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lunedì 14 aprile 2014

MANNY PACQUIAO, ICONA OLTRE LO SPORT






In sincera difficoltà nell'abbozzare il pagellone tennistico di una settimana da horror vacui, tracimo nella boxe.

Tra Carballes-Baena, Granollers e mollusco Del Bonis, più che un torneo Atp quello di Casablanca sembra l'anestesia per le operazioni di cambio sesso, nei quali la capitale marocchina è all'avanguardia.

In Verdasco-Almagro, finale a Houston, la cosa più divertente è l'acconciatura pirlescamente retrò di Almagro. Per carità, non chiedetemi nemmeno chi ha vinto. Monito a Fognini: se questi sono stati top ten, perché non provarci?

Giovani bombarole alla riscossa in Wta. Camila Giorgi perde i volata la finale di Katowice con Alizé Cornet. Confronto folle: transalpina regolarista che si comporta come pericolosa evasa da un manicomio criminale e italiana composta, ma dalla condotta tattica da centro d'igiene mentale. Mutanda rossa d'oltralpe contro italico gonnellino a fil di chiappa. Orchite-Alizé urla e insulta la madre e pure il padre di Camila (pensandolo un potenziale attentatore: Telespalla Bob). Vince l'esperienza della francese, ma Giorgi è sulla strana buona. Top 25 entro fine ann0, e un tosatore di pecore merinos per il padre.

Epifania completa invece per l'altra bombarola, Garcia, a Bogotà (torneo così avvincente che i narcos si saranno convertiti al commercio di arachidi). Predestinata francese che sboccia con qualche anno di ritardo, complice condotte scriteriate in stile mononeurone «giorgesco». Tutto il mondo è paese.

Ma, dicevo, tracimo nella boxe (di cui non capisco un cazzo. Meno del resto, cioè): Storica vittoria di Manny Pacquiao, che a Las Vegas torna campione dei pesi welter. Quella del 36enne filippino è una storia che va oltre le pur straordinarie vittorie sportive: Campione di otto diverse categorie, in 18 anni di professionismo. Impresa mai riuscita a nessuno. Fenomeno assoluto della sua disciplina e icona del suo paese, le Filippine, che ancora fatica a rialzarsi dalle miserie create dal regime di Marcos. Quando Pacquiao combatte il paese si ferma, lo scorso anno il suo match fu trasmesso anche nelle zone devastate dal tifone Haiyan, e con lui i tanti emigranti sparsi nel mondo che in lui si rivedono, con lui soffrono, vincono o vanno k.o.
Tantissimi sono filippini in Italia, quasi tutti domestici in ville di famiglie ricche. Gente mite, discreta e sempre sorridente. Una cosa che non sai descrivere se non come il gioire delle piccole cose. Con i soldi guadagnati qui in qualche anno di durissimo lavoro, potranno fare una vita da benestanti nel loro paese.
Leggenda vivente Manny Pacquiao, «Pac-Man» come lo chiamano. Attore, cantante, scrittore, politico, militare. Lui che inizio vendendo sigarette su un banchetto per pagarsi gli allenamenti, ora che è miliardario (da 32 milioni l'anno) non ha perso di vista i problemi della sua gente, con donazioni e beneficenza ai più poveri.
Anche sabato, tradizionale riunione festosa di filippini per vedere il suo incontro. Chiassosi e pacifici. Altro tentativo e mattoncino di storia per questo sport in crisi di grandi storie e personaggi. Ne so poco o niente, ma il piccolo filippino interpreta la boxe come fosse una scazzottata di strada. Picchiatore furioso. Tenace e a testa bassa, rischiando tutto. Ma stavolta la spunta lui ai punti su Bradley, coi pantaloncini inzuppati di sangue, trionfante. Nel palazzo sento boati di felicità notturna. Successo e rivincita dopo la sconfitta di due anni fa e il k.o. contro Marquez, cui seguirono voci di un possibile principio di Parkinson. Un destro terrificante che sembrava mettere al tappeto il mito e un paese intero, ma incassato con la dignità e orgoglio del suo popolo. Domenica mattina incrocio per le scale uno dei condomini di nazionalità filippina. Diretto al parco assieme ai figli, per una domenica di libertà. Proprio lui una sera al bar, mi fece capire quanto Manny fosse il simbolo di una nazione intera. Mi saluta e nei suoi occhi leggo una brillante fierezza, come a dirmi «hai visto?».


domenica 6 aprile 2014

DAVISCUP 2014. SUICIDI, RIMONTE E VIDEOTAPES






Chiacchiere in libertà, mentre torno a casa, dopo la trasferta. Week end a Napoli per la Davis? No, fine settimana a base di ricci di mare a Polignano e pioggia come nemmeno ai tempi di Noè. Pur con inattese trame thrilling, l'Italia vola nella tana di «RogerStan» per la semifinale

Italia-Gran Bretagna. I britannici sbarcano nella ridente primavera napoletana aspettandosi mare, sole, pizza e mandolini stornellanti. Invece trovano un temporale da rimpiangere le piogge di novembre in Cornovaglia, tra corvi e avvoltoi, e Murray si prende una gastroenterite mangiando cozze crude nel ristorante «'a cozza pelosa da Gennaro Sciosciammocca». Lo scozzese ha però colpi e variazioni per cuocere Seppi come un ovetto alla coque anche con mezza gamba (ma voi credete pure ai Testimoni di Geova in tv: «Murray prevale solo atleticamente, sul maggior tennis del nostro». Ambulanza, Tso). Poi assieme a un doppista di mestiere come Hutchins ha vita facile contro la coppia italiana che gioca due (brutti) singolari dal fondo (eppure «i nostri sono più doppisti», eh. Ah, sì. Ah, beh. Eh, già. Emergenza. Altra ambulanza, a sirene spiegate).
Bravo Fognini a prendersi la squadra in spalla, con personalità, e far girare l'esito del confronto. Tutto sotto gli occhi di Flavia Pennetta, che ricambia il tifo di IW con gli stessi occhiali simpatici: «That's ammmore». Al microfono è un tripudio d'incontenibili erezioni in tricolori mutande lise: «Gioca come alla Playstation Fabbbio!». «Ma non ci sono colpi così alla playstation (cazzo)!» lo ammonisce, severo, l'altro.
Urge un tutorial per nonno Santino, ospite della casa dell'anziano e tramortito dalle pirotecniche puttanate della tv. Perché tra il «McBorg» Fognini che vale la top 5 (forse top 2, o top 0,5) capace d'insegnare tennis allo scappato di casa scozzese e l'ammissione «prima del match Fognini aveva l'1% di possibilità di vittoria», non ci capisce più nulla. Pensa che le infermiere gli abbiano cambiato le pillole. Delle due, una. Ma pure una e mezza o nessuna. Roba da rimpiangere Fabretti. 
Al netto di stronzate: Fognini è numero 13 Atp. Murray numero 8. Fognini sulla terra vale più della sua classifica. Murray meno, e in più viene da un prolungato periodo negativo e dissidi intestinali. Giusta la valutazione dei book che davano favorito il britannico, ma di una bava (tipo 1,60/2,30). Perché loro lo sanno: Fognini non è Borg, ma nemmeno Narducci. E' numero 13. Andy però si rivela impresentabile, quasi avesse dato tutto negli altri due giorni. Serve come Volandri, remissivo, storpio nei recuperi. Vittima d'impotenza fisico-fallico-tennistica, dopo il primo set nemmeno si lagna più. Invece di un match equilibrato, Fognini dilaga. Bravo l'italiano a giocare come deve e sa, solido e senza sbavature. Ma questo era il sarcofago di Murray.
Rimonta completata da Seppi che regola tale Ward (n°160 Atp). Tipo che se lo becca Vagnozzi al primo turno del Challenger di Caltanissetta, si direbbe sorteggio fortunato per il nostro (eco: «Ma aveva battuto Querrey!!!11!1!». Sì, ma quello si batte anche da solo, guardandosi allo specchio).

Svizzera-Khazakistan. Federer che per anni aveva snobbato la manifestazione per via di uno stalliere Stan incapace di viaggiare alla sua regale altezza, non credeva ai propri occhi vedendolo trionfare in Australia. Se lo coccolava: «Go Stanimal», «Allez Stan the man». Si mette in testa di poterla vincere in carrozza, questa insalatiera. Vuoi mettere nella stessa squadra il coronato Re dei Re assieme allo scudiero butterato, a cavallo dello slam appena vinto? Invece si rischia la tragedia fantozziana. Stan sembra reduce da un party stile «Animal House», gli mancano solo occhiali da sole e camicia hawaiana, mentre i mercenari dell'est giocano a briglia sciolta, senza nulla da perdere. Golubev trova in week-end di follia omicida in singolo e doppio. Personaggio folle, questo russo di Bra che i kazaki comprarono al mercato delle vacche. Caricandosi a barbera come Superciuk spara sassate terra aria da ogni lato e manda un incredulo Wawrinka al tappeto. Campanacci a lutto. Sotto 1-2, i padroni di casa rimettono le cose a posto grazie a un sussulto di lucidità di Wawrinka in rimonta sul mite «Kukuzza» Kukushkin e uno sciccoso Federer, chirurgico nel disinnescare il sassatore pazzo Golubev. Ma già trema al pensiero di Fognini top 0,5.

Francia-Germania. Nostalgia per quel che fu il «Dream team» circense di Crucconia (Haas, Kohli, Petz e Florian Mayer), ovviamente perdente: leggendaria squadra falcidiata da infortuni, dissidi interni e tumulazioni sportive. I tedeschi si presentano con giovani virgulti e mezze tacche (Kamke, Gojowczyk, Begemann, Struff) e per poco non sorprendono i galletti in versione polli masochisti, complice uno Tsonga calante e dissennate scelte di capitan Clement che lascia a casa Gasquet, in panchina Monfils e schiera in singolo e doppio Benneteau (manco fosse Sampras). Poi rimedia gettando dentro Monfils, e la spuntano.

Giappone-Rep. Ceca. Giapponesi senza Nishikori, cechi privi di Berdych. Facile successo dei bi-detentori, cui bastano il solito Stepanek e bombarolo Rosol. Nippo in disarmo, mancava che chiamassero Takao «Camel senza filtro» Suzuki, Naoto Date o Kimiko Date (eroica semifinalista, a 43 anni, in quel di Monterrey).





domenica 30 marzo 2014

ATP/WTA MIAMI. SERENA E DJOKOVIC SENZA RIVALI. (LE PAGELLE DEL DIVINO)






A Indian Wells c'è il deserto, a Miami spiagge pullulanti fighe bionde da Baywatch e nostrane starlettes dai culi marmorei. Quello che una volta era il reale quinto slam (compresi incontri al meglio dei cinque set) vede finali in cui incrociano le racchette i primi due giocatori al mondo Atp/Wta. Deludenti. Trarre le proprie, personali, conclusioni. O fottersene. E' lo stesso.


Nadal/Djokovic. «Per gli amanti del genere», come si dice di solito, con un filo d'imbarazzo sul volto terreo, per nascondere un film tremebondo. Federer vorrebbe una finale al meglio dei cinque anche nei Masters 1000 (con l'obiettivo che questi schiattino prima, credo). Arrivano in finale senza giocare le semifinali. Cosa c'è dietro? Sponsor? Massoneria? Bielderberg? Rettiliani? Chiedere a Giulietto Chiesa. Un must, ma in tono minore, come un film di Dario Argento che ha perso ispirazione. Stavolta mancano agonismo, equilibrio e sfibranti cruenze. Solito confronto a specchio, con Djokovic più ficcante e centrato, Nadal corto e succube, scarico. Trionfa Nole e la cura Becker inizia a dare i suoi frutti. Bobele avvistato in un bar a Miami: alla diciannovesima birra credeva d'essere allenatore del Borussia Mönchengladbach (mi piace riproporre una foto di repertorio, anche se ormai è stata ripresa anche da Al Jazeera).

Thomas Berdych. Bloccato in semifinale da vomito e gastroenterite. Errore da pivello: mai riguardare i propri match.

Kei Nishikori. Leggo illuminate comparazioni con Michelino Chang, suo allenatore. E' come paragonare il sushi all'involtino primavera. il suo tennis è più brillante e meno utilitaristico rispetto al podista cino-americano, ma proprio per questo non vincerà mai uno slam (cataclismi a parte), malgrado non abbia nessun timore contro i big: batte Ferrer in lotta rusticana e approfitta degli svaghi primaverili di Federer. E si scianca.

Roger Federer. Sadico nel punire Gasquet («getta la spugna, cazzo», urlo due volte a Bruguera, coach del Mozart neuroleso), perde un match già vinto contro Nishikori. Smarrimento inatteso sul finire di queste idi di marzo, e due mesi in cui ha già migliorato il suo 2013. Campanellino d'allarme? Chi lo sa. Fossi mago non starei qui a scrivere cazzate.

Alexander Dolgopolov. La droppeggiante primavera botticelliana di Oleksandrovyč. Sostenuto dagli dei e dal magnifico culo di Sacchi nel tie-break finale contro Lajovic, fa impazzire Wawrinka (che vuole usarlo come nuova, miracolosa, cura per l'acne). In stato di sbilenca grazia, può smontare anche Berdych a suon di funambolismi magnificamente storpi, ma si astiene (con vibrante raccapriccio).

Fabio Fognini. Vince i match a sua portata (Bautista Agut), fa quattro giochi contro Nadal (senza malanno sarebbero stati 7/8, eroici). Che avesse ragione Rino Tommasi quando disse «E' uno che quando c'è da vincere una partita, la vince»? Sicuro, Rino ci azzeccava anche sbagliando. Maturato, non perché evita sceneggiate (anzi, se all'estero vi capita di leggere «no cani e italiani» nei ristoranti, pensate che ci vedono come lui), ma perché dopo i teatrini non si distrae come una volta.

Wawrinka/Murray. Li immagino a Miami, in un locale notturno sull'oceano, tra balli di gruppo e gare di limbo, assieme a Er Mutanda, Rossano Rubicondi, schedine della Ventura disoccupate e qualche ex componente dei Motley Crue coi neuroni bruciati che canta le canzoni di Jimmy Fontana.




Donne

Serena Williams. Sempre piacevole il modo in cui gioca alla panterona col topo gigante siberiano. Lascia andare Masha, poi la riacciuffa e se la pappa, leccando i baffoni. Annoiata. Diesel anche in finale contro la cinese, e vince il settimo titolo. Inizierà a sentire il peso delle 33 primavere, il fisico scricchiola, ma per queste avversarie basta e avanza.

Li Na. Rintronata a Indian Wells, credo distratta dagli occhiali simpatici del Fogna e dai suoi giochetti da Giamburrasca col laser. Sfarfallante anche a Miami, ma le basta per regolare d'esperienza Cibulkova. Dà tutto nella prima mezz'ora, poi è fatta a brandelli da Serena. La devastazione. Ma dopo l'americana a mezzo servizio, c'è lei.

Maria Sharapova. Immagino la meraviglia degli allenamenti con Jimbo Connors: con una mela in bocca per evitare le urla lancinanti, colpi difensivi (eresia) e Wilson T2000 tra capo e collo ad ogni doppio fallo con piatta e smidollata seconda. E poi insulti, sublimi e ispirati. Lei l'ha licenziato dopo 20 giorni, preferendo i miglioramenti delle caramelline lassative. Nessuno può insegnarle nulla, perché è ottusa diva sul bocciuolo di pisello, mica l'operaia Na Li che a 32 anni ha l'umiltà di volersi migliorare. Lei vince perché tira forte e dritto per dritto, ma se trova chi usa un minimo la testa, si muove in modo decente, varia potenza, colpi e angoli, ci perde in modo scientifico. Serena è e rimarrà il suo incubo, sovrastandola sia tecnicamente che come personalità. Non c'è rimedio. Il suo allenamento più intenso è l'accorata preghiera: «Quando si ritira Serena?».

Dominika Cibulkova. Annusa palline come un pit-bull fa coi calzini sporchi. Ebbra di quelle sniffate e quasi in trance, avanza fino alla semifinale. Tra latrati e minacciosi ohhh-lèèè da bovara nana. Ancora castigata da Li Na (match tra maestra con l'esaurimento nervoso e scolara indisciplinata). Meritata top ten.

Errani/Vinci. Stante una Pennetta in prevedibile rilassamento mentale, Italia in tono minore. Caduta libera dall'Empire State Building per le due, senza paracadute. Anche in doppio. Più che definirle bidoni con le ruote ora, come fanno i soliti patrioti (buoni, eroici e trionfanti quando si vince, più cattivi del vile disertore Picasso - ancora conservo la mail di un esponente-bertuccia Fit, cui risposi con righe degne del Pulitzer dell'insulto carpiato - quando si perde), ci sarebbe da apprezzare l'imprevedibile scalata a quel palazzo, andando oltre a limiti evidenti. Questa è classe, coglionazzo. (cit. Duca Conte Catellani).

Romina Oprandi. Asciutta e in discreta forma, riappare dopo l'ennesimo quasi-ritiro, dieci mesi dopo. Batte Jovanovski, regala sprazzi di classe cristallina sul finale contro Radwanska. Non si scopre niente: braccio da top 5, su cui si sono accaniti sfiga e infortuni da Bi-Grande Slam.

Martina Hingis. Torna in doppio. Gioca, perde, si annoia, dice basta per la quarta volta. Durante una sbornia natalizia dichiara di voler riprendere anche in singolo. Ma rinuncia pure in doppio. Poi allena Lisicki. Ritorna in doppio con la tedesca e vince a Miami. Bella storia. Viva Martina, mentalmente stabile quanto Sgarbi senza camicia di forza. Aspetto conferenza stampa: «Potrei tornare anche in singolo». Eternamente in balia tra dentro, fuori, singolo, doppio. Ditelo al suo ex, che volendo farle una sorpresa la trovò a letto. In compagnia. Anche qui: singola o doppia? La leggenda narra: tripla.

Sloane Stephens. In crisi esistenziale, vince un gioco con Caroline Wozniacki. «Mi ha preso a calci». O, se fai 50 errori gratuiti su 80 punti, vince l'altra. Nel tennis. Nel volano, è altra roba.


lunedì 17 marzo 2014

INDIAN WELLS 2014, TRIONFA FLAVIA PENNETTA, DJOKOVIC LA SPUNTA SU FEDERER






Svogliate pagelle apotropaiche. Sontuosa analisi del torneo di Indian Wells, con dovizia di particolari e spumeggianti puttanate. Fondamentali sono i voti. Concentratevi sui numeri.

Donne

Flavia Pennetta. A furia di parlare di «meritata cornice» di una carriera, la brindisina sta spennellando quadri a ripetizione, per una nuova galleria. Dopo l'infortunio e il quasi ritiro, la semifinale a New York, i quarti a Melbourne e ora il successo a Indian Wells. Risultato enorme. Secondo solo al trionfo parigino di Schiavone. Fortunata a trovarsi una Radwanska menomata in finale, certo. Ma quando batti due delle prime tre al mondo più Stosur e porti a casa altre battaglie tra mulinelli di vento nel deserto, c'è poco da dire. Non una picchiatrice o iper agonista pelotara, tanto meno funambolo come Schiavone, ma esempio di come a 32 anni si possa migliorare ancora, con volontà e carattere da fimminazza salentina. 
Capace di sopportare anche il toy-boy con occhiali simpatici, Fognini, al suo angolo. Impazza il gossip: stanno insieme biblicamente? Mistero fittissimo. Signorini nicchia, fa il nicchione. Io non mi sbilancio, ma questa mia foto esclusiva dovrebbe chiarire tutto. L'occhio sgomento di Seppi, come l'occhio della madre di ejzenstejniana memoria, parla chiaro.

Agnieszka Radwanska. Graziosa e diabolica fattucchiera fragile, Agnese. Il puntuto ginocchio fa crack, e lei perde l'ennesima occasione. Straziante discorso post match, che fa commuovere anche un arido cuore come il mio (l'1,45 della sua vittoria mi completava una multipla da 600 euri, mica cazzi).

Li Na. Gioca una semifinale di rarissimo raccapriccio. Tira tutto, ma tutto, fuori (corridoi compresi). In albergo le ha chiedono una bottiglia d'acqua, e lei la getta in Arizona.

Sara Errani. Spazzata via dall'emergente Bouchard. Simpatica come caffè allungato con l'acido muriatico, lamenta la congiura della kasta Wta (alcuni esponenti frequentavano Birlderberg, un caso? non credo) che prevede pochi tornei su terra. Indian Wells è un Premier Mandatory su cemento e Santa Margherita di Pula su terra solo un Itf da 10mila. Perché? Un caso o precisa missione di penalizzare la nostra eroina? Una soluzione l'avrei (a me piace): scendere oltre il numero 300 e giocare 12 mesi l'anno su terra, da Bagnacavallo al Congo Belga.

Camila Giorgi. «Lei non ti dà tempo per mettere in atto la tua tattica» dice Sharapova, icona del tennis picchiato e senza tattica, appena abbattuta come orso gigante delle giostre. E quando un pazzo fuori dal manicomio ti dice che sei pazzo, inizia a farti due domande. Paradosso clamoroso, ma che ti fa capire tutto. O niente.

Eugenie Bouchard. In dieci giorni, testimonial di assorbenti con le ali per scimmie boliviane, biscotti Plasmon, dei campionati di rutti in Quebec, di preservativi ritardanti per lui eccitanti per lei, shampoo antiforfora e pannolini per culetti arrossati.



Uomini

Novak Djokovic. Avere come coach una specie di Homer Simpson tedesco che ti consiglia: «Servi per il match? Sparati un birrone gelato e non pensarci più, ragazzo», non dev'essere facile. Ma la tendenza a complicarsi la vita, sta diventando patologica. Rimonta, serve per il match e l'uomo di cera ponga diventa di pasta frolla. Poi la vince ugualmente e ormai dà l'impressione di essere un metronomo, sempre costante nel veleggiare a suo ritmo.

Roger Federer. Sarà perché ne hai viste 1742, perché sei 102 volte più intelligente di Gesù Cristo o semplicemente menagramo, ma quando a metà secondo set scentra un rovescio (colpo che dà sempre l'indicazione del suo stato di fiducia e fino ad allora giocato con magnifica protervia) temi che quello possa essere il punto fatale, capace di fargli perdere le sicurezze di un set e mezzo giocato in modo stellare, a ritmi da fantascienza: servizio, dritti e rovesci come pioggia di meteoriti. Completamento di un torneo giocato a mille. A tratti sembrava Sweeney Todd, sadico barbiere con ispirazione omicida. Storia già vista, perde il secondo, smarrisce le sicurezze e l'ispirazione sinfonica da assolo di chi non guarda chi c'è dall'altra parte, un pupazzo di peluche o Godzilla, si fa trascinare in orgogliose schermaglie da dietro fatalmente perdenti, in stile Nuova York 2010/11 (per farmi perdonare questa impudica osservazione, recito due Pater Noster e ricordo a tutti come «il settimo giorno il King Goat Dio Roger si riposò, benedicendo tutto il tennis che aveva creato»). Riacciuffa il match per i capelli, ma poi cede al tie-break finale. Rimane però il miglior Federer dal 2009.

Alexander Dolgopolov. Continua il momento di forma strabiliante dell'ucraino, tennista di furiosa genialità anarcoide. Atipico e gioioso. Il modo con cui scardina Nadal (a un certo punto gli girava la testa) è da manuale del tennis al contrario. «Don't try this at home». Se Federer è plastica e biblica perfezione, lui crea magia dalla storta imperfezione. Ma Nadal si batte così, giocando un tennis atipico, mai scontato. Imprevedibile a sé stesso, figuriamoci per l'avversario. Poi dipinge due trapezisti monchi in fronte a Fognini e un cavalluccio marino volante sul naso di Raonic. Il sadico Federer gli sequestra i pennarelli.

John Isner. Pali della cuccagna go home. Basta. Pietà. Dopo mezz'ora invochi lo spirito di Berasategui. Gli Usa avevano McEnroe e Connors. Poi Sampras e Agassi. Ora Isner e Querrey. Bollettieri, uno che di solito ci prende, disse: Il tennis nel 2030 sarà fatto da tanti Isner, in un incrocio di tennis-basket giocato in tendoni da circo da gente affetta da mostrocismo e gigantismo. Un motivo in più per considerare la morte più lieve.

Kevin Anderson. Pali della cuccagna go home (bis).

Ernests Gulbis. Si conferma ormai maturo e costante (brividi) tennista di vertice. Manca però ancora il salto di qualità, e un successo che lo consacri. Perde un match contro il palo della cuccagna, che ulula ancora vendetta.

Stan Wawrinka/Andy Murray. Avvistati, ubriachi marci, in un gay bar della zona. Special guest della serata: Wimbledon 2013 champion e Australian Open 2014 champion. Poi via alle danze, sulle note dei Village People.


lunedì 3 marzo 2014

OSCAR 2014, TRA GRANDE BELLEZZA E SGOMENTA BELLEZZA






La Grande Bellezza, Sorrentino trionfa. Quando vincerò la mia prima statuetta agli Oscar del porno con «L'intonsa bellezza di quelle chiappe sfrontate», ringrazierò per l'ispirazione i Led Zeppelin, John McEnroe, Bukowski, Renè Higuita e Luce Caponegro (in Arte Selen). E già prevedo cori di moralistico sdegno. Perché in Italia si riesce a trovare materiale d'indignazione anche quando un nostro film vince l'Oscar e il regista cita Maradona (il tossico, evasore, puttaniere: anatema). Vidi «La Grande bellezza» al cinema, due ore a contorcermi causa dolori tipo parto post pizza con carciofini radioattivi. E in visione casalinga: entusiasmo irrefrenabile per i primi dieci minuti. Delirio vero. Poi mi si bloccò lo streaming. Paradossale, tra nani, chirurghi estetici pazzi, sante, vescovi, di dandy agée e Gep Gambardella, feste radical cafonal, fenomeni da baraccone cocaionomani: crea personaggi inesistenti ma magicamente credibili, come di un fumetto, in quello che è affresco del decadimento morale di una Roma contagiata dal potere e da rapporti umani effimeri e pacchiani. Non una nuova «Dolce Vita», ma una bella fetta di lampone e Fellini (me ne mangio due fette di Dagospia), prima dell'alba rossastra sui monumenti romani o nel giardino degli aranci. Tra una festa cafona con teste di maiale, in paese che rimane di bellezza commovente.

Cate Blanchett, la meraviglia. Woody Allen in «Blue Jasmine» le cuce addosso il personaggio della fragile paranoide impasticcata, vittima dei fallimenti della vita, e lei lo interpreta in modo sublime. Mai Oscar fu più meritato. Brava e bellissima.

Di Caprio, mettece 'na pietra sopra Leo. «The wolf of wall street» non mi è piaciuto, lui è bravo (solo i pazzi possono negarlo), ma non abbastanza. Forse è quella faccia da lampascione sott'olio a renderlo poco credibile. Ci sarà sempre qualcuno più bravo di lui, e Matthew McConaughey lo è. Senza dubbio.

Roger Federer, «La sgomenta bellezza». Abbandoniamo il cinema, e cianciami di arte racchettara. A casa sua (Dubai, laddove sverna assieme ad altri ultratriliardari depressi) si presenta in condizioni smaglianti. E' lo stesso che Melbourne annichilì Tsonga e Murray: tutto attacco, forcing asfissiante a mille allora, sciabolate radenti, tocchi e mezze volate da sobbalzo in poltrona. Un tennis difficilissimo, che può riuscire, come no, già provato durante il 2013 con deludenti risultati per via di una scarsa condizione fisica e feeling non ottimale col nuovo strumento. Ora Federer sta bene, si vede, e riesce a sprigionare un tennis folle e imprevedibile che non dà punti di riferimento allo sgomento avversario, grazie al quale potrà saltuariamente prendersi belle soddisfazioni e uscire dalle trame abbruttenti dal fondo coi carnefici Djokovic e Nadal. Io già glielo consigliai nel 2010, ma non sono lo stregone/taumaturgo Edberg e al massimo alleno le pulci del mio gatto a fare le capriole. «Tacchino freddo» si prenderà invece i meriti, come Renzi nel caso di ripresina economica non dipendente da lui. Poi, chiaro: era già pronta l'elegia funebre se avesse perso con Stepanek (0-2 nel terzo) con tanto di straziati inviti al ritiro, ora invece si celebra l'Alleluja di rinascita e speranze di Grande Slam nel 2015. Ci sta. Come ci starebbe una riflessione più banale: giocando in modo così offensivo e come sul filo del rasoio, rischia di perdere contro Stepanek, ma anche di battere Djokovic.

Diego Nargiso, piacevole scoperta. Sbalordirò la platea (sempre più numerosa), ma a me Nargiso ai microfoni di Supertennis piace. Ok, sentito solo per due set di Federer-Berdych. Sarà anche logorroico, va bene. Ci sta anche che sia un ultra-estatico ammiratore di Federer. Ormai è piaga biblica. Non ne trovo uno che riesca a mascherare questa devozione onanistica («uhhh» «ahhh» «ghhhh» e simil polluzioni diurne ai microfoni). Lui però lo fa in modo divertito, poco enfatico. Poi ha competenza e legge bene i momenti del match. In sintesi, così come sul campo, anche ai microfoni, mentre gli Usa hanno McEnroe, noi Nargiso.

Paolo Lorenzi, palle d'acciaio alla riscossa. Classe '81 come Federer (ok, già vedo la fila di gente con le torce, pronte ad appiccare fuoco alla casa dell'eretico). Ci è mancato davvero pochissimo. Un soffio dispettoso di vento, in quell'altura brasileira che rende strambi e incontrollabili i rimbalzi. Batte Monaco e Haas, poi il sogno svanisce. Mai titolo sarebbe stato più meritato. Rema tre metri dietro dalla linea, poi chip&charge d'arrembaggio, serve&volley strategici stile canguro aussie al Palio di Siena, con occhio da tigre e pantaloncino da fanteria carnascialesca. Formidabile. Esempio di come passati i trenta si possa ancora migliorare, con abnegazione e forza di volontà, vedasi un servizio sempre più incisivo.

Grigor Dimitrov col sombrero, trionfa ad Acapulco. Nella settimana di «sportiva rinascita» dell'originale sboccia anche lui, fino ad ora quasi bozzettistico Federer, incompiuto e al limite della macchietta. Vedo qualche scampolo di Gulbis e Dimitrov e sembrano i fratellini neurolesi di Safin e Roger Federer 2004. Già tanto. 


lunedì 24 febbraio 2014

L'INCOMPIUTA DI DOLGOPOLOV, GULBIS COL N° 1 NEL MIRINO






Ispirato da Sanremo, inauguro oggidì, seduta stante, una rubrica che oserei definire rivoluzionaria: «le pagelle del Lunedì», un po' «Processo di Biscardi», un po' pagelloni di Ziliani (o era Bargiggia? Boh). Rubrica infrasettimanale sarà invece «Chiedilo all'esperto», Luce dei Viventi, detentore del Sapere Tennistico Assoluto.


Dolgopolov riaccende la luce. Dopo oltre un anno di sconfitte con l'atteggiamento di chi si vuole raccogliere verbene sulla Luna, riaccende le luci il sambodromo Dolgopolov, tutto guizzi, droppeggi e lampi da crotalo, spesso imprevedibili anche a se stesso. Proprio nei giorni in cui il sangue scorre nelle strade della sua Ucraina. Schianta uno spento Fognini 6/1 6/1 (la barzelletta sulla differenza tra un genio e sregolatezza autentico e un solido terraiolo che s'atteggia a meglio fico del Bigonzo, la sapete?), mancava solo gli dipingesse la faccia con un pennarello e facesse marameo. E si conferma ispirato contro David Ferrer, avvistato al vicino frenocomio di Rio con imbuto in testa e camicia contenitiva, abbattuto dal suo tira-molla: carezze e fiondate improvvise. Piuma e fionda. Lui sì che può. Così squilibrato in tutto che mi porta a tifare per Nadal, quando il maiorchino è sul punto di soccombere a un incredibile Andujar (il tennista più sottovalutato del globo, assieme a Garcia Lopez). S'è impazzito Picasso? No, ma vuoi mettere un Dolgopolov-Nadal rispetto a un Dolgopolov-Andujar? Tra l'impresa titanica da raccontare ai nipoti e una (nemmeno certa) vittoria da favorito, preferisco la prima. Uno dei pochi vantaggi del tifare i perdenti e non fregarsene una ceppa dei titoli. Infatti perde.

Ernests Gulbis, e le promesse da marinaio avvinazzato. Se la mia memoria da cavalletta non mi inganna, lo scorso anno di questi tempi un Gulbis in condizioni penose (forse ubriaco marcio), veniva battuto al primo turno del Challenger di Bergamo da un carpentiere polacco. Dodici mesi dopo vince l'Atp di Marsiglia schiantando Tsonga e mostrando un tennis si devastante imprevedibilità. Conferma di quanto, se ben centrato, questo sia tennista di livello superiore. Poi nelle dichiarazioni post partita rivela come della top 20 non gli freghi nulla, perché il suo obiettivo è diventare numero uno. Gli imbecilli ridono. I cretini ritengono i fab four imbattibili. Perché, essendo anche ignoranti, non sanno come alcuni li ha già battuti (e persino con Nadal, su terra, ci è andato a un passo). Il vero problema è altro: allenarsi facendo l'atleta serio (o semiserio) per raggiungere la continuità dei migliori. Quello sì, difficile.

Kurumi Nara, epifania della deliziosa gnoma testona. Gaudio e campane a festa. Ne parlo e la seguo da anni ma, onestamente, mai avrei pensato a un'esplosione così improvvisa di questa nipponica bambolina di un metro e venti. Che tenerezza, vederla sollevare con le braccia corte il trofeo a Rio. Ok, vedo dieci minuti e sembra la finale più brutta della storia. Un livello simile al primo turno di qualificazioni all'Itf di Pomezia del 2007, ma Kurumi è brava e gioca con intelligenza da formichina graziosa. Top 50 ormai, il resto sarebbe un azzardo. Ma io vorrei una bambolina Kurumi sul comodino.

Nastassia Burnett, giovane bradipo in rampa di lancio. Roncolatrice semovente. Ma quando la roncola non è paragonabile a quella di Sharapova o Kvitova e nemmeno Muguruza, la semovenza appare fardello ancor più tragico. Furba come una faina, Kurumi angola le traiettorie e quella annaspa senza rimedio.

Zakopalova, lo strano caso dell'inferma Klara. Sfortunato io a beccarla in incontri nei quali è sempre svogliata, piegata su se stessa, piangente? Singhiozza a dirotto durante i cambi campo. Mi domando che malattia abbia. E perché non chiamino un medico d'urgenza. Escludendo una malattia tropicale, rimane un mistero difficile da risolvere anche per Adam Kadmnon. Perde le dodicesima finale (su 14), e meglio di Kurumi (pur adorabile) in una finale Wta è difficile da trovare.

Venus Williams, la rinascita della Venere d'ebano. La Venus che ormai non ti aspetti più, abituato da anni al suo straziante trascinarsi, zavorrata da quasi 34 primavere e una malattia debilitante. E invece trova una settimana magica. Fiammata antica di quello che fu. Batte Ivanovic, Pennetta, Wozniacki e miss spocchia in mutanda rossa Cornet, dimostrando come, in simili condizioni, fuori dalla famiglia, ha ancora poche avversarie. Forse nessuna.

lunedì 17 febbraio 2014

JOHN MCENROE, I 55 ANNI DEL GENIO RIVOLUZIONARIO





«Che poi, amico mio, parliamoci chiaro, vuoi mettere il fascino sulfureo e la vivida capacità di colpire l'immaginario collettivo, in un afflato di sconclusionata venerazione quasi mistica, con venature di vibrante sodomia cerebrale mentre asessuati putti si spompinano in letti di omosessuale passione platonica e paradossi zenoniani, di cui è stato capace Johnny Mac? Gnoseologicamente, intendo. Ma non scherziamo». E lì poteva partire l'applauso leggendario del reparto e premio «Vendola 2014», o l'internamento coatto nel vicino centro di salute mentale. Il vischioso infermiere con faccia di topo e sicumera da cardiochirugo, ordina di aumentarmi la dose di calmante per cavalli andalusi. Poi va a cambiare il pappagallo nella stanza di fianco.
Ogni anno, tra residui di cioccolatini scaduti di San Valentino, polemiche di politici squilibrati su Sanremo e manciate di coriandoli squagliati ai bordi di grigie strade nel tristo inverno, si finisce per ricordare John McEnroe, che in quei giorni compie gli anni.
E' verità incisa con un punteruolo su roccia perenne: John McEnroe è il ribelle del tennis, anche trent'anni dopo. Come un cazzotto alla bocca dello stomaco o sadica carezza, scardinò sepolcri imbiancati di un tennis vetusto. Moderno anche oggi che ha 55 anni e ha attraversato svariate ere zoologiche tennistiche, rimanendo al passo coi tempi. Tanto ai microfoni, quanto come vecchia gloria in esibizioni con cachet da rockstar e sponsor che se lo contendono manco fosse un top ten. Perché al mondo c'è ancora gente che paga più volentieri per un acuto del vecchio Plant solcato da maschie rughe, rispetto a tre ore di concerto dei Tokyo Hotel.
John McEnroe ha rivoluzionato il tennis. Rivoluzionario non sanguinario ma sanguinoso o al limite pazzoide. Non troneggia su magliette di Warhol come il Che, ma nei videogiochi assieme agli eroi moderni, con immagine cult: boccoli rossicci, fascia in testa e maglia colorata del tie-break leggendario con Borg a Wimbledon del 1980. L'anno dopo finì per scardinare definitivamente la difesa dell'orso svedese e col sacrilego «you cannot be serious» squarciò il silenzio di vetro del Tempio Sacro. Scandalo. Imbalsamato pubblico londinese scosso dal maleducato supermoccioso. Regali preoccupati a Bukingham Palace. E' ormai storia. Tra paradiso e inferno, bellezza o raccapriccio, un tocco inimitabile e carattere da volgare genio paranoico. Santo e diavolo. Lo veneri o lo detesti, non è mai esistita la normalità, l'oggettività degli stronzi, per lui.
Chiedo a un ragazzino di otto anni di indicarmi un tennista del passato e quello, senza esitazione: John McEnroe. Mica il ciondolante recordman Sampras o il freddo orso Borg, che hanno in bacheca il doppio dei suoi titoli. Ci sarà un motivo, no?
«Come lui ne nasce uno ogni cento anni», disse il Rino Tommasi, con la sintesi dei più grandi. Mica come me che ho impiegato 40 righe per non dire un cazzo.


Blasfema appendice, pregna di un sadico nulla. Un conoscente, una specie di anzianotti lampadato e coi neuroni bruciati dai raggi uva, mi racconta, estasiato, di un Simone Bolelli straripante nel challenger di Berghèm. Buona notizia per i colori italiani (e per le mie tasche, bookmakers 5 volte pazzi), oltre al tracotante e ormai solido top 15 Fognini in finale a Baires. Contento per Bolelli, ragazzo mite e molto sfortunato, reduce da lungo stop dopo l'operazione al posto. Gode dell'insano tifo di molti ultras di Federer (pazzi, ma di una pazzia inquietante) perché anni fa, a un giornalista italiano, lo svizzero fece i complimenti al tennista di Budrio. Non sanno di come Roger abbia detto le stesse cose di Victor Estrella a un pescatore dominicano, di Kittipong Wachiramanowong a un autista di risciò thailandese e di tale Pedrito Cabezón, gnomo messicano di un metro e dodici, sorseggiando bevanda al tamarindo durante una vacanza ad Acapulco. Perché così si fa, dando un contentino ai locali. Mentre i saggi dominicani non ci sono cascati, qui hanno rovinato Bolelli con l'appellativo di «Federer italiano». Buon talento, devastante ma prevedibile e obbligato schema servizio-dritto con pochi miglioramenti negli anni. Per il resto, tra i primi 60/70 potrà tornarci agevolmente, sperando di sbagliarmi ancora per difetto.

giovedì 13 febbraio 2014

«DA GATTONE» MECIR A «MICETTO» MECIR, PASSANDO PER QUINZI (SALVATELO DALL'ITALIA)







Lunedì devo fare degli esami medici a Milano. Perché questo sfoggio di propri miserabili cazzi nell'incipit-cappella? Perché nella visita lampo e romantico week end in terra padana (sto facendo il visto, sperando non sparino a vista sul gommone immaginario) nel mezzo di un frivolo puttan tour da post San Valentino, potrei fare una capatina a Bergamo, guardando un po' del torneo challenger.
Vedo la lista dei partecipanti: vere attrazioni Quinzi e il rientrante Bolelli, l'essenza del tennis italiano, passato/presente e presente/futuro. Un briciolo di talento piombato incapace (o senza la voglia) di migliorarsi il primo, diciottenne predestinato l'altro, che rischia di essere l'esempio più clamoroso di eiaculazione precoce tennistica, causata da astinenza dell'appassionato italiano, devastato da trentennali pippe compulsive guardando le foto di Nadal e Federer con non comune afflato onanista.
Poi avvolto dalla tristezza rivedo qualche video del compianto Roberto Freak Antoni. Geniale, sarcastico, intellettuale, cantante demenziale degli Skiantos, morto dopo una lunga malattia. Ben consapevole di come «in Italia non convenga essere intelligenti», si vantava di aver avuto 35 anni di insuccessi e fallimenti «perché – diceva – troppo facile avere solo qualche mese di insuccesso, 35 anni invece non è da tutti». Talento mai riconosciuto, tranne che nei social, post mortem. Perché oltre ad essere intelligenti, in questo paese non c'è gusto nemmeno ad essere vivi. Se questo non l'ha detto, l'avrà pensato.
La tristezza diviene avvilimento tendente al suicidio con la conferenza stampa del Premier Letta. Terreo in volto come chi si è praticato l'autoasfissia petomane, propone «Rilancio - sob - Italia», forse contenente immagini porno anni '80 o filosofici fogli bianchi. Un testamento, temo. Provo imbarazzo e pena per la sua testarda, garbata voglia di sottrarsi al patibolo.
Così avvilente che viro sul challengerone/quinto slam di Berghèm con ritrovato entusiasmo e l'idea di andarci per il fine settimana si fa concreta leggendo Miloslav Mecir in campo. Ogni volta quel nome mi provoca un fremito di senile entusiasmo, nostalgica erezione (vabbè non esageriamo, che prendendo per seria un'espressione faceta, qui si creano mostri convinti).
Non è il celeberrimo «Gattone», ma il figliolo, discendente di felina stirpe Mecir. Da lontano sembra di vedere la sagoma del babbo, tornato sulla terra per insegnare tennis agli sciocchi. Una fugace impressione confinante con l'illusione. Stesso fisico allampanato, barbetta e crine rossiccio da randagio di annoiata eleganza. Dura solo qualche istante quell'illusione, perché il «micetto» è tennista moderno. Pur simile nella preparazione, il padre con quel servizio un paio di slam li avrebbe portati a casa. E, malgrado una strabiliante somiglianza nel portare i colpi, la classe del genitore è solo un vago miraggio.
Non è certo una promessa Miloslav jr, generato nel 1988, anno di grazia a vittoria olimpica, anzi, da anni gira senza sussulti per tornei minori. Niente di speciale e inadatto al tennis moderno quella copia sospesa nel tempo di un tennis che fu. Fino al guizzo che lo scorso anno lo porta vicino ai primi 200, che è già molto.
Guardo, incuriosito, sforzandomi di credere all'illusione. Il cagnaccio tonto Struff spara missili e insegue il furbo felino slovacco che si salva in modo miracoloso, prodigiosamente in bilico sul muretto, da cui non cade mai. Tre match point annullati e incontro portato al terzo. Due punti, distratto come sono nel condire le patate bollite, mi fanno sussultare. Bomba tedesca a investire l'apparentemente fermo slovacco che si allunga a due zampe, arpiona la pallina trasformando il recupero in languida smorzata. E poi altro scambio in cui sgonfia i due scaldabagni teutonici, anestetizza lo scambio e parte, improvviso, con vincente accelerazione di rovescio incrociato, strettissimo. Miloslav rivive.
Poi tocca a Quinzi e le belle scene di prima rimangono un ricordo. Poco spazio per le considerazioni tecniche. Quinzi è storto, indecifrabile, inadatto al veloce. Frenetico, ingobbito, ancora un cantiere su cui c'è il cartello «lavori in corso». Normale per uno che ha appena compiuto 18 anni e muove i primi passi nel tennis dei grandi. Altrettanto che una vecchia lenza come Hernych gli infligga una dura lezione. Meno normale per il pubblico, impaziente e submentale. Sulle tribune a Bergamo sembra ci sia ignobile rappresentazione degli utenti che da mesi delirano per siti tennistici. Asiogeni «ohhhh», insostenibili «dai Gigi, daiiii» ad ogni punto. Per non parlare di fischi, belati e ululati (di minuti) appena una palla vicina alla riga non venga chiamata in favore del predestinato italiano. Roba mai vista, in nessuna parte del mondo, nemmeno in Cile, a Panama o ex Congo Belga coi propri tennisti. In ogni parte del mondo non si arriva a certi livelli di tifo calcistico, bestiale. 
Manca la cultura tennistica a questo paese, da sempre, esasperata da trent'anni di digiuno e pugnette. Il tutto rende quello che vedo (reggo dieci minuti) imbarazzante. E asfissiante per il povero ragazzo. Che qualcuno di buona volontà lo salvi, tenendolo lontano dall'Italia.


domenica 9 febbraio 2014

FED CUP 2014 – LA GIOVANE, VIOLENTA, ITALIA







Privati della telecronaca del cantastorie Fabretti (gli esegeti del Sommo Vate lo danno alle prese con la punzonatura della sei giorni di mountain bike in Val di Non), c'era ben poco d'interessante o comicamente avvincente nel confronto Stati Uniti-Italia di Fed Cup, in scena nel gelo di Cleveland.
Il sostituto si fa apprezzare per un “Karin pecca di generosità, appena avanti di due break ne cede uno” (ne sa, ne sa, ma deve farsi ancora le ossa). Aspettiamo però il Vate Faber 2, sperando il suo sia solo un turno di riposo, come per le nostre big.
Restava il sadico interesse nel vedere Capitan Barazzutti alle prese con Camila Giorgi, ragazzina tennisticamente autistica, cresciuta in una campana di vetro e ascoltando solo le parole (temo deliranti) dello scapigliato babbo-domatore Sergio, a grandi linee: «Tira forte e vicino le righe. E se sbagli, spara ancora più forte, fortissimo finché non la spacchi la pallina. Cazzo». In attillata maglia-muta da sub nera già strepita in panchina, pazzo, frenetico. Un mix inquietante tra Branduardi e Casaleggio con sobria capigliatura elettrizzata, Telespalla Bob e Keith Richards. Urla qualche consiglio. E quelle sono ancora al palleggio di riscaldamento. L'avversaria chiede un lob e Super Vicky bombarola le tira un tracciante nei denti. Sergio esulta. Barazza, sgomento, si sbraccia: «E' il palleggio Cami, è il palleggio! Ma questa intende l'italiano?» rivolto a Palmieri, che nicchia.
Camila Giorgi affrontava Madison Keys, diciottenne ragazzona dai mezzi fisici e tecnici notevoli e dentatura che rimanda al «Dentone» di «sordiana» memoria, numero 37 al mondo. Speranza concreta del tennis yankee, come la nostra Camila lo è di quello italiano, malgrado abbia quattro anni in più, vissuti alla catena di babbo Sergio (intanto sedato dal medico sociale azzurro con anestetico per cavalli imbizzarriti).
Poi si inizia, e lo spettacolo è emozionante. Rasenta la fantascienza. L'italiana parte come una forsennata. Gambe ben piantate e una pioggia di missili terra aria sul cemento di Cleveland, letteralmente crepato come Dubrovnik dopo un attacco della contraerea serba.
Il sapiente Barazzutti catechizza la nostra «Chucky bambola assassina». Mai visto così ciarliero e parco di consigli, tracimante in logorrea da abuso di bardolino. Lui che sovente in panchina si assopisce facendo ristoratori sonnellini, stavolta mima colpi, movimenti e tattica. Pare di sentirlo «Brava Cami, ma lavorala quella seconda. Piazzala profonda la risposta, senza rischiare. Cambi di ritmo e via. Ah, anche qualche smorzata, appena puoi. E non ti scordare il back in difesa». Quella tutta composta e col piglio da scolaretta dopo lezione di matematica, fa cenno d'aver inteso tutto. Pronti, via: bum-bam-pum-sbadabam. Missili da ogni verso che s'infrangono sul rettangolo. Dentro, per oggi. E va benone così. Madison, molle e indolente come cavallona stracca dopo una lunga corsa, osserva lo spettacolo, allibita. Deve sembrarle crudele vedere una che tira tutto e non difende mai, stesso «vizio» che spesso le rimproverano, per via di una pigrizia atavica nei coscioni. Camila le gambe le avrebbe, semplicemente non vuole - difendere - perché non contempla l'avversaria nella sua non idea di tennis e suo gioco perfetto.
I soliti mirabolanti scienziati parleranno di «miracolo Barazzutti», capace di erudirla tecnicamente. Già me le vedo le notizie, appena oscurate da: «Le toghe rosse ora iniziano a esagerare: complotto anti m5s» sul FQ/Il Giornale, ad opera di Scanzi-Travaglio/Sallusti-Berpietro.
L'Italia travolge gli Usa col buon apporto anche di Frankenstein Knapp, ingobbita e devastante, proveniente dai monti tirolesi come Seppi (ma più virile e violenta del felino caldarense): potente come Zoeggeler, semovente e rude, giocandosela punto a punto con Masha a Melbourne aveva dimostrato una crescita notevole. A Cleveland è brava a scardinare le modeste difese di McHale e Riske.
Scelta quanto mai azzeccata di Barazzutti, far riposare le protagoniste degli ultimi anni. Un cambiamento dal fortissimo impatto, non solo generazionale, ma anche tecnico, rispetto alla tradizionale e laboriosa scuola italiana. Interessante (almeno quanto un editoriale di d'Arcais su Micromega sgargarozzando un bianchetto) sarà vedere come integrerà il nucleo storico, appagato e in là con gli anni, col nuovo, veemente e affamato. Io opterei per la seconda via, ma non sono Barazzutti. Per mia sfortuna (economica), e fortuna (tricotica).

lunedì 3 febbraio 2014

DAVIS CUP: ITALIA CORSARA, FEDERER E WAWRINKA TRASCINANO LA SVIZZERA






Editoriale serio, e sobrio e noioso (in tinta col cielo là fuori)


L'Italia espugna il «Municipal» di Mar de la Plata, ma al di là di nomi che rimandano ad epiche gesta è vittoria normale e confronto di bruttezza antologica. Ben poca cosa gli argentini del post Nalbandian, privi anche di Del Potro. Quella italiana si conferma una buona squadra, con due singolaristi da primi 15-20 e discreto, quanto inguardabile, doppio. Con Seppi ectoplasmatico, sale in cattedra Fognini. Maturato, malgrado qualche – inevitabile – ricaduta, con provocazioni sul finale che renderebbero insopportabile chiunque non è, non dico John McEnoe, ma nemmeno Gulbis. Non basterà per vincere l'insalatiera, ma per arrivare in fondo sì. Ora gli italiani si giocheranno (da favoriti) l'accesso in semifinale contro la Gran Bretagna di Murray che a sorpresa batte gli americani, provinciali e scellerati nello scegliere la terra. Superficie sì meno gradita a Murray, ma anche agli impresentabili Querrey e Young, che hanno l'aggravante di non essere Murray.

Svizzera diventata la favorita assoluta della manifestazione, stante un Federer motivato a vincere uno dei pochi allori che ancora gli manca. Mai considerato, forse, per uno scarso appeal di sponsor e quel vizio dei numeri uno di non voler dipendere da altri. Vedasi gli ultimi successi della Rep. Ceca, per vincere questa manifestazione sui generis occorrono un grande primo singolarista, una spalla all'altezza e un doppio competitivo. La Svizzera avrebbe potuto quindi farla sua anche negli anni passati, contando su un Federer fenomenale, Wawrinka pre-epifania, ma pur sempre solido top 15, e doppio vincitore alle Olimpiadi. Attualmente parte con tre punti di vantaggio su tutte le nazioni rimaste.

Big assenti, fuori molte favorite. La Svizzera fa fuori la Serbia priva di Djokovic (oltre che di Tipsarevic e Troicki) e Spagna (senza Nadal, Ferrer e Almagro) schiantata da una buona Germania. Le ambizioni della squadra teutonica somigliano a quelle italiane: solida e competitiva, con più frecce all'arco (oltre che più ricca di talento), ma comunque priva di un ariete da top 10.

Ci sarebbero i bi-detentori cechi, ma gli anni iniziano a farsi sentire per Stepanek, e la Francia dei tre moschettieri minori (Tsonga-Gasquet-Monfils) con diversi e lussuosi doppi spumeggianti da mettere in campo, di cui spesso usano quello meno probabile. I galletti si disfano dell'Australia, saggia a far fare esperienza ai teenagers terribili Kyrgios e Kokkinakis. Outsiders senza troppe possibilità il Giappone (vincitore su un Canada senza Raonic e Pospisil, e con Dancevic azzoppato) e il Kazakistan dei soldati mercenari (nel senso buono) che si disfa di un Belgio al ricambio generazionale.

OT. Mi dicono di una Sara Errani che fallisce ancora la prima vittoria in un Premier, sconfitta in finale a Parigi dalla Pavlychenkova, russa rotolante ma dal buon talento. Niente di nuovo sotto questo cielo. Batte in battaglia la mutanda rossa Cornet, perde in lotta dalla russa. Due tenniste con cui se la gioca e che valgono la sua stessa posizione, attorno alla 15/20. Con picchi della nostra su terra e maggior possibilità di crescita delle altre due (russa soprattutto). Questa la verità assoluta. E incontrovertibile. E se provate a contestarla brucerò i vostri nick (in assenza di libri di Augias).


lunedì 27 gennaio 2014

AUSTRALIAN OPEN 2014 - PAGELLE ANTICONCEZIONALI







Day 0 - Saluti e baci dal vostro inviato (sì, sono quello in foto. Torno in patria a bordo di una canoa, lungo il fiume)


DONNE (inizio da loro per galanteria. «Premio Boldrini» ormai in saccoccia)

Li Na. «Ancora non sa quanto è forte» come dice il suo allenatore Rodriguez, e a 32 anni non ha paura di volersi migliorare. Si prende una rivincita sul destino dopo due sconfitte in finale, firma il secondo slam della carriera e gigioneggia nel miglior discorso di sempre ostentando il tipico humour cinese (salvate il signor Li). Epifania, involtini primavera e capodanno cinese a suon di accelerazioni titaniche, ma ad onor del vero trionfa senza battere nemmeno una top 20. Laddove Mariolona Bartoli (sobb), nella sua cavalcata a Wimbledon, fu crocifissa per non aver battuto top 10.
Voto 9

Dominika Cibulkova. Culo basso, gambe tozze, panzetta da terzo mese di gestazione, incitamenti da bovara (ohh-lllééé) e viso angelico. Questa slovacca alta quanto un tubo di palline (da tre) o Brunetta, è la vincitrice morale del torneo. Sotto le sue strambe bombarde (quasi smasha colpi che le altre impattano ad altezza sterno) cadono ben due top 5. Implicitamente appagata e un po' pavida, le manca l'ultimo scatto in finale.
Voto 8

Agnieszka Radwanska. Sant'Agnese Martire (con diploma di sapiente esorcista conferitole dall'anima di Padre Amorth). Suo il picco tennistico in un torneo poverissimo tecnicamente: il modo in cui disinnesca ed esorcizza l'indemoniata tamarra Azarenka è a tratti sublime, tra carezze, smorzate, tocchetti e furbesche magie da fattucchiera. Poi perde da una nana killer, perché uno slam non lo vincerà mai. Questo lo sappiamo, e non importa.
Voto 7+

Eugenie Bouchard. Bamboletta-macchinetta tennistica, già solida di mente oltre che nei colpi anticipati, senza fronzoli. Nuova sensazione Wta, se non sarà travolta dal vortice fesciòn-tennis-patinato, sponsorizzando omogeneizzati per chiwawa o scaldapeni in lana merinos. Resisterà? Boh. Chissenefrega, alla fine.
Voto 7

Ana Ivanovic. Bim-bum-bam. Splash (fiume Yarra). O crash (vetrata infranta a Gold Coast). O «Ajde». Balzelli. Risate insensate, come il suoi colpi. La sconfitta contro Bouchard svela la casualità della vittoria su una Serena scricchiolante (s.v.), frettolosamente dipinta come «guarigione» dagli stadi di dissociazione dell'Io corpo (d'acciuga).
Voto 5,5

Flavia Pennetta. Tornerà tra le venti, battendo il würstel Kerber (5-) dimostra come se la possa giocare anche con le top ten. Non può niente contro Li Na, come niente hanno potuto tutte le altre. Mi telefona un vischioso Signorini: è vero che Flavia ha lasciato il toy-boy fotomonello per il toy-boy Pierino Fognini? «Non saprei, Alf - rispondo -, bacio».
Voto 7

Vika Azarenka. In tour col sobrio fidanzato RedFoo, accompagnerà i suoi rap (vabbè) con rotti e peti.
Voto (pietà).

Maria Sharapova. Persino Cibulkova, al suo confronto, sembra istrionica figlia di Santoro e la lascia sul posto.
Voto 4,5

Simona Helep. Furetto rumeno ormai da top ten. Podismo, intelligenza tattica e colpi facili, pure lei giustiziata da Cibulkova.
Voto 6,5

Caroline Wozniacki. Zavorrata dal brillocco di sedici chili e mezzo dell'adone McIlroy, perde dalla Muguruza (6+), marcantonia spagnola in rampa di lancio.
Voto 2

Jelena Jankovic. La guardi sgroppare e parlare con un vocione baritonale e pensi: sono all'ippodromo di Capannelle o al Muccassassina, con una trans che canta una canzone di Mario Biondi?
Voto 5

Errani/Vinci. Le Bryan's in gonnella. Nemmeno un set vinto in singolare, tengono tutte le energie per il doppio: trionfo. Entusiasmo alle stelle.
Voto 6 (media tra singolo e doppio)




UOMINI


Stanislas Wawrinka. Cancella in un solo colpo anni da succube «svizzero minore» o «forte coi deboli e debole coi forti». Snodo fondamentale: la vittoria con Djokovic, dopo avergli preso le misure nelle due battaglie rusticane dello scorso anno. Primo slam e laurea tennistica per questo ormai maturo svizzero impettito e con atteggiamento da torello ebbro di Topexan, e laurea breve (di quelle che non servono a un cazzo) in psicologia, a distanza, dopo la finale thrilling. Ha però evitato quella in Criminologia, in caso di sconfitta. «Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better» si è tatuato sul braccio. Riassume tutto.
Voto 10

Rafael Nadal. El Toro di Manacor, divenuto bove con la sciatica. Il fisico, croce e delizia di una carriera decennale, stavolta lo tradisce. Bendato, spelacchiato, piagato e fasciato, sembra un martire votato al supplizio per via di un tennis che sfida convenzionali leggi dell'uomo. O un reduce dalla Guerra di Secessione. Dopo la vittoria su Federer, niente sembrava impedirgli il successo finale. Poi la schiena cede e addio ai monti. Vincerà ancora, perché questo è il tennis moderno e non si può pretendere la regola che giochi sempre sfasciato. O piombato.
Voto 8

Roger Federer: Ritorno al futuro. Il fisico regge, il braccio fluttua, la racchetta canta. Gran colpi, splendide dimostrazioni tennistiche e ancora la nemesi terrena Nadal a sbarrargli la strada. Con ulteriore, quasi sadico, sberleffo: l'inarginabile mostro iberico si fa male nel match successivo, contro lo storico (ex) numero due svizzero. Rigenerato anche dalla nuova paternità (dopo le gemelle, punta al parto trigemellare. Si sa, i record sono il suo maggiore stimolo).
Voto 7

Andy Murray. E' psicologia spiccia, infarcita di venature medico anaerobiche pornografiche. Sta lì sul letto, apatico e con lo sguardo al mare immaginario sul soffitto, in cui guizzano nutrie in amore. Come chi s'è chiavato una stragnocca, e nei giorni seguenti si ripete: ora posso diventare anche gay. Ma perché non siamo nati tutti froci? (cit.). E si masturba immaginando Marilyn.
Voto 5-

Tomas Berdych. Stanco di farsi notare solo per la topa fidanzata dal lungo collo di cigno, prova ad attirare l'attenzione con un completo a strisce da fantino del Palio di Siena (contrada dell'allocco gigante). Poi lo indossa anche lei sugli spalti, e nemmeno questa volta ce la fa. Buona semifinale, niente più. In medio stat orbo killer seriale di quaglie.
Voto 6

Juan Martin Del Potro. Uccellato da uno scaltro (e poco altro) Baustista Agut (6,5). Con due sole racchette nel borsone. Il timore è che arrivi a legarseli col fil di ferro come facevo io a 8 anni. Obolo spontaneo inviando sms al 144-69696969.
Voto 4

Grigor Dimotrov. Tennista femmina. Ancora poco cattivo e non ancora di bellezza perfetta per vincere uno slam facendone a meno (della cattiveria). Ma il futuro è suo. Top 10 a fine anno, forse.
Voto 7

Stephane Robert. Robert, chi? Sperando che Fassina si dimetta dall'essere Fassina.
Voto 7 (o 6 al superenalotto)

Fernando Verdasco. Ridicolizzato dal «Gaba» Gabashvili (7). Il rimpianto è non poterlo vedere zimbellato anche da «Crazy Dani» Koellerer (una prece).
Voto 3-

Novak Djokovic. Nella volée scotennata sul match point contro Wawrinka c'è l'essenza del sodalizio tecnico con Boris «bum bum» Becker, che per dimenticare ha deciso di smettere con la birra. Per dieci minuti. Poi è partito a Leimen, per una gara di bevuta di birra e salsiccia. Stravinta. 
Voto 4,5

Florian Mayer. Lo vedi e d'incanto parte in automatico la sigla dell'Ispettore Derrick. E triste e smunto e lento e dimesso. Con deliziose pennellate espressioniste da Gattone (morto) Mecir, infilza Youzhny e Janowicz.
Voto 7

Tommy Robredo 7. Esempio per i giovani, straziante condanna per chi guarda.
Voto 6

Pizza e mandolino. Fognini (6,5) insolitamente normale: vince quando deve vincere, e raccoglie mezza bustina di lupini da Djokovic. Ottavi d'oro, top 15. Andreas Seppi (5,5). L'estate australiana a 45° lo trasforma in inconsapevole guerriero della steppa. Cotto come una scamorza affumicata fa fuori l'idolo di casa Hewitt (incredulo), torna allo stato gassoso contro Young (6). Filippo Volandri (6), gita premio e onorevole comparsa contro Tsonga



Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.