.

.

lunedì 8 giugno 2026

FINALMENTE ZVEREV, ANDREEVA REGINA. PAGELLE IGNORANTI DEL ROLAND GARROS 2026








Zverev 9. Alleluja! Gaudemus! Alla fine ce l’ha fatta! Non si può dire che non ci abbia provato anche stavolta a perderla, mettendoci tutto se stesso e ognuno dei suoi tragici marchi di fabbrica da cagon supremo. Ma stavolta era troppo anche per lui. Provate a immaginare se, dopo aver perso in quel modo tremebondo il tie-break del quarto set, dall'altra parte della rete invece del pur encomiabile Cobolli ci fossero stati Sinner, Alcaraz o Musetti (ma pure Rune), per non parlare di Nadal, Federer o Djokovic. Se lo sarebbero sbranato. 
Insomma, Sasha vince finalmente uno slam, dimostrando come mai non l'aveva mai vinto e perché lo poteva portare a casa solo in simili, straordinarie, circostanze. Cose che possono capitare una volta ogni dieci anni. Bravo lui a rimanere lì, aspettando l'occasione in cui non ci fosse più nessuno. Poco male, tra qualche anno nessuno guarderà com'è maturato, chi mancava, che non ha battuto nemmeno un top 10. Conterà solo il titolo. 
La domanda è lecita, ora: questa vittoria lo sbloccherà oppure mollerà il colpo? E che ne so. Lì seduto, durante la premiazione, ha il volto sollevato di chi è scampato al ricovero coatto in un manicomio navale. Sicuramente si è tolto un macigno, ma Sinner e Alcaraz, sani, fanno un altro mestiere.

Cobolli 8. È altrettanto lecito un interrogativo ancor più demenziale: giocherà un'altra finale slam? E si ritroverà dall'altra parte uno Zverev tremolante? Difficile il primo caso, quasi impossibile il secondo. Tennista di lotta, gambe e cuore, da leprotto impavido, riecheggiante a tratti nostalgici flash dello zappatore Ferrer. 
È inferiore a Zverev, ma la finale non la perde per quello. Il gap lo aveva colmato col coraggio, buttandola in bagarre. Perde soprattutto per inesperienza: non puoi pensare di vincere una finale slam da sfavorito regalando il primo set. E soprattutto se non infierisci su un avversario in ginocchio dopo lo sciagurato tie-break del quarto. Lui invece lo lascia rifiatare dieci minuti andando a cambiarsi negli spogliatoi. 
Per il resto, il ragazzo continua a farmi simpatia. Forse a Parigi calca un po' la mano nella smania d'ingraziarsi il pubblico, tra retoriche fastidiose e melense dichiarazioni da aspirante nobel alla bontà: la preghiera sulla targa di Nadal (mancava solo gli portasse un mazzo di crisantemi e recitasse un "eterno riposo" di suffragio), i continui richiami al calcio, le lagrime per i ritiri altrui, l'assurda conferenza gomito a gomito con Arnaldi colpito da un virus. Anche meno.

Arnaldi 8-. Vincitore morale, che per gli immorali come me vale meno di una carbonara senza guanciale. Per pura casualità, vedo quasi tutte le quasi 20 ore di battaglie rusticane che questo ragazzo smilzo regala a Parigi, scoprendomi affascinato da tanto eroismo antico. Tutto nervi, corse, indomito e in elettrica trance agonistica. "Flipper", "Beep-beep" o "Alta tensione", devo ancora decidere il suo nickname finale.
Recuperata la salute e messo ordine a un tennis in passato spesso scriteriato, fa fuori Griekspoor (4), Tsitsipas (2-, ormai solo filosofo guru social: il nuovo Gio Evan), Collignon (6,5 bestione d'assalto) , Tiafoe (6) e Berrettini.
Si arrende solo a un virus intestinale. Ecco, qui mi viene un pensiero sconcio: rinchiudersi in un sarcofago e nutrirsi solo di bacche frullate dello Yucatan approvate da un'equipe di quindici luminari nutrizionisti, come fa Djokovic, forse è estremo. Ma andare a cena assieme alla fidanzata (la bellissima salma bionda ammirata sugli spalti) la sera prima di una semifinale slam, mangiando le stesse cose di lei (che una semifinale non deve giocarla), mi pare più esagerato nell'altro verso. Anche questa, è esperienza. La battaglia, condita da epica rimonta, con Tiafoe, rimane la cosa migliore del torneo. 

Mensik 7-. Pinnolone alto e secco, con l'incedere di un fallo gigante, sembra appena uscito dalla galleria del vento Pinin Berdych. Sia mai che i cechi progettino un nuovo Stepanek. Lì è più complicato. Questo ragazzo però, è dotato di una plastica, ed esteticamente gradevole, violenza. Gran servizio, superbo rovescio, buona mano anche a rete (di questi tempi osceni, non è poco). Difetta ancora, come il suo mentore, di costanza. Può essere Robocop o Paperino. Battere Sinner, Djokovic o Fonseca giocando un match di abbacinante perfezione balistica e quasi perdere da Navone. O non entrare mai in partita contro Zverev.

Fonseca 6,5. Joao "o animal" si prende la scena recuperando due set a Djokovic, in uno straordinario incontro di boxe tennis, in cui i due si menano senza più guardie che tengano. Poi si conferma contro un osso duro come Ruud (5,5). A tratti mi ricorda la stessa cruenta ignoranza di Wawrinka (sberloni di dritto invece che di rovescio). Esplode colpi brutali, la personalità esonda. Restano i soliti limiti: un fisico ancora da pingue torello e un tennis forse troppo logorante. Ma se questo non vincerà uno slam entro 5 anni, vado in edicola e compro il Fatto Quotidiano. Ps: dissi la stessa cosa di Tsonga (post semi AO 2008) e di Shapovalov 17enne.

Djokovic 6. Arriva a Parigi con l'atteggiamento sornione di chi è lì per vedere cosa succede. Con Alcaraz fuori, dopo il suicidio di Sinner la smette coi patetici balletti, si trasfigura anche fisicamente e pensa che a 39 anni un'occasione simile gliela sta porgendo su un piatto d'argento Gesù bambino. Anche per questo lascia tutto quello che ha in campo contro il giovane bruto brasiliano. Ancora molto, ma non abbastanza. Lo stesso piatto apparecchiato a Wimbledon, forse gli avrebbe dato l'agognato venticinquesimo.

Jodar 6. Anche lui destinato a giocarsi gli slam, in futuro, con quella testolina da ovetto kinder su un fisico da ossuto adolescente cresciuto di colpo. Bollato come Jeffrey Dahmer per la spinta (inesistente) ad una raccattapalle, lascia troppe energie nei primi turni e arriva scarico al quarto contro Zverev. Ma i colpi da top player ci sono, eccome.

Berrettini 6,5. Torneo straordinario per una ritrovata tenuta fisica, che gli permette di battere gentaglia sotto il suo valore. Poi, manco a dirlo, si arrende all'ennesimo acciacco. Al netto degli atavici problemi fisici legati a un tronco da toro e gambe di stambecco, se recupera bene può dire la sua a Wimbledon.

Sinner s.v. Seguo il tennis da tanti anni. Poche volte mi era capitato di vedere un tennista che sta dominando 6-3 6-2 5-1 bloccarsi di colpo e, senza un trauma evidente, diventare incapace di muoversi e fare un punto. Mai però è capitato a un numero uno. Sembra un robot fulminato, andato in corto circuito e fuso dal caldo. Il vero tallone d'Achille dell'italiano è questo. Cosa? Non lo so, devono capirlo loro.

Andreas Seppi 7,5. La tigre caldarense si conferma fuoriclasse assoluto anche al commento. Preciso, puntualità altoatesina, con quel non so che di adorabile surreale. L'aneddoto (o, se vogliamo, parabola) sul puma e le pecore nel suo ranch in Colorado, lo consegna all'empireo.

Auger Aliassime 5. Recenti studi rivelano come la visione di un suo match provochi istinti suicidi maggiori rispetto a chi abita in Islanda nella stagione invernale. Giocatore più noioso del dopoguerra. A Cobolli basta giocargli kikkoni da sinistra e aprirsi il campo sul suo rovescio, per mandarlo in tilt e levargli ogni piano tattico (che uno solo ne ha).

Medvedev 0. Perdere da Walton in 5 set su terra è peggio che soccombere in una sfida dialettica con Selvaggia Lucarelli parlando di letteratura francese, musica, filosofia, ballo, pittura, politica, giurisprudenza, giardinaggio e qualsiasi altra cosa che travalichi il niente.

 




Donne


Andreeva 9. Forse, dopo anni, abbiamo trovato una numero uno credibile, coi riccioli biondi del demonio e faccia da cartone animato. Anche se ancora non lo è. Un anno dopo la vittoria di Miami, arriva la consacrazione major. Maturata, cresciuta fisicamente e mentalmente, a 19anni. Lascia l'atteggiamento da svampita ragazzina e discutibili occhiali da lolita fatta di allucinogeni al divago fuori campo. Sul rettangolo invece, ha azzerato piagnistei e crisi isteriche. Mirra è una che si muove bene, ha l'intelligenza tennistica di spingere quando serve e nel modo giusto. E, a quanto narrano, gran voglia di migliorarsi. Un solo set ceduto, prima di inanellare una striscia terrificante. Brava anche a gestire il complicato tennis di Chwalinska e l'inizio di finale non facile, con atteggiamento da veterana.

Chwalinska 9. In questo Roland Garros di redenzione, Maja è acqua nel deserto. Anni di Sabalenke, Gauff e Swiatek. Mazzate terrificanti a occhi chiusi, inutili scenate isteriche, psicodrammi, urla belluine. Poi, all'improvviso, sbuca dal nulla questa mancina polacca di 24 anni: piccina, educata, composta, graziosamente femminile e con un talento cristallino. 
Parte dalle qualificazioni, affetta quotate avversarie (Zheng, Mertens, Sakkari, Kalinskaya, Shnaider) lasciando un set in 9 match. Tutte confuse, tramortite e avvilite. Incredule che possa esistere qualcuno che giochi così. Mai una palla simile all'altra, mai un colpo non pensato e ragionato: variazioni folli, palle alte, poi basse, liftoni, slice, candeloni nel vento e leziose foglie morte. Attacchi contro tempo e volée. Un grazioso scoiattolo, inafferrabile e dispettoso. Forse dai tempi di Schiavone non si vedeva tanto talento e intelligenza tennistica su un campo da tennis femminile. Senza "ahuiii" e con minore intensità ed esasperazione, certo, ma siamo da quelle parti. 
Tanto si è detto in questi giorni, dettagli buoni a intingere la fiaba di cenerella nella melassa. La realtà è che Maja da junior è stata una grande promessa, più dotata della connazionale Swiatek con cui vinse il doppio a Melbourne. Il tennis pro però è un'altra cosa, e mille sono le variabili. Poca potenza, tanti infortuni, la depressione, l'hanno relegata nelle retrovie, rendendola una delle tante promesse inespresse. Tutto fino all'inattesa epifania parigina. A star is born? Solo un exploit isolato? Difficile dirlo. Bello sarebbe se un determinato modo di giocare a tennis tornasse a fare scuola. Ahimè, ad altissimi livelli la vedo soccombere alla maggior potenza delle competitor. Specialmente su superfici diverse dalla terra. Intanto, è stato bello sognare.

Shnaider 7,5. La mancina russa bandanata, semovente e brioso talento ancora non completamente sbocciato, sembra sulla via giusta. Migliorata in difesa e come atteggiamento. Affonda Sabalenka, poi è vittima anche lei delle mefistofeliche trame dell'ape Maja polacca in semifinale.

Kalinskaya 6-. Forse l'occasione della vita per la bambola russa (dal film "la pupées russes"). Scolastica e monocorde, si salva non si sa come nella disturbante battaglia mono neurone a ciapa no con Potapova. Al cospetto di Chwalinska sembra voler chiedere aiuto alle divinità del cielo e all'onnipotente: "Chi è questa? Che sport pratica? È tutto regolare?".

Marta Kostyuk 5,5. Ormai sembra pronta per vincere uno slam. Aveva pure un bel tabellone zeppo di russe da sbranare. Il problema non è aver perso contro una Andreeva ispirata, ma aver iniziato a giocare la semifinale negli ultimi tre games, dopo un set e mezzo in balia dei venti.

Sabalenka 1. Avete presente i film di Bud Spencer e Terence Hill? C'è il cattivo, un bestione con la faccia da demente, che urla, si atteggia, mena cazzotti alla cieca a destra e manca. Terence Hill lo guarda, gli assesta due cazzotti e quello va a terra come un sacco di patate. Ecco, più o meno questo è Beppa Sabalenka, all'ennesima, tragica, dimostrazione d'insipienza. Si fa recuperare da un set  sopra e palla del 5-1 nel secondo contro Shnaider, per poi cedere 6-0 al terzo. Ormai è diventata una macchietta. Per avere carisma non basta fare due sgraziati balletti cringe. Per vincere le partite non serve picchiare alla cieca. Per dimostrarsi grande agonista non è sufficiente urlare come un rinoceronte maschio in calore.

Swiatek 2. Seccata da Kostyuk. Grazie a dio, non vedo nemmeno un punto del suo torneo. I bene informati dicono stia lavorando, che vogliono darle un bel dritto arrotato, soluzioni intermedie. Tutto bello. Il problema però, mi sembra la zucca. Ho la soluzione: è amica di Maja Chwalinska. Dovrebbe ingaggiarla come mental coach e compagna di doppio.

Potapova 5,5. Ogni volta che la guardo mi sembra un'algida ed elegante étoile del Bolshoi. Poi però non danza, ma purtroppo gioca a tennis. Tira sgraziate roncole, urlando come una Sharapova con la raucedine, sbaglia e smoccola manco fosse la figlia di Cikatilo in preda a un raptus. Batte Gauff, si percuote da sola contro Kalinskaya. Cose brutte a vedersi.

Muchova 4. Chi ancora crede in un suo slam, dovrebbe farsi curare. Io infatti sono in analisi da tre anni.

Hailey Baptiste s.v. Questo sport sa essere crudele. Lanciatissima, con un tennis che è pura adrenalina d'attacco, in questo Roland Garros di rinascita del bel giuoco si sarebbe ritagliata il suo spazio. Invece si rompe i legamenti. Fuori sei mesi. 

Gauff 4,5. La solita podista senza braccio, che vaga confusa per il campo chiedendosi se gioca a baseball, a cricket o se forse è meglio qualificarsi per i 400mt alle Olimpiadi di Los Angeles.









giovedì 4 giugno 2026

QUESTO PAZZO, PAZZO, PAZZO ROLAND GARROS










Il più folle, imprevedibile e divertente slam a cui ho assistito da quando seguo questo mefistofelico sport, in grado di rigenerarsi e trovare nuova linfa quando meno te lo aspetti.
Tabellone maschile e femminile allineato alle semifinali e, comunque vada, avremo dei novelli vincitori slam.
Cosa mai abbia acceso all'improvviso questa miccia esplosiva di match epici, tirati e avvincenti, chi può dirlo. Parecchio affascinante la tesi che, mancando Alcaraz e Sinner, in molti abbiano avvertito, consciamente o inconsciamente, l'istinto di dare qualcosa in più in campo. Discorso che può valere per Djokovic o Zverev. Magari per Cobolli o Aliassime. E che, serbo a parte, sono stati propio quelli che hanno giocato i match più canonicamente noiosi. Parecchio fantasioso pensare che Matteo Arnaldi abbia giocato una maratona monumentale col bestione Collignon pensando all'assenza dei due carnefici. Altrettanto improbabile che, sotto due set a uno, doppio break, 4-1 e 40-15 con Tiafoe, si sia detto: "Hey ma manca Sinner! vediamo di fare qualcosa di leggendario e andiamo a vincerla!". Così come non vedo Fonseca, Djokovic o Ruud, Mensik e altri eroi parigini intenti a giocare con la rassegnata morte nel cuore sapendo di ritrovarsi i due mostri in semifinale.
Propendo per la tesi della mera coincidenza astrale: anche con Sinner e Alcaraz a fare il loro torneo a parte, avremmo visto gli altri dare vita a splendidi match sfibranti.

Cobolli-Arnaldi. La classe operaia va in paradiso. Derby di semifinale che sarebbe stato un secondo turno di lusso nell'Atp di Umago. Da "arnaldologo" (visto 13 delle sue 19 ore e passa del suo torneo), non posso che ritenermi estasiato da quanto offerto da questo ragazzo tutto nervi, corse e cuore. Uno così, non può che farti genuina simpatia. Protagonista assoluto fino ad ora, senza se e demenziali ma.
Recuperata la salute e messo ordine ad un tennis in passato arruffone, si prende una strameritata semifinale a Parigi. Spiace doppiamente per l'epilogo del quarto di finale con Berrettini costretto al ritiro. Sia perché probabilmente gli leva un po' di merito, sia per quell'atteggiamento snob di commentatori e tifosi (leggendo qui e là) tutti dalla parte di Berrettini sin dall'inizio, non si sa per quale motivo. 
Ritenevo invece (con pensiero corroborato da ludica scommessa) che Arnaldi su terra avesse molte più chance del martello pneumatico romano, se solo avesse recuperato un minimo di energie. Perché più completo e con più armi su terra battuta, rispetto a un Berrettini che su questa superficie vede spuntato il suo arsenale (servizio e drittone) e ingigantiti i problemi di spostamenti e rovescio sfarfallante. 
Il romano aveva sorpreso per la ritrovata condizione, non certo per gli avversari (da atp 250 basso) battuti, contro i quali partiva sempre da favorito. Arnaldi era invece reduce da quattro strepitose battaglie contro i più quotati Griekspoor, Tsitsipas, Collignon, Tiafoe. Il tennis non sarà una scienza esatta, ma è più semplice di quanto vogliano farcelo credere: se esci vincente da una scazzotata terrificante al quinto con Tiafoe che ti risponde nei denti manco fosse Agassi 1992, non puoi che essere favorito contro chi la spunta solo 15-13 al super tie-break col maghetto Forest Comesana, terraiolo d'altri tempi. Spiace per Berrettini, ma anche per Arnaldi, che probabilmente avrebbe vinto lo stesso. 
Cobolli ha finora disputato un torneo esemplare. Unica distrazione contro il ragionier Zvajda, prima di regolare di giustezza e intelligenza tennistica il monocorde Felix-Aliassime. Arriva più fresco e parte ovviamente favorito anche con Arnaldi. Probabilmente vincerà in quattro set, ma in cuor mio ho un sogno, che sarebbe il degno coronamento di questo folle torneo: Arnaldi arriva in finale e batte Zverev 7-6 al quinto (21-19), dopo 7 ore e 53, tra tuffi, passanti, capitomboli, candelotti, smash e qualsiasi quaglia raccattata, spalmato sui tabelloni. Una meraviglia.

Zverev-Mensik. Ovvio favorito il tedesco, ma quote folli. Vincerà, forse, ma come si fa a darlo a 1,20? Ok, Zverev arriva fresco come una rosa e tirato a lucido, mentre il ceco se lo sono portato a braccia già al secondo turno dopo il super-tiebreak contro Navone (avessi detto Agassi). Ho però negli occhi la prestazione sontuosa e di rara perfezione balistica offerta per domare le sfuriate di Fonseca. Se solo si avvicinerà a quei picchi da Terminator (difficile, ma era sempre lui in campo), non solo se la gioca, ma può addirittura vincerla. 
Bella sfida nella diagonale di rovescio (il colpo migliore di entrambi), col servizio siamo lì, di dritto meglio il ceco che è anche (di molto, di tutto) superiore nell'attitudine offensiva e nei colpi di volo. Dalla parte di Zverev una maggior abitudine a giocare match importanti e l'aver speso meno. 1,20? Mah.



Donne

Kostyuk-Andreeva. Semifinale dalla quale, con ogni probabilità, uscirà la vincente del torneo. Equilibrio assoluto. Ucraina reduce da una striscia di 17 vittorie di fila, Mirra predestinata numero uno. Se proprio devo dare una preferenza, prendo Kostyuk, che mi pare aver raggiunto un equilibrio psico-fisico notevole, mentre la russa è sempre a rischio d'impazzire se il match dovesse complicarsi. 
E poi ho un altro sogno, che fa il paio con quello precedente: Marta coscialunga fa fuori le due russe, in semifinale e finale, e viene premiata da Dolgopolov al grido "slava ukraini".

Shnaider-Chwalinska. Ammetto di aver sperato in una semifinale tra Maja e l'ippopotamo urlante Sabalenka, affinché la polacca portasse a compimento il mio (ulteriore) sogno utopico. L'avrebbe fatta a fettine, tra slice, candele nel vento, back mortiferi, foglie morte. Al donnone bielorusso sarebbero cresciuti i baffi da sparviero e se la sarebbero portata via imbavagliata due infermieri del vicino frenocomio di montmartre. Ci ha invece pensato Diana Shnaider a fare giustizia, con goffo e tragicomico suicidio di Beppa Giosef, la combattente al contrario. 
Anche qui si cade in piedi, perché la russa non dispiace. Da almeno un paio d'anni è lì che martella col suo bel dritto mancino e tennis offensivo. Il comandante di full metal jaket Sasha sembra aver messo a posto i suoi problemi più grandi: atletismo e tendenza al rassegnato suicidio. Parte favorita, ma la speranza è che la favola dell'adorabile fringuelletto Maja possa continuare.


sabato 30 maggio 2026

FONSECA-DJOKOVIC, IL VECCHIO E IL BAMBINO

 






C'è tennis oltre a Sinner. In una Parigi romantica ed estrema, vanno in scena partite epiche, lotte d'altri tempi, rimonte straordinarie, crolli dolorosi. Il Roland Garros potrebbe finire già domani, ed ha già regalato più spettacolo degli ultimi tre slam messi assieme.
In un venerdì di passione, altre quattro maratone di cinque set.
Il fragoroso crollo di Sinner aveva dato nuovi stimoli a un Djokovic arrivato a Parigi bello riposato e con le idee chiare: non ci sono Alcaraz, Musetti (mettici pure Rune e Draper), facciamo due orridi balletti e via, vediamo quanti altri si suicidano.
Scoglio fondamentale per diventare il favorito numero uno era la giovane sensazione Joao Fonseca, col suo codazzo d'invasata torcida. 
Il serbo parte subito forte, concentrato ed essenziale. Per due set doma da par suo le sfuriate pasticciate del giovin puledro di razza sovrappeso, che mostra cristalline qualità balistiche e tutti i limiti della sua età. Imballato, pigro e bradipesco nei movimenti, quasi mai riesce a leggere il servizio dell'avversario. Due botte terrificanti, poi tre, alla quarta sparacchia in tribuna o in rete. A volte ci si dimentica che ha 19 anni, il brasiliano, e può pagare lo scotto della tensione: il centrale, il caldo e quel satanasso di fronte, che a 39 anni non è ancora stanco di soffrire. Stare lì nel catino dello Chatrier diventato un'infernale fornace, a correre da un lato a l'altro, con una scucchia d'altri tempi. 
Djokovic vince i primi due set, mandando a scuola Fonseca. Ha lo sguardo dello squalo che annusa il venticinquesimo slam insanguinato. Se a 25 anni arginava i colpi di uno svizzero bravino come Federer o gli schiaffoni di Del Potro, a quasi quaranta riesce a farlo con le bordate del 19enne brasiliano imperfetto. Ci sta. 
A inizio terzo set una sua fisiologica, normale (per quanto possa esserci qualcosa di normale in Djokovic) pausa mentale, diventa fatale. Ridà fiducia a Fonseca, che scappa un break avanti, inizia ad esaltarsi ed asaltare la torcida verdeoro. Nole scende un po' d'intensità, Joao sale di livello, quasi allenato dall'avversario, e il match diventa bellissimo. Ne viene fuori un incontro di rara cruenza e intensità. Una battaglia violenta tra le botte insane di Fonseca e Djokovic che incassa, rintuzza e affonda, quasi dimenticansosi dei 39anni. 
A un tratto mi viene in mente Hagler-Mugabi, col "meraviglioso" che mena colpi violenti ed eleganti, e Maugabi incassa come nessuno mai, per poi ripartire all'attacco, come niente fosse. Mi piacerebbe che anche la furibonda battaglia sul centrale parigino fosse commentata da Rino Tommasi, come fosse pugilato. E forse lo è.
Djokovic ha anche due palle break per andare a servire per il match, ma l'altro le annulla spaccando la pallina e portando il match al quinto set. Colpi e carattere non mancano, al paffuto ragazzino.
Il quinto set è ancora lotta rusticana, punto a punto. Djokovic stanco fa ricorso a tutto ciò che ha per stare a galla, m difende meno bene, Fonseca attacca sempre meglio. I 39 anni del serbo si fanno sentire, annullando il gap con i limiti fisici di Fonseca, che è sì un vitello dai piedi di piombo, ma ha pur sempre vent'anni (e che vent'anni, di logorio e battaglie usuranti) in meno.
Nole avanti 3-1 ha la possibilità di portarla a casa, ma dopo quasi 5 ore, non ne ha più. Bravo Fonseca a chiuderla senza tremare. Plauso a Djokovic. Se questo è il canto del cigno, un'uscita di scena alla grande.
Ma già so che nel 2033, quando io sarò morto di vecchiaia, lui sarà ancora su quel centrale a giocarsela contro il teenager nuovo numero uno, Thiago Carmasol.

giovedì 28 maggio 2026

PSICODRAMMA SINNER. OCCASIONE DELLA VITA PER ZVEREV, E OCCHIO A DJOKOVIC











Il tennis è uno sport crudele, i non occasionali lo sanno. Da tempo si diceva che un Sinner in tali condizioni, poteva essere battuto solo da un imprevisto. E l'imprevisto, implacabile, c'è stato. È arrivato in una situazione che nessuno, nemmeno il più malvagio dei pullulanti haters dell'italiano, avrebbe potuto immaginare nei suoi sogni da tso. Ma nemmeno la schiera dei talebani suoi supporters avvinti da senile froceria, perché si sa come il nostro sia stritolato tra queste opposte demenze. Anche per questo, mi fa simpatia. Ho resistito all'orrore megalomane dei fans di Federer perché lo svizzero mi faceva sobbalzare dalla seggiola, resisterò anche agli adepti ululanti di Sinner.
Avanti 6-2 6-3 5-1 contro il modesto dei Cerundolo (Juan Martin), arriva un colpo di sole o altro malessere. Il resto è solo un triste trascinarsi fino all'epilogo finale.
Ho letto una decina di minuti i social, e tanto mi è bastato per capire che l'umanità è ormai prossima all'estinzione. Dobbiamo arrenderci all'idiozia. Ce n'è per tutti i gusti. Si va da giornalai pallonari che si chiedono se abbia senso questo sport così estremo esercitato in sprezzo delle vite umane. Alcuni si domandano se è eticamente giusto, in questo strambo sport, che l'avversario non si sia ritirato per solidarietà. Altri arrivano ad insultare il povero e incolpevole argentino, non si sa per cosa. Poi c'è anche chi si scaglia ferocemente contro i sadici francesi (ricordando anche lo scippo della Gioconda e la mancanza di bidet), che hanno programmato il nostro eroe a mezzogiorno, solo per abbatterlo.
È tutto così surreale e insensato che persino un'osservazione stupida risulta avere una parvenza di logica: qualcuno infatti si chiede se non sarerebbe stato più saggio per Jannik evitare il trionfante tour de force (Montecarlo-Madrid-Roma), lasciandosi qualche energia per Parigi. Plausibile, se avesse perso stremato al quinto set in semifinale. Jannik ha solo beccato un'insolazione che nulla ha a che vedere con la stanchezza.
Altra semi-seria polemica, non riferita a Sinner ma ai malori parigini in generale, è quella sulle condizioni sempre più estreme in cui vengono fatti giocare questi baldi giovani e giovanotte. Sarà che sono vecchio, ma ricordo edizioni dell'Australian Open giocate con 40 gradi all'ombra. Tra stramazzamenti, collassi e visioni mistiche, vinceva chi restava in piedi. Ben più interessante sarebbe soffermarsi sugli attuali standard di gioco. Siamo di fronte a tennisti più preparati fisicamente rispetto al passato, che usano integratori sempre più efficaci, ma è indubbio che esprimano un tennis enormemente più dispendioso. 
Cosa fare, dunque? Giocare al coperto, con l'aria condizionata? Evitare tornei da maggio ad agosto? Organizzare slam 2 su 3? Niente, le cose vanno bene così, vince chi sa gestirsi meglio. Uno slam è anche, e soprattutto, questo. Ciò che è successo a Sinner non c'entra comunque nulla, si è trattato di un semplice caso sfortunato. O, se proprio, il suo tallone d'Achille. Perché anche un fenomeno come lui, deve avere un punto debole: il caldo. Solo quest'anno è successo a Melbourne e a Roma, solo che lì era riuscito a superarlo.
L'uscita di scena di Sinner, si aggiunge a quelle di Alcaraz e Musetti, a mio avviso i tre più forti su terra battuta. Tutti fuori, per infortunio. Tutto ciò impoverisce tecnicamente il torneo, aprendo a nuovi scenari. Carte mischiate (male) e nuove opportunità: parte alta del tabellone da Atp250 e più accreditati per la finale Aliassime e Cerundolo (forse meglio una cicuta). Parte bassa, con l'assembramento dei più forti. Si apparechia per Djokovic l'occasione che cercava da qualche anno, anche se forse nello slam meno congeniale. Perché continua, ci si chiedeva, se ormai è lontano dai primi due? Per aspettare, fiducioso, occasioni così. A mio avviso, se arriva bene alla fine, diventa favorito numero uno, assieme a Ruud. Vedo po' dietro Zverev. A differenza di Nole, galvanizzato da questa opportunità, Zverev potrebbe esserne terrorizzato.
Qualcuno aveva sottovalutato il serbo, pensando ad una passerella d'onore nel romantico scenario parigino. Invece ci arriva riposato e, a giudicare dagli scampoli visti delle sue prime due partite, anche ben in palla fisicamente e psicologicaamente. Con l'uscita di scena di Sinner, sentendo l'odore del sangue, lo squalo serbo vede il venticinquesimo slam. L'ostacolo Fonseca, ci dirà già qualcosa.




mercoledì 27 maggio 2026

SPRAZZI DI ROLAND GARROS 2026: IL GIORNO DEI LUNGHI ADDII. SALUTANO WAWRINKA E MONFILS





Il calcio è diventato uno sport cretino. O, come direbbe Maccio, uno sport male. Non guardo una partita intera di pallone da quando giocava ancora Seedorf. Sarà stato il 2006, nello stadio, durante una partita che stenta a decollare, monta un crescente malumore. Gli sparuti ululati di disappunto diventano gragnuola di fischi man mano che il match si allunga. Clarenzio, subissato più di tutti per quell’aria di superiore svogliatezza, non se ne cura. Anzi, chiede ai compagni più inesperti e impressionabili di dargli la palla, che ci pensa lui. La vuole sempre nei piedi. Continua a trotterellare con quell’aria da gaggio, incurante di cotanta volgare ignoranza. Testa alta e petto in fuori, con chiapponi e piedi di piombo ben piantati nell’erba dipinta, all’improvviso si accende. Ondeggia, due dribbling, una finta col sopracciglio, un altro dribbling danzante, e una staffilata, secca e potente, precisa e implacabile, che va ad insaccarsi nel sette. E i fischi di chi non capisce niente, diventavano ovazione di dieci minuti. 
Ecco, il calcio per me era quello. E lì mi sono fermato. Trovo insopportabili e al limite del grottesco i deliri quotidiani di novelli scienziati adanisti di fisica quantistica e balistica termo nucleare applicata alla masturbazione a due mani, che vogliono fare di questo sport pedatorio la quintessenza del mondo. 
Il calcio invece è facile. Per vincere hai due possibilità: avere i grandi giocatori e un allenatore con le palle in grado di gestirli, oppure una squadra di buoni giocatori funzionali agli schemi di un allenatore innovativo. Il Milan fallisce perché non ha né l’uno, né l’altro, ma un allenatore gestore chiamato a gestire giocatori scarsi, ma scarsi veri. Il calcio, come diceva il poeta, è come la fica: se vuoi conquistare una bella donna, devi essere molto bello e affascinante oppure pieno di soldi. Se invece sei brutto come i debiti e fai il grattacheccaro, ti restano solo le pugnette.
Ma in questo sito si ciancia di tennis. A Parigi si tirano i primi colpi in un clima di caldo infernale, che sta rendendo il tennis uno sport estremo. Si salva Casper Ruud, letteralmente stramazzato nel terzo e quarto set come un salmone lessato, con lo sguardo perso nel vuoto. Si teme addirittura che possa spirare lì sul campo, in modo eroico. Safiullin, che pure è un bel talento col fisico da impiegato postale, non ne approfitta fino in fondo e il buon Casper, miracolosamente resuscitato come Lazzaro, la spunta al quinto set. Sopravvive pure Auger-Aliassime, al super tie-break, contro il focoso crucco Altmaier. Ma pensare al canadese testa di serie numero 4 in uno slam, mi fa riflettere sul fatto che presto moriremo tutti. 
Non ce la fa invece Medvedev, che a Parigi mostra sempre il peggio di sé. Svogliato, ingobbito, nemmeno in grado di lanciarsi la palla, come un giocatore da circolo che ha fretta di andarsi a fare un goccino di Prunella Ballor al bar. Prima o poi, la moglie Daria sarà internata o rinuncerà alla potestà genitoriale. Cede, nel solito anemozionale sali-scendi da cinque set, contro il modesto Walton, ancor più poca roba su terra. Ve li ricordate i canguri erbivori da serve&volley? Ora si sono evoluti in regolari geometri cementizi, senza picchi o colpi particolari.
Per il resto, poche altre cose degne di nota in queste prime giornate: il francese Gea che per poco non si caga addosso in campo e lo stallone italiano Berrettini che torna a Parigi dopo 5 anni (cinque) di forfait per infortunio: vince e non si rompe, il che è una notizia. Rafa Jodar, a mio umile avviso l’unico che può (pensare di) vincere (un set) contro uno Ja Sinner al 60%, va come un treno. Leggo da qualche parte una manicomiale polemica su “è come Shapovalov o no”. E vabbè, Basaglia, sempre lui. 
A proposito di Sinner, essendoci poco da dire su come bastona una giovane wild card locale, monta la feroce polemica sull’outfit. Orde di talebane sinneriste in crisi ormonale (ma anche cinquantentenni/sessanteni maschi infrociti di colpo), sono imbufalite per l'outfit scelto da Nike: non lo valorizza! Ho la soluzione: scambiarsi il vestito con quello di Naomi Osaka, conciata come una sbrilluccicante ballerina di Ballando con le stelle edizione 2068. 
Nonno Nole ha esordito bene contro il “pinnolone” Mpetshi-Perricard. Soffre ma vince, quindi nessun acciacco di vecchiaia. Anzi, da grande showman, balla per divertire la figlia. Guillermo Mariotto andrebbe in estasi. Buon esordio del ragazzino francese Kouamé (uno dei 706 potenziali goat del tremila), per quanto la mummia Cilic possa essere avversario attendibile. 
Grandi perdite anche per chi ama il Circo Medrano. Moutet cede in cinque set a Djokovic di Temù (Svrcina). Recupera un break di svantaggio nel quinto, pubblico in delirio, e lui che fa? Doppio fallo con seconda di servizio da sotto, tre pallacce alla cazzo di cane, e l’altro a braccia levate (imitando Nole anche nell’esultanza). L’essenza di Moutet, è tutta lì, l’idiota (non di Dostoevskij). Prevedibile sconfitta di Bublik, in condizioni psicofisiche da turista nordico avvinazzato a Panarea, contro Struff, bucaniere attempato che negli slam è una brutta bestia. 
Alla fine, primi turni dedicati soprattutto ai grandi addii. Saluta il baraccone Stan The Man Wawrinka. Un addio meno epico di quello australiano, ma sempre dignitoso e vero. Perché a 41 anni è ancora in grado di giocarsela con metà della gentaglia in tabellone. Il solido De Jong, che ha un inquietante cipiglio da giovane tedesco degli anni ‘30, non si commuove e vince in quattro. 
Leggo, tra le solite nauseanti retoriche di rito, una che dice più o meno “Il campione umano nel tempo degli extraterrestri”. Che potrebbe anche starci a livello globale. Però, quell’uomo lì con le rughe a impreziosire i tradizionali brufoli, ha vinto tre slam non perché i famigerati extraterrestri non c’erano, ma battendoli a suon di sberle poderose e dimostrando di poterli battere, gli extraterrestri. Violento, carnale, gladiatorio, mancherà al circuito.
Ai saluti finali anche Gael Monfils, il trapezista di caucciù aveva avuto in sorte l’avversario ideale (per vincere e divertire), tale Hugo (Iugò) Gaston, mezza porzione di francese mancino, una specie di Moutet ancora più integralista e da catasto. Uno che su quattro punti, gioca cinque palle corte come se imbraracciasse una fionda invece che una racchetta. Gael riesce a recuperare due set di svantaggio, poi al quinto cede di schianto, con le gambe tagliate dalle continue smorzate dell’elfo mancino, sparacchiando (vado ad occhio) sparacchiando 33 errori gratuiti su 35. 
Comunque la si pensi, e in una valutazione scevra da antipatie (mi è sempre stato sulle balle non tanto per il tennis, quanto per le sceneggiate da scarso attore d’avanspettacolo), va via un personaggio importante del circuito. Essendo attore, era uno che in campo poteva interpretare molti ruoli: il pallettarone, picchiare come un fabbro, fare serve&volley, il difensore di gomma recuperando tutto steso sui teloni, fare palle corte, l’acrobata spettacolare da smash in terzo tempo. Nel periodo migliore come risultati, ha interpretato bene quello di pallettaro-difensore. È stato forte, per esserlo ancora di più doveva avere un’altra testa e capire quando e come usare le armi a sua disposizione, e non a caso.




lunedì 18 maggio 2026

IINTERNAZIONALI DI ROMA 2026, PAGELLE AL CAR WASH - SINNER SENZA LIMITI









Fulminee e fulminate pagelle, partorite sgargarozzando una coca cola zero (sono ormai astemio) in attesa che un omuncolo cingalese dall’aria circospetta, improvvisatosi filosofo, finisca il suo lavoro al car wash e la smetta di giudicarmi per via della sozzura dell'auto da artista naif malato di tisi e aspirante al suicidio: “Le machìna è come la persona se deve truccare un po' eh. Da quanto tempo non la lava, dottò?”, e risolino subumano. “Dal 2017, e allora?”

Jannik Sinner 9. Roma ha il suo Imperatore 50 anni dopo Panattone. Un autentico gladiatore al contrario, che invece di musiche epiche e la rude figura muscolata di Russel Crowe, ha le fattezze di un serafico ragazzo esangue e sfilato, che tira mazzate terrificanti con algido distacco e sulle note di una martellante techno. Che il tipo sia un fenomeno, mi pare acclarato. Forse ancora non ci si rende conto che questo miracolo sia nato in Italia. A 24 anni continua a polverizzare i record dei fab four, tutti i Masters 1000 già vinti, sesto vinto consecutivamente (ormai li chiameranno Sinneriadi), 33 vittorie di fila, etc. E nemmeno lui sa dove può arrivare. Destinazione Parigi. Sul torneo, poco da dire. Solo Medvedev, e una crisi nel secondo set, mettono quel brivido d’imprevisto all’ennesimo assolo lunare. Per il resto, tutto perfetto, annessa premiazione col presidente Mattarella divertito e dal sorrisetto perculante, Panatta a cedere lo scettro 50 anni dopo. Mancava solo il Papa (ma chi è oggi il Papa?). Binaghi ne assume le veci. Mai avuto troppo in simpatia per quell’aria dittatoriale, ma: organizza un torneo da record d’incassi, vince l’italiano numero uno al mondo, il doppio lo porta a casa una coppia italiana, si diverte a ridicolizzare quella farsa che è diventato il calcio. Giù il cappello.

Casper Ruud 8. Uno ce la mette tutta per scrivere qualcosa di negativo, magari riferito a quel suo noioso tennis da barbiturici, ma come si fa? Lui rifugge l’odio. Un signore autentico, dentro e fuori dal campo. Non è un fenomeno (però tre finali slam vorrei vedere quanti possono contarle), ma sta lì con la voglia di migliorarsi e senza l’arroganza di chi si sente un fenomeno accampando scuse puerili e grottesche (no, non sto parlando di un tedesco alto-alto con criniera leonina).

Luciano Darderi 7,5. Solo una decina di anni fa staremmo celebrando questa semifinale e la quasi top ten del simpatico ragazzone oriundo della Pampa come qualcosa di epico e irripetibile. Invece oggi suona come un diversivo, il divertente contorno del top 20 e numero 4 d’italia. Darderi gioca un torneo imperiale, come i terraioli argentini d’altri tempi, tutto grinta, caffè borghetti, muscoli e corsa. Batte Zverev annullando match point, si ripete con l’emergente Jodar. Poi non ne ha più contro Ruud, ma monetizza con entrata da guappo inforcando un occhiale tamarro. Ecco, proprio questo evento ha suscitato furenti critiche da parte degli infaticabili scemi del villaggio cosparsi di ciprie e retorici moralismi d’accatto. Luciano, talmente preso da quella pagliacciata, si scorda infatti di entrare mano nella mano con la bambina, come prevede il cerimoniale. Un poveracciata, ma niente più. Invece giù critiche feroci, urla, insulti. Si aspetta una melensa invettiva di Gramellini e sonor bastonata di Vespa. Nel frattempo un potenziale omicida era negli studi televisivi, accolto da applausi scroscianti. Questa è l’Italia del D.S. (Dopo Sinner), in cui tutti si sentono autorizzati a scriver fregnacce su uno sport che non conoscono, come fini moralizzatori della ceppa. Che poi, Hitler, Stalin e i serial killer più efferati si facevano fotografare con bambini e animali pucciosi per sembrare buoni, erano buoni? E una persona minimamente sana di mente può pensare che Darderi l'abbia fatto di proposito?

Medvedev 7. Il torneo, per me, lo ha vinto nel sottopassaggio prima dell’ingresso in campo contro un Agustin Tirante convinto di essere Rambo. Fermo, immobile, con un sorrisetto stralunato, lo osserva manco fosse una bestia rara, mentre tutto convinto e sovraeccitato si dimena. Corre, si allunga e sbuffa, si incita. E il Danilo pensiero sarà: ma dove pensa di andare questo essere ridicolo? Tutto ciò è oltre il cringe. Glielo hanno spiegato che è una partita di tennis e non la guerra nelle steppe bolsceviche? Entrano in campo e lo sistema in poco più di un’ora con due o tre sberle. Per il resto, buon torneo e quasi un’ora di Medvedev vero nella semifinale, in cui come una piovra sbilenca prova ad approfittare di un Sinner in difficoltà. Ci perde ugualmente, perché il rosso fa un altro mestiere, ma tra tutti questi zombie rassegnati sembra quello con meno timori reverenziali.

Musetti s.v. Ancora tradito dal fisico, che qualche menagramo aveva indicato come suo punto di forza (“ha muscoli e fisico d’acciaio il nostro Lollo - ma è vostro fratello, che lo chiamate Lollo? -, non si fa male praticamente mai! MAI!”). Piange il cuore, perché davvero un tennis così laborioso, pensato e tecnicamente bello a vedersi, meriterebbe di essere fisso nei primi 5.

Cobolli 6-. Vince col pokemon svenevole Terenzio Atmane, cede a Tirante in un sfida da cagnacci. Forse perché sente la tensione di giocare in casa. Si rifà con la vittoria della Roma nel derby e a Parigi darà battaglia.

Landaluce 7. Devo fare pubblica ammenda. Ammetto che, visto altrove, non mi era sembrato possedere niente di straordinario o che mi facesse “rigirà l’occhi”. E manco stavolta, però a Roma mostra a tratti un bel tennis, di una certa completezza scolastica persino a rete. Resto convinto che Jodar abbia più potenzialità ad altissimi livelli, ma questo allampanato rossiccio di Spagna cresce a vista d’occhio.

Jodar 5,5. Dopo le mirabilie mostrate a Barcellona e Madrid, era lecito aspettarsi di più. Non tanto per il pur buon quarto, ma perché con Darderi partiva favorito. Invece crolla miseramente nella surreale notte romana, fredda, umida e avvolta dalle nebbie dei selvaggi pallonari. Per il resto, una facilità di sparo che balza all’occhio e colpi che sono saette.

Bublik 5. Al Foro è beniamino assoluto. Anche a lui l’Italia piace talmente tanto che scende in campo con una panza da overdose di pajata, cacio e pepe e matriciana. Bagnati da ettolitri di birra. Dopo l’annata da professionista quasi esemplare e top ten raggiunta, è nella fase “riposo dei giusti”. Diverte, e questo si sa, ma completamente senza fiato, finisce per soccombere come un totano annaspante, irretito alla distanza dalle velenose parabole mancine del vietcong Learner Tien (6,5).

Zverev 4. Perde, con match point a favore, contro Darderi. Poi se la prende coi rimbalzi irregolari dei campi (il chè è anche vero, ma faceva schifo per tutti). Una volta l’orario, l’altra il caldo, le superfici, il vento, la programmazione, le palline. Ora i campi brutti. Pietà. Fatelo giocare contro un muro, e direbbe che il muro sta barando.

Rublev 6. Aveva diciotto anni quando vidi per la prima volta dal vivo questo russo dai tanti capelli rossicci, agitato e isterico. Ma i colpi erano importanti. Si piazzava al centro del campo e menava le danze manco fosse un piccolo Agassi sovietico depotenziato. E quello è rimasto, senza la capacità di altri nel migliorarsi e zavorrato da un complicato percorso psicologico autolesionista. Penso che il meglio lo abbia dato, gioca un torneo normale e perde senza lottare contro Sinner. Solo il suo mentore Marat Safin, con occhialino draculesco e capello selvaggio da natural adventures, ci crede. Proprio non si dà pace di come Rublev non capisca che può battere Sinner. Ma cos’abbia nel cervello Marat, nemmeno Dio può saperlo.

Međedović 7. Ammetto Il mio fetish per questo serbo rotolante, mezzo pizzaiolo e mezzo lambascione. Le sue mirabilie tennistiche le dobbiamo anche a Djokovic, che lo sostenne economicamente da ragazzo (perché Nole “ha fatto anche cose buone”). A Roma ischerza a suon di slice e smorzate la divinità predestinata con la pappagorgia Fonseca (4,5), e ammutolisce anche la petulante torcida al seguito. Santo subito.

Bolelli/Vavassori 7. Mi capita di vedere mezz’ora della loro semifinale e, a malincuore e sopravvissuto a due attacchi narcolettici, devo concludere che questa disciplina è completamente morta, sia tecnicamente che come interpreti. Tra le prime dieci coppie al mondo, forse un paio supererebbero un turno in un challenger in singolo, uno di questi è Vavassori. Sono lontani i tempi in cui i numeri uno primeggiavano in entrambe le specialità (a memoria: McEnroe, in parte minore Edberg e Kafelnikov, poi il buio). Penso che, prima o poi, sarà sostituito dal padel. Bravi i due italiani a fare il loro dovere in questo sport nuovo, e a portare in Italia la coppa dopo 66 anni da Pietrangeli/Sirola.

Adriano Panatta 8. Il figo che tutti vorremmo essere, passata la settantina. Era prevista la sua presenza per il cinquantennale del successo del 1976. Tutto assume un carattere ancor più simbolico col passaggio di consegne a Sinner. Fa riflettere la diversità dei due personaggi, con l’Adriano nazionale guascone, viveur, in tempi che consentivano di concepire il tennis nella sua essenza più pura: colpire bene una pallina, magari vincere un torneo oppure no, e alla fine tutti al JackieO, a riflettere sulla vita assieme a Gerulaitis, Gianni Minà e Patty Pravo. Vien da pensare, leggendo le tante ormonose fan fibrillanti per Sinner (che pure bellissimo non mi sembra - attendo orde d’invasate minacciarmi di morte - ), cosa sarebbe stato quel sex symbol autentico di Adriano Panatta giovane ai tempi dei social.


Ci sarebbero anche le donne, ma l’omuncolo sta finendo il lavaggio e non ho tempo. Vince con merito Elina Svitolina (9). Terzo successo, il primo dopo il rientro dalla maternità. Trionfo della regolarità, battendo in finale una Gauff (5,5) più spuntata e fallosa del solito, mentre le presunte altre top affondano goffamente. Beppa Giosef Sabalenka (3) perde un'altra battaglia in volata. Perché i numeri uno si distinguono proprio per vincere i punti importanti e lei lo è per assenza di altro. A margine, le sue urla disumane provocano una morìa (suicidi di massa) di nutrie e pesci ratti nel vicino Tevere. 
Swiatek (4,5) ancora in confusione tattica e mentale (all’accademia Nadal dopo averla vista pare vogliano dedicarsi al badminton). Rybakina (4,5) tornata quella insicura morticella del pre autunno di grazia 2025 e Paolini (5 di simpatia) completamente persa. Spiace per la piccola Gelsomina che non ride più, fagocitata dal clan Errani-Fed Cup che forse l’aveva convinta di poter migliorare, fare cose diverse, diventare un mix tra Schiavone e Navratilova. In realtà, l’unico miglioramento da attuare era giocare il doppio ogni tanto per affinare colpi di volo e continuare a fare le cose semplici, seguendo Furlan. Nota di merito per Sorana tutta tana Cirstea (7,5), che a 36 anni e al suo ultimo anno in tour sta forse giocando il miglior tennis di sempre. Umilia Sabalenka e arriva in semifinale.






giovedì 14 maggio 2026

UN EROE INATTESO AL FORO ITALICO: LUCIANO "PALLE FUMANTI" DARDERI

 





Nella notte, un imprevisto e imprevedibile match dal sapore antico infiamma il Foro Italico avvolto dalla nebbia, proiettato in un clima post apocalittico. Un ambiente cupo e delirante segno di un romanzo di Howard Phillips Lovecraft. Finisce quasi alle due di notte, dopo una serie di rocamboleschi eventi, il quarto di finale tra Luciano Darderi e la nuova sensazione del tennis mondiale, il teenager Rafa Jodar.
Davo leggermente sfavorito il valoroso oriundo argentino, un po' per la tommasiana legge della prova del nove che vuole l'underdog difficilmente capace di bissare una precedente impresa (contro Zverev), un po' perché il giovane spagnolo pare già avere più tennis e mascolini attributi del tedesco (capirai che ci vuole, dirà qualche birbaccione), e il resto perché di questo sport demoniaco non ci capisco una beneamata ceppa.
Poi però, la storia si arricchisce di oscuri presagi, sinistri spunti premonitori. Rybakina e Svitolina, incuranti dell’orrore generato, se le danno di santa ragione e allungano il loro increscioso match. Qualcuno dagli spalti (a me sembra Verdone) devastato da tale supplizio, grida “Abbasta! Abbasta! Finimola!”. 
Alla fine, per il rotto della cuffia, i due sfidanti riescono ad iniziare entro il tempo massimo (le 23), quando si è appena conclusa l'agonia della finale di coppa italia più insulsa della storia. Luciano bello concentrato ed elettrico, scappa avanti di un break approfittando di uno Jodar imballato. Rafa, con quel nome pesante come un macigno, poi inizia a mulinare i colpi puliti e di grande facilità che avevano incantato Barcellona e Madrid. 
Vien fuori un primo set di grande intensità, che richiama antiche gesta gladiatorie al Foro, il tutto in un clima sempre più da tregenda, con la nebbia dei fumogeni calata sul centrale, un problema elettrico al sistema di review, la sospensione e una notte incombente con molti eroici spettatori assiepati, parrebbe quasi tutti vivi.
Alla fine lo porta a casa l’oriundo argentino, un po’ Rocky Balboa che mena pugni con gran cuore e tecnica approssimativa, un po’ Rambo il devastatore. Jodar si smarrisce, perso il primo continua a non trovare i suoi colpi nemmeno a inizio del secondo, quasi il gracile fisico da grissin bon su cui troneggia una testolina minuscola, sia intorpidito dall'infido umido delle serate primaverili romane. Appannato fisicamente e confuso mentalmente. 
Solo un sussulto, spirito di sopravvivenza a un passo dal baratro dello 0-4, lo fa rimanere a galla. Luciano Balboa, non essendo un picchiatore ma un demolitore, manca il colpo del k.o. E in quel momento, chi ha la sfortuna di aver visto molti match, lo sa benissimo: Darderi, come qualsiasi altro sfavorito in simili circostanze, finirà per farsi recuperare e perderla. Non si scappa. È una regola ferrea di questo sport. Infatti, acciughino Jodar non solo si salva ma prende coraggio, ritrova i suoi colpi e recupera fino al 4-4. 
Si torna ad una sfida punto a punto, tra le fiammate fluide del giovane iberico e il tennis tutto cuore e muscoli dell’italiano che, sbevazzato un caffè (ci stava bene anche una sigarettona), con uno spunto d’orgoglio arriva ad avere due match point. Quando uno lo butta via provando a chiudere con un agricolo rovescio tirato ad occhi chiusi e finito lungo, penso sia l’ennesimo evento premonitore di questa notte delirante: finirà per perderla. 
Jodar, col vento in poppa, chiude il secondo set, lasciando ammutoliti i pochi, eroici, spettatori ancora vivi. Qualcuno di loro va via dallo stadio sulle sue gambe. Io stesso penso di spegnere la tv, tanto ormai, non si scappa dalle leggi non scritte del tennis. Il giovin Rafa ha un tennis meno dispendioso rispetto all'italo argentino che, al contrario, mostra la stanchezza di chi ha lasciato ogni risorsa psico-fisica in quelle due ore di battaglia.
Ma, siccome il bello di questo sport è la fallibilità di ogni legge scritta nella tavole consegnate da McEnroe a Mosè sul Monte Sinai di Flushing Meadows, a crollare è invece il giovane spagnolo, mentre “Palle fumanti” Darderi va a prendersi lo scalpo dell’avversario.
Siamo di fronte a un gran bel combattente, degno discendente della scuola argentina maestra su terra battuta: tennis muscolare, tutto corsa, grinta e drittoni pesanti. Sembra un po' il nipote evoluto di quello Alberto Mancini che stregò il Foro nei tempi bui. In un torneo che ha il suo naturale idolo soprannaturale in Sinner, orfani delle umanoidi gesta di Musetti e Cobolli, l’Italia scopre in Darderi l’eroe normale di cui aveva bisogno.



lunedì 11 maggio 2026

BUBLIK-TIEN, L'ALTRO TENNIS AL FORO






Tradizionalmente, gli incontri più appassionanti a Roma si giocano nel tardo pomeriggio. Sarà per quel sole rossastro che lambisce le statue del Foro e le allungate ombre dei pini secolari, ma a quell'ora ho spesso assistito a match venati di una tragedia che solo la storica cornice dell'Urbe sa offrire.
Peccato Bublik e Tien scendano in campo sotto un cielo ricoperto da una cappa di nuvole presagio di pioggia e un'umidità da risaie indocinesi. 
Il confronto, in sede di pronostico, si presentava ricco di spunti interessanti e dall’esito tutt'altro che scontato: l'istrionico kazako, contro l'ordinato e sapiente mancino americano, è chiamato a giocare un match di livello. Senza troppi svolazzi e amnesie, per quanto questo sia possibile in un soggetto perennemente sul filo del rasoio della follia delirante, mentalmente e tennisticamente instabile.
Il primo set lascia ben sperare: Bublik lo porta a casa in scioltezza, tra le urla scomposte della solita torcida di svitati al seguito nelle sue schizoidi gesta al Foro. L'altro però rimane attaccato, sereno e serafico, ben allenato da quella vecchia volpe di Michelino Chang. Mi dico tra me e me, da massimo esperto mondiale di tennis, fica e fallimenti personali: se Bublik vuole portarla a casa deve chiuderla in due set senza lasciarsi trascinare in battaglia, altrimenti l'altro finirà per logorarlo e saltargli salta alla gola. 
E così è, perché il tennis è facile, in fondo. Tien continua a lavorare ai fianchi l'avversario, non butta via una palla, varia, taglia, affetta. Cross mancini strettissimi, da un lato all'altro, unendo all'intelligenza anche una mano assai educata. 
È già forte questo americanino vietnamita. Per essere fortissimo, nel brutale tennis moderno, dovrebbe avere qualche centimetro in più e colpi più pesanti. E il suo sapiente lavoro dà buoni frutti: Bublik si scompone, stanco di correre da un lato all'altro. Si smarrisce, come preventivato, nel logorio della lotta nel pantano, e sotto una pioggerella malinconica. Iniziano i dialoghi col malcapitato allenatore, le smorzate insensate e mal riuscite, solo per scappare dagli scambi a cui quel satanasso con gli occhi a mandorla lo costringe. Sbagliate o recuperate agilmente e chiuse con tocchi pregevoli dal leprotto Learner.
Il match, e non poteva essere altrimenti, diventa a tratti divertente. Una battaglia sotto la pioggia, su un campo pesante colpevole di rallentare le fiondate di Bublik che, perso il secondo, prova eroicamente a restare agganciato nel secondo.
Fa una fatica tremenda, piegato su se stesso, con una panza inquietante e condizione fisica da overdose notturna di cacio e pepe e mezza cassa di ceres. 
Il pallido kazako dagli occhi ridenti e ossessionati, è un personaggio che non si può non amare, ma Tien lentamente prende posto nel mio arido cuore, tra rasoiate mancine e cross diabolici. E un po' spiace vedere lo scomposto tifo romano incapace di rendere onore alla sua prestazione e a un match in cui entrambi producono uno show divertente ed agonisticamente intenso. 
Perché, malgrado gli scettici esperti di tennis D.S. (dopo Sinner), esistono anche queste emozioni tennistiche minori, di gente che uno slam forse non lo vincerà mai, che si possono seguire senza l'ossessione della vittoria, dei record, financo per il semplice piacere di vedere bel tennis. 
Tien, quasi perfetto fino ad allora, si lascia prendere dall'emozione mentre serve per il match. Tre errori con cui rimette in gioco un avversario ormai stravolto dalla fatica e piegato sulle ginocchia. 5-5, pubblico in delirio e rimonta servita a Bublik che invece, preferendo un birrone gelato, declina l'offerta e cede 7-5. 
Tien sorride soddisfatto, come dopo una scampagnata ritemprante tra violette e fiori di lillà. Bublik ride, col proverbiale risolino da pazzo allucinato. Tutto molto bello (cit.). Un altro tennis esiste e soppravvive, incurante di tutto.



martedì 5 maggio 2026

MARTA COSCIALUNGA KOSTYUK, L'ASSOLO DI SINNER





In una mezz'alba nuvolosa di maggio, mi viene in mente un mezzo delirio insensato sul Masters 1000 di Madrid, rimandando il suicidio ad albe più sincere. Torneo da sempre né carne né pesce, di terra veloce, con l'altura e le strambe trovate cromatiche dell'eccentrico Tiriac. Un Federer che danza regale in punta di piedi sulla scivolosa terra azzurra, mentre gli altri annaspano goffi in tutta la loro umana bruttezza. 
La stagione sul rosso, per me resta incentrata su Montecarlo-Roma-Parigi, e la deviazione a Madrid è solo uno scalo noioso. Ma tant'è.
Provo una moderata soddisfazione nel vedere Marta Kostyuk trionfare, senza un motivo reale che vada oltre una dis-umana simpatia a pelle, per ciò che putiniani (e/o) idioti reputano antipatico. Nessun apprezzamento tecnico, perché non svetta certo per soluzioni balistiche che mi facciano sobbalzare dalla seggiola. Neppure estetiche, poiché ormai l'andropausa incipiente mi rende insensibile alla coscia lunga e a quell'insolente capezzolo su ritrose tettine.
L'ancor giovine ucraina (mi pare vada per i 23) mi appariva una delle tante ragazzone che tirano di vanga, afflitte da miopia intermittente, destinata ad una carriera tra la posizione 20 e 50, con picchi d'ispirazione accecata.
A Madrid invece vince con pieno merito un torneo in cui le più forti cadono come pere mature. E lo fa, lei ucraina, con la sadica soddisfazione di infilzare di giustezza due russe. Tale Potapova, che la guardi entrare in campo e pare una étoile del Bolshoi: capelli tirati, fronte alta, espressione da algida russa, collo lungo di elegante cigno. Poi ti basta vederla giocare due minuti e ti appare tragicamente per quello che è: uno scomposto camionista russo che si è scolato due bottiglie di vodka. 
In finale, Marta coscialunga punisce la stellina Andreeva, che alla fine mostra gli adolescenziali occhi da siberiana gonfi di lacrime. Mirra è una che ha tutte le carte in regola per diventare forte, ma dopo il trionfo di Miami lo scorso anno le si sono presentati due problemi: lo sviluppo fisico e la convinzione di essere ormai "arrivata", con sciagurati pensieri già ai record di Djokovic da battere ed altre astrusità. Se qualcuno la farà tornare sulla terra, limando quel carattere da divetta snob, può diventare numero uno.
Marta vince e festeggia facendo una capriola al contrario: critiche. Non dà la mano all'avversaria: critiche. Evita le solite banalità di rito nelle interviste: critiche. Insomma, verso di lei che si comporta in modo normale e logico, è in atto una inspiegabile mostrificazione. Leggo dichiarazioni aberranti, non solo sciroccati commentatori da social graziati da Basaglia e dall'internèt, ma anche rinomati scriventi di tennis da Sinner in poi (divido il mondo in A.S e D.S., ormai). 
Tutti o quasi concordi nel condannare Marta, "perché non si fa così (colà)". "La mano si dà sempre". "L'avversaria è russa ok, ma questo è solo tennis". "Teniamo la guerra fuori dallo sport". Ed altre immani cazzate a buon mercato, degne degli scemi del villaggio, che scrivono dal divano senza avere un missile su per il culo. Sono gli stessi che farebbero una guerra lampo alla Francia per riprendersi la Gioconda. O che cantano "Bella Ciao" pensando si riferisca alla valorosa resistenza degli invasori. 
Vi svelo un segreto: lo sport è vita. Nella vita c'è la guerra. E se un'ucraina gioca a tennis contro avversarie che appoggiano l'invasione del suo paese, ha tutto il diritto di comportarsi come crede. Non stringere la mano mi pare il minimo sindacale. Eppure, qualcuno le dà persino della sionista perché, attraverso un meccanismo psicologico da studiare in qualche centro d'igiene mentale, se si è contro il genogidio iraeliano verso il popolo palestinese, poi non si può essere anche contrari all'invasione russa in ucraina. Perché? Citofonare Basaglia.
Oltre alla mancanza di stringimano premeditato, altri gravissimi reati vengono imputati dalla inflessibile gestapo da social a Kostyuk, Svitolina e co. Anzitutto quello di fare le patriote, però giocano a tennis in giro per il mondo. In altre parole, vorrebbero che andassero a combattere al fronte come Dolgopolov e Stakhovskij. Marta poi posta sui social le immagini di un allenamento a Kiev, con in sottofondo le sirene d'allarme? Eh no, è solo un'esibizionista.
Scrivendo ad alta voce, giungo a capire perché questa ragazzona ucraina mi sta simpatica: riesce a far emergere la feccia di pensiero che sta minando il mondo. Poi, proprio in coda, me ne viene un altro: lo scorso anno si lasciò scappare che, contro avversarie così testosteroniche e muscolose, lei faceva fatica. Come darle torto? Basta vedere le tante tenniste che camminano con passo da cowboy che si è appena fatto l'irsuta barba e mastica tabacco. La critica più illuminata alle sue parole? "Parla lei che è alta 1,80...ihihihi".
E allora capisci che non c'è speranza.
Due parole di numero su Sinner, non di più. Leggerete tanto e meglio, altrove. A me, quando si inizia a parlare solo di record e numeri, le celebrazioni di regime iniziano a stufarmi. Quasi rimpiango quei tempi in cui eravamo felici e non lo sapevamo, quando dopo 5 anni un italiano tornava a vincere un torneo (un 250!): tale Seppi Andreas. Ne scrivevo qui
Allora ci furono  celebrazioni, per Sinner sta già diventando tutto normale, scontato. La gazzetta rosea nei giorni scorsi gli dava poco spazio, impegnata com'era a trattare lo scandalo arbitri del calcio che, per fare un dispetto all'Inter, pare abbiano congiurato in segreto per favorirla. Cose turche. Pare vi fosse anche quel piccolo Napoleone di Furlani talmente terrorizzato all'idea di un Milan casualmente vincente, da fare loro pressioni per favorire i cugini. Tutto fila.
Tornando alle cose serie, Sinner vince il quinto Masters 1000 di fila. In questa primavera di grazia, ha raggiunto un livello di ingiocabilità che io non ricordo di aver mai visto (forse Steffi Graf). Tra deliri di onnipotenza dei piccoli fans e musi storti dei detrattori che parlano di mancanza di avversari, lui se ne fotte e continua a vincere senza mostrare umane fatiche o debolezze. 
Mi limito umilmente a sottolineare che è sempre complicato stabilire quanto gli avversari siano deboli e quanto sia lui a renderli tali. Tolto Alcaraz, che al suo massimo (non sempre) riesce a tenerne il ritmo e a fargli perdere sicurezza variando i colpi, gli altri sono due categorie sotto. Hanno un tennis simile e allo stesso tempo di un livello troppo inferiore per impensierirlo. 
A Madrid, senza Carlitos infortunato, ha fatto fuori in serie i migliori su piazza: il giovane astro nascente Jodar (che si conferma già più pronto di cicciobello Fonseca), Fils, il più in palla del momento, seccato in due rapidi set pur avendo giocando al suo massimo e in finale il solito Zverev (in meno di un'ora, modalità Panzer Steffi). 
Due parole sul tedesco. Ammetto che me ne stavo lì, provando financo a empatizzare con lui. Povero, finalmente, alla nona batosta consecutiva avrà capito che non c'è nessuna congiura contro di lui, che l'Atp non vuole favorire Alcaraz e Sinner. Dai, stavolta ci sarà arrivato. Perché il primo passo verso la guarigione è la consapevolezza. No, niente: "Oggi avrei perso con chiunque". "Se giochi tutti i match in serale, anche la finale doveva giocarsi di sera". 
Non ha un amico, un parente, qualcuno che gli voglia bene e che, preso amorevolmente sotto braccio, gli dica, con tutte le cautele del caso: "Guarda Sasha, noi ti vogliamo un gran bene. Ma se questo gioca così, non lo batti nemmeno se giocate alle 5 di mattina. Andiamo oltre.".


lunedì 13 aprile 2026

MASTERS 1000 MONTECARLO, JANNIK SINNER PIGLIATUTTO - PAGELLE MINIMAL





Si chiude tra refoli di vento bizzoso, il tradizionale torneo d'apertura della stagione sul rosso a Montecarlo. Nel consueto e artefatto scenario di ricchezza nauseabonda, non sono mancati spunti d'interesse, un paio di match interessanti e la finale più attesa, coi due indiscussi mattatori a giocarsi tutto.

Jannik Sinner 9. Torneo quasi perfetto, quarto 1000 di fila, cedendo un solo set. Si riprende con merito il numero uno strappandolo di persona ad Alcaraz sul suo terreno preferito, in una finale senza storia, in parte deludente e rovinata dal vento. Poco da dire, il Sinner da terra, meno missili terra aria e più palle corte e colpi meno piatti, funziona alla grande. Tra le solite critiche degli odiatori e idolatrie demenziali degli influencer (assistere a un suo match leggendo quello che alcune sue fan badanti di ogni età scrivono sui social, è un'esperienza che va vissuta almeno una volta nella vita. È quasi paragonabile al pre morte. Si va dal "Oddio c'è vento! Dai Jannik, vinciamo anche contro le ingiustizie!", "Sto male raghi, si sta toccando la schiena! Sta male cucciolo!"), lui fila dritto per la sua strada. 

Carlos Alcaraz 6-. Stavolta non giochicchia, arriva in finale bello concentrato, ma contro l'altoatesino è in difficoltà sin dall'inizio, nervoso, confuso. Anche quando prova a scappare nel secondo set, tutto sembra casuale e improvvisato. L'atteggiamento è quello arrendevole di chi sa che in questo momento l'altro è più forte. Tolto l'Australian Open, vinto per mancanza di avversari (Zverev tremolante e nonno Nole con i reumatismi), finora un 2026 da dimenticare e qualche interrogativo sull'addio di Ferrero inizia a sorgere.

Alexander Zverev 6. Quello è. Per la terza volta di fila stoppato in modo cruento da Sinner. "Contro di lui se non giochi al massimo non hai speranze". Il problema è che lui non ne ha nemmeno quando gioca al massimo, ma non glielo dite.

Valentin Vacherot 7. Io questo spilungone, secco e maldestro, lo avevo visto di persona in un challenger italico. "Costui un top 100 non lo batte nemmeno a telesina" pensai, con la tracotanza di chi ne sa a pacchi. Poi un'altra volta vidi le sue gesta in un video nel quale si schiantava goffamente, impigliato nella rete come un tonno. Due anni dopo me lo ritrovo tipo Hulk, imponente e muscolato, a vincere il Masters 1000 di Shanghai. A casa sua dimostra di aver raggiunto un livello da top 15. Tutto grinta e roncole da ogni lato, sembra trasformato in un orripilante mix tra Djokovic e Nadal. Il tronco d'abete secolare monegasco si esalta nella lotta, tascinato dalla surreale torcida monegasca (un drappello di una ventina di miliardari giovinatri che roteavano rolex e monili in segno di giubilo) e raggiunge un'incredibile semifinale. Niente può contro Alcaraz ma, temo, lo vedremo ancora.

Alexander Bublik 5. Pensavo di morire prima di vedere un Bublik grigio impiegato del catasto che, per usare le parole di Rino Tommasi, "vince con chi deve vincere e perde con chi deve perdere", senza nemmeno provarci, buttandola in patetica burletta. Imbarazzante contro Alcaraz: gioca 15 minuti e poi 0-9. Che nostalgia per i Gulbis, grandi minchioni, che potevano perdere contro il numero 300 se in giornata di luna storta, ma che poi giocavano col petto in fuori e palle quadrate contro i fab four.

Joao Fonseca 6,5. Dopo le formative scoppole americane subite Sinner e Alcaraz, l'arancina atomica a Montecarlo dimostra che con Zverev può già giocarsela un po' di più. Perde in tre set, perché con quel fisico da Homer Simpson, alla lunga, la criptonite nel braccio non basta più. 

Alex De Minaur 6 politico. Bastonato in modo cruento da Vacherot. Alle tre di notte, mi assale un dubbio ancestrale: cosa mai potrà fare in più questo povero diavolo australiano per migliorare i suoi risultati? Le risposte oscillano tra il "niente", "fare una crasi tra le sue gambe e il braccio di Fonseca" e "ma che cazzo ne so, a quest'ora".

Daniil Medvedev mah. Vedi sotto.

Lorenzo Musetti s.v. Altra vittima dell'invasato monegasco, ancora imbastito e lontano dalla forma migliore.

Gael Monfils 8. Alla carriera. Mai stato tra i miei preferiti, anzi. Innegabile showman che ha saputo essere tra i più divertenti coequipier dei fab four, di cui non ho mai apprezzato l'indole clownesca, pantomime teatrali e finte zoppie. Si regala l'ultimo valzer monegasco, ancora in discreta forma snodabile.

Stan Wawrinka 8. Anche lui, all'ultimo malinconico ballo. Per quel che conta, perde da Baez, una roba che qualche anno fa sarebbe stata impensabile. Qualche smanacciata della casa e un paio di scambi di ferocia antica, che valgono il prezzo del biglietto (ehm, no. Il biglietto di Montecarlo no, perché si dovrebbe fare un mutuo).

Novak Djokovic 9. Un gigante. Ai box per curare la vecchiaia, mentre i giovani virgulti sugli scudi calamitano le attenzioni, battono i suoi record, si giocano il numero uno, lui che fa per attirare l'attenzione? In un'intervista dichiara che continuerà a giocare fino, almeno, al 2028. E via di trafiletti sui giornali. Un po' somiglia a quelle attrici da oscar ormai novantenni che durante le cerimonie recenti degli oscar se ne escono con: "sono pronta a recitare in un prossimo kolossal hollywoodiano, nei panni di una spogliarellista sexy".




Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.