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lunedì 4 aprile 2016

IL RITORNO DEI GUN'S N'ROSES. ROBA DA 90's









Ok, il piatto tennis langue. Djokovic e Azarenka, tremendamente simili (tranne una maggiore sobrietà e femminilità del serbo) procedono spediti e meccanici come locomotive. A Miami bissano entrambi il successo di Indian Wells senza colpo ferire e concessione allo spettacolo, complici avvesari alla deriva. Murray neo papà imbraccia la racchetta come fosse un pannolino, Federer ancora ai box, Wawrinka tornato brufoloso torello svogliato di qualche anno fa. E gli altri? Bravo Nishikori, ma ancora di una cilindrata inferiore. Cresce Kyrgios, ma non abbastanza. Tra le donne è un assolo della petomane bielorussa, nel deserto subsahariana di avversarie credibili. Radwanska eterna incompiuta, Serena smoccolante si fa sorprendere da una rediviva (un paio di volte l'anno sfodera prestazioni da cinghiale -maschio- in calore) Kuznetsova.
Quanto ai provinciali fatti di casa nostra, al solito assordante concerto afono maschile si appaia anche quello (meno consueto) femminile. Vinci claudicante, Giorgi sparacchiante (a vuoto), Pennetta intenta a scegliere il vestito da sposa (malgrado Malagò e Binaghi provino a bruciarlo notte tempo), Errani torna dalla tournè americana con una decina di giochi vinti, schiacciata come un mosquitos dalla Osaka (se non succederà qualcosa di imponderabile, questa ragazzona nippo haitiana entro tre anni vincerà uno Slam). A chi timidamente
glielo fa notare, lei risponde sui social qualcosa tipo: "tu quanti ne hai vinti?
#zzovuoidametu". Roba da far impallidire dodicenni bimbiminchia problematici con ego spropositato in relazione alla realtà.
Tiene però banco l'annosissima questione Giorgi-Fit. Roba da non dormirci la notte. Leggo di una rottura definitiva della nostra orba cacciatrice di quaglie morte e la Federazione, annessi retroscena (fino ad ora secretati) di passate liti e stracci volanti. E, per una volta, non so chi faccia più ridere, prevalendo una sinistra sensazione di profonda pena. Come Pilato, me ne lavo le mani e butto tutti dalla torre.

Fortuna che c'è la musica. Notizia da pesce d'aprile mancato, il concerto a sorpresa dei Guns (fuckin') Roses al Troubadour di Los Angeles, laddove tutto ebbe inizio trent'anni prima. Suggestivo e di notevole impatto. Roba da anni novanta ruggenti, ricordi indelebili e flash di anni ruggenti. Una band che, bene o male, ha segnato un tempo. Cosa possono saperne i directioners. Irruppero come un lampo nella scena hard rock surclassando le band del tempo, perché capaci di un miscuglio clamorosamente vincente. Rock duro, chitarra fumante, slanci melodici e carisma debordante dei due leader, amici-nemici, bizzose prime donne (Axl -soprattutto- e Slash). Il biondo efebico dalla voce alla varechina e il ricciolone col cappello, sigaretta tra le labbra e Gibson Les Paul da violentare. 
Un lampo, meteora di qualche anno, l'impatto bestialmente rude di "Appetite for distruction", prima di addolcimenti e pacchianerie da neomelodici, polpettoni stile romanze ottocentesche con struggenti tappeti di piano. Dal vorace appetito distruttore all'occhiolino languido e derive di onnipotenza. Sbronze, rock, donne e droga, poi l'inevitabile scissione a causa di rancori, bizze e interessi dei due leader. Ventitrè anni di veleni e carriere soliste, diritti e carte bollate, prima del ritorno dell'altro giorno. Lancio per un tour estivo. 
Cos'avranno ancora da dire questi cinquantenni ex ragazzacci del rock? Poco, temo. Sperando di sbagliarmi. Tranne una barca di soldi che pioverà sulle loro teste e nostalgia dei fan (per loro e anche per quegli anni di giovinezza) ancora senza soldi. Slash pare sempre lo stesso, la sua verve creativa non si è interrotta nei vari progetti solisti. Duff McKagan al basso sembra addirittura migliorato rispetto a quando da giovane era solito ruzzolare sul palco, portato via a braccia. Axl è la caricatura bolsa e afona dell'animale da palcoscenico che fu. E gli altri? In questa reunion dimezzata mancherà Izzy Stradlin, sottovalutata chitarra ritmica e anima creativa. Non ci sarà Steven Adler, primo batterista già allontanato negli anni novanta a causa dell'eroina, ma nemmeno il suo sostituto di allora (Matt Sorum).
Cosa sarà questa reunion, chi può dirlo. Il pericolo diventi solo materiale per nostalgici rincoglioniti ex capelloni (non parlo solo di me), è forte. Le rockstar dovrebbero morire giovani, altrimenti il loro ricordo viene sporcato, diceva un saggio. Tranne che per gli Stones, arzilli settantenni che suonano "Sympathy for the devil" davanti a 500 mila spettatori a Cuba, mentre Fidel Castro dorme di un sonno misterioso.

lunedì 21 marzo 2016

MELDONIUM, SPERMONIUM E FLASHBACK DA INDIAN WELLS







Impazza ancora il dibattito su Maria Sharapova e il Meldonium. Cadono come mosche cavalline altri atleti (la maggior parte russi) positivi a questa sostanza ormai dichiarata illecita. Lo zar di tutte le Russie Vladimiro Putin si affretta a chiarire ai sudditi (gay compresi): non si politicizzino questi casi, si tratta solo di imperizia e trascuratezza degli staff medici. Tradotto (se il kgb oscurerà il sito ricordatemi come uno che per le scale salutava sempre): non si tratta di doping di stato, ma responsabili al dopaggio incapaci di stare al passo coi tempi e agire in modo tempestivo. Corso di aggiornamento in Siberia o pastura per pesci nei casi più gravi. Inetti costoro, o talmente convinti di un'impunità vita natural durante, da sottovalutare le nuove norme. Perché si sa, luminari aggiornati sono in grado di trovare rapidamente un palliativo. Qualcuno (che preferisce restare anonimo) ha già parlato di Spermonium, una miracoloso intruglio a base di sangue di iguana, sperma di unicorno albino, code di lucertola di Galapagos e peli pubici di nani del circo, capace di guarire gli impotenti, dare a Seppi le sembianze luciferine di Koellerer e resuscitare i morti (da non più di tre giorni però), con piccoli effetti collaterali: occhi da Gasparri e verve creativa di Fedez. Una sostanza comunque lecita, fino a prova contraria e risveglio tra dieci anni della Wada. Poi sarà doping. Frotte di atleti ne fanno già scorte in bancarelle improvvisate.
Ma, viva Iddio, c'era anche il tennis giuocato, in quel di Indian Wells. Vediamo qualche pagella, considerazione a muzzo.


Novak Djokovic (palle frantumate). Ormai si annoia anche lui, oltre chi guarda. Prova anche a rendere, invano, più divertente la monotonia di una dittatura ferocemente soporifera cedendo set a bibbitari improvvisati tennisti.
Milos Raonic 7. Lanciatissimo e top 4 a tutti gli effetti fino alla finale, quando rabberciato e con servizio molle per un malanno alla schiena, Djokovic gli fa la fotografia.
Rafa Nadal 6,5. Gioca e mette sul campo il 120% di quanto gli rimane. Esulta, fa pugnetti, aizza la folla per la vittoria contro un pivello, ma è chiaramente il pronipote infermo di quello che fu. Graziato dall'inesperienza del giovane Zverev, dignitoso come un Andujar in semifinale con Djokovic.
Alexandr Zverev 7. Nuova sensazione, il teenager tedesco russo ha tutto per sfondare nel tennis attuale, compreso un rovescio letale. Oltre all'inesperienza (si smarrisce come un polletto amburghese a due punti dalla vittoria con Nadal), sembra però ancora troppo macchinoso e deficitario negli spostamenti. Continuo a preferirgli il lezioso fratello Mischa, impegnato in un antologico doppio a Irving, con partner il fesso Petzschner.
Vika Azarenka. I feticisti del rantolo, orfani di Masha, trovano subito del metadone nelle sue urla da sirena del demonio. Terrificante e, come si prevedeva/temeva a inizio anno, tornata ai vertici.
Serena Williams 6. Più che l'insolita normalità, buona tutta la settimana ma perdente in finale con Vika, colpisce un'altra cosa. Come non gli freghi nulla (o molto poco) di perdere contro avversarie per cui nutre simpatia o rispetto. Forse la divertono i rutti di Vika, non saprei cos'altro. Contro una Sharapova imbottita di Meldonium invece, non perderebbe nemmeno ubriaca o ingessata. Con lei vedeva sangue, titoli e vittorie a parte.
Angelique Kerber 2. Il medio spettatore che la vede deambulare molle a Indian Wells, è assalito dall'atroce dubbio: ha vinto uno  Slam venti anni fa? No, meno di due mesi fa. E allora, si domanderà ancora il tapino: ha trascorso due mesi a tracannare tre litri di birra al giorno oppure in Australia era piena come un cammello? Magari Meldonium, o già Spermonium (che i tedeschi stanno al passo coi tempi). No, al limite era caricata a plutonio. Questo penserebbe l'uomo della strada, non certo io che ho il garantismo come primo comandamento. Specie quando è solo un'illazione che nasce da alcune considerazioni personali. Quindi, via, è solo un periodo no, fisiologico appagamento psicologico e scarsa forma fisica. In attesa la ricarichino a plutonio dal buco del culo (mi risponde il lazzarone uomo della strada).


lunedì 14 marzo 2016

SHARAPOVA, DOPING, SUPPOSTE DI MELDONIUM: LA VERITA'







Ammetto che della questione doping-Sharapova mi interessa meno di un pelo di cazzo di Gasparri, ma da più parti, dagli Appennini alle Ande, si invoca una mia saggia opinione. Per placare queste milioni (che dico, miliardi) di querule richieste, eccovela. Ovviamente definitiva.

Il caso. Maria Sharapova convoca una conferenza stampa a Los Angeles. Le voci si rincorrono: annuncerà all'adorante plebe un grave infortunio alle corde vocali? Il lancio di una nuova miracolosa caramella in grado di far grugnire ad oltre 120 Decibel (superando il suono delle sirene)? Di sostituire Axl Rose (ormai bolso e afono) nella imminente reunion dei Guns N'Roses?
Niente di tutto questo. Si presenta a capo chino, vestita come una monaca penitente (o Rosy Bindi durante le preghiere dei vespri) e annunzia al mondo di essere stata trovata positiva ad un controllo antidoping durante gli Australian Open. Meldonium, sostanza dichiarata proibita a inizio 2016. Adduce grotteschi motivi fisici per l'utilizzo di un anticoagulante dagli effetti simili a quelli dell'insulina, utilizzato da infartuati, vittime di ictus e malati di diabete. Prodotto in Lettonia, lei residente in California. Si trincera dietro la mancata conoscenza delle nuove disposizioni, distrazione, quindi via di scuse ai tifosi e promesse/minacce di tornare in campo dopo la squalifica. Ma ammette l'uso. E' quanto basta. Poi nei giorni seguenti sposta il tiro e blatera di comunicazioni Wada non leggibile, causa inchiostro bagnato da una pioggerella estiva di Luglio. E si sa, tra gli effetti collaterali del Meldonium c'è anche un sensibile abbassamento della vista. Molti principi del foro statunitensi sono pronti a cavalcare questa via, per una piena assoluzione.
Basterebbe questo per provare pena di questa conclamata, abituale reo confessa dopata? No, purtroppo.
Le reazioni. Spendo un po' di tempo sottratto alla pedicure per leggere sul pianeta Internet, cosa si dice al riguardo. Clamore non solo nel mondo tennistico e modaiolo cui ella appartiene, ma anche dello sport in generale. In Italia la suburra internauta si divide tra colpevolisti e innocentisti verso una rea confessa. Fila tutto, nel quadro di una totale, incontrovertibile, demenza collettiva. Chiaro, ovvio, avessero pizzicato “la scimmia, orango, negra” (solo tra i più graziosi epiteti che le vengono gentilmente rivolti) Williams o la “ladra, rom, imbrogliona” Halep, si sarebbe invocato all'unisono la radiazione, carcere, fine pena mai e fors'anche la pena di morte con iniezione letale (vi stupite ancora che in questo paese attaccando negri e rom si possa ambire a governare?).
Ma la Masha, ma la Masha no.
Bisogna pur concedere un beneficio del dubbio, scusante, fantasiosa teoria assolutoria, alla diva avvolta da un alone di urlante santità. Che diamine, lo si deve a colei che ha forgiato le loro mani con indelebili calli da manico. Ok, dicono in coro: il farmaco è stato vietato solo a Gennaio, quindi il peccatuccio di Maria (ammesso ci sia) è veniale. E, se proprio c'è, è da imputare ad altri, perché “Maria non è proprio il tipo da doparsi” (non si sa in base a cosa, se non alla riconoscenza per i suddetti calli). Assoluzione morale quindi della urlante badilatrice di palline e colpa alla sua equipe medica (con quello che li paga, questi lazzaroni buoni a nulla), rei di non essersi informato per tempo. Un drappello di finissimi appassionati appartenenti al gruppo “due diottrie per Masha” spolvera il sempre verde “Perché, le altre? E le foibe?”. Infervorati e accecati dalla miopia divorante, finiscono per assolvere la beniamina confessa accusando ipotetiche e mai squalificate colleghe. Questione di tempo e i più virtuosi si spingeranno a fulgide teorie medico psichiatriche: Va bene, Masha ha ammesso la colpa, ma siamo sicuri fossero dichiarazioni attendibili? chi ce lo dice che l'astinenza da Meldonium non induca vaneggiamenti e scarsa lucidità? Occorre una perizia, moviola in campo, o sarete mica giustizialisti forcaioli dello Strafatto Quotidiano?
La verità vera. Bisogna prenderla alla larga. Sposo da sempre una massima teoria che fa capo al filosofo e Maestro ascetico Zeman: esiste il doping “legale” delle sostanze proibite dalla Wada. Doping “scientifico” dato dalla somministrazione di sostanze lecite coprenti quelle illecite, frequente nei casi di doping di stato. E poi c'è un doping “etico” basato sull'uso ed abuso di medicinali leciti al fine di migliorare le prestazioni, eliminare affaticamento ed altro. In sintesi, è doping assumere nandrolone. E' eticamente riprovevole imbottirsi di aspirine o supposte che curano la lebbra se non si ha quella patologia. Sharapova ha usato un farmaco che cura malattie del cuore e il diabete, mentre era sana come un pesce. Sostanza che (sempre più studi lo dicono, basta leggere) copre la rilevazione del doping e che tante squalifiche sta portando in atleti russi di diverse discipline. E, non contenta, lo ha fatto anche quando è stato dichiarato illecito. Quindi dopata: legalmente, scientificamente ed eticamente. Ha confessato la colpa. Discorso chiuso. Di potrebbe anche archiviare e passare oltre, no?
Altro discorso è quello sulla la negligenza del suo staff medico. E sì che Maria potrebbe permettersi medici in grado di debellare ebola e Aids nel centroafrica e di essere sempre un passo avanti all'antidoping. Colpe che non attenuano di certo le sue, ammesse ed evidenti. Tranne successive mezze ritrattazioni che non fanno altro che rendere patetica una situazione di per sé imbarazzante. Masha ha vinto tornei, slam, fatto di sé un'azienda dagli introiti spropositati, guadagnato forse più del prodotto interno lordo del Burkina Faso. Il ritiro (tutt'altro che sicuro) di titoli e coppe e fuggi fuggi degli sponsor non può che scalfirne un'unghia laccata. Si pretenderebbe però almeno una dignitosa uscita di scena, dopo la confessione, stile Armstrong. Invece, al peggio non c'è fine.
Ciao Masha, che tu possa avere sempre il vento in poppe (rinsecchite), il sole ti risplenda...e possa insegna agli angeli come urlare strafatti di Meldonium.


domenica 21 febbraio 2016

PILLOLE ALLUCINOGENE DI ATP/WTA






Rafa Nadal, il morto è stazionario. Un tempo il più grande tennista di sempre su terra battuta i tornei minori sudamericani nemmeno li giocava. Avrebbe vinto in infradito e bendato, senza nemmeno smutandarsi. Ora è lì, rema, lotta, sbuffa, si lascia andare a esultanze gladiatorie che rasentano la patetica nostalgia, come un pugile suonato che fa il wrestler. O Berlusconi e Galliani che in tv dicono come il Milan sia il clØb più titolato al mondo. Perché dell'invulnerabile, imbattibile mutante terricolo con gli arti che si rugenerano per morfallassi come le code di lucertola, non c'è traccia. Depotenziato, vuoto, senza l'esplosività fisica dei tempi migliori. Il risultato è clamoroso: seccato su argilla rossa da giovani violenti (Thiem) o vecchie lenze mediocri (Cuevas), in lotta. Gli do tempo fino a Parigi, lì sapremo se Nadal staccherà la spina o rinascerà dalle sue ceneri.
Riecco Delpo. Mesi di dubbi, interrogativi, ipotesi, operazioni in serie, ipotetiche varianti tecniche per ovviare al polso sinistro ballerino, treno bianco di Lourdes come ultimo, drammatico, tentativo, ed ecco finalmente in campo dopo oltre due anni. A Delray Beach mi appare ovviamente titubante, accorto, attento a non strafare e forzare troppo il polso martoriato con scientifico utilizzo del rovescio slice. Tanto basta per battere buoni avversari da top 100 e arrivare in semifinale, arrendendosi solo a Jeffrey Dahmer truccato da The Mask (Querrey). Paradossalmente, per necessità, rischia di arricchire il suo grezzo bagaglio tecnico utilizzando il back di rovescio e limitaando gli estremismi mostruosi che l'hanno portato a vincere a Flushing Meadows. Il tempo ci dirà: A) se questo Delpo 2.0 sarà sufficiente per tornare a livelli di eccellenza. B) se è una situazione temporanea, prima di riprendere fiducia, partita dopo partita.
Tupac Kyrgios alla marsigliese. Dopo i balbettii di inizio anno in patria, ecco il crack del 2016, che irrompe in tutta la sua esplosività facendo i buchi nel parquet marsigliese. Frantumati Cilic e Berdych (ossia quelli che sono appena sotto gli intoccabili). A questo ciondolante rapper dall'atteggiamento e tennis pregno di tamarra protervia, non interessa niente di nessuno. Il che, avendo colpi fenomenali, può anche non essere un handicap. Confermo, farà il Master di fine anno. Se non lo arrestano prima per scippo di una vecchietta (Stepanek truccato da donna).
Il treno perso dalla gnappa Strycova. Ci sono occasioni, frutto di eventi fortuiti e irripetibili, che chiedono solo di essere colte al volo. Opportunità che il destino ti pone su un piatto d'argento. Trovare Sarita Padellara Errani nella finale di un premier sul veloce capita una volta ogni due vite. È come trovarsi di fronte alle elezioni Fassina. Puoi perdere solo se in pubblico dibattito ti dichiari un deviato ittico, a favore delle adozioni gay o di non voler sparare ai profughi di Lampedusa. Lei invece, matta come una cavallina imbizzarrita, fa un sorriso ammiccante e inquietante, di quelli che non sai se voglia sedurre o ammazzare e, dopo aver mostrato meraviglie magie contro Ivanovic e Garcia, risponde con sbocchi tennistici (e tutti i torti forse non li ha) all'abominio tecnico di Sara Errani, arrivata invece alla
finale dopo scempi e battaglie con impresentabili figure, Zhung, Shvedova o la regolarista fallosa Svitolina. Paradossi, il bello/brutto del tennis. Avversarie da Itf, con cui potrebbe dire la sua anche Bertina Brianti. La romagnola però ha una tigna che rasenta l'ernia al cervelletto. In particolare, assisto a qualche games di Errani-tal Brengle e sono colto da spasmi addominali, vertigini, stati di morte apparente. Sarà mica tennis, quello.
Il ruggito della leonessa sdentata Schiavone
Che azzanna il titolo a Rio de Janeiro. Risultato bellissimo, considerando le quasi 36 primavere della nostra campionessa ormai fuori dalla top 100. Ok, ma evitiamo trionfalismi. Kimiko Date a 44 anni era top 100, Venus a 36 è quasi top 10, Serena a 35 sfiora il Grande Slam. A Rio la nostra ha regolato in battaglia un manipolo di ragazzotte che negli Slam non giocano o faticherebbero a passare in turno. Lei che uno Slam lo ha vinto. Scremati gli entusiasmi patriottici, resta una bella impresa, perché la milanese gioca ancora un bel tennis ed è vittima della avvincente sindrome di Jimmy Connors. Malgrado i fili bianchi nei capelli e un rendimento lontanissimo dal passato, lei sembra divertirsi ancora. A Rio come a Parigi. Contro Stosur come contro tale Cindy Burger. Vuole mettere alla prova il proprio fisico e gode da matti a lottare, sudare e tirare palline. Per vincere uno slam, come per rientrare nelle 100.

lunedì 8 febbraio 2016

Fed Cup, Francia-Italia: cronaca di una disfatta annunciata



Premessa: ho visto solo alcune fasi del match Francia-Italia valevole per il primo turno di Fed Cup e disputato a Marsiglia, limitandomi a vincere soldi scommettendo contro Sara Errani (quale folle book in prenda all'alcol o festeggiamenti carnascialeschi può dare Mladenovic e Garcia, ma anche Sandra Pizzichini, a 1,60-1,70 contro di lei sul veloce indoor?).
Esito scontato. Lo si sapeva. L’Italia del post Pennetta, con Schiavone ormai portabandiera senza bandiera, Vinci epurata, e che si basa tutto sull’automa sparacchiante Giorgi e Sarita padellara, partiva senza speranze. Nemmeno un suicidio transalpino poteva bastare.
Dopo i successi del passato, più basati su valori individuali che meriti federali, c’è un vuoto assordate. Il nulla assoluto.
Eppure, due parole occorre dirle. Tanto per. Perché perdere ci stava, ma malgrado tutto si poteva farlo con più dignità, se non addirittura giocarcela, grazie a scelte un filo meno demenzial-suicide.
Errani-Vinci. No, non farò nessun accenno alla febbrile attività parlamentare attorno alla legge sulle unioni di fatto e Elton John a Sanremo. Non è questa la sede. Qualcuno però ancora si ostina a negare ciò che a chi è fornito di qualcosa in più di una vongola verace nel cervello era già evidente: le due ormai si detestano. Non si sa cosa sia successo (e nemmeno può fregarcene minimamente), ma così è. Inutile far finta di nulla o addirittura negare. Continuare a blaterare di rottura per motivi tecnici e volontà di "concentrarsi sul singolo" non fa più ridere nemmeno i polli. Neanche Emilio Fede con Berlusconi era arrivato a tale grottesca mistificazione della verità. Eppure, tra fit, tv e siti che gravitano attorno, silenzio tombale. Bocche cucite.
Ma bene, dato per certo l'odio palpabile tra le due, divorzio così insanabile da non permettere al capitano coraggioso di convocarle contemporaneamente pena musoni, graffi e scenate napoletane, l’uomo della strada si domanda: perché in una sfida sul rapido indoor optare per Errani (senza reali possibilità di portare a casa un punto) e lasciare a casa Roberta Vinci, in grado invece di giocarsela con le due giovanottone francesi? Non si capisce. Un uomo mediamente in salute mentale non può. Come non può credere alla barzelletta sul rifiuto di Roberta per impegni improrogabili (ospitata tv da Cattelan), dopo l'affaticamento da burraco che già le impedì di essere a Brindisi. Assoluta demenzialità dei tecnici oppure il peso della padellara è molto più forte, malgrado Robertina provi a guadagnare patriottici punti con videomessaggi da far impallidire un camionista-ultrà cresciuto a pane e Boldi-De Sica (mi ripugna persino ripeterlo, ma ormai è pervasa da una sorta di delirio di onnipotenza). Anche credendo a questa seconda opzione, mi domando: perché esporre Errani (tecnicamente inadatta e psicologicamente in crisi) a questa figuraccia? Su terra, se sta bene, può ancora dire la sua. Ma su terreni veloci e così conciata, risulta impresentabile. E poi, Coni-Fit-Onu e Protezione civile continuano indefessi ad ammorbarci gli ammennicoli e frantumarci le pudende (o fracassarci i coglioni, se volete) sulla storia di Pennetta convinta a tornare in campo per le olimpiadi (magari fuori forma e gravida di un par di Fognetti) per vincere una medaglia (ma quando, dove, con chi?) e continuano a nicchiare e non muovere un dito per ricomporre la coppia Errani-Vinci che una medaglia (loro sì) potrebbero anche vincerla? Si rasenta il ridicolo.
"Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle future generazioni", diceva De Gasperi o forse era Mal dei Primitives. I nostri politicanti dello sport pensano alle prossime elezioni e a correr dietro il gonnellino (ai limiti dello stalking) di vecchie glorie, prepensionate e ritirate, invece di prendere atto della realtà: una casuale generazione ricca di successi è finita, nulla si è fatto per crearne una di ricambio ormai persa, tocca farsene una ragione
e iniziare a lavorare sui giovanissimi.
A margine, Robertina ha sgambettato e dato sfoggio di verve da showgirl in tv da Catellan. Condita da soliti, ormai stucchevoli, richiami alla vittoria su Serena. Non se ne può più. Sono a decine ad averla battuta (Kurumi Nara compresa), questa rischia di continuare a menarcela fino al 2067, pensando di risultare simpatica. Invece sembra una che ha perso completamente la brocca. Qualcuno le ricordi che a New York ha si battuto Serena, ma poi ha perso una finale di Slam contro Pennetta, da favorita. Occasione che non le si ripresenterà nemmeno a Ballando con le stelle).
Capitolo Giorgi. Gioco forza, bisognava restare attaccati a lei, giovane speranza tricolore. Così inconsapevole a se stessa nelle sue partite, figuriamoci messa in una squadra. Un automa proverebbe e riuscirebbe a trasmettere più emozioni. Questa è un robot messo lì come una macchina sparapalline difettosa, che un giorno funziona e l’altro no. Vince con una Mladenovic suicida, perde dalla Garcia, facendo le solite cose: esplodere truculenti colpi a casaccio. Ma il top viene nel post partita, con dichiarazioni mai sentite da nessuno. Timida (ok), impacciata (e va bene), con gli occhi che imploranti cercano il babbo appena una domanda esce dal seminato (ho vinto-ho perso). “Ho portato a casa un punto, però abbiamo perso, ma va bene...”. Ma va bene cosa? Fino allo sconcerto-rifiuto sdegnoso nel rispondere alla scomodissima domanda: “Cosa ti diceva Barazzutti?”. Inconcepibile.
Chiarisce tutto il capitano di lungo corso. Fa spallucce e mette tutti d’acordo. “Per fare qualcosa di diverso occorre anche saperlo fare.”. Amen. Parole incise nella pietra come legge di Hamnurabi. Ha ragione lui rispetto ai tanti (me compreso) che continuano a vaneggiare di cambiamenti tecnico-tattici necessari per la nostra casta diva. Tardivo ritornare a una scuola tennis per under 12 di Sarzana, a 25 anni. Certe cose vanno bene per un Paolino Lorenzi che a quasi 35 anni continua ad arricchire il suo tennis. Andava bene per Schiavone, diventata funambolo dopo esordi da simil pallettra, al limite per Pennetta, brava a diventare più offensiva gli ultimi anni. Umiliazione inammissibile (ma soprattutto impossibile) per lei che è stata programmata così. E coi software non si può mica ragionare.
Giovani virgulte promesse, per nuove ardite imprese. Ok, ma quanto sono pessimista, c’è pur sempre un radioso futuro all’orizzonte. Capitan Barazza lancia nella mischia (nell’inutile doppio a risultato acquisito) Martina Caregaro, classe ’92, mi dicono appena entrata nelle prime 300 e con discreto potenziale per competere addirittura negli Itf. La lancia allo sbaraglio assieme alla spalla forte Errani (in quelle condizioni, capace di galvanizzarla): un gioco vinto eroicamente, e morale alle stelle. Ma il futuro è dalla sua e dalla nostra, mentre una ’97 trascina la Svizzera alla vittoria in Germania, Garcia e Mladenivic stagionate classe ’93 portano in trionfo la Francia e tale Pliskova nata nel 1992 espugna da sola la Transilvania. 
State sereni, roseo è il futuro della nostra nazione. Bando a riprovevoli dubbi vilmente liberali e lassismi rossi. Le nemiche milizie saranno sconfitte, faccette nere sottomesse dagli indomiti soldati dalla bruna divisa, sotto l'illuminata guida di valorosi condottieri baciati dal radioso sol della vittoria.

lunedì 1 febbraio 2016

AUSTRALIAN OPEN 2016: DOMINA DJOKOVIC, CINGHIALONA ANGIE KERBER ESCE DI FORESTA







Ci mettiamo alle spalle una edizione tutto sommato divertente degli Australian Open. Nel maschile finale scontato come un post di Peppe Crillo sugli altri che rubbèno. Tra le donne, clamorosa affermazione di un cinghiale scappato dalla foresta nera tedesca.


Uomini


Novak Djokovic 8. Si poteva sperare solo in un propizio agente esterno. Macchina ormai perfetta e tirannia inscalfibile. Il suo tennis robotizzato annienta utopici volleanti, è ideale per avvilire il virtuoso tennis d'attacco di Federer o quello a specchio di Murray. L'unico modo per batterlo sarebbe addormentarlo, sfidarlo a prendere lui l'iniziativa per poi trafiggerlo a sorpresa con zampate improvvise. Ci vorrebbe un Gattone Mecir dei nostri giorni. Ci prova Gilles Simon (6,5), infatti l'unico a impensierirlo realmente. Gli riesce la prima parte del diabolico piano (addormentarlo offrendogli pallette smunte e flatulenze tennistiche, tre metri dietro la riga), poi gli mancano 1067107 armi offensive del gattone slovacco per completare l'opera.
Andy Murray 6,5. Fa molta tenerezza. Contro questo Nole non ha proprio nessuna arma. Sembra di vedere due auto perfettamente uguali, ma con una che ha un motore molto più potente. Non resta che sperare che fonda o si ribalti, e non accade.
Roger Federer 6. Lui invece è una macchina diversa, molto più bella, d'epoca e stilosa. Ma con motore meno performante. Prova ad eliminare il gap con virtuosismi e manovre agilmente spericolate in curva, ma esce di strada. Resta uno spettacolo per gli occhi di chi ancora ama questo sport inteso in certo modo. Tecnica e bellezza. E non può che sperare che continui fino a 46 anni, anche senza dover vincere per forza. La Rod Laver Arena è ai suoi piedi santi, quasi imbarazzante per l'avversario giocare in un ambiente più ostile di un incontro di Davis da affrontare in trasferta. Un brillantissimo giornalaio (equidistante quanto Capezzone con Berlusconi), prima della semifinale fece notare come tutto dipendesse dalla capacità dello svizzero di superare una determinata percentuale di punti vinti al servizio. Tennis percentuale. Numeri, madre e padre di ogni scienza e demenza. Tutto vero, sacrosanto. Quando Roger avvicina il 70%, vince sempre. Ma proprio sempre. L'unico, infinitesimale, trascurabile, dettaglio è che quella percentuale riesce agevolmente ad ottenerla affrontando Andujar o Berdych, quasi mai con Djokovic. Perché il serbo risponde in modo mostruoso. Ma si sa, il livello di idolatria è tale che si arriva a pensare che lo svizzero giochi da solo, come al poligono con Dio e se stesso (che poi per molti sarebbe un conflitto d'interessi clamoroso). La realtà è più semplice e banale, scevra da isterie ultras. Questo Federer (guai a chiamarlo vecchio), esprime ancora un tennis magnificamente bello, a tratti sublime, e vincente con tutti. Eccetto uno, la cui intensità è ormai difficilmente avvicinabile. Irriconoscibile anche nelle interviste Roger, con polemiche e sottili irrisioni agli avversari. Nadal, Djokovic? No, Tomic. Arrogante coi deboli, accomodante coi forti. Peccato.
Milos Raonic 7. Da sgraziato, inguardabile Peppa Pig, antitennis col goldone al braccio, a nuova sensazione, persino piacevole, nell'opinione pubblica dedita al pallone il passo è breve. Intendiamoci, questo non è mai stato Isner o Karlovic ma un tennista vero. Il talento e le potenzialità le ha sempre avute. Necessitava solo di un po' di salute, fisico capace di sopportare il tennis violento e ordine tattico per mettere insieme diverse soluzioni. Quella vecchia volpe saggia di Piatti è riuscito nell'impresa. Nel suo sguardo leggi un compiaciuto “Ne abbiamo fatto un tennista”. Servizio bomba, dritto dinamitardo, uniti a efficace (a tratti pure piacevole) sevizio e volée possono farne un temibile fab five. Altre armi contro cui Djokovic dovrà trovare contromisure, perfezionando il software.
Tomas Berdych 5. Un decennio da forte, appena meno forte dei fortissimi. La differenza tra campione e buon giocatore. Senza quei quattro lì uno slam non lo avrebbe vinto ugualmente. Forse nemmeno giocando da solo, perché è più perdente di Gasquet. Solo meno piacevole a vedersi.
David Ferrer 6. Sarà perché invecchiando ci si rincoglionisce, ma in Australia mi ha persino commosso. Tutti a chiedersi dove trovi ancora energie a 34 anni per macinare chilometri con un tennis dispendiosamente agricolo e stare lì, nei quartieri nobili.
Bernard Tomic 5,5. Sbertucciato da sua santità Federer, cui risponde con personalità. Ma la top ten non è mica così lontana. Il problema è che è sempre più vicino un bar.
Lleyton Hewitt 7. Si congeda dal suo pubblico senza sfigurare. Inizio carriera straordinario, da indomito guerriero vincente. Seconda parte da comprimario, combattente mai domo dal “c'mon” che ha fatto tristemente scuola.
Nick Kyrgios 5. L'incontro con Berdych era spartiacque, snodo perfetto per dimostrare di poter fare il salto di qualità. Lui lo perde, ciondolando in canottiera, come avesse fretta di andare ad un apericena per finti teppisti.
Radek Stepanek 7,5. Rientra dopo sette mesi, passa le qualificazioni e un turno, poi si arrende ai manrovesci di Wawrinka. Perde, ma vince. Perché le sue volée sublimi, riccioli e smorzate scucchiaiate col balzello, sono irrisione pura, giocosa, goduriosa. Si diverte un mondo. Basta vedere la faccia di Wawrinka, avanti due set e un break, ma livido di rabbia per quell'impunita derisione tennistica. Vorrebbe scavalcare la rete e prenderlo a racchettate sul gozzo. Avanti fino a 45 anni, si spera.


Donne


Angelique Kerber: Toccava anche questo, Angelicona Kerber campionessa degli Australian Open: forse il colpo di grazia finale a una Wta agonizzante. Trionfa questo curiosissimo esemplare, tremendo incrocio tra un würstel di pollo, il terzino del Verona scudettato Briegel con le cosce che scoppiano e una centometrista della Ddr (senza malizia). All'apparenza serafica nipotina di Derrick, poi invasata cinghialona bavarese dalle difese estenuanti. Laceranti. Prende e rimanda tutto dall'altra parte della rete. Impressionante. Mai visto un simile tennis muscolarmente difensivo. Si passa dal tennis forzuto attaccante al tennis forzuto difensivo, confronto ben evidente nella finale vinta con Serena. Ma se Nadal fu visto come "anti tennis", sobillando anche più di qualche dubbio su una benzina non del tutto lecita, il fiorire improvviso del crauto Angelicona è per magia "la vittoria del tennis". Il culo sospetto di Nadal pallettaro, e il cuore infinito della Kerber dal fisicismo straordinèrio e colpi storti. Perché il lavoro paga. Forse perché il primo aveva osato ostacolare il semidio Roger, mentre questa fata dall'occhio ceruleo ha sbarrato la strada al (da molti detestato) donnone nero Serena?
Sarà. Resta capace di trovare una settimana di forma (voglia il cielo) irripetibile, corre ingobbita e piegata in inguardabili recuperi dietro la riga (la morte civile del giuoco tenns). I suo paradossale merito è mostrare le miserie tecniche della wta: mostrare i limiti clamorosi a rete di quella che malgrado simili madornali orrori è forse la più forte di sempre.
Serena Williams 6. Straordinaria nel mettersi alle spalle l'armageddon newyorkese. Distrugge tutte, poi in finale si lascia irretire dalle estenuanti difese del tornado Angie, che la costringe a tirare un colpo in più. Lei invece di tirarlo, finisce per andare fuori di testa, ha fretta, si butta avanti, mostrando a rete dei limiti da manovale. 47 errori gratuiti e un campionario di oscenità, obbrobri volleanti da vietare a minori e facilmente impressionabili.
Agnieszka Radwanska 6,5. La cosa forzuta tedesca vince uno Slam e lei ancora a guardare. Perfetta fino alla semifinale con Serena, dove non le riesce quello che è riuscito alla Kerber. Perché ha troppo tennis e gambe che sono quanto un braccio della tedesca. Vincerà a Wimbledon, segnatevelo.
Johanna Konta 6. La vedi mentre fluttua il braccio come un cigno e fa rimbalzare la pallina oltre la testa, che già sono scese sei ernie e hai cambiato alla prova del cuoco.
Victoria Azarenka 5,5. Stante Serena data per tumulata e una Halep versione ectoplasma, pareva la vincitrice mutandata annunciata. Veste anche il piglio da truce camionista smoccolante, ma cade vittima del cinghialone Angie. Due bestemmioni, un rutto e via, verso nuove avventure.
Garbine Muguruza 4,5. Basta una variazione, impune drop di una gnappa ceca e la giovin puledra rampante va fuori giri. Rompe e deraglia fuori dallo sterrato, nitrendo.
Barbora Zahlavova Strycova 7. Raggio di luce (gioco forza perdente) nella wta. Tagli, isteriche smorzate, sfrontati riccioli. Ridicolizza Muguruza, soccombe alla Azarenka, di cui è nemesi incompiuta.
Daria Gavrilova 6.5. La vispa Teresa, esagitata, pazza, vince tante battaglie e con quel “I'm good from behind” spiega tutto, mettendo in allerta anche quelli di Libero quotidiano, sempre sul pezzo.
Eugenie Bouchard 4. Ristabilita dopo aver battuto la testa a New York e aver chiesto risarcimento danni allo scalino. Importanti novità tecniche portate in Australia: il nuovo taglio di capelli lesbo style. Fermento e smarrimento tra i fans dalle inquietanti occhiaia.
Maria Sharapova 3. Ancora meravigliosamente disossata da Serena Williams.
Naomi Osaka 7. La vedi e pare una Serena Williams con gli occhi a mandorla. Potenzialmente devastante, e con facilità di sparo non comune.
Laura Siegemund 6+. Ecco la Germania che piace. Crucchetta frutto di uno sconcio rapporto sodomitico tra Carlsten Braash e una foca monaca del circo bulgaro. Miracolo se resterà tra le 100.
Zheng, Zang, Zing o Ping Pong. 6. Non mi ricordo manco come si chiami. Una che a 26 anni non aveva mai vinto una partita di slam, fa quarti di finale.
Roberta Vinci 5. Occasione gettata al vento. Tranquilla e in pace con se stessa, alla sua ultima stagione. Forse troppo.
Sara Errani 3,5. Schiaffeggiata dalla Gasparyan. Perde, non si diverte più. Mette il muso e vorrebbe portarsi le palline a casa.
Camila Giorgi 5. Perde al primo turno con Serena, senza sfigurare troppo. Convinta (dal certosino studio dell'avversario) che quel corpulento donnone fosse Winzie Jefferson.

martedì 19 gennaio 2016

AUSTRALIAN OPEN, TENNIS, SCOMMESSE, NADAL AL TAPPETO, ROCCHIO 47 HEWITT






Nando, tu spari a un uomo già morto” verrebbe da dire osservando Verdasco che impallina, impietoso, un Nadal al tappeto nel quinto set. I più avranno negli occhi la maratona di sette anni fa tra i due spagnoli sullo stesso campo. Era un Nadal carico a mille, capace di arginare con una feroce difesa la furia violenta di Verdasco in rampa di lancio. Ora si vede un Nadal logoro, vulnerabile perché tremendamente più scarico, incapace di sostenere il tennis arrotato e gli spostamenti laterali del passato. Obbligato a soluzioni offensive che hanno completato il suo bagaglio tecnico, ma che non possono bastare. Tanto meno risultare decisive. Nando invece è rimasto quello, un picchiatore smidollato cui invece di quattro bombe vincenti ne basano due (o una), per fare il punto, ed è normale che la spunti.
Fa quasi tenerezza Rafa, ben consapevole di essere ai titoli di coda. La stessa tenerezza che, paradossalmente, non può fare Sarita padellara Errani, smocciante e sull'oro delle lacrime dopo essere stata ribaltata dalla valchiria dal rovescio a una mano Gasparyan. Testuale, la romagnola non si diverte più e vorrebbe cambiare vita. La colpa non è nemmeno tutta sua, ma di chi le aveva fatto credere di essere la reincarnazione di Billie Jean King e non una che nel 2012 aveva fatto qualcosa che andava oltre i suoi umili mezzi. Con la consapevolezza di fare un miracolo già a restare nelle trenta, prenderebbe tutto con maggiore leggerezza. Ora invece somiglia a una bimba musona, insopportabile vederle sfogare la frustrazione insultando avversarie capaci di vincenti, arbitri, linee, pubblico. Somiglia a una bimba viziata, convinta di avere un giocattolo straordinario in mano (escansala, escumbala), che ora scopre quanto fosse tarocco. Ridatele leggerezza, o il padel.
Ma c'è anche l'altra faccia di una medaglia bucata. “La differenza tra me e “la mia avversaria”? Qualche punto...”, parole e musica della predestinata (al lancio di pallina su Marte) Camila Giorgi. Uno appena svegliatosi dal coma penserebbe che “la sua avversaria” possa essere la numero 800 e di 150 kg Maria Fenandez Alvarez Teran, o al limite una pari classifica come Pina Fantozzi Niculescu. No, amici miei, si riferiva a Serena Williams. Mi ripeterò, ma questa non ha un cervello. Non sa cosa fa, cosa dice, di chi parla, figuriamoci cosa fare in campo, se non tirare come un automa. Salvate pure lei, salvate noi, salvate Marte.
Continuando l'analisi degli italiani (se non lo fai nei primi turni, quando?), nel femminile è una quasi Caporetto, con l'onore salvato da Roberta Vinci. La tarantina ha un buon tabellone per arrivare alla seconda settimana rispettando la testa di serie. Tra gli uomini avanzano il solito maratoneta da Slam Seppi e Bolelli, che fatica le pene degli inferi per avere la meglio dell'eterno infermo talento Brian Baker, tornato in campo dopo tre anni e non si sa quante operazioni. Uno al cui confronto anche Lazzaro parrebbe un dilettante. Fognini perde in lotta, secondo pronostico, da Muller, più adatto al veloce. Annesso solito, puntuale, prevedibile e stucchevole teatrino da finto pazzo recitato peggio di un attore di telenovelas boliviane.
Così presi da un inizio Australian Open pirotecnico, suona come un fulmine a ciel sereno la bomba “scommesse” sul punto di esplodere, rivelata dalla Bbc. Sì, non è la Rai, ma la Bbc (cit.). Intendiamoci, fulmine a ciel sereno per chi continua a credere il tennis un fatato mondo da mulino bianco a sé stante, ove non c'è doping, combine, scommesse, malvagità. Cazzate. Il doping c'è, e ci sono anche partite truccate, giri di scommesse clamorosi. Sia nei tornei minori, con autonomi tennisti che vendendo un set o una partita finiscono per guadagnare più di quanto farebbero vincendo il torneo, sia tra i big, nei tornei maggiori, con scommesse nelle mani di potentissime organizzazioni criminali. La novità (per ora solo annunciata) della Bbc è che questa volta sarebbero coinvolti molti top 50 e addirittura vincitori di slam. Tutto sta a vedere se questi nomi altisonanti (su cui si indaga e che non sono colpevoli, ad uso dei lettori del Fatto Pepponio) verranno fatti per davvero o se, come col doping, si continuerà a dare il buon esempio fustigando pesci piccoli o diavolacci come il mai abbastanza rimpianto Crazy Dani Koellerer. Per ora hanno anticipato solo i nomi di Starace e Bracciali, che tra poco verranno indagati anche per i delitti del mostro di Firenze.
Non resta che scommettere su quali saranno i nomi di questi scommettitori. Fate il vostro gioco, io tengo il banco e ve li quoto.
Sicuramente non rientra tra i nomi Rocchio 47 Lleyton Hewitt, al suo ultimo torneo prima del ritiro. L'irriducibile Rusty, ancora in buone condizioni, resta in vita per la gioia dei tifosi australiani in visibilio, infilzando il volleante papero quadrato (più largo che alto) Duckworth. Ora ha di fronte Ferrer, e potrebbe chiudere una grande carriera con epica battaglia scarnificante.

lunedì 11 gennaio 2016

L'ANNO TENNISTICO, ORRIBILE, CHE VERRA' (toccatevi le palle)





Il M5S era al governo, con appoggio esterno della Lega. Di Battista presidente del consiglio e finalmente concorrente di Amici di Maria (categoria danzatore classico e attore melodrammatico), ma eliminato alla prima puntata. Pacarone, Spadellaro e Scampi furoreggiavano nella tv di stato, come fulgidi esempi di giornalismo libero e Travaglio (ministro della giustizia sommaria) organizzava esecuzioni di piazza per chiunque denotasse sguardo truffaldino, mentre Paola Taverna, presidenta della camera, presiedeva con rituale rutto di birra e vestita da Er Monezza. Bonanno ministro dell'interno, con decreto d'urgenza, depenalizzava l'uso del fucile a pallettoni contro l'immigrato (africano, pugliese o calabrese). Freccero, illuminato nuovo Presidente della Repubblica, con epocale colpo di scure, otteneva di cambiare il nome al paese da Italia a Pepponia Grillia. Fedez furoreggiante, si affermava come più alto punto di riferimento musicale e culturale della nuova nazione. E io mi univo a un gruppo di Hare Krishna in Maremma.
Mi sono svegliato, sollevato: era solo un incubo. Pensiamo al tennis, mi sono detto. Apro un sito di sport e leggo che che Maria Josè Martinez Sanchez giocherà il doppio col rumoroso treruote a benzina agricola, Sara Errani. E allora è chiaro: Vogliono farmi pagare qualche sgarro al creatore che mi piscia in testa. Per l'onnipotente divino, dopo Roberta Vinci, questa mi rovina anche l'adorata neomamma sfarfalleggiante. Scappa Maria Josè, scappa.
Per scacciare la paura, via con un post sciorinante vaticini per il 2016, leggendo nelle viscere di Binaghi, con l'obiettivo di non prenderne nemmeno uno. Come lo zero in schedina, più difficile del 13.



UOMINI

Big. Djokovic. Numero uno indiscusso, ma Grande Slam manco per il cazzo. Sadicamente sublime vederlo sconfitto a Parigi da un Nadal indemoniato (o Gulbis pieno di vodka), per poi essere internato sull'orlo dell'esaurimento nervoso all'ospedale per menti disagiate “Ivan Lendl Quisisana”, sito nel verdeggiante centro di Wimbledon, ove allieterà estatici malati di mente con le sue rutilanti imitazioni.
Murray. Con un piede sull'aereo per scappare dal nascituro baby Murray (diosanto, immaginate un pargolo con quei denti), senza pressioni, potrebbe vincere in Australia. Se Nole prenderà una salvifica insolazione. Inno al sole. Trovatemi un allibratore squilibrato che me lo dia a 9,00, e lo prendo.
Federer. Sua Divinità Immortale sacrificherà la stagione sul rosso per raggiungere l' Obiettivo: l'oro olimpico (da sfoggiare, nudo e tronfio, con corona d'alloro a cingergli la sacra fronte). Spero di sbagliare, ma fallirà. Ha anche ingaggiato Ljubicic, “perché Ivan conosce bene Nole”, dicono quelli impeccabilmente banali. Ok, sarà anche vero, ma Roger ha la stessa età di Ljubicic e conosce Nole meglio di chiunque avendoci giocato contro decine e decine di volte, anche in finali slam. Chi meglio di lui sa cosa ci voglia (vorrebbe) per scardinare il muro serbo? Nessuno, a meno che non si consideri l'elvetico un totale submentale e Il coetaneo Ljubicic un genio. Che sia il simpatico Homer croato il vero GOAT? Per ora non gli ha spiegato nemmeno come battere Peppa Pig Raonic (che pure è un suo ex allievo). La scelta del coach croato è una (per me inutile) mossa psicologica.
Rafa Nadal. Tornato a buoni livelli, del tutto insufficienti sul veloce, vincerà la decima a Parigi. Poi via col poker.
Petzschner non vincerà slam quest'anno.
Gulbis batterà un top 5 e perderà da uno sciancato over 700, perché annebbiato dai fumi dell'alcol la vedrà come una finlandese seminuda che ammicca suadente, brandendo una bottiglia di vodka.
Paire entrerà in top ten, poi in un manicomio di Avignone.
Wawrinka, niente slam, ma pubblicherà un selfie su Instagram, mentre Donna Vekic gli spreme un brufolo. Picco.

Giovani. Vuoto cosmico e qualche incubo all'orizzonte. Rivoltanti moralisti a parte, piaccia o meno, l'animalesco Kyrgios ha colpi e carattere, discutibile o meno, per pensare al grande salto. Possibile crack a Melbourne o Wimbledon (mi sbilancio: almeno semi) e top ten. Coric è un noiosissimo robottino invasato, ma solido e maturo. Temo un nuovo Djokovic, fra tre/quattro anni. Per quest'anno entrerà nei 20. Zverev, quello delizioso e leggero come una piuma che volteggia egagra sul Reno col cielo plumbeo, è Mischa. Quello tosto e mortalmente macchinoso è il ragazzino '97, come il computerino occhialuto coreano Chung, già da top 50, ma giocarsela al vertice è altra roba. L'orso iracondo (a dispetto di una faccia da putto) Rublev ha anche colpi straordinari e piglio da campioncino, ma deve mettere la testa a posto. Aspettando l'altro russo Safiullin e il pupillo russo-americano Kozlov, i miei due preferiti. Spiragli per vedere bel tennis al vertice in futuro. Il secondo paga una statura da nano, ma quest'anno stupirà: vincerà due challengers (almeno) negli states, e forse l'Atp di Newport. Quinzi si ritroverà, entrando nei primi 300.

Italiani. Cambierà poco. Fognini, niente genio e poca sregolatezza, si confermerà catastale top 20/30, con picchi di maleducazione e probabile guizzo su terra (quarti di finale a Parigi o Roma). Mi sbilancio: sposerà Flavia Pennetta. Seppi quello è, medioman. Paracarro Bolelli, orgoglioso dei propri limiti, resterà miracolosamente nei top 70. Rambo Paolino Lorenzi vincerà almeno un challenger in sudamerica col coltello tra i denti, tra narcos e banditi. Cecchinato, lodevole impiegato da top 100, giocherà 4 slam senza passare un turno. Pollicino Fabbiano veleggia verso i primi cento, malgrado sia alto quanto Don Lurio. Bravo a migliorarsi, il lavoro paga. Vanni? Inquietante esemplare di semovente gigante pallettaro. Un caso da studiare alla Nasa. Ammirevole nel passare dagli Itf agli slam a 30 anni, ma se sarà top 100 in primavera sposo Malgioglio (che mi darà un figlio) a Las Vegas.



DONNE.

Big. Caos e ricambio generazionale. Serena, Masha e Kvitova lasceranno il posto ad Azarenka, Radwanska, Muguruza. Masha vista nelle foto di Brisbane sembrava la sorella abbufficata di Dinara Safina. Impresentabile. E infatti, offertasi per due scatti-marchette, non si è manco presentata per giocare. Sempre meno tennis e più azienda di caramelle ipocaloriche (per le altre), non vincerà slam ma potremmo sorbircela in finale a Roma, dove le sue urla sgretoleranno le statue del periodo littorio e sveglieranno Marino dall'incantato torpore. Serena: bello sarebbe smentire il cantilenante e unanime coro dei de profudis. Certo, la botta psicologica del Grande Slam sfuggitole su traguardo ammazzerebbe anche un toro. Se supera quello, malgrado le 35 primavere e gli acciacchi di un fisico logoro, può piazzare due zampate. Kvitova è l'incostanza fatta persona, ma nella settimana buona perde solo da Serena (che però potrebbe non esserci).
Agnese Raswanska da mesi è in condizioni sfolgoranti. E' il suo momento. Criminale darla a 21,00 vincente Australian Open (mentre l'inutile Bieberona Bouchard è quotata 26,00). Il titolo può sfuggirle solo se Serena è Serena, o dalla Azarenka. La bielorussa mutandonata rientrerà tra le prime 3 e vincerà almeno uno Slam. Un-due-tre: macumba. Riti voodoo. Cloppete cloppete, la scorrettissima cavallona Muguruza non ce la leviamo più dalle palle per un decennio. Halep: boh, se ne sapeva più di Cernienko. Kerber? Mah, la vedremo su Focus in un documentario sui cinghiali.

Giovani. Bencic già pronta per giocarsi gli slam a 18 anni, da top ten. E' un funzionale ibrido tra la nuovelle vague sparacchiante e l'intelligenza tattica anni '90. Teenager pronte al salto non ne vedo. Taylor Townsend, se torneranno a farla mangiare, tornerà a 100kg e alla top 100. Liberatela.

Italiane. Flavia Pennetta, gravida di tre mesi, giocherà l'Olimpiade trascinata a viva forza da un ingobbito Barazza, Binaghi e Malagò su un ape treruote, ma dichiarerà: ho smesso dopo la finale di Flushing Meadows, inutile che insistiate. Ci sono solo il 2,3% di possibilità che...(portata via a braccia). Camila Giorgi, la giovin predestinata che va per i 25, farà il botto. No, nessuna copertina su riviste patinate: la nostra reginetta punterà alla copertina di Focus, che ci spiegherà come alcune sue pallate abbiano svelato l'esistenza di vita su Marte, in gran parte decimata dalla nostra cannoniera. Roberta Vinci in grande spolvero, agguanterà la top 10 in primavera-estate, prendendosi qualche sfizio. Sara Errani, oltre a rovinare il ricordo di MJ, rapidamente fuori dalle 20. Ma su Supertennis verrà premiata come tennista dal miglior servizio nel circuito, perché ha le percentuali di prima più alte di tutte.







Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.