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lunedì 16 luglio 2018

WIMBLEDON 2018. DIGNITOSE PAGELLE BREXIT TRUMPUTINIANE E COI PORTI CHIUSI




Uomini


Novak Djokovic: 9. Non è stato facile. Provate voi a venire fuori da un simile sortilegio. Tal Scanzi (uno che provoca suicidi di massa negli uccelli del malaugurio), dopo aver sostenuto che il M5s è di sinistra, nel 2015 ebbe a pronosticargli anni di dominio incontrastato e assoluto. Sono seguiti tre anni di disgrazie e indicibili sofferenze. Nole che si trascinava, vinto dal tremendissimo sortilegio, come uno zombie per il campo. Svuotato psicologicamente e rotto fisicamente. Mancava solo la peste. Certe cose ammazzerebbero anche un toro, quindi doppiamente bravo a venirne fuori. Già i segnali della ripresa erano chiari a Parigi. A Wimbledon si rivede un serbo con antica reattività/intensità da Aigor, pallettaro muro di ceraponga. La vera finale la vince allo sprint con Nadal. A margine, l'insopportabile moglie con vena del collo gonfia, occhi da pazza, ultima a sedersi dopo il "time" dell'arbitro per cercare gli occhi da pomodoro acerbo del consorte e dargli la carica. Internatela in qualche manicomio navale. Oscurata solo dal Ministro/Premier di Visegrad Salvini, volato a Mosca sull'airforce padano, per gufare in incognito la Francia di Macron vittoriosa ai mondiali, facendofla figura del pirla in mondovisione. 

Rafa Nadal 7. Nessuno si aspettava un Nadal così in palla anche sull'erba. Nessuno tranne me. Non troverete traccia su questo blog di questa previsione solo perché qualche lazzarone cospiratore, notte tempo, ha provveduto a modificare i miei post. Un po' come han fatto all'illuminato Decreto dignità di Di Maio, trasformato in puttanata colossale dopo la manomissione di alcuni cospiratori filorenziani. Perde al fotofinish una semifinale di rara intensità con Nole, ma legittima la prima posizione mondiale confermandosi competitivo anche sulla superficie a lui meno congeniale.

Roger Federer 5. Eliminato da Anderson, che è gia vilipendio tennistico. Ci perde facendosi rimontare due set, ma guai ad azzardare tra i motivi il peso dei 37 anni. Stizzito, dice che stava benissimo. Non può invecchiare, lui. Qualche giorno fa un gruppo di devoti talebani del monarca elvetico mi voleva denunziare alle autorità competenti chiedendo di mettermi al rogo come Giovanna D'Arco. Causa: l'orrenda blasfemia d'aver detto sotto voce, al bar: "Federer ormai mi mette una gran tristezza, birretta?". Cosa posso farci? Il lungo, interminabile e mai iniziato viale del tramonto dell'intramontabile, mi ha tremendamente annoiato. Problema mio, certamente. E di una particolare visione dell'agonismo. Quattro anni fa, nel punto più basso della sua parabola, quando tutti, specie i suoi tifosi più accesi, auspicavano un suo ritiro, speravo continuasse. Convinto che, messe a punto un po' di cose, potesse tornare a giocarsi uno slam. Ora che a 37 anni è tornato a vincere majors, al numero uno e quant'altro, lo trovo sempre più malinconico. Una santuzza piena d'oro e orpelli, portata in spalla dai fedeli, tra preghiere e ululati. Fenomeno da baraccone che stipula contratti, pagato a peso d'oro per esibizioni milionarie ad Abu Dabi o Kinshasa, in ferie mentre gli altri lottano a Parigi. A Wimbledon, tra gli adoranti giornalisti in attesa del verbo, parlava solo del suo nuovo super contratto. Del numero di polsini e mutande che il nuovo sponsor gli aveva garantito per il torneo. A quale feticista può fottere qualcosa? Non c'è quasi più niente di sportivamente emozionante ormai in questo Federer, santo che cammina venerato fino alla nausea da melensi cantori nelle telecronache. È stato il più grande di tutti, di sempre. A quasi 37 anni è in una forma tale da potersi ancora giocare la vittoria di uno slam. Resto però convinto che la sua irripetibile carriera doveva chiudersi dopo la finale a Melbourne 2017, contro il suo rivale storico Nadal. Straordinaria per tutti i significati che si portava addosso, oltre che per l'avvincente epilogo da leggenda greca. Invece no, ha voluto continuare, (per carità) mettendo in cascina altri titoli da accatastatore seriale di allori, ridiventato numero uno ammezzato. Senza la voglia furente di chi, sentendosi il più forte di sempre e in condizioni smaglianti, in quel 2017 benedetto avrebbe dovuto affrontare Parigi e Nadal sul suo campo. Da campione temerario, senza paura, alla ricerca dell'impresa. Un grande slam tentato, anche al costo di scoppiare. Ora che ci penso, se Roger l'avesse pensata sempre come me, non sarebbe mai diventato Roger, ma un Petzschner qualsiasi.

Anderson/Raonic/Isner: pietà, basta. Sembra di vedere dei terrificanti film americani su dinosauri provenienti dal futuro che giocano a tennis. Roba che Ivone Karlovic sembra Edberg. Dopo le allucinogene maratone a oltranza prodotte dai tre animali preistorici, molti invocano il tie-break al quinto anche per gli iper tradizionalisti championships. Cazzate. Non è che se un film di due ore fa cagare, bisogna ridurre la durata di tutti i film a un'ora e mezza. 24-22 di Federer-Nadal sarebbehe evento epico. 24-22 di Anderson-Isner da protezione civile. Più che il tiebreak nel quinto ci vorrebbero nuove regole per abbattere l'antitennis degli over 2 metri e dieci. Racchetta di legno e gonnellino di pizzo bianco, ad esempio.

Kei Nishikori 6,5. Tempi meno cupi per il sapiente pokemon, noioso come la corazzata Potemkin con sottotitoli giapponesi. Salute permettendo, visto lo scenario, può tornare in top 5.

Ernests Gulbis 7,5. Splendida scheggia impazzita, quando ormai nessuno se lo aspettava più. E se un old gen viziato, svogliato, pazzo, perdente e senza ambizioni, infligge una sonora lezione al predestinato next gen Zverev, qualcosa non torna. Forse tutto.

Nextgen e dintorni. Zverev, Coric, Edmund, Thiem. La pochezza di questi ragazzi dagli schemi monotematici, con una sola tattica e non così perfetta da consentirgli di primeggiare. Kyrgios è a livelli di "scapocchionaggine" che rasentano ormai il patetico. Shapovalov è fortissimo ma non ha tattica, è splendida furia dissennata.


Donne

Gnafaccio mica a pagellarle. Trionfa una Kerber (8) tirata a lucido e che si conferma ammazza Serena (7) più semovente del solito. A 37 anni, da ferma, dopo il parto, fa finale senza problemi. A vincere tutto però è Camila Giorgi. Dopo un bel torneo, di fronte a Serena nei quarti, ammette con demenziale candore: non la conosco. Non guardo il tennis femminile. Ok. Giochi al tennis, ti trovi di fronte la più grande della tua era e forse di sempre, e dici di non conoscerla? E in conferenza stampa non arrivano le ambulanze a sirene spiegate per portarsela via? La massima forma di autolesionistico delirio narcisistico patologico. Immaginate un Fognini (che pure ha dimostrato cento volte più della nostra Chucky) rispondere: "Federer? Non lo conosco. Non guardo mica gli altri. Penso al mio tennis". O Raul Bova: "Al Pacino? Non so chi sia". Come sia finita, lo sapete. Serena, che un simile delirio potrebbe anche permetterselo (da ubriaca), dopo averle dato una lezione in campo, a domanda su Giorgi le fa i complimenti, dice di sapere come gioca, di averla vista anche contro le altre. In sintesi, la differenza tra una pluricampionessa e un affare buffo.




Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.