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martedì 27 giugno 2017

IL RITORNO DI BERLUSCONI, LA VERA SINISTRA IN TRIONFO



Mi perdoneranno i milioni di appassionati di tennis, ci sarà modo di cianciar di racchette durante Wimbledon (che seguirò giornalmente come inviato al fianco della novantaseienne regina madre, strafatto di tisana allo stramonio), ma il momento è topico:
Amici, Fratelli, Compagni della Vera Sinistra, questo è un grande giorno. Abbiamo patito anni di delusioni, smarrimento di fronte all'oscena evenienza di poter vincere. Cose orrende. Un incubo dal quale stiamo lentamente svegliandoci.
I fatti sono noti. L'altro ieri si votava per i ballottaggi in molti comuni. I risultati suonano come una soave melodia tzigana. Ok, l'indegno Renzi col suo Pd di destra che pensa a sconce leggiacce fasciste come su Ius Soli e Unioni Civili ha vinto in 67 comuni, ma il dato che tiene alte le nostre speranze di ritorno a una Vecchia, Sana, Vera, Sinistra, sono i 59 comuni tornati nelle sapienti mani di Salvini e Berlusconi, a suon di "prima gli itagliani (rutto) hanno stati i zincheri (peto)". In fondo, i 5 stelle. Una vittoria straordinaria, urla Beppe Grillo. Ben 45 sindaci su  8000 in Italia son delle stelle. Uno straripante 0,5 di stampo adinolfiano. Marcia inarrestabile. Se tutto va per il giusto verso, tra ventimila anni i 5 stelle avranno più del 50% di sindaci nel paese. Ma, sterili numeri a parte, il M5S ha vinto perché Renzi ha perso pur vincendo ma indietreggiando. Chiaro, no? L'importante è che Renzi (che è di destra) perda e vinca invece Salvini, che invece rispetto a Hitler è democratico.
Ce l'abbiamo fatta, ragazzi.
Abbiamo resuscitato Silvio Abbelluscone, riesumato dal mausoleo della sua Villa di Arcore, dov'era tenuto in vita grazie all'affetto di Dudù, effluvi di fica e le amorevoli cure di Gianni Letta e olgettine vestite da suorine smutandate.
È stato difficile, ma ci siamo riusciti. 

Tripudio e bottiglioni di Tavernello stappati nella sede (un monolocale a Tor Pignattara) in cui sono rinchiusi quelli della minoranza Pd, i minorati (dall'alto di un 3/5% in sede al congresso). Giubilo, mortaretti, trenini sulle note degli Intillimani. Poi via ai cori "Renzimmerda, rottamaci stocazzo! Ficcatelo nel culo il 70%! Viva Berlusconi che ci dà la vita!". Rispuntano cappotti color cammello, eskimo sdruciti, giacche verdine a costine di velluto, sigari del '73, dolcevita da pensatori francesi.
È incontenibile Pigì Bersani, euforico per questa sconfitta vittoriosa che ci rimanda a un passato glorioso che si voleva indegnamente rottamare. Speranza fa apprendistato per diventare leader accendendogli un sigaro maleodorante.
Poi arriva Massimo D'Alema, il mammasantissima. Vera mente oscura e geniale del trionfo. Tra i due c'è uno scambio schietto, maschio.
"Caro Massimo, ce l'abbiamo fatta! Abbiamo resuscitato Silvio! Abbiamo vinto perdendo!".
"Ce ripigliamme tutte chell ch'è o nuost!", tuona il Lìder.
"Adesso che la mucca è sul binario, lo smacchio io il giaguaro".
Baffino fa una faccia strana, come di commiserazione.
"Certo, certo. Ma una cosa alla volta, diciamo. Abbiamo sistemato l'arrogante ragazzotto sovrappeso Renzi e restituito agli italiani Berlusconi. Ora la linea è chiara: bisogna riprendersi il partito, far cadere Gentiloni e poi andare ad elezioni, da perdere magnificamente. Gli italiani potranno tornare a misurarsi per un altro decennio (il Cavaliere ha una salute robusta, tranquilli), sui problemi reali del paese, grazie al nostro programma collaudato. Di concreta sinistra. L'unico dal 1993: "Abbelluscone ci ha il conflitto di interessi!".
Applausi dirompenti.
Gotor balla una lambada con la Geloni. Speranza mostra una maglietta con Winnie the pooh e Che Guevara. Bersani, ubriaco di Tavernello, tocca il culo a Rosy Bindi che improvvisa un conturbante striptease, ingoia il sigaro e poi ri parte.
"Hai ragione Massimo! Viva il Pd liberato! Ma il momento è delicato. Occhio alla mucca che dorme da sveglia, eh. C'è il pericolo delle destre alle porte. E quello lì, Berlussssconi, è un pericolo per la democrasssia se si mette con Renzi e quella roba qua. C'è mica da fidarsi, oh. Occhio. Penso che dobbiamo dialogare con le forze di centro moderato, come il Movimento 5 stelle!".
Poi arrivano le ambulanze a sirene spiegate.

Ma non cadiamo nell'errore di considerare i minorati Pd come unici artefici della rinascita di Silvio. Buona parte del merito è anche del M5S. Completamente scomparsi (0,5 di sindaci in tutta italia), i loro voti (di merda) sono ovviamente confluiti nella cloaca maxima del centro destra. Perché quello è il loro habitat. I topi escono dalla stessa fogna. Il M5S non è né di destra, né di sinistra, è di merda (cit. un genio su Twitter). Nel loro quartier generale del Fatto, è grande festa. Travaglio in perizoma di pelle e Scanzi in tutù rosa si lanciano in un liberatorio amplesso saffico. Finalmente torna Abbellusconi. I mignottoni, falso in bilancio, Emilio Fede, le Tv. Dopo anni in cui, arrabbattandosi sul babbo lazzarone di Renzi, le indagini del prode Woodcock uccello di legno e il culo cellulitico della Boschi, le vendite erano scese al di sotto della rivista "uncinetto facile a puntate". In più via ad una dozzina di libri che andranno a ruba tra i fans grillini (con versione audio libro per il 97% che sta ancora imparando a leggere).
Riecco Silvio, che appare in videoconferenza per ringraziare. Bersani scatta in ginocchio, con un terrificante rumore di rotule frantumate, per baciare lo schermo.
"Ti vedo bene, Silvio. Bentornato! Sei un grande uomo di sinistra. Il più grande di tutti. Nessuno come te ha portato lavoro a disoccupati, sfaccendati, giornalisti e politici senza idee e programmi. Lunga vita a Silvio e al conflitto di interessi!".
L'emozione è palpabile.
Anche Baffino si complimenta.
"La vedo in grande forma Cavaliere, diciamo...".
"Voi merdacce invece siete ingrigiti, stantii e puzzate di verze lesse...ma non c'è un po' di figa lì?", risponde Silvio, che poi li guarda, con ampio sorriso, ciuccia la tetta della badante, pulisce la sedia del ramarro Travaglio (che arrossisce di virginale emozione), e getta loro due banconote e tre noccioline.
"Viva la vera Sinistra!".

venerdì 23 giugno 2017

PAIRE, IL FOGNINI OBLUNGO



Capita di sbagliare. Chiaro, puoi farlo per totale offuscamento cerebrale bersaniano, quando ha considerato il M5S una forza di centro capace di arginare la deriva populista di destra. Oppure sbagliare per un santorismo innato. Quello di voler sadicamente, inconsapevolmente, far vincere le forze politiche che finge di avversare nelle sue soporifere trasmissioni. Prima Berlusconi, ora l'onda lunga delle stelle.
Poi puoi sbagliare anche perché a quel tempo dovevi ancora disintossicarti dall'lsd. È il mio caso, con Paire. Col lungagnone di Avignone ammetto di essermi sbagliato. Per anni gli ho riservato la tessera numero 7 della Gran Loggia Massonica dei Tennisti Superbamente Sminchiati. Recentemente espulso con ignominia. Eppure mi affascinava quell'allampanato ragazzotto naif, capace di genialità tra grezzezze non comuni. Sembrava uno vero. Rabbioso, istintivo, genuino. Uno che in una frazione di secondo era capace, come tutti i pazzi, di prendere la decisione più inutilmente bella. Comodo dritto a chiudere in recupero su una palla corta? Lui ci arriva in sourplace e, invece della comoda chiusura, ecco un balzo in sospensione e contro smorzata in tweener. Pazzo da legare. Amante del bello fine a se stesso, invece che delle stitica vittoria. Insomma, possedeva tutti i crismi affinché gli concedessi la tessera del LMTSS. C'era della verità, in lui. La verità è importante, per un pittore, scrittore, sportivo, prima ancora dei contenuti.
Per questo un po' m'annoiava chi trillava l'ennesimo "ma come, ti diverte Paire e schifi Fognini, che parono gemelli?".
Non  aveva tutti i torti, i due sembrano davvero gemelli siamesi divisi da una lavica pisciata. Ma nel primo, maledetta lsd, vedevo quel sincero, naturale genio perdente. Nel secondo esclusivamente un teatrante noioso. Paire era kitsch al naturale, Fognini consapevole camp.
Forse davvero ero annebbiato dalla sindrome per cui tutto quello che viene dalla Francia è considerato chic: le loro commedie sono genialmente frivole, le nostre pacchianamente cretine. O magari Paire mi ha semplicemete stufato. A fronte dei soliti, intermittenti colpi da funambolo sbronzo di acquavite, v'è una sequela di urticanti comportamenti da adolescente che ha ricevuto pochi ceffoni. Sempre più Fognini dalla sagoma oblunga. Tra di loro ormai, l'unica differenza è quella che intercorre tra una zucchina genovese e una lunga. Entrambi sembrano compiacersi nel recitare il ruolo di ultimo della classe, ma non perché lo sono, semplicemente perché sanno di non poter essere primi.
Benito il bretone è preda di un irreversibile, pacchiano, imborghesimento da attore di teatro vittima del suo personaggio. Macchietta ormai di se stesso. Già, anche gli sminchiati si imborghesiscono appiattendosi a un noioso livello fognizzato.

martedì 20 giugno 2017

Schiavone vola e va come una rondine, angoscia Errani-Vinci




Mentre predispongo l'invito settimanale per "la cena col grillino", divertissement snob che riprende palesemente "la cena col cretino", sublime piece teatrale francese da cui fu tratto l'omonimo film, guardo highlights del tennis tanto per.
Mi soffermo in particolare sulle nostre eroine tricolore che si destreggiano sull'infida erba pre Wimbledon.
Interessante derby a Maiorca. Erba a Maiorca? Così pare. Hanno predisposto prati su cui Nadal sgamba e trotterellano egagre ragazzotte Wta. Di fronte Roberta Vinci e Sarita Errani, al secolo le chichis (wawa), un tempo dominatrici-amiche-complici del doppio, finaliste slam in singolo, top ten, etc...prima della fragorosa rottura. I motivi restano ancora avvolti da riserbo e una fitta coltre di mistero. Poco importa. Da allora, le due praticamente sono crollate a picco. Inesistenti in doppio con altre partner, caduta libera in singolare. Roberta è riuscita nell'anno successivo a compiere il quasi miracolo a New York, poi quasi nulla se non vagheggi di "ho battuto a Sereeeeena" o snobbati sondaggi "smetto o non smetto?".
A vederle affrontarsi nel primo turno, viene l'angoscia. Pare un torneo dopo lavoristico. Robertina ha splendida mano, i soliti colpi slice, preziosamente vintage, di una cinquantenne ex tennista ormai appesantita. L'altra è un trivio tennistico mai visto, che fa accapponare ancor di più la pelle sui prati. Mai visto arrotare in modo così agghiacciante, senza potenza e servizio, su erba. L'imbolsita pugliese, attenta a non dire "Jamm" o "annamo" per non turbare l'avversaria, finisce per vincere lasciando tre giochi all'arrotatrice folle. Poi salutano con stretta di manina gelida e facce ingrugnite. Nemmeno un bacetto o un sorriso. Ora la attende la Flipkens, e anche da ex può arrivare in fondo.
Poi guardo attentamente Francesca Schiavone, ormai ex anche lei (per gli altri però, specie la Fit), impartire sontuosa lezione tecnico-tattica alla giovane bieberona Bouchard. Il grande bluff canadese, pompato solo perché (dicono) caruccia, si piazza in mezzo al campo e spara meccaniche pallate da agassina scarsina: uccellata dalle sapienti variazioni dell'italiana, che la sovrasta anche dal punto di vista fisico. Schiavone, che mai ho amato, a 37 anni si conferma la migliore italiana della stagione, in condizioni fisiche eccellenti. Forse servirà per ottenere una wild card a Roma nel 2018. Quando si sarà ritirata.


lunedì 19 giugno 2017

Donnarumma, giglio nato nel letame di anni di disgrazia: da bandiera a carta da culo

Mi prudono le dita unte di pane e
panelle.

Persone che mi stanno sul cazzo nel caso (nazionale) Donnarumma:

Tifosi milanisti. Ergono un ragazzotto di 18 anni a bandiera/eroe, solo perché ha baciato la maglia, detto che juvemmerda rubbano e pisciato sugli scudetti negli spogliatoi della juve. Nei 90's la bandiera era Baresi (ventenne che disse no ai miliardi di Agnelli per giocare in B col Milan, poi risalì e vinse tutto quello che altri non riescono a sognarsi in tre vite con la sua squadra). Se andava male, a cavallo del 2000 bandiera era un tale Paolo Maldini. Ma che ne sanno loro. C'è da comprenderli. Ora gli sventurati si aggrappa(va)no a questa parvenza di giglio nato nel letame di anni di disgrazia, ma non devono sorprendersi se passa da bandiera a carta da culo in un batter di ciglia.

Tifosi di altre squadre. Romanisti ancora stremati per l'addio Potemkin di Totti, che danno esempi di bandierismo. Ok, pure basta. Juventini che dopo la sbornia di Cardiff trovano un modo per esultare (ancora piangenti). Pregustano Donnarumma per il dopo Buffon: un altro fenomeno tra in pali per pisciargli gli spogliatoi e dare l'assalto all'amata champions, mentre altri la alzano con Galli, Pazzagli, Rossi, saponetta Dida o uno spaventapasseri. Tifosi interisti che...boh, sono interisti.

Donnarumma. Mi sta sul cazzo a pelle, già in tempi non sospetti. Il portiere è un ruolo che mai mi ha affascinato. Sempre sostenuto che una grande squadra non ha bisogno di un gran portiere, ma di uno che limita al minimo le vaccate. Per Sacchi la squadra perfetta non ne ha bisogno. Il portiere serve a chi si affida al non gioco, al casaccio della palla buttata avanti abbinato a una difesa di macellai. Chi ha CR7 se ne sbatte del portiere fenomeno.
Poteva scegliere di andarsene affanculo, al Real (mi gioco le palle che, o lo prendono aggratis o a 6 euro per fargli fare il vice portiere del campo allenamenti, o niente) o alla Juve, facendo guadagnare bei soldi al suo club, ha preferito non rinnovare guadagnandoli lui, farli guadagnare a Raiola e affossare il club di cui si diceva tifoso. (Mezzo) uomo fecale, appunto. Si obietterà che lnon poteva decidere nulla, essendo prigioniero arricchito di Raiola. Ad andare bene allora è un cretino o doppiamente uomo fecale, perché se ti affidi a uno simile, ti stampano la merda sulla carta d'identità come timbro.

Raiola. Uno che lo guardi e lo senti e ti appaiono le sagome di Moggi e Riina che limonano in un film di Scorsese. Perdio. Ma come può un essere simile tenere per le palle presidenti, squadre, mezzo calcio mondiale? Galliani era buono, con lui si facevano affari ottimi. Commesse a mai finire. Per due anni di Ibra il Milan ha dovuto sciropparsi Leadro Grimi e un'agghiacciante sequela di nomi da lazzaretto. La nuova proprietà non vuole fare lo stesso? Via di ritorsione.

Galliani. A confronto, D'Alema non è uno rancoroso. Insomma, cosa può valere un Donnarumma diciottenne che ha parato un rigore al pallone d'oro (in pectore) Dybala, che nella juve farebbe fare la panchina a Cristiano Ronaldo messo in vendita dal Real per 400 milioni a 32 anni? 1800? 2000?
Provo a chiedere numi a Sconcerti, che però, mi dicono, è impegnato nella sua stanza al frenocomio di Volterra (riaperto in suo onore) per scrivere un sontuoso editoriale su "Bonucci meglio di Baresi", poiché il bianconero giuoca nella difesa in linea, con nessuno a proteggerlo. Baresi invece era protetto da Cesare Maldini e Trapattoni. E poi Mannari con Sacchi tornava più di Higuain.
Poco male, magari ne valeva una cinquantina, ma decidendo di non farlo rinnovare per tempo, Galliani lo farà liberare a zero o per due semi di zucca: dispetto al Milan, figuraccia (figurone per i senzienti) alla nuova società, favore all'amico di mille commissioni (e a se stesso). Si diverte così, lui.

Giornalisti. Rai, Sky, Mediaset. Tutti proni, genuflessi di fronte a questo lombrosiano figuro procuratore che li convoca in una cucina sporca mentre scorreggia dopo aver mangiato una carbonara, per dirgli che i soldi non erano importanti, che non hanno rinnovato perché 5 milioni l'anno erano una specie di mobbing per il pupetto (minacciato di morte, financo, a quella cifra). Non una risata, non un "ma che cazzo stai a dì, la carbonara era drograta?". Zitti, proni, annuiscono, in totale crisi d'astinenza da Moggi o un padrone da cui essere frustati e da cui ricevere scodinzolanti lauti croccantini. Dal ferroviere all'ex pizzaiolo, il passo è breve. Tengono famiglia e nessuna dignità.

Io. Che, prudendomi le dita, potevo ficcarmele nel caso invece che scrivere di questo affare inutile. Ma, notando una inquietante crescita nelle visite, miro inconsciamente a scremare i lettori inimicandomi interisti, juventini, 5stelle e cretini (che lo stesso sono).

In sintesi, chi è che non mi sta sul cazzo in questa situazione ridicola? Nessuno. O almeno, non mi stanno sul cazzo quelli che di solito mi stanno sul cazzo: Fassone e Mirabelli. Liberarsi di Raiola (esterni alle società ma più dentro di tutti, come ganGrena -cit -) e Donnarumma è un bel colpo per l'immagine. Chiaro, il rischio mulini a vento Zeman contro Moggi è serio, ma ci libera dall'acre tanfo di letame. Anche la Juve scaricando Moggi e Mengele Agricola è una società più fresca e limpida.

Pronto? Sì, pronto? Sento male. Cade la linea. Come? Mi dici che la Juve ha ripreso il Dott. Mengele Agricola notte tempo? Sarà una calunnia, perché in rai, mediaset, sky, sui giornali, non l'ho letto mica.


giovedì 15 giugno 2017

HAAS E FEDERER, IL GIGANTE ETERNO E IL PICCOLO PAIRE SVIZZERO



Una salubre boccata di erba olandese è quello che ci vuole dopo la polverosa stagione terricola. Anche inglese o tedesca va bene. Pure cambogiana.
Stoccarda, 14 Giugno 2017, 58 D.M. (Dopo Mac). Sul già spelacchiato centrale tedesco in scena uno dei migliori accoppiamenti possibili nei nostri tempi decadenti, per generare tennis bellissimo, pregno di antichità in disfacimento: Federer-Haas. Di meglio solo il venturo Haas-Zverev (quello buono, cioè il mancino, più vecchio e meno forte) o McEnroe-Stich (56 anni l'uno, 47 l'altro, che due anni fa inaugurarono quel centrale con una bellissima sfida, vinta ovviamente dal Genio assoluto).
Bando alle ciance, accontentiamoci di Roger e Tommy. Federer, per una volta, non deve allenarsi al centro tecnico di Villa Arzilla per trovarne uno più vecchio di lui. Di ben tre anni. 39 primavere contro 36.
Le premesse sono ottime, malgrado i due mesi di stop volontario dello svizzero, le mille operazioni gravi patite dal tedesco, una specie di mistero della medicina, tenuto assieme dal nastro adesivo, l'ultima delle quali alla spalla, a 38 anni, avrebbe messo k.o. anche Terminator.
L'inizio conferma i pronostici.
Federer tirato a lucido e per nulla arrugginito dai due mesi di stop agonistico, si avventa senza pietà sul tedesco un po' contratto per il fatto di giocare in casa, davanti alla sua famiglia.
Il resto, lo spettacolo, è un campionario di bellezze tecniche superbamente demodè, radenti sviolinate, tocchi, carezze e fiammate a velocità siderale.
Severo 6-2 Federer, che scappa via anche nel secondo, strappando il servizio all'avversario. Tutto scivola verso la naturale evoluzione delle cose, quando qualcosa cambia, Roger molla un po' mentalmente e l'altro è un superbo falco ad approfittarne, rientrando nel match e rimanendovi aggrappato, tra graffi e sontuosi rovesci in controbalzo. Gran battaglia di fioretto fino al tie-brek trilling che Tommy porta a casa giocando in modo splendido, annullando anche un match point.
Potrebbe bastare. Federer riprenderà in mano la situazione contro un Tommy Haas già pago per la dimostrazione di classe fine a se stessa? Manco per idea. Lo svizzero fuoriclasse continua a mancare palle break mentre l'altro, il lazzaro campione mai compiuto, alla prima buona la arraffa di giustezza. E non la molla più, chiudendo 2-6 7-6 6-4.
Incredulo, nemmeno esulta.
Mi dico (illuso) che meriterebbe il plauso di tutti, in primis dello svizzero suo amico. Cosa è successo allora? Leggo di un Federer arrugginito. Cazzate. Se Federer ha perso il ritmo partita e l'abitudine agonistica per due mesi di stop (da sano e dominatore della stagione), cosa avrebbe dovuto perdere Haas, che di anni ne ha tre in più, che uno stop (per infortunio grave alla spalla) lo ha avuto di un anno, dopo le mille altre traversia da fatebenefratelli per cui i suoi 39 anni sulla carta diventano quasi 62 biologici?
La disamina invece è semplice, per chi non ha fette di bresaola svizzera sugli occhi: Palle break trasformate da Federer 3 su 13. Palle break trasformate da Haas 2 su 3. A leggerle, il campionissimo parrebbe quest'ultimo. Invece, come spesso gli è accaduto nella formidabile carriera, dopo un inizio più che ottimo (altro che ruggine) Roger ha mancato tante, troppe occasioni. Mentre l'altro è stato più bravo a sfruttare le sue, poche.
Situazione già vista, spesso contro Nadal. E in quelle circostanze, la disamina dell'interessato con tanto di genuflessi, servili, complimenti a Nadal che "ha giocato meglio", non è mai mancata. Stavolta no, solo colpa sua. "Quando manchi tante occasioni non puoi che perdere". Un minimo, dovuto, "bravo" ad Haas che dopo mille infortuni in una carriera a suo modo sbalorditiva, davanti al suo pubblico, a quasi quarant'anni ha giocato al suo massimo e meglio di lui i punti importanti come fanno i campioni? Nulla. Dichiarazioni che, riavvolgendo il nastro, ricordano quelle fatte da Benoit Paire proprio dopo un match perso col tedesco: "Avrei perso anche con mio nonno", disse lo stolto lazzarone. Uguali, anche se dette con maggiore attenzione alle parole, quelle di Federer, che ha perso lo stile (o meglio, forse lo ha sempre avuto come maschera di buonismo coi forti, e mai coi più deboli), trasformandosi in un Pirla Paire che non ce l'ha fatta.


lunedì 12 giugno 2017

LA DECIMA DI NADAL AL ROLAND GARROS. PAURA E DELIRIO A PARIGI




Ludico pagellame post esistenzialista

Uomini


Rafa Nadal 10 (come i titoli). Capita di vedere qualche scambio dell'esecuzione sommaria ai danni del malcapitato Basilashvili, onesto comprimario georgiano in discreta forma, impegnato allo stremo per vincere un game con ardimento antico, e penso scorato: l'unico a poter fare una parvenza di partita o strappargli un eroico set è Stan Wawrinka. Oscenamente sbugiardato, perché anche lo svizzero è scarnificato da un Nadal versione cannibalesca. Buono ma non al massimo a inizio anno sul cemento, dominante appena messo piede sulla terra. Vittorie in serie e approdo a Parigi nelle migliori condizioni psico-fisiche. Determinato, concentrato, tirato, feroce. Non una distrazione o passaggio a vuoto in sette partite: monstre. Non assistevo a simili mattanze in serie dai tempi di Steffi Graf tra le donne. Storica decima a Parigi e quindicesimo slam, quindi. Qualche sussulto tra gli ultrà di Federer per la perenne, avvincente, masturbatoria corsa al goat, ancora in bilico. Questo Nadal fa paura, ma il resto della stagione sul veloce sarà quasi un altro sport e dubito possa trinciare avversari con la stessa foga. Al limite potrà giocarsela con altri due o tre.
Stan Wawrinka 7. Sgamba per tutta la stagione al piccolo trotto, sovrappeso, sbocconcellando barrette di cioccolato e smarties. Arriva lo slam e si trasforma in Stan The Man. L'esecutore. Una roba da film americano. Partita dopo partita acquisisce forma smagliante diventando quasi imbattibile alla fine. Tre finali vinte su tre valgono più di mille ciance. Percentuale sontuosa quasi quanto quella di Buffon. Stavolta non può nulla contro un Nadal sovrumano. È come in un vortice mortale in cui spirano una decina di venti, centrifuga che ti toglie il respiro. È forse quello che picchia la palla in modo più forte, pieno, quasi liberatorio, ma con Rafa annega in modo inesorabile. È il picchiatore rintronato, preso a sberle dal satanasso iberico.
Andy Murray 6,5. Recuperato. Lontano dalla pietosa ameba "ammirata" a inizio stagione, sbeffeggiato da cani, porci, Ramos e Fognini. Perde dopo cruenta battaglia con Wawrinka. L'impressione è che nel resto della stagione dovranno fare i conti con lui.
Dominic Thiem 6,5. Il ragazzo è pronto, dice chi la sa lunga. Non gli manca nulla per vincere uno slam. L'anno scorso fermato da Djokovic. Quest'anno da Nadal. Il prossimo potrebbe essere Murray o Topo Gigio. Il rischio ricadere nella spirale di novello Berdych è concreto. Intendiamoci, pesta sodo, a tratti è anche piacevole, ma ancora lontano da chi uno slam lo vince sul serio.
Novak Djokovic 4,5. Prova a uscire dalla crisi curando la psiche grazie a un santone guru che predica pace e amore, e la tattica ingaggiando Agassi, un ex campione pelato con la panza da salumiere, che negli ultimi anni avrà visto due partite, crederà che Connors giochi ancora ed ha fatto parlare di sé solo per un best sellers scritto da un disperato ghost writer che si sarà poi suicidato buttandosi dal ponte di Brooklyn, e nel quale afferma di aver sempre odiato il tennis, che si faceva di polvere d'angelo e giocava indossando un parruccone antologico. La cura ideale, insomma, per passare da una crisi tecnica a un suicidio. Che Novak sia ancora vivo è già un miracolo. Agassi arriva la seconda settimana, prende posto in tribuna dopo due set, sbadiglia, gioca un po' col telefino consultando youporn e se ne va. Scelta imbarazzante. Come imbarazzanti tutte quelle, solo marketing, riguardanti ex campioni. Djokovic è in crisi. Umano, dopo sei/sette anni in cui ha tirato il motore al limite. Tutto sta nel capire se ha ancora riserve fisiche e mentali per ritornare quello di prima. Senza santoni o ex campioni caricaturali, magari.
Pablo Carreno Busta 6. Non fai in tempo a liberarti di un Ferrer, quand'ecco che spunta Carreno, che non sniffa e morsica calzini usati, ma strabuzza gli occhi in risposta come un maniaco che sta per aprire l'impermeabile ai giardinetti. Potenza della Spagna, che non aspetta sotto il pero che sbocci un altro Nadal tra centovent'anni. Qui si attende che nel 2120 nasca sotto un cavolo un altro Panatta. Scatenerò il coro sdegnato delle solite anime buone, amanti di tutto e della tenacia (che pure è talento, eh), ma questo è più noioso di una filippica di Damilano sui bersaniani minorati (da minoranza) Pd, alla sesta ora della Maratona Mentana.
Nex Gen. A furia di provarci, prima o poi si azzeccherà il nome. Prima Quinzi, poi Kyrgios, quindi Screach Kokkinakis, robottino Coric, bimbo d'oro Alexander Zverev. Con Kyrgios (4), cui la terra non piace perché sporca i vestiti, fuori, predestinato Zverev (4) sbertucciato da Nando Verdasco (6,5, proprio lui! Il ritorno di Nando il pistolero): come se un aspirante scienziato perdesse il premio Rubbia, battuto da Sibilia che presenta una tesi sull'allunaggio, a questo giro tocca al russo Kachanov (7). Un russo che tira comodini terrificanti, le cui doti notai già qualche anno fa, quando ancora bambino vinse le resistenze dell'immarcescibile Becuzzi. Io, sommessamente, continuo a tenermi Kozlov e Safiullin. Ma, di questo passo, Nadal e Federer continueranno a giocarsi slam anche col catetere.
Italiani 5,5. Dopo Roma "si intravede l'alba di nuovi trionfi grazie a giovani come Gaio, Napolitano, Caruso (!)...". Parole e musica del nostro Megapresidente Celeste e Santissimo, Binaghi. Entusiasmo contagioso per i grandi risultati del primo turno (Bolelli, Fognini, Seppi, Lorenzi, Napolitano al secondo turno in modo proditorio), con tanto di pernacchie ai francesi in crisi. Poi solo Fognini al terzo turno, grazie a un derby. Qualcuno ancora crede in Fafo, figlio di Fufo e neobabbo di Fefo? I manicomi, come le redazioni di giornali, ne sono pieni. Del resto, se si vaneggia di Dybala pallone d'oro, CR7 panchinaro nell'armada europea Juve, cosa sarà mai un "Fognini top 5, più talentuoso di Murray...ah, se solo la testa, maledetta testa..."?. In realtà vince le partite che deve vincere, complicandosele, ogni tanto batte quelli forti quando non serve e ci perde nei tornei che contano mostrando qualche scampolo di bel gioco, tanto per dimostrare che "la testa, ah, maledetta testa...". A Pietrangeli che fa notare simile verità lapalissiana, risponde per le rime: "Quello di Pietrangeli non era tennis". Amen. Aspettiamo Montolivo dichiarare che quello di Rivera non era calcio. O il centauro Di Battista dire che Togliatti non era un politico. Anzi, forse l'ha già detto.

Donne

Jelena Ostapenko 8. Il più povero torneo che io ricordi, da quando seguo il tennis. Grosso modo da quando il futuro Premier Di Maio prova a conseguire una laurea breve. Logico che a vincerlo sia questa ventenne lettone impertinente, che un futuro ce l'ha. Simpatica quanto una medusa nel costume, che la guardi e ha l'atteggiamento di una Errani con fisico e colpi. Tira sberle a ogni piè sospinto, rovescio naturale, dritto più costruito ma ugualmente letale. Tennista ovviamente moderna, ma con buon carattere e capacità di cambiare tattica e cercare angoli preziosi. Scoperta da un italiano, lo stesso che notò Del Potro. Strano a dirsi, in Italia c'è chi capisce di tennis, fuori dalla federazione.
Tante battaglie prima della finale, in cui è brava a crederci quando Halep pareva avere le mani sulla coppa.
Halep 6,5. Con Serena gestante, Azarenka in fase post parto, Masha indesiderata a Parigi (mentre a Roma è stata accolta come regina madre trascinatrice di folle oceaniche - un centinaio di disperati intirizziti e con sinistre occhiaia -), Kvitova appena recuperata ma non al meglio (7), sembrava il suo momento, sostenuta da un drappello di sobri ultrà. Miracolosa nel recuperare un match già perso con Svitolina (6+. Quando scrissi che era più forte del bluff Bouchard, gli onanisti anonimi chiesero la mia testa da esibire negli studi di Supertennis durante gli Internazionali) sviene a 10 centimetri dal traguardo contro la Ostapenko. Non personaggio e antidiva per eccellenza, dal trottato tennis essenziale, il ragnetto rumeno passa dalla sconfitta in finale con l'affermata Sharapova a quella con la giovane promessa Ostapenko. Insomma, in finale sembra indossare una tragicomica casacca bianconera. Tecnicamente, pare abbia apportato preziosi accorgomenti: un grottesco rantolo-urlo, a metà tra un cane col cimurro e la Sharapova che rutta.
Karolina Pliskova 6,5. Morticia bionda, tennista senz'anima e sangue.
Timea Bacsinzsky 7. Naso acquilino, occhio bovino, la Bridget Jones del tennis, che aveva mollato la racchetta andando a fare la barista in un albergo. Una "signora nessuno", come lei stessa si è definita. Pallonettoni, smorzate, liftoni, racchetta impugnata come clava, top spin che solo a vederla ti si spezza il polso in tre punti e sei colto da horror vacui. Che meraviglia immaginarla trionfatrice, in una fiaba a lieto fine: si sarebbe spogliata nuda e avrebbe corso a perdi fiato per il campo, leggiadra come una mucca pezzata per i verdeggianti campi svizzeri.
Angelique Kerber 3. Provate a guardare la finale in Australia vinta lo scorso anno con Serena e poi la versione attuale a Parigi. Da Hulk ebbra di plutonio a una mozzarella sfatta al sole. Numero uno imbarazzante.
Agnieszka Radwanska 4. Fantasma in gonnellino.
Kristina Mladenovic 6,5. Francese in crescita, gradevolissimo binomio tra modernità e il vintage di pregevoli smorzate. Sue le cose più belle, con un paio di maratone d'altri tempi. I francesi si aspettano l'exploit, ma si ferma "solo" ai quarti. Come ai quarti si arresta la corsa della Garcia (6,5). Agli ottavi Cornet (6). Ma i transalpini "hanno avuto un RG negativo", ascolto nella Eri-iar tennis.
Italiane: "il movimento azzurro è in piena salute grazie a giovani ragazze in crescita come Trevisan e Paolini, che a Roma hanno ben figurato...". Schiavone dignitosa, Vinci ormai con atteggiamento da ex, anche se sull'erba può fare qualcosa di buono, Giorgi (per chi capisce di tennis o cricket) può vincere Wimbledon. Errani passa eroicamente le qualificazioni e cede a Mladenovic, che la schiaccia come un moscerino. Potrebbe bastare, prendere atto di quanto esser rientrata in top 100 sia già traguardo notevole, specie se sbagli, o fingi di sbagliare, il lancio di servizio due volte su tre (per cui ti spernacchierebbero anche al circolo di Abbiategrasso). Ma la nostra eroina, mai doma, non ci sta. Coprirsi di ridicolo è arte raffinata: Lei che da italiana urla "vamos" in faccia a spagnole mute, accusa con sdegno la francese di incitarsi urlando "forza" solo per provocarla (come se ne avesse bisogno). Poi preso atto che la francese lo fa sempre da sei anni buoni e che di provocarla poco gliene calava, chiede scusa. Non lo sapeva. Non avrà mai visto giocare la numero 13 al mondo. "Errani chiede scusa: Gesto da grande campionessa", leggo sulla sezione staccata della Fit, Livetennis. Magnifico. Domani, per esser considerato grande uomo, sputerò in faccia uno sventutato accusandolo di essere un farabutto, per poi scusarmi dicendo d'essermi sbagliato.



venerdì 14 aprile 2017

A RUOTA LIBERA (Closing, Cina, Milan, Trump, Binaghi, Federer, Morgan, De Filippi, Berlusconi, Raz Degan)



Sono, questi, giorni drammaticamente delicati, che i nostri nipoti studieranno a scuola percorsi da brividi lungo la schiena. Unabomber Trump che sgancia sull'Afghanistan la più potente bomba non nucleare di sempre? Attimi di imbarazzo anche per i filotrumpisti pur pacifisti gandhiani come il Di battista (che magari considerano Gandhi un fluidificante colombiano del Nacional di Maturana), eccitati per colui che aveva "spaccato tutto" (così ululavano con voce rotta e occhi sognanti) battendo Hillary. Tutti contri la Clinton, sostenuta dal turpe Renzi e quindi, per un superbo sillogismo da neomaieutica grill-dibbattistiana, brutta e guerrafondaia. Trump, invece, tanto buono e votato dalla gggente. Paura e brividi per le minacce dei coreani che esibendo missili nucleari si dicono pronti a una guerra? Sconcerto per l'ondata populist-fascista in Europa? Le Pen che nega olocausti, varie ed eventuali? Putin (che fa il Putin)?
Macché, il vero dramma si consuma a Mediasèt: Morgan cacciato da Amici di Maria. L'eccentrico artista scapigliato, che pure aveva aderito con entusiasmo al programma per pagarsi i debiti accumulati per eccesso si red bull, è stato considerato inadatto. Immaginate la scena: De Filippi, che ha scoperto Tina Cipollari, comunica al premio Tenco Morgan che dovrà fare il co coach della pesciaiuola Emma Marrone. Perché inadatto ad insegnare ed assegnare canzoni a un drappello di brufolosi aspiranti cantanti. Ora lancia ora strali contro un sistema che crea immondizia musicale ad uso di urticanti scimmie urlatrici bimbominkia fedezistiche. Per dire, una cosa di cui anche un Di Maio sarebbe a conoscenza. Apriti cielo, le lobbies defilippiane non ci stanno e minacciano querele. Ne vedremo delle belle, ma se Marco Castoldi in arte Morgan dovesse candidarsi alle primarie Pd, ci farei un pensierino.

Che dire poi, proseguendo con la politica estera, della splendida cavalcata di Raz Degan? Trionfa come naufrago solitario all'Isola dei Famosi. Annienta uno ad uno un cast d'inutilità folgorante. Spettacolo. Vince con l'89%: record assoluto. Segno che, ogni tanto e per questioni serie (mica insulse elezioni politiche), gli italiani sanno ancora votare bene.

Ma, in fondo, qui siam per discettere di tennis. E se non lo si fa è perché è stata una settimana di magra. Vedo/leggo solo qualcosa di interessante: un lussureggiante Lorenzi-Quinzi in quel di Marrakesh, tra beduini erranti e cammelli. Il vecchio e il nuovo del tennis tricolore. Oltre all'avvincente spunto generazionale, il confronto tecnico mi ha portato alla mente epici scontri tra Borg e Connors sulla terra verde di Forrest Hills. La spunta il Borg senese, ma il nostro Jimbo giovane si farà. Wimbledon è nel mirino. In Colombia va in scena il Sara Errani show: sconfitta in un match di semi-tamburello padel (da suicidio dopo 10 minuti) dall'altra arrotina Larsson, sciorina un campionario di orrori tecnici (ho contato 9 lanci di palla al servizio sbagliati in un game) e comportamentali (roba che Fognini sembra uscito da Oxford e, almeno, il ligure qualche buon colpo lo tira), da far accapponare la pelle. Niente drammi, sarà wild card a Roma. Invito quasi sicuramente negato a Francesca Schiavone, perché considerata "ormai vecchia" da illustri rappresentanti federali che l'hanno usata fino a pochi giorni fa. Tra l'altro, Schiavone la vegliarda (coetanea di Venus e qualche mese più anziana di Federer e Serena - non proprio a Villa Arzilla - ) la semifinale in Colombia la raggiunge pure. Ah, a quasi 47 anni, è pronta al rientro Kimiko Date.

Ormai siamo entrati nel tragico tunnel italtennis. Come trascurare allora l'ennesima pacchiana caduta di stile del capo supremo Binaghi? Federer ha scelto di saltare la stagione sul rosso, quindi niente Internazionali (il torneo più importante del mondo). E allora, il nostro eroe, trova il guizzo d'artista. Poco ce ne cale, io ho sempre tifato Nadal, afferma beffardo. E poi -  non soddisfatto, continua - Roma ha sempre dato dispiaceri allo svizzero. Che, sottointeso, mai li vincerà. Campione monco, senza Internazionali. Bisogna dare atto al pubblico romano d'essere abbastanza cresciuto in educazione dai tempi dei "devi morire" urlati a Borg o Lendl. Il motivo è presto detto: questi invasati, nazionalisti e provinciali, ultrà ora saranno nella cabina dei bottoni.
Altra notizia degna di nota: il vecchio scriba Gianni Clerici commenterà gli Internazionali per Supertennis, narrando - così leggo - aneddoti gustosi (le mutandine in pizzo di Lea Pericoli o lo svolazzante gonnellino di una trans peruviana nel 1927). Poco male. Il rischio di chiusura ingloriosa di una carriera da hall of fame, è forte. Temo, sbertucciato da giovani neo colleghi con la zeppola o strappati alla mezzadria. Come Morgan asfaltato da un Rudy Zerbi. 

Questo però, bando al tennis e alla politica estera spicciola, è il gran giorno dell'addio di Berlusconi al Milan. Che dire, scorrono nella mente nostalgiche immagini di trionfi, già vecchie istantanee di un calcio all'epoca futurista. Piaccia o meno, persino gli invidiosi (l'amore vince sempre sull'odio) non possono negarlo: ha cambiato il calcio in Italia: elicotteri, trovate kitsch, megalomanie degne di un magnate eccentrico e disturbato, ma soprattutto una squadra di immortali, non solo capace di vincere in Italia (poca cosa) ma di stravincere nel mondo, dominando. Non occorre citare record, coppe, successi in trent'anni che altre squadre blasonate sognano di accumulare in duecent'anni. Il cloëb più titolato al mondo. Nessuno meglio di lui. Scopre Sacchi, s'inventa Capello, lancia Ancelotti. Gli occhi da cerbiatto di Shevchenko prima del rigore a Manchester, le danze in punta di piedi di Van Basten, le scivolate di Baresi. La doppietta di Comandini nel derby dei record. 5-0 al Real, 4 al Barca fenomenale di Cruyff. Tremendo solo pensarci. Altri si affannavano nel campionato dell'italietta nell'eterna battaglia guardia e ladri, Moratti e Moggi, il Milan dominava nell'Europa a loro proibita. Berlusconi ha portato il Milan in cima al mondo, ci ha guadagnato, sfruttato e dato. Gli ultimi anni sono stati un calvario da tragicommedia sexy, colmo di deliri senili d'onnipotenza, ormai consunto dal ciarpame e dalla grottesca battaglia politico giudiziaria. Gli hip hip hurrà da frenocomio per condurre ai medesimi trionfi Paletta o Montolivo, l'attacco a tenaglia, satiriasi calcistica, il piercing al pisello come unico vezzo concesso ai giocatori, il 5-5-5, ingaggi di parametri zero con stipendi inferiori alle Polanco. Silvio, come trascurarlo, ha provato anche ad aggiustare l'Italia, strappando uno scialbo 0-0 (i suoi possedimenti quasi salvi) e un soggiorno vacanza a Cesano Boscone.
Mi rendo conto di aver scritto un post che pare suggerito dal figlio illegittimo di Pellegatti ed Emilio Fede, concepito durante la finale di Manchester, ma non si può trascurare la realtà. Persino Moratti ne riconosce i meriti, oggi. Il tempo è sempre galantuomo e presto sapremo cosa saprà fare la nuova proprietà cinese. Azzardo rimpianti per il guitto di Arcore già dopo un mese. E, forse, riusciremo nell'impresa di rimpiangerlo anche in politica, grazie alle sbalorditive trovate dell'imperante trumpsalvingrillismolepenista.
Il rischio del si stava meglio quando si stava peggio, è dietro l'angolo.

lunedì 3 aprile 2017

FEDERER DOUBLE SUNSHINE, HA PRESO IL TORO NADAL PER LE CORNA





Ok, faccio luce citando qualche numero con certosina perizia:
Roger Federer. Non so a quanti titoli è arrivato, slam, 1000, burraco, inizio stagione sfolgorante, sale a non so che posizione nella classifica, numero uno nel mirino.
Può bastare coi numeri, madre di tutte le scienze. Soffermiamoci invece sul vincente mix di leggerezza e incanto espresso dal Divino in questi primi mesi dell'anno di grazia 2017. Alla soglia dei 36 anni.
Dopo il trionfo a Melbourne, il nuovo-vecchio-immortale Roger Federer azzanna anche il "Double Sunshine", ed è lecito domandarsi fin dove possa arrivare. Dopo Indian Wells, ancor più straordinario il trionfo a Miami. Le riserve sono al lumicino ma tira fuori dal taschino magico la consueta classe contro le bombe (dementi) di Berdych e (selvagge) del riottoso scolaretto Kyrgios, ancora rimandato. 
Più complesse queste vittorie della finale in cui verga ancora Nadal, come la settimana prima nel deserto. 
L'impressione netta, tagliente, è che Roger abbia ormai preso le misure all'arrotatore iberico, trasformando quella che una volta era sfida quasi senza via d'uscita in una sadica rivincita punitiva.
Ci è voluto tanto, dieci anni più o meno. Com'è potuto accadere?

Si potrebbe disquisire a lungo su come si sia arrivati a questo punto. Se il braccio di ferro rovescio elvetico-dritto d'Iberia, dopo anni da incubo, ora sia appannaggio di Roger perchè Rafa è meno Rafa o perché Roger è più Roger. O ancora, se Roger è più Roger grazie al lavoro degli ultimi anni (la nuova bacchetta magica, sabrici di Edberg prima, il rovescio made in Ljubicic poi) o se il miglioramento sia più dovuto alla serenità mentale raggiunta. Se è nato prima l'uovo o la gallina. Vacue domande esistenziali, cui non si può che rispondere à la Cirino Pomicino: la verità sta nel mezzo.
Se vogliamo, si è portata a completamento una magia sovrannaturale che ristabilisce l'ordine naturale delle cose.
Preferisco vederla come un'avvincente corrida descritta da Hemingway, in cui si sublima tutta la tragedia della vita e della morte. Roger ha ormai afferrato l'orgoglioso toro sfinito per le corna.

Il resto, di fronte al dominante spettacolo di leggerezza elvetica, è contorno. Nadal, sufficiente, ci prova, sbuffa, urla ancora più forte come a voler spingere una palla che non viaggia, abbassa il capo e dichiara che deve lavorare sodo per cambiare le cose. Amen. Nole e Murray sono a fare il tagliando in qualche officina. Wawrinka buono a Indian Wells, ma niente più. i giovani crescono ma non abbastanza per la consacrazione.
Posto che la "Next Gen Race" sembra un'altra, inutile, cazzata dell'Atp. Lo sanno da anni anche gli orbi (e forse pure i grillini): in rampa ci sono Kyrgios e Zverev, col primo che a Miami la spunta di misura in un bel quarto. Il primo più solido e (in prospettiva) continuo, il secondo più selvaggio e carismatico, enormemente più divertente da vedere (e spesso ingiustamente demonizzato). Per ora, avendo due anni in più, prevale l'aussie. Una cosa però, colpisce per la sua paradossalità: rispetto a due anni fa, quando Nick il truzzo batteva Federer a Madrid, l'ultratrentenne svizzero si è migliorato, il giovanotto sembra ancora al palo, mostrando più o meno gli stessi pregi/difetti.

Due parole sulle donne? Anche no. Titoli a Vesnina e Konta. Basterebbe questo. Senza Serena e in attesa che Masha risorga dalle sue ceneri (di Meldonium), la Wta è ad un livello di quasi non ritorno: würstel Kerber alla sagra del crauto, Radwanska fantasma impalpabile, Pliskova zombie senz'anima, Halep a pedali.

Capitolo italiani. Al palo tutti, sarà l'aria di Miami fra trucidi e Bobi Vieri sboccianti unita a tabellone da Pasqua epifania, spunta un ottimo Fognini che afferra la semifinale in California. Tabellone facile, ok. Sushi Nishikori a tocchi, ok. Ma spesso queste partite le perdeva, quindi bravo a sfruttare l'occasione. Ridicoli solo i trionfali commenti nella banana republic italiana. "Storia", "Miracolo", "Leggenda". Cristopietà. Per non parlare della provinciale ridicolaggine nello specificare "prima semifinale di un italiano in un mille sul veloce". Mai vista tanta enfasi da quando l'uomo è sbarcato sulla luna.
Peggio tra le donne. Vinci presa a sberloni da Taribo Townsend, qualche spasmo vitale di Errani pronta a tornare nei posti che le competono (top 100, forse 80). Giorgi ai box, ma Lele Mora è fiducioso: il fidanzato, presto o tardi, arriverà.

lunedì 27 marzo 2017

KOHLI, NADAL, BAGEL, SBERLEFFI E SCONFITTE



Sarà stato il 2010 o il 2011, a una certa età la memoria si fa labile. Ricordi sbiaditi di un epico suicidio/turpe omidio del "Picasso" Petzschner sul Centre Court di Wimbledon. Il tempio del tennis.
Intendiamoci, di fronte aveva il miglior Nadal, non certo quello che su quei prati sarà poi ghigliottinato da testa di lampadina Darcis o Dustin rasta Brown. Quel giorno il diavolo di Manacor fu leziosamente ischerzato per tre set dal surreale pittore imbianchino tedesco. Ispirato come non mai, il Pecce, nello scrivergli "marameo" sul volto tirato, prima di un back radente o smorzata d'invereconda bellezza. Meglio fermarsi a quei tre set, perché il resto (gaglioffo abuso di potere e medical time out di Rafa e tradizionale resa del funambolo di Bayreuth) somiglia a una strage degli infanti, alla classica, funambolica, fatale sconfitta in salsa picassesca.
Eppure, terminato l'eccidio, con immaginario imbuto in testa, rivelai ai discepoli: "Arriverà il tempo, presto o tardi, in cui Richard Benson farà più spettatori di Fedez, che a Miami o Margherita di Pula, un Picasso o un Kohli, stenderà Nadal rifilandogli un simbolico doppio bagel".
Ci sono voluti anni, non è l'ormai ei fu Picasso, ma eccoci. Sul centrale di Miami Beach immagino il Kohli in camicia hawaiana e short mare fucsia catarifrangenti, sviolinare sapienti rovesci che lasciano Rafa di sasso. Il maiorchino, poche ciance, non è certo quello orridamente fenomenale di qualche anno addietro. Copia sbiadita, che prova (e ci riesce) a rimanere a galla con tutto quello che gli resta. Non sarà il prodigioso braccio di Federer ma è l'indomito coraggio.
Eppure il Kohli passeggia a testa alta, con quella faccia un po' così di chi non sa nemmeno dove si trovi. Sguaina rieposte e colpi al fulmicotone, con occhiali a cuore da Lolita, sorseggia un mojito al cambio campo. Poi chiede al garzone se ha un panino con crauti, würstel e papaia. Rafa è incredulo, schiaffeggiato, sulle gambe. Impotente, frustato e frustrato.
Che meraviglia, il Kohli. Bombe di servizio e ravesci a una mano come una lama che taglia il campo burroso. E via, una smorfia surreale di compiacimento, tra gli "ohhhh" del pubblico, ammirato o preoccupato dal Rafa alle corde, spaesato.
Il papero teutonico completa l'opera per un prodigioso bagel. 6-0 che rimarrà nella storia come simbolico trionfo dei perdenti fini a se stessi. Che vale più di 12 slam. 
Sin troppo banale, sciocco, credere che potesse finire con un altro 6-0 o 6-4. Niente. Lo spiaggiante Kohli inizia financo a pensare di essere un tennista vero. È quello l'errore fatale. Arretra, mentre Rafa prende campo in modo animalesco e chiude 6-2 6-3.
Tutto tragicamente, meravigliosamente, orrendo.

venerdì 17 febbraio 2017

FED CUP, MACERIE D'ITALIA. Il BUFFO CASO GIORGI

"Un bravo politico pensa alle future elezioni, uno statista alle future generazioni", non ricordo chi lo disse, forse De Gasperi, Vito Crimi o Di Maio. Calza a pennello comunque per quanto accade nella gestione del tennis italiano. Ok, dirà il saggio: "che minchia c'entra questo vaniloquio su statisti e politici in quello che è un autentico califfato?". E avrebbe ragione.
A porre sordidi dubbi sul futuro del tennis tricolore dopo la sbornia di successi in Fed Cup bastonando nazioni che (sciocche) pensavano al futuro schierando giovinette, ed estemporanee fiammate negli slam di Pennetta e Schiavone, si rischiava il linciaggio. Scomunica papal binaghesca inflitta da severi (non meno che comicamente pedanti) gerarchi a suon di piccatissime mail di protesta nelle redazioni di siti per cui scrivevo da ubriaco (senza averli mai letti, causa raccapriccio), carcere da scontare nelle segrete federali, frustati ogni giorno, vittime di severe pene corporali e spirituali (spumeggianti visioni di Fognini nella trionfale estate tedesca).
Eppure, era sotto gli occhi di tutti. Dietro alle moschettiere spremute fino al midollo, solo il vuoto più assordante. Pennetta ormai impalmata e gravida, Vinci che fa un'altra stagione dopo aver a lungo meditato sul "mi si nota di più se smetto o se continuo un altro anno?", Errani in condizioni psico fisiche imbarazzanti (la tecnica resta quella). In panchina due spaesate ragazzine in gita (Trevisan, 24 anni e Paolini, 21) che hanno l'età di chi vince già slam ma non hanno mai giocato fuori dagli Itf e guai a darle una wild card a Roma. Non sono pronte.

La  tragicomica sconfitta con la modesta Slovacchia è lo specchio lampante di tutto: Ancora aggrappati a una Schiavone coetanea di Venus ma da almeno quattro anni impegnata a remare nelle retrovie come comprimaria, letteralmente schiantata e umiliata da una ventenne ragazzona slovacca (tale Sramkova) che spara e gioca a tutto campo in modo splendido. Noi una così non ce l'abbiamo, lungi dal pensarci quando le moschettiere illuminavano la patria.
L'attempata leonessa sdentata prova in tutti i modi a tenerci a galla, ad addentare la preda con le dentiera, fino al penoso tentativo d'intimidazione. Bassezze  degne di un Connors perdente.
Tremendo, imbarazzante. Come il suo tentativo di aizzare un pubblico per metà imbalsamato, il resto composto da sagome cartonate e dal duo Pietrangeli/Pericoli.
L'Italia femminile non ha futuro e nemmeno l'ombra di una possibile top 100 sotto i venticinque anni. Ormai sull'orlo della serie C qualcuno dovrebbe resettare tutto e ripartire da zero, al costo di perdere dal Botswana. Ma, purtroppo, temo si cercheranno altre vie: recuperare Errani o Vinci (entrambe no, che hanno bisticciato per gli alimenti o non so cosa), convincere la Pennetta partoriente a un eroico rientro o, perché no, spingere Lea Pericoli al ritorno clamoroso. Gioca ancora Kimiko Date, perché non Lea bardata di pizzo? Immagino questi siano i pensieri più illuminati e volti al futuro del nostro Califfo. Tenderei ad escludere iniziative follemente indipendenti del neo capitano dall'insopportabile vocina stridula.
Eppure, tra la generazione delle "fenomene" crescute tennisticamente in Spagna e il cosmico nulla del futuro, qualcuno sperava di vivacchiare con una generazione di mezzo comunque competitiva. Ma di Errani si è detto, Frigorifero Knapp ha grossi problemi fisici al congelatore, Giorgi è stata epurata.

Capitolo a parte merita la divetta marchigianoargentina. Sulla querelle tra lei e la Fit, ammetto di non avere una posizione ben precisa e tenderei a tifare asteroide bevendomi una birra. Una cosa però è evidente: a Giorgi la  nazionale non interessa, essendo l'emblema di un individualismo quasi autistico. All'Italia in crisi, Giorgi top 70 servirebbe per restare a galla. Quindi, ragionando in modo utilitaristico, un passo verso l'altro dovrebbe farlo la fit.
Sulle tremebonde contraddizioni insite in Camila Giorgi, si è ampiamente detto. Neppure occorre continuare a porre l'accento sui grotteschi limiti tecnici e caratteriali della nostra bambola assassina, la demenzialità tecnico-tattica, l'ambiziosa convinzione di poter battere lo spazio-tempo con una racchetta. Sarebbe come continuare a vaneggiare di democrazia coi 5stelle. Pazzia. Tantomeno si può seguitare a blaterare di un nuovo tecnico al posto di Frankenstein Sergio. L'infelice creatura anaemozionale ne morirebbe, cadendo in pezzi. Anche perché, il problema potrebbe essere risolto a breve: Camila ha ingaggiato Lele Mora (agente delle Dive, starlette, veline, Fabrizi Corona, bungabunga, ex gieffe e olgettine), che dopo aver scontato i suoi errori in galera, è ritornato in campo. Straordinario. Finalmente Lele riuscirà ad insegnare a Camila il sapiente utilizzo del back di rovescio? Punterà sull'utilizzo estemporaneo del giuoco di volo?
Cazzate. Banalità del secolo scorso. A Camila, leggendo le testuali parole del suo nuovo guru, ci vuole un fidanzato tipo Magnini con la Pellegrini. Come non rimanere ammirati da simile disamina dell'impresario delle Dive? Va al fondo del problema, tralasciando le quisquilie. Solo lui può fare della nostra, alfin, una star ad ampio respiro internazionale. Intanto, il grande Lele detta la linea. Qualche miglioria tattica già si nota. Basta andare sui profili social della numero uno in pectore. Scatti ammiccanti, seducenti quanto una Virginia Raggi in guepière (a sua insaputa) o un topo terrorizzato dal gatto. Ma si sa, la nostra Diva è così, contiene in sé le contraddizioni dei più grandi: sferra roncole sovrumane con lo sguardo basso di un chiwawa bastonato, sfoggia maliardi selfie in abiti succinti col piglio di chi è preda di spasmi intestinali in ascensore. Lei, così timida al limite del disadattato, da non voler partecipare nemmeno ai festeggiamenti post vittoria in Fed Cup a Brindisi, ora è lanciata verso le copertine di Sports Illustrated (o Focus).
Perché tutto ciò, mi chiedo? Cosa posso saperne io, al cospetto del formidabile agente? Lui sa. 
E via ai casting per l'aspirante al trono. Fognini ha già dato. Così come il gladiatorio Seppi, che sarebbe stato perfetto anche per via di una pigmentazione affine. Qualcuno si è spinto a ipotizzare una liason col formidabile Adelchi Virgili: i due potrebbero generare l'essere del futuro. Una "cosa" capace di vincere Wimbledon alla playstation o un concorso sulla poesia esistenzialista. Lele però storce il labbro, punta a uno sportivo dall'allure internazionale. Si pensa subito a Tomic. Con lui sarebbero garantite pagine di gossip su una storia tormentata e maledetta, stile Pete Doherty e Kate Moss (il chiwawa di Kate). Wawrinka ha già dato con una ninfetta più caruccia, giovane e di maggior prospetto. Poi il guizzo: sondata la situazione di Mario Balotelli, che però dopo la Fico ci va coi piedi di piombo.
Non si perdono le speranze. Un Magnini uscirà fuori anche per la nostra. E da lì social che impazzano, selfie come piovessero, gossip, copertine: la nuova Pellegrini. Poi la sbornia passa e uno si domanda: ma perdio, la Pellegrini quando va male è tra le prime quattro al mondo, questa ne ha davanti una settantina per bravura (forse anche di più per avvenenza). Insomma, non è Sharapova, ma nemmeno Bouchard o Kournikova. Deve prima vincere Wimbledon, almeno il wta di Dubai. Insegnamole un back di difesa, perdio. Sbagliato, il guru delle showgirl ci dice che è irrilevante, che partiamo dal punto di partenza sbagliato, il tennis è secondario. Per Camila ci vuole una sola cosa: il fidanzato glamour.

lunedì 30 gennaio 2017

SUA DIVINITA' IMMORTALE ROGER FEDERER








Era scritto nelle stelle, in qualche remota galassia o buco di culo metafisico, finisse così.
Immaginate che non siano mai esistiti anni di Federer-Nadal, vittorie, sconfitte, nemesi tennistiche, tragicomiche faide tra pretoriani iberici e monarchici elvetici, arzigogoli tecnici, fantascientifiche disquisizioni balistiche, squinternati teoremi filosofici basati sull'inoppugnabile nulla che è una partita di tennis, deliri di improvvisati psicologi volti a spiegarci l'imponderabile. Dimenticate tutto. Prendete una pillola che azzera la memoria e proiettatevi sulla Rod Laver Arena durante la finale di cui ignorate anche il punteggio. Basta godere di un vibrante scambio che racchiude la rara sintesi, film muto della loro rivalità.
Scambio a tutto campo, stoccate pulite che suonano come note tzigane da una parte e riff metal, mostruosamente arrotati, dall'altra. Federer schiocca dritti in sospensione, l'esuberante toro iberico sbuffa e arpiona un incrocio di difesa trasformandolo in attacco, poi un altro. Roger accetta con spavaldo orgoglio la diagonale in cui il suo rovescio impatta il mefistofelico uncino di Nadal. La pietra dello scandalo, curva ammazza-svizzero su cui per anni si è dibattuto nei migliori manicomi stracolmi di esperti della racchetta e leccatori di rane allucinogene (che spesso coincidono). L'arma, quel tremendo parabolone arrotato di dritto a uscire, che ha fatto di Rafa il fantasma killer di Roger. Qualcuno (io) immaginava e sperava che l'assente elvetico assumesse prima o poi le rassicuranti sembianze di Jack Nicholson in "Shining", con accetta in mano.
Si conoscono a memoria i due, quasi come le divine Williams da paystation, che il giorno prima parevano schiaffeggiarsi, teneramente cruente, su un campo in cemento armato del Bronx improvvisamente diventato l'Operà parigina in Australia. 
Pazzesco quello che accade sulla Rod Laver Arena. Chi doveva dirlo al vecchio Rod che cinquant'ant'anni dopo le sue volate con racchette di legno, in un'arena a lui intitolata sarebbero piombati sul campo due marziani capaci di giocare in quel modo. "Normale". Come se dopo venticinque scambi fosse davvero normale il rovescio spaziale in sospensione con cui Federer muta l'inerzia dello scambio, portando l'avversario sulla sua diagonale prediletta. 
Ecco che, se la pillola per farvi dimenticare tutto ha ancora effetto, vi domanderete: ma sicuro che quella storia del tenero rovescio di Federer in affanno contro il maglio nadalista, non sia una puttanata colossale? una fakenews di stampo grillotrumpiana? O stavolta davvero qualcosa è cambiato?
Il pubblico segue in religiosa apnea. Xisca Nadal, stralunata, con occhio sognante guarda quello spettacolo di danza gladiatoria e pare non capire nulla. Forse non capisce nulla davvero, dolcemente. Mirka, svestito il tragico pigiama rosa flanellato indossato solo per destabilizzare Wawrinka, tiene le grassoccia dita incrociate, mentre alle sue spalle una ragazzotta sovrappeso (da quale manicomio elvetico di massima sicurezza è evasa?) sembra perdere conoscenza.
Dov'eravamo rimasti? Ah,  certo. La pallina sospesa nell'aria, il demonio Rafa nell'angolino, piegato su tendini violentati da anni di martirio fisico, lascia partire un rovescio di disperata difesa, incrociato e velenoso, destinato a schizzare via diventando vincente. Federer però intuisce o si accorge con la coda dell'occhio, anticipa e balza come un gatto sulla sua destra. Ha la pallina impazzita di rotazioni finalmente sul dritto. Una frazione di secondo in cui scorrono anni di rivalità. Senza contare altri pensieri. Ma quanti cazzi ce devo ave' pe' la testa (cit.), si dirà. Rifletterà, il ragazzotto, sui saggi consigli di Flavia Pennetta. "Fai come me Rogi, vinci e poi smetti!". Fenomenale. Suona appena meno grottesco di una Raggi foriera di consigli a un Churchill. Scanu che suggerisce una nota a Plant. Ma non divaghiamo, il momento è cruciale. Lì ed ora, si decide la pugna. La decisione da prendere in un batter di ciglia, un lampo che ti abbaglia gli occhi. Già visto, previsto, riletto in estenuanti narrazioni omeriche della rivalità elvetico-iberica: provare un folle vincente o sgonfiare a pallina per prendere il campo? Il rischio di sbarellare in un attacco disperato, o offrire una palla morbida col pericolo altrettanto alto che il mancino satanasso affondi gonfiando i bicipiti e urlando "vamos"? E' la trappola che lo ha stritolato per anni nella morsa maiorchina. Razionalità o istinto? Qui c'è il malinteso di fondo, perché quello che per gli umani è folle istinto, per Federer è razionalità. O semplicemente fa quel cazzo che gli viene in mente. Piomba come un felino sulla pallina e piazza il siderale dritto lungolinea vincente. Lì, nel mezzo del quinto set, mette le mani sul leggendario Slam numero 18, mentre si avvia ai 36 anni, tra pianti, esultanze e musiche celestiali. Onore a un grande Nadal che, sarà rincoglionimento senile, mi aveva entusiasmato con Dimitrov.

Ovviamente si tratta di uno scambio inventato, o avvenuto realmente, poco importa. Il resto, la nuda cronaca di quello che è senza dubbio l'incontro più importante di questo secolo, è sotto gli occhi di tutti. Match bello, non bellissimo, tra i due redivivi eroi del recente passato. Tecnica contro agonismo, danza contro lotta greco romana.  Ed è proprio questo ad aver creato l'alchimia di una rivalità unica, zeppa di incocci tecnici, riflessi psicologici, diabolici incastri, inesistenti contromisure. Negli anni si è però verificata un'evoluzione in entrambi. Federer è giunto in Australia tirato a lucido. Arriva sulla palla in modo brillante, sciabola di rovescio senza timori. Nadal è rinato fisicamente e tecnicamente come mai avrei pensato. Ma proprio mai. Non è più solo il clamoroso incassatore degli esordi ma, anche per necessità, ora prova soluzioni d'attacco, accorcia gli scambi. 
Si assiste alla solita altalena di emozioni. Sale Federer, scende Nadal, e viceversa. Un set per parte, prima di arrivare al quinto, come nella sceneggiatura di un film esistenzialista francese nella cornice da kolossal americano stile Ben Hur. Lo svizzero arranca, provato e terreo in volto, sotto di un break sembra sul punto di cedere, prima della fiammata d'autore, la gloria e le lacrime, così diverse da quelle del 2009 quando (ora che la pillola della memoria ha svanito il suo effetto), il vecchio Federer veniva considerato finito.

mercoledì 25 gennaio 2017

IL TENNIS, UNO SPORT PER VECCHI





Facendo le piccole e medie abluzioni mattutine, mi è venuto un flash. Una ponderosa, non meno che puntigliosa, riflessione antropo-fisic-socio-psico-tennistica. L''Australian Open 2017 potrebbe regalarci due finali tra gli stessi protagonisti degli ultimi 15 anni tennistici (forse venti):
Federer-Nadal e Serena-Venus, manco fossimo nel 2006.
Forse non accadrà, perché tante, troppe, sono le variabili, agguerritissimi gli avversari, ma solo la possibilità che accada mi porta ad un'altra constatazione. Anzi, due:

La prima è che il tennis ormai è uno sport per vecchi. Basta vedere l'età degli otto semifinalisti dei due tabelloni. Tra le donne Venus ha 36 anni, Serena 35, la sorprendente Lucic-Baroni (in semifinale dopo 14 anni e mille traversie fisiche e umane in primis) 34, con l'unica infiltrata, la giovanottona yankee Vandeweghe. Tra gli uomini, Sua Divinità Eterna Federer ha compiuto 35 anni, Wawrinka 31, Nadal va per i 31 e, anche qui, unica eccezione quel Dimitrov eterna promessa inespressa. Lampante come nel tennis, ma nello sport in genere, l'età media di chi riesce ancora ad essere al vertice, si è alzata di tre o quattro anni rispetto a quanto avveniva fino a venti anni fa. Un po' è dovuto alla medicina, gli allenamenti e la meticolosità sempre più scrupolosa, una specializzazione che avvantaggia i trentenni rispetto alla gioventù ancora improvvisata degli acerbi ragazzi in ascesa. A 17 anni un tempo vincevano Wimbledon o il RG, ora faticano a vincere un turno nei futures. Zverev le busca ancora da un buon Nadal. Kyrgios, non ne parliamo. Avviene nel tennis, nel calcio, nella vita quotidiana.
La seconda riflessione si distanzia dalla precedente, di carattere generale, ed è peculiare del tennis. Vedere ancora Nadal e Federer all'inseguimento della finale, dimostra come non ci sia mai stata una generazione di mezzo tra i veterani e i ventenni capace, se non di primeggiare, di puntare ad uno slam. Se cadono o rallentano Murray o Djokovic, si torna all'usato sicuro degli immarcescibili Federer e Nadal. E' un esempio Dimitrov, considerato ancora una promessa, bamboccione diciottenne, quando in realtà va per i 25 anni (età in cui Borg e McEnroe avevano dato i massimo e non avrebbero più vinto slam).

Ok, esaurite le semiserie cazzate, veniamo alle purissime minchiate, dando uno strabico sguardo alle semifinali.

Donne
Serena-Lucic-Baroni. La favola della serba, autentica rivelazione, si schianterà contro il muro Serena? Penso di sì. Miriana è in fiducia clamorosa, ma Serena, pur senza brillare, ha lasciato le briciole alle avversarie.
Venus-Vandeweghe. Derby americano generazionale assai interessante. Quasi commovente Venus, ha incantato per due settimane, lasciando sul posto giovani virgulte, esprimendo un tennis di sublime arrembaggio. Ultimo ostacolo per lei la giunonica Scud Coco, che ha fatto le bozze ai campi infuocati di Melbourne. Giocando come contro Muguruza e Kerber, la giovane può puntate a vincere il torneo spaccando anche la coppa. E' in fiducia e non ha niente da perdere. Una fiche sull'intramontabile Venus però, a 2,50, la giocherei.

Uomini
Federer-Wawrinka. Derby svizzero avvincente. Federer non conosce umana vecchiaia e volteggia ancora come Barysnhikov sui campi duri. Più che le meraviglie tecniche che non possono (esclusi orbi o chi è stato picchiato da piccolo) non ammaliarti, lasciarti senza fiato, a stupire è la sua motivazione, feroce volontà di restare ai vertici del suo sport. Una lotta in primis con se stesso, non con gli avversari, che non esistono. Al limite è una sfida che lancia al tennis, che si riassume nella sua figura. Quindi, combatte con se stesso. E' bestiale, più dell'agonismo di un Nadal. I bookmakers (sbagliando), lo davano sconfitto con Nishikori. Forse sbagliano ancora a darlo leggermente favorito contro Wawrinka. Il nostro butterato lo conosciamo. E' simpatico quanto una colica renale (contro Tsonga ne ha dato ampio sfoggio), ma negli slam è una bestia furibonda. Si esalta nella lotta animalesca, e per me parte appena favorito. Spero ovviamente nel contrario, ma sarà uno di quei match da gustarsi, dalla prima all'ultima pallina.
Nadal-Dimitrov. Altra semifinale lussuosa, interessante per via dei diversi stili dei due contendenti. Ora, Nadal dei tempi migliori si è spesso rivelato bestia nera di Federer al suo massimo. Questo Nadal buono ma ancora lontano dal migliore, può battere una copia allampanata di quel Federer stellare, quale è Dimitrov? Di certo è l'occasione della vita per il bulgaro. Dentro o fuori. Vittoria o muerte, trionfo o ancora nel limbo. E' in una condizione irripetibile, ma se pagherà questa tensione e il match si rivelasse una questione di uevos più che di colpi, la potrebbe spuntare il maiorchino.

sabato 21 gennaio 2017

AUSTRALIAN OPEN 2017 - OTTAVI, BILANCI E SCOMMESSE





Rieccomi a voi, empi, dopo mesi di latitanza in giro per il sudamercafricasia come il nostro adorato futuro Premier Ale Di Battista (non oso prevedere futuro più logico per questo paese). Mesi di autostop e avventure tra le steppe, mangrovie, in lotta con narcos, indigeni e temibilissime anaconde ammazzate a morsi. Da questo viaggio nascerà un immortale romanzo d'avventura pieno di spremute di vita  (e di palle), sulle orme del faro Dibba.
Ma bene, Australian Open al giro di boa dopo un'infuocata settimana piena di match tirati, sorprese e (a tratti) bel giuoco. Tra gli uomini, fuori Djokovic, i favoriti sono tutti nella parte alta. In basso solo Cesare Ragazzi Nadal. Analizzo la griglia dei due tabelloni, appena delineatasi


UOMINI

Murray-M.Zverev. Il numero uno più anonimo dai bui tempi di JC Ferrero verso lo scontato titolo, contro il più debole, vecchio e leggero, dei fratelli Zverev (per me il più bravo e divertente, ma è un altro conto). Prevedo massacro scozzese, col delizioso Mischa, rinvigorito dalla vicinanza al giovane fratello, strenuamente impegnato nel portare il match ai 30 giochi. Over 27,5 giochi può entrare.
Federer-Nishikori. Ottavo che vale una semifinale. Nella lezione ferocemente solluccherosa inflitta a Berdych, il vecchio Roger ha fatto provare antiche erezioni anche agli angeli asessuati. Ormai è così, occorre prendere tutto ciò che viene, sperando sia in quelle giornate in cui può perdere da pochi che somigliano a nessuno. Con questo tabellone però, per vincere il torneo serve un'impresa da mitologia greca. Con Nishi è tutto maledettamente diverso. Il nippo è meno appariscente ma più regolare, intelligente, costante, della pertica ceca, e se Sua celeste divinità dovesse calare un centimetro rispetto a venerdì, lui è pronto. Dico Roger in tre o quattro, Nishi al quinto, per ovvie, banalmente grilline, motivazioni: "laggente tengono fame, i politichi rubbeno e i personi invecchieno".
Wawrinka-Seppi. Svizzero secondo favorito del torneo, non dovrebbe avere problemi col lodevole Seppi. L'atesino è affidabile come un buon merluzzo bollito quando hai l'influenza. A Melbourne, mentre gli altri fondono, lui lessa procedendo della sua andatura compassatamente orrenda. Scoppia Kyrgios (Gesù), si squaglia Darcis, resta lui, paonazzo e assente. Memori dell'eroica battaglia romana, col gladiatorio Fabio Massimo Seppio Undicesimo vittorioso su Stan, qualcuno avanza aspettative forse eccessive. In condizioni normali, il nostro atermico gladiatore proverà a strappare un set, già molto portarlo al tiebreak.
Tsonga-Evans. Scopro che il buon Tsonga è ancora vivo, e sembra persino in palla. Contro il cavallino pazzo inglese (brioso come una 7up dopo una sbronza), dovrebbe venirne fuori un match naif, allegramente inutile, ma non banale. Tsonga in quattro, o tre tirati.
Monfils-Nadal. Qualche anno fa ne sarebbe uscito un match di rarissimo raccapriccio difensivo, coi due spalmati ai tabelloni come salamandre, intenti a riprendere l'impossibile grazie ad acrobazie circensi lacera tendini (e palle di chi vede). Ora, complici i tedini (appunto) logori o sostituiti con protesi in vetroresina, i due anno cambiato un po' atteggiamento. Nadal, in attesa che gi cresca un ciuffo da Little Tony, è un altro rispetto allo scorso anno. Forse ancora poco per vincere sul "veloce". Match non così scontato. Se non ha recuperato dopo le fatiche per arginare il virgulto degli Zverev, rischia. Over e forza asterode.
Bautista-Raonic. Confronto di stili diversi, attacco storto da un lato, difesa mortale dall'altra. Dico Raonic, ormai vicinissimo ai top.
Thiem-Goffin. La generazione dei giovani non più giovanissimi, dotati ma non troppo, forti ma non top player. Non mancherà il bel tennis, geometrie da una parte e violenza dall'altra. Dico Thiem, ma è un match assolutamente alla pari, che puà girare per un refolo di vento.
Dimitrov-Istomin. Il bulgaro rischia di prendere la pensione di vecchiaia continuando ad essere considerato "una promessa". Il piccolo Federer (che potrebbe smettere anche prima di Roger), dopo l'anno orribile 2016 sembra essersi messo di buzzo buono e in una parte di tabellone clamorosamente desertica confezionata da Babbo Natale, ha la finale nel mirino. Istomin Terminator non solo fa fuori Djokovic, ma passa la prova del nove battendo l'ostico Carreno dopo un'atra maratona. Difficile che stia ancora in piedi. Per perderci, Dimitrov deve davvero inventarsi qualcosa di leggendario.



DONNE

Kerber-Vandeweghe. L'americanona tira forte, serve come Tanner. Per vincere deve trovare una prestazione immacolata al poligono (in lacerante movimento): prenderla in fronte, fortissimo.
Cirstea-Muguruza. March buono per gli onanisti orfani della Ivanovic (una prece e buona vita). Pensate a un comizio di Trump, leggete un tweet pregno di consecutio sublimi di Di Maio, guardate Salvini in dopo sci ospite alla prova del cuoco, guardate una telepromozione di Predolin. Insomma, dopo anche Muguruza-Cirstea vi sembrerà bellissimo incontro.
Barthel-Venus Williams. Mona, malgrado quel nome che rimanda a Tinto Brass, l'acne e un'espressione afflitta da giovin crucca in vacanza a Riccione alla ricerca di italica verga, gioca bene. Fa viaggiare bene la pallina. Ma non si può andare contro Venus, una statua vivente.
Pavlyuchenkova-Kuznetsova. Derby russo interessante, pieno di chili e talento divorato come le ciambelle. Vince chi ha mangiato meno (un vitello da latte intero a colazione, invece dei classici due).
Pliskova-Gavrilova. Non che la ceca sia emblema di costanza, ma la corsa della svampita isterica russoaussie Gavrilova sembra arrivata al capolinea, sotto i colpi della contessina di Valacchia.
Brady-Lucic-Baroni. Ottavo che avrebbe dato lustro all'itf di Buccinasco. Prendo la Lucic per l'esperienza.
Makarova-Konta. Immaginate la Konta che si appresta a servire con movenze di cigno colto da ictus cerebrale e il faccino contrito da ottantenne della Makarova pronta a rispondere. Fatto? Ok, potete drogarvi in pace o girare canale.
Strycova-Serena Williams. Che peccato, un ottavo che avrebbe potuto essere tranquillamente una finale. Barbora mai così in palla, ha l'argento vivo addosso. Ha aggiunto condizione fisica, serenità e sicurezza al bagaglio tecnico da sempre pregevole. Serena però è Serena. E a Melbourne non sta facendo sconti a nessuno. Certo, dovesse addormentarsi un po', chissà.

lunedì 7 novembre 2016

IVAN LENDL, L'ORIGINE DEL MALE





Sarò breve, conciso e circonciso come Doni Gesualdi da Scasazza: finale di stagione tennistico frizzante quanto un film francese sul suicidio di un pianista sordocieco che suona per due ore le inebrianti melodie di Allevi, impreziosito dal cambio al vertice Atp. Murray scalza Djokovic e diventa il ventiseiesimo numero uno al mondo. 
Su Twitter arriva anche l'investitura di Sua Immortalità Augusta Federer, quindi la vicenda assume i connotati dell'ufficialità. 
Ci sta, cosa vi aspettavate? Che Miloslav Mecir a 52 anni tornasse a giocare battendo Djokovic? Che sbucasse dal nulla un sedicenne volleatore di Cinisello, mix tra Pat Cash e Gianluca Pozzi? No, è tutto in linea con l'attuale quadro di degrado soporifero, meno divertente di un documentario sull'accoppiamento delle locuste afgane.
Tempo fa mi divertì molto invece leggere sui social uno di questi pomposi (molto convinti) letterati della pallina, cianciare di Murray come il Ringo Starr dei Fab Four. Ora, originale ironia a parte (le risate matte), la teoria si presentava come una cazzata sparata al vento, trascurando come il presunto Ringo Starr non era lì per caso, ma avesse già sporadicamente suonato Lennon, McCartney e Harrison, vincendo financo un par di Slam. Non stonacchiava certo "With e little help from my friend" guardato con un pizzico di commiserazione dagli altri tre. Necessitava solo di costanza per diventare numero uno. E pazienza, molta pazienza. Quella che ebbe il suo maestro Lendl ai tempi, nell'aspettare che Connors invecchiasse, Borg s'imbattesse nella Bertè e Mac nella figlia di Ryan O'Neill. Ringo Starr non c'entra un cazzo.

Murray, pur meno perdente del Lendl degli esordi, come lui è stato bravo negli anni a non mollare, finendo ricoverato in un centro d'igiene mentale scozzese, o ammazzare la soffocante madre, ma a migliorarsi e aspettare come il cinese sulla riva del fiume. Lui, o chi per lui, ha capito come per prevalere nell'attuale tennis non conveniva puntare sulla volée o sulla smorzata, estroso bagaglio che implicitamente possiede, ma puntellare altri aspetti: solidità e resistenza fisica. E attendere che il resto lo facessero le ferree leggi della natura o del fato, come all'epoca del ceco fu per Borg, McEnroe e Connors: Djokovic dopo aver completato il career Grand Slam a Parigi si è sgonfiato, Wawrinka è un purosangue da grande classica e non da classifica finale, Federer resta un monumento ferito, Nadal ormai viaggia a due candele e nelle retrovie non si scorge nemmeno la sagoma di un potenziale numero uno (allo stato attuale, Nishikori, Cilic, Raonic, messi assieme, non fanno mezzo Federer che palleggia in infadito con una padella).

Indubbiamente Ivan Lendl, l'orrendo robot, è stato uno degli artefici dei miglioramenti di Andy, tranne poi mollarlo come un meticcio in autostrada, quando sembrava non poterne cavare più molto altro. Quest'anno il ritorno, in tempo per prendersi tutti i meriti. Se qualcuno pensa alla casualità, è fuoristrada. Nulla nella carriera della macchina ceca è mai stato casuale. Lo immagino in vestaglia di seta nella sua villa, studiare per sessanta giorni e sessanta notti classifica, incroci di risultati, punti in uscita, teorema di Talete applicato ad assiomi di fisica nucleare sul rutto contro vento e quant'altro. Poi, preso atto che si poteva fare, è tornato in sella a raccogliere gli onori e rivivere in Murray la sua storia di perdente divenuto numero uno. 
Lendl forgia Murray a sua immagine e orrifica somiglianza. Ma sue tracce possiamo rinvenirle anche nella macchinosa "postura mazza su per il culo di Djokovic"  e nella maniacale meticolosità di Roger Federer. Innegabile come quindi Ivan Lendl sia stato, più che Borg o Agassi, il precursore, apripista della modernità. Tutta studio, fisico e scrupoloso dettaglio balistico, senza alcuno spazio per la fantasia, estro e improvvisazione. L'origine di ogni moderno male porta a lui. E a Tatum O'Neill. Perché se Mac non l'avesse mai incontrata dovendo portare i frugoletti in groppa per i campi di (non) allenamento, Lendl non sarebbe mai diventato vincente, ora il mondo sarebbe diverso, fatto di tanti Llodra, Dolgopolov, elfi e simpatici diavoli alati che sbocconcellano mele del peccato in paradiso.


Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.