Settimana a Miami all'insegna del numero uno serbo, tornato angosciosamente dominante. Nadal caso clinico da
lazzaretto. Federer sorpreso dall’orgoglioso ritorno targato Roddick. Murray,
amen. Sorpresa Monaco, esempio per molti dopolavoristi. Promossi, bocciati e
rimandati (non dico dove).
Novak Djokovic: L’inumano robot invasato.
Messi alle spalle gli acciacchi post Melbourne, torna a dominare le scene. Un
automa orridamente snodato, fisicamente impermeabile, con la faccia da “Aigor”
ed il temperamento di un tagliatore di gole ultranazionalista. Freddezza ed
esaltazione. Gesti meccanici, ma snodati. Metallo e cera ponga. Tutto,
clamorosamente in uno stesso “essere” congegnato da chissà quale squilibrato
106enne scienziato tedesco rapito dai servizi segreti serbi. Parrebbe
controsenso, ma non lo è. Oscena antitesi della bellezza tecnica, ma
tragicamente perfetto per quella cosa che è diventato il tennis moderno. Una
specie di videogame a velocità folli, con mostruosi recuperi e sinistri rumori
d’acciaio. Tutto facile, compresa la finale in cui spazza via l’inadeguato
Murray.
Andy Murray. Tra coloro che son sospesi.
Nei secoli. Non sfrutta nemmeno la
ventura (e le rinunce di Raonic e Nadal) che lo spingono in finale. Appare
sempre più fluttuante nulla, indeciso, confuso, a tratti lamentosa e rassegnata
vittima ancora prima di iniziare. Fino a toccare picchi d’ignavia tennistica
mista a demenza. Tecnicamente avrebbe più soluzioni di Djokovic e Nadal.
Fisicamente, non raggiunge gli stessi picchi di mostrocismo. L’impressione è
che si abbandoni troppo spesso alla voglia di voler competere, come tragico
specchio, a braccio di ferro coi due. Ed ovviamente ci perde. Senza nemmeno
esprimere pienamente il suo potenziale.
Rafael Nadal: Quando il tennis diventa
truculento lavoro forzato. Stavolta molla la presa in semifinale. Non prima
d’essersi trascinato, con le sue ginocchia violentate, fino alla semifinale.
Canonico stop medico a stroncare le nascenti velleità di un Nishikori. Stucchevoli e teatraleggianti scene da via crucis nella battaglia con Tsonga.
Che ovviamente vince. Stavolta nemmeno il francese s’è tenuto, vomitando quello
che tutti pensano. Rafito poi, non gioca la semifinale con Murray.
L’impressione è che, malgrado il ginocchio malfermo e su terreni duri, mazzuoli
ancora tutti, dal quinto posto in giù. Con gli altri tre si fa dura, e tanto
vale non entrare nemmeno in campo. Quasi volendo fare un dispetto a chi non
ascolta le sue accorate grida di dolore. Urgerebbe una soluzione finale, per
questo forzuto della racchetta che richiede calendari ad hoc, terreni molli per
nove mesi l’anno, arbitri personali, eccezioni regolamentari su misura. Il
tutto per preservare la sua salute e consentirci di continuare ad ammirare le truculente
battaglie delle mazzate degli ultimi anni. Io ne farei volentieri a meno, ma non faccio testo. Penso che la bua se l'è causata volendo esprime un tennis esasperato per diventare numero uno, invece che normale top ten. La violenta lacerazione e conseguente abbattimento, rientrava nel rischio d'impresa. Amen, la pace sia con voi.
Jo Tsonga: La rivolta dei servi della
gleba. Come il Fantozzi col fisico da Mohamed Alì, stavolta non ne può più
dei continui soprusi del duca-conte maiorchino. Se avviene anche questo,
significa che il terreno scotta sotto i malfermi piedi di Nadal. Jo aveva riacciuffato
il match per i capelli, sembrava destinato a chiudere al terzo, quando s’infastidisce
e dà di matto contro l’arbitro prono al servigio dello spagnolo che, sue parole
“mai chiamerà una palla dubbia, contro Nadal. Altrimenti non potrà fare
carriera ed arbitrare match importanti, finali o altro.". E quando ti giochi un
match punto a punto contro un’avversario dalla fenomenale tenuta mentale, basta un dettaglio per perdere il match. Nessuna novità. Avviene da sempre, e ben lo sa Rafinho. Ed anche la
sudditanza esiste da una vita. Con Nadal è però un affare differente, di cui mi
sfugge il nome (ma somiglia tanto al metodo Moggi), perché ottiene arbitri a lui graditi e mai macchiatisi dell'onta di una chiamata dubbia a suo sfavore. La ribellione di Tsonga mi provoca iniziale
entusiasmo: finalmente qualcuno che dice ciò che tutti pensano. Poi mi rabbuio,
e rifletto sul perché lo stia scoprendo solo ora, dopo anni di catacombale
silenzio. Sempre meglio tardi che mai, ma si è spinti a considerarla azione di
finto eroismo. Quasi autorizzata dalle punzecchiature di Federer (anche lui
svegliatosi di botto dal torpore) e solo ora che lo spagnolo appare più debole
ed accerchiato.
Juan Monaco: Il tupamaru fa razzie di
calanti yankee. Protagonista inatteso, il minore figlio di Tandil. In una
sola settimana, sul presunto veloce, fa fuori la Davis americana (Roddick e
Fish) e mezza francese (Monfils). Si arrende solo a Djokovic in semifinale.
Questo guerrigliero argentino è l’emblema deambulante di come nel tennis
moderno, complici palline e campi sempre meno veloci, si possa ugualmente fare
buone cose anche sui tutti i terreni pur essendo nati, pasciuti e forgiatisi sui
lenti campi rossi della pampa. Basta solo una grande volontà, lavoro e voglia
di migliorarsi. Nel servizio, come nei colpi d’attacco. Avete ben presenti le buie
facce da italiani all’estero di Starace e Volandri? Ecco, se il nostro Juan
fosse nato a Frosinone e si chiamasse Giovanbattista Monachicchio, sguazzerebbe
per challengers terricoli ignorando il cemento. Si bullerebbe in giro della sua
bella classifica da top 80 e dei lauti guadagni, scrollando le spalle verso gli
invidiosi criticoni dell’ultima ora: “Oh, so’ terraiolo io! Che colpa ne ho se
non mi hanno mai insegnato come si gioca sul veloce”. O, al limite, potrebbe
vivacchiare svogliatamente, credendosi onirica reincarnazione di McSafin, come
ben fa Fabio Fognini.
Roger Federer: Il tonfo della Florida.
Indiscusso protagonista nei mesi post Australian Open, lo svizzero crolla
sorprendentemente contro Andy Roddick. Fatica, o leggerezza nel sopravvalutare
l’orgoglio di un americano che sarà anche calante, ma se trova la giusta
giornata va preso con le molle. La sconfitta fa calare a picco anche lo spread
e le già misere convinzioni di chi pensa possa ancora ambire ad un assalto
alle prime due posizioni della classifica.
Andy Roddick: Il rigurgito di orgoglio.
Rialza la testa, per un giorno, il trattore americano ormai in calo verticale.
Trova una serata di grande tennis in quella Miami che spesso gli ha regalato
gioie, per battere Federer in tre set. Niente di così strano. Chi è stato
numero uno, ha vinto slam e tornei in serie, pur col fardello di un fisico Cigolante, mantiene sempre quell’orgoglio e forza mentale da poter provare il
grande scalpo. Una manciata di “servizi-dritto” della casa in stile battitore
della major league nei momenti cruciali, ed il gioco è fatto. Poi, a conferma
dell'estemporanea parentesi, cede di schianto ai malanni del fisico, prima che a Juan
Monaco.
Italtennis: Niente da potersi inventare.
Ammazzano anche la creatività, questi. Mortalmente brutti a vedersi, oscenamente
scarsi. E fuori tutti al primo turno, ovvio.