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domenica 27 aprile 2014

GIGOLO' PER CASO: TURTURRO SCIMMIOTTA UN ALLEN SOTTO TONO







Guardo Nico Almagro con quei capelli da Latrin Lover anni '30 che, malgrado un Nadal scarico e in vena di concessioni pasquali ai suoi paggi connazionali, ce la mette tutta a perderla ugualmente (ma non ci riesce, pollo anche in quello) e penso che potrebbe essere l'unico meno credibile di John Turturro nella parte di gigolò in «Gigolò per caso». Più credibile di lui invece sarebbe nei panni di Jesus Quintana deviato giocatore di bowling ne «Il Grande Lebowski»
Pregustando gli 80 euro elargiti a noi cenciosi, decido come investirò la lauta cifra a maggio: due cinema e tre pizz'e bira in più al mese per rimetter moneta in circolo. L'altro utilizzo poteva essere comprare due biglietti dello spettacolo di un comico-santone-milionario, per sentirgli dire che quegli 80 euro non servono. I soldi per ortaggi e uova marce da tirargli ce li avrei messi di tasca mia.
Pur senza bonus, inizio venerdì vedendo «Gigolò per caso». E se guardi un film scritto e diretto da John Turturro e recitato dallo stesso assieme a Woody Allen, con un cast strepitoso, da Sharon Stone a Vanessa Paradis e Sofia Vergara, parti con la convinzione di dover assistere a un capolavoro assoluto, da ricordare. Invece è solo un film garbato, che se non fosse per il binomio stellare e perché ho vent'anni di troppo, sarebbe buono per 98 minuti di annoiato pomicio-petting.
Vorrei alzarmi in piedi e sparare con un fucile a pompa sullo schermo solo per il doppiaggio di Allen. Non si regge. Già quello di Lionello era penoso, questo è inascoltabile. Il doppiaggio in genere, è dannoso, toglie molto ai film. «Ma come, noi italiani siamo i migliori!», nitrisce la mia sprovveduta compagna di ventura. Certo, nelle cose inutili siamo i numeri uno.
Fioravante è un mite fioraio factotum di mezza età. Allen, suo cialtrone e squattrinato amico che vive assieme a una donna nera (Otella) e quattro figli, lo spinge ad intraprendere l'attività di gigolò, nella quale si rivela di «un livello superiore». Accompagna Sharon Stone, il cui proverbiale stacco di coscia vale già il prezzo del biglietto, e altre vulnerabili mogli strabone. Una storia meno credibile di Rambo che da solo stermina l'esercito russo. La cilecca durante un ménage a trois gli fa capire d'essere innamorato di una vedova ebrea ortodossa, triste e molto sola, interpretata da Vanessa Paradis-Claudia Cardinale de noantri, che mostrando con timidezza l'agghiacciante spacchetto dentale gli dice: «Tu porti magia nella solitudine». Sticazzi.
Commedia dai ritmi lenti che si fa ricordare per alcune agrodolci frasi ad effetto, dando l'impressione che Turturro l'abbia scritta pensando ad Allen. Col risultato di non sembrare un film di Turturro, ma uno di Allen venuto non benissimo, senza logorroiche masturbazioni freudiane, ma ricco di satira sugli ebrei (notevole il surreale processo rabbinico) e con un paio di guizzi divertenti nella stanchezza di fondo.
Voto: boh (da rivedere senza doppiaggio di merda)

Già detto della crisi di Rafa Nadal (se definitiva o surplace come il velocista in vista della voltata, lo sapremo solo vivendo), a Barcellona vince il sapiente Nishikori. A Bucarest s'impone Dimitrov. Entrambi scavalcano Fabio Fognini, perché a lui sono superiori, uno di testa e l'altro come talento. Il nostro eroe tricolore si ritira sul 6-0 4-0 contro Giraldo. Dice d'essere infortunato. Poi gioca e fa semifinale in doppio assieme a Melzer (orfano di Petzschner, trova degno sostituto: starà prendendo la specializzazione in neuropsichiatria sportiva sul campo), quindi si pitta la faccia di nero e ai microfoni di sky dice che Marocchi di calcio non capisce niente. Boban, con capigliatura discutibile e calma olimpica, chiede a Fabio Balotelli: «Ma tu davvero credi di essere un fuoriclasse?»

A Marrakech rinasce per l'ennesima volta l'astro malfermo di Romina Oprandi. Se ai microfoni dell'Istituto Luce Tennis un tizio fuori dalla grazia divina urla «il tennis di Errani è poesiaaaa» (di Sandro Bondi, mentre defeca), l'ingessato telecronista inglese esplode incredulo di fronte alla tortorella svizzera che in semifinale fa impazzire Daniela Hantuchova, quasi imbracciasse una fionda. Da dove sbuca questa folle tennista? Si domanda. «Dropping like a stone death», qualcosa tipo, le sue smorzate cadono come un sasso morto, che rende benissimo l'idea, mentre avvilisce l'esperta gazzella slovacca. Tiene botta, regge (per miracolo divino, o tregua della sfiga) lo scambio, spesso chiuso con quelle palombelle che muoiono languide a pochi centimetri dalla rete. In finale contro la giovane Torro-Flor non ingrana il ritmo droppante e perde male, poi vince il doppio assieme a Garbine Muguruza. Non male, specie dopo aver visto dieci minuti di Sharapova-Ivanovic a Stoccarda: «Bim-bum-bamm-spatapumm», «Ahhhrghhh», «ihhhh-ohhhh», «ajdeeee», «c'moooon», pugnetti a profusione con balzello e scorreggina incorporata, ogni santissimo punto: tagliatemi le palle.

A Vercelli, piacevole ritorno alla vittoria di Simone Bolelli. Il gladiatore, Bolelli. Giuro, l'ho sentito: gladiatore.
E a Charlotsville vince Taylor Townsend. Quella che per gli esperti della Usta e i fini umoristi italiani (che fanno ridere più di Buttiglione che spiega Kant mentre caga) con le cataratte, è grassa e improponibile. A 17 anni.

mercoledì 18 aprile 2012

TO ROME WITH LOVE



La triste storia di un giovin signore, nelle sue annoiate vacanze romane
Tutto quello che seguirà è frutto della disturbata fantasia di un autore inesistente. Invenzioni immaginifiche traviate dagli oppiacei, semplicemente. Nessuna novità, forse.



Ho accettato, chinando il capo, che Djokovic diventasse numero uno. Cosa vuoi che sia il resto? E’ nei momenti più difficili che un uomo deve mostrare il petto, esponendosi coraggiosamente al pubblico ludibrio ed al cicaleggiante afflato di linciaggio. Un uomo, mica un nickname.
Non voglio tediare l’inconsapevole lettore con le amene e tristi vicende del torneo monegasco, in corso di svolgimento nelle principesche paludi. E’ assente Federer, ok. Manca lo svitato pittore tedesco Petzschner, rimasto a casa a leccare, come un’anatra squilibrata,
 le ferite  di un’esistenza malvagia.
Ma è altro, quello che mi interessa. Torno a quel coraggio di mostrare il petto villoso su cui sparare. Ci sono le prove, tanto. Tracce di una vaniloquente ammirazione tennistica per il boccoluto talento di Ernests Gulbis, sono ben rinvenibili. E mica le nego. Mutare idea è sinonimo di intelligenza. Cambiarla spesso, di genialità assoluta e rara visione d’insieme. Sarà perché io invece sono solo un umile stronzo, ma idea non la cambio. Sposto la prospettiva, come fanno i dritti.
Da ormai oltre quattro anni si discute, annaspando ed esibendo terrificanti piroette degne di un Roberto Bolle drogato di trielina, di questo miliardario ragazzo dal cristallino talento nel braccio, capace di colpi di violenza devastante e smarrenti palombelle morbide. Basta solo citare il tristemente surreale campionario degli ultimi tempi. Gaudenti e violente fiammate che quasi ti lasciavano senza fiato, nel mezzo di assordanti silenzi. Una all’anno, come l’istrione potenziale che non vuole inflazionarsi abituando bene la plebaglia. Poi, all’improvviso l’incoscienza. Può essere nei pressi di Malibù beach, arginando sontuosamente Mardy Fish o travestito da Elvis Presley a Memphis, irrazionale città che col tennis ha poco a che spartire. Poi a Roma batte Federer e se la gioca alla pari col mostro dell’argilla, Rafael Nadal. Tanto per mostrare agli infedeli quello che poteva essere.
E a Roma è atterrato nuovamente lo scorso fine settimana, il “giovin signore” lettone. Lo vedo con gli occhi abbottati di sonno, il volto paciocco sporcato da un velo di barba a dargli la consueta aria da miliardario bohemienne. Scende dal velivolo, coi riccioli rossastri scossi dal vorticoso venticello delle eliche. E’ nella città eterna per la presentazione di “To Rome with love”, ultima fatica cinematografica di Woody Allen? Può essere. Anzi, no. E’ sbarcato per giocare e vincere in punta di budello i due challenger capitolini, iniziando a Tor di Quinto. Ma certo, come no. Nei paraggi sgroppano puledri e ronzini, in un triste, quanto significativo parallelo con nitrenti manifestazioni ippiche. E’ numero 90 e rotti Ernests, ma che differenza fa. Fin troppo algidamente superiore agli altri polverosi mestieranti, questo ragazzo. Naif, svagato, viziato e cullato nella bambagia con fili d’oro. Ed è in questo stridente groviglio di contrastanti e talvolta opposte caratteristiche tecniche, mentali e caratteriali, che si nasconde il suicidio tennistico di Ernests Gulbis.
Pochi giorni fa aveva prospettato l’ipotesi di ritiro a fine stagione, a 24 anni. “Se i risultati non arriveranno”, dice. Ciancia di fantomatici problemi fisici. Sofferenze. Uno prova anche a crederci, forte di una granitica venerazione per il talento folle minato dal muscolo. Ma ormai anche quella accecata e demente credenza nel suo nulla arricciato, come una di quelle deliziose foglie morte che partoriva sul campo, è andata a farsi benedire. Semplicemente getta via tutto, talento, carriera e titoli potenziali. Perché questo come braccio sarebbe da primi quattro o cinque. Non ha l’inflazionata fame tennistica, ovvio. Ma nemmeno quella è la decisiva scriminante, il disvelamento del clamoroso fallimento sportivo. Altrimenti, con il suo conto in banca ed i trofei vinti, ve lo vedreste Federer ancora a rincorrere una pallina? O Shumacher a 300km/h, dietro una Force-India? Al lettone manca la voglia di lottare, il carattere, l’istinto e il sacro fuoco dell’atleta. Non ama il tennis, forse. Non gli piace quella magnifica sensazione di muscoli dolenti, prima di andare a letto. Preferisce quattro escort lapponi che si prendano cura delle pudenda reali, al limite. Come dargli torto. Un non-atleta è anche quello. C’è  chi può e chi non può, diceva il fraticello da Scasazza. Lui, modestamente, può. Come un Safin piccolo ed insignificante, senza titoli ed allori, pare essersi già annoiato. Irrimediabilmente. Quasi avviato alla decisione di abbandonare.
La storia recentissima lo vede sgroppare in sourplace su campi dell’impianto Rai, dopo che i suoi nobili ed ancora assonnati occhietti hanno addirittura dovuto vedere Santopadre che sgambettava garrulo. Vince i primi tre games. Poi raccoglie un esemplificativo 12-2 da Simon Greul, tedesco in possesso di ripugnante tennis arrotato. Schiantato, il “giovin signore”, da un tizio che da un paio d’anni è nell’assoluto dimenticatoio dei ronzini tennistici, incapace di battere anche i “Dimauri” e “Giannessi”. Avvilente.
Uno prova a darsi due violenti schiaffi in faccia ed arriva a pensare, con grande lucidità: “Via, si stava solo rodando. Il suo vero torneo sarà al Roma Garden. Poi passerà anche le qualificazioni agli Internazionali d’Italia e farà semifinale, almeno.”.
Credeteci, crediamoci. E’ gratis. Che poi al limite un ricovero coatto alla clinica “sanalamente”, non è la fine del mondo.




Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.