Zverev 9. Alleluja! Gaudemus! Alla fine ce l’ha fatta! Non si può dire che non ci abbia provato anche stavolta a perderla, mettendoci tutto se stesso e ognuno dei suoi tragici marchi di fabbrica da cagon supremo. Ma stavolta era troppo anche per lui. Provate a immaginare se, dopo aver perso in quel modo tremebondo il tie-break del quarto set, dall'altra parte della rete invece del pur encomiabile Cobolli ci fossero stati Sinner, Alcaraz o Musetti (ma pure Rune), per non parlare di Nadal, Federer o Djokovic. Se lo sarebbero sbranato.
Insomma, Sasha vince finalmente uno slam, dimostrando come mai non l'aveva mai vinto e perché lo poteva portare a casa solo in simili, straordinarie, circostanze. Cose che possono capitare una volta ogni dieci anni. Bravo lui a rimanere lì, aspettando l'occasione in cui non ci fosse più nessuno. Poco male, tra qualche anno nessuno guarderà com'è maturato, chi mancava, che non ha battuto nemmeno un top 10. Conterà solo il titolo.
La domanda è lecita, ora: questa vittoria lo sbloccherà oppure mollerà il colpo? E che ne so. Lì seduto, durante la premiazione, ha il volto sollevato di chi è scampato al ricovero coatto in un manicomio navale. Sicuramente si è tolto un macigno, ma Sinner e Alcaraz, sani, fanno un altro mestiere.
Cobolli 8. È altrettanto lecito un interrogativo ancor più demenziale: giocherà un'altra finale slam? E si ritroverà dall'altra parte uno Zverev tremolante? Difficile il primo caso, quasi impossibile il secondo. Tennista di lotta, gambe e cuore, da leprotto impavido, riecheggiante a tratti nostalgici flash dello zappatore Ferrer.
È inferiore a Zverev, ma la finale non la perde per quello. Il gap lo aveva colmato col coraggio, buttandola in bagarre. Perde soprattutto per inesperienza: non puoi pensare di vincere una finale slam da sfavorito regalando il primo set. E soprattutto se non infierisci su un avversario in ginocchio dopo lo sciagurato tie-break del quarto. Lui invece lo lascia rifiatare dieci minuti andando a cambiarsi negli spogliatoi.
Per il resto, il ragazzo continua a farmi simpatia. Forse a Parigi calca un po' la mano nella smania d'ingraziarsi il pubblico, tra retoriche fastidiose e melense dichiarazioni da aspirante nobel alla bontà: la preghiera sulla targa di Nadal (mancava solo gli portasse un mazzo di crisantemi e recitasse un "eterno riposo" di suffragio), i continui richiami al calcio, le lagrime per i ritiri altrui, l'assurda conferenza gomito a gomito con Arnaldi colpito da un virus. Anche meno.
Arnaldi 8-. Vincitore morale, che per gli immorali come me vale meno di una carbonara senza guanciale. Per pura casualità, vedo quasi tutte le quasi 20 ore di battaglie rusticane che questo ragazzo smilzo regala a Parigi, scoprendomi affascinato da tanto eroismo antico. Tutto nervi, corse, indomito e in elettrica trance agonistica. "Flipper", "Beep-beep" o "Alta tensione", devo ancora decidere il suo nickname finale.
Recuperata la salute e messo ordine a un tennis in passato spesso scriteriato, fa fuori Griekspoor (4), Tsitsipas (2-, ormai solo filosofo guru social: il nuovo Gio Evan), Collignon (6,5 bestione d'assalto) , Tiafoe (6) e Berrettini.
Si arrende solo a un virus intestinale. Ecco, qui mi viene un pensiero sconcio: rinchiudersi in un sarcofago e nutrirsi solo di bacche frullate dello Yucatan approvate da un'equipe di quindici luminari nutrizionisti, come fa Djokovic, forse è estremo. Ma andare a cena assieme alla fidanzata (la bellissima salma bionda ammirata sugli spalti) la sera prima di una semifinale slam, mangiando le stesse cose di lei (che una semifinale non deve giocarla), mi pare più esagerato nell'altro verso. Anche questa, è esperienza. La battaglia, condita da epica rimonta, con Tiafoe, rimane la cosa migliore del torneo.
Mensik 7-. Pinnolone alto e secco, con l'incedere di un fallo gigante, sembra appena uscito dalla galleria del vento Pinin Berdych. Sia mai che i cechi progettino un nuovo Stepanek. Lì è più complicato. Questo ragazzo però, è dotato di una plastica, ed esteticamente gradevole, violenza. Gran servizio, superbo rovescio, buona mano anche a rete (di questi tempi osceni, non è poco). Difetta ancora, come il suo mentore, di costanza. Può essere Robocop o Paperino. Battere Sinner, Djokovic o Fonseca giocando un match di abbacinante perfezione balistica e quasi perdere da Navone. O non entrare mai in partita contro Zverev.
Fonseca 6,5. Joao "o animal" si prende la scena recuperando due set a Djokovic, in uno straordinario incontro di boxe tennis, in cui i due si menano senza più guardie che tengano. Poi si conferma contro un osso duro come Ruud (5,5). A tratti mi ricorda la stessa cruenta ignoranza di Wawrinka (sberloni di dritto invece che di rovescio). Esplode colpi brutali, la personalità esonda. Restano i soliti limiti: un fisico ancora da pingue torello e un tennis forse troppo logorante. Ma se questo non vincerà uno slam entro 5 anni, vado in edicola e compro il Fatto Quotidiano. Ps: dissi la stessa cosa di Tsonga (post semi AO 2008) e di Shapovalov 17enne.
Djokovic 6. Arriva a Parigi con l'atteggiamento sornione di chi è lì per vedere cosa succede. Con Alcaraz fuori, dopo il suicidio di Sinner la smette coi patetici balletti, si trasfigura anche fisicamente e pensa che a 39 anni un'occasione simile gliela sta porgendo su un piatto d'argento Gesù bambino. Anche per questo lascia tutto quello che ha in campo contro il giovane bruto brasiliano. Ancora molto, ma non abbastanza. Lo stesso piatto apparecchiato a Wimbledon, forse gli avrebbe dato l'agognato venticinquesimo.
Jodar 6. Anche lui destinato a giocarsi gli slam, in futuro, con quella testolina da ovetto kinder su un fisico da ossuto adolescente cresciuto di colpo. Bollato come Jeffrey Dahmer per la spinta (inesistente) ad una raccattapalle, lascia troppe energie nei primi turni e arriva scarico al quarto contro Zverev. Ma i colpi da top player ci sono, eccome.
Berrettini 6,5. Torneo straordinario per una ritrovata tenuta fisica, che gli permette di battere gentaglia sotto il suo valore. Poi, manco a dirlo, si arrende all'ennesimo acciacco. Al netto degli atavici problemi fisici legati a un tronco da toro e gambe di stambecco, se recupera bene può dire la sua a Wimbledon.
Sinner s.v. Seguo il tennis da tanti anni. Poche volte mi era capitato di vedere un tennista che sta dominando 6-3 6-2 5-1 bloccarsi di colpo e, senza un trauma evidente, diventare incapace di muoversi e fare un punto. Mai però è capitato a un numero uno. Sembra un robot fulminato, andato in corto circuito e fuso dal caldo. Il vero tallone d'Achille dell'italiano è questo. Cosa? Non lo so, devono capirlo loro.
Andreas Seppi 7,5. La tigre caldarense si conferma fuoriclasse assoluto anche al commento. Preciso, puntualità altoatesina, con quel non so che di adorabile surreale. L'aneddoto (o, se vogliamo, parabola) sul puma e le pecore nel suo ranch in Colorado, lo consegna all'empireo.
Auger Aliassime 5. Recenti studi rivelano come la visione di un suo match provochi istinti suicidi maggiori rispetto a chi abita in Islanda nella stagione invernale. Giocatore più noioso del dopoguerra. A Cobolli basta giocargli kikkoni da sinistra e aprirsi il campo sul suo rovescio, per mandarlo in tilt e levargli ogni piano tattico (che uno solo ne ha).
Medvedev 0. Perdere da Walton in 5 set su terra è peggio che soccombere in una sfida dialettica con Selvaggia Lucarelli parlando di letteratura francese, musica, filosofia, ballo, pittura, politica, giurisprudenza, giardinaggio e qualsiasi altra cosa che travalichi il niente.
Donne
Andreeva 9. Forse, dopo anni, abbiamo trovato una numero uno credibile, coi riccioli biondi del demonio e faccia da cartone animato. Anche se ancora non lo è. Un anno dopo la vittoria di Miami, arriva la consacrazione major. Maturata, cresciuta fisicamente e mentalmente, a 19anni. Lascia l'atteggiamento da svampita ragazzina e discutibili occhiali da lolita fatta di allucinogeni al divago fuori campo. Sul rettangolo invece, ha azzerato piagnistei e crisi isteriche. Mirra è una che si muove bene, ha l'intelligenza tennistica di spingere quando serve e nel modo giusto. E, a quanto narrano, gran voglia di migliorarsi. Un solo set ceduto, prima di inanellare una striscia terrificante. Brava anche a gestire il complicato tennis di Chwalinska e l'inizio di finale non facile, con atteggiamento da veterana.
Chwalinska 9. In questo Roland Garros di redenzione, Maja è acqua nel deserto. Anni di Sabalenke, Gauff e Swiatek. Mazzate terrificanti a occhi chiusi, inutili scenate isteriche, psicodrammi, urla belluine. Poi, all'improvviso, sbuca dal nulla questa mancina polacca di 24 anni: piccina, educata, composta, graziosamente femminile e con un talento cristallino.
Parte dalle qualificazioni, affetta quotate avversarie (Zheng, Mertens, Sakkari, Kalinskaya, Shnaider) lasciando un set in 9 match. Tutte confuse, tramortite e avvilite. Incredule che possa esistere qualcuno che giochi così. Mai una palla simile all'altra, mai un colpo non pensato e ragionato: variazioni folli, palle alte, poi basse, liftoni, slice, candeloni nel vento e leziose foglie morte. Attacchi contro tempo e volée. Un grazioso scoiattolo, inafferrabile e dispettoso. Forse dai tempi di Schiavone non si vedeva tanto talento e intelligenza tennistica su un campo da tennis femminile. Senza "ahuiii" e con minore intensità ed esasperazione, certo, ma siamo da quelle parti.
Tanto si è detto in questi giorni, dettagli buoni a intingere la fiaba di cenerella nella melassa. La realtà è che Maja da junior è stata una grande promessa, più dotata della connazionale Swiatek con cui vinse il doppio a Melbourne. Il tennis pro però è un'altra cosa, e mille sono le variabili. Poca potenza, tanti infortuni, la depressione, l'hanno relegata nelle retrovie, rendendola una delle tante promesse inespresse. Tutto fino all'inattesa epifania parigina. A star is born? Solo un exploit isolato? Difficile dirlo. Bello sarebbe se un determinato modo di giocare a tennis tornasse a fare scuola. Ahimè, ad altissimi livelli la vedo soccombere alla maggior potenza delle competitor. Specialmente su superfici diverse dalla terra. Intanto, è stato bello sognare.
Shnaider 7,5. La mancina russa bandanata, semovente e brioso talento ancora non completamente sbocciato, sembra sulla via giusta. Migliorata in difesa e come atteggiamento. Affonda Sabalenka, poi è vittima anche lei delle mefistofeliche trame dell'ape Maja polacca in semifinale.
Kalinskaya 6-. Forse l'occasione della vita per la bambola russa (dal film "la pupées russes"). Scolastica e monocorde, si salva non si sa come nella disturbante battaglia mono neurone a ciapa no con Potapova. Al cospetto di Chwalinska sembra voler chiedere aiuto alle divinità del cielo e all'onnipotente: "Chi è questa? Che sport pratica? È tutto regolare?".
Marta Kostyuk 5,5. Ormai sembra pronta per vincere uno slam. Aveva pure un bel tabellone zeppo di russe da sbranare. Il problema non è aver perso contro una Andreeva ispirata, ma aver iniziato a giocare la semifinale negli ultimi tre games, dopo un set e mezzo in balia dei venti.
Sabalenka 1. Avete presente i film di Bud Spencer e Terence Hill? C'è il cattivo, un bestione con la faccia da demente, che urla, si atteggia, mena cazzotti alla cieca a destra e manca. Terence Hill lo guarda, gli assesta due cazzotti e quello va a terra come un sacco di patate. Ecco, più o meno questo è Beppa Sabalenka, all'ennesima, tragica, dimostrazione d'insipienza. Si fa recuperare da un set sopra e palla del 5-1 nel secondo contro Shnaider, per poi cedere 6-0 al terzo. Ormai è diventata una macchietta. Per avere carisma non basta fare due sgraziati balletti cringe. Per vincere le partite non serve picchiare alla cieca. Per dimostrarsi grande agonista non è sufficiente urlare come un rinoceronte maschio in calore.
Swiatek 2. Seccata da Kostyuk. Grazie a dio, non vedo nemmeno un punto del suo torneo. I bene informati dicono stia lavorando, che vogliono darle un bel dritto arrotato, soluzioni intermedie. Tutto bello. Il problema però, mi sembra la zucca. Ho la soluzione: è amica di Maja Chwalinska. Dovrebbe ingaggiarla come mental coach e compagna di doppio.
Potapova 5,5. Ogni volta che la guardo mi sembra un'algida ed elegante étoile del Bolshoi. Poi però non danza, ma purtroppo gioca a tennis. Tira sgraziate roncole, urlando come una Sharapova con la raucedine, sbaglia e smoccola manco fosse la figlia di Cikatilo in preda a un raptus. Batte Gauff, si percuote da sola contro Kalinskaya. Cose brutte a vedersi.
Muchova 4. Chi ancora crede in un suo slam, dovrebbe farsi curare. Io infatti sono in analisi da tre anni.
Hailey Baptiste s.v. Questo sport sa essere crudele. Lanciatissima, con un tennis che è pura adrenalina d'attacco, in questo Roland Garros di rinascita del bel giuoco si sarebbe ritagliata il suo spazio. Invece si rompe i legamenti. Fuori sei mesi.
Gauff 4,5. La solita podista senza braccio, che vaga confusa per il campo chiedendosi se gioca a baseball, a cricket o se forse è meglio qualificarsi per i 400mt alle Olimpiadi di Los Angeles.









