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mercoledì 27 maggio 2026

SPRAZZI DI ROLAND GARROS 2026: IL GIORNO DEI LUNGHI ADDII. SALUTANO WAWRINKA E MONFILS





Il calcio è diventato uno sport cretino. O, come direbbe Maccio, uno sport male. Non guardo una partita intera di pallone da quando giocava ancora Seedorf. Sarà stato il 2006, nello stadio, durante una partita che stenta a decollare, monta un crescente malumore. Gli sparuti ululati di disappunto diventano gragnuola di fischi man mano che il match si allunga. Clarenzio, subissato più di tutti per quell’aria di superiore svogliatezza, non se ne cura. Anzi, chiede ai compagni più inesperti e impressionabili di dargli la palla, che ci pensa lui. La vuole sempre nei piedi. Continua a trotterellare con quell’aria da gaggio, incurante di cotanta volgare ignoranza. Testa alta e petto in fuori, con chiapponi e piedi di piombo ben piantati nell’erba dipinta, all’improvviso si accende. Ondeggia, due dribbling, una finta col sopracciglio, un altro dribbling danzante, e una staffilata, secca e potente, precisa e implacabile, che va ad insaccarsi nel sette. E i fischi di chi non capisce niente, diventavano ovazione di dieci minuti. 
Ecco, il calcio per me era quello. E lì mi sono fermato. Trovo insopportabili e al limite del grottesco i deliri quotidiani di novelli scienziati adanisti di fisica quantistica e balistica termo nucleare applicata alla masturbazione a due mani, che vogliono fare di questo sport pedatorio la quintessenza del mondo. 
Il calcio invece è facile. Per vincere hai due possibilità: avere i grandi giocatori e un allenatore con le palle in grado di gestirli, oppure una squadra di buoni giocatori funzionali agli schemi di un allenatore innovativo. Il Milan fallisce perché non ha né l’uno, né l’altro, ma un allenatore gestore chiamato a gestire giocatori scarsi, ma scarsi veri. Il calcio, come diceva il poeta, è come la fica: se vuoi conquistare una bella donna, devi essere molto bello e affascinante oppure pieno di soldi. Se invece sei brutto come i debiti e fai il grattacheccaro, ti restano solo le pugnette.
Ma in questo sito si ciancia di tennis. A Parigi si tirano i primi colpi in un clima di caldo infernale, che sta rendendo il tennis uno sport estremo. Si salva Casper Ruud, letteralmente stramazzato nel terzo e quarto set come un salmone lessato, con lo sguardo perso nel vuoto. Si teme addirittura che possa spirare lì sul campo, in modo eroico. Safiullin, che pure è un bel talento col fisico da impiegato postale, non ne approfitta fino in fondo e il buon Casper, miracolosamente resuscitato come Lazzaro, la spunta al quinto set. Sopravvive pure Auger-Aliassime, al super tie-break, contro il focoso crucco Altmaier. Ma pensare al canadese testa di serie numero 4 in uno slam, mi fa riflettere sul fatto che presto moriremo tutti. 
Non ce la fa invece Medvedev, che a Parigi mostra sempre il peggio di sé. Svogliato, ingobbito, nemmeno in grado di lanciarsi la palla, come un giocatore da circolo che ha fretta di andarsi a fare un goccino di Prunella Ballor al bar. Prima o poi, la moglie Daria sarà internata o rinuncerà alla potestà genitoriale. Cede, nel solito anemozionale sali-scendi da cinque set, contro il modesto Walton, ancor più poca roba su terra. Ve li ricordate i canguri erbivori da serve&volley? Ora si sono evoluti in regolari geometri cementizi, senza picchi o colpi particolari.
Per il resto, poche altre cose degne di nota in queste prime giornate: il francese Gea che per poco non si caga addosso in campo e lo stallone italiano Berrettini che torna a Parigi dopo 5 anni (cinque) di forfait per infortunio: vince e non si rompe, il che è una notizia. Rafa Jodar, a mio umile avviso l’unico che può (pensare di) vincere (un set) contro uno Ja Sinner al 60%, va come un treno. Leggo da qualche parte una manicomiale polemica su “è come Shapovalov o no”. E vabbè, Basaglia, sempre lui. 
A proposito di Sinner, essendoci poco da dire su come bastona una giovane wild card locale, monta la feroce polemica sull’outfit. Orde di talebane sinneriste in crisi ormonale (ma anche cinquantentenni/sessanteni maschi infrociti di colpo), sono imbufalite per l'outfit scelto da Nike: non lo valorizza! Ho la soluzione: scambiarsi il vestito con quello di Naomi Osaka, conciata come una sbrilluccicante ballerina di Ballando con le stelle edizione 2068. 
Nonno Nole ha esordito bene contro il “pinnolone” Mpetshi-Perricard. Soffre ma vince, quindi nessun acciacco di vecchiaia. Anzi, da grande showman, balla per divertire la figlia. Guillermo Mariotto andrebbe in estasi. Buon esordio del ragazzino francese Kouamé (uno dei 706 potenziali goat del tremila), per quanto la mummia Cilic possa essere avversario attendibile. 
Grandi perdite anche per chi ama il Circo Medrano. Moutet cede in cinque set a Djokovic di Temù (Svrcina). Recupera un break di svantaggio nel quinto, pubblico in delirio, e lui che fa? Doppio fallo con seconda di servizio da sotto, tre pallacce alla cazzo di cane, e l’altro a braccia levate (imitando Nole anche nell’esultanza). L’essenza di Moutet, è tutta lì, l’idiota (non di Dostoevskij). Prevedibile sconfitta di Bublik, in condizioni psicofisiche da turista nordico avvinazzato a Panarea, contro Struff, bucaniere attempato che negli slam è una brutta bestia. 
Alla fine, primi turni dedicati soprattutto ai grandi addii. Saluta il baraccone Stan The Man Wawrinka. Un addio meno epico di quello australiano, ma sempre dignitoso e vero. Perché a 41 anni è ancora in grado di giocarsela con metà della gentaglia in tabellone. Il solido De Jong, che ha un inquietante cipiglio da giovane tedesco degli anni ‘30, non si commuove e vince in quattro. 
Leggo, tra le solite nauseanti retoriche di rito, una che dice più o meno “Il campione umano nel tempo degli extraterrestri”. Che potrebbe anche starci a livello globale. Però, quell’uomo lì con le rughe a impreziosire i tradizionali brufoli, ha vinto tre slam non perché i famigerati extraterrestri non c’erano, ma battendoli a suon di sberle poderose e dimostrando di poterli battere, gli extraterrestri. Violento, carnale, gladiatorio, mancherà al circuito.
Ai saluti finali anche Gael Monfils, il trapezista di caucciù aveva avuto in sorte l’avversario ideale (per vincere e divertire), tale Hugo (Iugò) Gaston, mezza porzione di francese mancino, una specie di Moutet ancora più integralista e da catasto. Uno che su quattro punti, gioca cinque palle corte come se imbraracciasse una fionda invece che una racchetta. Gael riesce a recuperare due set di svantaggio, poi al quinto cede di schianto, con le gambe tagliate dalle continue smorzate dell’elfo mancino, sparacchiando (vado ad occhio) sparacchiando 33 errori gratuiti su 35. 
Comunque la si pensi, e in una valutazione scevra da antipatie (mi è sempre stato sulle balle non tanto per il tennis, quanto per le sceneggiate da scarso attore d’avanspettacolo), va via un personaggio importante del circuito. Essendo attore, era uno che in campo poteva interpretare molti ruoli: il pallettarone, picchiare come un fabbro, fare serve&volley, il difensore di gomma recuperando tutto steso sui teloni, fare palle corte, l’acrobata spettacolare da smash in terzo tempo. Nel periodo migliore come risultati, ha interpretato bene quello di pallettaro-difensore. È stato forte, per esserlo ancora di più doveva avere un’altra testa e capire quando e come usare le armi a sua disposizione, e non a caso.




lunedì 18 maggio 2026

IINTERNAZIONALI DI ROMA 2026, PAGELLE AL CAR WASH - SINNER SENZA LIMITI









Fulminee e fulminate pagelle, partorite sgargarozzando una coca cola zero (sono ormai astemio) in attesa che un omuncolo cingalese dall’aria circospetta, improvvisatosi filosofo, finisca il suo lavoro al car wash e la smetta di giudicarmi per via della sozzura dell'auto da artista naif malato di tisi e aspirante al suicidio: “Le machìna è come la persona se deve truccare un po' eh. Da quanto tempo non la lava, dottò?”, e risolino subumano. “Dal 2017, e allora?”

Jannik Sinner 9. Roma ha il suo Imperatore 50 anni dopo Panattone. Un autentico gladiatore al contrario, che invece di musiche epiche e la rude figura muscolata di Russel Crowe, ha le fattezze di un serafico ragazzo esangue e sfilato, che tira mazzate terrificanti con algido distacco e sulle note di una martellante techno. Che il tipo sia un fenomeno, mi pare acclarato. Forse ancora non ci si rende conto che questo miracolo sia nato in Italia. A 24 anni continua a polverizzare i record dei fab four, tutti i Masters 1000 già vinti, sesto vinto consecutivamente (ormai li chiameranno Sinneriadi), 33 vittorie di fila, etc. E nemmeno lui sa dove può arrivare. Destinazione Parigi. Sul torneo, poco da dire. Solo Medvedev, e una crisi nel secondo set, mettono quel brivido d’imprevisto all’ennesimo assolo lunare. Per il resto, tutto perfetto, annessa premiazione col presidente Mattarella divertito e dal sorrisetto perculante, Panatta a cedere lo scettro 50 anni dopo. Mancava solo il Papa (ma chi è oggi il Papa?). Binaghi ne assume le veci. Mai avuto troppo in simpatia per quell’aria dittatoriale, ma: organizza un torneo da record d’incassi, vince l’italiano numero uno al mondo, il doppio lo porta a casa una coppia italiana, si diverte a ridicolizzare quella farsa che è diventato il calcio. Giù il cappello.

Casper Ruud 8. Uno ce la mette tutta per scrivere qualcosa di negativo, magari riferito a quel suo noioso tennis da barbiturici, ma come si fa? Lui rifugge l’odio. Un signore autentico, dentro e fuori dal campo. Non è un fenomeno (però tre finali slam vorrei vedere quanti possono contarle), ma sta lì con la voglia di migliorarsi e senza l’arroganza di chi si sente un fenomeno accampando scuse puerili e grottesche (no, non sto parlando di un tedesco alto-alto con criniera leonina).

Luciano Darderi 7,5. Solo una decina di anni fa staremmo celebrando questa semifinale e la quasi top ten del simpatico ragazzone oriundo della Pampa come qualcosa di epico e irripetibile. Invece oggi suona come un diversivo, il divertente contorno del top 20 e numero 4 d’italia. Darderi gioca un torneo imperiale, come i terraioli argentini d’altri tempi, tutto grinta, caffè borghetti, muscoli e corsa. Batte Zverev annullando match point, si ripete con l’emergente Jodar. Poi non ne ha più contro Ruud, ma monetizza con entrata da guappo inforcando un occhiale tamarro. Ecco, proprio questo evento ha suscitato furenti critiche da parte degli infaticabili scemi del villaggio cosparsi di ciprie e retorici moralismi d’accatto. Luciano, talmente preso da quella pagliacciata, si scorda infatti di entrare mano nella mano con la bambina, come prevede il cerimoniale. Un poveracciata, ma niente più. Invece giù critiche feroci, urla, insulti. Si aspetta una melensa invettiva di Gramellini e sonor bastonata di Vespa. Nel frattempo un potenziale omicida era negli studi televisivi, accolto da applausi scroscianti. Questa è l’Italia del D.S. (Dopo Sinner), in cui tutti si sentono autorizzati a scriver fregnacce su uno sport che non conoscono, come fini moralizzatori della ceppa. Che poi, Hitler, Stalin e i serial killer più efferati si facevano fotografare con bambini e animali pucciosi per sembrare buoni, erano buoni? E una persona minimamente sana di mente può pensare che Darderi l'abbia fatto di proposito?

Medvedev 7. Il torneo, per me, lo ha vinto nel sottopassaggio prima dell’ingresso in campo contro un Agustin Tirante convinto di essere Rambo. Fermo, immobile, con un sorrisetto stralunato, lo osserva manco fosse una bestia rara, mentre tutto convinto e sovraeccitato si dimena. Corre, si allunga e sbuffa, si incita. E il Danilo pensiero sarà: ma dove pensa di andare questo essere ridicolo? Tutto ciò è oltre il cringe. Glielo hanno spiegato che è una partita di tennis e non la guerra nelle steppe bolsceviche? Entrano in campo e lo sistema in poco più di un’ora con due o tre sberle. Per il resto, buon torneo e quasi un’ora di Medvedev vero nella semifinale, in cui come una piovra sbilenca prova ad approfittare di un Sinner in difficoltà. Ci perde ugualmente, perché il rosso fa un altro mestiere, ma tra tutti questi zombie rassegnati sembra quello con meno timori reverenziali.

Musetti s.v. Ancora tradito dal fisico, che qualche menagramo aveva indicato come suo punto di forza (“ha muscoli e fisico d’acciaio il nostro Lollo - ma è vostro fratello, che lo chiamate Lollo? -, non si fa male praticamente mai! MAI!”). Piange il cuore, perché davvero un tennis così laborioso, pensato e tecnicamente bello a vedersi, meriterebbe di essere fisso nei primi 5.

Cobolli 6-. Vince col pokemon svenevole Terenzio Atmane, cede a Tirante in un sfida da cagnacci. Forse perché sente la tensione di giocare in casa. Si rifà con la vittoria della Roma nel derby e a Parigi darà battaglia.

Landaluce 7. Devo fare pubblica ammenda. Ammetto che, visto altrove, non mi era sembrato possedere niente di straordinario o che mi facesse “rigirà l’occhi”. E manco stavolta, però a Roma mostra a tratti un bel tennis, di una certa completezza scolastica persino a rete. Resto convinto che Jodar abbia più potenzialità ad altissimi livelli, ma questo allampanato rossiccio di Spagna cresce a vista d’occhio.

Jodar 5,5. Dopo le mirabilie mostrate a Barcellona e Madrid, era lecito aspettarsi di più. Non tanto per il pur buon quarto, ma perché con Darderi partiva favorito. Invece crolla miseramente nella surreale notte romana, fredda, umida e avvolta dalle nebbie dei selvaggi pallonari. Per il resto, una facilità di sparo che balza all’occhio e colpi che sono saette.

Bublik 5. Al Foro è beniamino assoluto. Anche a lui l’Italia piace talmente tanto che scende in campo con una panza da overdose di pajata, cacio e pepe e matriciana. Bagnati da ettolitri di birra. Dopo l’annata da professionista quasi esemplare e top ten raggiunta, è nella fase “riposo dei giusti”. Diverte, e questo si sa, ma completamente senza fiato, finisce per soccombere come un totano annaspante, irretito alla distanza dalle velenose parabole mancine del vietcong Learner Tien (6,5).

Zverev 4. Perde, con match point a favore, contro Darderi. Poi se la prende coi rimbalzi irregolari dei campi (il chè è anche vero, ma faceva schifo per tutti). Una volta l’orario, l’altra il caldo, le superfici, il vento, la programmazione, le palline. Ora i campi brutti. Pietà. Fatelo giocare contro un muro, e direbbe che il muro sta barando.

Rublev 6. Aveva diciotto anni quando vidi per la prima volta dal vivo questo russo dai tanti capelli rossicci, agitato e isterico. Ma i colpi erano importanti. Si piazzava al centro del campo e menava le danze manco fosse un piccolo Agassi sovietico depotenziato. E quello è rimasto, senza la capacità di altri nel migliorarsi e zavorrato da un complicato percorso psicologico autolesionista. Penso che il meglio lo abbia dato, gioca un torneo normale e perde senza lottare contro Sinner. Solo il suo mentore Marat Safin, con occhialino draculesco e capello selvaggio da natural adventures, ci crede. Proprio non si dà pace di come Rublev non capisca che può battere Sinner. Ma cos’abbia nel cervello Marat, nemmeno Dio può saperlo.

Međedović 7. Ammetto Il mio fetish per questo serbo rotolante, mezzo pizzaiolo e mezzo lambascione. Le sue mirabilie tennistiche le dobbiamo anche a Djokovic, che lo sostenne economicamente da ragazzo (perché Nole “ha fatto anche cose buone”). A Roma ischerza a suon di slice e smorzate la divinità predestinata con la pappagorgia Fonseca (4,5), e ammutolisce anche la petulante torcida al seguito. Santo subito.

Bolelli/Vavassori 7. Mi capita di vedere mezz’ora della loro semifinale e, a malincuore e sopravvissuto a due attacchi narcolettici, devo concludere che questa disciplina è completamente morta, sia tecnicamente che come interpreti. Tra le prime dieci coppie al mondo, forse un paio supererebbero un turno in un challenger in singolo, uno di questi è Vavassori. Sono lontani i tempi in cui i numeri uno primeggiavano in entrambe le specialità (a memoria: McEnroe, in parte minore Edberg e Kafelnikov, poi il buio). Penso che, prima o poi, sarà sostituito dal padel. Bravi i due italiani a fare il loro dovere in questo sport nuovo, e a portare in Italia la coppa dopo 66 anni da Pietrangeli/Sirola.

Adriano Panatta 8. Il figo che tutti vorremmo essere, passata la settantina. Era prevista la sua presenza per il cinquantennale del successo del 1976. Tutto assume un carattere ancor più simbolico col passaggio di consegne a Sinner. Fa riflettere la diversità dei due personaggi, con l’Adriano nazionale guascone, viveur, in tempi che consentivano di concepire il tennis nella sua essenza più pura: colpire bene una pallina, magari vincere un torneo oppure no, e alla fine tutti al JackieO, a riflettere sulla vita assieme a Gerulaitis, Gianni Minà e Patty Pravo. Vien da pensare, leggendo le tante ormonose fan fibrillanti per Sinner (che pure bellissimo non mi sembra - attendo orde d’invasate minacciarmi di morte - ), cosa sarebbe stato quel sex symbol autentico di Adriano Panatta giovane ai tempi dei social.


Ci sarebbero anche le donne, ma l’omuncolo sta finendo il lavaggio e non ho tempo. Vince con merito Elina Svitolina (9). Terzo successo, il primo dopo il rientro dalla maternità. Trionfo della regolarità, battendo in finale una Gauff (5,5) più spuntata e fallosa del solito, mentre le presunte altre top affondano goffamente. Beppa Giosef Sabalenka (3) perde un'altra battaglia in volata. Perché i numeri uno si distinguono proprio per vincere i punti importanti e lei lo è per assenza di altro. A margine, le sue urla disumane provocano una morìa (suicidi di massa) di nutrie e pesci ratti nel vicino Tevere. 
Swiatek (4,5) ancora in confusione tattica e mentale (all’accademia Nadal dopo averla vista pare vogliano dedicarsi al badminton). Rybakina (4,5) tornata quella insicura morticella del pre autunno di grazia 2025 e Paolini (5 di simpatia) completamente persa. Spiace per la piccola Gelsomina che non ride più, fagocitata dal clan Errani-Fed Cup che forse l’aveva convinta di poter migliorare, fare cose diverse, diventare un mix tra Schiavone e Navratilova. In realtà, l’unico miglioramento da attuare era giocare il doppio ogni tanto per affinare colpi di volo e continuare a fare le cose semplici, seguendo Furlan. Nota di merito per Sorana tutta tana Cirstea (7,5), che a 36 anni e al suo ultimo anno in tour sta forse giocando il miglior tennis di sempre. Umilia Sabalenka e arriva in semifinale.






giovedì 14 maggio 2026

UN EROE INATTESO AL FORO ITALICO: LUCIANO "PALLE FUMANTI" DARDERI

 





Nella notte, un imprevisto e imprevedibile match dal sapore antico infiamma il Foro Italico avvolto dalla nebbia, proiettato in un clima post apocalittico. Un ambiente cupo e delirante segno di un romanzo di Howard Phillips Lovecraft. Finisce quasi alle due di notte, dopo una serie di rocamboleschi eventi, il quarto di finale tra Luciano Darderi e la nuova sensazione del tennis mondiale, il teenager Rafa Jodar.
Davo leggermente sfavorito il valoroso oriundo argentino, un po' per la tommasiana legge della prova del nove che vuole l'underdog difficilmente capace di bissare una precedente impresa (contro Zverev), un po' perché il giovane spagnolo pare già avere più tennis e mascolini attributi del tedesco (capirai che ci vuole, dirà qualche birbaccione), e il resto perché di questo sport demoniaco non ci capisco una beneamata ceppa.
Poi però, la storia si arricchisce di oscuri presagi, sinistri spunti premonitori. Rybakina e Svitolina, incuranti dell’orrore generato, se le danno di santa ragione e allungano il loro increscioso match. Qualcuno dagli spalti (a me sembra Verdone) devastato da tale supplizio, grida “Abbasta! Abbasta! Finimola!”. 
Alla fine, per il rotto della cuffia, i due sfidanti riescono ad iniziare entro il tempo massimo (le 23), quando si è appena conclusa l'agonia della finale di coppa italia più insulsa della storia. Luciano bello concentrato ed elettrico, scappa avanti di un break approfittando di uno Jodar imballato. Rafa, con quel nome pesante come un macigno, poi inizia a mulinare i colpi puliti e di grande facilità che avevano incantato Barcellona e Madrid. 
Vien fuori un primo set di grande intensità, che richiama antiche gesta gladiatorie al Foro, il tutto in un clima sempre più da tregenda, con la nebbia dei fumogeni calata sul centrale, un problema elettrico al sistema di review, la sospensione e una notte incombente con molti eroici spettatori assiepati, parrebbe quasi tutti vivi.
Alla fine lo porta a casa l’oriundo argentino, un po’ Rocky Balboa che mena pugni con gran cuore e tecnica approssimativa, un po’ Rambo il devastatore. Jodar si smarrisce, perso il primo continua a non trovare i suoi colpi nemmeno a inizio del secondo, quasi il gracile fisico da grissin bon su cui troneggia una testolina minuscola, sia intorpidito dall'infido umido delle serate primaverili romane. Appannato fisicamente e confuso mentalmente. 
Solo un sussulto, spirito di sopravvivenza a un passo dal baratro dello 0-4, lo fa rimanere a galla. Luciano Balboa, non essendo un picchiatore ma un demolitore, manca il colpo del k.o. E in quel momento, chi ha la sfortuna di aver visto molti match, lo sa benissimo: Darderi, come qualsiasi altro sfavorito in simili circostanze, finirà per farsi recuperare e perderla. Non si scappa. È una regola ferrea di questo sport. Infatti, acciughino Jodar non solo si salva ma prende coraggio, ritrova i suoi colpi e recupera fino al 4-4. 
Si torna ad una sfida punto a punto, tra le fiammate fluide del giovane iberico e il tennis tutto cuore e muscoli dell’italiano che, sbevazzato un caffè (ci stava bene anche una sigarettona), con uno spunto d’orgoglio arriva ad avere due match point. Quando uno lo butta via provando a chiudere con un agricolo rovescio tirato ad occhi chiusi e finito lungo, penso sia l’ennesimo evento premonitore di questa notte delirante: finirà per perderla. 
Jodar, col vento in poppa, chiude il secondo set, lasciando ammutoliti i pochi, eroici, spettatori ancora vivi. Qualcuno di loro va via dallo stadio sulle sue gambe. Io stesso penso di spegnere la tv, tanto ormai, non si scappa dalle leggi non scritte del tennis. Il giovin Rafa ha un tennis meno dispendioso rispetto all'italo argentino che, al contrario, mostra la stanchezza di chi ha lasciato ogni risorsa psico-fisica in quelle due ore di battaglia.
Ma, siccome il bello di questo sport è la fallibilità di ogni legge scritta nella tavole consegnate da McEnroe a Mosè sul Monte Sinai di Flushing Meadows, a crollare è invece il giovane spagnolo, mentre “Palle fumanti” Darderi va a prendersi lo scalpo dell’avversario.
Siamo di fronte a un gran bel combattente, degno discendente della scuola argentina maestra su terra battuta: tennis muscolare, tutto corsa, grinta e drittoni pesanti. Sembra un po' il nipote evoluto di quello Alberto Mancini che stregò il Foro nei tempi bui. In un torneo che ha il suo naturale idolo soprannaturale in Sinner, orfani delle umanoidi gesta di Musetti e Cobolli, l’Italia scopre in Darderi l’eroe normale di cui aveva bisogno.



lunedì 11 maggio 2026

BUBLIK-TIEN, L'ALTRO TENNIS AL FORO






Tradizionalmente, gli incontri più appassionanti a Roma si giocano nel tardo pomeriggio. Sarà per quel sole rossastro che lambisce le statue del Foro e le allungate ombre dei pini secolari, ma a quell'ora ho spesso assistito a match venati di una tragedia che solo la storica cornice dell'Urbe sa offrire.
Peccato Bublik e Tien scendano in campo sotto un cielo ricoperto da una cappa di nuvole presagio di pioggia e un'umidità da risaie indocinesi. 
Il confronto, in sede di pronostico, si presentava ricco di spunti interessanti e dall’esito tutt'altro che scontato: l'istrionico kazako, contro l'ordinato e sapiente mancino americano, è chiamato a giocare un match di livello. Senza troppi svolazzi e amnesie, per quanto questo sia possibile in un soggetto perennemente sul filo del rasoio della follia delirante, mentalmente e tennisticamente instabile.
Il primo set lascia ben sperare: Bublik lo porta a casa in scioltezza, tra le urla scomposte della solita torcida di svitati al seguito nelle sue schizoidi gesta al Foro. L'altro però rimane attaccato, sereno e serafico, ben allenato da quella vecchia volpe di Michelino Chang. Mi dico tra me e me, da massimo esperto mondiale di tennis, fica e fallimenti personali: se Bublik vuole portarla a casa deve chiuderla in due set senza lasciarsi trascinare in battaglia, altrimenti l'altro finirà per logorarlo e saltargli salta alla gola. 
E così è, perché il tennis è facile, in fondo. Tien continua a lavorare ai fianchi l'avversario, non butta via una palla, varia, taglia, affetta. Cross mancini strettissimi, da un lato all'altro, unendo all'intelligenza anche una mano assai educata. 
È già forte questo americanino vietnamita. Per essere fortissimo, nel brutale tennis moderno, dovrebbe avere qualche centimetro in più e colpi più pesanti. E il suo sapiente lavoro dà buoni frutti: Bublik si scompone, stanco di correre da un lato all'altro. Si smarrisce, come preventivato, nel logorio della lotta nel pantano, e sotto una pioggerella malinconica. Iniziano i dialoghi col malcapitato allenatore, le smorzate insensate e mal riuscite, solo per scappare dagli scambi a cui quel satanasso con gli occhi a mandorla lo costringe. Sbagliate o recuperate agilmente e chiuse con tocchi pregevoli dal leprotto Learner.
Il match, e non poteva essere altrimenti, diventa a tratti divertente. Una battaglia sotto la pioggia, su un campo pesante colpevole di rallentare le fiondate di Bublik che, perso il secondo, prova eroicamente a restare agganciato nel secondo.
Fa una fatica tremenda, piegato su se stesso, con una panza inquietante e condizione fisica da overdose notturna di cacio e pepe e mezza cassa di ceres. 
Il pallido kazako dagli occhi ridenti e ossessionati, è un personaggio che non si può non amare, ma Tien lentamente prende posto nel mio arido cuore, tra rasoiate mancine e cross diabolici. E un po' spiace vedere lo scomposto tifo romano incapace di rendere onore alla sua prestazione e a un match in cui entrambi producono uno show divertente ed agonisticamente intenso. 
Perché, malgrado gli scettici esperti di tennis D.S. (dopo Sinner), esistono anche queste emozioni tennistiche minori, di gente che uno slam forse non lo vincerà mai, che si possono seguire senza l'ossessione della vittoria, dei record, financo per il semplice piacere di vedere bel tennis. 
Tien, quasi perfetto fino ad allora, si lascia prendere dall'emozione mentre serve per il match. Tre errori con cui rimette in gioco un avversario ormai stravolto dalla fatica e piegato sulle ginocchia. 5-5, pubblico in delirio e rimonta servita a Bublik che invece, preferendo un birrone gelato, declina l'offerta e cede 7-5. 
Tien sorride soddisfatto, come dopo una scampagnata ritemprante tra violette e fiori di lillà. Bublik ride, col proverbiale risolino da pazzo allucinato. Tutto molto bello (cit.). Un altro tennis esiste e soppravvive, incurante di tutto.



martedì 5 maggio 2026

MARTA COSCIALUNGA KOSTYUK, L'ASSOLO DI SINNER





In una mezz'alba nuvolosa di maggio, mi viene in mente un mezzo delirio insensato sul Masters 1000 di Madrid, rimandando il suicidio ad albe più sincere. Torneo da sempre né carne né pesce, di terra veloce, con l'altura e le strambe trovate cromatiche dell'eccentrico Tiriac. Un Federer che danza regale in punta di piedi sulla scivolosa terra azzurra, mentre gli altri annaspano goffi in tutta la loro umana bruttezza. 
La stagione sul rosso, per me resta incentrata su Montecarlo-Roma-Parigi, e la deviazione a Madrid è solo uno scalo noioso. Ma tant'è.
Provo una moderata soddisfazione nel vedere Marta Kostyuk trionfare, senza un motivo reale che vada oltre una dis-umana simpatia a pelle, per ciò che putiniani (e/o) idioti reputano antipatico. Nessun apprezzamento tecnico, perché non svetta certo per soluzioni balistiche che mi facciano sobbalzare dalla seggiola. Neppure estetiche, poiché ormai l'andropausa incipiente mi rende insensibile alla coscia lunga e a quell'insolente capezzolo su ritrose tettine.
L'ancor giovine ucraina (mi pare vada per i 23) mi appariva una delle tante ragazzone che tirano di vanga, afflitte da miopia intermittente, destinata ad una carriera tra la posizione 20 e 50, con picchi d'ispirazione accecata.
A Madrid invece vince con pieno merito un torneo in cui le più forti cadono come pere mature. E lo fa, lei ucraina, con la sadica soddisfazione di infilzare di giustezza due russe. Tale Potapova, che la guardi entrare in campo e pare una étoile del Bolshoi: capelli tirati, fronte alta, espressione da algida russa, collo lungo di elegante cigno. Poi ti basta vederla giocare due minuti e ti appare tragicamente per quello che è: uno scomposto camionista russo che si è scolato due bottiglie di vodka. 
In finale, Marta coscialunga punisce la stellina Andreeva, che alla fine mostra gli adolescenziali occhi da siberiana gonfi di lacrime. Mirra è una che ha tutte le carte in regola per diventare forte, ma dopo il trionfo di Miami lo scorso anno le si sono presentati due problemi: lo sviluppo fisico e la convinzione di essere ormai "arrivata", con sciagurati pensieri già ai record di Djokovic da battere ed altre astrusità. Se qualcuno la farà tornare sulla terra, limando quel carattere da divetta snob, può diventare numero uno.
Marta vince e festeggia facendo una capriola al contrario: critiche. Non dà la mano all'avversaria: critiche. Evita le solite banalità di rito nelle interviste: critiche. Insomma, verso di lei che si comporta in modo normale e logico, è in atto una inspiegabile mostrificazione. Leggo dichiarazioni aberranti, non solo sciroccati commentatori da social graziati da Basaglia e dall'internèt, ma anche rinomati scriventi di tennis da Sinner in poi (divido il mondo in A.S e D.S., ormai). 
Tutti o quasi concordi nel condannare Marta, "perché non si fa così (colà)". "La mano si dà sempre". "L'avversaria è russa ok, ma questo è solo tennis". "Teniamo la guerra fuori dallo sport". Ed altre immani cazzate a buon mercato, degne degli scemi del villaggio, che scrivono dal divano senza avere un missile su per il culo. Sono gli stessi che farebbero una guerra lampo alla Francia per riprendersi la Gioconda. O che cantano "Bella Ciao" pensando si riferisca alla valorosa resistenza degli invasori. 
Vi svelo un segreto: lo sport è vita. Nella vita c'è la guerra. E se un'ucraina gioca a tennis contro avversarie che appoggiano l'invasione del suo paese, ha tutto il diritto di comportarsi come crede. Non stringere la mano mi pare il minimo sindacale. Eppure, qualcuno le dà persino della sionista perché, attraverso un meccanismo psicologico da studiare in qualche centro d'igiene mentale, se si è contro il genogidio iraeliano verso il popolo palestinese, poi non si può essere anche contrari all'invasione russa in ucraina. Perché? Citofonare Basaglia.
Oltre alla mancanza di stringimano premeditato, altri gravissimi reati vengono imputati dalla inflessibile gestapo da social a Kostyuk, Svitolina e co. Anzitutto quello di fare le patriote, però giocano a tennis in giro per il mondo. In altre parole, vorrebbero che andassero a combattere al fronte come Dolgopolov e Stakhovskij. Marta poi posta sui social le immagini di un allenamento a Kiev, con in sottofondo le sirene d'allarme? Eh no, è solo un'esibizionista.
Scrivendo ad alta voce, giungo a capire perché questa ragazzona ucraina mi sta simpatica: riesce a far emergere la feccia di pensiero che sta minando il mondo. Poi, proprio in coda, me ne viene un altro: lo scorso anno si lasciò scappare che, contro avversarie così testosteroniche e muscolose, lei faceva fatica. Come darle torto? Basta vedere le tante tenniste che camminano con passo da cowboy che si è appena fatto l'irsuta barba e mastica tabacco. La critica più illuminata alle sue parole? "Parla lei che è alta 1,80...ihihihi".
E allora capisci che non c'è speranza.
Due parole di numero su Sinner, non di più. Leggerete tanto e meglio, altrove. A me, quando si inizia a parlare solo di record e numeri, le celebrazioni di regime iniziano a stufarmi. Quasi rimpiango quei tempi in cui eravamo felici e non lo sapevamo, quando dopo 5 anni un italiano tornava a vincere un torneo (un 250!): tale Seppi Andreas. Ne scrivevo qui
Allora ci furono  celebrazioni, per Sinner sta già diventando tutto normale, scontato. La gazzetta rosea nei giorni scorsi gli dava poco spazio, impegnata com'era a trattare lo scandalo arbitri del calcio che, per fare un dispetto all'Inter, pare abbiano congiurato in segreto per favorirla. Cose turche. Pare vi fosse anche quel piccolo Napoleone di Furlani talmente terrorizzato all'idea di un Milan casualmente vincente, da fare loro pressioni per favorire i cugini. Tutto fila.
Tornando alle cose serie, Sinner vince il quinto Masters 1000 di fila. In questa primavera di grazia, ha raggiunto un livello di ingiocabilità che io non ricordo di aver mai visto (forse Steffi Graf). Tra deliri di onnipotenza dei piccoli fans e musi storti dei detrattori che parlano di mancanza di avversari, lui se ne fotte e continua a vincere senza mostrare umane fatiche o debolezze. 
Mi limito umilmente a sottolineare che è sempre complicato stabilire quanto gli avversari siano deboli e quanto sia lui a renderli tali. Tolto Alcaraz, che al suo massimo (non sempre) riesce a tenerne il ritmo e a fargli perdere sicurezza variando i colpi, gli altri sono due categorie sotto. Hanno un tennis simile e allo stesso tempo di un livello troppo inferiore per impensierirlo. 
A Madrid, senza Carlitos infortunato, ha fatto fuori in serie i migliori su piazza: il giovane astro nascente Jodar (che si conferma già più pronto di cicciobello Fonseca), Fils, il più in palla del momento, seccato in due rapidi set pur avendo giocando al suo massimo e in finale il solito Zverev (in meno di un'ora, modalità Panzer Steffi). 
Due parole sul tedesco. Ammetto che me ne stavo lì, provando financo a empatizzare con lui. Povero, finalmente, alla nona batosta consecutiva avrà capito che non c'è nessuna congiura contro di lui, che l'Atp non vuole favorire Alcaraz e Sinner. Dai, stavolta ci sarà arrivato. Perché il primo passo verso la guarigione è la consapevolezza. No, niente: "Oggi avrei perso con chiunque". "Se giochi tutti i match in serale, anche la finale doveva giocarsi di sera". 
Non ha un amico, un parente, qualcuno che gli voglia bene e che, preso amorevolmente sotto braccio, gli dica, con tutte le cautele del caso: "Guarda Sasha, noi ti vogliamo un gran bene. Ma se questo gioca così, non lo batti nemmeno se giocate alle 5 di mattina. Andiamo oltre.".


lunedì 13 aprile 2026

MASTERS 1000 MONTECARLO, JANNIK SINNER PIGLIATUTTO - PAGELLE MINIMAL





Si chiude tra refoli di vento bizzoso, il tradizionale torneo d'apertura della stagione sul rosso a Montecarlo. Nel consueto e artefatto scenario di ricchezza nauseabonda, non sono mancati spunti d'interesse, un paio di match interessanti e la finale più attesa, coi due indiscussi mattatori a giocarsi tutto.

Jannik Sinner 9. Torneo quasi perfetto, quarto 1000 di fila, cedendo un solo set. Si riprende con merito il numero uno strappandolo di persona ad Alcaraz sul suo terreno preferito, in una finale senza storia, in parte deludente e rovinata dal vento. Poco da dire, il Sinner da terra, meno missili terra aria e più palle corte e colpi meno piatti, funziona alla grande. Tra le solite critiche degli odiatori e idolatrie demenziali degli influencer (assistere a un suo match leggendo quello che alcune sue fan badanti di ogni età scrivono sui social, è un'esperienza che va vissuta almeno una volta nella vita. È quasi paragonabile al pre morte. Si va dal "Oddio c'è vento! Dai Jannik, vinciamo anche contro le ingiustizie!", "Sto male raghi, si sta toccando la schiena! Sta male cucciolo!"), lui fila dritto per la sua strada. 

Carlos Alcaraz 6-. Stavolta non giochicchia, arriva in finale bello concentrato, ma contro l'altoatesino è in difficoltà sin dall'inizio, nervoso, confuso. Anche quando prova a scappare nel secondo set, tutto sembra casuale e improvvisato. L'atteggiamento è quello arrendevole di chi sa che in questo momento l'altro è più forte. Tolto l'Australian Open, vinto per mancanza di avversari (Zverev tremolante e nonno Nole con i reumatismi), finora un 2026 da dimenticare e qualche interrogativo sull'addio di Ferrero inizia a sorgere.

Alexander Zverev 6. Quello è. Per la terza volta di fila stoppato in modo cruento da Sinner. "Contro di lui se non giochi al massimo non hai speranze". Il problema è che lui non ne ha nemmeno quando gioca al massimo, ma non glielo dite.

Valentin Vacherot 7. Io questo spilungone, secco e maldestro, lo avevo visto di persona in un challenger italico. "Costui un top 100 non lo batte nemmeno a telesina" pensai, con la tracotanza di chi ne sa a pacchi. Poi un'altra volta vidi le sue gesta in un video nel quale si schiantava goffamente, impigliato nella rete come un tonno. Due anni dopo me lo ritrovo tipo Hulk, imponente e muscolato, a vincere il Masters 1000 di Shanghai. A casa sua dimostra di aver raggiunto un livello da top 15. Tutto grinta e roncole da ogni lato, sembra trasformato in un orripilante mix tra Djokovic e Nadal. Il tronco d'abete secolare monegasco si esalta nella lotta, tascinato dalla surreale torcida monegasca (un drappello di una ventina di miliardari giovinatri che roteavano rolex e monili in segno di giubilo) e raggiunge un'incredibile semifinale. Niente può contro Alcaraz ma, temo, lo vedremo ancora.

Alexander Bublik 5. Pensavo di morire prima di vedere un Bublik grigio impiegato del catasto che, per usare le parole di Rino Tommasi, "vince con chi deve vincere e perde con chi deve perdere", senza nemmeno provarci, buttandola in patetica burletta. Imbarazzante contro Alcaraz: gioca 15 minuti e poi 0-9. Che nostalgia per i Gulbis, grandi minchioni, che potevano perdere contro il numero 300 se in giornata di luna storta, ma che poi giocavano col petto in fuori e palle quadrate contro i fab four.

Joao Fonseca 6,5. Dopo le formative scoppole americane subite Sinner e Alcaraz, l'arancina atomica a Montecarlo dimostra che con Zverev può già giocarsela un po' di più. Perde in tre set, perché con quel fisico da Homer Simpson, alla lunga, la criptonite nel braccio non basta più. 

Alex De Minaur 6 politico. Bastonato in modo cruento da Vacherot. Alle tre di notte, mi assale un dubbio ancestrale: cosa mai potrà fare in più questo povero diavolo australiano per migliorare i suoi risultati? Le risposte oscillano tra il "niente", "fare una crasi tra le sue gambe e il braccio di Fonseca" e "ma che cazzo ne so, a quest'ora".

Daniil Medvedev mah. Vedi sotto.

Lorenzo Musetti s.v. Altra vittima dell'invasato monegasco, ancora imbastito e lontano dalla forma migliore.

Gael Monfils 8. Alla carriera. Mai stato tra i miei preferiti, anzi. Innegabile showman che ha saputo essere tra i più divertenti coequipier dei fab four, di cui non ho mai apprezzato l'indole clownesca, pantomime teatrali e finte zoppie. Si regala l'ultimo valzer monegasco, ancora in discreta forma snodabile.

Stan Wawrinka 8. Anche lui, all'ultimo malinconico ballo. Per quel che conta, perde da Baez, una roba che qualche anno fa sarebbe stata impensabile. Qualche smanacciata della casa e un paio di scambi di ferocia antica, che valgono il prezzo del biglietto (ehm, no. Il biglietto di Montecarlo no, perché si dovrebbe fare un mutuo).

Novak Djokovic 9. Un gigante. Ai box per curare la vecchiaia, mentre i giovani virgulti sugli scudi calamitano le attenzioni, battono i suoi record, si giocano il numero uno, lui che fa per attirare l'attenzione? In un'intervista dichiara che continuerà a giocare fino, almeno, al 2028. E via di trafiletti sui giornali. Un po' somiglia a quelle attrici da oscar ormai novantenni che durante le cerimonie recenti degli oscar se ne escono con: "sono pronta a recitare in un prossimo kolossal hollywoodiano, nei panni di una spogliarellista sexy".



venerdì 10 aprile 2026

DANIIL MEDVEDEV, ELOGIO DELLA FOLLIA (MA ANCHE MENO)







Un po' me ne vergogno e nei vari simposi culturali a cui presiedo (sovente tavolate in trattoria o traccannando birra Peroni alla cantina) tendo a nasconderlo, ma qui non ho mai fatto mistero dell'inquietante attrattiva che Daniil Medvedev suscita alla mia amigdala stordita dalla vinaccia. 
Non credo che questa strana patologia sia dovuta solo a quel settembre 2021 quando, immolandosi come un Santo, ci evitò la soluzione finale, ma a qualcosa di più  insondabile: è l'antieroe di cui avevamo bisogno. Il Superman sghembo che ripara alle ingiustizie del mondo e va a sfracellarsi contro un grattacielo, smoccolando insulti irripetibili.
Oppure sarà perché "amo i solitari, i diversi, quelli che non incontri mai. Quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme", fatto sta che l'orrore mi attrare quasi al pari della bellezza. Se poi il tutto è condito da quel pizzico di follia surreale e alla frantumazione di ogni credenza sulla balistica del gesto tecnico, la frittata è fatta. Un game di Medvedev è buono per stroncare dodici anni di pedanti lezioni di Muratoglu, e già questo ai miei occhi lo mette su un piedistallo. 
Allampanato, con quel viso emaciato da soldato russo d'inizio secolo malato di tisi o protagonista di una immortale pellicola di Ėjzenštejn. Dimesso, come distratto e perso in pensieri superiori (meglio il culo o le tette? Stasera carbonara o matriciana?), mentre si sistema i radi capelli e ravana nei mutandoni. 
Da anni è lì, tutto ricurvo a tirare saette imprevedibili, di sconcia bruttezza, ma terribilmente efficaci (almeno un tempo). Se Mecir era Gattone, lui è un gattaccio randagio, storto e rachitico. Ma ugualmente ipnotico, come tutti i felini. Nel mare di noia che pervade le grigie storie tennistiche dei nostri tempi, i suoi lampi accendono la curiosità anche di chi il tennis lo ha scoperto ora, palpitando per Sinner. Che non sa chi era Marat Safin, figuriamoci Dani Koellerer. 
Danilo in realtà è un ragazzo mite, ironico, in quel catechismo per voci bianche che sono le conferenze stampa, spesso svetta con risposte mai banali. Anche in campo sembra di una tranquillità tendente all'apatia, fino a quando gli si accende il seme della follia. Urla, gestacci, mimiche di fellatio e insulti a pubblico e arbirtro, talvolta all'avversario. Quasi mai fini a se stessi e con una motivazione rinvenibile nel suo essere Danilo. Un quadro di orrore tecnico e comportamentale che rasenta la meraviglia.
È storia di qualche giorno fa, l'increscioso evento in quel di Montecarlo che tanto ha fatto tanto discutere e dato da scrivere i siti di gossip. La nuda cronaca: Danilo incappa in una di quelle giornate in cui non gli entra una palla, nemmeno nelle mutande. Sta volando verso un indecoroso doppo 6-0 contro un Berrettini che invece di martellare si limita a scalpellate in scioltezza, quando gli si accende la fiammella della follia incontrollabile. Spacca la racchetta a puntate, tra gli ululati, risate, applausi e olè del pubblico monegasco per incoraggiarlo a spaccarla ancora meglio. E lui mica si fa pregare. Qualcuno nell'enfasi gli avrà gettato anche il rolex o qualche spicciolo a sei zeri. 
Una scena deprimente. A causa di un pubblico snob e di vuotezza assordante, ma un po' anche per lui che rischia di diventare la macchietta di sé stesso. L'animale da circo da cui ci si aspetta solo il numero per divertirsi, uno da cena col cretino. Ma in questo non c'è niente di vero, folle, diverso. È la negazione dell'essere Danilo, forgiatasi negli anni. Una cosa simile si è vista solo nelle esibizioni del 50enne McEnroe, col pubblico che non aspettava altro che la sfuriata finta, una racchetta lanciata e l'ormai classico "you cannot be serious", tra grasse risate. Per una simile pensione mi pare ci sia ancora tempo, quindi lunga vita a Danilo lo storto, verso nuovi colpi orripilanti, urlacci e meritati insulti ricevuti.


lunedì 6 aprile 2026

MARCO TRUNGELLITI. VITA, INFERNO E MIRACOLI

 



Scordatevi Federer, Djokovic, Nadal e le mirabolanti storie di fenomeni capaci di stare per oltre un ventennio al vertice, vincere titoli, rincorrere record, assecondare sponsor biliardari.
L'impresa eccezionale è essere normale (cit.). È straordinario anche rimanere per gli stessi anni, con invidiabile costanza, a combattere nelle retrovie, perennemente sospesi tra il numero 150 e il 250. A remare, sbuffare, guadagnare il necessario per viaggiare in Nuova Caledonia, Bangalore o in culo al mondo, a tirare altri colpi e mangiare la terra. Questa è la storia di Marco Trungelliti, che andrebbe raccontata in un romanzo (se qualcuno glielo riferisce, mi offro: faccio il ghost writer per poco, a richiesta anche scrivendo male). Una vicenda unica, utile a capire cos'è il tennis dei normali, dei poveri diavoli consapevoli che uno slam non lo vinceranno mai, ma che lottano in modo furibondo solo per accedervi e garantirsi un altro giro di giostra infernale. 
Trungelliti, riccioli biondi, faccione che ispira simpatia e fisico pingue da torello di combattimento sovrappeso, è uno dei tanti diavolacci che passano una vita a scannarsi in per polverosi challengers per un pugno di dollari, talvolta schivando le avances di criminali legati alle scommesse. Che ci vuole? Bastano due sconfitte per farti guadagnare gli stessi soldi che i tornei minori garantiscono in due anni di carriera. Molti ci cascano, pochi vengono beccati. Pure il biondo argentino fu avvicinato da uno di questi figuri ma, anziché accettare, denunciò tutto, fece pure nomi di altri tennisti coinvolti. Il risultato? Anni di emarginazione, come se l'onestà fosse una colpa. Additato come spione, delatore e quant'altro. 
Niente di nuovo, cose che sono accadute anche nel ciclismo, non per le scommesse, ma per il doping. Erano gli anni in cui il più pulito in gruppo aveva il sangue più denso di una marmellata di melecotogne. Ci fu un gregario italiano, avendo la memoria di un girino non ricordo il nome, che confessò il segreto di pulcinella: c'era un grosso problema doping nel ciclismo! Ma dai. Fece nomi grossi, persino l'intoccabile dominatore Armstrong. Da allora il povero gregario, tornato alle corse, ha vissuto un incubo. Isolato in gruppo, ogni volta che provava una fuga, uno scatto per vincere un traguardo volante da 100 dollari, il sadico sceriffo americano si voltava, ordinava ai suoi di andarlo a riprendere. Riassorbito, gli passava di fianco, con lo sguardo beffardo. E i telecronisti lo raccontavano come fosse una cosa normale. Il tapino non trovò più squadra e credo smise dopo poco.
Trungelliti, mestierante fiero di essere onesto, intrappolato nell'inferno dei challenger, guardato male e con pochi amici nel tour. Quanto sopravviverà? Poco, pochissimo, si pensa. La sua straordinarietà è invece stata la perseveranza. Perché si fa presto ad essere costanti per vent'anni quando sei al vertice, è straordinario quando veleggi per anni nei bassi fondi. Molti, preso atto dei propri limiti e che il girone dantesco non sarà momentaneo ma eterno, smettono. Alcuni resistono tre o quattro anni, poi prendono altre vie, meno faticose e più remunerative. L'argentino invece, ostinato come un mulo, è rimasto lì quasi vent'anni a lottare, palla dopo palla. Qualche torneo challenger vinto, una manciata di partecipazioni agli slam, in una delle quali, ripescato come lucky loser, viaggiò in macchina con la nonna per 1000 km, e poi vinse contro Tomic (probabilmente ubriaco di coca cola). 
Uno dei suoi obiettivi sarà stata la top 100, solo sfiorata un paio di volte. L'ultima, ormai trentenne, quando si qualificò agli Us Open e batté in cinque set niente meno che Davidovich Fokina, assumendo lo status di spennagrulli (o spennafokina). Poi ancora spinto giù, a veleggiare attorno al 200, tra challenger a Santo Domingo, erba nel Sussex, Ruanda, Thailandia, Barletta. 
È di pochi mesi fa quello che sembrava il coronamento di una carriera: prima convocazione Davis a 36 anni. Gioca i due singolari a Busan, contro la Corea del Sud, perdendoli entrambi. Riesce a perdere pure dall'ormai seminfermo Chung, quell'occhialuto ragazzino che anni fa sembrava una grande promessa e che ora, povero, gioca al 10%. 
Per sua stessa ammissione, pensa di mollarla lì, troppo grande la delusione. E invece no, si rimette le sgargianti magliette, ora con disegni di ananassi, ora meduse o serpenti alati, talmente pacchiane da risultare meravigliose. Riprende a mulinare le gambe e menare colpi da mestierante indomito, con la mano callosa da uomo vero che non usa l'overgrip come le fighette, ma vuole sentire la pelle viva del manico. L'ennesima rinascita è in Ruanda: prestigiosissimo challenger tra i tagliatori di teste col machete. Porta a casa la vittoria e i punti necessari per riavvicinare la top 100. 
Ancora l'ossessione. Manca uno spunto per agguantarla finalmente, ma nessuno si aspettava quello che ha combinato a Marrakech. Parte dalle qualificazioni, va come un treno, le passa, vince anche i primi due turni. Serve l'ultimo sforzo. La sagoma inquietante di Correntin Moutet nei quarti sembra messa lì apposta per spegnere ancora il suo sogno a pochi centimetri dal traguardo. La carogna francese, con parabole velenosamente sublimi, vince il primo set, ma stavolta l'argentino tiene duro, non è spennagrulli per caso. A guardarlo non gli daresti due lire. Ha la panza e il fisico da pizzaiolo che tracanna ceres al pub dopo il lavoro, ma l'attitudine da vecchio lupo di mare che sa come spennare i grulli, specie quelli un po' naif, che non conoscono cosa vuol dire l'inferno. Ne avrà visti a centinaia. E poi ha una missione. È benedetto questa settimana. Gli riesce tutto, recupera palle impossibili, si lancia in una prestazione atleticamente surreale, con la panza che ballonzola e i boccoli biondi al vento, si arrampica in cielo a recuperare uno smash e chiude con un portentoso rovescio. 
La missione è completata: tennista più anziano (36 anni) a raggiungere la top 100. Ma la settimana magica prosegue, e il torello panciuto argentino non è sazio. Fa sua anche la semifinale con Darderi e stampa un altro record: il più anziano a raggiungere per la prima volta una finale Atp. Cosa sono in confronto i record di Sinner, Djokovic, Federer?
Manca solo la ciliegina sulla torta, ma il giovane e dinoccolato teenager spagnolo Jodar, che di nome fa Rafa, non si impietosisce e la ciliegina se la mangia. Lo abbatte a suon di missili terra aria, ma cosa importa. Sarà, ma questo diciannovenne iberico alto, smilzo, educato (non appartenente alla setta urlante dei "bamos"), ancora con l'incedere goffo da adolescente ma capace di generare colpi d'inaudita violenza, mi ricorda il primo Sinner bombarolo.



lunedì 30 marzo 2026

LO SQUALO SINNER COMPLETA IL SUNSHINE DOUBLE







Mi scuso in anticipo per l'immagine di apertura stile l'Espresso anni 90, le cui copertine con donnine discinte facevano sognare noi ragazzini. Poi aprivi il giornale e ti ritrovavi 30 pagine sulla crisi del Pentapartito, la guerra in Iraq e un lungo articolo sull'esistenzialismo di Sartre. Bei tempi, crescevamo con problemi mentali sani, rispetto ai ragazzini di oggi. Oggi arresterebbero il direttore di quel giornale, nottetempo.

Urge una rapida analisi pagellistica del Masters 1000 di Miami. Marcia trionfale per Sinner tra gli uomini e Beppa Sabalenka nel quadro di pochezza sempre più raccapricciante che è ormai la Wta attuale. Il tutto nello splendido scenario dell'Hard Rock Stadium, dove folle oceaniche degne del challenger di Pozoblanco, hanno inneggiato ai nostri eroi.

Uomini

Sinner 9. Rulla avversari, macina tornei e frantuma record. Poco da dire, se non che, in questi grami tempi di confusione, a volte capita di dover verificare che non sia qualcosa di creato con l'intelligenza artificiale. Ecco, se la definizione di Robot ha scosso molti adepti, spero non lo sia quella che ne ha dato Goran Ivanisevic, che oltre ad essere stato un grande tennista è ottimo allenatore e anche un magnifico comunicatore senza filtri. Il croato lo ha paragonato ad uno squalo che prima ti gira intorno, poi ti morde e, avvertito l'odore del sangue, ti finisce senza pietà. Definizione perfetta, che avrei voluto pensare io, ebbro di sidro. 
A Miami, come ad Indian Wells, non è sembrato mai in difficoltà, senza voler spaccare la pallina come anni fa, ma sempre in controllo. Prima ancora che con i colpi, gli avversari li finisce mentalmente. Basti vedere i malcapitati Zverev e Lehecka, che lasciano l'anima in campo per stargli in scia, mentre lui gioca quasi in surplace. E quando hanno una rara chance di rompere l'equilibrio, quello che ti fa? una smorzata letale (non proprio il suo marchio di fabbrica), o spara quattro ace di fila. A quel punto l'avversario mentalmente ha già riempito il borsone e pensa a quante birre scolarsi la sera per dimenticare quell'incubo. Un colpo, il servizio, che nella primavera americana sembra aver portato ad un livello superiore. 
Curioso di vederlo nella stagione sul rosso, dove presumibilmente troverà un Alcaraz più motivato. Il resto sono numeracci, per me attraenti quanto una notte di sesso sfrenato con Gasparri: 27 tornei vinti, 4 slam, 7 Masters 1000 di cui gli ultimi tre vinti senza perder un set (se non erro, 36-0). Record inutili che avranno solleticato l'orgoglio di Djokovic, uno che a queste cose ci tiene non poco. Pare che abbia chiesto all'Atp di omologare tre Master 1000 che vinse a Novi Sad nel 2019 senza aver mai perso set e battendo in finale il figlio treenne.

Lehecka 7. Di una cosa si può stare certi, la scuola ceca nel tennis, come nel porno, sforna protagonisti sempre tecnicamente inappuntabili. Già nella culla insegnano ai bambini come colpire la pallina in modo pulito, nel cuore. Non fa eccezione questo ragazzo dal cavallo basso, ben centrato, che tira forte, sa fare un po' tutto. Arriva tutto speranzoso in finale, senza aver mai perso il servizio. Pronti, via, e dopo 2 minuti e già sotto di un break. Encomiabile, prova a stare attaccato, paonazzo e sudato come un cavallo nano, fa anche serve&volley, le prova tutte. Poi l'altro decide che non si scherza più e finisce in cinque minuti.

Zverev 7. Non sembra nemmeno lui, ma uno stunt man hollywoodiano. A differenza degli ultimi confronti decide di giocarsela con Sinner all'attacco. Rischia, va a prendersi i punti senza aspettare d'essere infilzato come un totano. Battaglia punto a punto, ma contro un avversario simile, bastano due distrazioni, due punti sbagliati, che ti punisce in modo sadico. Difficile capire se sarà più felice di quanto fatto o avvilito considerando che non serve a niente.

Korda 6. Una magnifica ameba tennistica. Lascia impietrito Alcaraz con una sontuosa esibizione di tennis geometrico e offensivo. Poi cede come un allocco a un Landaluce qualsiasi, con tanto di match point a favore giocato buttandosi avanti alla ricerca di farfalle cavolacee. 
Questo è un Gasquet senza la classe di Gasquet, e senza nemmeno quel brivido di finto agonismo che rendeva la tragedia più comica. Ma, di sti tempi, avercene.

Alcaraz 4. Lancio una petizione per la salvaguardia del fanciullo Carlitos che è in tutti noi Peter Pan, che pure con la racchetta sappiamo fare al massimo un uovo alla cocque. 
Un bambino di 12 anni, che gioca a tennis in modo fantastico. Che tra uno slam vinto e l'altro entra in campo solo per divertire e divertirsi, sperando che gli avversari capiscano e si adeguino facendo il pasillo de honor. Purtroppo ci sono dei bruti che, non capendo quanto lui sia lì per divertirsi, giocano al massimo. E ogni tanto vincono e si divertono anche loro, come Korda. Lì, il fanciullo avverte la congiura, mette il broncio, chiama la mamma, urla che vuole tornare a casa portandosi le palline, ritiene ingiusto che mentre lui sta lì a zuzzurellare, gli altri cospirino e non lo facciano vincere (divertendosi). 
A Miami, quando al tremebondo Korda si ritrae il braccio per paura di vincere, lui mette il ditino all'orecchio, torna a divertirsi. Pensa che l'altro abbia finalmente capito il senso, evita di dargli il colpo di grazia perché sarebbe poco divertente, ma quello (che pure non è Sinner, e nemmeno Zverev) non capisce il gioco e va a vincere lo stesso. E una cosa simile è inaccettabile, poco divertente (avrò usato troppe volte il verbo "divertire"?). 
Alcaraz questo è, ha bisogno delle sue pause. Giocasse sempre in modo concentrato, concreto e senza fronzoli come a New York 2025, rischierebbe di andare fuori di testa, ritirandosi a 25 anni. Dopo questa pausa primaverile, credo che sulla terra farà due mesi concentrato. E così via.

Fils 6,5. Buon temperamento, tennis esplosivo e gladiatorio, discreto carisma. Riflettevo come questo erculeo ragazzo sembri fatto apposta per rinverdire i fasti parigini di Tsonga e Monfils, esaltando i francesi in una semifinale persa eroicamente sugli spalti traboccanti dello Chatrier. Gran battaglia con Paul, a mani basse il miglior incontro del torneo, per poi rimanere senza benzina in semifinale.

Paul 5,5. Autore con Fils di una cruenta e divertente battaglia di tre tie-break. Avanti 6-2 in quello decisivo, cuor di carciofo, decide di servire due prime in sicurezza a  velocità Errani e ributtarla di là. Quello non si fa pregare e va a vincerla.

Landaluce 6. Personaggio nuovo, a me quasi sconosciuto. Se ne parla, qui nel reparto psichiatria, da almeno un paio di anni come possibile crack (intesa come droga, immagino). Allampanato, buon servizio, tira forte da entrambi i lati, discreta spavalderia. Praticamente il prototipo del tennista moderno, un Mensik in salsa andalusa col bamos incorporato di Alcaraz e la chioma rossa di Sinner. Diventerà forte, come altri, ma il test Korda va preso per quello che è.

Moutet 7+. "Impara ad amare te stesso, così non dovrai fare cose stupide per sembrare interessante". Così il nostro vate, in risposta a Danielle Collins che, nella nuova veste di opinionista più sciroccata della coprotagonista tettona in un film di Woody Allen, parlava di messaggi privati tra loro ed altre sciocchezze. La risposta di Danielle, grosso modo sarà: "Ah, anche poeta...", stile Signorina Silvani con Fantozzi, seguita da scaracchio. 
Ammetto che l'immagine di Moutet Pierino tra le zinne di Danielle possedeva qualcosa d'interessante a livello d’ipotetica sceneggiatura, peccato che lui sia poeta, psicologo, oltre che pianista. Ogni tanto tennista. Dignitoso contro Sinner, pronto a dominare le scene sul rosso. 



Donne

Sabalenka s.v. Dio mi perdoni, ma io le partite di questo donnone rumoroso e smoccolante, non riesco a vederle più di 5 minuti. Cambio canale e rifletto su questioni tecniche: ma i suoi sono più rutti da indigestione di bagnacauda o quelli tipici di chi ha sgargarozzato due litri di pepsi cola d'un fiato? 
Per puro caso, in quei tremendi minuti, la vedo deambulare, orrida e pesante come un mammuth alla carica, verso la rete. Serve&volley! Ma cosa fa, è impazzita del tutto? Torna indietro, viene da dirle. Sarà esplicita richiesta del coach, la bestia Mirnyi, che di voleè ne sapeva qualcosa. Nel vederla colpire come la mia vicina ottuagenaria quando deve ammazzare un moscone sul balcone, deve averle detto: "ok, ok Ary, continua a menare come una fabbra, lascia perdere la voleè". 
Dettagli tecnici a parte, anche lei completa il sunshine double, mettendo in chiaro le cose con una Rybakina tornata a suo modo isterica (4,5) dopo le due scoppole Master-Australian Open. In finale regola una Gauff spuntata.

Gauff 6,5. Sulla dolce CoCo ho maturato una profonda riflessione e ardito parallelismo, che un giorno mi varrà il neonato Nobel per la Criminologia psichiatrica applicata allo sport (ovviamente non andrò a ritirarlo, con un pizzico di snobismo dylaniano). Bene, Gauff e Zvevev sono alle prese con gli stessi, atavici, problemi: tirano due vincenti l’anno. Da secoli si cerca di convincere Sasha a diventare più offensivo, altrimenti uno slam contro Sinner e Alcaraz (come prima prima contro i Fab Four) non lo vincerà mai. Fare lo stesso con CoCo equivale a distruggerla, perché lei gli slam invece li ha già vinti così, solo correndo e con mezzo colpo in croce.
Nella Wta attuale basta e avanza, non ci sono Sinner e Alcaraz in gonnella. Per battere Sabalenka non c'è bisogno d'inventarsi Martina o Serena, basta trotttare come sa, pallettare profondo e spostare il bisonte. Solo che lei, persa nella smania di voler essere più aggressiva, s'ingobbisce, sbaglia e va in panico, crisi esistenziale, sciorina doppi falli. Insomma, perde sicurezza e partite.

Swiatek 4. Ormai inghiottita in un buco nero, già partita alla volta della Spagna per preparare la stagione sul rosso all'Accademia Nadal. Io avrei fatto prima un salto a Medjugorje.

Muchova 5,5. Parafrasando il sommo poeta Pacciani, "Se n'immondo esistesse un po' di bene...questa ragazza dal talento smisurato e colpi retrò, avrebbe sei o sette slam in bacheca". Poi interviene il giudice: "va bene, bravo, ma noi siamo nel 2026 e il numero uno al mondo è Sabalenka". Bel torneo, poi gioca solo 5 minuti della semifinale con Gauff. Ammetto che con lei sto perdendo ogni speranza.

Hailey Baptiste 7+. La mia infatuazione per questa ragazza che sembra il capo di una gang nelle periferie del Bronx con catene di tre chili al collo, risale a quando era fuori dalle 150. Mai, vedendola giocare in modo così aggressivo, con colpi di violenza e pulizia tecnica non comuni e aggredire la rete con classe e movenze coguaresche à la Yannick Noah, avrei pensato ci fosse spazio per lei nel tennis moderno. Invece, un folle colpo dopo l'altro, è già numero 33. Vince grandi battaglie con Svitolina e Ostapenko, ed è forse l'unica a mettere in difficoltà Sabalenka.

Paolini 5. Ostapenko con mutanda ascellare (6,5) le impartisce una sonora lezione. Per fortuna, dicono i saggi, c'è il doppio che la sta completando tecnicamente e non le costa nulla né fisicamente né mentalmente (provateci voi a giocare in coppia con Errani ingrugnita, per giunta allenatrice). Prossimo passo, una medaglia nel Padel di coppia alle Olimpiadi 2032. 

Townsend 7. Ormai numero uno di doppio e, con una compagna normodotata (Siniakova, entrambe acconciate come topoline Minnie), finalmente vince anche le finali, dopo le tante perse giocando praticamente da sola. Sunshine double anche per loro. Peccato che in singolo abbia perso smalto.



lunedì 23 marzo 2026

MASTERS 1000 MIAMI, IL RISVEGLIO DEL BELL'ADDORMENTATO KORDA, ROBOT SINNER, ALCARAZ DYNASTY: CARLOS PERDE, JAIME SBOCCIA






Ho seguito con un'attenzione maniacale e vibrante coinvolgimento, i primi turni del Masters 1000 di Miami. Minuti visti in diretta della prima settimana: zero.
Ho però recuperato on demand, per mera curiosità scientifica, alcune cose. In primis, Alcaraz-Fonseca. Ci eravamo lasciati la scorsa volta, prima che un'infermiera in guepiere mi portasse le goccine, con una sontuosa analisi di Sinner-Fonseca. Avevo concluso in modo perentorio che il ragazzo brasiliano si farà, anche se ha le spalle strette, il triplo mento e un fisico da arancina coi piedi. Il braccio c'è, la testa e il fisico diranno il resto. Era bastato un Sinner mediamente settato per mandarlo a casa in due set tirati. Al cospetto del numero uno iberico, il risultato non cambia. Due set, all'apparenza meno tirati, e a casa. La sottile differenza non sta nella diversa "caratura" dell'avversario, quanto alle caratteristiche dei due, il campo, il vento, l'atmosfera, il peso specifico della salsedine sull'attrito della palla ed altre esecrabili minchiate lette, sparse qui e là nei siti specializzati (che fino a ieri si occupavano di uncinetto). Banalmente, ogni partita fa storia a sé. E non ci sono più le mezze stagioni.
Si è però usato il povero e inerme Joao per fare l'ennesimo paragone tra i due dominatori del tennis, all'insegna del chi ce l'ha più lungo, con le solite sciagurate conclusioni pseudo freudiane per soddisfare folli complessi d'inferiorità. 
A corredo, la domanda in conferenza stampa, sulla differenza nell'affrontare i due leader mondiali, impressioni, sensazioni, lividi subiti. Il brasiliano, risponde con sincera banalità: Sinner è un robot, ha colpi letali e sbaglia poco. Alcaraz invece è più imprevedibile, perché ha più varietà di colpi e non sai mai cosa aspettarti. Cosa che tutti, dal barista sotto casa all'editorialista di punta sul New York Times, va ripetendo da anni. Una verità così diffusa che verrebbe voglia di confutarla, ma si può fare solo dichiarandosi incapaci d'intendere e volere. 
Eppure, "apriti cielo". Agli stupidi che snocciolano cifre nei punteggi di due partite diverse per delineare un Sinner più debole di Alcaraz, fanno da contraltare i talebani supporter del nostro tennista, che in quel "robot" vedono una grave ingiuria, offesa da lavare col sangue. Non se ne esce vivi. L'idolatria sta raggiungendo vette inesplorate e, quasi sempre, da parte di chi il tennis lo segue dopo l'esplosione dell'incolpevole Carota. Se un tifoso di Lendl o Djokovic avesse protestato per quel "robot" riferito ai loro beniamini, sostenendo che avessero lo stesso "talento naturale" di McEnroe o Federer, se lo sarebbero portato in ambulanza. Tanto più, che alla fine i robot hanno vinto più dei funamboli, in barba all'estetica. 
Faccio una categorizzazione lampo, sulla tazza del cesso: L'osservatore gode delle partite, magari apprezza di più l'estetica rispetto al risultato. Il tifoso se ne sbatte dell'estetica, per lui è più importante vincere. L'idolatra invece è convinto che il suo idolo bruno non solo sia più forte, ma anche più biondo dell'avversario (arcinemico) albino.
Differente discorso è quello relativo alla difficoltà nell'affrontare Alcaraz o Sinner. Anche qui, tutto è relativo e dipende dalle caratteristiche di chi li affronta. Fonseca può avere più confidenza nel tirare a pallate con Sinner, mentre va in bambola contro le variazioni di Alcaraz. Uno come Tien invece riterrà più ingiocabile l'italiano, perché i suoi colpi sono così pesanti da strapparti la racchetta di mano. Io stesso, nelle furibonde battaglie al circolo come un leggiadro Gasquet, un paio di lustri fa, tra due avversari dello stesso livello, uno regolarista e l'altro giocatore a tutto campo, avevo più chance di vittoria col secondo, perché in genere ero incapace di abbattere il muro dei difensori più solidi.
Non faccio fatica a credere che anche Sebastian Korda figlio di Petr, preferisca misurarsi con il murciano, rispetto all'altoatesino. Lo dimostra ieri, giocando un match sensazionale, che raccoglie la summa del suo essere inutilmente bello (per una volta, non inutilmente). Intendiamoci, del padre non c'è nulla, se non una vaga somiglianza fisica. Sul campo sembra invece il figlio illegittimo di Chris Evert e Miloslav Mecir (non il gattone padre, ma il gattino figlio Miloslav jr.). 
Bellissimo giocatore Sebastian, gradevole da vedere sorseggiando un mojito e nella consapevolezza che tanto, prima o poi, un modo per perdere lo troverà sempre. Uno col cerchietto non potrà mai diventare un campione, ma non voglio addentrarmi in gineprai tecnicistici. È un carillon aggraziato, che però ha sempre difettato di due infinitesimali dettagli per diventare un top: il fisico e la testa. Anche ieri, dopo due set memorabili, s'incarta quando va a vincere il set. Un epilogo che potrebbe fargli vincere per il quarto anno di fila il "Gasquet d'oro". Invece, per magia, nel terzo set il bell’addormentato riprende a macinare tennis e la vince. Ecco, forse contro un tennista meno naif, l'avrebbe persa. Perché tutto è relativo. 
Due parole su Alcaraz. Pacifico che non si stia esprimendo ai livelli di solidità dei mesi finali del 2025, perché tutto scorre, niente è scontato e lui è umano. Spiace però, il suo atteggiamento da perseguitato: "contro di me tutti giocano al massimo", con la strana convinzione che, siccome sei il numero uno al mondo tutti gli altri debbano entrare in campo rassegnati a perdere. Qualcuno gli spieghi che invece è l'esatto contrario.
Ma poi, tornando al preambolo iniziale, e al dualismo Sinner-Alcaraz che sta degenerando sempre più, ci terrei a fare una considerazione. Tra qualche anno, tutto potrebbe risultare inutile, perché sta sbocciando un piccolo mostro che in sé racchiude la solidità di Sinner, l'estro di Carlos Alcaraz, con in più il grugno incarognito di Nadal e la mentalità di Djokovic. Si chiama sempre Alcaraz, ma di nome fa Jaime ed ha 14 anni. Uno così forte a quell'età l'ho visto una sola volta, si chiamava Kozlov (non so se gioca ancora). Di Jaime parlo con cognizione di causa, avendo visto un minuto e venti di immagini laterali della sua finale nell'under 15 di Murcia.



Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.