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lunedì 22 agosto 2016

SANTA KAROLINA PLISKOVA, PRINCIPINA VLAD IV DI VALACCHIA






Impegnato nella raccolta dei fichi e a seguire il pirotecnico finale di Rio 2016 con un Lucchetta gigantesco, straripante, al commento del volley (il vero vincitore dell'Olimpiade, controlli antidoping permettendo), non mi ero reso conto del tremendo pericolo. Tremendissimo. Da ghiacciare il sangue ai polsi. Angelique Briegel Kerber, mascella volitiva, gamboni da terzinaccio tedesco e bel volto austero da giavellottista della Ddr del '72, vincendo a Cincinnati sarebbe diventata la nuova numero uno al mondo.
Più di un incubo. L'anno zero, anzi sottozero, della Wta.
Ci ha, fortunatamente, messo una pezza Karolina Pliskova, diventando immortale eroina (nel senso che pare fatta, di eroina) della Wta. Dopo Puig a Rio, altra asfaltatura selvaggia, nella finale di Cincinnati: a suon di mazzate ignoranti, la leggiadra morticella di Cechia ha letteralmente ribaltatato la potenziale numero uno tedesca.
Santa Karolina dei Carpazi allora. Il mondo renderà onore a questa spilungona dal tennis rude, un po' ossuta modella, un po' esangue sorella di Dracula.
Simpatie o meno, una come Kerber (regolare verso il basso) che vince 9 finali e ne perde 14, per gli annali è chiaramente una perdente. E se questa perdente diviene numero uno, la stessa Wta, o almeno il sistema di classifica, perde totalmente credibilità.
Il terrificante periglio incombente sulle nostre teste, però, è solo rimandato. Presto o tardi, Kerber o chi per lei, diventerà numero uno. Stante una Serena ormai 35enne, Sharapova in hangover da Meldonium e Azarenka gravida, è inevitabile. 
Sempre che la nostra giovin diva predestinata, Camila Giorgi, non decida che è arrivata la sua ora. Già adesso, senza rete e con un campo di dimensioni almeno raddoppiate, sarebbe numero uno indiscussa.


martedì 16 agosto 2016

RIO 2016, TENNIS E FIASCHETTE SOTTO L'OMBRELLONE







Lagrime inconsolabili di Novak Djokovic sbattuto come un polpo sullo scoglio da un monumentale Del Potro. Il pistolero argentino, diventato eroe a cinque cerchi abbattendo a suon di fucilate di dritto anche Nadal e il resto della ciurma. Niente può, stremato, in finale contro Murray (sempre più macchina Lendl style) malgrado il ribollente centrale brasiliano diventato "La bombonera". Bis storico dello scozzese, argento al gigante di Tandil (vien da chiedere, candidamente retorici, cosa sarebbe di lui senza tre anni di infortuni che tuttora lo costringono a giocare "senza rovescio"). Bronzo a Nishikori che beffa Nadal versione acchiappo tutto io (singolo, doppio, misto e due senza), ma stringe solo l'oro in doppio con Marc Lopez.
La proverbiale imprevedibilità Wta, unita al torneo olimpico sui generis, genera un risultato che va oltre la sorpresa, con sprazzi di patriottica fiaba da Cenerentola: Serena perde in poco più di un'ora singolo e doppio e va a farsi un bagno a Copagabana, mentre monta il tornado Puigoro malgrado avesse vinto un solo torneo in carriera (ma miss chiappa tumida 2015), dopo aver triturato tutte. Argento a Kerber (comunque ritrovata, non si vedeva così in forma dalla finale dei 200 a Mosca con la maglia della Ddr), bronzo a Kvitova.
Basterebbe così. Invece, a fronte di tali immagini di lacrime, sangue e incredulità, tocca leggere il primo campionario di vaccate da fiaschetta sotto l'ombrellone #1: "Così ai tennisti non interessavano le olimpiadi, eh?". Chiaro, a 5 su 10 della top 10 (cin-que su die-ci) non fregava nulla e sono rimasti a casa, o in spiaggia. Gli altri cinque, e chi ci è andato, ci tenevano come indemoniati, per prestigio personale o ardore patriottico. Ciò non toglie che il campo partecipanti fosse da Atp 500 o Masters 1000 monco, quindi: ai tennisti (mediamente) delle olimpiadi interessa poco. Non ci vuole Aristotele per capire. E nemmeno Archimede pitagorico. Altrimenti invito tal Cencetti, 4.4, al torneo nel giardino di casa mia come testa di serie numero uno e, siccome si impegna allo spasimo, piange e si dispera, lo spaccio come torneo più importante e sentito di uno slam.

Ma non vorrei trascurare mamma Rai. Certo, la tv di stato predisponeva una (difettosa) applicazione con cui seguire in streaming tutte le discipline, ma se uno sventurato perde la connessione o ha un Nokia 3330, e volesse vedere le olimpioniche gesta di Del Potro e Nadal che si stanno scannando come Ettore e Achille? S'attacca. Perché nelle tre reti sportive la rai preferisce entusiasmarci con le qualifiche (!) di Kayak, Sciabola e tiro con l'arco. Poi per fortuna torna la connessione e si può godere lo streaming, con un commentatore strappato alle bocce che spara nomi a vanvera di gente sugli spalti (Lendl? Jamie Murray? Beyoncè magari?), snocciola vaccate da fiaschetta sotto l'ombrellone #2 tra cui Errani che batte Marchenko (oddio, parrebbe più femmineo l'ucraino della nostra, ma non ci sono prove di un caso Semenya bis) e Lorenzi che doma il virgulto Bartens, straparla come invasato durante gli scambi, manco stesse commentando il calcio. Ci salva lo streaming internazionale. O una fetta di anguria.

Spedizione italica, nessuna medaglia. C'erano fondate speranze di acciuffare una medaglia dal tennis. Lo stato maggiore al gran completo ci credeva, arrivando a cavallo ai campi di battaglia in cui i nostri si battevano con ardimento. Dopo anni di trionfi slam, separazione e riunione per amor di bandiera, toccava a Errani/Vinci portarla a casa quella benedetta medaglia. Le due però, dopo un incoraggiante inizio, affondano nei quarti contro le malconce ceche Strycova/Safarova (dopo essere state avanti 6/4 3/0 pesante): una notoriamente squilibrata, l'altra antologica perdente e azzoppata. Cosa sia successo da metà secondo set è avvolto da fitto mistero, visto che l'epico match si svolgeva lontano dalle telecamere (bastava un bollino rosso): vecchie ruggini riaffiorate? Una mefitica puzzetta di Malagò (iper eccitato per l'esito trionfale fino ad allora, mentre pregustava la medaglia) che ha provocato svenimenti a Roberta, o semplicemente non erano in condizione? In singolo, meglio la romagnola di una Vinci in imbarazzante condizione fisica (scene da racchettoni in spiaggia nel misto, con l'incolpevole, per una volta, Fognini, già eroico a tenere lo scambio con Venus).
Poche speranze al maschile. Fa il suo dovere Fognini battendo Estrella e neuro Paire, poi cede a Murray in un match balordo. Voglio dire, quale disamina puntigliosa o analisi tecnica puoi dare a una partita con parziali 8-2 0-8 6-0? Nessuna. Evvai invece con le vaccate da fiaschetta sotto l'ombrellone #3 ad opera di stimati addetti ai lavori (forzati): "Top 5 Fabbbio, se solo la testa...ah, la testa...". "Pochi possono dare un 8-0 a questo Murray, Fognini è uno di questi...". Sbagliato, a "questo" Murray che credendo di aver vinto si addormenta e fa il regolarista falloso sparando pallette fuori misura, moltissimi. A "quello" mostruosamente centrato della finale, sarebbero capaci in pochi (tra i marziani). La differenza è sottile, se le partite si guardano. Al più ci si potrebbe domandare: quanti sarebbero capaci di perdere da quel Murray, 3-0 avanti al terzo? Persi tra le solite banalità e luoghi comuni sulla testa matta dell'italico alfiere, mai che qualcuno si chieda qualcosa di concreto. Tipo: quanti top 100 servono peggio di Fognini?

Peggio ancora dell'Italia, la Francia, arrivata a Rio con ben altre ambizioni delle nostre. Se non in singolo (dove pure contavano su gente in grado di guardare a una medaglia), nel doppio, maschile, femminile, misto, dovevano fare man bassa: Mahut, Herbert, Mladenovic, Garcia, Benneteau. Invece, flop assoluto. E con chi se la prendono? Con lo sminchiato Paire (la cui ridicolaggine cresce esponenzialmente grazie al barbone hipster), allontanandolo (a match in corso) per condotta irrispettosa. Avesse battuto Fognini (ma non gli andava molto), sarebbe stato squalificato dalla sua federazione. Voglio dire, da Paire, sì, da quell'allampanato figuro che pare evaso da un centro d'igiene mentale bretone che non passerebbe nemmeno la visita di leva, davvero ti aspetti un comportamento da disciplinato atleta olimpico? Ah, questi francesi.


sabato 6 agosto 2016

L'OLIMPIADE DELLA RACCHETTA, AL VIA RIO 2016








Si accende la fiamma di Olimpia a Rio. Pronti-via, si parte col tennis. Leviamoci il callo. Poi ci si concentrerà sul tiro con l'arco, tiro alla fune, canoa/kayak.
Sarà colpa della calura agostana, ma mi è venuta una sottile metafora per descrivere il tennis alle Olimpiadi: è come se Bobo Vieri, dopo essersi fatto migliaia di modelle a Formentera, decida di andare nella spiaggetta libera di Cozze e si masturbi su una foto di Marylin Monroe (col rischio che salti in aria o gli venga l'epatite per via delle cozze crude).
Meno ciance, a molti dei tennisti poco gliene cale dello spirito olimpico. Pochi mostrano entusiasmo, alcuni per un bizzarro spirito patriottico, altri (quelli scarsi) eccitati dall'infantile idea di poter incontrare un campione del basket o del calcio cui chiedere un autografo corroborato da selfie esibito sui social.
Campo di partecipanti impoverito a causa della paura per il virus zika, attentati terroristici e infortuni, più o meno veri o diplomatici per via delle paure di cui sopra. E allora, Federer? Raglierà qualcuno. Ma certo, lui, come Nadal o Djokovic, per motivi diversi, avevano puntato molto su Rio. Lo svizzero ci teneva moltissimo (da anni), non certo perché in lui bruci un particolare ardore patriottico, ma perché l'oro a cinque cerchi era l'ultimo obiettivo, il titolo mancante, ciliegina sulla torta di una carriera irripetibile. Insomma, doveva essere l'Olimpiade di sua Divinità Immortale, ma lo svizzero ha dovuto gettare la spugna. Ha provato, il Divino, a gestirsi al meglio dopo l'infortunio al santo ginocchio, concentrandosi su Wimbledon e Rio, ma gli sforzi di Londra sono stati fatali. Appuntamento al 2020.
Oltre a Federer, restano felicemente a casa in ciavatte e peroni fresca, Wawrinka, Raonic, Kyrgios, Zverev. Prova un proditorio rientro invece il portabandiera Rafa Nadal (sempre più nemesi assoluta di Federer), dopo l'infortunio al polso. Non solo in singolo, ma dentro anche in doppio e doppio misto (scopa e rubamazzetto), per portare una medaglia alla Spagna. Ecco, Rafito appartiene alla categoria dei patrioti con l'elmetto. Djokovic ovvio favorito per l'oro (troppa grazia se Del Potro lo abbattesse subito come un polpo aullo scoglio), insidiato da Murray. Occhio a Nishikori. Ma una medaglia possono vincerla in tantissimi, quasi tutti.

Altri forfait illustri tra le donne. Di Sharapova si sapeva. Vista l'atmosfera al nandeolone che si respira al villaggio, avevano pensato di riammetterla. "dilettante", pare abbia detto di lei una sollevatrice pesi uzbeka coi baffi da sparviero e barba incolta. Halep non vuole riachiare la sua salute per via del virus e sta a casa. Azarenka aspetta un bambino. (Pausa, risate). Ebbene sì, Vika è gravida. Un pensiero al temerario babbo del bebè, pioniere ormai conteso dalle migliori università per farne oggetto di studi. Vika dovrà stare lontana dai campi per tutto il 2017: stappate pure la bottiglia migliore. La notizia brutta è che ritornerà. Resta però la speranza che l'inattesa maternità le giovi, trovi serenità, e scopra di poter fare a meno di ruttare bestemmioni come posseduta da Padre Amorth (nel senso che se lo ingroppa) per campi. Almeno una trentina di papabili per dividersi le medaglie, con Serena favorita.

Spedizione italica in pompa magna. Ora, se uno dovesse prendere i risultati degli ultimi slam, faremmo meglio a guardare il windsurf a Copacabana. Ma la particolarità del torneo, campo partecipanti zoppo, clima, le cavallette, possono darci una miserabile possibilità di medaglia. Quella che Malagò, iper eccitato, come drogato di feijolada, sogna anche di notte. Lo hanno avvistato alle tre di notte nel villaggio, occhio pallato, mutandoni e canotta, che impartisce lezioni di dritto e rovescio a malcapitati azzurri che provano a nascondersi. Speranze riposte soprattutto sulle donne, in particolar modo sul doppio della ricomposta coppia di Chichis-wawa Errani-Vinci, dopo gli stracci volati in Fed Cup lo scorso anno. La reunion dell'anno, dopo quelle di Axl e Slash e Albano e Romina. Ci voleva tanto? Un anno di maniacale stalking alla povera Pennetta intenta a scegliere il vestito da sposa, quando bastava usare polso con le due bizzose separate. La storia è piena di coppie che si odiano, ma hanno vinto. Queste due hanno in bacheca successi di slam, quindi qualsiasi risultato sotto la medaglia sarà un fiasco. L'alibi preventivo dell'affiatamento non regge. Più difficile in singolo, servirebbe una Vinci versione New York (occhio a un possibile quarto Vinci-Serena: sarebbe più pulp di un film di Tarantino, e Robertina con casco e giubotto antiproiettile), ma nella Wta tutto è possibile, figuriamoci alle Olimpiadi.
Minori chances tra gli uomini, orfani dei Bryan's italiani Fognini-Bolelli. Qualcosa possono provare Seppi-Fognini. In singolo occorrerebbe una congiunzione astrale di diverse cause concatenate. Nell'ordine: la vendetta di Montezuma che metta fuori causa 53 atleti, un miracolo del Cristo Redentore e, ultima ma fondamentale, una botta di culo clamorosa.


lunedì 25 luglio 2016

LORENZI E FOGNINI, ITALIANI DA SPIAGGIA




Si sono appena spenti gli echi della pallida sconfitta italiana contro una poco più che modesta Argentina in Davis, quand'ecco due acuti minori nell'estate di un tennis in vacanza: Lorenzi e Fognini azzannano i titoli di Kitzbuhel e Umago. Ben due anni e mezzo senza titoli, la piccola Italia del tennis, prima dei due fuochi d'artificio da sagra paesana nell'afoso luglio degli spiaggianti, quando gli altri sono in ferie post Wimbledon e in attesa della tournè americana.
Tennisti che più diversi non si può, quasi agli antipodi, Fabio e Paolo. Talento stegolato, pazzo, dai colpi geniali il ligure, umile operaio della racchetta privo di colpi, men che meno appariscenti, il senese. Così si legge e si scrive, in modo sommario e faciloneria aggratis. Cazzata parziale, o verità incompleta, fate vobis.

Bisognerebbe partire dalle origini con la fatale domanda: cos'è il talento? Per poi addentrarci nella filosofia eraclitea, con qualche richiamo ad Adamo ed Eva. Se per talento si intende generare qualcosa col minimo sforzo, produrre un quadro, un romanzo o una demivolée senza troppo studio, fatica, allenamento, allora Fognini è un buonissimo talento, come ce ne sono a grappoli nei primi 100. Non è talentuoso come Mannarino, non è clinicamente pazzo come Youzhny, tanto meno un debosciato dissipatore di talento da alcol e puttan tour stile Gulbis. Ha solo un ego grande quanto un dirigibile (o Supermac) ed è sboccato più di Canè. Il che stride un po' se non hai il genio di McEnroe e non sei naturalmente da manicomio come Canè. Vedo, al limite, Fognini come un Koellerer più educato e con molti più colpi
Ad avercene, visto i periodi di magra, obietterà qualcuno. Giustissimo. Fognini ha ottenuto buonissimi risultati che, in confronto al passato e (temo) il futuro, occorre tenersi stretti. Non è quel top 5 di cui qualche esperto miracolato da Basaglia vaneggiava, ma uno che nei quartieri alti del tennis, a ridosso dei migliori, può starci tranquillamente.
A Umago gioca un torneo solido e vince in carrozza contro avversari da Challenger scadente. Non male comunque. Nella cittadina croata, il ligure si è sempre trovato bene. Sarà l'atmosfera da mare, pesce fresco, infradito, passo da bullo sulla spiaggia con rayban specchiati e sorrisetto da gaggio, ma quello è proprio il suo habitat. Me lo conferma anche Piero Angela. Anzi, proprio in estate Fognini dà il meglio di sé (arrivò a ridosso della top 10 due anni fa proprio grazie a una straordinaria estate tedesca) perché è avvantaggiato rispetto ai tennisti normali che vanno a mille tutto l'anno e staccano la spina dopo Wimbledon, andando in vacanza. Lui, che quell'atteggiamento da perenne vacanziero in tappine da mare ce l'ha dodici mesi l'anno, a Luglio si trova a proprio agio. Tutto diventa corente.

Discorso diverso per Lorenzi. Umile lavoratore senza colpi, si diceva. Vero in parte. Sicuramente il buon Paolino non ha fondamentali devastanti o naturali, mostrando un tennis accorto e intelligente, ma qualche colpo lo ha. Un esempio su tutti? Il servizio, arma che nel belpaese racchettaro è stata considerata quasi un atto sleale di viltà, preferendo maschie rimesse in gioco da tamburello stile Volandri, e che invece Lorenzi ha migliorato fino a farlo diventare arma che fa male. Così come è cresciuto, anno dopo anno, col lavoro, in tutto. Ecco quindi come emerga una netta discontinuità con la maggior parte degli alfieri azzurri: la voglia di migliorarsi. Al punto che non sembra nemmeno italiano. Sarà anche per l'infinità di challenger che questo stakanovista giramondo della racchetta ha giocato (e molti vinti) in località sudamericane che rimandano ai romanzi di Gabriel Garcia Marquèz: Bolivia, Colombia, Argentina, Venezuela. Un Che Guevara da challenger che invece di accontentarsi di essersi costruito un'ottima classifica per lucrare lauti assegni d'iscrizione nei major, ha continuato a lavorare, remare e sognare nuovi traguardi. E ora ecco il primo titolo Atp e numero uno d'Italia, a quasi 35 anni. Pronto, coi suoi granitici attributi, avventurosi serve & volley, rantoli tre metri dietro la riga, al prossimo obiettivo.


mercoledì 13 luglio 2016

WIMBLEDON 2016, PAGELLE, PROMOSSI E BOCCIATI

Uomini




Andy Murray 8. Fatalmente inferiore tecnicamente a Federer, mentalmente e fisicamente a Nadal e Djokovic, con una madre Psycho e Lendl reduce da trentennale esaurimento nervoso con turbe psichiche da Wimbledon al suo angolo, il destino di Andy pareva segnato. Destinato alle pagine di cronaca nera come non avveniva dai tempi di Jack lo squartatore. Doppiamente bravo quindi, nella perseveranza. L'uscita di Djokovic (e il referendum brexit) lo rende favorito assoluto dell'edizione 2016 di Wimbledon. E lui è bravo a rispettare il pronostico non concedendo nulla. Prova di maturità della murena scozzese. Il suo tennis però lo trovo frizzante quanto un reading di Sandro Bondi che recita la sua poesia su Cicchitto.
Milos Raonic 7,5. Supermac impone la mano benedetta sul suo testone da suino e lo lancia verso il trionfo (mancato di un soffio) nel Sacro Tempio. Sarebbe stato un miracolo gaudioso, annessa beatificazione della scettica Santa Sede. È benedetto da McGenious, Milos. Devastante al servizio e comodini di dritto, più una maggiore convinzione nel serve and volley e un rovescio decisivo nei momenti topici contro Federer. Non è bellissimo da vedere (eufemismo pietoso), ma potenzialmente dominante. E su quella potenzialità da sgrezzare che coach Piatti ha scommesso, arrivando a mollare cinicamente il bellissimo cigno bagnato Gasquet da cui non aveva più nulla da cavare se non la bile. Manca l'ultimo tassello della finale, persa senza mai dare l'impressione di poter impensierire Murray.
Roger Federer 7. La parabola del divino che dominò, cadde, lagrimò, si rialzò, resuscitò il terzo giorno come il nazareno, lottò impotente contro le forze del male, tornò a vincere, ruzzolò ancora senza insozzarsi e gettare gocce di umano sudore, seguitando algido a generare tennis stellare. Non più vincente ma di esclusivo godimento estetico. Perché lo svizzero è altro da sé. Cosa ci importa dei titoli? Le vittorie imbruttiscono e sviluscono tutto. Il Pathos, la tragedia, sta altrove. E La vicenda del Federer alla caccia del diciottesimo major è stata la cosa più interessante del torneo. Al diavolo la finale degli sterili buzzurri. Strano dirlo del tennista più vincente della storia. Ohibò. Di solito queste frescacce le scrivo di Gasquet o Petzschner. Qualcosa vorrà dire. Arriva a Wimbledon in condizioni incerte, mai così vulnerabile, dichiarato sportivamente morto per l'ennesima volta, dopo l'infortunio e una stagione di puro tour ad uso di venerazione dei fedeli. Invece si gestisce bene, il tabellone, quasi con riverenza, si apre a scenari imprevisti e imprevedibili (non da me, ovvio). Si salva con classe e un pizzico d'eroismo a un passo dalla capitolazione contro il bradipesco pastorello Cilic. Sembra poter disinnescare anche le mine di Raonic, regala sprazzi di gran tennis frammentario, arrivando a un passo dall'incredibile finale, prima dell'eclissi e ruzzolone anche fisico. Impietosamente giustiziato dallo sgraziato canadese. Qualcosa che somiglia a un'irrisone, sfregio del bello. Anche con Nadal e Djokovic fuori gioco, salta fuori un killer canadese. Federer a 35 anni perde in semifinale, come sempre o quasi negli ultimi sette anni in cui ha vinto uno slam di numero. Eppure, per molti abbagliati dalla sua aura e convinti ne abbia vinti 23, Roger è finito ieri. Il Re è morto, evviva il Re. Non so come e quando finirà Federer, magari con una lancia nel petto mentre piscia dal balcone come sperava Vitellozzo, ma di certo non è finito a Wimbledon 2016 che anzi, analizzato a mente fredda e viste le premesse, per lui resta un torneo positivo.
Nick Kyrgios 6-. "Puoi vincere Wimbledon, Nick?" "Ma certo", condito da espressione quasi incredula per la domanda così sciocca. Se sei cresciuto nei tempi di McEnroe, Lendl e Connors, la cosa non ti sorprende più di tanto. Chi è nato nell'era del "ma no, lui è più forte di me, è il più forte di sempre" (in realtà sognando di ammazarlo di notte) nel duopolio Naldal-Federer, o della simpatia clownesca di Nole il giullare tagliagole, le dichiarazioni di Kyrgios paiono irrispettose del cerimoniale, il suo atteggiamento superbo. E fallo un sorriso finto, ragazzo. Il problema vero dell'ignorante aussie è che alle parole seguano i fatti. E sul campo, in due anni, non ha mostrato quei miglioramenti necessari per far saltare il banco. Tennis violento, assolutamente moderno, e atteggiamento verace da anni '80. E questo però, a me non dispiace.
Marin Cilic 6. Federer smonta questo Frankenstein di Medjugorje, tornato ai fasti di New York e delle mentine al plutonio, sul più bello (o spaventoso per noi).
Novak Djokovic 4. Svuotato e in fase di hangover dopo l'agognato trionfo parigino, letteralmente ribaltato come un polpo sullo scoglio da Sam Querrey.
Jaun Martin Del Potro 7,5. Un miscuglio di commosso piacere e tristezza accompagnano Giovan Martino il campanaro all'impresa contro Wawrinka. Il pistolero è tornato, ma a metà servizio. Tutto bombe di servizo e dritto, senza rovescio per non rischiare il polso sinistro tenuto assieme per miracolo. Un mezzo, grandissimo, tennista. Chiedere a Tsonga come stare tra i top ten senza rovescio.
Sam Querrey 7. Personaggio di questo championschips, lui che è l'emblema dell'anti personaggio, col successo clamoroso ai danni del serbo invincibile. Terremoto autentico. Atteggiamento dimesso e allampanato, cappellino, spalle scoscese, labbra da Joker con smorfie spaventevoli. Te lo immagini con camicia a scacchi e accetta in mano che spacca legna davanti alla sua casetta del Wisconsin (o, più probabile, sotterri un cadavere), invece prende a legnate Djokovic e ne sotterra i resti.
Tomas Berdych 6. Un torneo che è il simbolo della decennale, prevedibile, carriera da noioso perdente d'alte quote.


Donne

Serena Williams 8. Terza finale slam stagionale, e stavolta la azzanna con ferocia straordinaria, dopo le due perse a causa di eclissi cui hanno coinciso meteore irripetibili di Kerber e Muguruza. Ribadisce con forza come la più forte si tutte sia lei, a dispetto dei 35 anni. Godimento estremo il modo in cui si prende la rivincita sul würstel tedesco, sbranato famelicamente. Simile al Milan che, dimenticato il suicidio di massa a Istanbul, battè il Liverpool due anni dopo.
Angelique Kerber 7. Nuovamente carica a pallettoni, dopo i cinque mesi post sbornia australiana. Impeccabile fino alla finale, persa dignitosamente contro Serena. Ribatte colpo su colpo, ma se l'altra non è colta da frenesia e mal di mare, l'adorabile Briegel in gonnella, ci perde 11 volte su 10.
Elena Vesnina 6,5. I suoi "ahiaaaa" mentre Serena la percuote con inusitata violenza, fanno quasi tenerezza. Esperta, buona su erba, ottimo torneo.
Eugenie Bouchard 4-. Si fa notare per acute osservazioni da fescion blogger su vestitini e unghie delle raccattapalle. Fosse sexy e intelligente come Kournikova potrebbe reinventarsi un'altra carriera. Invece lei a Wimbledon rimanda alla stridente immagine della fescion blogger a un simposio letterario.
Camila Giorgi 5. Battaglia straordinaria persa contro Muguruza, il nuovo fenomeno. Titoloni, entusiasmo, "bella sconfitta". Solo io ci ho visto dell'atroce in quella sconfitta, contro una iberica in condizioni così pietose che avrebbe perso anche da Gloria Pizzichini? E infatti, due giorni dopo, con Garbine messa nel taschino da una Cepelova qualsiasi, titoli da rifare. La nostra stellina è però pronta al lancio nel firmamento. Per ora nel firmamento ci arrivano solo le sue trogloditiche mazzate, facendo la barba alla luna (spaurita). Non leggo nessun giornalista tennistico, perché mi annoiano più di Luciano Onder in una puntata di Medicina 33 sulla prostata. Fa eccezione Paolo Bertolucci, competente e brioso. Bene, sulla rosea descrive Camila come tennista di talento pazzesco, completa, dalla varietà di colpi straordinaria, manco fosse se non Hana Mandlikova, una Schiavone qualsiasi. E allora, prendo atto di non capire cazzo uncinato di questo sport. Perché per me questa ragazza gioca in modo demenziale, sempre uguale, in un modo contrario alle leggi spazio temporali. Cose che capiresti anche a sei anni giocando contro un muro:
Che se sei in recupero e tiri fortissimo la pallina ti ritorna imprendibile a campo vuoto. E, a volte, vale anche quando dall'altra parte non c'è il muro ma un'avversaria (di cui ignora l'esistenza, perché lei guardava solo Agassi e il tennis maschile). Amen. Ci proverà alle Olimpiadi, forse difendendo i colori di Andorra.
Garbine Muguruza 3. Ingiocabile a Parigi, due settimane dopo sembra una mucca di Pamplona che ha fatto indigestione di erba medica.
Venus Williams 7,5. Se c'è qualcosa di più atrocemente insopportabile, sono i vincitori morali. E allora diciamo che lei, come Federer tra gli uomini, ha costruito la storia più interesaante da vedere e raccontare. Ricca di sfumature, sofferenze, imprese impossibili, rimonte, colpi da campionessa. A 36 anni azzanna la semifinale, con classe, cuore ed eleganza. Perde come prevedibile da Kerber (che si guadagna una doppia razione di botte vendicative da Serena), si rifà trionfando in doppio con la sorellona. Perché le Olimpiadi si avvicinano...


lunedì 4 luglio 2016

TERREMOTO WIMBLEDON, MEZZI BILANCI E RUTILANTI VATICINI




La proibita domanda aleggia nell'aria: ma perché non li organizzano sulla spiaggia di Bibione o nello splendido scenario di Giardini Naxos con Daniele Piombi supervisor? Edizione 2016 dei Championships funestata dalla pioggia battente, al punto da scomodare, quarta volta fa quando esiste il tennis, la sacra domenica di riposo per completare gli ottavi.
Terremoto tra gli uomini, col gemello di Jeffrey Dahmer Sam Querrey che ribalta il favorito e numero uno Novak Djokovic. Chi ne approfitterà? Raonic e Federer prima, poi forse Murray.
Tra le donne relative sorprese la sconfitta di Petra Kvitova e di una imbarazzante Muguruza in versione mucca prataiola, finalista uscente e fresca vincitrice a Parigi. Solito mucchio selvaggio dietro a Serena. Chi sarà l'improvvisata sicaria Kerber/Muguruza londinese? Prendo Keys. Anzi, presa l'accoppiata Keys-Kyrgios vincitori per svernare (con due euri) a Honolulu.
Vediamo, brrrrevemende (cit. Biscardpne) agli ottavi delineatisi ieri:

Uomini

Querrey-Mahut. L'americano gelido giustiziere di Djokovic alla prova del nove. Alto, allampanato picchiatore col cappelino, il "mostro di Sab Francisco" è il perfetto prototipo dello yankee baseball tennis del post Roddick. La sua faccia degna di una macabra puntata monografica di "Stelle nere". Corsa dell'americano (voglia il corlo: pregare, pure un ramadan va bene) destinata ad essere interrotta da Nicolas Mahut, francese agèe dal delizioso serve&volley in gran forma, capace di battere e irridere Ferrer ristabilendo (per una volta) l'ordine naturale delle cose. Ma ve lo immaginate Nicolas premiato dalla regina? La rimascita del tennis.
Raonic-Goffin. Grazie alla magia, più che al contributo tecnico, di Supermac, Milos McRaonic vola in modo sapiente, come sbilenco airone. Occasione della vita il suo tabellone. Il canadese visto fino ad ora non dovrebbe avere problemi a disfarsi del malefico nano Goffin, pronto però a inserirsi se l'altro abbbasserà il livello. Quote ridicole. 3-0 no o over giochi a 2,00 può starci.
Federer-Johnson. Sua divinità attempata si è ben amministrato. Con tabellone liberato dal serbo, si aprono scenari gaudiosi. Sulla sua strada ora non cannibali, ma picchiatori feroci. Occhio a sottovalutare questo Johnson, gigante bombardiere yankee col cappellino (n'antro), caldo e reduce da una vittoria nel pre-Wimbledon.
Cilic-Nishikori. Brividi pensando come questo accoppiamento lacerante sia stato una finale slam. Equilibrio, 50-50. Preferisco il sapiente samurai, ma over e passa la paura.
Berdych-Vasely. Derby ceco a specchio. Il vecchio e il nuovo. Da preferire il giovane mancino (appena) più piacevole, ma temo una vittoria del miope perdente in quattro set con tre tie-break.
Tomic-Pouille. Da scrivere un trattato sulla giovane testa di cazzo (tennistica) australiana. Il francesino è completo e sottovalutato (book suicidi lo davano a 2,20 contro il molle Young). Se avrà evitato i bar domenica sera e capito (dubito fortemente) l'occasione che gli apre il tabellone, passa l'australiano.
Tsonga-Gasquet. Derby transalpino di lusso. Richard non ha incantato contro modesti terraioli. Jo l'ha spuntata nella tremebonda maratona con l'inguardabile perticone Isner. Match aperto ad ogni soluzione. Per giocare, dico Richard proditorio, 11-9 al quinto.
Murray-Kyrgios. Bookmakers pazzi nel quotare Murray a 1,15 e l'ignorante aussie a 5,50. Lo scozzese è favorito,a certe quote nemmeno se l'avversario fosse Gimeno Traver. 3-0 no o over giochi a 2,00 in un sistema, per chi pavidamente non si fida del tamarro.


Donne

S.Williams-Stephens. Serena alla prova dell'eterna erede incompiuta Sloane, tutt'altro che convincente a Londra, come da tre anni a questa parte. Quote imbarazzanti. Forse un over 18,5 ci starebbe in un multiplone.
Pavlyuchenkova-Vandeweghe. In tempi di spiaggiamenti di balenotteri, ecco spuntare l'allegro cucciolo di capodoglio Nastasja, ebbra di fragole alla panna (sei kg al giorno). Corsa che può infrangersi con l'americana Cocò, il cui tennis arrembante e dal gran servizio ben si adatta all'erba.
Radwanska-Cibulkova. Ennesimo confronto tra le due, con la maga polacca (fortunosamente superstite) che soffre tremendamente la gnoma killer slovacca. Se me la danno alla pari, prendo la maga, che però uno slam mai lo vincerà (mani sui coglioni).
Makarova-Vesnina. Ottavo a sorpresa tra le due compagne di doppio, appena meno simpatiche di un'ernia. Equilibrio, leggero vantaggio per la smunta Makarova. Pronostico: interruzione per oscenità tennistica e ripescaggio della Strycova.
Halep-Keys. Equilibrato, non meno che interessante, confronto di stili tra l'operaietta Halep (invisa in modo clamoroso ai tifosi italiani contagiati da Salvini) e la potente americana dal potenziale assai notevole. Prendo Keys, solo pensando a Honolulu.
Doi-Kerber. Diosanto. Tutti col kimono a spingere la minuscola Misaki affinché ci liberi dal male. 0-2 no e vai.
Venus Williams-Suarez Navarro. La vecchia Venere è stata commovente nell'aggrapparsi a questa seconda settimana. Il punto è: a 36 anni, con gli acciacchi noti e le energie spese, ne avrà ancora per battere Carlita terricola? Se è anche al 70%, Venus la può vincere. Il resto lo farebbe la testa di campionessa.
Shvedova-Safarova. Abbinamento da nightmare. Evitatele accuratamente e chiamate gli artificieri. La kazaka che piscia in piedi e la morticella ceca che picchia e sviene con la stessa frequenza (ma paradossalmente uscita vittoriosa da epiche battaglie). Meno peggio la seconda.

lunedì 27 giugno 2016

WIMBLEDON BREXIT. FEDERER È FINITO, QUINDI PUÒ VINCERE I CHAMPIONSHIPS








Venti democraticamente nazifascisti soffiano sulla Gran Bretagna e grossi punti interrogativi sull'edizione Brexit dei championships: potrebbe vincere chiunque e poi il titolo sarà assegnato al primo britannico. Probabilmente Murray. Anzi no, appartenendo il povero Andy alla villica popolazione scozzese che ha votato per restare in Europa, niet. Via libera dunque alla fiaba del panzerotto Marcus Willis, numero 700 al mondo e vincitore davanti alla centoseienne Regina Madre vestita come un pisello bonduelle. Fa chiarezza la neo sindaca di Roma Virgy Raggi, sempre più politica di razza e convinta d'essere sindaco del mondo: "Un attimo, vince chi solleva la coppa. L'acqua ogni tanto bagna! In qualità di sindica di Londra prometto legalità contro chi arrubbeno, che uno vale uno stando alle disposizioni del direttorio della legalità contro i zozzoni ladri se no lo espulgiamo subbito che ci tagliamo i stipendi noi. Non siamo euroscettichi ma ci vuole un referendum contro l'euro perché affama laggente su facebook. Viva Farange. A riveder le stelle." (Ambulanza).


Ma bene, veniamo ora alla parabola di Federer ai discepoli. La breve stagione tennistica sul verde ha lasciato scampoli di anacronistica bellezza fine a sé stessa, con fatue vittorie di allegri zuzzurelloni tedeschi europeisti (il Kohli che giocasse sempre in Germania sarebbe il vero Goat e il redivivo Florian Piero Angela Mayer). Ma, più di tutto, ci ha detto di un Roger Federer annaspante. Finito, leggo. Per la terza o quarta volta nell'ultimo decennio. Ora ha 35 anni e sarebbe anche naturale, ma niente nel Divino Elvetico è mai stato naturale, lui emblema della naturalezza e degli ossimori irrazionali (lui che è tanto razionale). Federer è finito la prima volta nel 2009, a 28 anni, in lacrime a Melbourne (lui che è tanto gelido e impermeabile). Troppo vecchio, si diceva. In realtà, il più forte di sempre aveva trovato sulla sua strada Rafa Nadal all'apice della sua furia innaturale, mostrandosi impotente (lui, l'onnipotente). Il Divino seppe rialzare le nobili carni e vincere un altro slam, per poi essere ridichiarato finito qualche tempo dopo, a seguito di furenti battaglie perse contro Djokovic al meglio dei cinque set. Troppo logoro per competere con questi giovani al massimo dell'esplosività fisica, si disse. Il Divino però non si abbattè, ma con proverbiale meticolosità e cocciutaggine elvetica è rimasto lì, collezionando folgoranti vittorie parziali e dolorose sconfitte contro i due erculei devastatori (lui, numero uno di sempre). Emblema della fallibilità di Dio. Fino alla terza dichiarazione di morte accompagnata da accorate invocazioni di abbattimento: va bene tutto, ma maltrattato dal torpe Robredo a New York o dal mollusco Del Bonis, proprio no. Anche questa volta, il celeste ha proseguito per la sua strada, cambiato destriero, inventato diavolerie tecniche e pubblicitarie, tra serve and volley, tattiche arrembanti e inutili Sabr. Nuovamente tra i primi tre, gaudiose vittorie di tappa e sconfitte negli slam, restando il numero uno di sempre nell'immaginario collettivo.
Storia di pochi giorni fa, a Stoccarda e Halle, su prati un tempo terreno di facili vittorie in surplace, è sconfitto in battaglia non da Djokovic o Murray, ma da giovani in rampa di lancio quali Thiem e Zverev. Ce n'è abbastanza da dichiararlo morto per la quarta (o quinta) volta e ritenerlo quindi seriamente candidato alla vittoria di Wimbledon, con la nuova barba incolta. Perché quella di Federer è una parabola infinita di contraddizioni tale, che sarebbe una logica conseguenza.
Lo svizzero è per tutti il simbolo di questo sport, giusta prosecuzione della parola tennis, come il braccio che si fonde e innerva con la racchetta nelle volée di Supermac. Molti dei suoi tifosi, per sottolinearne l'immensità, si accapigliano parlando di vittorie, titoli, record, ma la sua grandezza è stata ed è rimanere il "numero uno" vincendo la miseria di uno slam in sette anni, in un mare di sconfitte. Con buona pace dei goat, è qualcosa che va oltre. Piacere carnale, masturbazione estetica, più che masturbazione da titoli. Quando provai a scriverlo nel 2010 fui persino attaccato e tacciato di blasfemia, da condurre nelle segrete del vaticano assieme a Nuzzi.
Quest'anno, dopo il misterioso infortunio, ha saltato la stagione sul rosso (tranne breve apparizione e urbi et orbi romano). Non mi sorprendono dunque i balbettii pre Wimbledon, tenendo conto di un'altra contraddizione: il Divino è l'immagine stessa della naturalezza tecnica, pare nato per colpire palline come una farfalla per svolazzare in un praticello fiorito, ma è anche un computer implacabile. Capace di amministrarsi e centellinare le sue forze come nessuno. Non escludo quindi che si stia gestendo da par suo per arrivare al top nel torneo londinese e, soprattutto, alle olimpiadi.
Vincerà? E che ne so, non sono mica il mago di Arcella. E Djokovic e Murray non sono due sciaquapallette (cit. er ricotta). Lo scozzese si è nuovamente affidato alle sapienti mani di Lendl, che sa bene cosa occorra per vincere Wimbledon e già lo ha guidato alla vittoria. Ma come, dirà qualche sprovveduto, proprio lui che mai lo vinse da giocatore e che quasi cadeva preda di un esaurimento nervoso per colpa dell'erba maledetta? Certo, chi ha provato maniacalmente tutte le vie per vincerlo senza riuscirci ha più cose da insegnare rispetto a chi lo ha vinto "solo" perché baciato dal talento, come McEnroe. Buffo vedere Supermac al fianco di Raonic, per fargli vincere Wimbledon. È come se Robert Plant volesse insegnare l'acuto di "Whole lotta love" a Fedez. Mac non può insegnare a Raonic come fare una demivolée stoppata, Raonic non può ovviamente impararlo. Il canadese è però il quarto favorito del torneo, in virtù di un tennis potenzialmente devastante su erba. Lui e l'ignoranza beutale di Kyrgios alla ricerca del crack (libera interpretazione).


venerdì 3 giugno 2016

ROLAND GARROS 2016 - Pioggia, l'arca di Noè, pagelle bagnate





La pioggia incessante trasforma il Roland Garros in un evento biblico, epico. Epicamente rompi cazzo. Pioggia mai vista, scrosci improvvisi, poi acqua a secchiate e ancora pioggia senza fine. Si teme l'inondazione, straripamento della Senna con la Gioconda che galleggia sulle acque del fiume nero pece e una zattera di patrioti italiani che la riporta in Italia esposta ad Amici di Maria De Filippi. Ritornano alla mente immagini di ciclisti coperti di terra e fango dopo la Parigi-Roubaix. In quest'atmosfera da tregenda e imminente fine del mondo, quale finale più giusto di un Gasquet che alza la coppa (e la fa cadere a terra, svenendo)? Inzaccherato dopo una furibonda lotta di sei ore e mezza sotto l'acqua, per  11-9 al quinto con Djokovic che si suicida sbattendosi la racchetta sulla carotide.
Niente di tutto questo, peccato.
Veniamo allora ad una carrellata finale, con fluttuanti pagelle umide e fulminati giudizi.

Uomini

Murray/Djokovic. (La Corazzata Potempkin versione Scarie movie). Li metto insieme, per risparmiare spazio. Non nella stessa gabbia, però, perché tra macaco col ciclo mestruale e murena visibilmente affetta da esaurimento nervoso, non c'è spazio in nessun manicomio zoofilo. Capirete come debba soffermarmi su insopportabili dati caratteriali, perché sull'insostenibile noia tecnica già si è detto e rischierei di concludere che mi manca Nadal (consegnandomi poi alle autorità competenti per un pronto ricovero nel manicomio criminale di Aversa). 
Gemelli autentitici, sin dall'esordio. Arrivano in finale tra urlacci, smorfie, frasi insensate, occhi appallati, stucchevoli piagnistei, bocche atrocemente aperte, racchette maldestramente sbattute in terra (macchinosi e innaturali anche in quello) col rischio di centrare giudici di linea ed essere squalificati (no, anzi, quello avviene solo se ti chiami Koellerer, stai fuori dai cento e sei l'anticristo). 
A un certo punto anche basta.
Li guardi e ti viene in mente un perverso parallelo con le finali tra Connors e McEnroe, forse i due più irascibili e maleducati dell'era open, nel quasi Mesozoico. Cosa manca a Murray e Djokovic? L'autenticità. C'è la stessa differenza che corre tra l'andare nel Bronx di notte o in un pub per fighetta finti teppisti chiamato "bronx". Nessuna sfuriata dettata dal momento, ma stucchevoli, compulsivi, piagnistei. Djokovic passa anche per simpatico, perché a finte scenate irose abbina patetiche scenette ilari, altrettanto plastificate. Murray almeno ce le risparmia.
Ovvio, la posta era altissima, il traguardo ormai un tarlo maniacale, il tutto ingigantito da condizioni al limite dell'Isola dei famosi durante un uragano, ma il serbo davvero è parso sopra le righe. Anche in considerazione di un tabellone da atp 250 fino alla finale. Murray si è salvato fortunosamente da primi turni trappola e, se ne hai viste abbastanza di questo sport, la conseguenza naturale è che alla fine possa vincerlo, o almeno andarci vicinissimo. Ma veniamo al dato tecnico in senso stretto: tra i due che giocano quasi a specchio, vince chi è più in palla fisicamente, quindi Djokovic. È facile da decifrare il tennis attuale. Djokovic vince meritando, alzando il livello nel torneo che più gli interessava. È il più forte di tutti. Forse completerà il Grande Slam, magari diventerà il goat (qualsiasi cosa questa minchiata significhi).
Richard Gasquet 7. "L'allocco dalle piume dorate" (dal titolo del mio imminente romanzo in lingua francese, sicuro caposaldo del nuovo esistenzialismo demenziale post-pop d'oltralpe) che fluttua e danza, magnificamente storto, a fil di pioggia ai bordi della Senna che si ribella ed esonda. Uno Charlot nel mezzo del film "armageddon". Tutto portava ad un suo auccesso finale, eroico, commovente. E infatti pareva ispirato, con l'occhio furbo da mariuolo. Per due set dà lezioni di dritto, rovescio e punto croce anche a Murray nei quarti, poi saluta, con passo da Charlot sotto la pioggia.
Stan Wawrinka 6. L'unico a poterci risparmiare l'atrocità di un Murray-Djokovic. Stavolta però gli manca il sublime piglio da canaro della Magliana, giustiziere di tutti i vessati dalla prepotente noia serbo-scizzese.
Dominic Thiem 7. Volto nuovo nei quartieri nobili, da oggi "sberla" Thiem. L'austriaco tira infatti sberloni da ogni lato che è un piacere. Ormai top ten a tutti gli effetti. Peccato solo per la resa/stesa in semifinale con Djokovic.
Ernests Gulbis 6+. A leggerlo negli ottavi, dopo aver battuto due alla sua portata e sfruttando l'infortunio di Tsonga, uno pensa che dal cielo più che acqua piova vodka. Poi dopo un set da lotta nel fango si lascia irretire come un cefalo dal nano Goffin, e tutto torna nella normalità. Prima o poi esploderà. Se non in questa, in una delle prossime due o tre vite.
David Goffin 6,5. Piglio da spocchioso collegiale inglese con gilet a quadri e riga di lato durante il funerale del suo cane, però ha mano, tennis e carattere per stare nei quartieri nobili. Per impensierire quelli lassù avrebbe bisogno di un po' di fisico. Per divertirmi, di un po' di brio e follia. Perché gioca bene, ma mi provoca letali botte di sonno. 
Tomas Berdych 5,5. Più inutile di Fassina candidato sindaco di Roma.
Ciurma italica. I soliti disertori e detrattori della patria non credevano al verbo di chi, dalle pagine di siti specializzati (in cazzate) strombazzava: Fognini su terra è inferiore solo a Djokovic e Nadal. Forse. Nadal l'ha già battuto, Con Djokovic s'è fatto un selfie e pare brutto batterlo. Quindi, cosa volete ancora? Perde da Young, che su terra non è buono nemmeno a mangiare un sandwich. Per il resto, ecatombe senza eguali. Mai disfatta simile dai tempi di Narducci e Pistolesi. Ma il movimento è in salute. I traditori della patria di cui sopra si saranno commossi un po' vedendo il reietto Adriano Panatta, trionfatore quarant'anni fa a Parigi, premiare il vincitore. Finalmente uno che rende orgogliosi (i disertori). Non a caso, è stato epurato. Da quel 1976 nessun italiano ha vinto su quei campi, ma nemmeno si è lontanamente avvicinato all'idea di poterci provare. Tranne Fognini, che sempre secondo quei siti specializzati in cazzate è inferiore solo...(risata).

Donne

Garbine Muguruza 8. Mentre riceve la coppa del Roland Garros con occhio lucido, la mia mente (malata) vola ad un uomo dai capelli argentati ed elettrizzati, che in una grigia stanza, al riparo dal resto della popolazione, ripete: "Chi, Muguruza?...via, basta con queste domande, Camila è mooooolto più forte". E ora continua a ripeterselo, con un imbuto in testa, occhio sbarrato a palla, mentre emette strani versi e prende a schiaffi il muro per quella domanda impertinente. La sua creatura, tre anni più grande di Garbine, stenta a restare nelle 50. Ma non diteglielo, o entreranno gli infermieri per un'iniezione e camicia di forza.
Puttanate a parte, questa cavallona iberica gioca un torneo perfetto, condito da finale super. Picchia e rintuzza i colpi di Serena a volto scoperto. Se riuscirà a tenere questi ritmi (difficile), abbiamo trovato una numero uno.
Serena Williams 7. Più che la finale, persa contro una Muguruza che le è stata semplicemente superiore, mi colpisce un'altra cosa. In semifinale arranca contro la pestifera Putintseva, sotto la pioggia e in un clima autunnale. Lei ha 35 anni, vinto 21 slam, 70 tornei, oro alle olimpiadi, non so quanti doppi, quasi 300 o 3000 settimane da numero uno e 100 milioni in premi (sponsor esclusi), eppure sta lì, soffre, cerca soluzioni mai viste, alza palle difensive, s'inventa smorzate inedite, rudimentali non meno che brutte, ma alla fine la spunta. Ecco la differenza tra una campionessa e l'autismo tennistico di chi, dall'alto del numero 50, dice candidamente: "il mio gioco è questo, non ho piani b. L'avversaria? Non mi interessa". Ma questa è un'altra, triste, storia.
Kiki Bartens 7. Vista anni fa, catalogata come una delle tante picchiatrici sovrappeso, simili a turiste nordiche che giocano a tamburello sulle spiagge della riviera. Smagrita e maturata tecnicamente, pronta a unirsi alla ciurma di 20/30 possibili vincitrici di uno slam.
Julia Putintseva 7. "Somiglia alla nostra Errani", ho letto. Concordo. Certo, l'ucraina con la faccia da rana pescatrice però ha un servizio molto buono, fondamentali equilibrati e capacità di disegnare tutto il campo che la nostra si sogna, ma per il resto sembrano separate alla nascita: Stesse gote rosse e contagiosa simpatia che trabocca in ogni loro gesto, simile a una colica renale
Sara Errani (senzavoto). Finita benzina agricola, sorteggi fortunati e fiducia. Stese a ripetizione anche su terra. Malgrado la propaganda Istituto Luce che ne ha fatto una Martina Navrtilova destra, è chiaro ai più: Errani è solo corsa, grinta e due smorzate in croce. Senza corsa, diventa poca cosa. Perde quindi partite e fiducia, e viene meno la grinta. Amen.
Agnieszka Radwanska 5,5. Buona per una settimana, come non mai su terra, poi affonda nelle sabbie mobili post nubifragio.
Angelique Kerber 3. Quattro mesi dopo il trionfo a Melbourne, resta un tetro e asciutto messaggio letto a "Chi l'ha visto": "Scomparsa in Baviera una ragazzona tedesca. L'ultimo avvistamento in una birreria, poi le ultime parole: vado a farmi un doppio hot-dog coi crauti. Fate presto, la ragazzona non ha con sé le medicine e ha finito le scorte di plutonio".
Camila Giorgi (senzavotobis). Perde nettamente dalla Bartens, dandole (bontà sua) via libera per la semifinale. Ma solo perché la nostra bambola suicida ha altre mire: la vittoria a Wimbledon (Buckingham Palace ha già adottato scudi antimissile) e all'Olimpiade. Secondo alcune indiscrezioni potrebbe giocare per il Nicaragua.
Karin Knapp 6. Migliore italiana (fatevi due conti), arriva al terzo turno, dopo aver rischiato di perdere da una Azarenka senza l'uso di due gambe, una spalla, un braccio e tre falangi.
Roberta Vinci (senzavoto tris). "Allora Roberta, brutta sconfitta al primo turno. Cosa è mancato?". "E insomma, quando ho battuto Sereeeena...". Ciao Roby, è stato bello.

lunedì 30 maggio 2016

ROLAND GARROS 2016 - Squilibrati sogni di una notte di mezzo torneo







Conchiusa la prima settimana del Roland Garros più piovoso che io ricordi (e la mia memoria va indietro fino al 2015), occasione per un puntiglioso bilancio settimanale e chiaroveggenze sparse.
Tabellone Uomini. Novak Djokovic passeggia senza problemi, in attesa di test probanti. Difficile possa esserlo uno tra Berdych e Ferrer, protagonisti un ottavo-revival tra i due più vessati dai fab four nell'ultimo decennio. Se non più ostica almeno più curiosa e affascinante l'eventuale semifinale tra il serbo e una novità assoluta e cioè chi la spunterà da una porzione di tabellone senza padroni: Thiem, Goffin o il redivivo (e fortunello) Gulbis che giocando due match al meglio dei cinque set si è allenato più che in dieci anni di carriera, fumando marlboro e bevendo vodka liscia. Quindi, occhio a lui che, tra l'altro, avendo un ego spropositato e ritenendosi (a sragion veduta) tra i primi due o tre al mondo, tende ad esaltarsi coi forti e addormentarsi coi deboli. In semifinale, potrebbe battere Nole, dirò di più: ha più possibilità lui che il Nadal depotenziato di ultima generazione, già fuori per un problema al polso e soccombente in ogni punto del campo contro serbo.
Problema vero del vizioso lettone è arrivarci, a quella semifinale. Già il leggero, ma intelligente e geometrico pollicino Goffin potrebbe disinnescarlo in quattro set. Poi, eventualmente, ha quel Thiem in animalesca crescita, per un quarto dinamitardo. Comunque sia, Thiem o Gulbis sarebbero serio banco di prova per un Nole lanciato verso il primo Rolando. Più capaci di metterlo in difficoltà loro, per tennis, personalita e non avendo nulla da perdere, rispetto a Goffin. O Ferrer. O Nadal.
Nella parte bassa, lanciato verso la prevedibile (sulla carta da culo) finale col serbo c'è Murray. Lo scozzese si è salvato in modo rocambolesco nei primi turni, quindi anche mentalmente sarà carico e in fiducia. Ora però per lui la sagoma meravigliosamente irregolare di cuor di leone (cloroformizzato) Richard Gasquet. Il proditorio galletto, in condizioni spumeggianti come non lo si vedeva da anni (forse mai), ha tritato avversari e steso Nishikori, nel tripudio dei francesi che ora sognano l'impresa da libri di storia e trattati di psichiatria. Già lo dissi, se Richard dovesse battere Nishikori, nessuno potrà fermarlo. Solo una camicia di forza. Murray e Wawrinka sulla sua strada, con cui in passato proprio a Parigi ha perso partite già vinte, svenendo come donna con le doglie. Magari stavolta resta in piedi. Problema vero sarebbe l'eventuale finale col serbo, in cui si rischia punizione cruenta senza eguali (da Leconte 1988 alla mattanza nella tonnara di Mazara nel '73).
Mio sogno squilibrato: finale Gulbis-Gasquet, coi due che se la giocano in mezzo al campo a rubamazzetto, sorseggiando whiskey maschio e fumando boccate piene.

Tabellone donne. Serena Williams sembra più equilibrata, tecnicamente e fisicamente. Se non tende a strafare, dovrebbe vincere. Dalla sua parte, prima della finale, ostacoli pericolosi sono la virgulta Keys in crescita (o la sorprendente Bartens) e la simpatica operaietta Bacsinszky.
Sotto, mucchio selvaggio per guadagnarsi Serena (forse) in finale: Halep-Radwanska equilibratissima. O quella Muguruza che, se in giornata, può mettere in seria difficiltà l'americana.

P.s. Ovviamente, mentre scrivo Gasquet e Gulbis potrebbero già aver perso.

martedì 24 maggio 2016

ROLAND GARROS 2016 - Il PRINCIPE ROSPO STEPANEK E IL RAMARRO MURRAY





Lo so, avrei dovuto aspettare che l'impresa fosse copiuta, e che la vecchia lenza Stepanek completasse la sontuosa e ispirata opera perdendo al quinto, ma non ho resistito.
Eppure, tutto era perfetto. L'atmosfera parigina gonfia di un umidore elettrizzato, con qualche flash che si nota nel buio incombente, striato di nuvoloni viola.
L'interesse nazionalpopolare dei Pippibaudi nostrani è tutto rivolto alla trista parabola delle due chichis, ormai divise e al capolinea, capaci di raccattare nove giochi nei loro due incontri di primo turno, mentre la solita fiaba dei primi giorni parigini è in onda sul centrale. Qualcosa di epico e irriducibile che ricorda gli ultimi ruggiti parigini di Connors, nella sua battaglia col tempo e se stesso. Alla soglia dei 38 anni, il satrapo ceco Radek Stepanek, sprofondato negli abissi delle classifiche, è ancora capace di incantare e infiammare il pubblico, in un connubio avvincente. E, se a questo ci aggiungete l'avversario Murray sull'orlo dell'esaurimento nervoso, capirete come la sceneggiatura sia completa. Pronta a vincere qualche oscar, fotografia, regia, miglior attore protagonista, non protagonista, e via dicendo. Lo storico coach di Radek, il mai dimenticato Petr Korda, aveva consigliato all'ormai ex pupillo logoro e in là con gli anni, di dedicarsi esclusivamente al doppio, specialità in cui con la sua classe avrebbe potuto dire ancora molto. Lui, ostinato come il mulo di cui dicono abbia anche altre nascoste qualità, non l'ha ascoltato. A vederlo, il motivo è semplice: si diverte come un pazzo. Specie contro i più forti, è l'esaltazione a impadronirsi delle sue ributtanti carni. Ed eccolo zompare, dalle qualificazioni allo Chatrier, in una danza elettrizzata ispirata dall'atmosfera. Disegna e trapunta il campo, quel vecchio filibustiere, un po' navigato giocatore di poker, un po' illusionista, bravo a  nascondere carte e palle al povero Murray, che fa la figura dell'allocco con la bocca aperta ostentando una manciata di denti buttati lì a caso. Fluttua come un pupazzo goffo da una parte all'altra del campo per inseguire quelle patabole velenose e compulsive: smorzata, pallonetto, ancora smorzata sulla contro smorzata e ghigno diabolico. Lo scozzese ha gambe tagliate, lingua penzoloni e il mal di mare. A un certo punto, dopo l'essesima volée imprendibile del satrapo, lo sento nitodamente chiedere agli dei lassù: "ma chi è questo, McEnroe?".
Pare di vedere fulmini in lontananza nel cielo, mentre aggancia in tuffo una volée, girando su se stesso come un gatto fulminato, felpato, di gomma. Sempre più spiritato e con occhi motruosi, man mano che annusa il profumo d'impresa (mancata). Per due set mette alle corde un Murray furente, che non ci capisce nulla, vorrebbe solo ammazzarlo, ammazzarsi, sparare al pubblico, mangiarsi terra e pallina. 
L'esponente mai vincente di un vecchio tennis ormai anacronistico, che si scopre vincente (oltre che più bello) rispetto a moderne trame muscolari di uno dei primo tre al mondo. Murray vorrebbe esser Radek, almeno per una sera, che una principessa orba baciandolo lo faccia diventare magnifico rospo. E il ranocchio Radek chiede al dio del tennis, di cui ha scopato la moglie, un bacio che lo trasformi nel principe orrido Murray. Magari solo per un set, un unico, stupido, set di solidità, che gli consenta di portare a casa il match prima che cali il buio.
Invece, come prevedibile, l'incontro gli sguscia via dalle mani, arrivando al prevedibile epilogo di queste fiabe tarocche. Murray domina il terzo, scappa anche nel quarto con il vecchio saltombanco ormai alle corde, tornato a sentire d'in colpo il peso degli anni, gli acciacchi, e una carriera in seconda fila. Perso il quarto, mi dico, a inizio del quinto deve giocare il punto della vita: attacco in contro tempo e volée stoppata in tuffo, e poi ritirarsi in vantaggoo. Come fece Jimbo. 
Prima che possa farlo, arriva la notte e rimandi il mancato lieto fine al giorno dopo.


venerdì 20 maggio 2016

MARCO PANNELLA, LO SCANDALO ININTEGRABILE





Chissà quale prorompente parolaccia gli sarà partita ascoltando telegiornali, social, giornali, stamattina. Fiumi di commosse parole, inutili stronzate di melassa, postumi tributi colmi d'enfasi, servizi ai c del retorico paranormale, per lui che era arrivato a imbavagliarsi, pur di ottenere un trafiletto sui media. Paradossale, o forse logico. Nell'illogicità di fondo che dipinge il personaggio e questo paese contraddittorio.
La faccio breve, questo è uno spazio in cui straparlo di palle e tennis, ma dovevo pur scrivere due parole che mi stanno sullo stomaco. Quindi, non stracciatemi il cazzo (cit.). 
Parto da un parallelo che mi ha messo i brividi: quello dei Radicali con alcuni moderni partiti populisti, capeggiati da nani sciacalli che da tv o sui social straparlano alla pancia malata del paese per ottenere un vile consenso drogato. Pannella, censurato dai media, urlava, sbraitava, contorto, prolisso e logorroico fino a farti venire il mal di mare, per strada, rivolto alla coscienza nascosta dei cittadini, di temi impopolari che riguardano gli ultimi, l'uomo nei suoi diritti.
Così sideralmente lontano dagli strepiti demagogici delle odierne forcaiole sette-partiti attuali, che ha finito per annientare un partito battendosi per cause che non portano voti e chare. Quindi, fuori dal parlamento e oscurato dalle tv, impresentabile col suo mare di parole cesellate, simili a lucidissima farneticazione, oltre che geneticamente fuori dal potere, cui al limite strizza l'occhio. Politico talvolta maldestro, consapevole e quasi compiaciuto bastian contrario, seppe anche fagocitare la sua stessa creatura fino a ridurla ai minimi termini. Ma non era importante. Santone, religioso, più che politico. La religione della libertà di cui parlava Benedetto Croce.
"Premesso che sei un coglione, grossissimo e spessissimo, che non capisce niente...che dopo quarantacinque anni di politica possa fottermi più di quanto pesi la tua chioma, di fare il ministro, o farlo fare a qualcuno dei miei...". 
Questo era Pannella, in una rara sintesi, rinvenibile nella missiva inviata all'allora Premier Craxi. Opposizione della maggioranza, opposizione dell'opposizione che vuole essere maggioranza. Uno scandalo inintegrabile, come lo definì Pasolini. Un rompicoglioni odiato, mal tollerato da chiunque, democristiani e clericocomunisti. Da solo a battersi per quell'abominio da eretici scomunicati chiamato divorzio. Inintegrabile perché imprevedibile, pericoloso per l'imperante clericalismo e gli establishment, fuori dagli schemi, fedele solo alla sua libertà e a quella degli altri. Che del potere se ne è sempre fottuto altamente, creando quella libertà individuale con altri strumenti nonviolenti, il referendum, e il suo stesso corpo.
Gli stessi che passano sopra i propri ideali non facendo cadere governi, perché la pensione è davvero importante (cit.), ora applaudono chi come il leader radicale, di vitalizi e pensione se ne è sempre fottuto, dimettendosi a metà mandato per non ottenerli. È maraviglioso anche questo, perché in un riflesso inconscio nascosto nelle loro coscienze corrose, si danno degli stronzi. Loro sono i politici di mestiere. Lui aveva scelto vita come politica, appunto. Una dettaglio, forse, può sintetizzare il tutto. Pannella non è mai stato condannato perché si è arricchito, ma solo a seguito di una manifestazione provocatoria, per la legalizzazione delle droghe. Il suo corpo ora magro ora grasso, ma sempre imponente, come scudo.
Infastidiscono tanti tardivi attestati, specie da parte di chi gli ha negato anche una carica simbolica, di Senatore a vita. Però, tornando sulla roboante parolaccia che avrebbe pronunciato stamattina leggendomi giornali, forse mi sbagliavo. Fedele al personaggio, mi avrebbe stupito. Il riconoscimento postumo l'avrebbe inorgoglito. La magia di avere pagine e pagine dedicategli dopo anni di censura, tutti quei fantocci al suo capezzale dopo anni di ostracismo: è qualcosa di unico. Irrazionale. Anzi, irrazionalmente razionale. 
È una metafora avvincente. Una processione di potenti politici, star della musica, cinema, tutti nell'umile casa in cui ha vissuto gli ultimi giorni. Così vicino in linea d'aria, ma tanto lontano, quel monolocale bazaar in cui l'eretico fascista, drogato, frocio, non violento impotente, assassino abortista, taditore della patria, senza-Dio, si riposava, dagli attici sfarzosi di porporati professanti povertà. O dalle case di chi della politica ha fatto un ricco affare. Ora salutano chi ha pensato alla libertà degli altri e per migliorare un po' questo paese, malgrado loro. Sì, ne sarebbe fiero, e poi via di liberatoria parolaccia.


domenica 15 maggio 2016

INTERNAZIONALI 2016. PIOGGIA SCOZZESE NEL CIELO DI ROMA





Un insolente scroscio di pioggia, tra i nuvoloni gonfi nel cielo, arriva tra le due finali. In studio minimizzano sugli ombrelli che si aprono, "Non piove più, è solo qualcuno che non ha ancora capito...". Perché a Roma non può piovere. L'evento però ammanta ancor più di mistero la prevista celebrazione degli "eroi del '76", quelli della vittoriosa Davis: Panatta, Bertolucci, Zugarelli, Barazzutti. Provate a immaginare ai giorni d'oggi l'Italia vittoriosa di Davis e un nostro tennista trionfatore a Roma e Parigi. Quarant'anni fa l'impresa riuscì ad Adriano Panatta. A Parigi lo ricordano bene, così bene da invitare l'Adriano nazionale sullo Chatrier per premiare il campione dell'edizione 2016. Qui invece, nel suo paese, provano a mettere una pezza con una foto ricordo e tocca sentire i massimi vertici del nostro sport dire "dovrebbe" esserci "anche" il reietto Adriano Panatta, basta "polemiche". È o non è questa situazione la triste metafora, riassunto di tutto? Cosa? Non si sa.
Quanto al campo, Nole Djokovic mostra inattesi segni di umano cedimento rispetto ai ritmi esibiti nei mesi scorsi. Che fosse una pallida copia di quella macchina si era già capito al suo esordio, contro l'aizzatore di folle transalpino, l'istrione (che ha quasi la stessa età di Aznavour, tra l'altro) Stephane Robert. Ho pensato bluffasse. Così come contro Nadal e Nishikori, con soporifere partenze da geco intorpidito. Troppo lontano dai livelli massmi l'iberico (sebbene la terra lo riporti tra i più forti) e poco cinico il samurai nipponico nell'affondare il coltello nella ferita, per approfittarne. Non si lascia intimidire lo scozzese, pressoché perfetto in finale e coi denti di squalo ben affilati durante tutto il torneo, condotto senza sbavature. Sento dire in giro di un Murray terraiolo, migliorato sull'argilla. Cazzate, parziali almeno. Murray ha sempre saputo giocare sul rosso, vi è cresciuto. Il suo problema si chiamava Nadal, imbattibile su quei campi. Poi Djokovic e Federer, spesso meno consistente fisicamente del serbo e ovviamente meno talentuoso si Roger. Specie in questo periodo di baldracca in cui le specializzazioni sono un ricordo per vecchi bacucchi, la differenza la fa la condizione fisica. E, almeno in questo maggio, ne ha di più Andy.
Poco più che una comparsa gaudiosa, apparizione mistica, quella di Sua Divinità Celeste Roger Federer a Roma, buona per farsi venerare dai tanti fedeli in devota attesa. Roger non sta bene, la schiena scricchiola e centellina ogni sforzo con cautela massima per non pregiudicare i suoi obiettivi stagionali. Tra questi non c'è Roma e nemmeno Parigi. Si fa ammirare, fotografare come una reliquia santa, ischerza il promettente fabbro Zverev, ma si arrende al tennis a tratti animalesco dell'austriaco Thiem.
In questo scenario, se Djokovic rimarrà questo (ho i miei dubbi) si aprono i giochi per la vittoria a Parigi. Serbo scucchiato sempre in pole position, ma Nadal e Murray riducono il gap e giocheranno le loro care. Immediatamente dietro Wawrinka, se per magia dovesse ritrovate l'istinto omicida dello scorso anno. A meno di clamorose sorprese. Mi viene in mente quel Thiem potenzialmente sanguonario, e soprattutto Kyrgios. Unico tra i giovani, il tamarro aussie, ad abbinare colpi e carattere sufficientemente spavaldo da poter provare il colpaccio. Anzi, se me lo danno a 40, un penny ce lo metto sopra.

Serena Williams e il passaggio di consegne che non c'è. Serena torna. O forse non se ne era mai andata. Gli anni passano (sono ormai 35), il contraccolpo del mancato grande slam è stato un k.o. tremendo a seguito di
un uppercut alla punta del mento, ma dopo aver vacillato incerta per qualche mese, la numero uno si è rialzata a Roma. 
Paradossalmente, questa Serena 2.0 vista al Foro è ancora più forte. Senza la logorante pressione da record, foga-furia, voglia di dimostrare una superiorità che spesso si taduceva in picchi mostruosi e qualche (letale) strafalcione tennistico, al Foro si ammira invece una Serena dalla calma olimpica, tirata a lucido. Malgrado l'età è ancora capace si mettere in riga virgulte nuove leve tra cui fatica ad emergere un'avversaria credibile e continua.
Alcuni (io nella mia persona) hanno sperato che dal gruppone di pretententi potesse emergere come un sol donnino impunito quella Barbora Strycova issatasi fino quarti di finale sciorinando un delizioso tennis trapuntato. Protetta dal fantasma di Maria Josè Martinez Sanchez, pensavo potesse ripetere la stessa, irrazionale, suggestiva, cavalcata. Un po' ci credevo. L'isterica gnappa ceca si accontenta solo di mostrare in modo semplice e a tratti inquietante come i suoi occhi da cerbiatta pazza, la pochezza della Bouchard. Sgonfia il bluff di quella che gli sponsor hanno pompato come futura regina solo perché (pare sia) caruccia, ma che se non completa un tennis orrendamente monotematico, disattenderà le spasmodiche attese dei tanti fans dalle occhiaie marcate.
Vien fuori dal plotone invece Madison Keys, ragazzona di enormi potenzialità. Mi capitò di vederla dal vivo un'uggiosa mattina di quattro anni fa, proprio al Foro, soffrire contro una mondina
cinese durante le qualificazioni. Mi colpì subito la sua fisicità e potenza di colpi devastanti, autentiche mine, e un dritto anche bello a vedersi, lasciato partire con natualezza assai notevole. Non fu difficile predirle palcoscenici ben più prestogiosi di quel campo numero uno deserto. L'unico mio dubbio restava l'attitudine molle, un corpo che trasmetteva quasi stanchezza sconsolata, spalle spesso strette per raccogliere la frustrazione. Si trascinava indolente, come
se giocare, allenarsi, faticare, non facessero per lei, e alle 10 di mattina si domandasse perché non era ancora a letto. Una delle tante baciate da buon talento, ma con poca attitudine alla sofferenza, pensai. 
Da lì i risultati a sprazzi, sembravano confermare la mia impressione. La ritrovo in finale a Roma incredibilmente maturata, positiva, col sorriso largo e i dentoni di coniglia, consapevole dei suoi mezzi, in finale dopo un percorso consistente. 
L'ultimo scoglio, una Serena ben centrata, appare ancora difficile da superare. Il match, almeno nel primo set, ha picchi di violenza degni di Tyson-Holyfield e possibili, suggestivi quanto illusori, scenari da trapasso generazionale, erede, passaggio del testimone. Suggestioni, appunto. Perché Serena quel testimone non vuole passarlo ancora, anzi, se lo mangia.


Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.