Guardo Nico Almagro con quei capelli da Latrin Lover anni '30 che, malgrado un
Nadal scarico e in vena di concessioni pasquali ai suoi
paggi connazionali, ce la mette tutta a perderla ugualmente (ma non ci
riesce, pollo anche in quello) e penso che potrebbe essere l'unico
meno credibile di John Turturro nella parte di gigolò in «Gigolò
per caso». Più credibile di lui invece sarebbe nei panni di Jesus Quintana deviato giocatore di bowling ne «Il Grande Lebowski»
Pregustando gli 80 euro elargiti a noi cenciosi, decido come investirò la lauta cifra a maggio: due cinema e tre
pizz'e bira in più al mese per rimetter moneta in circolo. L'altro
utilizzo poteva essere comprare due biglietti dello spettacolo di un
comico-santone-milionario, per sentirgli dire che quegli 80 euro non servono. I soldi per ortaggi e uova marce da tirargli ce li avrei
messi di tasca mia.
Pur senza bonus, inizio venerdì vedendo «Gigolò per caso».
E se guardi un film scritto e diretto da John Turturro e recitato dallo
stesso assieme a Woody Allen, con un cast strepitoso, da Sharon Stone
a Vanessa Paradis e Sofia Vergara, parti con la convinzione di dover assistere a un
capolavoro assoluto, da ricordare. Invece è solo un film
garbato, che se non fosse per il binomio stellare e perché
ho vent'anni di troppo, sarebbe buono per 98 minuti di annoiato
pomicio-petting.
Vorrei alzarmi in piedi e sparare con un fucile a pompa sullo schermo solo per il
doppiaggio di Allen. Non si regge. Già quello di Lionello era penoso, questo è inascoltabile. Il doppiaggio in genere, è
dannoso, toglie molto ai film. «Ma
come, noi italiani siamo i migliori!»,
nitrisce la mia sprovveduta compagna di ventura. Certo, nelle cose
inutili siamo i numeri uno.
Fioravante
è un mite fioraio factotum di mezza età. Allen, suo cialtrone e squattrinato amico che
vive assieme a una donna nera (Otella) e quattro figli, lo
spinge ad intraprendere l'attività di gigolò, nella quale si rivela di «un livello superiore». Accompagna Sharon
Stone, il cui proverbiale stacco di coscia vale già il
prezzo del biglietto, e altre vulnerabili mogli strabone. Una storia
meno credibile di Rambo che da solo stermina l'esercito russo. La cilecca
durante un ménage a trois gli fa capire d'essere innamorato di una
vedova ebrea ortodossa, triste e molto sola, interpretata da Vanessa Paradis-Claudia Cardinale de noantri, che mostrando con timidezza l'agghiacciante spacchetto dentale gli dice: «Tu porti magia nella solitudine». Sticazzi.
Commedia dai ritmi lenti che si fa ricordare per alcune agrodolci frasi ad
effetto, dando l'impressione che Turturro l'abbia
scritta pensando ad Allen. Col risultato di non sembrare un film di
Turturro, ma uno di Allen venuto non benissimo, senza logorroiche masturbazioni freudiane, ma ricco di satira sugli ebrei (notevole il surreale processo rabbinico) e con un paio di
guizzi divertenti nella stanchezza di fondo.
Voto:
boh (da rivedere senza doppiaggio di merda)
Già
detto della crisi di Rafa Nadal (se definitiva o surplace come il velocista in vista della voltata, lo sapremo solo
vivendo), a Barcellona vince il sapiente Nishikori. A Bucarest
s'impone Dimitrov. Entrambi scavalcano Fabio Fognini, perché a lui
sono superiori, uno di testa e l'altro come talento. Il nostro eroe
tricolore si ritira sul 6-0 4-0 contro Giraldo.
Dice d'essere infortunato. Poi gioca e fa semifinale in doppio
assieme a Melzer (orfano di Petzschner, trova degno sostituto: starà prendendo la specializzazione in neuropsichiatria sportiva
sul campo), quindi si pitta la faccia di nero e ai microfoni di sky
dice che Marocchi di calcio non capisce niente. Boban, con
capigliatura discutibile e calma olimpica, chiede a Fabio Balotelli:
«Ma tu davvero credi di essere
un fuoriclasse?».
A Marrakech rinasce per l'ennesima volta l'astro malfermo di Romina
Oprandi. Se ai microfoni dell'Istituto Luce Tennis un tizio fuori
dalla grazia divina urla «il tennis di Errani è poesiaaaa» (di
Sandro Bondi, mentre defeca), l'ingessato telecronista inglese
esplode incredulo di fronte alla tortorella svizzera che in
semifinale fa impazzire Daniela Hantuchova, quasi imbracciasse una fionda. Da dove sbuca
questa folle tennista? Si domanda. «Dropping like a stone death»,
qualcosa tipo, le sue smorzate cadono come un sasso morto, che rende
benissimo l'idea, mentre avvilisce l'esperta gazzella slovacca. Tiene botta, regge (per miracolo divino, o tregua della
sfiga) lo scambio, spesso chiuso con quelle palombelle che muoiono languide a pochi centimetri dalla rete. In finale contro la giovane Torro-Flor non ingrana il ritmo droppante e perde male, poi
vince il doppio assieme a Garbine Muguruza. Non male, specie dopo aver visto dieci minuti di
Sharapova-Ivanovic a Stoccarda: «Bim-bum-bamm-spatapumm»,
«Ahhhrghhh», «ihhhh-ohhhh», «ajdeeee», «c'moooon»,
pugnetti a profusione con balzello e scorreggina incorporata, ogni
santissimo punto: tagliatemi le palle.
A
Vercelli, piacevole ritorno alla vittoria di Simone Bolelli. Il gladiatore,
Bolelli. Giuro, l'ho sentito: gladiatore.
E
a Charlotsville vince Taylor Townsend. Quella che per gli esperti della
Usta e i fini umoristi italiani (che fanno ridere più di Buttiglione che spiega Kant mentre caga) con le cataratte, è grassa e improponibile.
A 17 anni.