Tennis e Psiche
Di racchette, palline ed altre cazzate. Minimali vaniloqui e rutti stocastici.
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sabato 21 marzo 2026
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lunedì 2 febbraio 2026
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lunedì 14 luglio 2025
JANNIK SINNER, UN ITALIANO SUL TRONO DI WIMBLEDON
Il sogno più improbabile e irrealizzabile, quello di Fantozzi che riceve la coppa di Wimbledon dalla Duchessa di Kent in un centrale di Wimbledon impazzito di gioia. Anni ad immaginare una scena così eccitante, accontentandoci qualche fiammata nei primi turni. Un Paolino Canè che porta Ivan Lendl al quinto, le sibilanti bordate a due allora di Seppi, qualche istrionismo di Fognini che si diverte perdendo con Federer. E, aspettando il miracolo dal cielo, la duchessa di Kent, se viva, sarà arrivata a 106 anni, mentre la Regina madre ha regalmente tirato le cuoia. Tocca quindi alla giovane principessa del Galles Kate premiare il primo italiano a trionfare sui sacri prati: al secolo, Jannik Sinner (voto 9,5. Il 10 è vietato).
È il numero uno da mesi, è alla quarta finale consecutiva di slam, ne ha già vinti tre e deve ancora compiere 24 anni. Eppure, siamo un paese che non riesce a godere e meritarsi i propri rari fenomeni. I soliti pallonari e influencer strappati al calcio già si mostravano perplessi dopo la rocambolesca sconfitta di Parigi “Questo non tiene carattere! È un perdente! Come si fa a perdere avanti di due goal a zero? E poi, come li ha tirati i rigori nel super coso lì del break super?”). Sulla rosea carta da culo poi, dopo i primi turni dominati a Wimbledon, si auspicava che il nostro non le vincesse tutte così facilmente, per non annoiare il pubblico. Che facesse un po’ di wrestling alla Hulk Hogan, insomma. Il livello è questo. Ma è un orrore a tutto tondo, questo tennis divenuto nazional popolare: Feroci polemiche social sul duo di commentatori Sky (Pero e Bertolucci, bravi), rei di non tifare troppo, non metterci quello spirito patriottico di cui si ha bisogno. Auspicano, i subumani, anche nel tennis quella tragica e patetica telecronaca partigiana in stile Bergomi/Caressa (con tanto di enfatica introduzione cringe) quando giuoca e perde le finali la loro beneamata. Sospiri, urla, silenzi tombali sui gol dell’avversaria (quasi tutti in fuorigioco o fortunosi). Questi due invece, si esaltano quando Alcaraz fa un punto da fenomeno: incoscienti, anti italiani, quasi disertori. Questa è l’unica colpa di Sinner: aver portato il tennis sulla bocca dei cretini, che ne devono cianciare per forza col cipiglio di chi ne sa a pacchi. Tifare questo tale vecchio (come si chiama, Fognini?) perché ci levi dalle balle Alcaraz.
Si arrivava dunque a Londra con i normali dubbi e incertezze di noi mortali. Avrà accusato il colpo, pensa lo sprovveduto spettatore. Niente di più sbagliato. È come non fosse successo nulla. Invece di stare lì a pensarci giorno e notte, maledire se stesso, il mondo e il tennis, annegare la delusione guardando Temptation Island o drogandosi, si dice: ok, ora vediamo cosa fare per battere questo satanasso sull’erba. A Londra domina avversari, è baciato dalla fortuna contro Dimitrov, demolisce i recalcitranti resti di Djokovic in semifinale.
Ma anche in finale, accade qualcosa che avrebbe spento in molti. L’incubo che ritorna: Carlitos il satanasso, sotto 2-4, si produce nei soliti 4 games di delirante follia tennistica e vince il primo set 6-4. Vuoi vedere che l'imperturbabile alieno rosso accuserà il colpo? Anche qui, previsioni cannate. Sinner si mette lì a testa bassa, prende il centro del campo e inizia a martellare, senza strafare, ma non arretrarando di un centimetro. Comanda il gioco e non dà modo allo spagnolo di orchestrare le sue mirabilie irrazionali. Nemmeno quelle tre o quattro fiammate di creatività inarrestabile che di solito gli servono per vincere i match in volata. Non gliene dà modo. Sinner vince di testa e di tennis, gioca da campione i punti importanti e finisce per trionfare laddove non era riuscito nessun italiano. Questo è. Tutto il resto è fuffa.
Alcaraz 7,5. Prima ancora che venissero fuori le storie sui party, la bella vita notturna e le donne, vi avevo rivelato in anteprima la causa del suo intoppo momentaneo: la figa. Come conosco i miei polli io, nessuno mai. L’altro problema poi è la noia che gli procurano tornei di basso livello e avversari mediocri. Non è spocchia o arroganza, la sua. È fatto così. Insopportabili ditini all’orecchio da spezzarglieli come un togo, urla da montone di Pamplona alla carica, smanicati da tamarro a Ibiza e un fisico da atleta di lotta greco romana, porterebbero chiunque a tifargli contro. È disarmonia pura verso il tennis. Poi vedi quello che fa con la racchetta, e non puoi non adorarlo. Sinner è un fuoriclasse, fa cose che altri non riescono a fare. Lui invece vede e fa magie che nessun altro riesce nemmeno a pensare, figuriamoci a fare. Sinner si è costruito negli anni. Lui era così già a 18, anche fisicamente. Inutile, dannoso, cercare di inquadrarlo in schemi fissi. Deve essere libero di creare, fare quello che gli dice il capoccione brachicefalo un'istante prima. Non sarà mai un cannibale dominatore assoluto ma il più forte di tutti, se ispirato. A Londra paga la troppa sicurezza datagli dal successo parigino. Pensava di aver dato forse la spallata decisiva all’avversario. Di sicuro non si aspettava un Sinner così aggressivo, capace di togliergli fiato e spazio, impedendogli anche le proverbiali folate di tennis ingiocabile.
Djokovic 7. Ha fatto cento in un torneo dopolavoristico (deo gratias), resta l’ossessione per lo slam 25. Lo ha capito e detto a che lui (hurrà): invecchia, come tutti. Con Sinner ormai non vincerebbe più nemmeno a tamburello su una spiaggia caraibica col nostro bendato e ubriaco, tantomeno fingendo il solito infortunio da vecchiaia. Idem con Alcaraz. È però ancora il più forte tra tutti gli altri. In semifinale slam ci arriva. Ed ha intenzione di continuare, hai visto mai che a Sinner venga un raffreddore da fieno o Alcaraz faccia un mega festino fino alle 7 di mattina con 25 donne, prima della finale. Non si sa mai. Lui si chiude in un sarcofago e almeno fino all’anno prossimo ci riproverà. Non si può però trascurare il suo box, che è pura avanguardia. Alla sempre composta moglie si sono aggiunti i due pargoli, tra cui uno che fa semplicemente terrore. Sembra Nole biondo in miniatura, già invasato e con gli occhi iniettati di sangue fuori dalle orbite. Ma creare nei campi da tennis, come nei centri commerciali, un angolo dove lasciare i bambini a giocare tra i palloncini, no?
Dimitrov 8. Vincitore morale, un titolo che fa ancora più tristezza di questo magnifico tennista malinconicamente perdente. Gioca meglio ora a 35 anni che a 25, ma il fisico non regge. Vecchio, rattoppato, deliziosamente vintage, sciorina due set da lustrarsi gli occhi contro un Sinner depotenziato dal dolore al gomito dopo una rovinosa caduta. Poi il pettorale si strappa. Consolatoria per i suoi tifosi e chi lo conosce bene, è la consapevolezza che l’avrebbe comunque persa al quinto, con grande eroismo.
Taylor Fritz 6,5. Una delle tante vittime finite in analisi, per colpa di Sinner. Dopo dieci mesi dalla sconfitta in finale a New York, sembra dare segnali di ripresa mentale. Arriva in semifinale, poi lo senti straparlare e prendi atto che no, ancora non si è riavuto. Si dice convinto di poter battere Alcaraz, tra lo sgomento generale di chi lo guarda temendo abbia dimenticato di prendere le goccine. Non contento, rincara la dose, tutto serio: se gioco come oggi nei primi due set, non vedo cosa possa fare Alcaraz. E qui qualcuno chiama un’ambulanza d’urgenza. Perde con onore dallo spagnolo, dice di preferire Sinner perché è più prevedibile. Cioè, ci perde in modo prevedibile. Mentre Alcaraz gli dà fastidio perché lo batte in modo imprevedibile. L’abuso di siliconi nel suo box plastificato, deve avergli danneggiato i neuroni, soffocato le sinapsi.
Flavio Cobolli 7+. Lo vidi qualche anno fa al Foro. Mi sembrò uno dei tanti. Poco appariscente, nessun colpo, servizio da challenger. Solo un buon carattere, gambe eccellenti e una tigna che, azzardai con gran sicurezza, potrà permettergli financo di entrare negli slam. Se qualcuno mi avesse detto che dopo tre anni avrebbe giocato quasi alla pari un quarto a Wimbledon contro Djokovic, avrei chiesto un Tso immediato per lui. È bravo ed encomiabile, migliorato in tutto, ha l’atteggiamento giusto. La cosa che più mi colpisce è la consapevolezza dei suoi limiti e la conseguente capacità di giocare senza pressione. L’erba, tra tutte, sembrava la superficie meno congeniale al suo tennis, ma partita dopo partita impara a muoversi come un leprotto. Un tempo per essere competitivi sull’erba bisognava saper giocare le volée come Edberg, oggi basta “sapersi muovere bene”. Bravo, comunque.
Alexander Zverev 5. Altro flop fragoroso. Non deve essere facile capire di aver perso il treno e che ora ci sono due marziani inarrivabili. Se non sei Djokovic, vai fuori di testa e non riesci nemmeno ad arrivare ai quarti/semi per vedere cosa succede. Si mette a nudo, ammette di sentirsi solo. Come suggerito da Becker, urge una vacanza per tornare quello di prima. Che, comunque, non sarà mai abbastanza per vincere uno slam.
Stefanos Tsitsipas 4. Ormai andato. Mollato anche da Badosa. A pezzi mentalmente e fisicamente. Ivanisevic ha capito di essersi imbarcato in una causa senza speranze e prova il metodo d’urto, dicendo di essere più in forma lui a 50 anni e senza un ginocchio. Basterà? Non credo, avrà già messo il broncio.
Danil Medvedev 4. La finale di Halle è stata illusoria. Perde, male, da un Bonzi qualsiasi al primo turno. Senza nemmeno riuscire a litigare con qualcuno, tranne un moscone. Perso, almeno a grandi livelli.
Jack Draper 4-. Doveva essere il suo torneo. Il principale antagonista dei due mostri lì davanti. Mandato a scuola dal redivivo Frankenstein Cilic (7). Rimandato.
Fabio Fognini 7. Il destino fa strani scherzi. Chi non ricorda il Fabio bizzoso terricolo che auspicava una bomba sui campi di Wimbledon, rei di offrirgli rimbalzi irregolari? In età senile invece, scopre di poterci giocare, e anche molto bene. Che con la sua mano quei rimbalzi può domarli meglio di tanti altri. Dopo il bel torneo dello scorso anno, avrebbe potuto passare qualche turno anche quest’anno, ma il sorteggio ha in serbo per lui il più bel regalo: un magnifico primo turno da circo Togni con Alcaraz, le foche, i nani e le ballerine. Cinque set di tennis gradevole, in punta di fioretto, con la platea del centre court in estasi e un match di commiato al tennis che nemmeno nei sogni più arditi. Giusto premio per chi, quando gli attuali tempi di pantagruelismo sinnerista erano jn miraggio, ha portato la croce nei tempi di vacche magre.
Wta 2. In passato ho seguito con molto interesse il tennis femminile, quasi lo stesso con cui seguivo il maschile. Talvolta anche maggiore. Ma cosa vuoi dire di un torneo come quello appena concluso? Davvero qualcuno pensa ancora che una finale Swiatek-Anisimova con doppio bagel in 58 minuti, valga quattro set di Sinner–Alcaraz? Che qualcuno paghi lo stesso prezzo per entrambe le finali e che sia giusto che i protagonisti guadagnino le stesse somme? Ormai la differenza tra tennis maschile e femminile è avviata a diventare tragicamente simile a quella che intercorre tra calcio maschile e femminile. La differenza la fa giocare in contemporanea, sugli stessi campi. Per questa posizione potrei essere fucilato in pubblica piazza da due erinni ed Elodie, con l’accusa di maschilismo patriarcale, ma poco importa.
martedì 3 giugno 2025
Bublik, un istrione a Parigi
Avevo deciso di pubblicare una cosetta strappa storia lagrime su Gasquet ma, travolto dagli inquietanti eventi d'attualità, mi trovo costretto a cambiare argomento. Che fosse la giornata dei fenomeni paranormali lo avevo iniziato ad intuire guardando qualche scampolo di tale Lois Boisson opposta a Jessica Pegula, sullo Chatrier. La ventiduenne e muscolata francese numero 361 al mondo (una che faticherebbe a superare due turni a Pula) coi gamboni da Sebino Nela e cromosomi xyzs che sembrano mischiati a caso, sta facendo impazzire la maestrina numero 3 delle classifiche. Come ci riesce? Non credo sia per il terrificante afrore che (pare) emani, e che qualche settimana fa spinse una sua avversaria debole di stomaco a chiedere all'arbitro l'utilizzo di un deodorante. Non ha il rovescio, si sposta come una marionetta sul dritto, scentrando malamente. Poi stecca persino un servizio. Cose che si possono vedere solo in un circolo tra anziane signore. Ha solo il servizio ad uscire da sinistra, il drittone carico e una discreta smorzata. Come può la numero tre al mondo, pur invereconda, non chiudere 6-1 6-2, semplicemente tenedola sul lato del rovescio? Invece finisce per perdere 6-4 al terzo, dopo una serie di inenarrabili obbrobri tennistici. Brava/o Lois, ma contro una giocatrice di tennis vera come Mirra Andreeva non raccatterà più di tre games. Buttateci la casa su under 15,5 games. Sotto i ponti c'è posto.
Un sincero plauso ai commentatori Wta, che (temo) assumano massicce dosi di stimolanti equini per tenersi svegli durante il 99% dei match, ma c'è anche del buono nel tennis femminile. Resto folgorato, colto da innamoramento improvviso, osservando Hailey Baptiste opposta alla campionessa degli Australian Open Medison Keys. Questa corpulenta americanona simile a una gettatrice del peso haitiana, con la catena al collo da rapper di Harleem, esplode colpi inusitati. Gioca come un uomo (che gioca bene - si omette sempre tale infinitesimale dettaglio nel citare questa orrida frase fatta -). Con flemma, facilità disarmante e classe cristallina. Anche lei come Boisson ha cromosomi buttati a caso e che fanno a cazzotti, ma che spettacolo sior siori: Accelerazioni, attacchi controtempo, voleé, demivoleé. Prodigi e ingenuità da ventenne (anche se ne dimostra 47). Perde in due set, perché l'altra è più solida.
Giusto in tempo per il clou di giornata: Aleksandr Bublik opposto a Jack Draper. Il funambolo russo kazako, arrivato sorprendentemente alla seconda settimana, godeva di pochissimi considerazione da parte di esperti e book (a 9,50, manco fosse Carballes contro Sinner). Miscredenti che non avevano annusato nell'aere parigina questo stordente profumo di fiori marci e droghe sintetiche. Non avevano visto due settimane fa Sasha aizzare le folle romane come un gladiatore anemico, vincere poi in scioltezza il challenger di Torino. Sarà sfuggita ai più anche la sua prodigiosa (e oscenamente concreta) prima settimana parigina, condita da rimonta e vittoria al quinto contro De Minaur. A molti mancherà anche un piccolo dettaglio: Sasha non è come gli altri, è atipico, spesso gigioneggia, schiavo del bel punto più che della vittoria. Lo sappiamo. Vincere è quasi un dettaglio trascurabile, contorno di uno spettacolo da offrire al pubblico, che ogni volta lo ripaga eleggendolo beniamino assoluto. Gode per quello, mica per la vittoria. Ha il talento per essere un top, ma non è un top, non pensa come un top, non si allena come un top. Metti Djokovic con lo stile di vita e filosofia naif di Sasha e lo ritroveresti ubriaco di vodka in un circolo di Belgrado, che racconta agli avvinazzati al suo tavolo di quando fece il best ranking: 372. Tutto vero, è così. Ma lui pensa di essere normale. Sono gli altri, gli anormali. Quelli che si allenano come muli da soma, muggiscono come montoni, esultano e agitano i pugni invasati, tipo Zapata Miralles, disse una volta. Ogni tanto però, trova la sua settimana bianca di ispirazione ancestrale. Stavolta lo fa in grande stile, in uno slam. Ha la faccia della tigre, ispirato, si è allenato giocando partite (match in sequenza tra Roma, Torino e Parigi), concentratissimo.
Gioca un primo set di grande intensità, ma cede 7-5. Draper scappa avanti di un break anche nel secondo. E adesso nessuno, nemmeno il più accecato tra gli svitati adepti fan del russo kazako, si sarebbe aspettato più di un 3-0, magari condito da qualche giochino di prestigio fine a se stesso per compiacere il pubblico, espressioni stralunate, sorrisetti da Jack Torrance. Invece, ecco la magia: Bublik si è messo in quella testa matta di giocare a tennis per vincere. Nessun servizio da sotto, ma rasoiate di dritto e rovescio, lampi e saette, bordate e carezze, graniuole di vincenti e melliflue smorzate, improvvise e non compulsivamente fini a se stesse. Draper, che pure è un bel cavallone da corsa e merita di stare in top 5, scompare. Il suo pur buon talento appare pochissima cosa rispetto al genio abbagliante di questo fenomeno sceso da Marte, con gli occhi da pazzo e barbetta caprina. In un lampo si ritrova 6/3 6/2 5/4. Solo a Parigi poteva trovare una simile ispirazione, sulle note de "L'Istrione" di Aznavour. C'è solo il tempo per il thrilling finale. Giusto per ricordarci che è sempre Bublik, e che potrebbe tranquillamente perderla alla sua maniera. Serve per il match. Game infinito, miracolo di Draper, voleé che gli muore sulle corde. Palle break, seconde tirate più forte della prima, doppi falli. Lo guardi bianco come un cencio, spiritato, e temi possa tornare il Bublik di sempre, quello delle sconfitte romantiche, un po' ironiche e tragiche. Invece la fiaba surreale ha un lieto fine. Ace, voleé a campo aperto e dritto vincente. "La più bella giornata della mia vita", dirà commosso. Pubblico in estasi. Ovazioni come se avesse vinto il torneo. Lacrime. Prima di riprendersi e darsi un contegno: "Ho ancora un'altra partita". Sinner è avvisato.
Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.








