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sabato 18 aprile 2015

FED CUP: L'INCHINO DI FLAVIA PENNETTA A BRINDISI, LA DIVA SERENA WILLIAMS, ILLUSIONE GIORGI








Ai bordi di un campo d'allenamento del Foro Italico incrociai i suoi occhioni di cerbiatta. Durò una frazione di secondo e mentalmente le dissi «Mocc'a te, Venere, quanto sei bona. Ma quando vieni abbasciu allu Salentu? Ti porterei in giro per le spiagge, col vento salmastro che ci bacia la pelle fremente e scompiglia i capelli selvaggi a bordo della panda '84. Poi la sera, cullati da una luna bagascia, surchiando ricci di mare e sbevazzando Peroni gelate in riva al mare di Savelletri a “L'oasi del riccio”, ti bacerei con passione».
Lei s'allargò in un sorriso, con la pelle d'ebano bagnata da piccole perle di sudore e mentalmente rispose: «E chi cazz'è mo 'sto malato di mente?».
E l'occasione arriva, sette anni dopo: le sorellone Williams a Brindisi per ltalia-Usa di Fed Cup. Smuovendo le mie conoscenze (dal Senatore Razzi a un usciere della Federazione) mi assicuro uno degli introvabili biglietti sfuggiti ai parenti fino alla ventiduesima generazione di Flavia. In settimana la ferale notizia: Forfait di Venus.
Penso di declinare abbandonandomi a un normale sabato passato tra letto e divano, una sigaretta, un dvd porno e un caffè. Ma diamine, c'è pur sempre Serena. Sbarca in Salento giovedì mattina, come l'ultima delle dive. Un sorridente saluto dietro gli occhialoni e poi all'hotel «Tenuta Moreno», fiabesco gioiello incastonato nel verde, indimenticabile teatro di una mia ubriacatura abbestia durante un pranzo di matrimonio. Poi saggia l'argilla del circolo brindisino.
Partiamo di buon mattino e, bevendo un caffè all'autogrill, partorisco una strabiliante analisi tecnico-tattica della sfida:
L'assenza di Venus «sposta appena» gli equilibri, un par di palle. Dire questo significa essere tifosotti, in malafede o non capire un cazzo di tennis. Forse tutte e tre le cose. Senza Venus da «zero speranze», l'Italia diventa favorita. Dati per persi i due punti di Serena, chiunque delle nostre può portarci sul 2-2, battendo le restanti, modestissime, collegiali yankee:
Riske (inizio stagione così brillante da chiedersi se fosse ancora viva).
McHale (la convocheranno perché porta fortuna come Ibou Ba nel Milan? Non si spiega altrimenti. Di più forti gli Usa ne hanno una ventina. Cinque ex e due già morte).
Lauren Davis (una che sul veloce becca 6-0 5-0 da Errani merita il premio come top 100 più scarsa dell'ultimo ventennio).
E nel decisivo doppio, malgrado la straziante separazione di Errani-Vinci (Robertina condannata a pagare gli alimenti e all'infortunio diplomatico, anche se nella sciagurata debacle con la Francia era risultata la meno colpevole), Errani/Pennetta partirebbero favorite contro qualsiasi coppia americana (Serena assieme a una scarsa a caso). La capitana (sia mai che la Boldrini s'incazzi) Usa Mary Joe Fernandez si è superata con una mandrakata: anche il cane di Serena capisce come il doppio risulterà decisivo, mentre lei rimpiazza Venus con un'altra mediocre singolarista, mica con con una doppista (Mattek?). Gli Usa potrebbero schierare almeno quattro formazioni con cui giocarsela contro l'Italia, ma grazie a lei partono sfavorite anche schierando Serena: genio irripetibile, Maria Giovanna.




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Lo scenario è quello, squallidamente genuino in cui, piccino, palleggiai con Jennifer Capriati, sotto lo sguardo vigile del di lei babbo Stefano. E pazienza che Jenny, pur originaria del luogo, mai ci mise piede e io avessi palleggiato con un armadio ora sposata con un salumiere di Bisceglie. Alla buon'anima di mio padre piaceva raccontarla così per darsi un tono. Barcarole arrugginite ormeggiate da decenni, tanfo di primavera in una giornata scaldata da raggi di un maliardo sole quesi estivo, mentre in acqua guizzano pesci ratti. Di fronte a questo spettacolo di ruspante degrado, la Diva Serena potrebbe essere indotta al ritiro prima ancora di entrare in campo.
Platea delle grandi occasioni per il probabile addio di Flavia Pennetta nella sua Brindisi, come una nave da Crociera (nessun doppio senso, eh) che fa l'inchino alla sua città. Sperando non emuli Schettino. Peccato che Flavia resti in panca. Coupe de theatre del tricotico Capitano coraggioso, banale non meno che ovvio. Solo Camila Giorgi può battere Serena, se vittima di difficoltosa digestione di sedici panzerotti fritti alla ricotta forte.
Una Dreghèr al baretto, poi entriamo. Di diffonde una voce incresciosa «Ecco El Presidente Binaghi!». Il sultano all'orizzonte è attorniato da amazzoni su cavalli berberi. Al suo passaggio la plebe saluta e s'inchina. Io faccio un rutto di birra. Vedo «pitrisino ogni minestra» Galimba che gigioneggia, facendo l'amico di tutti. L'uomo più vischioso del globo terracqueo. Mi avvicino fingendomi inviato di Espn boliviana. Poi lo congedo: «Ah no scusa, ti avevo scambiato per il custode». Ma forse è davvero il custode, boh.
Dietro ho una coppia di anziani Penna-ultrà. Lui bacchetta l'insipiente moglie: «Flavia nunci scioca piccè la mette ci vannu alli supplementari!» (Flavia non gioca, entrerà se andranno ai supplementari). Evviva.
Si spera in una Serena vacanziera, giunta in Salento solo per passare un week end diverso, tra uno spaghetto allo scoglio, la tiella di patate riso e cozz', panzerotti fritti e vino di Albano Carrisi. A proposito, si inizia e temo l'inno ululato dal reuccio di Cellino o (peggio ancora) dalla pesciaiola urlatrice Emma Marrone. Pericolo scampato.
Si parte, Serena ha un carisma che lo tocchi, lo senti. Regna quasi un silenzio agghiacciato, dopo un suo fenomenale dritto incrociato. Le sue chiappe sono un monumento, opera d'arte in movimento. Hanno preparato il campo con sabbie mobili e fanghi importati direttamente dall'isola di Guam, assieme a due serpenti a sonagli. Inutile. Per svantaggiare Serena bastava un solo, banale, trucco: programmare il match alle 11,00 sperando che dormisse o impiegasse due set smaltire la sbornia e digerire l'impepata di cozze.
Un simpatico umorista mostra il cartello #StaySerena. Guardato con commiserazione da tutti, lo arrotola vergognandosi moltissimo. Vedo per la prima volta dal vivo Camila. E' come me la aspettavo. Un robot analmente anemozionale e anorgasmico. Tira bordate marziane. Alla tenera età di 24 anni sta imparando gli sconci rudimenti del tennis. Avete mai visto quegli impacciati adulti che imparano a nuotare? Ecco, è lei. Sembra volerci provare, almeno. Ricade però nei soliti errori: rallenta quando deve accelerare, accelera quando per leggi della fisica può solo difendersi. Una fuoriserie (o crede di esserlo) abituatata a tirare i 300km/h su rettilinei deserti. Ma ogni tanto ci sono le curve, e lei non vuole/riesce a rallentare andando a sbattere irrimediabilmente. Serena invece è consolidata formula uno capace di dosarsi, e spingere al momento giusto. La differenza tra una campionessa e le normali, figuriamoci verso chi ancora deve imparare le basi.
Capitan Barazza è esagitato. Sembra addirittura vivo. Parco di consigli assai preziosi. «Daiii», «Brava», «Ancora», «E andiamo». Chissà cosa penserà della sua robotica creatura babbo Frankenstein Sergio Giorgi. Mi era parso di scorgere il suo cespuglio argentato all'ingresso, intento a urlare contro un ulivo ammalatosi di Xilella fastidiosa due minuti dopo, ma durante la partita è bravo a mimetizzarsi. Ci sono, immancabili e immutabili nei secoli, Pietrangeli con chioma di un bianco accecante e Lea Pericoli, impeccabile statua di cera che suda. Sì, suda.
L'americana, con acconciatura da Aretha Franklin d'annata è attenta a non strafare, in campo e fuori, aizzando il pubblico ruspante con le consuete urla intimidatorie. Esperienza. L'assonnata panterona dormicchia, sgozza una smorzata, strozza una volée raccapricciante, lavora e varia servizi meravigliosi, lascia sfogare la furia della bambola sparacchiante, carbura e piazza la volata da campionessa nel tie-break. Assesta la zampata, saluta e se ne va, con passo regale.





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Usa 1-0. Pausa. Giretto. Sigarettone e poi Errani impegnata contro tale Lauren Davis, 157 cm di ripugnanza tennistica. Ok le assenze. Va bene non aver convocato una doppista. Passi che tutte e tre le yankee partirebbero sfavorite, ma per non correre rischi la capitana Usa opta per la più scarsa delle tre. Una che solo un mese fa aveva beccato dalla romagnola un eloquente 11-0. Sul cemento. Cristo santo. Anche Homer Simpson ubriaco capirebbe di come la Davis non ha mezza possibilità su mille di fare partita con Errani. Geneticamente.
Mi sorbisco i primi giochi, orrido pallettarismo iberico anni '80 di bruttezza epocale, in cui la nostra cucina l'impresentabile gnoma americana. (6-1 Errani, dai?) e getto la spugna. Mi ricordo di un impegno più importante: comprare i croccantini al gatto.
1-1 e domani è un altro giorno, verso il decisivo doppio. Italia 60%, Usa 35%, Io che invado il circolo 5%.


lunedì 2 febbraio 2015

L'AUSTRALIAN OPEN DELLA NOIA: PAGELLE BARZOTTE









Si potrebbe scrivere un racconto o elegia dello sbadiglio compulsivo, su questo Australian Open. Unico picco d'estrosità lo regala l'istrionico funambolo Andreas Seppi. Sobrio e dalla schiena dritta come un nipotino di Mattarella. E questo dà la cifra del tutto.



Novak Djokovic 4,5. La paternità fa riaffiorare l'indole da scucchiato guitto vincitore delle cimice d'oro a Cannes. Teatrali scenette, interpretazione da malato immaginario credibile quanto una Arcuri senza tette, con gli occhi e la scucchia da Aigor. Inguardabile, intifabile. Però si conferma il più forte di tutti, se non c'è nessuno (o quasi). Lendl costruì il suo regno quando Borg smise, Connors era vecchio, Mac depresso e Becker/Edberg incompleti. Lui emerge con Federer e Nadal incapaci di esprimere i picchi tecnici o fisici del passato e gli altri sono immaturi. Neanche un'invasione accende la finale. Brutta anche quella. Almeno fosse una streaker sise al vento. Dopo tre ore d'indicibile noia, ancora su un set pari, Ricci Bitti gongola. Il suo tentativo di rendere il tennis più moderno e veloce sembra di colpo ottima idea, irrinunciabile: game a 4, punto decisivo, una prima di servizio, magari giocando senza pallina, racchetta, in un deserto o in un campo di esercitazioni militari.

Hingis/Paes 8. La cosa più bella, nel deboscio tennistico andato in scena a Melbourne. Lei va per i 35, lui 42. Insieme vincono il doppio misto. Martina vezzosa e smilza, disegna parabole folgoranti. Lui, indiano con una pancia abnorme da venditore di cocomero in spiaggia al settimo mese di gravidanza, ma dalla volée felpata. Tocchi magici, colpi imprevedibili, magheggi, in una bruciante alchimia vincente. Fa tutto molto tennis anni '90, senior tour, e vincono il titolo sorridendo.

Adriano Panatta 7.5. Ok, ok. Sarà invecchiato. Forse non vedeva una partita dal '93, perché certi stronzetti pompati gli stanno sulle aristocratiche balle e questo tennis macchinoso gliele fa cadere. Va bene, e non fa nulla per nasconderlo. Ma per un orfano dei vecchi commentatori è una mezza rinascita. Svogliate stilettate da dandy romano col braccio appoggiato al bancone, smargiassate in mezzo romanesco. Leggo in giro feroci polemiche: come osa questo supponente? Beh, si chiama Panatta, mica Ocleppo o Volandri. Un po' se lo potrà permettere. Ma è battaglia persa in partenza. Fuori tempo, Adrianone. Poco adatto a un tennis cambiato e isterici piccoli fans che non tollerano critiche e battute verso il proprio eroe intoccabile. Bimbiminkia ovunque. E tocca rassegnarsi. Se uno è abituato a Plant, normale inorridisca e sia spiazzato da Bieber. Altrettanto inevitabile che i Beliebers non sappiano chi è Plant, e si incazzino per lesa maestà di Bieber.

Fognini/Bolelli 10 (fratelli della Italia). «Abbiamo vinto uno slam, chicco?». Gesù Cristo. Li proporrei per uno scambio coi due Marò (a proposito: non dimentichiamoli). Però dai, sono stati bravi, bravissimi. Il successo è storico. Qualcuno cita il Panatta '76 al Roland Garros. Ah, Basaglia! criminale di guerra. In una specialità dominata dal 43enni Nosferatu Nestor o da 42enni panciuti kebabbari come Paes, se due ottimi singolaristi da primi 50 trovano affidamento, stravincono. Lo spettacolo però è di mortale strazio. Botte dal fondo e pallonettoni su cui il mitico Herbert si produce in smash raccapriccianti. Al quarto di fila sbagliato, manco fosse il 62enne Ragionier Contini la domenica al circolo, decido di masturbarmi guardando lo scrutinio e l'elezione al Colle di un democristianone da Prima Repubblica.

Andy Murray 7+. Finalmente ritrovato, dopo l'intervento e la foto sotto l'albero con maglioncino natalizio e sguardo perso nel vuoto che faceva temere un sequestro dell'Isis. Invece no, era solo mamma Judy. Fisicamente al top, ma per vincere il braccio di ferro col muro serbo, serviva Silver Surfer più che Hulk.

Stan Wawrinka 6,5. Un boxeur picchiatore che cade da solo, stremato, dopo dodici riprese di cazzotti contro il muro. Stavolta cede a Djokovic.

Federer/Nadal 5. Djokovic fa venire una nostalgia canaglia dei due. Gli anni pesano, gli impegni incombono. Se dopo il muro di pietra Nadal o muraglia di gomma Djokovic, ora Roger inizia a soffrire anche il muretto in tufo caldarense di Seppi, uno inizia a preoccuparsi. L'iberico è cinque anni più giovane, ma più dello svizzero patisce il logorio degli anni, acciacchi, giunture usurate. Poiché il vero sapiente non dà risposte, ma butta lì interrogativi solenni, mi chiedo: Riuscirà Nadal a difendere il feudo terricolo anche quest'anno? Federer metterà a segno un altro colpo sul veloce? La risposta è: non lo so.

Nick Kyrgios 6+. Unica possibile novità in un panorama di noia atroce. Colpi, agonismo e personalità. Forse anche troppa. Dubbio strisciante: la testa è forte, ma riuscirà il fisico di questa iguana aussie a sopportare i ritmi della moderna società (cit.)? 'zzo ne so.

Andreas Seppi 7. Eroe australiano, in tipici abiti aborigeni. Indomabile e graffiante felino, ma con sangue freddo del boa. Il mix del fenomeno. Stronca Federer, poi contro Kyrgios torna il magnifico perdente, tecnicamente stitico e agonisticamente asfittico, dei giorni migliori.

Serena Williams 8. Sembra sciroccata, svampita, sgomenta per la visione di uno spaventoso fantasma con le sembianze di La Russa nudo col fez che la occhieggia, linguato. E' però una goduria vederla ridicolizzare Masha. Ancora, sempre, nei secoli. La devasta psicologicamente prima di entrare in campo. Poi nel rettangolo, tecnicamente. Perché solo i tennisticamente cretini possono defecare commenti tipo: Serena solo potenza. Il modo in cui trova angoli e sposta la statua di sale con sadico piacere, è da manuale della mistress. Insomma, un po' come l'elezione di Mattarella. C'è poco da esultare, ma vedere come l'han presa nder cù in modo brutale Berlusconi, Grillo e tutta la ricotta del nazarenismo complottista da «Renzi resuscita abbelluscone», fa piacere. O meno male.

Maria Sharapova 1. Solenne, contrita, come costipata reginetta sul pisello o nodosa verga nelle smunte chiappe regali. Badilate, urla selvagge, estenuante lentezza da codice penale prima di servire. Pur in una finale di ripugnanza estrema, da sfida tra svitate partorienti in un centro d'igiene mentale d'emergenza nella Savana, il successo di Serena è una liberazione.

Agnieszka Radwanska 6. Sbattuta come un polpo sullo scoglio da Venus. Non prendiamoci in giro. Questa, pur deliziosa maghetta dal puntuto ginocchio, fisico leggiadro e manina preziosa, uno slam lo potrà vincere solo in casi straordinari, magnifici cataclismi e se l'infinita Navratilova, nuovo coach, riporterà il tennis nel 1992.

Sara Errani 5. Proverbiale tecnica e fantasia al potere. Completezza di colpi e genialità italiana, dicono all'Istituto Luce della Federazione. Ah, sì. Un set e mezzo a remare dal fondo, con la nerboruta Wickmayer a sparacchiare tutto fuori. Poi la svolta. La nostra è avanti 6-3 e palla per il 5-2 nel secondo. Ecco l'estro, tipico: smorzata pallonetto. Il donnone belga arriva e schiaccia. Sì, uno smash sulla palla corta. Poi un altro set e mezzo diverso: Sarita rema tre metri dietro la riga, l'altra sparacchia tutto, ma stavolta dentro al campo. E vince. Ah, ma la tecnica della nostra...

Camila Giorgi 3. Fuori campo, strike e corsa in casa base per chiudere l'inning. Vola Camila, novella Joe Di Maggio, ma con meno fianchi. Quelli molto bravi, preparati, inappuntabili, parlano di vistosi progressi. Di come Camila stia apprendendo i primi spartani erudimenti tattici. Tipo, che bisogna tirarla in campo, prima di tutto. Sarà, ma non capendo un cazzo, vedo solo un computer senza anima, figurarsi cervello, simile a Super Vicky che spara a vanvera qualsiasi straccio e comodino. Già nel completo da volley merlettato, tende a rimarcare come lei faccia un altro sport. E non le interessa nulla. E' una ventiquattrenne tennista professionista che non conosce Venus. Pietà. E infatti, avanti 6-4 4-2 40-0 cerca un demenziale vincente quando è tre metri fuori dal campo. Poi tramontane di roncole sparacchiate via, doppi falli e Venus braccia al cielo. No, ma sta migliorando.

Venus Williams 7. Trentacinque anni e non sentirli. Se sta bene, ha colpi e classe da campionessa purissima. Buona per smascherare la demenzialità sparacchiante di Giorgi e crivellare Agnese. 



venerdì 23 gennaio 2015

SEPPIMANIA: Tutti pazzi per Magalli al Quirinale e Seppi, giustiziere di Federer








Solo un evento straordinario, al limite del metafisico, poteva spingermi ad aggiornare queste pagine di depravazione tennistica. Orbene, il Petzche che trionfa a Wimbledon, inginocchiandosi come Borg e tenta di violentare sul palco reale la novantaseienne regina madre? Come no. L'ormai ex Picasso boccheggia, ischerzato da un rumeno nelle qualificazioni. O Rominuzza Oprandi vincente 8-6 al terzo, dopo tre ore di battaglia feroce, contro l'arrotina Errani (simpatica come puntura di calabrone sul glande)? Figuriamoci, la tortorella è ormai una turista, ferma e con occhiali da sole, vergata da una modesta mandriana russa (o comunque dell'est, boh). Pronta per il beach tennis. Taylor Townsend numero uno al mondo? Magàra. Come vezzosa gazzella di un quintale e mezzo, tutta di fucsia, tiene botta per un'ora contro la pallettara smunta Wozniacki, poi molla il colpo. C'è tempo, ha solo diciotto anni.
E no, amici vicini e lontani e rinchiusi in un manicomio: L'EVENTO doveva ancora abbattersi sulle nostre zucche vuote, piene di sogni acidi. Andreas Seppi sfida Roger Federer, con feroce sguardo di felino che alluma il sangue, ne usma l'odore. Ovviamente non ho visto un cazzo, ma (saprete già) conta poco. Anzi no, m'imbatto nell'incontro alla fine del secondo set, con l'italiano che ha vinto il primo. Regna l'equilibrio tra lo svizzero annaspante e un italico fantasma garrulo tirato a lucido, capace di ribattere d'incontro le fiondate di Roger. Due, tre volte, colpo su colpo. Alla quarta Federer scotenna via la pallina, dolente o solo sdegnato dalla bruttezza delle fiatelle atesine. Nella cocente estate australiana si sublima la miasmatica essenza catacombale di Andreas. Mentre gli altri boccheggiano, con vista annebbiata e visioni mistiche a causa dei 46° (70° percepiti), lui continua, ingobbito e incurante, nel funereo ritmo da catena di montaggio dove costruiscono bare. Magnifico. Affascinante. Più avvincente di un intervento di Cuperlo sul socialismo reale, mentre sei intento in un'orgia con la squadra finlandese di volley femminile, panchina compresa. Ma cosa importa, li infilza tutti come un sapido pescatore nelle terse acque del lago Kaltern. Istomin e Chardy, due tonni giganti, pescati e lessati per benino. Sempre con quell'aria di mestizia serafica e picco di reazione agonistica: un sibilato, a mezza voce «Moltoh cundente, afere finto match tificcile, ma mi sentire pene assai. Ale (senza accento)».
E allora sorge un dubbio, che al settimo minuto di visione diviene certezza: seguendo l'assioma del Gasparri d'America Brad Gilbert, per cui lui: se lui a 53 anni può sfidare Paolino Lorenzi, a maggior ragione John McEnroe 55enne può giocarsela con Seppi, ma che Seppi al suo massimo riesce a fare partita pari col Dio svizzero al 25%, forse 30% (perché se qualcuno parlerà di Federer al suo massimo, non dategli credito: è appena evaso da un manicomio navale). Non ci vuole un matematico o esperto dei massimi sistemi, no? ne vien fuori un confronto equilibrato. Magari brutto, ma emozionante. Il giorno prima lo svizzero aveva chiamato (per la terza volta in sedici anni di professionismo, qualcosa vorrà dire) il medical time-out. Dolori alla mano santa. Era comunque riuscito a portare a casa l'incontro contro Bolelli perché i picchiatori lo infastidiscono assai meno dei giocatori d'incontro che non danno peso alla palla, come Seppi. Specie se è a un quarto di servizio. Lo stesso elvetico durante la semifinale di Davis, strabuzzò gli occhi guardando il nome del suo avversario: «Ma come, scelgono Bolelli e non Seppione?». Lo sanno tutti, non bisogna per forza essere ciarlieri capitani di Davis con pochi capelli.
Lascio la contesa, convinto che comunque Federer possa portarla a casa, alzando il livello di gioco. Magari soffrendo, come ha fatto Nadal il giorno prima (ma contro un quarto di tennista americano dal testone abnorme). E invece, qualche ora dopo entro in macchina, metto il telefono sotto carica. Poi leggo, e rimango scosso: il gladiatorio combattente altoatesino l'ha vinta in quattro tiratissimi set. Ora, viviamo tempi di rivoluzioni. Il Papa dopo il porgi l'altro pugno in faccia sdoganerà la bestemmia buona, una scopata fuori dal matrimonio ogni tanto o l'omicidio, se provocati, eppure questa notizia sembra superarle tutte. Andreas nuovo eroe nazionale. «Il popolo della rete» impazzisce, divampa una Seppimania contagiosa. Dopo essersi scoperta esperta costituzionalista, di Islam, e proposto Magalli al Quirinale, l'Italia si rivela appassionata del tennis, da sempre. Si susseguono commenti estasiati, disamine tecniche puntigliose: «Ecco a voi il rovescio (che nemmeno rovescio è) con cui ha vinto la partita». Manco fosse un gol di Totti, e le altre centinaia di punti non valgono un cazzo. O ancora. «Il filmato del dribbling vincente di Seppi». Qualcuno stempera gli animi «aspettiamo la partita di ritorno, ma la coppa è più vicina». Ma intanto fioccano le prenotazioni per vacanze estive a Caldaro, nuovo paradiso turistico. Italia, terra di santi, poeti, navigatori e pedatori neo esperti del tennis. La Gazza rispolvererà un titolo ad effetto: «Campioni del mondo!»
Ora, cazzeggi a parte, è un bellissimo successo che nobilita la decorosa carriera di un ragazzo bravo e buono, ma un po' si esagera. Qualcuno rimpiange l'assegnazione del Pallone d'oro appena avvenuta, perché il nostro avrebbe potuto dire la sua. Altri lo vedrebbero benissimo all'Isola dei famosi, al posto di Siffredi. Perché ben più dotato. I più provocatori la buttano lì: «Ma, perché, al Colle voi non ce lo vedreste bene?». Domani torneranno a parlare di arbitri. Cercheranno la moviola in caso di sconfitta del nostro. Eppure, anche per gli esperti calciofili dovrebbe essere banale da capire: il Real imbottito di riserve e infortunati, può anche perdere da una media squadretta italiana come il Milan.



domenica 6 luglio 2014

WIMBLEDON 2014 - FEDERER, L'OTTAVA E' UNA MAGICA SINFONIA INCOMPIUTA






#FedererDjokovic. Premesso: la finale più bella, intensa e tecnicamente avvincente che abbia mai visto. E seguo tennis da quando le finali a Wimbledon le interrompeva la Rai, con al commento Bisteccone Galeazzi. Forse solo Ivanisevic-Rafter regge il confronto per intensità.
Era il 2008, ed ero ubriaco. Non una novità, ma la ricordo nitidamente perché quella sera al distributore misi la benzina in una macchina diesel e la tipa con cui uscivo nitrì, testuale e brutale: «Pensavo fossi un cretino, ma non a questi livelli». Poi si fece accompagnare da due buttafuori mulatti. Con alcuni avventori al bar mi ero però lanciato in una profezia da Nostradamus: «Se mai questo tale Djokovic dovesse battere Federer su erba, io mi taglio le palle. O mi iscrivo ai circoli di Forza Italia». Capirete bene come la finale di oggi fosse per me assai delicata. Non tanto per gli inutili ammennicoli, quanto per l'ipotesi forzista.
Bando a giovanissimi crack tamarri ed emergenti virgulti non ancora cazzuti, atteso epilogo tra il favorito della vigilia e il vecchio eroe al romantico tentativo di zampata finale. Inizio teso, i due sentono il peso del match producendosi (visto che siamo in tema mundial) in una specie di melina pallonara a centrocampo o guardinghe schermaglie pugilistiche. Vuoi mettere? Nel cervello di Nole, dopo non so quante finali perse in modo rocambolesco (non fatemi consultare il mio personale cartellino), iniziano a danzare fantasmi dispettosi  pronti a zimbellarlo come «perdente di altissimo livello», Federer può entrare nella storia di questo sport afferrando l'ottavo titolo. Anzi, nella storia già c'è. Si tratterebbe solo di darle un'altra carezza, con l'ennesimo virtuosismo.
I due iniziano in modo tatticamente studiato (da soli, mica coi coach fantoccio, figuriamoci). Federer con la fissa idea di non dare tregua a Djokiovic, e il serbo cercando si chiudere Roger nella diagonale rovescia. Il primo è stellare, l'altro di granito. Confronto normalmente intenso.
Sugli spalti è una sfida nella sfida tra i finalisti di venticinque anni prima e ora allenatori marketing, Edberg e Becker. Se l'algido svedese sembra vivere una favola e si lancia in increduli «uau» esultando come mai ha fatto da tennista, Boris Becker è un enigma etilico. Lo vedi esibirsi in strane smorfie, col volto sfatto e paonazzo, e mica capisci quante birre s'è scolato prima di arrivare. 12? 13? Di certo si può comprendere la confusione tattica del serbo nel dover per forza fare un paio di serve&volley a set per compiacere il birromane coach (sarà compreso nel contratto), e che lo sventurato conduce con la grazia di un cinghiale che vuol ballare il tip tap.
E' un baleno che in un match equilibratissimo e legato ai servizi, lo svizzero si ritrova sotto due set a uno causa un paio di colpi sciagurati nel tie-break del terzo set, contro un Nole sempre più impermeabile. Si decide tutto in quei due punti, poche cazzate.
Tutto finito, o quasi. Federer prende un break di svantaggio nel quarto e sembra mollare gli ormeggi, sfinito dalla difesa e contrattacco di un avversario tornato una muraglia. Sembra, almeno, perché il bello e tragicamente malvagio deve ancora venire. Roger trova nel taschino del campione sprazzi di magia con cui risale dalla buca: da 2-5 chiude con veemenza il set: 7-5. Un campione infinito, solo dodici mesi fa considerato buono solo per l'abbattimento, come i purosangue di cui non puoi sopportare il lento decadimento fisico. Chapeau. Cinque giochi pazzeschi e fantasmi ancora nella testa del serbo, terreo in volto.
Il paradosso di questa incredibile finale è che nel quinto set il vecchio sembra averne più del giovane virgulto scucchiato, stravolto da corse e strisciate sul selcio rimasto al posto dell'erba, quasi boccheggiante. Potenza di un braccio che canta. Medical time out serbo a sporcare il romanzo di una finale memorabile, e ancora Federer che come magnifico equilibrista danza sull'orlo del precipizio non so quante volte. Segue la seconda producendosi in una demivolée che ammutolisce il pubblico per una frazione di secondo, prima del rituale boato.
Poi l'ennesimo capovolgimento di fronte in questa assurda vicenda sportiva, fatta di continui colpi di scena. C'è tutta la magica crudeltà di questo sport nell'epilogo, così lontano dai lieti fine da commediole americane. Vince con merito un monumentale Djokovic, perde e piange un Federer comunque straordinario. Lacrime diverse rispetto a quelle del 2009, forse più mature e fataliste. Perché è incredibile quanto conti il fato nelle vicende umane.


***


Ora che ci penso. Queste dovevano essere le canoniche pagelle del torneo, ma mi sono dilungato troppo sui due protagonisti della finale. Abbiate pazienza, o voi malati mentali che leggete codesti deliri, che questo è il mio canto del cigno morto. Il blog chiude a tempo determinato (da chissà quali eventi e senza contributi), perché si è chiuso un cerchio (non dico quale). Stavetemi buono. Ma veniamo a noi, pagello come non vi fosse un domani alla velocità di Willy Coyone:


Uomini (gli altri)

Nick Kyrgios. Anni in attesa del bambinello bamboccione 23/26enne e all'improvviso irrompe questo selvatico tamarro diciannovenne che fa saltare il banco. Atteggiamento da bullo di Harleem, catena al collo, colpi devastanti e palle quadre. A Wimbledon il crack clamoroso: esame di maturità nella rimonta con l'allocco Gasquet (fa curriculum) e tesi di laurea con Nadal, dal titolo: «come ti anniento la diagonale sinistra del diavolo spagnolo con un rovescio stretto e incrociato che farebbe gemere di piacere anche gli angeli eunuchi dell'inferno». Se il fisico pesante reggerà quel tennis animalesco, diventerà forte.
Voto 7,5

Radek Stepanek. Si prende il proscenio rubandolo a Djokovic: quattro set d'istrionismi tennistici, graffi a rete, ricami e tocchi diabolici. Spettacolo. Si doveva capire già da quel match di come Nole sarebbe stato sicario di bellezza in questo torneo.
Voto 8

Grigor Dimitrov. Bruno, smilzo e bello come un fotomonello, spara pose da CR7 quando Dolgopolov, dopo tre set a fargli barba e capelli come il barbiere pazzo Sweeney Todd, gli regala la partita. Ti chiedi: si può tifare uno così? Tira colpi strabilianti, migliori di quelli di Djokovic nella semifinale, ma crolla fantozzianamente nei momenti importanti. La girlfriend Masha vestita da orsolina stringe i pugni tutta infervorata e vorrebbe trasmettergli tigna (fallisce) e doppi falli a profusione (obiettivo centrato), e alla domanda esistenziale di prima trovi una risposta definitiva: no, no, questo, e tutta la famiglia sua, è intifabile.
Voto 6

Milos Raonic. E' un estetica agonia pensare a come abbia potuto Piatti abbandonare su un'autostrada l'indisciplinato/minorato cucciolo di bastardo Gasquet per questo cagnone dinoccolato, ma che risponde agli ordini come scolaro modello. Il gatto pelato (Ljubicic) e la volpe (Piatti) se lo coccolano. Malgrado fianchi più larghi delle spalle, il preservativo-calza contenitiva in tinta al braccio, volto suinide e capelli da divo delle soap opera boliviane, la pera gigante cresce torneo dopo torneo e può fare grandi cose. In semifinale contro Federer però non la vede mai.
Voto 6

Stan Wawrinka. Un cinghialotto butterato che sui prati tagliati all'inglese trotta in modo maldestro. Ma arriva ai quarti e non sfigura col più celebre connazionale, padrone del giardino.
Voto 6,5

Andy Murray. Talmente sereno grazie ad Amelie (che sarà psicologa freudiana), che durante il quarto con Dimitrov si addormenta. Catalessi tennistica.
Voto 4,5

SuperPippo Volandri. Sembra il «dogui» in vacanza. Uno che se lo incontri al Foro ti guarda col sopracciglio alzato, come a dire: «Ma cosa vogliono 'sti terremotati? Quasi-quasi gli lancio due verdoni con l'autografo», e tu per tutta risposta ti avvicini e gli domandi: «scusa, tu chi sei, uno che ha fatto le pre qualificazioni? Bellotti?». Gettone di presenza, vacanza a Londra e poi ai microfoni Sky per commentare servizio e il tennis su erba di Federer. Ve lo immaginate Marco Ferradini che ci spiega cosa non va nei riff degli Stones? L'effetto è fantastico. Dopo cinque minuti rimpiangi Golarsa, Fabretti e pure Ivana Vaccari che commenta il primo turno del torneo di Saint Vincent tra Horacio De La Pena e Borroni, col canto di cicale in sottofondo.
Voto 7 (ancora, di+)

Fabio Fognini. Non può neppure ruttare in casa sua, che gli indignati british lo multano: 30 mila dollari. Lui ne vorrebbe 80 mila. Attraversa quella fase fase di ribellione adolescenziale in cui scrivi sul banco le frasi di Jim Morrison e pisci in classe per ricevere una nota e sentirti un duro.
Voto 7,5 (a 50mila di multa sarebbe arrivato all'8)



Donne


Petra Kvitova. Tra una nouvel vague che non entusiasma e vecchie protagoniste alla canna del gas, trionfa l'usato sicuro della ceca versione orca assassina. Per come si è messo il torneo, la conclusione più degna, alla fine di una cavalcata furibonda, varra alla mano. Più che i 55 minuti di brutale esecuzione da vietare ai deboli di cuore ai danni della bamboletta canadese (l'intervento di Unicef, Wwf e unità cinofile, non è bastato: Petra continuava a pestarla senza pietà, esalando latrati spaventevoli), la vera finale la vince nella battaglia con Venus: quasi tre ore di botte da orbi e miglior match del torneo.
Voto 8

Barbora Záhlavová-Strýcová. Vincitrice alternativa, questo donnino ceco col volto di ragazzina imbronciata che strepita come una paranoide ubriaca in un pub di Praga. Gran servizi (malgrado la gamba corta), volée, velenosi tagli, drop svolazzanti, contrattacchi e tutto il campionario buono per insegnare tennis da erba (o quel che ne rimane) a Vesnina, Li Na e Wozniacki.

Sabine Lisicki. Un wurstel di gallina. Lisicki-Shvedova è tra l'inquietante e il ridicolo, l'horror e la farsa: 20 doppi falli, pallida in volto, esultanze terrorizzate con occhio della madre di eisensteniana memoria (fa pugnetto anche quando sbaglia, cose mai viste) e l'altra invece d'infierire si produce in smorzate che crepano oltre la riga di fondo. Da chiedersi quando arriveranno gli infermieri a portarsele via a sirene spiegate: mai, purtroppo.
Voto 3,5

Alizé Cornet. Espressione a metà tra l'incredula Miss Francia (racchia) appena proclamata e lo stremato grimpeur dopo la tappa dell'Alpe d'Huez. Cos'ha fatto? Ha battuto una Serena in versione Weezie Jefferson.
Voto 2+

Serena Williams. Ne ho sentite davvero tante, dopo la passerella barcollante in doppio. Ubriaca, fatta di ecstasy, polvere d'angelo, mix di tranquillanti degno di Marilyn dopo presunta lite col coach-fidanzato, doppping. Solito sport da gente triste, accanirsi col potente in ginocchio. Di certo quello che doveva essere un Wimbledon di declino tecnico, rischia di diventare un inquietante tracollo umano.
Voto boh

Lucie Safarova. La guardi e col suo volto da canarino (avendone il cervello), ed è evidente come non sappia nemmeno dove si trovi e perché tiri tutto sulle righe.
Voto 6

Angelique Kerber. Le accartocciate difese per rispondere ai missili della Sharapova, restano dentro. Piacevole quanto un'operazione di appendicite senza anestesia.
Voto 5

Maria Sharapova. Il regista di Dimitrov-Djokovic ci regala suoi intensi primi piani cinematografici: strepita, stringe i pugni, urla. Una condanna, anche quando ha già perso. Come si fa per levarcela dalle balle? Tifare contro Dimitrov? Macché, quella sarebbe capace di fidanzarsi notte tempo con un finalista a caso.
Voto (ma basta)

Eugenie Bouchard. Dopo ponderata riflessione, strafatto di peperoni fritti, ho capito cos'ha che non va: è fisicamente disarmonica. Collo largo su spalle strette, cavallo basso e faccia pacioccona da adolescente di una sit-com anni '90. Ma non vorrei adirare i biberoni in estasi onanistica. Al netto del marketing e della troupe che la segue filmandone ogni gesto («ecco, la nostra Genie ora ha fatto la cacchina»), è macchinetta senza fronzoli che esprime un tennis brutto, ma estremamente efficace per quest'era tennistica. Top 5 ormai (per quel che vale), ma la finale è un'esecuzione da mattatoio in pubblica piazza, e svela pienamente un approdo in finale privo di reali ostacoli.
Voto 4,5

Simona Halep. Arriva alle fasi decisive mezza rabberciata, cedendo alla Bouchard, cui si fa preferire per una maggiore fantasia (anche un po' di droga aiuta a capirlo) e perché quello che vedi è, senza dover sottrarre marketing e altro.
Voto 6,5

Sara Errani. E' così esageratamente, clamorosamente, arrotina, da rinverdire le tradizioni dei terraioli spagnoli impresentabili su erba negli anni '90, malgrado la lenta erba moderna permetta a tutti di destreggiarsi. Con la compagna-amica Vinci non vincono un match in due, ma furoreggiano in doppio. Trionfo storico. Epocale. Fiumi d'inchiostro e titoloni clamorosi sui giornali. Tra poco uscirà un cofanetto imperdibile, compresi gustosi retroscena mentre si sniffano i calzini dalla gioia. Riflessione tecnica: stante che il doppio femminile lo vincerebbe ancora Martina Navratilova a 57 anni, e se, come Peschke/Srebotnik o i Bryan, accortesi di non vincerne più una in singolo, le nostre si dedicassero solo al doppio? Immagino sfracelli.
Voto 7 (in due, eh)

domenica 29 giugno 2014

WIMBLEDON 2014 – IL FASCINO DISCRETO DEL TENNIS SU ERBA (O STERCO SI VACCA?)






Torneo che ha già decretato i suoi vincitori. Potrebbero già fare le foto col trofeo: Radek Stepanek tra gli uomini, Barbora Záhlavová-Strýcová tra le donne.



Il Brasile di Zico, Socrates, Falcao, Junior, Cerezo (e compagnia sambante) mai vinse un mondiale, quello dei pupazzi Neymar e Marcelo probabilmente sì. Cosa significa tutto ciò? A ognuno la sua riflessione. La mia è che per qualche ignobile congiura massonica, il sublime funambolo Radek Stepanek mai vincerà Wimbledon in singolare, mentre la marionetta di caucciù Novak Djokovic sì. Terzo e quarto set giocati contro il muro serbo sul centrale ancora di virginale verde, rimarranno però impressi nella memoria come il miraggio una birra gelata nel deserto del Sahara. E quindi, per me ha vinto Radek.
Quasi tutto intatto nel tabellone maschile, al giro di boa. Tre turni che hanno fatto scendere leggermente le quote del favorito Djokovic, in leggera crescita quelle di Roger Federer, di perfezione quasi lunare contro Muller e Giraldo. Si attendono esami più severi: Wawrinka (se supererà le bocche di fuoco Istomin, Deliciano o Isner), non certo Robredo negli ottavi. La vittoria in cinque set del torpe su Janowicz rende a tutti evidente l'amara verità: a Wimbledon non si gioca più su erba, ma su sterco di vacca. Consoliamoci con la considerazione che «dal letame nascono i fiori» (crisantemi).
Convincente Andy Murray che, lasciando le briciole per strada, avanza verso quarto più interessante del lotto contro l'eterna promessa inesplosa Dimitrov all'ennesimo banco di prova. Per ora il bulgaro ha mostrato solidità (udite udite) nel venire a capo in cinque set del funambolo Dolgopolov, più variopinto, geniale, estroso e (ovviamente) perdente di lui. Peccato. Tiferei Murray, col kilt scozzese.
Salgono, ovviamente, le quotazioni di Rafa Nadal. Passati indenni i primi turni per lui è tutto in discesa, può scivolare nella sua isola pedonale di sabbia a fondo campo come una lucertola del deserto in demolente difesa e contrattacco, specie su campi tornati molto lenti. Interessante vederlo negli ottavi contro Kyrgios, il ragazzo ha le palle quadre e se ha ancora benzina (difficile) può provarci «senza pensieri», e ripararsi degli scud di Raonic nei quarti.
Tutto ruota nell'attesa della semifinale Nadal-Federer, coi due che si lanciano frecciatine. Addirittura. Lo svizzero chiede il rispetto della regola dei 20 secondi, l'iberico si dice scocciato e ha pure ragione: lui la regola la infrange, se non c'è nessuno che gliela fa rispettare non ha molte colpe. Rafinho è il tennista più sanzionato per quella trasgressione, il problema è che nessun arbitro trova il coraggio (leonino quando si tratta dei Fognini) per infliggergli oltre al simbolico warning, i seguenti penality point e poi penality game, set e Mats. Poi, come direbbero i pretoriani: Nadal va battuto sul campo e non con le regole. Facile che tornino alla mente Santanchè o Sallusti, per cui Berlusconi andava sconfitto alle elezioni non nei tribunali. E poi, Silvio è stato quello che ha ricevuto più avvisi di garanzia (warning) di tutti. Ma grazie al cazzo, chioserei.



Se il quadro dei favoriti è quasi immutato tra gli uomini, si conferma molto più imprevedibile quello femminile, alla faccia dei «vince sempre Serena», con le prime due teste di serie già a casa. Serena Williams versione sacco di patate non solo perde dalle umane ma anche dalle subumane, vedi gramigna Alizé Cornet (una che quanto a simpatia riesce a superare Errani e Sharapova che giocano un doppio misto assieme a Mourinho e Gasparri). Maria Sharapova ora è favorita assoluta. Le speranze di una raucedine fulminante (con conseguente ritiro, perché senza urlare come una malata di mente non potrebbe mica giocare il suoi leggiadri colpi), sono al lumicino. Per arrivare in finale dovrà vedersi da Bouchard (se troverà il tempo, perché sta girando la pubblicità dei «Plasmon»), ma soprattutto da Ivanovic o Lisicki, con la tedesca che a Londra si trasforma ed eventualmente Simona Halep, in un re-match della finale parigina.
Fuori anche la seconda testa di serie, nella parte bassa, la solita Li Na sbarellante su erba, cui l'adorabile gnappa isterica Záhlavová-Strýcová impartisce dotta lezione di tennis da prati: servizio, tagli, volée, chip&charge, smorzate seguite a rete: spettacolo autentico. Se Radek ha vinto il torneo maschile, Barborella stravince quello femminile. Fine corsa (incrocio l'incrociabile) contro Roipnol Wozniacki, ipnoinducente ma mai così solida. Parte bassa senza padrone, con Petra Kvitova favorita arrivare in finale, anche dopo l'incredibile battaglia vinta contro Venere. 
Agnieszka Radwanska per afferrare la seconda finale a Wimbledon deve battere in serie: Makarova, Safarova, Kvitova. Esame di laurea in invasate picchiatrici mancine che finiscono in «ova» (fresche), da disinnescare. Invocare i Caschi Blu mi sembra il minimo.


venerdì 27 giugno 2014

WIMBLEDON 2014: RIUSCIRA' CAMILA GIORGI AD AMMAZZARE IL TENNIS?







Giornate febbrili, patriotticamente avvincenti come un rutto di birra che squarcia il silenzio di un'afosa notte di fine giugno. «Gramellinesche» riflessioni post Mundial imperversano su giornalacci sado-tragi-porno, da cui ancora stento a riprendermi: «Italia Immobile», dal nome dell'umile attaccante sacrificato per far spazio al viziato bimbominchia Balotelli, emblema di un paese (immobile, per lo appunto). Cristo santissimo. Ovviamente un bel pezzo sull'Italia multicolore che cambia, alla faccia dei Salvini, ce l'aveva pronto in caso di Balotelli protagonista, ma il lazzarone ci ha fatto battere solo la perfida Albione.
Orbene, seguendo lo fulgido esempio (per i nazi grammar dal cazzo piccolo, è licenza) del Gramellini, mi era venuta una riflessione simile stamattina sulla tazza del cesso, dall'ammiccante titolo «Brunetta, piccola Italia». Pinzellacchere a parte, i primi turni all'All England Club segnano un'inversione di tendenza per il tennis italiano: uomini in discreto spolvero, donne in crisi (nessuna nostra rappresentante al terzo turno).
Di Fognini si sapeva: tabellone da challenger medio (omino del subbuteo Kuznetsov e tal Puetz), che ha provato a rendere a suo modo interessante con trovate da cabarettista. Ormai ne hanno tutti le balle piene e lo multano anche se si soffia il naso, ma lui si diverte ad essere trasgresssivisssimo. Bolelli: sconfitto nelle qualificazioni, ripescato, primo turno col flagello di Dio Ito, secondo contro il Kohli con la sciatica. Paolo Fox lo aveva letto nelle stelle: «vedo in Orione un culo clamoroso». Match surreale, tedesco infortunato e fermo. Nostro sanissimo, ma fermo: confronto equilibrato che Bolelli fa suo al quinto, di tigna.
Tutte già a casa le ragazze. Cede anche Camila Giorgi su cui si riversavano le maggiori aspettative di esperti e piccoli fans invasati («i camilers»).
Per mia sventura, riesco a carpire gli ultimi giochi del suo match-sciagura contro Alison Riske, biondina yankee dai buoni fondamentali, ma niente di che. Lo spettacolo è il solito, a metà tra l'horror splatter e la fantascienza, non senza venature di riflessioni esistenzialiste sul mondo, la razionalità di due neuroni che ballano il tip tap e la mutevole prospettiva della vita dopo una pugnetta. Lo ripeterò allo sfinimento come questa ragazza mi faccia molta simpatia e tenerezza, e al tempo stesso incuriosisca: perché proprio vuoi capire se davvero pensa (verbo forte) di poter giocare e vincere sempre a quel modo folle, che non ha un senso e (voglia il cielo) eguali nel circuito. In sovraimpressione dovrebbero salvaguardare i bambini scrivendo «Don't try this at home».
La vedi, compita, timida e merlettata, e capisci che non c'è verso. Un gelido automa, frenetico, impaziente di posizionarsi al poligono e sparare. Incapace di trasmettere emozioni. Ohi stronzo, e Edberg? E Federer? Ok, ma in loro c'è la leggiadria dei colpi a rendere tutto armonicamente credibile. Qualsiasi discorso tecnico è inutile, nessun vaniloquio su palle intermedie, cambi di ritmo, in mona quella vile idea di un recupero in slice per prendere campo. Chi ha progettato «Chuky bambola sparapalline» (Giochi Preziosi Sergio Giorgi) concepisce solo una filosofia: colpire quella stronza di pallina nel cuore, sempre. «Non sono mica una pallettara», disse. E valle a dare torto. Picchiare forte e non pensare, la coraggiosa scelta di chi ha paura. Lei è avvantaggiata, perché proprio non le hanno insegnato altro.
Personaggio che mi spaventa e affascina, perché è un'eretica, ebbra di furia iconoclasta e sgozzatrice di credenze centenarie, che i tradizionalisti vorrebbero mettere al rogo. Che poi, chi le ha scritte queste regole? siamo così sicuri che i soloni del passato ne sappiano di più del babbo-domatore Sergio? Questo ha i capelli di Valderrama e sembra un ultrà del Boca Junior, ma quasi zimbella fior di allenatori da slam che avevano espresso dubbi sul tennis estremo della sua creatura. E' uno scienziato della balistica coi contro fiocchi. E pazienza se a una Flipkens basti tirare uno slice basso per mandarla in tilt. Picchiando senza rotazioni una pallina che rimbalza trenta centimetri, quella finisce sui teloni. Lo sa un liceale che studia fisica, lo sapevo io a sei anni. Lei no, perché mica deve pensare. Non serve, non è stata mica progettata per quello. La sua missione santa è sparare tutto e vincere e distruggere ogni cosa, tennis compreso.
«Ho perso perché oggi sono stata troppo lenta» dice, disarmante. Mica perché il suo tennis è un tiro alla quaglia. Perdi? Fai 30 errori in un'ora? E' perché sei lenta. La prossima volta, con più velocità, andrà meglio. E allora è lampante: la creatura è talmente presa dal progetto folle, da essere completamente inconsapevole di se stessa e del mondo esterno.
E', a suo modo, unica. L'unicità non è certo un demerito, anzi. Qui però sembra pazzia. Ma perché (ormai mi faccio domande e risposte), i grandi geni visionari, all'inizio, non erano considerati pazzi? Può darsi. Allora specifico: sembra demenza. Perché un metro dentro il campo sulla buona prima dell'avversaria con l'idea di sparare risposte vincenti, somiglia a cocciuta demenza. Ossessionante ricerca di una presunta perfezione di sparo contraria alle logiche del mondo. Non escludo che la ragazza marchigiana (e il suo inventore) siano precursori di un nuovo sport che si rifà al tennis (alla lontana), con contaminazioni di cricket, bungee jumping e il tiro al piattello, con cui dominerà le scene. Merita una possibilità. Non siamo però di fronte all'Agassi che col suo anticipo da flipper cambiò (sul serio) il tennis, ma a qualcosa di più estremo e (apparentemente) irrealizzabile con strumenti attuali.
Si potrebbe discutere all'infinito dei meriti e demeriti del padre allenatore-domatore e quanto ormai (a 23 anni) sarebbe utile o solo dannoso cambiare il suo tennis. Il rischio di mandarla in confusione sarebbe concreto, e l'esempio Marion Bartoli è calzante (ok, i tecnici obietteranno: ma quella era racchia!). La francese, senza il padre-padrone-creatore, finì per smarrirsi. O ci si potrebbe domandare se con un gioco appena più pensato avrebbe avuto altra carriera o non sarebbe entrata nemmeno nelle duecento. E chi lo sa.
L'unica certezza è che Camila resterà così, nella sua utopia romantica e vagamente demenziale «di cambiare il tennis, prima che il tennis cambi me», parafrasando una canzone di merda.
Provo a immaginare, se davvero diventasse una top 5, frotte di allenatori che insegnano ai ragazzini il suo nuovo sport, e un po' l'idea mi fa gelare il sangue nelle vene.


sabato 21 giugno 2014

WIMBLEDON 2014 NON VUOLE PADRONI






Sembra la frase ad effetto estrapolata da «Romanzo criminale», ma è effettivamente così. Un controsenso, se si pensa ed epopee del passato recente, con lunghi domini e dinastie ininterrotte. Da Borg a Sampras, fino a Federer.
Se tra le donne tutto pare più chiaro, l'edizione 2014 dei Championships al maschile nasce senza un favorito assoluto: i quattro leader storici appannati e appaiati al cancelletto, tradizionali outsiders a loro volta in riserva e ghiotta occasione per le nuove leve, ma passare dalla vittoria di un Atp 250 a quella di uno slam, non sembra cosa facile.
Vediamo un poco le griglie dei cavalli alla partenza (puledri, stalloni e molti castrati), facendo qualche considerazione sulle quote dei bookmakers.



UOMINI

Prima fila
Djokovic, se il problema al polso non è serio, sembra il cavallo buono per perdere in sicurezza. Da tempo arriva sempre in fondo, come Podenzana alle battute finali di una classica di primavera, senza il guizzo per la volata. O livido per le sberle di Wawrinka, o con la lingua penzoloni contro Nadal. L'ho pronosticato vincente negli ultimi tre slam e, pensando di portargli discreta sfiga, continuo. Tabellone insidiosissimo: Tsonga e Berdych prima della semifinale con Murray, ma se esistesse un Dio pagano e volleante, perderebbe già al secondo turno col mefistofelico vecchiaccio Stepanek.
Federer al suo fianco. Se il fisico regge, proverà la zampata del campione e vedendo alcune quote (a 6,50 addirittura), lo giocherei senza indugio. Perché? Quando hai gli anni di Cristo, su quei prati hai vinto qualcosa come sette volte e i principali avversari sono in fase di appannamento, la conclusione è solo una: questa può essere l'ultima occasione buona. Prima del derby con Wawrinka (se Stan ci arriva) e della semifinale con Nadal (quale occasione più ghiotta per fare i conti con la storia?), insidie Muller, Mahut e Janowicz (parlandone da vivo) negli ottavi.

Seconda fila
Nadal. Lo sanno anche gli esperti di lancio del gruviera: i rischi di scivoloni sull'infida e vergine erba nei primi turni, quando è ancora in fase di carburazione diesel, sono notevoli. Nelle fasi finali invece, per batterlo ci vogliono i pallettoni. Terra, erba, piombo o cemento armato. Rafito con l'elmetto: spettro di Rosol (ancora tu, ma non dovevamo vederci più?), poi Ivone Karlovic al terzo (se Frankenstein ci arriva), Gasquet il maschio col borsello negli ottavi e Raonic nei quarti, prima della sempre affascinante semifinale con Federer.
Murray. Mi pare di averlo visto col kilt, mischiato ai tifosi uruguagi a Brasil 2014. I book lo danno come secondo favorito, ma un suo bis mi sembra difficile e lo lascio in seconda fila, malgrado il connubio con la virago Mauresmo e un tabellone impacchettato della befana avvolta nella bandiera della Union Jack: l'ottavo più semplice (Fognini), il quarto sulla carta più agevole (Ferrer, ma grande occasione per Dimitrov), e una semifinale aperta a tutto con Djokovic.

Terza fila
Stan Wawrinka. Mai a suo agio sull'erba, e per giunta con un febbrone equino a debilitarlo. Un tabellone benevolo può permettergli di recuperare strada facendo, con insidia palo della luce (in fronte) Isner, per arrivare al derby elvetico di quarti.

Outsiders. Sempre quelli. Berdych e Tsonga (entrambi sulla strada di Djokovic), negli ultimi anni vittime designate dei quattro carnefici, potrebbero provare il gran salto, ma paiono incartapecoriti. La buon costume british priverà il ceco dei completini floreali H&M (rimedierà con candidi pizzi e giarrettiere), ma sa come si arriva in finale e con quella carocchia quotarlo 41,00 è un'esagerazione. Tsonga (a 51,00) idem, perché, pur in calo, sa come giocare sui prati.

Mine vaganti. Nel panorama di ammosciamento generale Dimitrov può mostrare le palle e dimostrare di non essere solo il tronista da riviste patinate che si accompagna all'algida (vice) regina urlante Masha, inoculandosi come una biscia nel quarto di Ferrer. Tre su cinque è però altro sport rispetto al Queens, dove pure ha faticato a battere Feliciano. Tra lui a 21,00 e Gulbis a 67,00 prendo il lettone, malgrado il rude drittone troppo macchinoso per l'erba, ancora nei paraggi di Berdych (che se lo sogna pure di notte e urla). I book lo sottovalutano, dandogli meno credito di Janowicz (l'ombra moscia di quello dello scorso anno) e Raonic (51,00), bucaniere terrificante, che però sull'erba è sicuro sulle gambe come un neonato vitellino incartapecorito.

Italiani. L'erbivoro della scuola indocinese Seppi ha problemi di sinusite (Baghdatis o Brown al secondo possono fargli male). Fognini ha un tabellone da challenger di Poznan fino al terzo turno, poi con Anderson saluta e va a Formentera con fidanzata e reduci del Gf. Volandri su erba perderebbe anche da Ramesh Krishnan (di 53 anni e 130 kg). Turbo risposta e culo di Sacchi Bolelli, numero uno al mondo dei lucky loser e nei sorteggi, pesca il fenomeno paranormale giapponese Ito. Lorenzi numero uno dei sorteggi sfortunati, becca Federer. Il mondo è ingiusto, si sapeva. D'obbligo evitare i pietosi battimani d'incoraggiamento del centrale.




DONNE

Prima Fila.
S. Williams in pole position. Ma nel suo spot c'è un mucchio selvaggio. Bimbominkia Bouchard negli ottavi e finale anticipata nei quarti con Sharapova. Se sta bene, la disossa e rispedendola in California a promuovere le caramelle lassative. Poi Halep o Ivanovic in semifinale.
Masha e l'avvilente destino di sentirsi regina del mondo, ma di esserlo solo quando le altre le levano di mezzo Serena. Starà già pregando. Rischia di suicidarsi prima dei quarti come balena spiaggiata (su erba), o facendosi infilzare con una fiocina da Giorgi.

Seconda fila
Azarenka è rientrata in discreto peso forma, dopo un periodo pre maman. Se ritrova ritmo partita strada facendo (e Muguruza le dà tempo), sarà orrido osso duro e può provare il trucido exploit in una parte bassa di tabellone clamorosamente più povera di quella alta. Nei quarti con Radwanska e semifinale con Li (o Kvitova), partirebbe tutt'altro che battuta. A 17,00 la prendo al volo. Dopo essermi imbottito di Plasil.
Kvitova su quei prati ci ha già vinto e se non incappa nei soliti orrendi altri e bassi nei primi turni (occhio a Venus al terzo), nei quarti può battere Li, diventando osso durissimo per tutte.

Terza fila
Na Li. Mai troppo a suo agio con gli imprevedibili rimbalzi dell'erba, lei che è una macchinetta di precisione (spesso impazzita). Sarà la volta buona? Che cazzo ne so. Per me rischia già contro Stosur.
Halep. Essenziale e poco appariscente, sa quello che vuole, pensa in grande. Altro ritiro tattico a 's-Hertogembosch. Ostacolo serbo (Ivanovic, più che Jankovic), prima della semifinale con Serena (quoto 2,20 che ne esce viva).

Quarta Fila
Ivanovic. Negli ultimi tempi, grazie al nuovo coach ex sparring e al ricovero in una clinica per menti disagiate, ha trovato un minimo di serenità. Sfortunata a finire nella tonnara in alto, nella parte bassa avrebbe potuto dire la sua. Ma la quota 34,00 dei book è clamorosa (da provare).
A. Radwanska. Dopo la stagione terricola da horror vacui può regalare qualche gioia in più, ma la possibilità di vincere uno slam l'ha gettata via contro un'invasata chiappona mangia crauti, lo scorso anno. Avviata a una carriera da perdente d'alto livello e quarti come massimo obiettivo. (Ormai ridotto alla penosa scaramanzia).

Outsiders. Ancora negli occhi la clamorosa edizione 2013, ma difficile ci sia un Bartoli-bis e voglia il cielo anche un Lisicki-bis. La tedesca però si esalta solo a Londra, come drogata di wurstel e crauti. Poi le rivelazioni parigine: Bouchard (alla prova Serena negli ottavi. Uau: 50 cent contro Justin Bieber) e Muguruza (se riesce a stare in piedi sull'erba), Keys (se entra in fiducia). Nostalgica menzione per la rientrante Vera Zvonareva e la vecchia Venus. Difficile riescano a fare qualcosa più degli ottavi Wozniacki, Jankovic e Kerber. Incomprensibili le quote così alte (81,00) per Cibulkova e Stosur (non saranno al meglio, ma nemmeno tumulate, credo).

Italiane. L'unica con discrete possibilità, pur nel suo strambo bungee jumping tennistico, è Giorgi. Può esaltarsi nel confronto da cricket su erba con Sharapova. Pennetta ha un buon tabellone (Stephens alla portata prima dell'ottavo con Kvitova), ma dopo Indian Wells è solo selfie con bocca a culo di gallina. Vinci su erba può andare avanti esaltandosi in un leggiadro tennis d'attacco, la versione erranizzata pallettara di talento imbolsita, rischia di lasciarci le penne già contro l'impertinente bimbetta Vekic. Knapp, bah. Schiavone sfortunata, sarà prevedibilmente rullata da Ivanovic. In tabellone c'erano due/tre giocatrici (ancora vive) cui Errani avrebbe potuto strappare un set. Fortunata a incrociare la giovane Garcia, lontanissima dalla forma primaverile, con cui può vincere anche più di due giochi. La quota 501,00 (come la carica) è però buona. Per chi da mesi (anni) abbotta le pudenda sulle sue doti da funambolo (tutt'altro che terricola arrotina), consiglio di puntarci la casa e macchina. Quota buona, ma l'ho vista anche a 650. Affrettatevi.
 

Per un refrigerante week end (senza puttan tour) al lago di Caldaro:
Federer v/p 6,50
Azarenka v/p 17,00

Per un mese a Santo Domingo
Ivanovic v/p 34,00
Gulbis v/p 67,00 (o Berdych 41,00)


Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.