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lunedì 2 aprile 2012

MASTERS 1000 MIAMI - DJOKOVIC, L'INVASATO AUTOMA DA NUMERO UNO



Settimana a Miami all'insegna del numero uno serbo, tornato angosciosamente dominante. Nadal caso clinico da lazzaretto. Federer sorpreso dall’orgoglioso ritorno targato Roddick. Murray, amen. Sorpresa Monaco, esempio per  molti dopolavoristi. Promossi, bocciati e rimandati (non dico dove).

Novak Djokovic: L’inumano robot invasato. Messi alle spalle gli acciacchi post Melbourne, torna a dominare le scene. Un automa orridamente snodato, fisicamente impermeabile, con la faccia da “Aigor” ed il temperamento di un tagliatore di gole ultranazionalista. Freddezza ed esaltazione. Gesti meccanici, ma snodati. Metallo e cera ponga. Tutto, clamorosamente in uno stesso “essere” congegnato da chissà quale squilibrato 106enne scienziato tedesco rapito dai servizi segreti serbi. Parrebbe controsenso, ma non lo è. Oscena antitesi della bellezza tecnica, ma tragicamente perfetto per quella cosa che è diventato il tennis moderno. Una specie di videogame a velocità folli, con mostruosi recuperi e sinistri rumori d’acciaio. Tutto facile, compresa la finale in cui spazza via l’inadeguato Murray.

Andy Murray. Tra coloro che son sospesi. Nei secoli.  Non sfrutta nemmeno la ventura (e le rinunce di Raonic e Nadal) che lo spingono in finale. Appare sempre più fluttuante nulla, indeciso, confuso, a tratti lamentosa e rassegnata vittima ancora prima di iniziare. Fino a toccare picchi d’ignavia tennistica mista a demenza. Tecnicamente avrebbe più soluzioni di Djokovic e Nadal. Fisicamente, non raggiunge gli stessi picchi di mostrocismo. L’impressione è che si abbandoni troppo spesso alla voglia di voler competere, come tragico specchio, a braccio di ferro coi due. Ed ovviamente ci perde. Senza nemmeno esprimere pienamente il suo potenziale.

Rafael Nadal: Quando il tennis diventa truculento lavoro forzato. Stavolta molla la presa in semifinale. Non prima d’essersi trascinato, con le sue ginocchia violentate, fino alla semifinale. Canonico stop medico a stroncare le nascenti velleità di un Nishikori. Stucchevoli e teatraleggianti scene da via crucis nella battaglia con Tsonga. Che ovviamente vince. Stavolta nemmeno il francese s’è tenuto, vomitando quello che tutti pensano. Rafito poi, non gioca la semifinale con Murray. L’impressione è che, malgrado il ginocchio malfermo e su terreni duri, mazzuoli ancora tutti, dal quinto posto in giù. Con gli altri tre si fa dura, e tanto vale non entrare nemmeno in campo. Quasi volendo fare un dispetto a chi non ascolta le sue accorate grida di dolore. Urgerebbe una soluzione finale, per questo forzuto della racchetta che richiede calendari ad hoc, terreni molli per nove mesi l’anno, arbitri personali, eccezioni regolamentari su misura. Il tutto per preservare la sua salute e consentirci di continuare ad ammirare le truculente battaglie delle mazzate degli ultimi anni. Io ne farei volentieri a meno, ma non faccio testo. Penso che la bua se l'è causata volendo esprime un tennis esasperato per diventare numero uno, invece che normale top ten. La violenta lacerazione e conseguente abbattimento, rientrava nel rischio d'impresa. Amen, la pace sia con voi.

Jo Tsonga: La rivolta dei servi della gleba. Come il Fantozzi col fisico da Mohamed Alì, stavolta non ne può più dei continui soprusi del duca-conte maiorchino. Se avviene anche questo, significa che il terreno scotta sotto i  malfermi piedi di Nadal. Jo aveva riacciuffato il match per i capelli, sembrava destinato a chiudere al terzo, quando s’infastidisce e dà di matto contro l’arbitro prono al servigio dello spagnolo che, sue parole “mai chiamerà una palla dubbia, contro Nadal. Altrimenti non potrà fare carriera ed arbitrare match importanti, finali o altro.". E quando ti giochi un match punto a punto contro un’avversario dalla fenomenale tenuta mentale, basta un dettaglio per perdere il match. Nessuna novità. Avviene da sempre, e ben lo sa Rafinho. Ed anche la sudditanza esiste da una vita. Con Nadal è però un affare differente, di cui mi sfugge il nome (ma somiglia tanto al metodo Moggi), perché ottiene arbitri a lui graditi e mai macchiatisi dell'onta di una chiamata dubbia a suo sfavore. La ribellione di Tsonga mi provoca iniziale entusiasmo: finalmente qualcuno che dice ciò che tutti pensano. Poi mi rabbuio, e rifletto sul perché lo stia scoprendo solo ora, dopo anni di catacombale silenzio. Sempre meglio tardi che mai, ma si è spinti a considerarla azione di finto eroismo. Quasi autorizzata dalle punzecchiature di Federer (anche lui svegliatosi di botto dal torpore) e solo ora che lo spagnolo appare più debole ed accerchiato. 

Juan Monaco: Il tupamaru fa razzie di calanti yankee. Protagonista inatteso, il minore figlio di Tandil. In una sola settimana, sul presunto veloce, fa fuori la Davis americana (Roddick e Fish) e mezza francese (Monfils). Si arrende solo a Djokovic in semifinale. Questo guerrigliero argentino è l’emblema deambulante di come nel tennis moderno, complici palline e campi sempre meno veloci, si possa ugualmente fare buone cose anche sui tutti i terreni pur essendo nati, pasciuti e forgiatisi sui lenti campi rossi della pampa. Basta solo una grande volontà, lavoro e voglia di migliorarsi. Nel servizio, come nei colpi d’attacco. Avete ben presenti le buie facce da italiani all’estero di Starace e Volandri? Ecco, se il nostro Juan fosse nato a Frosinone e si chiamasse Giovanbattista Monachicchio, sguazzerebbe per challengers terricoli ignorando il cemento. Si bullerebbe in giro della sua bella classifica da top 80 e dei lauti guadagni, scrollando le spalle verso gli invidiosi criticoni dell’ultima ora: “Oh, so’ terraiolo io! Che colpa ne ho se non mi hanno mai insegnato come si gioca sul veloce”. O, al limite, potrebbe vivacchiare svogliatamente, credendosi onirica reincarnazione di McSafin, come ben fa Fabio Fognini.

Roger Federer: Il tonfo della Florida. Indiscusso protagonista nei mesi post Australian Open, lo svizzero crolla sorprendentemente contro Andy Roddick. Fatica, o leggerezza nel sopravvalutare l’orgoglio di un americano che sarà anche calante, ma se trova la giusta giornata va preso con le molle. La sconfitta fa calare a picco anche lo spread e le già misere convinzioni di chi pensa possa ancora ambire ad un assalto alle prime due posizioni della classifica. 

Andy Roddick: Il rigurgito di orgoglio. Rialza la testa, per un giorno, il trattore americano ormai in calo verticale. Trova una serata di grande tennis in quella Miami che spesso gli ha regalato gioie, per battere Federer in tre set. Niente di così strano. Chi è stato numero uno, ha vinto slam e tornei in serie, pur col fardello di un fisico Cigolante, mantiene sempre quell’orgoglio e forza mentale da poter provare il grande scalpo. Una manciata di “servizi-dritto” della casa in stile battitore della major league nei momenti cruciali, ed il gioco è fatto. Poi, a conferma dell'estemporanea parentesi, cede di schianto ai malanni del fisico, prima che a Juan Monaco.

Italtennis: Niente da potersi inventare. Ammazzano anche la creatività, questi. Mortalmente brutti a vedersi, oscenamente scarsi. E fuori tutti al primo turno, ovvio.




Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.