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venerdì 14 aprile 2017

A RUOTA LIBERA (Closing, Cina, Milan, Trump, Binaghi, Federer, Morgan, De Filippi, Berlusconi, Raz Degan)



Sono, questi, giorni drammaticamente delicati, che i nostri nipoti studieranno a scuola percorsi da brividi lungo la schiena. Unabomber Trump che sgancia sull'Afghanistan la più potente bomba non nucleare di sempre? Attimi di imbarazzo anche per i filotrumpisti pur pacifisti gandhiani come il Di battista (che magari considerano Gandhi un fluidificante colombiano del Nacional di Maturana), eccitati per colui che aveva "spaccato tutto" (così ululavano con voce rotta e occhi sognanti) battendo Hillary. Tutti contri la Clinton, sostenuta dal turpe Renzi e quindi, per un superbo sillogismo da neomaieutica grill-dibbattistiana, brutta e guerrafondaia. Trump, invece, tanto buono e votato dalla gggente. Paura e brividi per le minacce dei coreani che esibendo missili nucleari si dicono pronti a una guerra? Sconcerto per l'ondata populist-fascista in Europa? Le Pen che nega olocausti, varie ed eventuali? Putin (che fa il Putin)?
Macché, il vero dramma si consuma a Mediasèt: Morgan cacciato da Amici di Maria. L'eccentrico artista scapigliato, che pure aveva aderito con entusiasmo al programma per pagarsi i debiti accumulati per eccesso si red bull, è stato considerato inadatto. Immaginate la scena: De Filippi, che ha scoperto Tina Cipollari, comunica al premio Tenco Morgan che dovrà fare il co coach della pesciaiuola Emma Marrone. Perché inadatto ad insegnare ed assegnare canzoni a un drappello di brufolosi aspiranti cantanti. Ora lancia ora strali contro un sistema che crea immondizia musicale ad uso di urticanti scimmie urlatrici bimbominkia fedezistiche. Per dire, una cosa di cui anche un Di Maio sarebbe a conoscenza. Apriti cielo, le lobbies defilippiane non ci stanno e minacciano querele. Ne vedremo delle belle, ma se Marco Castoldi in arte Morgan dovesse candidarsi alle primarie Pd, ci farei un pensierino.

Che dire poi, proseguendo con la politica estera, della splendida cavalcata di Raz Degan? Trionfa come naufrago solitario all'Isola dei Famosi. Annienta uno ad uno un cast d'inutilità folgorante. Spettacolo. Vince con l'89%: record assoluto. Segno che, ogni tanto e per questioni serie (mica insulse elezioni politiche), gli italiani sanno ancora votare bene.

Ma, in fondo, qui siam per discettere di tennis. E se non lo si fa è perché è stata una settimana di magra. Vedo/leggo solo qualcosa di interessante: un lussureggiante Lorenzi-Quinzi in quel di Marrakesh, tra beduini erranti e cammelli. Il vecchio e il nuovo del tennis tricolore. Oltre all'avvincente spunto generazionale, il confronto tecnico mi ha portato alla mente epici scontri tra Borg e Connors sulla terra verde di Forrest Hills. La spunta il Borg senese, ma il nostro Jimbo giovane si farà. Wimbledon è nel mirino. In Colombia va in scena il Sara Errani show: sconfitta in un match di semi-tamburello padel (da suicidio dopo 10 minuti) dall'altra arrotina Larsson, sciorina un campionario di orrori tecnici (ho contato 9 lanci di palla al servizio sbagliati in un game) e comportamentali (roba che Fognini sembra uscito da Oxford e, almeno, il ligure qualche buon colpo lo tira), da far accapponare la pelle. Niente drammi, sarà wild card a Roma. Invito quasi sicuramente negato a Francesca Schiavone, perché considerata "ormai vecchia" da illustri rappresentanti federali che l'hanno usata fino a pochi giorni fa. Tra l'altro, Schiavone la vegliarda (coetanea di Venus e qualche mese più anziana di Federer e Serena - non proprio a Villa Arzilla - ) la semifinale in Colombia la raggiunge pure. Ah, a quasi 47 anni, è pronta al rientro Kimiko Date.

Ormai siamo entrati nel tragico tunnel italtennis. Come trascurare allora l'ennesima pacchiana caduta di stile del capo supremo Binaghi? Federer ha scelto di saltare la stagione sul rosso, quindi niente Internazionali (il torneo più importante del mondo). E allora, il nostro eroe, trova il guizzo d'artista. Poco ce ne cale, io ho sempre tifato Nadal, afferma beffardo. E poi -  non soddisfatto, continua - Roma ha sempre dato dispiaceri allo svizzero. Che, sottointeso, mai li vincerà. Campione monco, senza Internazionali. Bisogna dare atto al pubblico romano d'essere abbastanza cresciuto in educazione dai tempi dei "devi morire" urlati a Borg o Lendl. Il motivo è presto detto: questi invasati, nazionalisti e provinciali, ultrà ora saranno nella cabina dei bottoni.
Altra notizia degna di nota: il vecchio scriba Gianni Clerici commenterà gli Internazionali per Supertennis, narrando - così leggo - aneddoti gustosi (le mutandine in pizzo di Lea Pericoli o lo svolazzante gonnellino di una trans peruviana nel 1927). Poco male. Il rischio di chiusura ingloriosa di una carriera da hall of fame, è forte. Temo, sbertucciato da giovani neo colleghi con la zeppola o strappati alla mezzadria. Come Morgan asfaltato da un Rudy Zerbi. 

Questo però, bando al tennis e alla politica estera spicciola, è il gran giorno dell'addio di Berlusconi al Milan. Che dire, scorrono nella mente nostalgiche immagini di trionfi, già vecchie istantanee di un calcio all'epoca futurista. Piaccia o meno, persino gli invidiosi (l'amore vince sempre sull'odio) non possono negarlo: ha cambiato il calcio in Italia: elicotteri, trovate kitsch, megalomanie degne di un magnate eccentrico e disturbato, ma soprattutto una squadra di immortali, non solo capace di vincere in Italia (poca cosa) ma di stravincere nel mondo, dominando. Non occorre citare record, coppe, successi in trent'anni che altre squadre blasonate sognano di accumulare in duecent'anni. Il cloëb più titolato al mondo. Nessuno meglio di lui. Scopre Sacchi, s'inventa Capello, lancia Ancelotti. Gli occhi da cerbiatto di Shevchenko prima del rigore a Manchester, le danze in punta di piedi di Van Basten, le scivolate di Baresi. La doppietta di Comandini nel derby dei record. 5-0 al Real, 4 al Barca fenomenale di Cruyff. Tremendo solo pensarci. Altri si affannavano nel campionato dell'italietta nell'eterna battaglia guardia e ladri, Moratti e Moggi, il Milan dominava nell'Europa a loro proibita. Berlusconi ha portato il Milan in cima al mondo, ci ha guadagnato, sfruttato e dato. Gli ultimi anni sono stati un calvario da tragicommedia sexy, colmo di deliri senili d'onnipotenza, ormai consunto dal ciarpame e dalla grottesca battaglia politico giudiziaria. Gli hip hip hurrà da frenocomio per condurre ai medesimi trionfi Paletta o Montolivo, l'attacco a tenaglia, satiriasi calcistica, il piercing al pisello come unico vezzo concesso ai giocatori, il 5-5-5, ingaggi di parametri zero con stipendi inferiori alle Polanco. Silvio, come trascurarlo, ha provato anche ad aggiustare l'Italia, strappando uno scialbo 0-0 (i suoi possedimenti quasi salvi) e un soggiorno vacanza a Cesano Boscone.
Mi rendo conto di aver scritto un post che pare suggerito dal figlio illegittimo di Pellegatti ed Emilio Fede, concepito durante la finale di Manchester, ma non si può trascurare la realtà. Persino Moratti ne riconosce i meriti, oggi. Il tempo è sempre galantuomo e presto sapremo cosa saprà fare la nuova proprietà cinese. Azzardo rimpianti per il guitto di Arcore già dopo un mese. E, forse, riusciremo nell'impresa di rimpiangerlo anche in politica, grazie alle sbalorditive trovate dell'imperante trumpsalvingrillismolepenista.
Il rischio del si stava meglio quando si stava peggio, è dietro l'angolo.

lunedì 3 aprile 2017

FEDERER DOUBLE SUNSHINE, HA PRESO IL TORO NADAL PER LE CORNA





Ok, faccio luce citando qualche numero con certosina perizia:
Roger Federer. Non so a quanti titoli è arrivato, slam, 1000, burraco, inizio stagione sfolgorante, sale a non so che posizione nella classifica, numero uno nel mirino.
Può bastare coi numeri, madre di tutte le scienze. Soffermiamoci invece sul vincente mix di leggerezza e incanto espresso dal Divino in questi primi mesi dell'anno di grazia 2017. Alla soglia dei 36 anni.
Dopo il trionfo a Melbourne, il nuovo-vecchio-immortale Roger Federer azzanna anche il "Double Sunshine", ed è lecito domandarsi fin dove possa arrivare. Dopo Indian Wells, ancor più straordinario il trionfo a Miami. Le riserve sono al lumicino ma tira fuori dal taschino magico la consueta classe contro le bombe (dementi) di Berdych e (selvagge) del riottoso scolaretto Kyrgios, ancora rimandato. 
Più complesse queste vittorie della finale in cui verga ancora Nadal, come la settimana prima nel deserto. 
L'impressione netta, tagliente, è che Roger abbia ormai preso le misure all'arrotatore iberico, trasformando quella che una volta era sfida quasi senza via d'uscita in una sadica rivincita punitiva.
Ci è voluto tanto, dieci anni più o meno. Com'è potuto accadere?

Si potrebbe disquisire a lungo su come si sia arrivati a questo punto. Se il braccio di ferro rovescio elvetico-dritto d'Iberia, dopo anni da incubo, ora sia appannaggio di Roger perchè Rafa è meno Rafa o perché Roger è più Roger. O ancora, se Roger è più Roger grazie al lavoro degli ultimi anni (la nuova bacchetta magica, sabrici di Edberg prima, il rovescio made in Ljubicic poi) o se il miglioramento sia più dovuto alla serenità mentale raggiunta. Se è nato prima l'uovo o la gallina. Vacue domande esistenziali, cui non si può che rispondere à la Cirino Pomicino: la verità sta nel mezzo.
Se vogliamo, si è portata a completamento una magia sovrannaturale che ristabilisce l'ordine naturale delle cose.
Preferisco vederla come un'avvincente corrida descritta da Hemingway, in cui si sublima tutta la tragedia della vita e della morte. Roger ha ormai afferrato l'orgoglioso toro sfinito per le corna.

Il resto, di fronte al dominante spettacolo di leggerezza elvetica, è contorno. Nadal, sufficiente, ci prova, sbuffa, urla ancora più forte come a voler spingere una palla che non viaggia, abbassa il capo e dichiara che deve lavorare sodo per cambiare le cose. Amen. Nole e Murray sono a fare il tagliando in qualche officina. Wawrinka buono a Indian Wells, ma niente più. i giovani crescono ma non abbastanza per la consacrazione.
Posto che la "Next Gen Race" sembra un'altra, inutile, cazzata dell'Atp. Lo sanno da anni anche gli orbi (e forse pure i grillini): in rampa ci sono Kyrgios e Zverev, col primo che a Miami la spunta di misura in un bel quarto. Il primo più solido e (in prospettiva) continuo, il secondo più selvaggio e carismatico, enormemente più divertente da vedere (e spesso ingiustamente demonizzato). Per ora, avendo due anni in più, prevale l'aussie. Una cosa però, colpisce per la sua paradossalità: rispetto a due anni fa, quando Nick il truzzo batteva Federer a Madrid, l'ultratrentenne svizzero si è migliorato, il giovanotto sembra ancora al palo, mostrando più o meno gli stessi pregi/difetti.

Due parole sulle donne? Anche no. Titoli a Vesnina e Konta. Basterebbe questo. Senza Serena e in attesa che Masha risorga dalle sue ceneri (di Meldonium), la Wta è ad un livello di quasi non ritorno: würstel Kerber alla sagra del crauto, Radwanska fantasma impalpabile, Pliskova zombie senz'anima, Halep a pedali.

Capitolo italiani. Al palo tutti, sarà l'aria di Miami fra trucidi e Bobi Vieri sboccianti unita a tabellone da Pasqua epifania, spunta un ottimo Fognini che afferra la semifinale in California. Tabellone facile, ok. Sushi Nishikori a tocchi, ok. Ma spesso queste partite le perdeva, quindi bravo a sfruttare l'occasione. Ridicoli solo i trionfali commenti nella banana republic italiana. "Storia", "Miracolo", "Leggenda". Cristopietà. Per non parlare della provinciale ridicolaggine nello specificare "prima semifinale di un italiano in un mille sul veloce". Mai vista tanta enfasi da quando l'uomo è sbarcato sulla luna.
Peggio tra le donne. Vinci presa a sberloni da Taribo Townsend, qualche spasmo vitale di Errani pronta a tornare nei posti che le competono (top 100, forse 80). Giorgi ai box, ma Lele Mora è fiducioso: il fidanzato, presto o tardi, arriverà.

lunedì 27 marzo 2017

KOHLI, NADAL, BAGEL, SBERLEFFI E SCONFITTE



Sarà stato il 2010 o il 2011, a una certa età la memoria si fa labile. Ricordi sbiaditi di un epico suicidio/turpe omidio del "Picasso" Petzschner sul Centre Court di Wimbledon. Il tempio del tennis.
Intendiamoci, di fronte aveva il miglior Nadal, non certo quello che su quei prati sarà poi ghigliottinato da testa di lampadina Darcis o Dustin rasta Brown. Quel giorno il diavolo di Manacor fu leziosamente ischerzato per tre set dal surreale pittore imbianchino tedesco. Ispirato come non mai, il Pecce, nello scrivergli "marameo" sul volto tirato, prima di un back radente o smorzata d'invereconda bellezza. Meglio fermarsi a quei tre set, perché il resto (gaglioffo abuso di potere e medical time out di Rafa e tradizionale resa del funambolo di Bayreuth) somiglia a una strage degli infanti, alla classica, funambolica, fatale sconfitta in salsa picassesca.
Eppure, terminato l'eccidio, con immaginario imbuto in testa, rivelai ai discepoli: "Arriverà il tempo, presto o tardi, in cui Richard Benson farà più spettatori di Fedez, che a Miami o Margherita di Pula, un Picasso o un Kohli, stenderà Nadal rifilandogli un simbolico doppio bagel".
Ci sono voluti anni, non è l'ormai ei fu Picasso, ma eccoci. Sul centrale di Miami Beach immagino il Kohli in camicia hawaiana e short mare fucsia catarifrangenti, sviolinare sapienti rovesci che lasciano Rafa di sasso. Il maiorchino, poche ciance, non è certo quello orridamente fenomenale di qualche anno addietro. Copia sbiadita, che prova (e ci riesce) a rimanere a galla con tutto quello che gli resta. Non sarà il prodigioso braccio di Federer ma è l'indomito coraggio.
Eppure il Kohli passeggia a testa alta, con quella faccia un po' così di chi non sa nemmeno dove si trovi. Sguaina rieposte e colpi al fulmicotone, con occhiali a cuore da Lolita, sorseggia un mojito al cambio campo. Poi chiede al garzone se ha un panino con crauti, würstel e papaia. Rafa è incredulo, schiaffeggiato, sulle gambe. Impotente, frustato e frustrato.
Che meraviglia, il Kohli. Bombe di servizio e ravesci a una mano come una lama che taglia il campo burroso. E via, una smorfia surreale di compiacimento, tra gli "ohhhh" del pubblico, ammirato o preoccupato dal Rafa alle corde, spaesato.
Il papero teutonico completa l'opera per un prodigioso bagel. 6-0 che rimarrà nella storia come simbolico trionfo dei perdenti fini a se stessi. Che vale più di 12 slam. 
Sin troppo banale, sciocco, credere che potesse finire con un altro 6-0 o 6-4. Niente. Lo spiaggiante Kohli inizia financo a pensare di essere un tennista vero. È quello l'errore fatale. Arretra, mentre Rafa prende campo in modo animalesco e chiude 6-2 6-3.
Tutto tragicamente, meravigliosamente, orrendo.

venerdì 17 febbraio 2017

FED CUP, MACERIE D'ITALIA. Il BUFFO CASO GIORGI

"Un bravo politico pensa alle future elezioni, uno statista alle future generazioni", non ricordo chi lo disse, forse De Gasperi, Vito Crimi o Di Maio. Calza a pennello comunque per quanto accade nella gestione del tennis italiano. Ok, dirà il saggio: "che minchia c'entra questo vaniloquio su statisti e politici in quello che è un autentico califfato?". E avrebbe ragione.
A porre sordidi dubbi sul futuro del tennis tricolore dopo la sbornia di successi in Fed Cup bastonando nazioni che (sciocche) pensavano al futuro schierando giovinette, ed estemporanee fiammate negli slam di Pennetta e Schiavone, si rischiava il linciaggio. Scomunica papal binaghesca inflitta da severi (non meno che comicamente pedanti) gerarchi a suon di piccatissime mail di protesta nelle redazioni di siti per cui scrivevo da ubriaco (senza averli mai letti, causa raccapriccio), carcere da scontare nelle segrete federali, frustati ogni giorno, vittime di severe pene corporali e spirituali (spumeggianti visioni di Fognini nella trionfale estate tedesca).
Eppure, era sotto gli occhi di tutti. Dietro alle moschettiere spremute fino al midollo, solo il vuoto più assordante. Pennetta ormai impalmata e gravida, Vinci che fa un'altra stagione dopo aver a lungo meditato sul "mi si nota di più se smetto o se continuo un altro anno?", Errani in condizioni psico fisiche imbarazzanti (la tecnica resta quella). In panchina due spaesate ragazzine in gita (Trevisan, 24 anni e Paolini, 21) che hanno l'età di chi vince già slam ma non hanno mai giocato fuori dagli Itf e guai a darle una wild card a Roma. Non sono pronte.

La  tragicomica sconfitta con la modesta Slovacchia è lo specchio lampante di tutto: Ancora aggrappati a una Schiavone coetanea di Venus ma da almeno quattro anni impegnata a remare nelle retrovie come comprimaria, letteralmente schiantata e umiliata da una ventenne ragazzona slovacca (tale Sramkova) che spara e gioca a tutto campo in modo splendido. Noi una così non ce l'abbiamo, lungi dal pensarci quando le moschettiere illuminavano la patria.
L'attempata leonessa sdentata prova in tutti i modi a tenerci a galla, ad addentare la preda con le dentiera, fino al penoso tentativo d'intimidazione. Bassezze  degne di un Connors perdente.
Tremendo, imbarazzante. Come il suo tentativo di aizzare un pubblico per metà imbalsamato, il resto composto da sagome cartonate e dal duo Pietrangeli/Pericoli.
L'Italia femminile non ha futuro e nemmeno l'ombra di una possibile top 100 sotto i venticinque anni. Ormai sull'orlo della serie C qualcuno dovrebbe resettare tutto e ripartire da zero, al costo di perdere dal Botswana. Ma, purtroppo, temo si cercheranno altre vie: recuperare Errani o Vinci (entrambe no, che hanno bisticciato per gli alimenti o non so cosa), convincere la Pennetta partoriente a un eroico rientro o, perché no, spingere Lea Pericoli al ritorno clamoroso. Gioca ancora Kimiko Date, perché non Lea bardata di pizzo? Immagino questi siano i pensieri più illuminati e volti al futuro del nostro Califfo. Tenderei ad escludere iniziative follemente indipendenti del neo capitano dall'insopportabile vocina stridula.
Eppure, tra la generazione delle "fenomene" crescute tennisticamente in Spagna e il cosmico nulla del futuro, qualcuno sperava di vivacchiare con una generazione di mezzo comunque competitiva. Ma di Errani si è detto, Frigorifero Knapp ha grossi problemi fisici al congelatore, Giorgi è stata epurata.

Capitolo a parte merita la divetta marchigianoargentina. Sulla querelle tra lei e la Fit, ammetto di non avere una posizione ben precisa e tenderei a tifare asteroide bevendomi una birra. Una cosa però è evidente: a Giorgi la  nazionale non interessa, essendo l'emblema di un individualismo quasi autistico. All'Italia in crisi, Giorgi top 70 servirebbe per restare a galla. Quindi, ragionando in modo utilitaristico, un passo verso l'altro dovrebbe farlo la fit.
Sulle tremebonde contraddizioni insite in Camila Giorgi, si è ampiamente detto. Neppure occorre continuare a porre l'accento sui grotteschi limiti tecnici e caratteriali della nostra bambola assassina, la demenzialità tecnico-tattica, l'ambiziosa convinzione di poter battere lo spazio-tempo con una racchetta. Sarebbe come continuare a vaneggiare di democrazia coi 5stelle. Pazzia. Tantomeno si può seguitare a blaterare di un nuovo tecnico al posto di Frankenstein Sergio. L'infelice creatura anaemozionale ne morirebbe, cadendo in pezzi. Anche perché, il problema potrebbe essere risolto a breve: Camila ha ingaggiato Lele Mora (agente delle Dive, starlette, veline, Fabrizi Corona, bungabunga, ex gieffe e olgettine), che dopo aver scontato i suoi errori in galera, è ritornato in campo. Straordinario. Finalmente Lele riuscirà ad insegnare a Camila il sapiente utilizzo del back di rovescio? Punterà sull'utilizzo estemporaneo del giuoco di volo?
Cazzate. Banalità del secolo scorso. A Camila, leggendo le testuali parole del suo nuovo guru, ci vuole un fidanzato tipo Magnini con la Pellegrini. Come non rimanere ammirati da simile disamina dell'impresario delle Dive? Va al fondo del problema, tralasciando le quisquilie. Solo lui può fare della nostra, alfin, una star ad ampio respiro internazionale. Intanto, il grande Lele detta la linea. Qualche miglioria tattica già si nota. Basta andare sui profili social della numero uno in pectore. Scatti ammiccanti, seducenti quanto una Virginia Raggi in guepière (a sua insaputa) o un topo terrorizzato dal gatto. Ma si sa, la nostra Diva è così, contiene in sé le contraddizioni dei più grandi: sferra roncole sovrumane con lo sguardo basso di un chiwawa bastonato, sfoggia maliardi selfie in abiti succinti col piglio di chi è preda di spasmi intestinali in ascensore. Lei, così timida al limite del disadattato, da non voler partecipare nemmeno ai festeggiamenti post vittoria in Fed Cup a Brindisi, ora è lanciata verso le copertine di Sports Illustrated (o Focus).
Perché tutto ciò, mi chiedo? Cosa posso saperne io, al cospetto del formidabile agente? Lui sa. 
E via ai casting per l'aspirante al trono. Fognini ha già dato. Così come il gladiatorio Seppi, che sarebbe stato perfetto anche per via di una pigmentazione affine. Qualcuno si è spinto a ipotizzare una liason col formidabile Adelchi Virgili: i due potrebbero generare l'essere del futuro. Una "cosa" capace di vincere Wimbledon alla playstation o un concorso sulla poesia esistenzialista. Lele però storce il labbro, punta a uno sportivo dall'allure internazionale. Si pensa subito a Tomic. Con lui sarebbero garantite pagine di gossip su una storia tormentata e maledetta, stile Pete Doherty e Kate Moss (il chiwawa di Kate). Wawrinka ha già dato con una ninfetta più caruccia, giovane e di maggior prospetto. Poi il guizzo: sondata la situazione di Mario Balotelli, che però dopo la Fico ci va coi piedi di piombo.
Non si perdono le speranze. Un Magnini uscirà fuori anche per la nostra. E da lì social che impazzano, selfie come piovessero, gossip, copertine: la nuova Pellegrini. Poi la sbornia passa e uno si domanda: ma perdio, la Pellegrini quando va male è tra le prime quattro al mondo, questa ne ha davanti una settantina per bravura (forse anche di più per avvenenza). Insomma, non è Sharapova, ma nemmeno Bouchard o Kournikova. Deve prima vincere Wimbledon, almeno il wta di Dubai. Insegnamole un back di difesa, perdio. Sbagliato, il guru delle showgirl ci dice che è irrilevante, che partiamo dal punto di partenza sbagliato, il tennis è secondario. Per Camila ci vuole una sola cosa: il fidanzato glamour.

lunedì 30 gennaio 2017

SUA DIVINITA' IMMORTALE ROGER FEDERER








Era scritto nelle stelle, in qualche remota galassia o buco di culo metafisico, finisse così.
Immaginate che non siano mai esistiti anni di Federer-Nadal, vittorie, sconfitte, nemesi tennistiche, tragicomiche faide tra pretoriani iberici e monarchici elvetici, arzigogoli tecnici, fantascientifiche disquisizioni balistiche, squinternati teoremi filosofici basati sull'inoppugnabile nulla che è una partita di tennis, deliri di improvvisati psicologi volti a spiegarci l'imponderabile. Dimenticate tutto. Prendete una pillola che azzera la memoria e proiettatevi sulla Rod Laver Arena durante la finale di cui ignorate anche il punteggio. Basta godere di un vibrante scambio che racchiude la rara sintesi, film muto della loro rivalità.
Scambio a tutto campo, stoccate pulite che suonano come note tzigane da una parte e riff metal, mostruosamente arrotati, dall'altra. Federer schiocca dritti in sospensione, l'esuberante toro iberico sbuffa e arpiona un incrocio di difesa trasformandolo in attacco, poi un altro. Roger accetta con spavaldo orgoglio la diagonale in cui il suo rovescio impatta il mefistofelico uncino di Nadal. La pietra dello scandalo, curva ammazza-svizzero su cui per anni si è dibattuto nei migliori manicomi stracolmi di esperti della racchetta e leccatori di rane allucinogene (che spesso coincidono). L'arma, quel tremendo parabolone arrotato di dritto a uscire, che ha fatto di Rafa il fantasma killer di Roger. Qualcuno (io) immaginava e sperava che l'assente elvetico assumesse prima o poi le rassicuranti sembianze di Jack Nicholson in "Shining", con accetta in mano.
Si conoscono a memoria i due, quasi come le divine Williams da paystation, che il giorno prima parevano schiaffeggiarsi, teneramente cruente, su un campo in cemento armato del Bronx improvvisamente diventato l'Operà parigina in Australia. 
Pazzesco quello che accade sulla Rod Laver Arena. Chi doveva dirlo al vecchio Rod che cinquant'ant'anni dopo le sue volate con racchette di legno, in un'arena a lui intitolata sarebbero piombati sul campo due marziani capaci di giocare in quel modo. "Normale". Come se dopo venticinque scambi fosse davvero normale il rovescio spaziale in sospensione con cui Federer muta l'inerzia dello scambio, portando l'avversario sulla sua diagonale prediletta. 
Ecco che, se la pillola per farvi dimenticare tutto ha ancora effetto, vi domanderete: ma sicuro che quella storia del tenero rovescio di Federer in affanno contro il maglio nadalista, non sia una puttanata colossale? una fakenews di stampo grillotrumpiana? O stavolta davvero qualcosa è cambiato?
Il pubblico segue in religiosa apnea. Xisca Nadal, stralunata, con occhio sognante guarda quello spettacolo di danza gladiatoria e pare non capire nulla. Forse non capisce nulla davvero, dolcemente. Mirka, svestito il tragico pigiama rosa flanellato indossato solo per destabilizzare Wawrinka, tiene le grassoccia dita incrociate, mentre alle sue spalle una ragazzotta sovrappeso (da quale manicomio elvetico di massima sicurezza è evasa?) sembra perdere conoscenza.
Dov'eravamo rimasti? Ah,  certo. La pallina sospesa nell'aria, il demonio Rafa nell'angolino, piegato su tendini violentati da anni di martirio fisico, lascia partire un rovescio di disperata difesa, incrociato e velenoso, destinato a schizzare via diventando vincente. Federer però intuisce o si accorge con la coda dell'occhio, anticipa e balza come un gatto sulla sua destra. Ha la pallina impazzita di rotazioni finalmente sul dritto. Una frazione di secondo in cui scorrono anni di rivalità. Senza contare altri pensieri. Ma quanti cazzi ce devo ave' pe' la testa (cit.), si dirà. Rifletterà, il ragazzotto, sui saggi consigli di Flavia Pennetta. "Fai come me Rogi, vinci e poi smetti!". Fenomenale. Suona appena meno grottesco di una Raggi foriera di consigli a un Churchill. Scanu che suggerisce una nota a Plant. Ma non divaghiamo, il momento è cruciale. Lì ed ora, si decide la pugna. La decisione da prendere in un batter di ciglia, un lampo che ti abbaglia gli occhi. Già visto, previsto, riletto in estenuanti narrazioni omeriche della rivalità elvetico-iberica: provare un folle vincente o sgonfiare a pallina per prendere il campo? Il rischio di sbarellare in un attacco disperato, o offrire una palla morbida col pericolo altrettanto alto che il mancino satanasso affondi gonfiando i bicipiti e urlando "vamos"? E' la trappola che lo ha stritolato per anni nella morsa maiorchina. Razionalità o istinto? Qui c'è il malinteso di fondo, perché quello che per gli umani è folle istinto, per Federer è razionalità. O semplicemente fa quel cazzo che gli viene in mente. Piomba come un felino sulla pallina e piazza il siderale dritto lungolinea vincente. Lì, nel mezzo del quinto set, mette le mani sul leggendario Slam numero 18, mentre si avvia ai 36 anni, tra pianti, esultanze e musiche celestiali. Onore a un grande Nadal che, sarà rincoglionimento senile, mi aveva entusiasmato con Dimitrov.

Ovviamente si tratta di uno scambio inventato, o avvenuto realmente, poco importa. Il resto, la nuda cronaca di quello che è senza dubbio l'incontro più importante di questo secolo, è sotto gli occhi di tutti. Match bello, non bellissimo, tra i due redivivi eroi del recente passato. Tecnica contro agonismo, danza contro lotta greco romana.  Ed è proprio questo ad aver creato l'alchimia di una rivalità unica, zeppa di incocci tecnici, riflessi psicologici, diabolici incastri, inesistenti contromisure. Negli anni si è però verificata un'evoluzione in entrambi. Federer è giunto in Australia tirato a lucido. Arriva sulla palla in modo brillante, sciabola di rovescio senza timori. Nadal è rinato fisicamente e tecnicamente come mai avrei pensato. Ma proprio mai. Non è più solo il clamoroso incassatore degli esordi ma, anche per necessità, ora prova soluzioni d'attacco, accorcia gli scambi. 
Si assiste alla solita altalena di emozioni. Sale Federer, scende Nadal, e viceversa. Un set per parte, prima di arrivare al quinto, come nella sceneggiatura di un film esistenzialista francese nella cornice da kolossal americano stile Ben Hur. Lo svizzero arranca, provato e terreo in volto, sotto di un break sembra sul punto di cedere, prima della fiammata d'autore, la gloria e le lacrime, così diverse da quelle del 2009 quando (ora che la pillola della memoria ha svanito il suo effetto), il vecchio Federer veniva considerato finito.

mercoledì 25 gennaio 2017

IL TENNIS, UNO SPORT PER VECCHI





Facendo le piccole e medie abluzioni mattutine, mi è venuto un flash. Una ponderosa, non meno che puntigliosa, riflessione antropo-fisic-socio-psico-tennistica. L''Australian Open 2017 potrebbe regalarci due finali tra gli stessi protagonisti degli ultimi 15 anni tennistici (forse venti):
Federer-Nadal e Serena-Venus, manco fossimo nel 2006.
Forse non accadrà, perché tante, troppe, sono le variabili, agguerritissimi gli avversari, ma solo la possibilità che accada mi porta ad un'altra constatazione. Anzi, due:

La prima è che il tennis ormai è uno sport per vecchi. Basta vedere l'età degli otto semifinalisti dei due tabelloni. Tra le donne Venus ha 36 anni, Serena 35, la sorprendente Lucic-Baroni (in semifinale dopo 14 anni e mille traversie fisiche e umane in primis) 34, con l'unica infiltrata, la giovanottona yankee Vandeweghe. Tra gli uomini, Sua Divinità Eterna Federer ha compiuto 35 anni, Wawrinka 31, Nadal va per i 31 e, anche qui, unica eccezione quel Dimitrov eterna promessa inespressa. Lampante come nel tennis, ma nello sport in genere, l'età media di chi riesce ancora ad essere al vertice, si è alzata di tre o quattro anni rispetto a quanto avveniva fino a venti anni fa. Un po' è dovuto alla medicina, gli allenamenti e la meticolosità sempre più scrupolosa, una specializzazione che avvantaggia i trentenni rispetto alla gioventù ancora improvvisata degli acerbi ragazzi in ascesa. A 17 anni un tempo vincevano Wimbledon o il RG, ora faticano a vincere un turno nei futures. Zverev le busca ancora da un buon Nadal. Kyrgios, non ne parliamo. Avviene nel tennis, nel calcio, nella vita quotidiana.
La seconda riflessione si distanzia dalla precedente, di carattere generale, ed è peculiare del tennis. Vedere ancora Nadal e Federer all'inseguimento della finale, dimostra come non ci sia mai stata una generazione di mezzo tra i veterani e i ventenni capace, se non di primeggiare, di puntare ad uno slam. Se cadono o rallentano Murray o Djokovic, si torna all'usato sicuro degli immarcescibili Federer e Nadal. E' un esempio Dimitrov, considerato ancora una promessa, bamboccione diciottenne, quando in realtà va per i 25 anni (età in cui Borg e McEnroe avevano dato i massimo e non avrebbero più vinto slam).

Ok, esaurite le semiserie cazzate, veniamo alle purissime minchiate, dando uno strabico sguardo alle semifinali.

Donne
Serena-Lucic-Baroni. La favola della serba, autentica rivelazione, si schianterà contro il muro Serena? Penso di sì. Miriana è in fiducia clamorosa, ma Serena, pur senza brillare, ha lasciato le briciole alle avversarie.
Venus-Vandeweghe. Derby americano generazionale assai interessante. Quasi commovente Venus, ha incantato per due settimane, lasciando sul posto giovani virgulte, esprimendo un tennis di sublime arrembaggio. Ultimo ostacolo per lei la giunonica Scud Coco, che ha fatto le bozze ai campi infuocati di Melbourne. Giocando come contro Muguruza e Kerber, la giovane può puntate a vincere il torneo spaccando anche la coppa. E' in fiducia e non ha niente da perdere. Una fiche sull'intramontabile Venus però, a 2,50, la giocherei.

Uomini
Federer-Wawrinka. Derby svizzero avvincente. Federer non conosce umana vecchiaia e volteggia ancora come Barysnhikov sui campi duri. Più che le meraviglie tecniche che non possono (esclusi orbi o chi è stato picchiato da piccolo) non ammaliarti, lasciarti senza fiato, a stupire è la sua motivazione, feroce volontà di restare ai vertici del suo sport. Una lotta in primis con se stesso, non con gli avversari, che non esistono. Al limite è una sfida che lancia al tennis, che si riassume nella sua figura. Quindi, combatte con se stesso. E' bestiale, più dell'agonismo di un Nadal. I bookmakers (sbagliando), lo davano sconfitto con Nishikori. Forse sbagliano ancora a darlo leggermente favorito contro Wawrinka. Il nostro butterato lo conosciamo. E' simpatico quanto una colica renale (contro Tsonga ne ha dato ampio sfoggio), ma negli slam è una bestia furibonda. Si esalta nella lotta animalesca, e per me parte appena favorito. Spero ovviamente nel contrario, ma sarà uno di quei match da gustarsi, dalla prima all'ultima pallina.
Nadal-Dimitrov. Altra semifinale lussuosa, interessante per via dei diversi stili dei due contendenti. Ora, Nadal dei tempi migliori si è spesso rivelato bestia nera di Federer al suo massimo. Questo Nadal buono ma ancora lontano dal migliore, può battere una copia allampanata di quel Federer stellare, quale è Dimitrov? Di certo è l'occasione della vita per il bulgaro. Dentro o fuori. Vittoria o muerte, trionfo o ancora nel limbo. E' in una condizione irripetibile, ma se pagherà questa tensione e il match si rivelasse una questione di uevos più che di colpi, la potrebbe spuntare il maiorchino.

sabato 21 gennaio 2017

AUSTRALIAN OPEN 2017 - OTTAVI, BILANCI E SCOMMESSE





Rieccomi a voi, empi, dopo mesi di latitanza in giro per il sudamercafricasia come il nostro adorato futuro Premier Ale Di Battista (non oso prevedere futuro più logico per questo paese). Mesi di autostop e avventure tra le steppe, mangrovie, in lotta con narcos, indigeni e temibilissime anaconde ammazzate a morsi. Da questo viaggio nascerà un immortale romanzo d'avventura pieno di spremute di vita  (e di palle), sulle orme del faro Dibba.
Ma bene, Australian Open al giro di boa dopo un'infuocata settimana piena di match tirati, sorprese e (a tratti) bel giuoco. Tra gli uomini, fuori Djokovic, i favoriti sono tutti nella parte alta. In basso solo Cesare Ragazzi Nadal. Analizzo la griglia dei due tabelloni, appena delineatasi


UOMINI

Murray-M.Zverev. Il numero uno più anonimo dai bui tempi di JC Ferrero verso lo scontato titolo, contro il più debole, vecchio e leggero, dei fratelli Zverev (per me il più bravo e divertente, ma è un altro conto). Prevedo massacro scozzese, col delizioso Mischa, rinvigorito dalla vicinanza al giovane fratello, strenuamente impegnato nel portare il match ai 30 giochi. Over 27,5 giochi può entrare.
Federer-Nishikori. Ottavo che vale una semifinale. Nella lezione ferocemente solluccherosa inflitta a Berdych, il vecchio Roger ha fatto provare antiche erezioni anche agli angeli asessuati. Ormai è così, occorre prendere tutto ciò che viene, sperando sia in quelle giornate in cui può perdere da pochi che somigliano a nessuno. Con questo tabellone però, per vincere il torneo serve un'impresa da mitologia greca. Con Nishi è tutto maledettamente diverso. Il nippo è meno appariscente ma più regolare, intelligente, costante, della pertica ceca, e se Sua celeste divinità dovesse calare un centimetro rispetto a venerdì, lui è pronto. Dico Roger in tre o quattro, Nishi al quinto, per ovvie, banalmente grilline, motivazioni: "laggente tengono fame, i politichi rubbeno e i personi invecchieno".
Wawrinka-Seppi. Svizzero secondo favorito del torneo, non dovrebbe avere problemi col lodevole Seppi. L'atesino è affidabile come un buon merluzzo bollito quando hai l'influenza. A Melbourne, mentre gli altri fondono, lui lessa procedendo della sua andatura compassatamente orrenda. Scoppia Kyrgios (Gesù), si squaglia Darcis, resta lui, paonazzo e assente. Memori dell'eroica battaglia romana, col gladiatorio Fabio Massimo Seppio Undicesimo vittorioso su Stan, qualcuno avanza aspettative forse eccessive. In condizioni normali, il nostro atermico gladiatore proverà a strappare un set, già molto portarlo al tiebreak.
Tsonga-Evans. Scopro che il buon Tsonga è ancora vivo, e sembra persino in palla. Contro il cavallino pazzo inglese (brioso come una 7up dopo una sbronza), dovrebbe venirne fuori un match naif, allegramente inutile, ma non banale. Tsonga in quattro, o tre tirati.
Monfils-Nadal. Qualche anno fa ne sarebbe uscito un match di rarissimo raccapriccio difensivo, coi due spalmati ai tabelloni come salamandre, intenti a riprendere l'impossibile grazie ad acrobazie circensi lacera tendini (e palle di chi vede). Ora, complici i tedini (appunto) logori o sostituiti con protesi in vetroresina, i due anno cambiato un po' atteggiamento. Nadal, in attesa che gi cresca un ciuffo da Little Tony, è un altro rispetto allo scorso anno. Forse ancora poco per vincere sul "veloce". Match non così scontato. Se non ha recuperato dopo le fatiche per arginare il virgulto degli Zverev, rischia. Over e forza asterode.
Bautista-Raonic. Confronto di stili diversi, attacco storto da un lato, difesa mortale dall'altra. Dico Raonic, ormai vicinissimo ai top.
Thiem-Goffin. La generazione dei giovani non più giovanissimi, dotati ma non troppo, forti ma non top player. Non mancherà il bel tennis, geometrie da una parte e violenza dall'altra. Dico Thiem, ma è un match assolutamente alla pari, che puà girare per un refolo di vento.
Dimitrov-Istomin. Il bulgaro rischia di prendere la pensione di vecchiaia continuando ad essere considerato "una promessa". Il piccolo Federer (che potrebbe smettere anche prima di Roger), dopo l'anno orribile 2016 sembra essersi messo di buzzo buono e in una parte di tabellone clamorosamente desertica confezionata da Babbo Natale, ha la finale nel mirino. Istomin Terminator non solo fa fuori Djokovic, ma passa la prova del nove battendo l'ostico Carreno dopo un'atra maratona. Difficile che stia ancora in piedi. Per perderci, Dimitrov deve davvero inventarsi qualcosa di leggendario.



DONNE

Kerber-Vandeweghe. L'americanona tira forte, serve come Tanner. Per vincere deve trovare una prestazione immacolata al poligono (in lacerante movimento): prenderla in fronte, fortissimo.
Cirstea-Muguruza. March buono per gli onanisti orfani della Ivanovic (una prece e buona vita). Pensate a un comizio di Trump, leggete un tweet pregno di consecutio sublimi di Di Maio, guardate Salvini in dopo sci ospite alla prova del cuoco, guardate una telepromozione di Predolin. Insomma, dopo anche Muguruza-Cirstea vi sembrerà bellissimo incontro.
Barthel-Venus Williams. Mona, malgrado quel nome che rimanda a Tinto Brass, l'acne e un'espressione afflitta da giovin crucca in vacanza a Riccione alla ricerca di italica verga, gioca bene. Fa viaggiare bene la pallina. Ma non si può andare contro Venus, una statua vivente.
Pavlyuchenkova-Kuznetsova. Derby russo interessante, pieno di chili e talento divorato come le ciambelle. Vince chi ha mangiato meno (un vitello da latte intero a colazione, invece dei classici due).
Pliskova-Gavrilova. Non che la ceca sia emblema di costanza, ma la corsa della svampita isterica russoaussie Gavrilova sembra arrivata al capolinea, sotto i colpi della contessina di Valacchia.
Brady-Lucic-Baroni. Ottavo che avrebbe dato lustro all'itf di Buccinasco. Prendo la Lucic per l'esperienza.
Makarova-Konta. Immaginate la Konta che si appresta a servire con movenze di cigno colto da ictus cerebrale e il faccino contrito da ottantenne della Makarova pronta a rispondere. Fatto? Ok, potete drogarvi in pace o girare canale.
Strycova-Serena Williams. Che peccato, un ottavo che avrebbe potuto essere tranquillamente una finale. Barbora mai così in palla, ha l'argento vivo addosso. Ha aggiunto condizione fisica, serenità e sicurezza al bagaglio tecnico da sempre pregevole. Serena però è Serena. E a Melbourne non sta facendo sconti a nessuno. Certo, dovesse addormentarsi un po', chissà.

lunedì 7 novembre 2016

IVAN LENDL, L'ORIGINE DEL MALE





Sarò breve, conciso e circonciso come Doni Gesualdi da Scasazza: finale di stagione tennistico frizzante quanto un film francese sul suicidio di un pianista sordocieco che suona per due ore le inebrianti melodie di Allevi, impreziosito dal cambio al vertice Atp. Murray scalza Djokovic e diventa il ventiseiesimo numero uno al mondo. 
Su Twitter arriva anche l'investitura di Sua Immortalità Augusta Federer, quindi la vicenda assume i connotati dell'ufficialità. 
Ci sta, cosa vi aspettavate? Che Miloslav Mecir a 52 anni tornasse a giocare battendo Djokovic? Che sbucasse dal nulla un sedicenne volleatore di Cinisello, mix tra Pat Cash e Gianluca Pozzi? No, è tutto in linea con l'attuale quadro di degrado soporifero, meno divertente di un documentario sull'accoppiamento delle locuste afgane.
Tempo fa mi divertì molto invece leggere sui social uno di questi pomposi (molto convinti) letterati della pallina, cianciare di Murray come il Ringo Starr dei Fab Four. Ora, originale ironia a parte (le risate matte), la teoria si presentava come una cazzata sparata al vento, trascurando come il presunto Ringo Starr non era lì per caso, ma avesse già sporadicamente suonato Lennon, McCartney e Harrison, vincendo financo un par di Slam. Non stonacchiava certo "With e little help from my friend" guardato con un pizzico di commiserazione dagli altri tre. Necessitava solo di costanza per diventare numero uno. E pazienza, molta pazienza. Quella che ebbe il suo maestro Lendl ai tempi, nell'aspettare che Connors invecchiasse, Borg s'imbattesse nella Bertè e Mac nella figlia di Ryan O'Neill. Ringo Starr non c'entra un cazzo.

Murray, pur meno perdente del Lendl degli esordi, come lui è stato bravo negli anni a non mollare, finendo ricoverato in un centro d'igiene mentale scozzese, o ammazzare la soffocante madre, ma a migliorarsi e aspettare come il cinese sulla riva del fiume. Lui, o chi per lui, ha capito come per prevalere nell'attuale tennis non conveniva puntare sulla volée o sulla smorzata, estroso bagaglio che implicitamente possiede, ma puntellare altri aspetti: solidità e resistenza fisica. E attendere che il resto lo facessero le ferree leggi della natura o del fato, come all'epoca del ceco fu per Borg, McEnroe e Connors: Djokovic dopo aver completato il career Grand Slam a Parigi si è sgonfiato, Wawrinka è un purosangue da grande classica e non da classifica finale, Federer resta un monumento ferito, Nadal ormai viaggia a due candele e nelle retrovie non si scorge nemmeno la sagoma di un potenziale numero uno (allo stato attuale, Nishikori, Cilic, Raonic, messi assieme, non fanno mezzo Federer che palleggia in infadito con una padella).

Indubbiamente Ivan Lendl, l'orrendo robot, è stato uno degli artefici dei miglioramenti di Andy, tranne poi mollarlo come un meticcio in autostrada, quando sembrava non poterne cavare più molto altro. Quest'anno il ritorno, in tempo per prendersi tutti i meriti. Se qualcuno pensa alla casualità, è fuoristrada. Nulla nella carriera della macchina ceca è mai stato casuale. Lo immagino in vestaglia di seta nella sua villa, studiare per sessanta giorni e sessanta notti classifica, incroci di risultati, punti in uscita, teorema di Talete applicato ad assiomi di fisica nucleare sul rutto contro vento e quant'altro. Poi, preso atto che si poteva fare, è tornato in sella a raccogliere gli onori e rivivere in Murray la sua storia di perdente divenuto numero uno. 
Lendl forgia Murray a sua immagine e orrifica somiglianza. Ma sue tracce possiamo rinvenirle anche nella macchinosa "postura mazza su per il culo di Djokovic"  e nella maniacale meticolosità di Roger Federer. Innegabile come quindi Ivan Lendl sia stato, più che Borg o Agassi, il precursore, apripista della modernità. Tutta studio, fisico e scrupoloso dettaglio balistico, senza alcuno spazio per la fantasia, estro e improvvisazione. L'origine di ogni moderno male porta a lui. E a Tatum O'Neill. Perché se Mac non l'avesse mai incontrata dovendo portare i frugoletti in groppa per i campi di (non) allenamento, Lendl non sarebbe mai diventato vincente, ora il mondo sarebbe diverso, fatto di tanti Llodra, Dolgopolov, elfi e simpatici diavoli alati che sbocconcellano mele del peccato in paradiso.

giovedì 22 settembre 2016

Gli hacker e la guerra frigida del diping Usa-Russia, Cia e Kgb







In molti (due squilibrati in detenzione al manicomio criminale di Aversa) mi hanno chiesto di fare luce sull'incresciosa vicenda doping esplosa negli ultimi giorni.
Non mi sottraggo, premettendo di non sapere un cazzo di niente. O almeno, ne so per quanto si legge dai giornali, che non sanno un cazzo di niente.
L'antefatto. Molti atleti russi (tra cui la Divina urlante Sharapova) risultano positivi a sostanze illecite, tra cui il Meldonium o Spermonium che dir si voglia. Ovvia squalifica per l'urlatrice e le altre. Una specie di doping di stato che si ripropone ciclicamente come la peperonata, con tanto di tarantelle sull'esclusione di tutti gli altleti russi dall'olimpiade di Rio, di Tokio e forse di Roma (Raggi permettendo, altrimenti si disputeranno a Grumo di Puglia e a Vico Equense: il governatore della Puglia Emiliano e il sindaco di Napoli De Magistris sono fiduciosi). 

I fatti recenti. Ne nasce una scontata battaglia diplomatica (anche) sullo sport, tra le due superpotenze Usa-Russia. Se non è guerra fredda, è almeno frigida. Si sa. Sti cazz' e russ stann' chin' e sord' e cattiverij (cit.). Putin, dopo la caccia all'orso mattutina, è imbufalito e va giù pesante, di Polonio. Via a spy story, cia, kgb, servizi deviati, simpatici hacker mascherati pronti a diffondere dati riservati dell'antidoping mondiale da cui risulta che anche gli yankee tanto santi non sono. Nomi di prim'ordine come la plurimedagliata ginnasta Simone Biles, le sorelle Williams nel tennis e la cestista Elena Delle Donne, avevano ricevuto autorizzazione a usare talune sostanze proibite: oppiacei, antinfiammatori e supposte per la febbre. 
Pronte reazioni dei colleghi, tra cui spicca quella di uno sconcertato Rafa Nadal. Nemmeno 24 ore e sbucano fuori due esenzioni mediche anche per il buon Rafito. Doppiamente sbigottito e spernacchiato.
Sostanzialmente, mi pare maleodorante aria fritta. 
Le atlete americane hanno agito nel rispetto delle regole, magari di dubbio gusto ma null'altro. Le russe no, e sono state giustamente squalificate. E anzi, le rivelazioni ad orologeria dei sedicenti hacker, li rende anche un po' sprovveduti, oltre che bari.
In sintesi. Siete andati tutti a scuola, no? (Almeno quelle dell'obbligo, grillini in parlamento a parte). Bene. Le Williams non avevano studiato e si sono giustificate (con successo) con la maestra, come fanno le raccomandate. La Sharapova non aveva studiato e, convinta di non essere interrogata, lo è stata a sorpresa e ha preso 2. Nadal è il secchione ridicolo, che si lamenta per le giustificazioni, quando lui ne aveva usufruito ben due volte.

Considerazioni. In tutto questo, non sono nessuno per emettere sentenze o proporre inesistenti soluzioni. Mi limito solo a ricordare alcuni dati di fatto:
1- Il Doping esiste. In ogni sport. Chiunque prova a migliorare scientificamente le prestazioni del proprio corpo. Se ne facciano una ragione i candidi sbigottiti dell'ultima mezz'ora. Esiste da quando esiste l'uomo, il mondo, lo sport e la voglia di prevalere sull'altro ad ogni costo. Ed esisterà sempre, come la corruzione, la guerra, la violenza e la fame nel mondo. A meno che non si voglia cambiare l'uomo.
2 - Esiste il doping personale e quello di stato.
3 - C'è il doping vero e proprio e l'utilizzo smodato di farmaci leciti. Che non li rende illeciti, ma almeno eticamente sbagliati.
4 - C'è il doping mascherato da prescrizioni per combattere talune malattie (spesso inesistenti) e che migliorano le prestazioni o mascherano il doping.
5 - Ci sono atleti squalificati, spesso peones.
6 - Sembrava leggenda metropolitana, ma ora è evidente: con molti atleti dal nome altisonante, l'antidoping chiude un occhio. Tutto nella legalità. Basta una richiesta scritta di esenzione.
7 - C'è nel tennis (di cui tratto) il simpatico fenomeno del "silent ban". La squalifica pietosamente silenziosa. Un tennista è trovato positivo? Lo si ferma per tre, sei mesi o un anno, ma in silenzio, evitandogli la pubblica ignominia. Problemino all'adduttore o al tricipite femorale, e via. Se dichiarano che nel 2017 la pratica verrà abolita, è l'ammissione implicita che si è sempre usata. Quindi, anche questo, altro che leggenda metropolitana.

Conclusioni. Il doping non verrà mai sconfitto. Perché nessun atleta professionista può andare a pane e salame e perché si troverà sempre lo strumento, medicinale o artifizio medico-burocratico, per aggirarlo. Così come non si sconfiggerà la fame nel mondo, la violenza, le guerre, la corruzione (degli altri), tranne che nei comizi di Di Battista.
Quindi, santonsubito lo spernacchiato Zeman, che anni fa denunciava l'utilizzo mostruosamente spropositato di medicinali nello sport. E santosubito Rino Tommasi, che in una situazione così complessa e senza utopiche vie d'uscita ma che sempre porterà squilibri tra le forze in campo, aveva parlato di legalizzazione del doping. Triste, ma non meno di quanto siamo costretti a vedere quotidianamente.




lunedì 12 settembre 2016

US OPEN 2016 - STAN WAWRINKA IL CASTIGAMATTI




Torneo strano, imprevedibile, zeppo di risultati sorprendenti. Nel maschile Wawrinka si conferma bestia nera di Djokovic. Ta le donne, trionfo della Kerber, con epocale passaggio di consegne al numero uno.


Uomini


Stan Wawrinka 8. Terzo slam, al culmine della solita cavalcata, fatta di battaglie epiche e cruente. Mediocre, fino al patetico, negli altri tornei, negli slam i suoi bruofoli si accendono di una gladiatoria rabbia primordiale. Si esalta nella lotta, arrivando nelle fasi finali del torneo (finalmente) tirato a lucido e motivato. Sotto gli occhi commossi e a cuoricino della fidanzatina ninfetta Donna Vekic, un amore stile film di Moccia (amore 14), abbatte ancora Djokovic, per una semplice ragione, forse due. Rispetto alle consuete vittime rassegnate del numero uno, lui ha carattere per non farsi intimidire. Non è condizionato da sceneggiate, pianti, medical time out tattici e ha colpi (tali, tanti e continui) da non lasciarsi scoraggiare dopo cinque o sei difese monstre del geco serbo spalmato sui teloni. Ha sempre un colpo in più, sempre più forte. E in più, ha una qualità non comune a troppi: vince le finali.
Novak Djokovic 6-. Dopo le delusioni olimipiche e a Wimbledon, altra sconfitta bruciante. Con annesse sceneggiate da maldestro teatrante e mto tattici. Nole fa ridere quando vorrebbe far piangere, e fa piangere quando cerca di far ridere. Come attore è a metà tra Raul Bova e uno del segreto. Ma, più che il gossip da due lire o infortuni dal sapore finto, indegni di un numero uno, paga ancora dazio tecnicamente da Stan Wawrinka, sua bestia nera. La ragione è semplice. La forza di Nole è quella di avvilire chiunque, di potenza o fioretto, provi a sfondarne la difesa di gomma. Prende tutto e dall'altra parte l'avversario va in crisi, sull'orlo dell'esaurimento nervoso. La quinta roncola la spara in tribuna e vorrebbe tirargliela in fronte. Con Wawrinka non vale. Lo svizzero non si scoraggia e la quinta quinta sberla gliela spara più forte, precisa e sulla riga. Tra capo e collo. E in crisi va lui, perdendo la bussola. 
Kei Nishikori 7. Solito nippo zen sapientino. Tatticamente avveduto, tecnicamente dotato, cui però mancano quei fatali 10 cm bukowskiani per vincere uno slam o procedere ad autofellazione dannunziana. Del resto, se giochi una finale con Cilic e la perdi, devi aspettare vent'anni prima che ti ricapiti. E non sempre si ha tutto quel tempo.
Andy Murray 5. Sembrava lanciato, quantomeno all'ennesima finale da incubo con Djokovic, invece ci lascia le penne contro Nishikori. Già contro Lorenzi aveva palesato un'irrequieta fallosità, nel consueto campionario da horror vacui, in un trascinarsi urlato a bocca spalancata. Col Nippo perde su tutta la linea: tecnica, tattica e mentale.
Gael Monfils 7. Lo guardi e ti viene in mente uno di quei film anni '90 di fantascienza sul futuro. Come si giocherà a tennis tra trent'anni? E appare la figura inquietante di questo francese su un campo da tennis in catrame, con ginocchiere e protezione ai gomiti, che zompa come un pivot di basket, rimbalza sui teloni di fondo in difese acrobatiche da stunt man. Un invasato circense trapezista, col cervello quanto un fagiolo borlotti, e l'unica tattica di difendere fino allo sfibramento muscolare (uno normale, dove normale è qualsiasi top 100,  sarebbe al Cto dopo due scambi). O un Brumotti che fa le piroette con la mountaine bike. Il pallettaro acrobatico, ecco, questo è Monfils. Molto spettacolare, dicono in giro.
Lucas Pouille 7,5. Personaggio nuovo, oscar all'emergente. Sua la più grande sorpresa del torneo: l'eliminazione di Nadal. Ok, questo Nadal (5,5), volenteroso e nulla più, una specie di sagoma sgonfia di quello che fu, una corazza vuota di gladiatore, lo possono battere in tanti. Lui però lo fa in modo straordinario. Non solo tirando forte e sulle righe, ma vincendo anche di testa, in un tie-break del quinto dove a molti si sarebbe ritirato il braccino, cedendo alla maggiore esperienza del campione.
Bernand Tomic (Will Cojone). Ok, capitò anche a McEnroe. Il genio numero uno, infastidito da uno spettatore che lo beccava, gli urlò qualcosa del tipo: "io sono io e tu non sei un cazzo, con quello che guadagno nei prossimi cinque minuti ti compro e ti vendo al mercato delle pulci". Era McEnroe, però. Questo è Tomic, spadellatore senza palle, che tira il dritto come stesse spalando letame. E se dice "ti metto le palle in bocca e ti pago" a uno spettatore, qualcosa non torna. Nel tennis. Nel mondo.
Fabio Fognini 6. Solita sindrome da accerchiamento, perennemente da solo contro il mondo che (a sua insaputa) gli vuole male. Questo ormai è un caso da Meluzzi ("chiara sindrome psicotica di vittimismo narcisista schizoiode di uno pseudo campione"). Vince una partita che deve vincere, dopo un inizio da incubo? Zittisce (eretici) detrattori e alieni sugli spalti a suon di gesti da bullo, tipo "parlate ora che ho vinto, dai". A un certo punto, anche basta. Perde una partita che deve perdere? Scomposte reazioni verso gli stessi alieni che lo volevano vincente. Tradotto: "Giocateci voi con questo, se siete capaci". Pietà, basta. Verrebbe da dirgli: "scusa, ma chi ti caga?". Il problema non è nemmeno suo, ma di chi lo vede/va come top 3 (senza zero dietro) e geniale talento. Non come uno che vince le partite che deve vincere e perde quelle che deve perdere. Giorni fa leggevo un formidabile analista politico di sinistra (purissima) che per anni ha strizzato l'occhio catarattoso ai 5stelle per far dispetto a Renzi Belluscone, scrivere del Di Maio in affanno con le mail: "Non è che abbiamo sopravvalutato Di Maio?". Ecco, magari l'omologo esperto di tennis un giorno scriverà: "Non è che abbiamo sopravvalutato Fognini?". La risposta è la stessa: no, sei tu che non capisci un cazzo.
Paolo Lorenzi 7,5. Formidabile jeeg robot palle d'acciaio. Leggo ingenerosi dileggi  da parte di McEnroe (falso, se solo si fosse ascoltata la telecronaca con Simon, tranne una simpatica battuta sui challenger, per tre ore non ha fatto che complimenti alla sua abnegazione) e Brad Gilbert, che non si capacitava di come questo Steve Buscemi Lorenzi (simpatica somiglianza), che tira pianissimo ed è brutto a vedersi, potesse giocarsela con Murray. Tutto ha una logica. Lui, Gilbert, esteticamente osceno, una specie di babbo Stifler che tirava così piano da far sembrare la palla un volano, con movimento di servizio più orrido della Errani, è convinto che si possa eliminare il gap coi più dotati solo "giocando sporco" (dal titolo del suo libro). Normale non capisca come faccia Lorenzi. Per tutto il resto invece, basta ricordare quando Lorenzi lottava eroicamente per evitare il triplo bagle scontro Djokovic. Ora, sullo stesso campo, due anni dopo, alla soglia dei 35 anni, gioca quasi alla pari con Murray al terzo turno. Chapeau.
Alessandro Giannessi 7. Guardando solo il risultato, verrebbe da chiesersi quale rara malattia tropicale anchilosante abbia contratto Kudla per perderci 6-0 al quinto. Poi, visto contro Wawrinka, si devono fare solo i complimenti al nostro: da mancino arrotone da itf su terra, al secondo turno sul cemento (lento, ok) a NY. Lorenzi inizia a fare scuola.
Team Yankee (Isner, Sock, Johnson, Querrey) 4. A guardarli (con bacinella per il vomito a portata di mano), mi domando: nei college Usa e nelle scuole, insegnano a giocare a tennis usando la mazza da baseball o nei ritagli di tempo tra un inning e l'altro? Altrimenti non si spiegherebbe. Anche Alberto Angela allargherebbe la braccia innanzi all'evoluzione darwiniana al contrario subita da questo paese, che dovrebbe dominare le scene: da McEnroe e Connors, passando per Agassi e Sampras, arrivando a questi inguardabili perticoni ibridi del servi e spara, a metà tra baseball-basket-football americano. Qualcosa di buono e un po' diverso, ma lontano dal poter essere vincente, si vede da Donaldson, forse Fritz, l'invalido civile Baker e Kozlov (che essendo nano ha dovuto imparare a giocare a tennis in modo canonico).


Donne


Angelique Kerber (nun ja faccio). Doveva accadere, prima o poi. Si faceva il tifo per il poi, ma il regno del crauto ormai è iniziato. Un regno atroce, più che terribile. Ma se dall'altra parte c'è Djokovic, perché sorprendersi di lei. L'esasperante forza difensiva ormai è l'arma vincente di questi tempi grami, anche nella wta. Guardarla con equina mascella serrata, triplo mento, tutta ingobbita e piegata sui gamboni da Briegel, ribattere ogni straccio possibile e immaginabile come fosse in muro di Berlino in caucciù, lascia addosso un senso di vuoto orrifico. Nella mia particolare concezione, numero uno è colui che se gioca al 100% non può perdere, ed anche quando è al 60%, riesce a salvarsi con classe e/o carattere. Lei invece anche se è al 100% può perdere contro diverse avversarie in giornata di grazia. E quando è al 60% non ha altre armi, se non frignare. Resta quindi un numero uno zoppo, o figlio di una generale crisi, tra Serena che invecchia e le altre incapaci di maturare. Alla fine però, sgozzamenti estetici a parte, non ruba niente e legittima il numero uno vincendo il torneo. Bis del successo in Australia, con nel mezzo sette mesi di costanza perdente. Basta e avanza.
Karolina Pliskova 7. La Contessina Vlad di Valacchia, si conferma ormai a livelli super. Abbatte tutte con sapienza, compassata virulenza ed esangue volto di vampira. Non male per una che non era mai andata oltre il terzo turno in un major. Le manca solo l'ultimo passo, azzannare la giugulare della Kerber, che invece le piazza un palo di frassino nel petto scheletrico.
Serena Williams 6,5. Il record del titolo numero 23 inizia a diventare stregato. Le forze iniziano a venire meno e la vista si annebbia proprio mentre vede il traguardo. Nessuno è eterno, nemmeno lei, che a 35 anni è fenomenale nel restare a simili livelli. Nel 2017 ci riproverà, ma tra fare il grande slam o tre finali e una semifinale, il confine è labile.
Caroline Wozniacki 6,5. Per due ore la straripante (a tutto tondo) Taylor Townsend (8,5) le insegna tennis, trattandola come una pallina da flipper. Poi, siccome il tennis è soprattutto fisico, la bambolina podista la spunta al terzo. Da lì, buon torneo e semifinale. Annuncia che forse smetterà a fine anno (nell'ennesimo tentativo di sconvolgere, far parlare di sè), aspettandosi capelli strappati e pianti greci. Si sentono solo levate di tappi di champagne. 
Camila Giorgi 5,5. Perde in lotta contro Stosur, riuscendo a farla sembrare un cuor di leone dalla sopraffine tattica napoleonica. In confronto a lei pure Balotelli diventa Rubbia, e Di Battista in lambretta parrebbe Kennedy.
Sara Errani 5. Perde dalla Rogers, americana dalla vaga somiglianza con un burritos. Attaccarla adesso sarebbe avvilente e penoso. Quasi come i professionisti dello sparo sulla croce rossa, quei fenomeni da baraccone che dopo anni a fare gli ultrà grillini, si accorgono ora (anno del signore 2016 e dopo li scempio tragicomico che stanno combinando) che tale Sibilia, membro emerito del direttorio, non è esattamente Roosvelt. Gesùmmio. La domanda sorge spontanea. Più crudele e incompetente:
A) chi da sempre ne ha sottolineato i limiti tecnici enormi e il miracolo compiuto entrando, siappur brevemente, in top ten.
B) chi, considerandola novella Evert dopo la stagione e mezza miracolosa, ora la mette in croce e parla di crisi.
C) i bookmakers che (anche nell'anno di grazia astrale) la quotavano 300/1 vincitrice a NY.
D) chi se ne fotte.
Roberta Vinci 7. Dopo l'abbuffata dello scorso anno, forse non sarà dato al suo quarto di finale il giusto merito. Risultato invece enorme. Specie dopo mesi da comparsa bolsa e irriconoscibile. L'impressione è che si fosse tenuta tutte le energie per l'appuntamento newyorkese, magari nella speranza di chiudere in bellezza la carriera lì, come Pennetta. Smetterà a fine anno? Sarebbe comunque un peccato. Malgrado l'imbarbarimento degli anni da chichis, resta una delle poche ancora capaci di esprimere grazia su un campo da tennis.
Agnieszka Radwanska 5. Anche quest'anno, uno slam lo vincerà il prossimo. Nella consueta prossima vita, magari, quando le forze del Bene avranno sconfitto il Male assoluto. A dicembre nei migliori cinema.



domenica 4 settembre 2016

US OPEN 2016 - VISIONI E PRONOSTICI, ORFANI DI SUA DIVINITA' FEDERER







Prima settimana dell'Us Open alle spalle, tra rimpianti, sbadigli, muggiti orrendi, equilibrio apparente e rari slanci di divertimento.
Manca Roger Federer, in un'anticipazione di quello che potrà essere dopo il suo ritiro. Pur senza essere il favorito, la sua assenza ha paradossalmente mischiato le carte creando una situazione di abulica incertezza. Potere dell'ultraterreno. Manca soprattutto uno dei pochi spunti d'interesse delle ultime stagioni: riuscirà il Divino a piazzare una inattesa, immacolata, ultima stoccata di giustezza? Un plastico colpo di coda in sospensione mentre percuote un dritto in veemente leggerezza? Qualcuno l'ha avvistato, di bianco, sulle rive dell'Hudson intento a moltiplicare pani e pesci. Altri giurano di averlo sentito impartire un Urbi et Orbi ai fedeli affranti, dalla finestra di Piazza San Pietro. I più credibili l'hanno visto ammazzare a suon di feroci sciabolate un drappello di muggenti falegnami della racchetta. Meraviglia.
Comunque, a meno che non siate fatti di stramonio, occorre scovare, inventarsi dal nulla, nuove situazioni interessanti: che ne so, un surreale Tomic che vorrebbe mettere le palle (lui che ne è atrocemente sprovvisto) in bocca a uno spettatore. Fognini accerchiato da poteri forti e solo contro il mondo delle lobby (di chi gioca a tennis, o semplicemente ama il bel giuoco), manco fosse un Di Maio qualsiasi. Lorenzi nuovo super eroe jeeg robot palle d'acciaio.
O, se proprio volete farvi due risate, ci sono le prossime, avvincenti, elezioni Fit nella democratica Repubblica di Bananas. Qualcosa da far impallidire i maldestri mestieranti Erdogan e Kim Jong-un. Unico candidato: il megapresidentissimo, Sultano e Papa-Re, Binaghi, al quinto mandato. Mica colpa sua se non si è presentato nessuno sfidante. Eppure non era così difficile avanzare la candidatura: bisognava solo attraversare a nuoto il triangolo delle Bermuda, dopo di che, fare i 1500 stile libero in una piscina infestata di coccodrilli e, infine, buttarsi a volo di gabbiano dal 15mo piano di un grattacielo. Ecco, se mandrie di decerebati grillonzi, vetero fascio comunisti e costituzionalisti novantaseienni con la gotta considerano una deriva per la democrazia l'italicum, devono ringraziare che Renzi non abbia tratto spunto dalle leggi Fit.

Ciance a parte, la griglia dei favoriti, dopo l'allineamente agli ottavi, è chiara. Djokovic distratto dal gossip e Murray avanti a tutti. Poi Nadal come un ratto nell'ombra. Quindi Wawrinka, solito toro da combattimento salvatosi contro il delizioso Evans, uno che pare uscito da Trainspotting o dalla curva del Liverpool. Un po' più dietro il gigante d'argilla Del Potro e Nishikori. Ecco gli ottavi:

Uomini

Djokovic-Edmund 85/15. Tra un Djokovic distratto e il giovane albino inglese in rampadi lancio, può venir fuori un match fatto di lunghi, scontati, scambi a specchio.
Tsonga-Sock 50/50, Sfida generazionale tra l'usato garantito (a perdere) e uno della new generation yankee strappata al baseball. A livello di sensazione, dico Sock al quinto.
Monfils-Baghdatis 60-40. Poi dicono che il circo sia in crisi. Venghino, venghino sior siori. Sfida tra Medrano e Togni. I due si esibiranno sotto un tendone improvvisato sul vecchio Grandstand, tra rutilanti esibizioni ai trapezi, mangiafuoco, domatori, pagliacci. Poi alla fine vincerà Monfils. Ma è uguale. 
Nadal-Pouille 70/30. Il francese è uno buono, forse non ancora abbastanza per battere Nadal depotenziato, ma comunque in salute.
Thiem-Del Potro 45/55. L'ottavo più interessante. La freschezza del rampante austriaco pesta sodo e l'esperienza del lazzaro argentino. Se l'austriaco riesce a spingere l'avversario sulla diagonale rovescia, la vedo dura, ma alla fine può spuntarla il cuore "frio" (ad avercene) di Juan Martin. Over e non si sbaglia.
Wawrinka-Marchenko 90/10. Tutt'altro che brillante Stan, ma contro il miracolato ucraino, per perdere, deve addormentarsi.
Nishikori-Karlovic. 65/35. Favola meravigliosa sarebbe il 37enne gigante Karl di Big Fish che manda a casa il nippo sapientino.
Murray-Dimitrov 65/35. Il Murray falloso visto contro Lorenzi può perdere da chiunque. Difficile però ce la faccia il bulgaro senza gonadi, un sopravvalutato (solo perché recensito da qualche pappone che conta) quadro vuoto. Se Lorenzi gli prestasse mezza palla, se ne potrebbe riparlare. 

Donne

Serena Williams-Shvedova 90/10. Shvedova piscerà anche in piedi, ma non credo Serena si lasci impressionare troppo.
Suarez Navarro-Halep 45/55. Riedizione di confronti tremebondi a ciapa no. Carlita può farcela, ma giocate over e passa la paura.
Radwanska-Konjuh 70/30. La croata ha un bel futuro, gioca bene, ma Agnese per perderla deve fare un magheggio impossibile.
Pliskova-Venus Williams 55/45. Altra sfida generazionale. Il cuore dice Venus, la razionalità Pliskova.
Keys-Wozniaki 60/40. Riuscirà Wozniacki, col suo tennis frizzante, ad addomentare avversaria e spettatori (procurando suicidi di massa sugli spalti)? Spero di no. 2-0 Keys a 2,50 e pregate Sai Baba.
Konta-Sevastova 70/30. Unica incertezza, il suicidio: il soporifero, atroce, movimento di servizio dell'inglese, che può nuovamente auto indurla a narcolessia.
Vinci-Tsurenko 65/35. Italiana favorita, ma a quelle quote non gioco nemmeno Serena contro la Giovine. Forse over converrebbe.
Kerber-Kvitova 45/55. Dulcis in fundo. Mi sarò perso qualcosa, Kvitova ha una rara malattia tropicale, gioca con una gamba sola o senza racchetta? Perché altrimenti non si spiegherebbe la sua quota a 3,00. La ceca, pur umorale, è più forte di Kerber, e se trova la giornata giusta vince a mani basse. Anzi, dirò di più: 0-2 a 5,50 mi solletica.









Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.