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mercoledì 10 febbraio 2010

UNA VITA DA DOPPISTA



Analisi di una specialità nobile, oramai in via d'estinzione. Rifugio ben retribuito per mestieranti, attempati professionisti, e top player vogliosi d'allenamento supplementare.
Assistere ad un doppio, a metà tra l'esperienza mistica e l'insano gesto. Il sole picchiava duro e a strapiombo sulle teste di un centinaio di ignari eroi. Eccitati all'idea di non perdersi nemmeno uno scambio della prima semifinale di singolare. E, nell'inesperienza più assoluta, con l'intima speranza di galanti chiacchiericci mondani, magari acchiappando qualche "safinette" in esubero o respinta per lieve difetto fisico. Niente di tutto quello, i dritti temporeggiavano altrove sorseggiando costosi cocktail. Solo un drappello di inconsapevoli temerari. E sul campo quattro signorotti a darsi da fare in un doppio rattoppato. Furbescamente piazzato dagli organizzatori, prima delle attesissime semifinali di singolo. Come un antipasto di cicorie accompagnate da gazzosa sgasata, per un successivo pranzo a base di ostriche, caviale e champagne.
E intanto i quattro, incuranti di spalti deserti e di tutto il resto, si davano un gran da fare. Due vestiti in tinta unita e cappellino, gli altri piuttosto buffi e folkloristici. Un tipo abbastanza ingrigito e con la panzetta tonda da consumatore abituale di birra, partner di una pertica biondiccia, secca e ritorta. Quattro disperati impiegati del catasto vessati da Brunetta, che parevano messi lì come punizione, per aver ignominiosamente cannato tre controlli da Gestapo ai tornelli. Lo scambio iniziava e non era neanche malaccio: Volè, furiosi scambi a rete, balzelli da satropi danzanti, pugnetti e vai col "gimme five". Provo a guardarmi attorno. Visi sgomenti ed impotenti, altri impietriti da morte apparente. E il timore reale che qualcuno potesse improvvisarsi kamikaze appartenente ad una cellula morta di “Al queida”, gettandosi a strapiombo sul campo. I più dritti, per tenersi svegli ed evitare l'insano gesto, iniziarono una particolare forma di gaudente dileggio. "A secco...quella la metteva dentro pure mi nonna...". Qualche nostalgico in là con gli anni azzardava: "Aridatece Bertolucci, daje Paolone!!!".
Mestieranti incapaci di competere in singolo. L'intero scenario mondiale non si discosta molto da quella partita, che pure era una finale. Il doppio, un tempo nobilissima specialità quasi dello stesso rango ed importanza del singolo, è oramai ridotta ad anacronistica esibizione di mezzi figuri. Terreno fertile per onesti mestieranti consci di non poter competere in singolare. Dominano lo scenario i gemelli Bryan, diabolici interpreti della specialità (voglia il cielo che io, nel pieno delle facoltà mentali, possa mai voler assistere ad un loro incontro) che si prodigano in tremende evoluzioni ipertecniche, poco più interessanti di un moderato comizio d'integrazione padana tenuto Borghezio. E pazienza se presi singolarmente, i gemelli faticherebbero a battere anche Ivan Lend. Quello attuale versione over 50 e "over quintalata", inquartato e con la mascella equina imbolsita, che lo fa sembrare l'imbarazzante versione maschile di Jelena Jankovic.
Un declino alternativo. Ci sono anche tennisti con una discreta carriera in singolare alle spalle, che oramai attempati, decidono scientemente di svernare altre tre o quattro stagioni nel circuito, riciclandosi nella specialità. Evitano le pantofole e mettono su qualche spicciolo per la vecchiaia. Perché non avranno una pensione e in fondo, non tutti sono nati Federer. Esempio lampante è il trentatreenne bielorusso Max Mirny "la bestia", prossimo avversario dell'Italia nel match di coppa Davis. Armadio dal gradevolissimo serve&volley, oramai concentratosi esclusivamente nel doppio. Lungi dal voler allarmare i tanti patrioti (la Bielorussia oltre a Mirny schiera tre maniscalchi over 200), è proprio nella Davis che il doppio riveste una eccessiva importanza. Finendo spesso per decidere confronti serratissimi.
Allenamento agonistico retribuito per qualche top. Scorrendo distrattamente i tabelloni di doppio dei vari tornei, si può anche leggere il nome di qualche discreto singolarista. Per lo più terraioli che serrano la mascella e arrotano come folli disturbati di mente. Per pagarsi i soldi dell'aereo e nella non troppo malvagia idea di farsi vedere dal munifico sponsor. Persino alcuni top player, si prodigano in doppi da allenamento semi-agonistico, solo per provare i colpi e magari qualche distratta volè. Perché il quinto emendamento, ancora non vieta di giocare di volo.
Lo scenario femminile. Non dissimile la situazione tra le donne. La fanno da padrone, anche qui, le sorellone Williams. Appassionate della specialità per due motivi di fondo. Impegnate come sono in molteplici attività extra sportive, non trovano molto tempo per allenarsi. E cosa c'è di meglio di un bel doppio, per trovare la gamba giusta? Il paradosso è che, essendo almeno tre categorie superiori a tutte le altre, finiscono anche per vincerlo il torneo. Esaudendo anche la seconda motivazione: guadagnare qualche spicciolo surplus, da destinare in beneficenza: Richard Williams - Malibù Beach, ad occhio e croce.
Mac/Blake-Borg/Federer. Snobbato o maltrattato dai più grandi tennisti, già in difficoltà nel gestire stagioni massacranti per le proprie giunture, il doppio rimane una manifestazione utile per divertenti esibizioni. Paradosso tenuto a galla nel circuito pro da svariati interessi, come sponsor, organizzatori, pubblico e campi che vanno pur riempiti da qualcosa. Che poi a ben guardare, giocato per puro divertimento, quando ci sono una quarantina di slam vinti in campo, non è nemmeno attività così malvagia da guardare. Un assaggio di McEnroe/Blake-Borg/Federer.
Post scrittoper Tennis.it

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Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.