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venerdì 22 maggio 2015

ROLAND GARROS 2015. NADAL, SANGUINANTE E NON PIU' SANGUINARIO, PROVA LA DECIMA







"In un letto di fragole...” cantava un ispirato Checco dei Modà, in preda al furore creativo, ispirando struggente pugnetta in riva al mare a due brufolosi adolescenti di fronte in treno, mentre l'aria bassa in collina mi provoca palle gonfie e guardo un tipa che accavalla e scavalla, nervosa.
Togli le fragole, metti le spine, e vedi Rafael Nadal. L'immagine vivida del Nazareno che si avvicina a questo Roland Garros per la prima volta non da favorito. Ferito, claudicante, umanamente fragile. E' cambiato tutto, ma proprio tutto. Delle querule nenie su ginocchi e tendini provati cui seguivano tabelloni in discesa e titoli in serie, come un cannibale sapiente, solo il ricordo.
Nel giro di pochi mesi la situazione si è capovolta in modo inatteso:
Silenzio, piena fiducia, “buone prestazioni”, malgrado seriali sconfitte sull'argilla, così insolite per il padrone. Ha collezionato più k.o. quest'anno che in un decennio di trionfi su terra. E, come contrappasso dal sapore crudele, in quella che deve essere la storica edizione del Roland Garros numero dieci esposta in bacheca, eccogli confezionato dalla sorte un tabellone pieno di spine nei primi turni. Coltelli, spade, bombe a mano, dai quarti in poi.
E' meravigliosamente sadico, capirete. Dolgopolov in un eventuale secondo turno da leggenda antica (ammesso che il ramarro Almagro, inopportuno come non mai, non ci privi della gioia), con l'ucraino ispirato come un pazzo spadaccino che danza nudo ascoltando Beethoven, e infierisce sui suoi resti.
Un sogno.
Poi il crescendo rossiniano da incubo horror: Novak Djokovic versione monstre 2015 nei quarti, quindi il Murray scopertosi solido e in forma smagliante nella stagione su terra. O Ferrer, al limite. Mentre dall'altra parte si lecca i baffi, sornione, il Divino ReRoger Federer. Per lui, come per il maiorchino in passato, pochi patemi fino a una possibile finale da raggiungere dosando le energie. Nishikori, Wawrinka, Berdych (e forse lo spettro di Adelchi Virgili o Becuzzi) sono avversari solidi, ma da poter nerbare con la solita grazia sadica.
Muta ogni cosa, capirete.
Ora, la vittoria del decimo titolo per Nadal cambia poco. La doppia cifra impressiona, ma aggiunge nulla a quello che è e sarà per molto tempo il miglior tennista su terra della storia. Da qui all'eternità, temo. Anzi, lo spero, non anelando un suo clone. Il tentativo della “decima”, come quello del Real Madrid di cui è tifoso, è però reso letterariamente avvincente dal nuovo scenario. Che poi, di epico forse avrà solo questa sensazione di attesa, rivelandosi poi un'erezione abortita. Un pomposo lancio di un kolossal flop. Ben Hur senza bighe e cavalli. E pazienza. Nadal con riserve a lumicino, allo strenuo tentativo di un altro guizzo, però, fa notizia. Colora la vicenda di tragedia.
C'è anche l'ipotesi, di cui mi provavo a convincere prima di Roma, del bluff da giocatore di Poker. Perché conoscendo la sua macchina, potrebbe aver dosato le residue energie per l'impegno parigino. Obiettivo massimo. Ma è una tesi fragile come il cristallo: nelle ultime uscite è parso la sua versione ectoplasmatica.
Per uno ancora in grado di fare finali e semifinali nei Masters 1000, e parte tutt'ora sfavorito solo col Djokovic-monstre, è un discorso che dovrebbe far ridere. Ma va contestualizzato, stupisce rispetto alla versione invincibile del passato. Ora è corto, meno esplosivo, un muro arrotato dannatamente permeabile anche al primo peone nella giornata di grazia. La maschera pietosa del guerriero che fu, a tratti addirittura caricaturale. Un wrestler che prova a caricarsi con giravolte, pugni roteanti, malgrado Wawrinka lo stesse nerbando sadicamente, 6-3, 5-2.
Quasi, mi coglie un'idea sconcia. Desiderio mostruoso, parente prossimo del desiderio inconscio di morte: dovesse passare lo scoglio squilibrato dell'idolo delle masse instabili (Dolgopolov), sarei portato a tifare per lui, perorandone la sua causa sanguinante e non più sanguinaria. Per la prima e unica volta, in questa dimensione terrena, ululando “Vamossss”. Che poi, forse, questa sensazione di stordimento svanirà nella prossima mezz'ora. Il tempo di spegnere la canna.

domenica 17 maggio 2015

INTERNAZIONALI D'ITALIA 2015 – PAGELLE VERNACOLARI






Diario di bordo, dal vostro inviato in Vaticano, nell'attico del Cardinal Bertone, sgargarozzando Dom Perignon



DONNE

Carla Suarez Navarro: 8. “Meno dotata tecnicamente di Sara Errani”, scrisse un editorialista di spicco, prontamente internato in un manicomio navale, da cui continua a partorire sontuosi articoli (pagato). Carlita, più solida del passato, dipinge il campo in modo sublime, con un rovescio da letteratura erotica. Da brutto anatroccolo si trasforma in sexyssima pittrice che spennella angoli con la racchetta. Anche agonista, a sua insaputa. In finale è investita da una missione divina: liberare il tennis dall'orrore triviale. Stremata, si ferma a un metro dal traguardo.

Maria Sharapova: (no, per carità). Le sue urla da partoriente nel reparto furiosi del neurodeliri, arrivano fino al Vaticano, dove Papa Francesco consuma un frugale pasto a base di pane azzimo e cicorie. E il Pontefice, dopo aver tirato giù tutti i santi del calendario, quasi si convince ad accettare l'aborto. Tira pure (uau) una serie di smorzate di fattura agricola, nelle quali palesa una difficoltà insuperabile: non può latrare. Poi mazzate, altre urla, manco fosse scossa dalla nerchia di Nacho Vidal in un anal d'epoca, e invece di fronte c'è solo la leziosa Carlita. Santo cielo, liberateci dal male.

Daria Gavrilova: 7. “La vispa Teresa correa tra l'erbetta, l'ho presa, l'ho presa, ululava invasata”. Colpevolmente, la lascio sotto di un set e un break nel primo turno di qualificazioni con la bimba svizzerotta Bencic, bollandola come una delle tante. E invece, non solo vince quella partita, ma si qualifica e, feroce battaglia dopo battaglia, perde solo da azzoppata in semifinale. Tira, strepita, ride, fa pugnetti, zompetta, isterica, irriverente, odiosa, contagiosamente simpatica. Insomma, tennista a 360 gradi. Completa anche nel tennis. Fa tutto, più o meno bene.

Sergio Giorgi: 7+. Ho il privilegio di stargli gomito a gomito, mentre studia scrupolosamente la possibile avversaria del suo pargolo (che però perde prima) sulla balaustra del campo numero uno: Serafico, persino calmo. Solo qualche tic. Ogni tanto parla da solo (ma sotto voce), e si dà colpetti in testa guardando l'ignominioso slice di Rybarikova. Spettacolo assoluto durante l'allenamento di Camila: Dario Fo ubriaco con la faccia di Keith Richards, capelli di Branduardi e movimenti da Haka degli All Blacks.

Camila Giorgi: 4,5. Il gabbiano Peppino, solito svolazzare sui campi del Foro, è uscito illeso dai suoi pallettoni vaganti. Già un successo.

Simona Halep: 6,5. Macchinetta da tennis spaventosa, senza trucco, parrucco e atteggiamenti da diva. Carlita le scombina i piani, di solito infallibili contro chi va di vanga.

Vika Azarenka: 5,5. I suoi rigurgiti ancora non sono di quel bel verde acceso del 2011, ma è recuperata al “tennis”. I campionati di rutti e peti tra camionisti ubriachi di vodka a Minsk, possono aspettare.

Maria Josè Martinez Sanchez: 7. Struggente ritorno nel luogo del poetico omicidio, un lustro dopo. Gioca il doppio, coi soliti ricami da fugaci orgasmi. Petizione personale: con Roberta Vinci, finalmente libera dal male, costituirebbe un doppio da favola.

Serena Williams: s.v. Vacanze romane. Tre gricie fumanti dallo “zozzone” e forfait per fastidi al gomito, provato dai bicchieri di vinello dei Castelli sollevati. L'obiettivo è Parigi.

Ana Ivanovic: 4. Alla (inutile) ricerca del neurone perduto.

Altre italiane: Knapp (6). All'armadio altoatesino quasi le riesce lo scalpo di una Kvitova addormentata. Errani (3), motozappa senza benzina. Pennetta (4) ormai più presa dall'imminente matrimonio con Fognini (diosanto). Vinci (3). Il divorzio l'ha svuotata. Smagrita, emaciata, senza tette (manco la Sciarelli le troverebbe). Schiavone (5). Il divertimento a competere ancora supera l'imbarazzo per inevitabili sconfitte in serie.





UOMINI

Novak Djokovic: 8. Ha ormai assunto lo status di macchina da tennis. Giochicchia totalmente in controllo, poi a un certo punto allaccia il casco, innesta la freccia e saluta tutti. In finale non corre rischi e gioca un incontro ai limiti del mostruoso. Di umano ha davvero poco. Non so cosa potrà impedirgli di vincere il Roland Garros. Il tappo di una magnum. Forse Superciuk fatto di vino ai pomodori cipollati o la sindrome di Lendl a Wimbledon, più che il fantasma di Nadal.

Roger Federer: 7,5. Lo Divino Re, o Augusto Imperatore, accolto nell'Urbe dalle trombe dei messi imperiali. La magia di un tramonto romano pervaso d'arancio commovente, forse, senza ricadere in insopportabili “binaghismi”, lo ispira. Esprime il miglior tennis della stagione, in un torneo che non doveva giocare. Come le cose non programmate, inattese, partorisce tennis che è fantascienza applicata alla poesia. Passato traslato nel futuro spaziale. Poi perde la finale, l'ennesima nella capitale, contro un serbo ai limiti dell'umano. Torneo maledetto, e Roma che dopo averlo quasi santificato torna a fare la stupida, sulle laceranti note (perché?) di “Un amore così grande”. “Ma come, dopo Gasquet, ora ti appassioni a un altro perdente?”, fa la mia psicologa personale, con un sottile fondo di verità. Ma non sa, la tapina, il peso eretico delle sue parole. Prontamente, un drappello di fan del Divino Re comunque Santissimo, la cattura e per poco non la arde viva.

Rafa Nadal: 5,5. Nel trionfo di nenie cantilenanti “For sure, il ginocchio fa male...non so se giocherò e potrò vincere il primo turno”, un tempo accumulava vittorie stile strike nei tornei su terra. Ora non ne vince uno, ma è un coro di “sto giocando bene, sono fiducioso” senza accenno ad acciacchi, tendini lesionati, artriti ossee. I tempi cambiano. Per la prima volta arriverà a Parigi non da favorito, ma si farà tumulare prima di perdere.

Stan Wawrinka: 7. Fa il botto pestando sodo Nadal (ammesso che sia ancora una sorpresa). Poi fa da spettatore alla cavalcata delle valchirie di Federer.

Andy Murray: s.v. Sotto gli occhi materni della gravida Mauresmo, scende in campo per l'allenamento (sotto un sole subsahariano) in tragici scalda muscoli alla caviglia, provati dalla cavalcata madrilena. Deambula con le gambe rigide, manco fosse Chiappucci dopo la tappa dell'Alpe d'Huez. Sempre più personaggio naif/surreale. Poi si ritira.

David Ferrer: 6,5. Rantola, corre con la lingua penzoloni e gli occhi fuori dalle orbite, rincorre, sniffa calzini, riparte, scalpella come un mastro ferraio fatto di vernice. Il mio arido cuore quasi si commuove quando Djokovic si scoccia, gli mette il boccaglio e la chiude.

Fabio Fognini: 6,5. Ha il tennis per giocarsela con i top ten su terra e la testa per perdere anche da un bibbitaro armeno. Prendere graniuole di fischi o trascinare la folla patriottica. Quindi? Più che la fantastica vittoria su Dimitrov e la quasi impresa con Berdych, sorprende che abbia battuto senza difficoltà Johnson. E dopo i fischi dell'anno scorso rende il Pietrangeli una bolgia infernale, quasi come il Marakana di Belgrado.

Alexander Dolgopolov: 6+ Vedo tutti i suoi match, con vibrante soddisfazione e accenno di erezione. Frenetico, estroso, adrenalinico, una benefica scossa per un tennis sempre più tombale. Dategli uno spartito, uno straccio di tattica, e perderà la sua essenza anarchica.

Altri italiani: Donati (7). Lieta nota. Già lo scorso anno, vedendolo qui, pensai fosse il più pronto dei nostri ragazzini. Buona completezza tecnica, agonismo positivo, fisico ancora acerbo. Bolelli (4,5). Ancora è lì che insegue, alla moviola, un rovescio di Thiem. Quinzi (4,5). La mancanza di colpi incisivi tarda (l'eventuale) esplosione, rispetto ai suoi coetanei. Qualcuno, trionfalmente, ne vedeva il futuro Nadal. Ad oggi, che diventi il futuro Ramirez Hidalgo sarebbe già un successo.

Quinto slam: Querula invocazione-pretesa, denigrando Madrid, torneo più ricco e organizzato, ma privo del fascino del Foro, che trasuda storia da ogni poro, amato dai tennisti, etc. Ma per avere il quinto slam, pensano di portare i torneo a Fiumicino. Io boh.


mercoledì 13 maggio 2015

INTERNAZIONALI D'ITALIA 2015 – Fognini, reuccio di Roma






Diario dal Foro, fotografando gabbiani ubriachi



Ogni volta che lascio il Foro mi volto e, guardando l'impianto che trasuda storia, mi coglie un amaro magone. Penso “Chissà se il prossimo anno ci tornerò, o sarò morto. Magari saremo tutti morti.”. E' un po' come l'ultima birra, quando lasci il bar, provi ad arrotolarti una sigaretta ma, ormai ubriaco come una bestia, ti cade con tutto il tabacco, bestemmi e pensi “Mi sveglierò domattina?”.
Il gabbiano Peppino, puntuale come ogni tardo pomeriggio col sole che s'arrende, fa la sua svolazzata sbilenca tra i pini e poi tra i campi del Ground, prima di andarsi a gettare nel Tevere (chi riesce a vederlo nella foto, vince i biglietti per sabato e domenica, probabilmente inutilizzati).
Pienone delle grandi occasione, mentre ai tornelli una comitiva padana sbraita per l'organizzazione e i mezzi pubblici romani da terzo mondo. “Ma nun rompe er cazzo”, chiosa un fine poeta trasteverino.
Bastano pochi giochi per capire come per il butterato giocoliere Dolgopolov, sarà dura contro l'esperto sergente Garcia Lopez in forma smagliante. Dio e chi era con me è testimone. Dopo averlo visto battere Wawrinka al tie-break in un set di allenamento, lo dissi domenica: “Questo sarà un osso duro per tutti, vedrete stolti”. Vince in due set, senza grossi patemi.
Intanto Ivanovic (alla perenne ricerca del neurone perduto) e la giovane australianorussa Gavrilova si stanno ammazzando sul Pietrangeli. Per carità di Dio. Arrivano urletti scomposti. Forse è arrivato Federer, poi c'è anche la divina urlante Sharapova che si allena. Provo a distogliere l'attenzione dei bimbiminchia urlando “Andate di là, presto, che è arrivato il grande Briga. E c'è pure Fedez!”. Ma non ci cascano.
Pare che “Miss chiappa d'oro al Foro 2015” Mladenovic stia addirittura vincendo (poi perderà) con Makarova. E la miracolata Jovanovski (era 1-5 con l'isterica Kudryavtseva al primo turno di qualificazioni) voglia battere pure la puledra di razza Keys. La batterà.
Binaghi trasportato da due schiavetti su un risciò, predica come il tennis italiano non sia mai stato tanto in salute come quest'anno. Già: ci resta Fognini. E aggrappati al Fogna, si sta sereni come un gatto in autostrada. Specie sapendolo impegnato sul campo portasfiga contro Dimitrov, mica l'ultimo degli stronzi. Ma il sultano tranquillizza la plebe: “Il Pietrangeli anche quest'anno è un portafortuna italiano”. Già, lì ci hanno perso solo Pennetta, Arnaboldi, Lorenzi, Schiavone, Giorgi e stonfia in modo fragoroso anche la Errani (i cui “oh-eeee” erano udibili anche da Ponte Garibaldi), clamorosamente battuta dalla modesta McHale, in un incontro di straziante bruttezza.
Eccoci al momento clou. Atmosfera elettrizzante. Caciara clamorosa. Tifo pallonaro e tutto quanto, ma Fognini è esaltato. Dimitrov visto dal vivo dà l'impressione di essere un puledro di razza, consapevole del suo enorme talento, ma ancor più avvilito dal non riuscire ad esprimerlo completamente. L'italiano è ispirato, spavaldo. L'arroganza, boomerang con tennisti di livello inferiore, diventa arma vincente quando affronta senza timore avversari quotati. E oltre a sfidarlo di fioretto, tra tagli e buone accelerazioni, è più smaliziato e concreto su questa superficie. Clamoroso al Cibali.
Quando il ligure vince in modo rocambolesco il primo set al tie-break, la trincea tricolore è una bolgia. Il mio amico Valerio si lascia andare a un commento di rara sottigliezza tecnico-tattica: “Ormai è fatta. Il bulgaro è mollo (cazo). Forse ieri Masha aveva la munta (per i non altoatesini: aveva le voglie) e lo ha sfinito.”. Una perla. Poi familiarizza con un vitellone sulla cinquantina che, fottendosene dell'incontro, si guarda attorno allupato. “Che ne dici di quella bionda? Andrebbe bene per papà?”, domanda alla figlia adolescente. Quella lo guarda con disprezzo. Nuovi rapporti genitoriali, la famiglia si evolve.
Il delirio si smorza come un'erezione perduta quando il bulgaro sale in cattedra, allungando l'incontro al terzo set. Serpeggia delusione, e un pizzico di fatalismo. “E, ma se Fabio avesse il servizio del bulgaro...”. E se la Littizzetto avesse il fisico di Belen? Vogliamo parlarne? L'amico allora cambia versione: “Speriamo che la Pennetta non l'abbia spompato. Che magari ieri aveva la munta!”.
Contagiato dal tifo (sul punto di urlare anch'io per inerzia “Fabb-bio! Fabb-bio!”, resisto eroicamente) mi aspetto un terzo set pirotecnico. E invece Dimitrov crolla di schianto sotto le stilettate di Fognini che esibisce tutto il campionario: 6-0.
Mentre usciamo, si discute di Berdych-Fognini negli ottavi. Come al solito, chiarisce tutto Valerio: “Eh, dipende. Magari la Sorotova stasera ha la munta...”.

martedì 12 maggio 2015

INTERNAZIONALI D'ITALIA 2015 - Di Leonesse addomesticate e farfalle che ritornano








Diario di strabordo al Foro, ubriaco di Corona

Alla ventesima birra in tre giorni, quelli della "corona" dovrebbero regalare all'appassionato medio, oltre al cappellino di paglia, una maglia con su scritto "ammazzete che birra demmerda ve stiamo a fa beve". Ci vorrà un mese di cura Peroni/Tennents per guarire. 
Pinzillacchere a parte, veniamo ai dati tecnici: visto da vicino, Caroline Wozniacki ha un culo orribile. Rinsecchito, da maratoneta. Quello di Vika Azarenka, invece, continua a fare provincia. La becco mentre si allena ululando con faccia truce e sbevazza come Beppa Giosef (le manca il sigaro). Vince lo speciale contest "chiappa d'oro al Foro" Kristina Mladenivic. Premio alla carriera: Danielona Hantuchova.
In questa giornata dedicata più al cazzeggio e spizzate di big in allenamento, ecco Stan The Man Wawrinka. Paonazzo, stravolto e pesante, coi brufoli accesi dal caldo, sembra vada a lezione da un sontuoso sergente Garcia Lopez.
Ok, ci sono anche le partite. Abbinamento potenzialmente esplosivo tra Kohli Kolschreiber e Donald Young. Il tedesco dipinge il campo con quel rovescio melodioso, sbarazzandosi del moretto mancino, eterno incompiuto dalle (poche) formidabili accelerazioni. Poco male. Il mio animo è così estasiato che evito di rispondere con una parolaccia alla domanda: "Che la andiamo a vedere la Errani sul centrale, eh?". Preferirei farmi strappare le unghia dei piedi. Per il centrale ci sarà tempo domani. Piuttosto, sul Grandstand ecco il caso umano vero: Roberta Vinci. Pelle e ossa (rotte) dopo la separazione con Errani, la vedo irriconoscibile, emaciata, senza più zinne, nervosa. Watson le impartisce una dura lezione. 
Vedo gli ultimi due, tristi, giochi di Schiavone (o quel che ne resta), brutalizzata dalla semovente cassapanca delll'Ikea Knapp. Cose che fan male al tennis. "Ma come, il circuito è pieno di ultratrentenni al top, Kimiko a 45 anni è ancora lì. Il problema di Francy non è l'età" mi dicono. Vero, forse. E nemmeno le manca la voglia. Il suo problema è un gioco così complesso e peculiare, che non riesce più ad esprimere. Variazioni, liftoni e palle cariche sempre più scariche.
Nella trincea vip-gran siuri, lontani dalla schiamazzante plebaglia, si allenano Djokovic, Federer e Nadal. C'è anche Camila Giorgi con l'esagitato babbo che le mima preziosi e inflessibili movimenti anche su come bere l'acqua. Con un padre a così puoi solo diventare numero uno nel tuo sport (non il tennis, ma quella cosa che gioca lei) o un serial killer. A proposito di Sergio Giorgi, mi ritrovo di fianco a lui, mentre osserva Rybarikova-Burnett. Mi manca il coraggio di parlargli, ma sembra scettico su quegli antichi slice della slovacca (che lo scorso anno misero a nudo lo schema spatapummete del suo pargolo).
Al volo, sbircio la pancera rosa Zahlavova Strycova, che sembra un confettino (di droga). Matta come una cavallina, riesce a perdere dalla McHale (la grande, incommensurabile, McHale, ammirata a Brindisi). Di fianco a me un giovane saccente domanda : "scusa, ma stanno 73 a 60?". "No - fa l'altro munito di santa pazienza - il punteggio si legge in verticale: 7/6 3/0". Però, non male questo nuovo sistema di punteggio. L'avesse ascoltato il sempre facondo di idee illuminate duca conte Balabam Ricci Bitti, domani ce lo troveremmo come una delle cicliche proposte per "svecchiare il tennis". Che forse, basterebbe che lui se ne andasse. 
Ecco dunque l'evento: il ritorno a Roma, teatro della sua favola incantata del 2010, Maria Josè Martinez Sanchez. Ormai mamma, la vezzosa farfalla volleante, prova a rientrare in doppio. Come passa il tempo. Sembra lenta, meno esplosiva, ma in due giochi esibisce la merce: ricciolo smorzato in demi volée, ricamo a rete e pallonetto in contro tempo, al bacio. Ah, la commozione.
Un malconcio Lorenzi sbatte contro il roccioso Cuevas. I due ragazzini terribili Napolitano/Donati infiammano il campo numero uno (diventato una bolgia) battendo la coppia mostruosa Isner/Querrey, Lurch e il cugino di Lurch. Senza paura e in stato di esaltazione, 14-12 al terzo. Davvero bravi.
Chiudo in serata con Gasquet, che doma in due set il bravo Fabbiano. Riccardino sarà pure in caduta libera, ha il fisico di un cartone animato disegnato male, il cervello di una medusa, ma quel rovescio lì è come un assolo di volino nel deserto, accompagnato da una birra schiumosa. Non Corona, però.

domenica 10 maggio 2015

INTERNAZIONALI D'ITALIA 2015 - La favola di Pollicino





Diario di bordo, da una canoa sul Tevere



Un caldo bestia della Madonna ci accoglie al Foro super blindato con tornelli e controlli, per evitare infiltrazioni talebane e di grillini al grido "Le-ga-li-tà".
Subito mi imbatto in un duo romantico-vintage, che trasuda ormoni erculei e voglia di divertirsi ancora da ogni muscolo: Schiavone-Stosur sulla Pallacorda. 
Vorrei chiedere qualcosa, ma temo mi rispondano con un rutto, in canna dal 2010. A proposito di coppie di fatto, struggente nostalgia per l'idilliaco legame in frantumi tra Vinci e Errani, una volta tutti assieme: loro due, allenatori, parenti, bambini garruli. Ora la romagnola si allena con Bouchard (che si produce in qualche fuoricampo sbalorditivo). Alla faccia delle scelte tecniche, tra le due italiane sono volati stracci dopo il vergognoso doppio di Fed Cup, con tutta la ragione (e di più) dalla parte di Robertina. Ma, come nell'ex URSS, non si può dire. Dopo la separazione tra Albano e Romina, questa sarebbe troppo.
Eccoci al tennis. Il trullo volante di Alberobello Fabbiano, ridimensiona il teenager russo Rublev e si qualifica per il tabellone principale. Un mediterraneo soldo di cacio piccolo e scuro, di mezza età e con maglia di tre misure più grandi, batte senza attenuanti il giovanissimo gigante russo destinato a grandi platee. Si capisce subito che l'italiano può farcela: ben dentro il campo e con grandi anticipi, batte un russo forse già convinto di avere il match in saccoccia. Ha gran carattere, per essere un '97. Il paradosso è che si trasformi in mancanza di umiltè, malgrado sia un '97. 
Poi, aspettando Dolgopolov ci si deve sorbire l'interminabile Dulgheru-Tsurenko che non vogliono saperne di liberare il campo. Qualcuno (io), potendo, le sparerebbe con una carabina di precisione. Altri sventurati si suicidano gettandosi dalla piattaforma nella piscina olimpionica. Vuota. Per fortuna che di fronte ci allieta la Signora Pina Fantozzi Niculescu, coi suoi agricoli diritti in back. "Fa così schifo che io je la regalerebbe a mi socera", dice un genio.
Una cosa è certa: tutte le partite femminili intraviste, rasentano la turtura indocinese.
L'ucraino butterato non delude, disintegrando il mollusco Del Bonis (ufficiale, il più brutto a vedersi. Di sempre).
Poi a zonzo. La cinghialona Kerber si allena con Kas, primo storico compagno di doppio del fesso Petzschner (una prece). Kyrgios fa spavento anche in allenamento blando con Tomic, che ha solo voglia di una serata tunz-tunz. Bestiale. 
Vedo Luca Vanni con commovente seguito familiare. Poi Gaio, bel torello di media stazza, con faccia da attore porno. Entrambi potranno dire di aver giocato il primo turno a Roma. Vincere era oggettivamente troppo. L'impresa vera la fa Donati battendo Giraldo. Ovviamente non l'ho vista ma il ragazzo, malgrado un fisico da liceale, sembra il più completo dei giovani italiani. Per chiudere con grand'Italia, Arnaboldi vince il derby con Napolitano e approda nel main draw. Non è mai troppo tardi (Lorenzi docet) e poi il lombardo gioca in modo delizioso. Qui sento la migliore di giornata. Forse un grillino in vena d'irresistibile umorismo, si supera: "Chi è sto Napolitano? Un raccomandato parente di Re Giorgio? Kasta!1!!". Arrendiamoci, siamo circondati. 
In tempo per vedere Paire che deambula svogliato sul numero uno. Lento, poco ispirato, sempre in ritardo sulla palla. Basta la prova regolare di un altro Pollicino, l'argentino terraiolo Scwhartzmann, a farlo fuori, malgrado il commovente sostegno di un manipolo di fans (forse evasi notte tempo da un manicomio navale).
Mentre ce ne andiamo, sento immotivati "Tomaz, Tomaz!" riferiti al mandriano Bellucci. E non capisco quale droga aleggi sul campo numero 3. Oddio, ci sarebbe anche Ernesto Gulbis, ma non voglio farmi altro male. E poi sento una voce perentoria che sembra uscita da "Borotalco": "Daje Enzo, che me sto a coce!".

sabato 9 maggio 2015

INTERNAZIONALI D'ITALIA 2015 - Predestinati e giocolieri




Diario di un infiltrato evaso dal manicomio



L'ho capita benissimo, la diabolica mossa della mia ragazza. Regalarmi per il compleanno i biglietti di semifinale/finale al Foro, risponde a un certosino piano di recupero mentale nei miei confronti: stop cento incontri di diavolacci e poveri cristi nelle paludi delle qualificazioni/primi turni visti di sfuggita, ma finalmente due match dei big da vedere in piccionaia col binocolo, sfidando le cataratte. Dovrebbe essere un sibillino monito anche per la vita reale: molla le stronzate da perdente e pensa a una, una sola, da vincente (diocazzo). Santa donna. Dovevate vedere la sua faccia quando le ho detto che oggi sarei partito alle 6,15. La psicanalisi con me non funziona. Li fotto sempre.
Un mio ex collega, con comitiva a seguito, già mi aspetta sul Pietrangeli per Fabbiano-Souza, ma arriviamo quando il rintocco di mezzodì è bello che suonato. Chi ben inizia però, ben inizia. E io comincio col teenager russo Rublev. Uno che al di là dell'aspetto da Richie Rich e urlacci belluini dopo ogni errore, ha colpi e carattere da predestinato vero: servizio, dritto e un paio di rovesci lungolinea da mozzare il fiato. Batte alla distanza un cagnaccio come tic Carreno Busta. Non male per un moccioso del '97. Dentoni, bella che non balla (non canta e non suona),  è schiaffeggiata dalla Hradrecka, insolitamente smilza.
Sono però in tempo perfetto per l'esordio di Alexandr Dolgopolov sul campo numero due, contro l'italiano Marcora. L'istrione ucraino ha una fiammante tenuta rosso-nera che lo fa sembrare un droppante satanello butterato. Tagli, riccioli e fiammate da crotalo velenoso: che spettacolo di tennista. "Dai Robbi, che sei italiano!", grida qualcuno. Ma l'altro è ucraino e in tale controllo, che non ha nemmeno bisogno di strafare, tanto più che non è dato al meglio.
Spettacolo di indicibile trivio tennistico tra Kudryavtseva e Jovanowski. Roba da far scappare anche gli esorcisti: "ahiaaa", urla, racchette gettate, asciugamani in faccia ai raccattapalle, crisi isteriche, pianti e una che riesce a perdere da 5-1 nel terzo (non chiedetemi chi). 
La comitiva reclama cibarie, panini gommosi e pizza cartonata. Positiva novità i chioschi e gli ambulanti nel Ground, con gran fighe ammiccanti e statuari boys dell'Africa abissina (per par condicio), per la gioia di donne e inconsce voglie dei Salviners. Devo anche sopportare un "when you try black, you never come back". A proposito di black, si allena con indolenza strabiliante (forse ancora in fase digestiva di cinque hot-dog) Donald Young, assieme alla scattante madre di 200kg, che sembra uscita da una puntata dei Jefferson. 
Poi mi prendo un bella rivincita ammirando il culo in short attillati di Daniela Hantuchova (foto a corredo), che si allena con Simona Halep. Tiene bene, la chiappa soda. Rischio di essere fucilato in pubblica piazza da un plotone di femministe invasate.
Un boato dalle retrovie. È l'italico Arnaboldi che rimonta da 2/6 3/5 col giustiziere kazako dell'Italdavis, il mite   kukuzza Kukushkin, più dimesso e infermo del solito. Chiede anche un Mto, ma stavolta non si odono i tradizionali "devi morire", semmai, più pacati "magari crepi". Bravo e anche piacevole da vedere il mancino Arnaboldi, mestierante di lungo corso dalla mano educata e bellissime foglie morte di rovescio.
Jasmine Paolini sta combattendo come un tigrotto sul Pietrangeli, contro "la cosa" Niculescu. La ragazzina, uscita dalle sadiche pre-quali, fa tenerezza: è alta un metro e un cazzo di Gasquet (notoriamente risibile), ma lotta ed è anche bravina. Perderà alla distanza, con onore. Delle bimbe la chiamano chiedendo un autografo e lei quasi vorrebbe rispondere: "ma come, se sono anch'io piccina?"
Poi il dilemma: vedere Quinzi al sole del Pietrangeli o Napolitano sotto il fresco dei pini? Napolitano, ovviamente. Contro di lui la vecchia lenza Jurgen Melzer, giocoliere in declino. Il ragazzone italico mi lascia una buona impressione: ottimo servizio e robusti fondamentali. Finalmente un italiano moderno, quasi di scuola yankee servizio-dritto. Un piccolo Querrey (siatene felici). Ancora lento e macchinoso, ma basta per disfarsi dell'austriaco in caduta libera. Jurgen ha ancora un braccio di velocità dinamitarda e risposte che ti cecano. Due o tre. Poche, per vincere. Sua però la cosa migliore di oggi: due recuperi prodigiosi, attacco slice in contro tempo è demi voleé stoppata che cade e muore venti centimetri dopo la rete.
Mentre ce ne andiamo, uno sguardo a Quinzi. Benito Paire fa bello e cattivo tempo, in un trionfo di statue fasciste che farebbe venire un attacco isterico alla Boldrini. Solito circo: smorzate come grandinassero pallettoni morti, orrori, monologhi, accelerazioni malate, discorsi col pubblico nelle prime file, tipo: "Pensi anche tu che Schopenauer si ammazzasse di seghe?". Vince, senza troppi patemi, in due set. 
Quinzi? Bah. Brutta impressione. È un regolarista poco regolare, la cui peculiare intensità a questi livelli fa il solletico. Rispetto ai coetanei che meglio si stanno destreggiando tra i pro, lui paga la mancanza di colpi decisivi. Servizio nullo. Variazioni inesistenti. Rete non pervenuta. Smorzate figuriamoci, neanche fossero sconcezze di cui vergognarsi. Vien da chiedersi come lo abbiano gestito dopo il successo di Wimbledon jr, ma non ho tempo. Il tempo c'è, ma per una gricia a Trastevere.


sabato 18 aprile 2015

FED CUP: L'INCHINO DI FLAVIA PENNETTA A BRINDISI, LA DIVA SERENA WILLIAMS, ILLUSIONE GIORGI








Ai bordi di un campo d'allenamento del Foro Italico incrociai i suoi occhioni di cerbiatta. Durò una frazione di secondo e mentalmente le dissi «Mocc'a te, Venere, quanto sei bona. Ma quando vieni abbasciu allu Salentu? Ti porterei in giro per le spiagge, col vento salmastro che ci bacia la pelle fremente e scompiglia i capelli selvaggi a bordo della panda '84. Poi la sera, cullati da una luna bagascia, surchiando ricci di mare e sbevazzando Peroni gelate in riva al mare di Savelletri a “L'oasi del riccio”, ti bacerei con passione».
Lei s'allargò in un sorriso, con la pelle d'ebano bagnata da piccole perle di sudore e sembrò dirmi: «E chi cazz'è mo 'sto malato di mente?».
E l'occasione arriva, sette anni dopo: le sorellone Williams a Brindisi per ltalia-Usa di Fed Cup. Smuovendo le mie conoscenze (dal Senatore Razzi a un usciere della Federazione) mi assicuro uno degli introvabili biglietti sfuggiti ai parenti fino alla ventiduesima generazione di Flavia. In settimana la ferale notizia: Forfait di Venus.
Penso di declinare abbandonandomi a un normale sabato passato tra letto e divano, una sigaretta, un dvd porno e un caffè. Ma diamine, c'è pur sempre Serena. Sbarca in Salento giovedì mattina, come l'ultima delle dive. Un sorridente saluto dietro gli occhialoni e poi all'hotel «Tenuta Moreno», fiabesco gioiello incastonato nel verde, indimenticabile teatro di una mia ubriacatura abbestia durante un pranzo di matrimonio. Poi saggia l'argilla del circolo brindisino.
Partiamo di buon mattino e, bevendo un caffè all'autogrill, partorisco una strabiliante analisi tecnico-tattica della sfida:
L'assenza di Venus «sposta appena» gli equilibri, un par di palle. Dire questo significa essere tifosotti, in malafede o non capire un cazzo di tennis. Forse tutte e tre le cose. Senza Venus da «zero speranze», l'Italia diventa favorita. Dati per persi i due punti di Serena, chiunque delle nostre può portarci sul 2-2, battendo le restanti, modestissime, collegiali yankee:
Riske (inizio stagione così brillante da chiedersi se fosse ancora viva).
McHale (la convocheranno perché porta fortuna come Ibou Ba nel Milan? Non si spiega altrimenti. Di più forti gli Usa ne hanno una ventina. Cinque ex e due già morte).
Lauren Davis (una che sul veloce becca 6-0 5-0 da Errani merita il premio come top 100 più scarsa dell'ultimo ventennio).
E nel decisivo doppio, malgrado la straziante separazione di Errani-Vinci (Robertina condannata a pagare gli alimenti e all'infortunio diplomatico, anche se nella sciagurata debacle con la Francia era risultata la meno colpevole), Errani/Pennetta partirebbero favorite contro qualsiasi coppia americana (Serena assieme a una scarsa a caso). La capitana (sia mai che la Boldrini s'incazzi) Usa Mary Joe Fernandez si è superata con una mandrakata: anche il cane di Serena capisce come il doppio risulterà decisivo, mentre lei rimpiazza Venus con un'altra mediocre singolarista, mica con con una doppista (Mattek?). Gli Usa potrebbero schierare almeno quattro formazioni con cui giocarsela contro l'Italia, ma grazie a lei partono sfavorite anche schierando Serena: genio irripetibile, Maria Giovanna.




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Lo scenario è quello, squallidamente genuino in cui, piccino, palleggiai con Jennifer Capriati, sotto lo sguardo vigile del di lei babbo Stefano. E pazienza che Jenny, pur originaria del luogo, mai ci mise piede e io avessi palleggiato con un armadio ora sposata con un salumiere di Bisceglie. Alla buon'anima di mio padre piaceva raccontarla così per darsi un tono. Barcarole arrugginite ormeggiate da decenni, tanfo di primavera in una giornata scaldata da raggi di un maliardo sole quasi estivo, mentre in acqua guizzano pesci ratti. Di fronte a questo spettacolo di ruspante degrado, la Diva Serena potrebbe essere indotta al ritiro prima ancora di entrare in campo.
Platea delle grandi occasioni per il probabile addio di Flavia Pennetta nella sua Brindisi, come una nave da crociera (nessun doppio senso, eh) che fa l'inchino alla sua città. Sperando non emuli Schettino. Peccato che Flavia resti in panca. Coupe de theatre del tricotico Capitano coraggioso, banale non meno che ovvio. Solo Camila Giorgi può battere Serena, se vittima di difficoltosa digestione di sedici panzerotti fritti alla ricotta forte.
Una Dreghèr al baretto, poi entriamo. Di diffonde una voce incresciosa «Ecco El Presidente Binaghi!». Il sultano all'orizzonte è attorniato da amazzoni su cavalli berberi. Al suo passaggio la plebe saluta e s'inchina. Io faccio un rutto di birra. Vedo «pitrisino ogni minestra» Galimba che gigioneggia, facendo l'amico di tutti. L'uomo più vischioso del globo terracqueo. Mi avvicino fingendomi inviato di Espn boliviana. Poi lo congedo: «Ah no scusa, ti avevo scambiato per il custode». Ma forse è davvero il custode, boh.
Dietro ho una coppia di anziani Penna-ultrà. Lui bacchetta l'insipiente moglie: «Flavia nunci scioca piccè la mette ci vannu alli supplementari!» (Flavia non gioca, la schiererà se andranno ai supplementari). Evviva.
Si spera in una Serena vacanziera, giunta in Salento solo per passare un week end diverso, tra uno spaghetto allo scoglio, la tiella di patate riso e cozz', panzerotti fritti e vino di Albano Carrisi. A proposito, si inizia e temo l'inno ululato dal reuccio di Cellino o (peggio ancora) dalla pesciaiola urlatrice Emma Marrone. Pericolo scampato.
Si parte, Serena ha un carisma che lo tocchi, lo senti. Regna quasi un silenzio agghiacciato, dopo un suo fenomenale dritto incrociato. Le sue chiappe sono un monumento, opera d'arte in movimento. Hanno preparato il campo con sabbie mobili e fanghi importati direttamente dall'isola di Guam, assieme a due serpenti a sonagli. Inutile. Per svantaggiare Serena bastava un solo, banale, trucco: programmare il match alle 11,00 sperando che dormisse o impiegasse due set a smaltire la sbornia e digerire l'impepata di cozze.
Un simpatico umorista mostra il cartello #StaySerena. Guardato con commiserazione da tutti, lo arrotola vergognandosi moltissimo. Vedo per la prima volta dal vivo Camila. E' come me la aspettavo. Un robot analmente anemozionale e anorgasmico. Tira bordate marziane. Alla tenera età di 24 anni sta imparando gli sconci rudimenti del tennis. Avete mai visto quegli impacciati adulti che imparano a nuotare? Ecco, è lei. Sembra volerci provare, almeno. Ricade però nei soliti errori: rallenta quando deve accelerare, accelera quando per leggi della fisica può solo difendersi. Una fuoriserie (o crede di esserlo) abituatata a tirare i 300km/h su rettilinei deserti. Ma ogni tanto ci sono le curve, e lei non vuole/riesce a rallentare andando a sbattere irrimediabilmente contro un pilone in cemento armato. Serena invece è consolidata formula uno capace di dosarsi, e spingere al momento giusto. La differenza tra una campionessa e le normali, figuriamoci verso chi ancora deve imparare le basi.
Capitan Barazza è esagitato. Sembra addirittura vivo. Parco di consigli assai preziosi. «Daiii», «Brava», «Ancora», «E andiamo». Chissà cosa penserà della sua robotica creatura babbo Frankenstein Sergio Giorgi. Mi era parso di scorgere il suo cespuglio argentato all'ingresso, intento a urlare contro un ulivo ammalatosi di Xilella fastidiosa due minuti dopo, ma durante la partita è bravo a mimetizzarsi. Ci sono, immancabili e immutabili nei secoli, Pietrangeli con chioma di un bianco accecante e Lea Pericoli, impeccabile statua di cera che suda. Sì, suda.
L'americana, con acconciatura da Aretha Franklin d'annata è attenta a non strafare, in campo e fuori, aizzando il pubblico ruspante con le consuete urla intimidatorie. Esperienza. L'assonnata panterona dormicchia, sgozza una smorzata, strozza una volée raccapricciante, lavora e varia servizi meravigliosi, lascia sfogare la furia della bambola sparacchiante, carbura e piazza la volata da campionessa nel tie-break. Assesta la zampata, saluta e se ne va, con passo regale.





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Usa 1-0. Pausa. Giretto. Sigarettone e poi Errani impegnata contro tale Lauren Davis, 157 cm di ripugnanza tennistica. Ok le assenze. Va bene non aver convocato una doppista. Passi che tutte e tre le yankee partirebbero sfavorite, ma per non correre rischi la capitana Usa opta per la più scarsa delle tre. Una che solo un mese fa aveva beccato dalla romagnola un eloquente 11-0. Sul cemento. Cristo santo. Anche Homer Simpson ubriaco capirebbe di come la Davis non ha mezza possibilità su mille di fare partita con Errani. Geneticamente.
Mi sorbisco i primi giochi, orrido pallettarismo iberico anni '80 di bruttezza epocale, in cui la nostra cucina l'impresentabile gnoma americana. (6-1 Errani, dai?) e getto la spugna. Mi ricordo di un impegno più importante: comprare i croccantini al gatto.
1-1 e domani è un altro giorno, verso il decisivo doppio. Italia 60%, Usa 35%, Io che invado il circolo 5%.


lunedì 2 febbraio 2015

L'AUSTRALIAN OPEN DELLA NOIA: PAGELLE BARZOTTE









Si potrebbe scrivere un racconto o elegia dello sbadiglio compulsivo, su questo Australian Open. Unico picco d'estrosità lo regala l'istrionico funambolo Andreas Seppi. Sobrio e dalla schiena dritta come un nipotino di Mattarella. E questo dà la cifra del tutto.



Novak Djokovic 4,5. La paternità fa riaffiorare l'indole da scucchiato guitto vincitore delle cimice d'oro a Cannes. Teatrali scenette, interpretazione da malato immaginario credibile quanto una Arcuri senza tette, con gli occhi e la scucchia da Aigor. Inguardabile, intifabile. Però si conferma il più forte di tutti, se non c'è nessuno (o quasi). Lendl costruì il suo regno quando Borg smise, Connors era vecchio, Mac depresso e Becker/Edberg incompleti. Lui emerge con Federer e Nadal incapaci di esprimere i picchi tecnici o fisici del passato e gli altri sono immaturi. Neanche un'invasione accende la finale. Brutta anche quella. Almeno fosse una streaker sise al vento. Dopo tre ore d'indicibile noia, ancora su un set pari, Ricci Bitti gongola. Il suo tentativo di rendere il tennis più moderno e veloce sembra di colpo ottima idea, irrinunciabile: game a 4, punto decisivo, una prima di servizio, magari giocando senza pallina, racchetta, in un deserto o in un campo di esercitazioni militari.

Hingis/Paes 8. La cosa più bella, nel deboscio tennistico andato in scena a Melbourne. Lei va per i 35, lui 42. Insieme vincono il doppio misto. Martina vezzosa e smilza, disegna parabole folgoranti. Lui, indiano con una pancia abnorme da venditore di cocomero in spiaggia al settimo mese di gravidanza, ma dalla volée felpata. Tocchi magici, colpi imprevedibili, magheggi, in una bruciante alchimia vincente. Fa tutto molto tennis anni '90, senior tour, e vincono il titolo sorridendo.

Adriano Panatta 7.5. Ok, ok. Sarà invecchiato. Forse non vedeva una partita dal '93, perché certi stronzetti pompati gli stanno sulle aristocratiche balle e questo tennis macchinoso gliele fa cadere. Va bene, e non fa nulla per nasconderlo. Ma per un orfano dei vecchi commentatori è una mezza rinascita. Svogliate stilettate da dandy romano col braccio appoggiato al bancone, smargiassate in mezzo romanesco. Leggo in giro feroci polemiche: come osa questo supponente? Beh, si chiama Panatta, mica Ocleppo o Volandri. Un po' se lo potrà permettere. Ma è battaglia persa in partenza. Fuori tempo, Adrianone. Poco adatto a un tennis cambiato e isterici piccoli fans che non tollerano critiche e battute verso il proprio eroe intoccabile. Bimbiminkia ovunque. E tocca rassegnarsi. Se uno è abituato a Plant, normale inorridisca e sia spiazzato da Bieber. Altrettanto inevitabile che i Beliebers non sappiano chi è Plant, e si incazzino per lesa maestà di Bieber.

Fognini/Bolelli 10 (fratelli della Italia). «Abbiamo vinto uno slam, chicco?». Gesù Cristo. Li proporrei per uno scambio coi due Marò (a proposito: non dimentichiamoli). Però dai, sono stati bravi, bravissimi. Il successo è storico. Qualcuno cita il Panatta '76 al Roland Garros. Ah, Basaglia! criminale di guerra. In una specialità dominata dal 43enni Nosferatu Nestor o da 42enni panciuti kebabbari come Paes, se due ottimi singolaristi da primi 50 trovano affidamento, stravincono. Lo spettacolo però è di mortale strazio. Botte dal fondo e pallonettoni su cui il mitico Herbert si produce in smash raccapriccianti. Al quarto di fila sbagliato, manco fosse il 62enne Ragionier Contini la domenica al circolo, decido di masturbarmi guardando lo scrutinio e l'elezione al Colle di un democristianone da Prima Repubblica.

Andy Murray 7+. Finalmente ritrovato, dopo l'intervento e la foto sotto l'albero con maglioncino natalizio e sguardo perso nel vuoto che faceva temere un sequestro dell'Isis. Invece no, era solo mamma Judy. Fisicamente al top, ma per vincere il braccio di ferro col muro serbo, serviva Silver Surfer più che Hulk.

Stan Wawrinka 6,5. Un boxeur picchiatore che cade da solo, stremato, dopo dodici riprese di cazzotti contro il muro. Stavolta cede a Djokovic.

Federer/Nadal 5. Djokovic fa venire una nostalgia canaglia dei due. Gli anni pesano, gli impegni incombono. Se dopo il muro di pietra Nadal o muraglia di gomma Djokovic, ora Roger inizia a soffrire anche il muretto in tufo caldarense di Seppi, uno inizia a preoccuparsi. L'iberico è cinque anni più giovane, ma più dello svizzero patisce il logorio degli anni, acciacchi, giunture usurate. Poiché il vero sapiente non dà risposte, ma butta lì interrogativi solenni, mi chiedo: Riuscirà Nadal a difendere il feudo terricolo anche quest'anno? Federer metterà a segno un altro colpo sul veloce? La risposta è: non lo so.

Nick Kyrgios 6+. Unica possibile novità in un panorama di noia atroce. Colpi, agonismo e personalità. Forse anche troppa. Dubbio strisciante: la testa è forte, ma riuscirà il fisico di questa iguana aussie a sopportare i ritmi della moderna società (cit.)? 'zzo ne so.

Andreas Seppi 7. Eroe australiano, in tipici abiti aborigeni. Indomabile e graffiante felino, ma con sangue freddo del boa. Il mix del fenomeno. Stronca Federer, poi contro Kyrgios torna il magnifico perdente, tecnicamente stitico e agonisticamente asfittico, dei giorni migliori.

Serena Williams 8. Sembra sciroccata, svampita, sgomenta per la visione di uno spaventoso fantasma con le sembianze di La Russa nudo col fez che la occhieggia, linguato. E' però una goduria vederla ridicolizzare Masha. Ancora, sempre, nei secoli. La devasta psicologicamente prima di entrare in campo. Poi nel rettangolo, tecnicamente. Perché solo i tennisticamente cretini possono defecare commenti tipo: Serena solo potenza. Il modo in cui trova angoli e sposta la statua di sale con sadico piacere, è da manuale della mistress. Insomma, un po' come l'elezione di Mattarella. C'è poco da esultare, ma vedere come l'han presa nder cù in modo brutale Berlusconi, Grillo e tutta la ricotta del nazarenismo complottista da «Renzi resuscita abbelluscone», fa piacere. O meno male.

Maria Sharapova 1. Solenne, contrita, come costipata reginetta sul pisello o nodosa verga nelle smunte chiappe regali. Badilate, urla selvagge, estenuante lentezza da codice penale prima di servire. Pur in una finale di ripugnanza estrema, da sfida tra svitate partorienti in un centro d'igiene mentale d'emergenza nella Savana, il successo di Serena è una liberazione.

Agnieszka Radwanska 6. Sbattuta come un polpo sullo scoglio da Venus. Non prendiamoci in giro. Questa, pur deliziosa maghetta dal puntuto ginocchio, fisico leggiadro e manina preziosa, uno slam lo potrà vincere solo in casi straordinari, magnifici cataclismi e se l'infinita Navratilova, nuovo coach, riporterà il tennis nel 1992.

Sara Errani 5. Proverbiale tecnica e fantasia al potere. Completezza di colpi e genialità italiana, dicono all'Istituto Luce della Federazione. Ah, sì. Un set e mezzo a remare dal fondo, con la nerboruta Wickmayer a sparacchiare tutto fuori. Poi la svolta. La nostra è avanti 6-3 e palla per il 5-2 nel secondo. Ecco l'estro, tipico: smorzata pallonetto. Il donnone belga arriva e schiaccia. Sì, uno smash sulla palla corta. Poi un altro set e mezzo diverso: Sarita rema tre metri dietro la riga, l'altra sparacchia tutto, ma stavolta dentro al campo. E vince. Ah, ma la tecnica della nostra...

Camila Giorgi 3. Fuori campo, strike e corsa in casa base per chiudere l'inning. Vola Camila, novella Joe Di Maggio, ma con meno fianchi. Quelli molto bravi, preparati, inappuntabili, parlano di vistosi progressi. Di come Camila stia apprendendo i primi spartani erudimenti tattici. Tipo, che bisogna tirarla in campo, prima di tutto. Sarà, ma non capendo un cazzo, vedo solo un computer senza anima, figurarsi cervello, simile a Super Vicky che spara a vanvera qualsiasi straccio e comodino. Già nel completo da volley merlettato, tende a rimarcare come lei faccia un altro sport. E non le interessa nulla. E' una ventiquattrenne tennista professionista che non conosce Venus. Pietà. E infatti, avanti 6-4 4-2 40-0 cerca un demenziale vincente quando è tre metri fuori dal campo. Poi tramontane di roncole sparacchiate via, doppi falli e Venus braccia al cielo. No, ma sta migliorando.

Venus Williams 7. Trentacinque anni e non sentirli. Se sta bene, ha colpi e classe da campionessa purissima. Buona per smascherare la demenzialità sparacchiante di Giorgi e crivellare Agnese. 



venerdì 23 gennaio 2015

SEPPIMANIA: Tutti pazzi per Magalli al Quirinale e Seppi, giustiziere di Federer








Solo un evento straordinario, al limite del metafisico, poteva spingermi ad aggiornare queste pagine di depravazione tennistica. Orbene, il Petzche che trionfa a Wimbledon, inginocchiandosi come Borg e tenta di violentare sul palco reale la novantaseienne regina madre? Come no. L'ormai ex Picasso boccheggia, ischerzato da un rumeno nelle qualificazioni. O Rominuzza Oprandi vincente 8-6 al terzo, dopo tre ore di battaglia feroce, contro l'arrotina Errani (simpatica come puntura di calabrone sul glande)? Figuriamoci, la tortorella è ormai una turista, ferma e con occhiali da sole, vergata da una modesta mandriana russa (o comunque dell'est, boh). Pronta per il beach tennis. Taylor Townsend numero uno al mondo? Magàra. Come vezzosa gazzella di un quintale e mezzo, tutta di fucsia, tiene botta per un'ora contro la pallettara smunta Wozniacki, poi molla il colpo. C'è tempo, ha solo diciotto anni.
E no, amici vicini e lontani e rinchiusi in un manicomio: L'EVENTO doveva ancora abbattersi sulle nostre zucche vuote, piene di sogni acidi. Andreas Seppi sfida Roger Federer, con feroce sguardo di felino che alluma il sangue, ne usma l'odore. Ovviamente non ho visto un cazzo, ma (saprete già) conta poco. Anzi no, m'imbatto nell'incontro alla fine del secondo set, con l'italiano che ha vinto il primo. Regna l'equilibrio tra lo svizzero annaspante e un italico fantasma garrulo tirato a lucido, capace di ribattere d'incontro le fiondate di Roger. Due, tre volte, colpo su colpo. Alla quarta Federer scotenna via la pallina, dolente o solo sdegnato dalla bruttezza delle fiatelle atesine. Nella cocente estate australiana si sublima la miasmatica essenza catacombale di Andreas. Mentre gli altri boccheggiano, con vista annebbiata e visioni mistiche a causa dei 46° (70° percepiti), lui continua, ingobbito e incurante, nel funereo ritmo da catena di montaggio dove costruiscono bare. Magnifico. Affascinante. Più avvincente di un intervento di Cuperlo sul socialismo reale, mentre sei intento in un'orgia con la squadra finlandese di volley femminile, panchina compresa. Ma cosa importa, li infilza tutti come un sapido pescatore nelle terse acque del lago Kaltern. Istomin e Chardy, due tonni giganti, pescati e lessati per benino. Sempre con quell'aria di mestizia serafica e picco di reazione agonistica: un sibilato, a mezza voce «Moltoh cundente, afere finto match tificcile, ma mi sentire pene assai. Ale (senza accento)».
E allora sorge un dubbio, che al settimo minuto di visione diviene certezza: seguendo l'assioma del Gasparri d'America Brad Gilbert, per cui lui: se lui a 53 anni può sfidare Paolino Lorenzi, a maggior ragione John McEnroe 55enne può giocarsela con Seppi, ma che Seppi al suo massimo riesce a fare partita pari col Dio svizzero al 25%, forse 30% (perché se qualcuno parlerà di Federer al suo massimo, non dategli credito: è appena evaso da un manicomio navale). Non ci vuole un matematico o esperto dei massimi sistemi, no? ne vien fuori un confronto equilibrato. Magari brutto, ma emozionante. Il giorno prima lo svizzero aveva chiamato (per la terza volta in sedici anni di professionismo, qualcosa vorrà dire) il medical time-out. Dolori alla mano santa. Era comunque riuscito a portare a casa l'incontro contro Bolelli perché i picchiatori lo infastidiscono assai meno dei giocatori d'incontro che non danno peso alla palla, come Seppi. Specie se è a un quarto di servizio. Lo stesso elvetico durante la semifinale di Davis, strabuzzò gli occhi guardando il nome del suo avversario: «Ma come, scelgono Bolelli e non Seppione?». Lo sanno tutti, non bisogna per forza essere ciarlieri capitani di Davis con pochi capelli.
Lascio la contesa, convinto che comunque Federer possa portarla a casa, alzando il livello di gioco. Magari soffrendo, come ha fatto Nadal il giorno prima (ma contro un quarto di tennista americano dal testone abnorme). E invece, qualche ora dopo entro in macchina, metto il telefono sotto carica. Poi leggo, e rimango scosso: il gladiatorio combattente altoatesino l'ha vinta in quattro tiratissimi set. Ora, viviamo tempi di rivoluzioni. Il Papa dopo il porgi l'altro pugno in faccia sdoganerà la bestemmia buona, una scopata fuori dal matrimonio ogni tanto o l'omicidio, se provocati, eppure questa notizia sembra superarle tutte. Andreas nuovo eroe nazionale. «Il popolo della rete» impazzisce, divampa una Seppimania contagiosa. Dopo essersi scoperta esperta costituzionalista, di Islam, e proposto Magalli al Quirinale, l'Italia si rivela appassionata del tennis, da sempre. Si susseguono commenti estasiati, disamine tecniche puntigliose: «Ecco a voi il rovescio (che nemmeno rovescio è) con cui ha vinto la partita». Manco fosse un gol di Totti, e le altre centinaia di punti non valgono un cazzo. O ancora. «Il filmato del dribbling vincente di Seppi». Qualcuno stempera gli animi «aspettiamo la partita di ritorno, ma la coppa è più vicina». Ma intanto fioccano le prenotazioni per vacanze estive a Caldaro, nuovo paradiso turistico. Italia, terra di santi, poeti, navigatori e pedatori neo esperti del tennis. La Gazza rispolvererà un titolo ad effetto: «Campioni del mondo!»
Ora, cazzeggi a parte, è un bellissimo successo che nobilita la decorosa carriera di un ragazzo bravo e buono, ma un po' si esagera. Qualcuno rimpiange l'assegnazione del Pallone d'oro appena avvenuta, perché il nostro avrebbe potuto dire la sua. Altri lo vedrebbero benissimo all'Isola dei famosi, al posto di Siffredi. Perché ben più dotato. I più provocatori la buttano lì: «Ma, perché, al Colle voi non ce lo vedreste bene?». Domani torneranno a parlare di arbitri. Cercheranno la moviola in caso di sconfitta del nostro. Eppure, anche per gli esperti calciofili dovrebbe essere banale da capire: il Real imbottito di riserve e infortunati, può anche perdere da una media squadretta italiana come il Milan.




Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.