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venerdì 3 giugno 2016

ROLAND GARROS 2016 - Pioggia, l'arca di Noè, pagelle bagnate





La pioggia incessante trasforma il Roland Garros in un evento biblico, epico. Epicamente rompi cazzo. Pioggia mai vista, scrosci improvvisi, poi acqua a secchiate e ancora pioggia senza fine. Si teme l'inondazione, straripamento della Senna con la Gioconda che galleggia sulle acque del fiume nero pece e una zattera di patrioti italiani che la riporta in Italia esposta ad Amici di Maria De Filippi. Ritornano alla mente immagini di ciclisti coperti di terra e fango dopo la Parigi-Roubaix. In quest'atmosfera da tregenda e imminente fine del mondo, quale finale più giusto di un Gasquet che alza la coppa (e la fa cadere a terra, svenendo)? Inzaccherato dopo una furibonda lotta di sei ore e mezza sotto l'acqua, per  11-9 al quinto con Djokovic che si suicida sbattendosi la racchetta sulla carotide.
Niente di tutto questo, peccato.
Veniamo allora ad una carrellata finale, con fluttuanti pagelle umide e fulminati giudizi.

Uomini

Murray/Djokovic. (La Corazzata Potempkin versione Scarie movie). Li metto insieme, per risparmiare spazio. Non nella stessa gabbia, però, perché tra macaco col ciclo mestruale e murena visibilmente affetta da esaurimento nervoso, non c'è spazio in nessun manicomio zoofilo. Capirete come debba soffermarmi su insopportabili dati caratteriali, perché sull'insostenibile noia tecnica già si è detto e rischierei di concludere che mi manca Nadal (consegnandomi poi alle autorità competenti per un pronto ricovero nel manicomio criminale di Aversa). 
Gemelli autentitici, sin dall'esordio. Arrivano in finale tra urlacci, smorfie, frasi insensate, occhi appallati, stucchevoli piagnistei, bocche atrocemente aperte, racchette maldestramente sbattute in terra (macchinosi e innaturali anche in quello) col rischio di centrare giudici di linea ed essere squalificati (no, anzi, quello avviene solo se ti chiami Koellerer, stai fuori dai cento e sei l'anticristo). 
A un certo punto anche basta.
Li guardi e ti viene in mente un perverso parallelo con le finali tra Connors e McEnroe, forse i due più irascibili e maleducati dell'era open, nel quasi Mesozoico. Cosa manca a Murray e Djokovic? L'autenticità. C'è la stessa differenza che corre tra l'andare nel Bronx di notte o in un pub per fighetta finti teppisti chiamato "bronx". Nessuna sfuriata dettata dal momento, ma stucchevoli, compulsivi, piagnistei. Djokovic passa anche per simpatico, perché a finte scenate irose abbina patetiche scenette ilari, altrettanto plastificate. Murray almeno ce le risparmia.
Ovvio, la posta era altissima, il traguardo ormai un tarlo maniacale, il tutto ingigantito da condizioni al limite dell'Isola dei famosi durante un uragano, ma il serbo davvero è parso sopra le righe. Anche in considerazione di un tabellone da atp 250 fino alla finale. Murray si è salvato fortunosamente da primi turni trappola e, se ne hai viste abbastanza di questo sport, la conseguenza naturale è che alla fine possa vincerlo, o almeno andarci vicinissimo. Ma veniamo al dato tecnico in senso stretto: tra i due che giocano quasi a specchio, vince chi è più in palla fisicamente, quindi Djokovic. È facile da decifrare il tennis attuale. Djokovic vince meritando, alzando il livello nel torneo che più gli interessava. È il più forte di tutti. Forse completerà il Grande Slam, magari diventerà il goat (qualsiasi cosa questa minchiata significhi).
Richard Gasquet 7. "L'allocco dalle piume dorate" (dal titolo del mio imminente romanzo in lingua francese, sicuro caposaldo del nuovo esistenzialismo demenziale post-pop d'oltralpe) che fluttua e danza, magnificamente storto, a fil di pioggia ai bordi della Senna che si ribella ed esonda. Uno Charlot nel mezzo del film "armageddon". Tutto portava ad un suo auccesso finale, eroico, commovente. E infatti pareva ispirato, con l'occhio furbo da mariuolo. Per due set dà lezioni di dritto, rovescio e punto croce anche a Murray nei quarti, poi saluta, con passo da Charlot sotto la pioggia.
Stan Wawrinka 6. L'unico a poterci risparmiare l'atrocità di un Murray-Djokovic. Stavolta però gli manca il sublime piglio da canaro della Magliana, giustiziere di tutti i vessati dalla prepotente noia serbo-scizzese.
Dominic Thiem 7. Volto nuovo nei quartieri nobili, da oggi "sberla" Thiem. L'austriaco tira infatti sberloni da ogni lato che è un piacere. Ormai top ten a tutti gli effetti. Peccato solo per la resa/stesa in semifinale con Djokovic.
Ernests Gulbis 6+. A leggerlo negli ottavi, dopo aver battuto due alla sua portata e sfruttando l'infortunio di Tsonga, uno pensa che dal cielo più che acqua piova vodka. Poi dopo un set da lotta nel fango si lascia irretire come un cefalo dal nano Goffin, e tutto torna nella normalità. Prima o poi esploderà. Se non in questa, in una delle prossime due o tre vite.
David Goffin 6,5. Piglio da spocchioso collegiale inglese con gilet a quadri e riga di lato durante il funerale del suo cane, però ha mano, tennis e carattere per stare nei quartieri nobili. Per impensierire quelli lassù avrebbe bisogno di un po' di fisico. Per divertirmi, di un po' di brio e follia. Perché gioca bene, ma mi provoca letali botte di sonno. 
Tomas Berdych 5,5. Più inutile di Fassina candidato sindaco di Roma.
Ciurma italica. I soliti disertori e detrattori della patria non credevano al verbo di chi, dalle pagine di siti specializzati (in cazzate) strombazzava: Fognini su terra è inferiore solo a Djokovic e Nadal. Forse. Nadal l'ha già battuto, Con Djokovic s'è fatto un selfie e pare brutto batterlo. Quindi, cosa volete ancora? Perde da Young, che su terra non è buono nemmeno a mangiare un sandwich. Per il resto, ecatombe senza eguali. Mai disfatta simile dai tempi di Narducci e Pistolesi. Ma il movimento è in salute. I traditori della patria di cui sopra si saranno commossi un po' vedendo il reietto Adriano Panatta, trionfatore quarant'anni fa a Parigi, premiare il vincitore. Finalmente uno che rende orgogliosi (i disertori). Non a caso, è stato epurato. Da quel 1976 nessun italiano ha vinto su quei campi, ma nemmeno si è lontanamente avvicinato all'idea di poterci provare. Tranne Fognini, che sempre secondo quei siti specializzati in cazzate è inferiore solo...(risata).

Donne

Garbine Muguruza 8. Mentre riceve la coppa del Roland Garros con occhio lucido, la mia mente (malata) vola ad un uomo dai capelli argentati ed elettrizzati, che in una grigia stanza, al riparo dal resto della popolazione, ripete: "Chi, Muguruza?...via, basta con queste domande, Camila è mooooolto più forte". E ora continua a ripeterselo, con un imbuto in testa, occhio sbarrato a palla, mentre emette strani versi e prende a schiaffi il muro per quella domanda impertinente. La sua creatura, tre anni più grande di Garbine, stenta a restare nelle 50. Ma non diteglielo, o entreranno gli infermieri per un'iniezione e camicia di forza.
Puttanate a parte, questa cavallona iberica gioca un torneo perfetto, condito da finale super. Picchia e rintuzza i colpi di Serena a volto scoperto. Se riuscirà a tenere questi ritmi (difficile), abbiamo trovato una numero uno.
Serena Williams 7. Più che la finale, persa contro una Muguruza che le è stata semplicemente superiore, mi colpisce un'altra cosa. In semifinale arranca contro la pestifera Putintseva, sotto la pioggia e in un clima autunnale. Lei ha 35 anni, vinto 21 slam, 70 tornei, oro alle olimpiadi, non so quanti doppi, quasi 300 o 3000 settimane da numero uno e 100 milioni in premi (sponsor esclusi), eppure sta lì, soffre, cerca soluzioni mai viste, alza palle difensive, s'inventa smorzate inedite, rudimentali non meno che brutte, ma alla fine la spunta. Ecco la differenza tra una campionessa e l'autismo tennistico di chi, dall'alto del numero 50, dice candidamente: "il mio gioco è questo, non ho piani b. L'avversaria? Non mi interessa". Ma questa è un'altra, triste, storia.
Kiki Bartens 7. Vista anni fa, catalogata come una delle tante picchiatrici sovrappeso, simili a turiste nordiche che giocano a tamburello sulle spiagge della riviera. Smagrita e maturata tecnicamente, pronta a unirsi alla ciurma di 20/30 possibili vincitrici di uno slam.
Julia Putintseva 7. "Somiglia alla nostra Errani", ho letto. Concordo. Certo, l'ucraina con la faccia da rana pescatrice però ha un servizio molto buono, fondamentali equilibrati e capacità di disegnare tutto il campo che la nostra si sogna, ma per il resto sembrano separate alla nascita: Stesse gote rosse e contagiosa simpatia che trabocca in ogni loro gesto, simile a una colica renale
Sara Errani (senzavoto). Finita benzina agricola, sorteggi fortunati e fiducia. Stese a ripetizione anche su terra. Malgrado la propaganda Istituto Luce che ne ha fatto una Martina Navrtilova destra, è chiaro ai più: Errani è solo corsa, grinta e due smorzate in croce. Senza corsa, diventa poca cosa. Perde quindi partite e fiducia, e viene meno la grinta. Amen.
Agnieszka Radwanska 5,5. Buona per una settimana, come non mai su terra, poi affonda nelle sabbie mobili post nubifragio.
Angelique Kerber 3. Quattro mesi dopo il trionfo a Melbourne, resta un tetro e asciutto messaggio letto a "Chi l'ha visto": "Scomparsa in Baviera una ragazzona tedesca. L'ultimo avvistamento in una birreria, poi le ultime parole: vado a farmi un doppio hot-dog coi crauti. Fate presto, la ragazzona non ha con sé le medicine e ha finito le scorte di plutonio".
Camila Giorgi (senzavotobis). Perde nettamente dalla Bartens, dandole (bontà sua) via libera per la semifinale. Ma solo perché la nostra bambola suicida ha altre mire: la vittoria a Wimbledon (Buckingham Palace ha già adottato scudi antimissile) e all'Olimpiade. Secondo alcune indiscrezioni potrebbe giocare per il Nicaragua.
Karin Knapp 6. Migliore italiana (fatevi due conti), arriva al terzo turno, dopo aver rischiato di perdere da una Azarenka senza l'uso di due gambe, una spalla, un braccio e tre falangi.
Roberta Vinci (senzavoto tris). "Allora Roberta, brutta sconfitta al primo turno. Cosa è mancato?". "E insomma, quando ho battuto Sereeeena...". Ciao Roby, è stato bello.

lunedì 30 maggio 2016

ROLAND GARROS 2016 - Squilibrati sogni di una notte di mezzo torneo







Conchiusa la prima settimana del Roland Garros più piovoso che io ricordi (e la mia memoria va indietro fino al 2015), occasione per un puntiglioso bilancio settimanale e chiaroveggenze sparse.
Tabellone Uomini. Novak Djokovic passeggia senza problemi, in attesa di test probanti. Difficile possa esserlo uno tra Berdych e Ferrer, protagonisti un ottavo-revival tra i due più vessati dai fab four nell'ultimo decennio. Se non più ostica almeno più curiosa e affascinante l'eventuale semifinale tra il serbo e una novità assoluta e cioè chi la spunterà da una porzione di tabellone senza padroni: Thiem, Goffin o il redivivo (e fortunello) Gulbis che giocando due match al meglio dei cinque set si è allenato più che in dieci anni di carriera, fumando marlboro e bevendo vodka liscia. Quindi, occhio a lui che, tra l'altro, avendo un ego spropositato e ritenendosi (a sragion veduta) tra i primi due o tre al mondo, tende ad esaltarsi coi forti e addormentarsi coi deboli. In semifinale, potrebbe battere Nole, dirò di più: ha più possibilità lui che il Nadal depotenziato di ultima generazione, già fuori per un problema al polso e soccombente in ogni punto del campo contro serbo.
Problema vero del vizioso lettone è arrivarci, a quella semifinale. Già il leggero, ma intelligente e geometrico pollicino Goffin potrebbe disinnescarlo in quattro set. Poi, eventualmente, ha quel Thiem in animalesca crescita, per un quarto dinamitardo. Comunque sia, Thiem o Gulbis sarebbero serio banco di prova per un Nole lanciato verso il primo Rolando. Più capaci di metterlo in difficoltà loro, per tennis, personalita e non avendo nulla da perdere, rispetto a Goffin. O Ferrer. O Nadal.
Nella parte bassa, lanciato verso la prevedibile (sulla carta da culo) finale col serbo c'è Murray. Lo scozzese si è salvato in modo rocambolesco nei primi turni, quindi anche mentalmente sarà carico e in fiducia. Ora però per lui la sagoma meravigliosamente irregolare di cuor di leone (cloroformizzato) Richard Gasquet. Il proditorio galletto, in condizioni spumeggianti come non lo si vedeva da anni (forse mai), ha tritato avversari e steso Nishikori, nel tripudio dei francesi che ora sognano l'impresa da libri di storia e trattati di psichiatria. Già lo dissi, se Richard dovesse battere Nishikori, nessuno potrà fermarlo. Solo una camicia di forza. Murray e Wawrinka sulla sua strada, con cui in passato proprio a Parigi ha perso partite già vinte, svenendo come donna con le doglie. Magari stavolta resta in piedi. Problema vero sarebbe l'eventuale finale col serbo, in cui si rischia punizione cruenta senza eguali (da Leconte 1988 alla mattanza nella tonnara di Mazara nel '73).
Mio sogno squilibrato: finale Gulbis-Gasquet, coi due che se la giocano in mezzo al campo a rubamazzetto, sorseggiando whiskey maschio e fumando boccate piene.

Tabellone donne. Serena Williams sembra più equilibrata, tecnicamente e fisicamente. Se non tende a strafare, dovrebbe vincere. Dalla sua parte, prima della finale, ostacoli pericolosi sono la virgulta Keys in crescita (o la sorprendente Bartens) e la simpatica operaietta Bacsinszky.
Sotto, mucchio selvaggio per guadagnarsi Serena (forse) in finale: Halep-Radwanska equilibratissima. O quella Muguruza che, se in giornata, può mettere in seria difficiltà l'americana.

P.s. Ovviamente, mentre scrivo Gasquet e Gulbis potrebbero già aver perso.

martedì 24 maggio 2016

ROLAND GARROS 2016 - Il PRINCIPE ROSPO STEPANEK E IL RAMARRO MURRAY





Lo so, avrei dovuto aspettare che l'impresa fosse copiuta, e che la vecchia lenza Stepanek completasse la sontuosa e ispirata opera perdendo al quinto, ma non ho resistito.
Eppure, tutto era perfetto. L'atmosfera parigina gonfia di un umidore elettrizzato, con qualche flash che si nota nel buio incombente, striato di nuvoloni viola.
L'interesse nazionalpopolare dei Pippibaudi nostrani è tutto rivolto alla trista parabola delle due chichis, ormai divise e al capolinea, capaci di raccattare nove giochi nei loro due incontri di primo turno, mentre la solita fiaba dei primi giorni parigini è in onda sul centrale. Qualcosa di epico e irriducibile che ricorda gli ultimi ruggiti parigini di Connors, nella sua battaglia col tempo e se stesso. Alla soglia dei 38 anni, il satrapo ceco Radek Stepanek, sprofondato negli abissi delle classifiche, è ancora capace di incantare e infiammare il pubblico, in un connubio avvincente. E, se a questo ci aggiungete l'avversario Murray sull'orlo dell'esaurimento nervoso, capirete come la sceneggiatura sia completa. Pronta a vincere qualche oscar, fotografia, regia, miglior attore protagonista, non protagonista, e via dicendo. Lo storico coach di Radek, il mai dimenticato Petr Korda, aveva consigliato all'ormai ex pupillo logoro e in là con gli anni, di dedicarsi esclusivamente al doppio, specialità in cui con la sua classe avrebbe potuto dire ancora molto. Lui, ostinato come il mulo di cui dicono abbia anche altre nascoste qualità, non l'ha ascoltato. A vederlo, il motivo è semplice: si diverte come un pazzo. Specie contro i più forti, è l'esaltazione a impadronirsi delle sue ributtanti carni. Ed eccolo zompare, dalle qualificazioni allo Chatrier, in una danza elettrizzata ispirata dall'atmosfera. Disegna e trapunta il campo, quel vecchio filibustiere, un po' navigato giocatore di poker, un po' illusionista, bravo a  nascondere carte e palle al povero Murray, che fa la figura dell'allocco con la bocca aperta ostentando una manciata di denti buttati lì a caso. Fluttua come un pupazzo goffo da una parte all'altra del campo per inseguire quelle patabole velenose e compulsive: smorzata, pallonetto, ancora smorzata sulla contro smorzata e ghigno diabolico. Lo scozzese ha gambe tagliate, lingua penzoloni e il mal di mare. A un certo punto, dopo l'essesima volée imprendibile del satrapo, lo sento nitodamente chiedere agli dei lassù: "ma chi è questo, McEnroe?".
Pare di vedere fulmini in lontananza nel cielo, mentre aggancia in tuffo una volée, girando su se stesso come un gatto fulminato, felpato, di gomma. Sempre più spiritato e con occhi motruosi, man mano che annusa il profumo d'impresa (mancata). Per due set mette alle corde un Murray furente, che non ci capisce nulla, vorrebbe solo ammazzarlo, ammazzarsi, sparare al pubblico, mangiarsi terra e pallina. 
L'esponente mai vincente di un vecchio tennis ormai anacronistico, che si scopre vincente (oltre che più bello) rispetto a moderne trame muscolari di uno dei primo tre al mondo. Murray vorrebbe esser Radek, almeno per una sera, che una principessa orba baciandolo lo faccia diventare magnifico rospo. E il ranocchio Radek chiede al dio del tennis, di cui ha scopato la moglie, un bacio che lo trasformi nel principe orrido Murray. Magari solo per un set, un unico, stupido, set di solidità, che gli consenta di portare a casa il match prima che cali il buio.
Invece, come prevedibile, l'incontro gli sguscia via dalle mani, arrivando al prevedibile epilogo di queste fiabe tarocche. Murray domina il terzo, scappa anche nel quarto con il vecchio saltombanco ormai alle corde, tornato a sentire d'in colpo il peso degli anni, gli acciacchi, e una carriera in seconda fila. Perso il quarto, mi dico, a inizio del quinto deve giocare il punto della vita: attacco in contro tempo e volée stoppata in tuffo, e poi ritirarsi in vantaggoo. Come fece Jimbo. 
Prima che possa farlo, arriva la notte e rimandi il mancato lieto fine al giorno dopo.


venerdì 20 maggio 2016

MARCO PANNELLA, LO SCANDALO ININTEGRABILE





Chissà quale prorompente parolaccia gli sarà partita ascoltando telegiornali, social, giornali, stamattina. Fiumi di commosse parole, inutili stronzate di melassa, postumi tributi colmi d'enfasi, servizi ai c del retorico paranormale, per lui che era arrivato a imbavagliarsi, pur di ottenere un trafiletto sui media. Paradossale, o forse logico. Nell'illogicità di fondo che dipinge il personaggio e questo paese contraddittorio.
La faccio breve, questo è uno spazio in cui straparlo di palle e tennis, ma dovevo pur scrivere due parole che mi stanno sullo stomaco. Quindi, non stracciatemi il cazzo (cit.). 
Parto da un parallelo che mi ha messo i brividi: quello dei Radicali con alcuni moderni partiti populisti, capeggiati da nani sciacalli che da tv o sui social straparlano alla pancia malata del paese per ottenere un vile consenso drogato. Pannella, censurato dai media, urlava, sbraitava, contorto, prolisso e logorroico fino a farti venire il mal di mare, per strada, rivolto alla coscienza nascosta dei cittadini, di temi impopolari che riguardano gli ultimi, l'uomo nei suoi diritti.
Così sideralmente lontano dagli strepiti demagogici delle odierne forcaiole sette-partiti attuali, che ha finito per annientare un partito battendosi per cause che non portano voti e chare. Quindi, fuori dal parlamento e oscurato dalle tv, impresentabile col suo mare di parole cesellate, simili a lucidissima farneticazione, oltre che geneticamente fuori dal potere, cui al limite strizza l'occhio. Politico talvolta maldestro, consapevole e quasi compiaciuto bastian contrario, seppe anche fagocitare la sua stessa creatura fino a ridurla ai minimi termini. Ma non era importante. Santone, religioso, più che politico. La religione della libertà di cui parlava Benedetto Croce.
"Premesso che sei un coglione, grossissimo e spessissimo, che non capisce niente...che dopo quarantacinque anni di politica possa fottermi più di quanto pesi la tua chioma, di fare il ministro, o farlo fare a qualcuno dei miei...". 
Questo era Pannella, in una rara sintesi, rinvenibile nella missiva inviata all'allora Premier Craxi. Opposizione della maggioranza, opposizione dell'opposizione che vuole essere maggioranza. Uno scandalo inintegrabile, come lo definì Pasolini. Un rompicoglioni odiato, mal tollerato da chiunque, democristiani e clericocomunisti. Da solo a battersi per quell'abominio da eretici scomunicati chiamato divorzio. Inintegrabile perché imprevedibile, pericoloso per l'imperante clericalismo e gli establishment, fuori dagli schemi, fedele solo alla sua libertà e a quella degli altri. Che del potere se ne è sempre fottuto altamente, creando quella libertà individuale con altri strumenti nonviolenti, il referendum, e il suo stesso corpo.
Gli stessi che passano sopra i propri ideali non facendo cadere governi, perché la pensione è davvero importante (cit.), ora applaudono chi come il leader radicale, di vitalizi e pensione se ne è sempre fottuto, dimettendosi a metà mandato per non ottenerli. È maraviglioso anche questo, perché in un riflesso inconscio nascosto nelle loro coscienze corrose, si danno degli stronzi. Loro sono i politici di mestiere. Lui aveva scelto vita come politica, appunto. Una dettaglio, forse, può sintetizzare il tutto. Pannella non è mai stato condannato perché si è arricchito, ma solo a seguito di una manifestazione provocatoria, per la legalizzazione delle droghe. Il suo corpo ora magro ora grasso, ma sempre imponente, come scudo.
Infastidiscono tanti tardivi attestati, specie da parte di chi gli ha negato anche una carica simbolica, di Senatore a vita. Però, tornando sulla roboante parolaccia che avrebbe pronunciato stamattina leggendomi giornali, forse mi sbagliavo. Fedele al personaggio, mi avrebbe stupito. Il riconoscimento postumo l'avrebbe inorgoglito. La magia di avere pagine e pagine dedicategli dopo anni di censura, tutti quei fantocci al suo capezzale dopo anni di ostracismo: è qualcosa di unico. Irrazionale. Anzi, irrazionalmente razionale. 
È una metafora avvincente. Una processione di potenti politici, star della musica, cinema, tutti nell'umile casa in cui ha vissuto gli ultimi giorni. Così vicino in linea d'aria, ma tanto lontano, quel monolocale bazaar in cui l'eretico fascista, drogato, frocio, non violento impotente, assassino abortista, taditore della patria, senza-Dio, si riposava, dagli attici sfarzosi di porporati professanti povertà. O dalle case di chi della politica ha fatto un ricco affare. Ora salutano chi ha pensato alla libertà degli altri e per migliorare un po' questo paese, malgrado loro. Sì, ne sarebbe fiero, e poi via di liberatoria parolaccia.


domenica 15 maggio 2016

INTERNAZIONALI 2016. PIOGGIA SCOZZESE NEL CIELO DI ROMA





Un insolente scroscio di pioggia, tra i nuvoloni gonfi nel cielo, arriva tra le due finali. In studio minimizzano sugli ombrelli che si aprono, "Non piove più, è solo qualcuno che non ha ancora capito...". Perché a Roma non può piovere. L'evento però ammanta ancor più di mistero la prevista celebrazione degli "eroi del '76", quelli della vittoriosa Davis: Panatta, Bertolucci, Zugarelli, Barazzutti. Provate a immaginare ai giorni d'oggi l'Italia vittoriosa di Davis e un nostro tennista trionfatore a Roma e Parigi. Quarant'anni fa l'impresa riuscì ad Adriano Panatta. A Parigi lo ricordano bene, così bene da invitare l'Adriano nazionale sullo Chatrier per premiare il campione dell'edizione 2016. Qui invece, nel suo paese, provano a mettere una pezza con una foto ricordo e tocca sentire i massimi vertici del nostro sport dire "dovrebbe" esserci "anche" il reietto Adriano Panatta, basta "polemiche". È o non è questa situazione la triste metafora, riassunto di tutto? Cosa? Non si sa.
Quanto al campo, Nole Djokovic mostra inattesi segni di umano cedimento rispetto ai ritmi esibiti nei mesi scorsi. Che fosse una pallida copia di quella macchina si era già capito al suo esordio, contro l'aizzatore di folle transalpino, l'istrione (che ha quasi la stessa età di Aznavour, tra l'altro) Stephane Robert. Ho pensato bluffasse. Così come contro Nadal e Nishikori, con soporifere partenze da geco intorpidito. Troppo lontano dai livelli massmi l'iberico (sebbene la terra lo riporti tra i più forti) e poco cinico il samurai nipponico nell'affondare il coltello nella ferita, per approfittarne. Non si lascia intimidire lo scozzese, pressoché perfetto in finale e coi denti di squalo ben affilati durante tutto il torneo, condotto senza sbavature. Sento dire in giro di un Murray terraiolo, migliorato sull'argilla. Cazzate, parziali almeno. Murray ha sempre saputo giocare sul rosso, vi è cresciuto. Il suo problema si chiamava Nadal, imbattibile su quei campi. Poi Djokovic e Federer, spesso meno consistente fisicamente del serbo e ovviamente meno talentuoso si Roger. Specie in questo periodo di baldracca in cui le specializzazioni sono un ricordo per vecchi bacucchi, la differenza la fa la condizione fisica. E, almeno in questo maggio, ne ha di più Andy.
Poco più che una comparsa gaudiosa, apparizione mistica, quella di Sua Divinità Celeste Roger Federer a Roma, buona per farsi venerare dai tanti fedeli in devota attesa. Roger non sta bene, la schiena scricchiola e centellina ogni sforzo con cautela massima per non pregiudicare i suoi obiettivi stagionali. Tra questi non c'è Roma e nemmeno Parigi. Si fa ammirare, fotografare come una reliquia santa, ischerza il promettente fabbro Zverev, ma si arrende al tennis a tratti animalesco dell'austriaco Thiem.
In questo scenario, se Djokovic rimarrà questo (ho i miei dubbi) si aprono i giochi per la vittoria a Parigi. Serbo scucchiato sempre in pole position, ma Nadal e Murray riducono il gap e giocheranno le loro care. Immediatamente dietro Wawrinka, se per magia dovesse ritrovate l'istinto omicida dello scorso anno. A meno di clamorose sorprese. Mi viene in mente quel Thiem potenzialmente sanguonario, e soprattutto Kyrgios. Unico tra i giovani, il tamarro aussie, ad abbinare colpi e carattere sufficientemente spavaldo da poter provare il colpaccio. Anzi, se me lo danno a 40, un penny ce lo metto sopra.

Serena Williams e il passaggio di consegne che non c'è. Serena torna. O forse non se ne era mai andata. Gli anni passano (sono ormai 35), il contraccolpo del mancato grande slam è stato un k.o. tremendo a seguito di
un uppercut alla punta del mento, ma dopo aver vacillato incerta per qualche mese, la numero uno si è rialzata a Roma. 
Paradossalmente, questa Serena 2.0 vista al Foro è ancora più forte. Senza la logorante pressione da record, foga-furia, voglia di dimostrare una superiorità che spesso si taduceva in picchi mostruosi e qualche (letale) strafalcione tennistico, al Foro si ammira invece una Serena dalla calma olimpica, tirata a lucido. Malgrado l'età è ancora capace si mettere in riga virgulte nuove leve tra cui fatica ad emergere un'avversaria credibile e continua.
Alcuni (io nella mia persona) hanno sperato che dal gruppone di pretententi potesse emergere come un sol donnino impunito quella Barbora Strycova issatasi fino quarti di finale sciorinando un delizioso tennis trapuntato. Protetta dal fantasma di Maria Josè Martinez Sanchez, pensavo potesse ripetere la stessa, irrazionale, suggestiva, cavalcata. Un po' ci credevo. L'isterica gnappa ceca si accontenta solo di mostrare in modo semplice e a tratti inquietante come i suoi occhi da cerbiatta pazza, la pochezza della Bouchard. Sgonfia il bluff di quella che gli sponsor hanno pompato come futura regina solo perché (pare sia) caruccia, ma che se non completa un tennis orrendamente monotematico, disattenderà le spasmodiche attese dei tanti fans dalle occhiaie marcate.
Vien fuori dal plotone invece Madison Keys, ragazzona di enormi potenzialità. Mi capitò di vederla dal vivo un'uggiosa mattina di quattro anni fa, proprio al Foro, soffrire contro una mondina
cinese durante le qualificazioni. Mi colpì subito la sua fisicità e potenza di colpi devastanti, autentiche mine, e un dritto anche bello a vedersi, lasciato partire con natualezza assai notevole. Non fu difficile predirle palcoscenici ben più prestogiosi di quel campo numero uno deserto. L'unico mio dubbio restava l'attitudine molle, un corpo che trasmetteva quasi stanchezza sconsolata, spalle spesso strette per raccogliere la frustrazione. Si trascinava indolente, come
se giocare, allenarsi, faticare, non facessero per lei, e alle 10 di mattina si domandasse perché non era ancora a letto. Una delle tante baciate da buon talento, ma con poca attitudine alla sofferenza, pensai. 
Da lì i risultati a sprazzi, sembravano confermare la mia impressione. La ritrovo in finale a Roma incredibilmente maturata, positiva, col sorriso largo e i dentoni di coniglia, consapevole dei suoi mezzi, in finale dopo un percorso consistente. 
L'ultimo scoglio, una Serena ben centrata, appare ancora difficile da superare. Il match, almeno nel primo set, ha picchi di violenza degni di Tyson-Holyfield e possibili, suggestivi quanto illusori, scenari da trapasso generazionale, erede, passaggio del testimone. Suggestioni, appunto. Perché Serena quel testimone non vuole passarlo ancora, anzi, se lo mangia.

giovedì 12 maggio 2016

GLADIATORI ITALIANI AL FORO ITALICO - Ma quanto è bello il Foro, eh?Rewind -







Ha tutti i torti quel vecchio genio di Woody Allen che nel raccapricciante “To Rome with love” dipinge l’Italia come un paese meravigliosamente bello, ma popolato da grottesche macchiette?
Niente Foro Italico per me quest’anno, e nisba spumeggianti (non meno che impeccabili) resoconti dal campo. Mi sono però divertito seguendo il torneo sulla Tv Federale. Mezz'ora al giorno, non di più, come metadone. Uno spettacolo a metà tra la D’Urso che sottolinea i dati auditel e la buon’anima (pare sia ancora vivo, ma dovrei controllare su wikipedia e mi scoccia) Emilio Fede nel divinare le gesta politiche e amatorie di Silvio Berlusconi.
Il Pontefice Binaghi gonfia il petto e volge l’altero sguardo alle tribune gremite, mentre si concede un giro nella suburra del Ground a bordo della Papa mobile guidata da Galimberti (e Nargiso navigatore assopito). Gridolini e sudditi genuflessi che gli baciano l’anello pontificio. 
Su Supertennis è il trionfo della pomposa autocelebrazione. “Ecco alle nostre spalle, ammirate la cornice di pubblico...record di spettatori...ma poi, chi ce l’ha uno stadio come il Pietrangeli?...eh, i tennisti amano questo campo, circondato dalle statue...pagherebbero per giocarci...ma certo, a qualcuno incute timore...ma guardate la bellezza, è magia pura...”, prima di snocciolare dati e numeri strepitosi sull’affluenza. Alla quarta volta in mezz’ora che ci viene ricordato con afflato servilmente languido, anche chi ha respirato per anni quella splendida atmosfera rischia di essere colto da raptus, inconsulta voglia di diventare foreign fighters e lasciarsi esplodere sul Pietrangeli (il magnifico Pietrangeli, pieno in ogni ordine di posti da gente estasiata che...e via dicendo).
Nello studiolo ospitano la leggenda Stan Smith. Il bravo presentatore annaspa con salivazione azzerata, potrebbe chiedergli mille cose, aneddoti sulla sua carriera. Invece parte a testa bassa, dopo un compiaciuto sguardo allo stadio alle spalle: "Che spettacolo Stan, eh? 26 mila oggi. Piccolo Slam, eh?". Gelo. L'ex campione vorrebbe gettarsi giù a volo di gabbiano. Fortunatamente poi, passano a discernere di questioni tecniche. Federer, Djokovic? Un suo incontro con Laver? No. Gli chiedono cosa ne pensi del nostro numero 333 atp, tale Sonego. Quello, pensando fosse un pizzaiolo di Trastevere, ordina una quattro formaggi e se ne va. Scena meravigliosa. Nel mio personale tabellino delle storiche perle supertennis, appena dietro l’intervista a Connors quando, al cospetto del grande Jimbo, un proditorio gerarca Fit squittì: “Ma quella palla contestata nel match con Barazzutti nel ’77...”. Jimbo lo guardò come fosse un escremento di topo, domandandosi se quel curioso esemplare provenisse dalla repubblica di Bananas. Resiste sul podio invece la storica domanda a Novak Djokovic, appena laureatosi campione del Foro: “Ehilà Nole, che ne pensi di Fognini? Ti sei allenato insieme...diventerà top 10?”.
La mantrica autofellazione sulle italiche bellezze del Foro, che sconfina nel provincialismo più penoso, provoca un effetto comico notevole. Ma sarebbe nulla se non abbinata all'epica esaltazione degli eroi tricolori che “accenderanno di tifo” gli spalti del museo a cielo aperto. Il tragicomico è completo.

Ma benone, il bilancio semiserio per gli italiani può essere stilato già al mercoledì: 11-1. 10 eliminazioni al primo turno, una (1) vittoria, del sibaritico Seppi.
Flavia Pennetta. Ok, su una cosa hanno ragione: l'impianto, specie il Pietrangeli, è sempre gremito, anche per vedere Pio e Amedeo in zoccoli che giocano a calcio tennis con Totti. Gli organizzatori, luciferini, trovano l’unico momento in cui ci sono pochi avventori sugli spalti, per celebrare l'addio ufficiale di Flavia organizzato dalla Wta. Molto triste. Lacrimucce, Fognini coi fiori e dalle deserte tribune l’eco di un pazzo che grida “Gioca le olimpiadi di Rioooo!!!”. Prontamente allontanato dalla security, si scoprirà essere Malagò in uno dei suoi migliori travestimenti, con baffi da Groucho Marx.
Ma vediamo i gladiatori italiani in campo al Foro.
Sara Errani. Heater Watson si qualifica dopo due maratone e l'improvvido telecronista (prontamente impiccato all'alba) si sbilancia "Gli organizzatori non la manderanno certo in campo lunedì, dandole un giorno di riposo...". L'altro, scafato: "beh, dovesse trovare Errani la vorrei in campo lunedì mattina...". Detto, fatto. Errani-Watson, lunedì all'alba. Caso. Ma la nostra eroina padellara cede alla distanza contro la stremata inglesina. Non sono meglio di Zalone? A onor del vero però, Sarita accusa dolori al costato-carenza di ferro-stipsi. Fateci caso: non ha mai perso quando sta bene. In perfetta forma avrebbe vinto più di Serena e Billie Jean King.
Karin Knapp.  È sorteggiata contro la ceca Strycova, un folletto talentuoso che gioca a tutto campo con mano vellutata. In cabina però fanno sapere alla massaia di Mendrisio quanto la nostra semovente cassapanca coi piedi che spara roncole dritto per dritto, abbia più talento della ceca: "Non c'è paragone!". Questi sarebbero riusciti a dirci anche che Mussolini aveva i boccoli. Ovviamente la Strycova domina, quasi irride l'italiana con un duplice 6-2. Ma Knapp era ancora menomata. Ginocchio-caviglia-piede, oh-oh (citando Don Lurio).
Francesca Schiavone. Prevedibilmente maltrattata dalla Safarova, si lagna dei "tre gatti sugli spalti" (prontamente bippata. Anzi, non un monosillabo sulla sua conferenza stampa). E, figuriamoci, anche la leonessa lamenta dolori fisici. Non era al meglio. Polpaccio-cavo popliteo-unghie usurate.
Roberta Vinci. Le chiedono che tempo fa, e quella risponde: "quando ho battuto Sereeeena a Neve Yorke...". Fuori di testa, ormai. Schiantata 6-0 6-4 dall'inglese Konta, e tramontane di fischi. Ma (poteva mancare solo lei?) non stava bene per i problemi al tendine d'achille. Ingenui.
Claudia Giovine. 26enne poco gradita rispetto ad altre protette fit e ben più giovani promesse (24enni) che ha battuto meritatamente nel baraccone prequali, entra in tabellone. Perde onorevolmente in tre set contro la McHale.
Insomma, Caporetto, mattanza, disfatta, ancor più pietosa se si pensa alle attese annunziate marzialmente in stile Istituto Luce. Ma, tutte quante avevano problemi fisici. A proposito, ci sarebbe anche la predestinata Camila Giorgi che, per un infortunio (presumibilmente diplomatico) non è venuta a Roma. Ma come, le altre pur gravemente menomate hanno difeso l'onore della patria e lei si tira fuori? Diserzione, fucilata nel petto. Come darle torto, dopo la burrascosa rottura con la Fit, notoriamente gente poco rancorosa, l'avrebbero mandata ad allenarsi su un campo di Tor Bella Monaca e pranzare alla porchetteria da Pietro er sudicione al Quartaccio.

Fortuna che ci sono gli uomini, valorosi e indomiti.
Fabio Fognini. Mattatore nell'esibizione con Totti, perde seccamente da Garcia Lopez. Si lamenta dei campi veloci e di non essere stato programmato sul Pietrangeli. Fischiato anche quest'anno. Ma (c'erano dubbi?) pure lui reduce da un infortunio e quindi gravemente menomato. In cabina però, ci vedono del buono. Molto buono. "Dopo aver perso nettamente il primo set, molti altri avrebbero sciolto. FABIO NO! Ha lottato, arrivando al tie-break del secondo...". Segnali molto incoraggianti, quindi, e bicchiere (di grappa) mezzo pieno. Il problema è che si sono scolati la bottiglia, di grappa.
Paolo Lorenzi raccatta le briciole contro  Bautista Agut.
Andreas Seppi. Unico, miracoloso, a passare un turno contro Pospisil. Poi Gasquet lo fa a fettine come una trota salmonata. Eppure, a sentire Nargiso che parlava di match 50 e 50, un disperato che non aveva mai visto i due, guardando Seppi quotato a 7,00, ci avrà puntato lo stipendio. E poi si sarà impiccato sotto il Tevere.
Pippo Volandri. Coi suoi limiti, a 35 anni, ormai part-time, non partecipa al circo delle prequali, quindi niente wild card malgrado tutt'ora si metta nel taschino tutti i giovanotti italiani. Senza parlare del passato. Entra all'ultimo momento e passa le qualificazioni, prima di giocarsela con Ferrer.
Lorenzo Sonego. Lotta alla pari con Sousa, facendo vedere belle cose. Volto e fisico da adolescente che pesa 12 kg, buoni fondamentali su cui lavorare, ma lascia ben sperare il carattere.

Insomma, questo è. Per i bilanci seri sul tennis vero, c'è tempo. Ma poi, l'avete visto il Pietrangeli pieno? Numeri da record in uno scenario che trasuda storia e...


lunedì 2 maggio 2016

AL VIA GLI INTERNAZIONALI DI TENNIS 2016: LA CAGATA PAZZESCA DELLEPREQUALI






Spumeggiante start-up degli Internazionali al Foro. Capita, ieri, mentre sgargarozzo un buon caffè, di imbattermi sulla tv federale in qualcosa che è a metà tra l'inquietante e il patetico. Con venature di surreale. Il solerte cronista, affiancato anche da un mortifero opinionista, descrive con perizia certosina le gesta di due muggenti seconda categoria italici impegnati a pallonettare in modo tremebondo nel suggestivo scenario di un Pietrangeli maestosamente vuoto.
Che diavolo è quella roba? Cerco di capirci qualcosa, malgrado l'atmosfera soporifera creata dai gerarchi al microfono che verosimilmente provano a mostrarsi estasiati, nascondendo il desiderio di darsi la morte percuotendosi col microfono. Oppure, mi suggerisce il gatto, sono realmente eccitati dallo spettacolo lacerante, perché pazzi.  "È uno che sa giocare a tennis" dice uno dei due, come se stesse recitando un ora pronobis, riguardo a un maestro atesino che raccatta un gioco contro un allampanato diciottenne italiano di 22 kg. E grazie, non sapesse giocare al tennis, farebbe il pizzaiolo. Poi passeranno a magnificare le geometrie di una nota ventitreenne grande promessa, che fatica a regolare una volenterosa ragazzotta sovrappeso.
Cristo pietà.
Sempre il mio gatto mi suggerisce che si tratta delle pre-qualificazioni agli internazionali di Roma, di scena al Foro da lunedì. Torneo che darà ai due finalisti un posto in tabellone e ad altri quattro un'opportunità nelle qualificazioni. In diretta tv. Terribile. Quasi preferibili le dirette dei match di Gene Gnocchi, perché erano dichiaratamente comiche. Questo spettacolo fantozziano invece non ha alcun senso. Gente fuori dai trecento e incapace di giocare nei challenger opposta ad attempati maestri di circolo. Dagli open al tabellone di un Masters 1000 ci provano un po' tutti, anche allettati da un montepremi molto ricco.
Ma all'inquietante spettacolo tecnico offerto in diretta tv che neanche i parenti più stretti sarebbero capaci di seguire più di cinque minuti, si abbina il solito pasticciaccio italico con due Wild card già date a Bolelli e Lorenzi, il primo rotto e in dubbio, l'altro che può entrare senza invito, e i due posti assegnati a chi sta giocando inutilmente le pre qualificazioni. Che quindi sono falsate, oltre che inutili. Con l'unico, straordinario, risultato di aver precluso ad alcuni dei nostri la possibilità di giocare a Madrid. Invece di una cervellotica formula da burocrati parruconi, era tanto difficile dare i quattro inviti a 4 tennisti che si reputano meritevoli (per classifica o stato di forma) lasciando decidere al torneo semi parrocchiale solo i 4 inviti nelle qualificazioni? Magari lontani dal Foro e dalle tv. O, perché no, in base ai risultati in alcuni challenger italiani? No, troppo semplice. Siamo mica gli americani, che sparano agli indiani (cit.). Qui (in ogni ambito, mica solo nel tennis) vige la meritocrazia, che diventa buffonocrazia se attuata con strumenti cretini e burocratici.

Scenari Rossi. Bando alle ridicolaggini del regime italico, così ben decantate da gerarchi e cantori dell'Istituto Luce, la stagione sul rosso entra nel vivo col trittico Madrid-Roma-Parigi. Vediamo come arrivano i big, pronostici e aspettative.
Tra gli uomini, difficile sfuggire dal dominio (o nightmare) serbo. Djokovic s'è inceppato a Montecarlo contro Vasely, ma è solo un incidente di percorso. Capita anche alle macchine. Il suo obiettivo è Parigi, normale che qualcosa (specie nel massacrante tour terricolo) debba lasciare per strada. Delle briciole concesse dal carnefice serbo ha approfittato quello che un tempo era il cannibale della terra, Rafa Nadal. L'iberico mette prontamente in saccoccia Montecarlo e Barcellona. Leggo da più parti enfatiche celebrazioni di rinascita. Io ci andrei più cauto. È il solito Nadal depotenziato degli ultimi mesi, solo agevolato dalla superficie che rende il suo tennis più proficuo (e le magagne meno evidenti) e avversari in menopausa. Tanto basta però per farne l'antagonista principale di Djokovic, pronto ad approfittare di eventuali inciampi serbi. Poca cosa gli altri. Federer avrebbe voluto saltare la stagione sul rosso, concentrando le sue preziose energie per Wimbledon e le Olimpiadi, ma sarà a Roma per onor di firma. Murray lontano dalla forma migliore. Wawrinka sbarellato. Giovani ancora incapaci di fare il salto di qualità.

Tra le donne regna l'incertezza più assoluta, causa atroce livellamento verso il basso, con almeno una ventina di possibili vincitrici a Parigi. Serena ferma ai box, Sharapova stoppata dal caso spermonium (pronta alla sacra riabilitazione, perché gli sponsor e case produttrici di sirene antifurto la recalamano). Radwanska su terra non riesce proprio ad esprimersi, sembrando un geco che si dibatte su un lastrone di ghiaccio. Kerber dipende dalla carica di plutonio settimanale. Chi resta? Potrebbe fare bingo Vika Azarenka, la più in forma di tutte. Eventuali outsider l'equina bombarola Muguruza e Petra Kvitova, se in settimana di grazia. A meno che Barbora Zahalova Strycova non impazzisca e ammazzi tutte a suon di impuniti ricami. O Laura Siegemund trovi giorni di ispirazione divina e spennelli il campo con tocchi vellutati e carezze di kashmir. Fantascienza. Ma se c'è chi parla di Giorgi futura numero uno (di cricket), perché non crederci noi nelle utopie. Anche più piacevoli.

lunedì 4 aprile 2016

IL RITORNO DEI GUN'S N'ROSES. ROBA DA 90's









Ok, il piatto tennis langue. Djokovic e Azarenka, tremendamente simili (tranne una maggiore sobrietà e femminilità del serbo) procedono spediti e meccanici come locomotive. A Miami bissano entrambi il successo di Indian Wells senza colpo ferire e concessione allo spettacolo, complici avvesari alla deriva. Murray neo papà imbraccia la racchetta come fosse un pannolino, Federer ancora ai box, Wawrinka tornato brufoloso torello svogliato di qualche anno fa. E gli altri? Bravo Nishikori, ma ancora di una cilindrata inferiore. Cresce Kyrgios, ma non abbastanza. Tra le donne è un assolo della petomane bielorussa, nel deserto subsahariana di avversarie credibili. Radwanska eterna incompiuta, Serena smoccolante si fa sorprendere da una rediviva (un paio di volte l'anno sfodera prestazioni da cinghiale -maschio- in calore) Kuznetsova.
Quanto ai provinciali fatti di casa nostra, al solito assordante concerto afono maschile si appaia anche quello (meno consueto) femminile. Vinci claudicante, Giorgi sparacchiante (a vuoto), Pennetta intenta a scegliere il vestito da sposa (malgrado Malagò e Binaghi provino a bruciarlo notte tempo), Errani torna dalla tournè americana con una decina di giochi vinti, schiacciata come un mosquitos dalla Osaka (se non succederà qualcosa di imponderabile, questa ragazzona nippo haitiana entro tre anni vincerà uno Slam). A chi timidamente
glielo fa notare, lei risponde sui social qualcosa tipo: "tu quanti ne hai vinti?
#zzovuoidametu". Roba da far impallidire dodicenni bimbiminchia problematici con ego spropositato in relazione alla realtà.
Tiene però banco l'annosissima questione Giorgi-Fit. Roba da non dormirci la notte. Leggo di una rottura definitiva della nostra orba cacciatrice di quaglie morte e la Federazione, annessi retroscena (fino ad ora secretati) di passate liti e stracci volanti. E, per una volta, non so chi faccia più ridere, prevalendo una sinistra sensazione di profonda pena. Come Pilato, me ne lavo le mani e butto tutti dalla torre.

Fortuna che c'è la musica. Notizia da pesce d'aprile mancato, il concerto a sorpresa dei Guns (fuckin') Roses al Troubadour di Los Angeles, laddove tutto ebbe inizio trent'anni prima. Suggestivo e di notevole impatto. Roba da anni novanta ruggenti, ricordi indelebili e flash di anni ruggenti. Una band che, bene o male, ha segnato un tempo. Cosa possono saperne i directioners. Irruppero come un lampo nella scena hard rock surclassando le band del tempo, perché capaci di un miscuglio clamorosamente vincente. Rock duro, chitarra fumante, slanci melodici e carisma debordante dei due leader, amici-nemici, bizzose prime donne (Axl -soprattutto- e Slash). Il biondo efebico dalla voce alla varechina e il ricciolone col cappello, sigaretta tra le labbra e Gibson Les Paul da violentare. 
Un lampo, meteora di qualche anno, l'impatto bestialmente rude di "Appetite for distruction", prima di addolcimenti e pacchianerie da neomelodici, polpettoni stile romanze ottocentesche con struggenti tappeti di piano. Dal vorace appetito distruttore all'occhiolino languido e derive di onnipotenza. Sbronze, rock, donne e droga, poi l'inevitabile scissione a causa di rancori, bizze e interessi dei due leader. Ventitrè anni di veleni e carriere soliste, diritti e carte bollate, prima del ritorno dell'altro giorno. Lancio per un tour estivo. 
Cos'avranno ancora da dire questi cinquantenni ex ragazzacci del rock? Poco, temo. Sperando di sbagliarmi. Tranne una barca di soldi che pioverà sulle loro teste e nostalgia dei fan (per loro e anche per quegli anni di giovinezza) ancora senza soldi. Slash pare sempre lo stesso, la sua verve creativa non si è interrotta nei vari progetti solisti. Duff McKagan al basso sembra addirittura migliorato rispetto a quando da giovane era solito ruzzolare sul palco, portato via a braccia. Axl è la caricatura bolsa e afona dell'animale da palcoscenico che fu. E gli altri? In questa reunion dimezzata mancherà Izzy Stradlin, sottovalutata chitarra ritmica e anima creativa. Non ci sarà Steven Adler, primo batterista già allontanato negli anni novanta a causa dell'eroina, ma nemmeno il suo sostituto di allora (Matt Sorum).
Cosa sarà questa reunion, chi può dirlo. Il pericolo diventi solo materiale per nostalgici rincoglioniti ex capelloni (non parlo solo di me), è forte. Le rockstar dovrebbero morire giovani, altrimenti il loro ricordo viene sporcato, diceva un saggio. Tranne che per gli Stones, arzilli settantenni che suonano "Sympathy for the devil" davanti a 500 mila spettatori a Cuba, mentre Fidel Castro dorme di un sonno misterioso.

lunedì 21 marzo 2016

MELDONIUM, SPERMONIUM E FLASHBACK DA INDIAN WELLS







Impazza ancora il dibattito su Maria Sharapova e il Meldonium. Cadono come mosche cavalline altri atleti (la maggior parte russi) positivi a questa sostanza ormai dichiarata illecita. Lo zar di tutte le Russie Vladimiro Putin si affretta a chiarire ai sudditi (gay compresi): non si politicizzino questi casi, si tratta solo di imperizia e trascuratezza degli staff medici. Tradotto (se il kgb oscurerà il sito ricordatemi come uno che per le scale salutava sempre): non si tratta di doping di stato, ma responsabili al dopaggio incapaci di stare al passo coi tempi e agire in modo tempestivo. Corso di aggiornamento in Siberia o pastura per pesci nei casi più gravi. Inetti costoro, o talmente convinti di un'impunità vita natural durante, da sottovalutare le nuove norme. Perché si sa, luminari aggiornati sono in grado di trovare rapidamente un palliativo. Qualcuno (che preferisce restare anonimo) ha già parlato di Spermonium, una miracoloso intruglio a base di sangue di iguana, sperma di unicorno albino, code di lucertola di Galapagos e peli pubici di nani del circo, capace di guarire gli impotenti, dare a Seppi le sembianze luciferine di Koellerer e resuscitare i morti (da non più di tre giorni però), con piccoli effetti collaterali: occhi da Gasparri e verve creativa di Fedez. Una sostanza comunque lecita, fino a prova contraria e risveglio tra dieci anni della Wada. Poi sarà doping. Frotte di atleti ne fanno già scorte in bancarelle improvvisate.
Ma, viva Iddio, c'era anche il tennis giuocato, in quel di Indian Wells. Vediamo qualche pagella, considerazione a muzzo.


Novak Djokovic (palle frantumate). Ormai si annoia anche lui, oltre chi guarda. Prova anche a rendere, invano, più divertente la monotonia di una dittatura ferocemente soporifera cedendo set a bibbitari improvvisati tennisti.
Milos Raonic 7. Lanciatissimo e top 4 a tutti gli effetti fino alla finale, quando rabberciato e con servizio molle per un malanno alla schiena, Djokovic gli fa la fotografia.
Rafa Nadal 6,5. Gioca e mette sul campo il 120% di quanto gli rimane. Esulta, fa pugnetti, aizza la folla per la vittoria contro un pivello, ma è chiaramente il pronipote infermo di quello che fu. Graziato dall'inesperienza del giovane Zverev, dignitoso come un Andujar in semifinale con Djokovic.
Alexandr Zverev 7. Nuova sensazione, il teenager tedesco russo ha tutto per sfondare nel tennis attuale, compreso un rovescio letale. Oltre all'inesperienza (si smarrisce come un polletto amburghese a due punti dalla vittoria con Nadal), sembra però ancora troppo macchinoso e deficitario negli spostamenti. Continuo a preferirgli il lezioso fratello Mischa, impegnato in un antologico doppio a Irving, con partner il fesso Petzschner.
Vika Azarenka. I feticisti del rantolo, orfani di Masha, trovano subito del metadone nelle sue urla da sirena del demonio. Terrificante e, come si prevedeva/temeva a inizio anno, tornata ai vertici.
Serena Williams 6. Più che l'insolita normalità, buona tutta la settimana ma perdente in finale con Vika, colpisce un'altra cosa. Come non gli freghi nulla (o molto poco) di perdere contro avversarie per cui nutre simpatia o rispetto. Forse la divertono i rutti di Vika, non saprei cos'altro. Contro una Sharapova imbottita di Meldonium invece, non perderebbe nemmeno ubriaca o ingessata. Con lei vedeva sangue, titoli e vittorie a parte.
Angelique Kerber 2. Il medio spettatore che la vede deambulare molle a Indian Wells, è assalito dall'atroce dubbio: ha vinto uno  Slam venti anni fa? No, meno di due mesi fa. E allora, si domanderà ancora il tapino: ha trascorso due mesi a tracannare tre litri di birra al giorno oppure in Australia era piena come un cammello? Magari Meldonium, o già Spermonium (che i tedeschi stanno al passo coi tempi). No, al limite era caricata a plutonio. Questo penserebbe l'uomo della strada, non certo io che ho il garantismo come primo comandamento. Specie quando è solo un'illazione che nasce da alcune considerazioni personali. Quindi, via, è solo un periodo no, fisiologico appagamento psicologico e scarsa forma fisica. In attesa la ricarichino a plutonio dal buco del culo (mi risponde il lazzarone uomo della strada).


lunedì 14 marzo 2016

SHARAPOVA, DOPING, SUPPOSTE DI MELDONIUM: LA VERITA'







Ammetto che della questione doping-Sharapova mi interessa meno di un pelo di cazzo di Gasparri, ma da più parti, dagli Appennini alle Ande, si invoca una mia saggia opinione. Per placare queste milioni (che dico, miliardi) di querule richieste, eccovela. Ovviamente definitiva.

Il caso. Maria Sharapova convoca una conferenza stampa a Los Angeles. Le voci si rincorrono: annuncerà all'adorante plebe un grave infortunio alle corde vocali? Il lancio di una nuova miracolosa caramella in grado di far grugnire ad oltre 120 Decibel (superando il suono delle sirene)? Di sostituire Axl Rose (ormai bolso e afono) nella imminente reunion dei Guns N'Roses?
Niente di tutto questo. Si presenta a capo chino, vestita come una monaca penitente (o Rosy Bindi durante le preghiere dei vespri) e annunzia al mondo di essere stata trovata positiva ad un controllo antidoping durante gli Australian Open. Meldonium, sostanza dichiarata proibita a inizio 2016. Adduce grotteschi motivi fisici per l'utilizzo di un anticoagulante dagli effetti simili a quelli dell'insulina, utilizzato da infartuati, vittime di ictus e malati di diabete. Prodotto in Lettonia, lei residente in California. Si trincera dietro la mancata conoscenza delle nuove disposizioni, distrazione, quindi via di scuse ai tifosi e promesse/minacce di tornare in campo dopo la squalifica. Ma ammette l'uso. E' quanto basta. Poi nei giorni seguenti sposta il tiro e blatera di comunicazioni Wada non leggibile, causa inchiostro bagnato da una pioggerella estiva di Luglio. E si sa, tra gli effetti collaterali del Meldonium c'è anche un sensibile abbassamento della vista. Molti principi del foro statunitensi sono pronti a cavalcare questa via, per una piena assoluzione.
Basterebbe questo per provare pena di questa conclamata, abituale reo confessa dopata? No, purtroppo.
Le reazioni. Spendo un po' di tempo sottratto alla pedicure per leggere sul pianeta Internet, cosa si dice al riguardo. Clamore non solo nel mondo tennistico e modaiolo cui ella appartiene, ma anche dello sport in generale. In Italia la suburra internauta si divide tra colpevolisti e innocentisti verso una rea confessa. Fila tutto, nel quadro di una totale, incontrovertibile, demenza collettiva. Chiaro, ovvio, avessero pizzicato “la scimmia, orango, negra” (solo tra i più graziosi epiteti che le vengono gentilmente rivolti) Williams o la “ladra, rom, imbrogliona” Halep, si sarebbe invocato all'unisono la radiazione, carcere, fine pena mai e fors'anche la pena di morte con iniezione letale (vi stupite ancora che in questo paese attaccando negri e rom si possa ambire a governare?).
Ma la Masha, ma la Masha no.
Bisogna pur concedere un beneficio del dubbio, scusante, fantasiosa teoria assolutoria, alla diva avvolta da un alone di urlante santità. Che diamine, lo si deve a colei che ha forgiato le loro mani con indelebili calli da manico. Ok, dicono in coro: il farmaco è stato vietato solo a Gennaio, quindi il peccatuccio di Maria (ammesso ci sia) è veniale. E, se proprio c'è, è da imputare ad altri, perché “Maria non è proprio il tipo da doparsi” (non si sa in base a cosa, se non alla riconoscenza per i suddetti calli). Assoluzione morale quindi della urlante badilatrice di palline e colpa alla sua equipe medica (con quello che li paga, questi lazzaroni buoni a nulla), rei di non essersi informato per tempo. Un drappello di finissimi appassionati appartenenti al gruppo “due diottrie per Masha” spolvera il sempre verde “Perché, le altre? E le foibe?”. Infervorati e accecati dalla miopia divorante, finiscono per assolvere la beniamina confessa accusando ipotetiche e mai squalificate colleghe. Questione di tempo e i più virtuosi si spingeranno a fulgide teorie medico psichiatriche: Va bene, Masha ha ammesso la colpa, ma siamo sicuri fossero dichiarazioni attendibili? chi ce lo dice che l'astinenza da Meldonium non induca vaneggiamenti e scarsa lucidità? Occorre una perizia, moviola in campo, o sarete mica giustizialisti forcaioli dello Strafatto Quotidiano?
La verità vera. Bisogna prenderla alla larga. Sposo da sempre una massima teoria che fa capo al filosofo e Maestro ascetico Zeman: esiste il doping “legale” delle sostanze proibite dalla Wada. Doping “scientifico” dato dalla somministrazione di sostanze lecite coprenti quelle illecite, frequente nei casi di doping di stato. E poi c'è un doping “etico” basato sull'uso ed abuso di medicinali leciti al fine di migliorare le prestazioni, eliminare affaticamento ed altro. In sintesi, è doping assumere nandrolone. E' eticamente riprovevole imbottirsi di aspirine o supposte che curano la lebbra se non si ha quella patologia. Sharapova ha usato un farmaco che cura malattie del cuore e il diabete, mentre era sana come un pesce. Sostanza che (sempre più studi lo dicono, basta leggere) copre la rilevazione del doping e che tante squalifiche sta portando in atleti russi di diverse discipline. E, non contenta, lo ha fatto anche quando è stato dichiarato illecito. Quindi dopata: legalmente, scientificamente ed eticamente. Ha confessato la colpa. Discorso chiuso. Di potrebbe anche archiviare e passare oltre, no?
Altro discorso è quello sulla la negligenza del suo staff medico. E sì che Maria potrebbe permettersi medici in grado di debellare ebola e Aids nel centroafrica e di essere sempre un passo avanti all'antidoping. Colpe che non attenuano di certo le sue, ammesse ed evidenti. Tranne successive mezze ritrattazioni che non fanno altro che rendere patetica una situazione di per sé imbarazzante. Masha ha vinto tornei, slam, fatto di sé un'azienda dagli introiti spropositati, guadagnato forse più del prodotto interno lordo del Burkina Faso. Il ritiro (tutt'altro che sicuro) di titoli e coppe e fuggi fuggi degli sponsor non può che scalfirne un'unghia laccata. Si pretenderebbe però almeno una dignitosa uscita di scena, dopo la confessione, stile Armstrong. Invece, al peggio non c'è fine.
Ciao Masha, che tu possa avere sempre il vento in poppe (rinsecchite), il sole ti risplenda...e possa insegna agli angeli come urlare strafatti di Meldonium.


domenica 21 febbraio 2016

PILLOLE ALLUCINOGENE DI ATP/WTA






Rafa Nadal, il morto è stazionario. Un tempo il più grande tennista di sempre su terra battuta i tornei minori sudamericani nemmeno li giocava. Avrebbe vinto in infradito e bendato, senza nemmeno smutandarsi. Ora è lì, rema, lotta, sbuffa, si lascia andare a esultanze gladiatorie che rasentano la patetica nostalgia, come un pugile suonato che fa il wrestler. O Berlusconi e Galliani che in tv dicono come il Milan sia il clØb più titolato al mondo. Perché dell'invulnerabile, imbattibile mutante terricolo con gli arti che si rugenerano per morfallassi come le code di lucertola, non c'è traccia. Depotenziato, vuoto, senza l'esplosività fisica dei tempi migliori. Il risultato è clamoroso: seccato su argilla rossa da giovani violenti (Thiem) o vecchie lenze mediocri (Cuevas), in lotta. Gli do tempo fino a Parigi, lì sapremo se Nadal staccherà la spina o rinascerà dalle sue ceneri.
Riecco Delpo. Mesi di dubbi, interrogativi, ipotesi, operazioni in serie, ipotetiche varianti tecniche per ovviare al polso sinistro ballerino, treno bianco di Lourdes come ultimo, drammatico, tentativo, ed ecco finalmente in campo dopo oltre due anni. A Delray Beach mi appare ovviamente titubante, accorto, attento a non strafare e forzare troppo il polso martoriato con scientifico utilizzo del rovescio slice. Tanto basta per battere buoni avversari da top 100 e arrivare in semifinale, arrendendosi solo a Jeffrey Dahmer truccato da The Mask (Querrey). Paradossalmente, per necessità, rischia di arricchire il suo grezzo bagaglio tecnico utilizzando il back di rovescio e limitaando gli estremismi mostruosi che l'hanno portato a vincere a Flushing Meadows. Il tempo ci dirà: A) se questo Delpo 2.0 sarà sufficiente per tornare a livelli di eccellenza. B) se è una situazione temporanea, prima di riprendere fiducia, partita dopo partita.
Tupac Kyrgios alla marsigliese. Dopo i balbettii di inizio anno in patria, ecco il crack del 2016, che irrompe in tutta la sua esplosività facendo i buchi nel parquet marsigliese. Frantumati Cilic e Berdych (ossia quelli che sono appena sotto gli intoccabili). A questo ciondolante rapper dall'atteggiamento e tennis pregno di tamarra protervia, non interessa niente di nessuno. Il che, avendo colpi fenomenali, può anche non essere un handicap. Confermo, farà il Master di fine anno. Se non lo arrestano prima per scippo di una vecchietta (Stepanek truccato da donna).
Il treno perso dalla gnappa Strycova. Ci sono occasioni, frutto di eventi fortuiti e irripetibili, che chiedono solo di essere colte al volo. Opportunità che il destino ti pone su un piatto d'argento. Trovare Sarita Padellara Errani nella finale di un premier sul veloce capita una volta ogni due vite. È come trovarsi di fronte alle elezioni Fassina. Puoi perdere solo se in pubblico dibattito ti dichiari un deviato ittico, a favore delle adozioni gay o di non voler sparare ai profughi di Lampedusa. Lei invece, matta come una cavallina imbizzarrita, fa un sorriso ammiccante e inquietante, di quelli che non sai se voglia sedurre o ammazzare e, dopo aver mostrato meraviglie magie contro Ivanovic e Garcia, risponde con sbocchi tennistici (e tutti i torti forse non li ha) all'abominio tecnico di Sara Errani, arrivata invece alla
finale dopo scempi e battaglie con impresentabili figure, Zhung, Shvedova o la regolarista fallosa Svitolina. Paradossi, il bello/brutto del tennis. Avversarie da Itf, con cui potrebbe dire la sua anche Bertina Brianti. La romagnola però ha una tigna che rasenta l'ernia al cervelletto. In particolare, assisto a qualche games di Errani-tal Brengle e sono colto da spasmi addominali, vertigini, stati di morte apparente. Sarà mica tennis, quello.
Il ruggito della leonessa sdentata Schiavone
Che azzanna il titolo a Rio de Janeiro. Risultato bellissimo, considerando le quasi 36 primavere della nostra campionessa ormai fuori dalla top 100. Ok, ma evitiamo trionfalismi. Kimiko Date a 44 anni era top 100, Venus a 36 è quasi top 10, Serena a 35 sfiora il Grande Slam. A Rio la nostra ha regolato in battaglia un manipolo di ragazzotte che negli Slam non giocano o faticherebbero a passare in turno. Lei che uno Slam lo ha vinto. Scremati gli entusiasmi patriottici, resta una bella impresa, perché la milanese gioca ancora un bel tennis ed è vittima della avvincente sindrome di Jimmy Connors. Malgrado i fili bianchi nei capelli e un rendimento lontanissimo dal passato, lei sembra divertirsi ancora. A Rio come a Parigi. Contro Stosur come contro tale Cindy Burger. Vuole mettere alla prova il proprio fisico e gode da matti a lottare, sudare e tirare palline. Per vincere uno slam, come per rientrare nelle 100.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.