle. Poco m’importava. L’eroe yankee era lì. Tutto tic. Frenetico, elettrizzato. Un’occhiataccia tagliente, fissa e imbronciata, a quella riga maledetta che non gli dava mai ragione. La ragione dell’Onnipotente. Poi un rovescio accarezzato in risposta, frustata al salto e via, come un giaguaro sanguinario verso le rete, pronto alla zampata, l'ennesima artigliata prodigiosa. Un taglio finale o un ricamo da mozzare il fiato. Non è nelle migliori giornate di sinfonia. Non lo è da un pezzo, Johnny. Anni che sembrano secoli. Ma il primo set lo porta a casa, sia pure con qualche difficoltà.
E’ un ottavo duro per il Mac di seconda generazione. Si sapeva. Le ultime uscite, in quello che fu il tempio di quattro trionfi, lo hanno visto impietosamente abbattuto da improbabili personaggi in cerca d'autore. Contro un Woodforde qualsiasi, un Haarhuis normale. Ed anche quel 1990 rischia di rivelarsi un altro anno di declino senza sussulti, l'ennesima virgola del decadimento, suggellato dall’assurda squalifica di Melbourne. Perché nella torrida estate australiana si era visto il miglior McEnroe dal 1984 in poi, capace di antiche cavalcate delle valchirie e di un tennis annichilente. Dominante come i bei tempi, fino alla crudele squalifica per un "fuck" come mille altri: una sadica rivalsa verso l’ex potente in declino e un anonimo arbitro dai radi capelli che potrà raccontare ai subumani nipotini di aver squalificato John McEnroe lanciato verso un romantico ritorno. Date una divisa ad un uomo, e osserverete emergere il suo animo più sadico. Poliziotti, arbitri, gendarmi.
Poi, in quel 1990, solo delusioni per Mac Genious. Sconfitte senza appello, condite dalla rovinosa caduta in quello che un tempo era il suo giardino, a di Wimbledon, al cospetto del playboy italoamericano dalla criniera leonina e occhio ceruleo, Derrick Rostagno. Una specie di Feliciano Lopez destro, con molto più nerbo. Derrick rimase famoso per aver mancato un match point contro Becker a New York, trafitto da un fatale nastro tedesco con tanto di beffardo pallonetto.
Sul romantico cemento grigiastro di Flushing Meadows, il mancino statunitense stava però offrendo un rendimento dignitoso, solleticando qualche oscena speranza. Già fatti fuori tre avversari senza perdere un set, tra cui il fratello meno competitivo della dinastia minore dei Sanchez, Javier. Mac comincia bene anche contro Emilio, il primo set era fondamentale. Poi inizia a scendere d’intensità in modo preoccupante. Il servizio inizia a pungere meno. Emilio corre come un forsennato, riprende tutto neanche fosse “Speedy Gonzalez”, avanza senza elmetto appena può, per non farsi attaccare alla giugulare dal vecchio cane. John aggredisce, ossessivo, la rete: prima o seconda di servizio, in risposta alla prima o alla seconda dell’avversario, ma a quel nastro maledetto ci arriva sempre con quei fatali dieci centimetri di ritardo. L’esplosiva elasticità dei tempi belli è ormai persa, o sono gli altri a tirare più forte.
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Sul romantico cemento grigiastro di Flushing Meadows, il mancino statunitense stava però offrendo un rendimento dignitoso, solleticando qualche oscena speranza. Già fatti fuori tre avversari senza perdere un set, tra cui il fratello meno competitivo della dinastia minore dei Sanchez, Javier. Mac comincia bene anche contro Emilio, il primo set era fondamentale. Poi inizia a scendere d’intensità in modo preoccupante. Il servizio inizia a pungere meno. Emilio corre come un forsennato, riprende tutto neanche fosse “Speedy Gonzalez”, avanza senza elmetto appena può, per non farsi attaccare alla giugulare dal vecchio cane. John aggredisce, ossessivo, la rete: prima o seconda di servizio, in risposta alla prima o alla seconda dell’avversario, ma a quel nastro maledetto ci arriva sempre con quei fatali dieci centimetri di ritardo. L’esplosiva elasticità dei tempi belli è ormai persa, o sono gli altri a tirare più forte.
Lo scriba non perde tempo a rimarcarlo, in una specie di macabra elegia funebre. Lo fanno da sei anni, in un cantico intriso del pessimismo di un odio-amore andato. C’è quasi della commiserazione compiaciuta, in quelle parole che accompagnano Emilio Sanchez avanti due set ad uno. “Ah povero Mac…non ne ha proprio più…povero, povero…”. Si continua nel malinconico parallelo di quello che fu. Fanculo anche loro, con affetto. Io non l’ho mai vista, la versione del genio cannibale, ma quella attuale mi esalta lo stesso. Resto rapito ed inebriato dalla rabbia poetica di chi non vuole arrendersi alla vita che sfugge via, malvagia. Quasi trentadue anni e una irriducibile voglia di ritornare quello che non può più essere.
E’ sotto di due set a uno, le telecamere indigiano sulla signora McEnroe, Tatum O’Neall. Fa strane e insensate smorfie. Balza in piedi, saltella isterica. Applaude come una scimmietta ammaestrata delle giostre. Sembra impasticcata. Non capirà assolutamente nulla di tennis, dove si trovi, cosa stia accadendo. Ogni mito che si chiami John ha una sua letale Yoko Ono, quella di Mac è Tatum, figlia d’arte e attricetta di second’ordine. Prima lei, poi le bombarde di ultima generazione che hanno cambiato il tennis del legno. Negli anni novanta Mac vaga per tornei con prole al seguito, nella sacca per le racchette. I figli tolgono sempre qualcosa. Nei piloti levano due decimi al giro, nei tennisti qualche centimetro di esplosività fisica.
Intanto il maratoneta Emilio non ha intenzione di mollare nulla. Mac si risistema la bandana da vecchio pirata, i movimenti delle mani ad accanirsi sulla maglietta divengono più frenetici, martirizzanti. Ansiogeni, soffocanti. Vorrebbe aggiustare la mente, ma non è cosa agevole a dirsi, men che meno a farsi. E si accontenta della maglietta. In quella mente agitata ci sono degli orchestrali di una bravura superiore, che eseguono ciascuno uno spartito differente, incompreso e incomprensibile.
Ogni tanto, fa diventare cenere qualche malcapitato guardalinee, con occhiatacce taglienti come lame. Lancia improperi, insulta il giudice arbitro con epiteti smozzicati. Ma non si dà per vinto. Altra frustata in risposta, simile ad un colpo di rasoio. Fluttua e rimane sospeso nell’aria per qualche secondo, come una libellula. E poi un altro scatto e volée rabbiosa condita da un rantolo straziante. Sempre con quei maledetti dieci centimetri di ritardo e le ginocchia che non si piegano come un tempo. E chi se ne fotte. Eccolo il set point. Ennesimo ricamo vincente a rete. Sembra, vincente. Anzi no. Speedy Gonzalez lo riprende quando il genio è già con le braccia levate al cielo che esala un urlaccio degno di un vecchio lupo eccitato in una notte di plenilunio. Tocca ancora di dritto. L'iberico riprende anche quella. Poi John chiude finalmente con volèe di rovescio a campo vuoto.
Mac è ancora vivo. Il pubblico lo ha capito, lo sottolinea con un boato tipicamente yankee, quasi fosse a un concerto degli Who. La gente lo adora. L’antipatico, anziano e in calo, suscita sempre sensazioni di forte e patetico amore. L’odio e l’amore vanno sempre di pari passo con la pietà.
È lì, in quell'istante condito da un frastuono rockeggiante, che inizia la marcia trionfale del McEnroe minore. Che non vincerà più uno slam, al limite potrà andarci vicino, avvistarlo e accarezzarlo con lo sguardo, ma capace ancora di calamitare emozioni come pochi altri. Per chi non si nutre di allori e coppe, è l'essenza nitida dello sport. Vinto il quarto, è già pronto a dare battaglia anche nel decisivo quinto set, malgrado un avversario ben allenato, più giovane e pimpante. Ha l'aria simpatica, da furbo scugnizzo, Emilio. Non lo puoi odiare, anche sforzandoti.
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È lì, in quell'istante condito da un frastuono rockeggiante, che inizia la marcia trionfale del McEnroe minore. Che non vincerà più uno slam, al limite potrà andarci vicino, avvistarlo e accarezzarlo con lo sguardo, ma capace ancora di calamitare emozioni come pochi altri. Per chi non si nutre di allori e coppe, è l'essenza nitida dello sport. Vinto il quarto, è già pronto a dare battaglia anche nel decisivo quinto set, malgrado un avversario ben allenato, più giovane e pimpante. Ha l'aria simpatica, da furbo scugnizzo, Emilio. Non lo puoi odiare, anche sforzandoti.
Prevarrà la sua freschezza atletica o la classe dell'anziano campione al tramonto? È tutto lì.
Dopo un nastro fortunato, l'iberico si scusa garbatamente. E l'altro vorrebbe azzannargli la jugulare. John è stanco, attempato, logoro. Ma possiede la magia che s'irradia, inspiegabile, in un braccio che è la flessuosa continuazione della racchetta. E quella spesso fa la differenza, al di là di abusate leggi del tempo. Oltre all’innata indole del numero uno, anche se un freddo computer lo colloca al numero ventitrè al mondo.
Le due adorabili civette al microfono, ora sono colte da qualche dubbio. “Chi lo sa, adesso diventa tutto imprevedibile.”. Poi ripartono a capo basso. “Eh, alla distanza, dopo quattro ore…con quelle gambe che non si piegano più come un tempo…c’è bisogno di un miracolo per questo vecchio lestofante…”.
Le due adorabili civette al microfono, ora sono colte da qualche dubbio. “Chi lo sa, adesso diventa tutto imprevedibile.”. Poi ripartono a capo basso. “Eh, alla distanza, dopo quattro ore…con quelle gambe che non si piegano più come un tempo…c’è bisogno di un miracolo per questo vecchio lestofante…”.
Gli occhi annebbiati del tifoso spesso tendono a negare l'evidenza, ma non lo vedo così anziano e indifeso. Anzi, lotta come un satanasso malgrado le quattro ore di battaglia rusticana nelle gambe. Guizza e abbranca volée con brutale dolcezza. Affetta palline, arpiona qualsiasi straccio tramutandolo in pennellata micangiolesca, gettandosi in avanti in apnea, nell'utopico desiderio di salvezza. Si aggrappa al servizio, con arcuate parabole al curaro, fino al break decisivo che va ad azzannare con la ferocia di uno squalo elegante che ha annusato il sangue. E la preda non la molla più.
Il pubblico non sta nella pelle. Il genio va a sedersi, medita, fa qualche smorfia solenne. E’ intimamente fiero di aver smentito ancora tutti. Sta solo vincendo con Emilio Sanchez, ma si crede il numero uno di ogni era. Forse lo è. Può darsi lo sia tutt’ora. Mai mettersi contro le divinità. E chiude. Mac ha vinto, evviva Mac. Evviva il Genio che lotta e resiste all'usura del tempo. Vincerà ancora, per un paio d’anni. E pazienza se ci sono Sampras o Agassi, e una nuova generazione di giovani virgulti avvezzi a spaccar palline senza poesia, con strumenti sempre più simili a lancia razzi. Mi addormento un po’ più felice, nell’utilitaria.
Poi un urlo lacerante mi svaglia, quando la luce dell'alba lentamente rischiarava le fronde degli alveri di ulivo e di fico attorno. Albeggiava. Mio padre con un pigiama verdino e mia madre in vestaglia fiorellata, mi guardavano severi. E rassegnati. Il vecchio aveva un ciuffo di capelli che pendeva sugli occhi arrossati e un altro dritto in testa. Si agitava scomposto, urlando verso mia madre:
“Lo vedi che è pazzo? Lo vedi? Neanche adesso vuoi darmi ragione? Nemmeno ora lo vuoi capire che è pazzo? Eh? Mi ha scaricato la batteria della macchina! Assassino! Delinquente! Ed io come vado a lavorare adesso?”.
In realtà era in ferie fino a metà settembre, ma si era inventato di dover lavorare pur di farmi sentire in colpa. Indicò a mia madre una lattina di birra. “E’ già alcolizzato, TUO figlio, che vergogna! Alla sua età!”. Rientrò in casa. Rifletteva, seduto e silente. Poi si versò del vino nel bicchiere. Alle 7,15 di mattina.
Poi un urlo lacerante mi svaglia, quando la luce dell'alba lentamente rischiarava le fronde degli alveri di ulivo e di fico attorno. Albeggiava. Mio padre con un pigiama verdino e mia madre in vestaglia fiorellata, mi guardavano severi. E rassegnati. Il vecchio aveva un ciuffo di capelli che pendeva sugli occhi arrossati e un altro dritto in testa. Si agitava scomposto, urlando verso mia madre:
“Lo vedi che è pazzo? Lo vedi? Neanche adesso vuoi darmi ragione? Nemmeno ora lo vuoi capire che è pazzo? Eh? Mi ha scaricato la batteria della macchina! Assassino! Delinquente! Ed io come vado a lavorare adesso?”.
In realtà era in ferie fino a metà settembre, ma si era inventato di dover lavorare pur di farmi sentire in colpa. Indicò a mia madre una lattina di birra. “E’ già alcolizzato, TUO figlio, che vergogna! Alla sua età!”. Rientrò in casa. Rifletteva, seduto e silente. Poi si versò del vino nel bicchiere. Alle 7,15 di mattina.
Feci una lunga passeggiata, ascoltando solo il rumore del selciato sotto le mie scarpe. E la rugiada che si scioglieva ai primi raggi di un sole malato. Ogni tanto mi avvicinavo a un albero, osservando il guscio trasparente delle cicale. Le larve abbandonavano la guaina e spiccavano voli pazzi. E cantavano, fino a schiattare. Che strana giostra la vita. Erano già morte tutte, il tempo di un'estate. Afferravo quel guscio secco e sottilissimo, aperto sulla schiena. V’era proprio tutto, anche la forma appuntita delle zampe. Lo prendevo nella mano e lo adagiavo su una pietra per conteplarne le trasparenze.
coraggio, oggi a monaco dimitrov ha vinto al terzo contro baghdatis dopo aver annullato due matchpoint, e ora è in programma youhzny-petzschner: scampoli di grazia e incoscienza sotto cieli plumbei...
RispondiEliminaSì, ho saputo. Ma non è che il bulgaro mi ecciti poi così tanto. Pare giochi anche il doppio assieme al Picasso (il pittore come partner cerca sempre gente col talento -quasi- uguale al suo, ovvio). Che battesse Youzhny a Monaco era prevedibile. Lo scorso anno i due offrirono un gran spettacolo.
RispondiEliminaCiao.
Post meraviglioso, grazie.
RispondiEliminaNon ti cito tutte le cose che mi sono piaciute ma -"serve per la cernita delle olive?-, beh sono quelle brutte situazioni in cui realizzi di non c'entrare niente con chi ti circonda, lo sono state per me almeno in situazioni differenti.
Sono stata assente un pò, i batteri mi hanno attaccato, ma sarò più forte di loro.
Intanto mi "godo" le sabbie di Madrid e vedo i miei "pupilli" cadere come mosche.
Finalmente ho scoperto quanti anni hai, sono brava in matematica ;)
Jess
Ciao, grazie.
RispondiEliminaSì, tutti presi a schioppettate. Esecutore materiale Gimeno Traver. Solo Llodra s'è salvato d'un soffio.
Ho visto un poco di Djokovic-Ferrer, prima che mi dessi alle droghe sintetiche.
Per la prima volta in cinque anni simpatizzavo per il serbo. Volevo FORTEMENTE il 2-0. Ovviamente, si conferma tennista ORRENDO. Ha perso un set, per farmi dispetto e farmi perdere 250 euro. Orrendo, orrendo. Semplicemente. Orrendo. =)
Ciao.
Orrendo! Ma meno orrendo di Ferrer? Per me no. Ferrer non mi è mai piaciuto, ma si è guadagnato la mia totale antipatia (facendo scemare l'ammirazione che gli si doveva per l'impegno)dopo aver rubato il posto al master di fine anno a Youzny o Melzer.
RispondiEliminaNel contempo orrendamente prende il break da Bellucci (vincerà lo stesso). Ho appena letto l'ode a Bellucci con annessi commenti da futuro top five. O___o Non ci credo, solo perchè ha vinto 3 partite di fila?
Torna tra noi Picasso, dopo Madrid ci serve il tuo sostegno. La forza bruta regna ovunque, non c'è più scampo.
RispondiElimina@Star,
RispondiEliminasono tue tipi di repellenza differenti. Difficile fare una scala di valori. Certo che vedere l'iberico tutto ingobbito ed eccitato, vincere un set solo per farmi perdere...quando era MATEMATICO cedesse al terzo...non ha contribuito a rendermelI simpatici.
"ODE A BELLUCCI?" "TOP 5?". Chi? dove? quando? I malati di mente ci sono sempre, in ogni ambito. L'importante è leggerli con lo stesso spirito con cui si guarda una trasmissione della D'Urso o di Vespa. O il tg Studio aperto. =)
@Fabio,
io ci sono. Ci sono sempre stato. Non c'è più scampo, certo. Tra trent'anni i match di tennis si giocheranno al "simulatore" per play station (o alla Wii). O con prove fisiche d'idoneità mostrocistica in palestra. Attendiamo, fiduciosi.
Ciao Picasso, complimenti per il restyling (se si scrive così) del blog.
RispondiEliminaIo ho un ricordo di una Slazenger in legno e di un campo di cemento sotto il solo cocente, mi sono molto identificato nel tuo racconto.
Quanto a McEnroe, ho imparato ad apprezzarlo con gli anni. Quando ero piccolo, dovrei vergognarmi, vista la sua "Bergomizzazione", simpatizzavo per Mats Wilander, forse perché su quel campo di cemento provavo rovesci bimani contro il muro.
Non mi dispiacque la sua parabola però: anno 1988, tre slam su quattro, numero 1 del mondo per dieci minuti e poi il nulla.
Ciao a te, Arturo.
RispondiEliminaRestyling (o come diavolo si scriverà)...grazie, ma ho solo pigiato dei pulsanti a caso, ed è venuta fuori questa roba vagamente vintage. Non so se la manterò, o opterò per un rsa shoking. Qualcuno via mail mi ha detto che la scrittura è troppo piccola. E che non riesce a leggere ciò che forse non è nemmeno scritto. In sostanza, boh =).
Mats Wilander, insomma, non mi è mai piaciuto troppo. Certo quel 1988 è stato fantastico. Tre slam su quattro e la grande capacità di reincventarsi attaccante per neutralizzare Lendl. Ogni tanto lo vedo nel Senior Tour, prendere delle epocali stese da Supermac...=)
Ciao, a presto.
Meraviglioso!! Artemis
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