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lunedì 30 maggio 2016

ROLAND GARROS 2016 - Squilibrati sogni di una notte di mezzo torneo







Conchiusa la prima settimana del Roland Garros più piovoso che io ricordi (e la mia memoria va indietro fino al 2015), occasione per un puntiglioso bilancio settimanale e chiaroveggenze sparse.
Tabellone Uomini. Novak Djokovic passeggia senza problemi, in attesa di test probanti. Difficile possa esserlo uno tra Berdych e Ferrer, protagonisti un ottavo-revival tra i due più vessati dai fab four nell'ultimo decennio. Se non più ostica almeno più curiosa e affascinante l'eventuale semifinale tra il serbo e una novità assoluta e cioè chi la spunterà da una porzione di tabellone senza padroni: Thiem, Goffin o il redivivo (e fortunello) Gulbis che giocando due match al meglio dei cinque set si è allenato più che in dieci anni di carriera, fumando marlboro e bevendo vodka liscia. Quindi, occhio a lui che, tra l'altro, avendo un ego spropositato e ritenendosi (a sragion veduta) tra i primi due o tre al mondo, tende ad esaltarsi coi forti e addormentarsi coi deboli. In semifinale, potrebbe battere Nole, dirò di più: ha più possibilità lui che il Nadal depotenziato di ultima generazione, già fuori per un problema al polso e soccombente in ogni punto del campo contro serbo.
Problema vero del vizioso lettone è arrivarci, a quella semifinale. Già il leggero, ma intelligente e geometrico pollicino Goffin potrebbe disinnescarlo in quattro set. Poi, eventualmente, ha quel Thiem in animalesca crescita, per un quarto dinamitardo. Comunque sia, Thiem o Gulbis sarebbero serio banco di prova per un Nole lanciato verso il primo Rolando. Più capaci di metterlo in difficoltà loro, per tennis, personalita e non avendo nulla da perdere, rispetto a Goffin. O Ferrer. O Nadal.
Nella parte bassa, lanciato verso la prevedibile (sulla carta da culo) finale col serbo c'è Murray. Lo scozzese si è salvato in modo rocambolesco nei primi turni, quindi anche mentalmente sarà carico e in fiducia. Ora però per lui la sagoma meravigliosamente irregolare di cuor di leone (cloroformizzato) Richard Gasquet. Il proditorio galletto, in condizioni spumeggianti come non lo si vedeva da anni (forse mai), ha tritato avversari e steso Nishikori, nel tripudio dei francesi che ora sognano l'impresa da libri di storia e trattati di psichiatria. Già lo dissi, se Richard dovesse battere Nishikori, nessuno potrà fermarlo. Solo una camicia di forza. Murray e Wawrinka sulla sua strada, con cui in passato proprio a Parigi ha perso partite già vinte, svenendo come donna con le doglie. Magari stavolta resta in piedi. Problema vero sarebbe l'eventuale finale col serbo, in cui si rischia punizione cruenta senza eguali (da Leconte 1988 alla mattanza nella tonnara di Mazara nel '73).
Mio sogno squilibrato: finale Gulbis-Gasquet, coi due che se la giocano in mezzo al campo a rubamazzetto, sorseggiando whiskey maschio e fumando boccate piene.

Tabellone donne. Serena Williams sembra più equilibrata, tecnicamente e fisicamente. Se non tende a strafare, dovrebbe vincere. Dalla sua parte, prima della finale, ostacoli pericolosi sono la virgulta Keys in crescita (o la sorprendente Bartens) e la simpatica operaietta Bacsinszky.
Sotto, mucchio selvaggio per guadagnarsi Serena (forse) in finale: Halep-Radwanska equilibratissima. O quella Muguruza che, se in giornata, può mettere in seria difficiltà l'americana.

P.s. Ovviamente, mentre scrivo Gasquet e Gulbis potrebbero già aver perso.

martedì 24 maggio 2016

ROLAND GARROS 2016 - Il PRINCIPE ROSPO STEPANEK E IL RAMARRO MURRAY





Lo so, avrei dovuto aspettare che l'impresa fosse copiuta, e che la vecchia lenza Stepanek completasse la sontuosa e ispirata opera perdendo al quinto, ma non ho resistito.
Eppure, tutto era perfetto. L'atmosfera parigina gonfia di un umidore elettrizzato, con qualche flash che si nota nel buio incombente, striato di nuvoloni viola.
L'interesse nazionalpopolare dei Pippibaudi nostrani è tutto rivolto alla trista parabola delle due chichis, ormai divise e al capolinea, capaci di raccattare nove giochi nei loro due incontri di primo turno, mentre la solita fiaba dei primi giorni parigini è in onda sul centrale. Qualcosa di epico e irriducibile che ricorda gli ultimi ruggiti parigini di Connors, nella sua battaglia col tempo e se stesso. Alla soglia dei 38 anni, il satrapo ceco Radek Stepanek, sprofondato negli abissi delle classifiche, è ancora capace di incantare e infiammare il pubblico, in un connubio avvincente. E, se a questo ci aggiungete l'avversario Murray sull'orlo dell'esaurimento nervoso, capirete come la sceneggiatura sia completa. Pronta a vincere qualche oscar, fotografia, regia, miglior attore protagonista, non protagonista, e via dicendo. Lo storico coach di Radek, il mai dimenticato Petr Korda, aveva consigliato all'ormai ex pupillo logoro e in là con gli anni, di dedicarsi esclusivamente al doppio, specialità in cui con la sua classe avrebbe potuto dire ancora molto. Lui, ostinato come il mulo di cui dicono abbia anche altre nascoste qualità, non l'ha ascoltato. A vederlo, il motivo è semplice: si diverte come un pazzo. Specie contro i più forti, è l'esaltazione a impadronirsi delle sue ributtanti carni. Ed eccolo zompare, dalle qualificazioni allo Chatrier, in una danza elettrizzata ispirata dall'atmosfera. Disegna e trapunta il campo, quel vecchio filibustiere, un po' navigato giocatore di poker, un po' illusionista, bravo a  nascondere carte e palle al povero Murray, che fa la figura dell'allocco con la bocca aperta ostentando una manciata di denti buttati lì a caso. Fluttua come un pupazzo goffo da una parte all'altra del campo per inseguire quelle patabole velenose e compulsive: smorzata, pallonetto, ancora smorzata sulla contro smorzata e ghigno diabolico. Lo scozzese ha gambe tagliate, lingua penzoloni e il mal di mare. A un certo punto, dopo l'essesima volée imprendibile del satrapo, lo sento nitodamente chiedere agli dei lassù: "ma chi è questo, McEnroe?".
Pare di vedere fulmini in lontananza nel cielo, mentre aggancia in tuffo una volée, girando su se stesso come un gatto fulminato, felpato, di gomma. Sempre più spiritato e con occhi motruosi, man mano che annusa il profumo d'impresa (mancata). Per due set mette alle corde un Murray furente, che non ci capisce nulla, vorrebbe solo ammazzarlo, ammazzarsi, sparare al pubblico, mangiarsi terra e pallina. 
L'esponente mai vincente di un vecchio tennis ormai anacronistico, che si scopre vincente (oltre che più bello) rispetto a moderne trame muscolari di uno dei primo tre al mondo. Murray vorrebbe esser Radek, almeno per una sera, che una principessa orba baciandolo lo faccia diventare magnifico rospo. E il ranocchio Radek chiede al dio del tennis, di cui ha scopato la moglie, un bacio che lo trasformi nel principe orrido Murray. Magari solo per un set, un unico, stupido, set di solidità, che gli consenta di portare a casa il match prima che cali il buio.
Invece, come prevedibile, l'incontro gli sguscia via dalle mani, arrivando al prevedibile epilogo di queste fiabe tarocche. Murray domina il terzo, scappa anche nel quarto con il vecchio saltombanco ormai alle corde, tornato a sentire d'in colpo il peso degli anni, gli acciacchi, e una carriera in seconda fila. Perso il quarto, mi dico, a inizio del quinto deve giocare il punto della vita: attacco in contro tempo e volée stoppata in tuffo, e poi ritirarsi in vantaggoo. Come fece Jimbo. 
Prima che possa farlo, arriva la notte e rimandi il mancato lieto fine al giorno dopo.


venerdì 20 maggio 2016

MARCO PANNELLA, LO SCANDALO ININTEGRABILE





Chissà quale prorompente parolaccia gli sarà partita ascoltando telegiornali, social, giornali, stamattina. Fiumi di commosse parole, inutili stronzate di melassa, postumi tributi colmi d'enfasi, servizi ai c del retorico paranormale, per lui che era arrivato a imbavagliarsi, pur di ottenere un trafiletto sui media. Paradossale, o forse logico. Nell'illogicità di fondo che dipinge il personaggio e questo paese contraddittorio.
La faccio breve, questo è uno spazio in cui straparlo di palle e tennis, ma dovevo pur scrivere due parole che mi stanno sullo stomaco. Quindi, non stracciatemi il cazzo (cit.). 
Parto da un parallelo che mi ha messo i brividi: quello dei Radicali con alcuni moderni partiti populisti, capeggiati da nani sciacalli che da tv o sui social straparlano alla pancia malata del paese per ottenere un vile consenso drogato. Pannella, censurato dai media, urlava, sbraitava, contorto, prolisso e logorroico fino a farti venire il mal di mare, per strada, rivolto alla coscienza nascosta dei cittadini, di temi impopolari che riguardano gli ultimi, l'uomo nei suoi diritti.
Così sideralmente lontano dagli strepiti demagogici delle odierne forcaiole sette-partiti attuali, che ha finito per annientare un partito battendosi per cause che non portano voti e chare. Quindi, fuori dal parlamento e oscurato dalle tv, impresentabile col suo mare di parole cesellate, simili a lucidissima farneticazione, oltre che geneticamente fuori dal potere, cui al limite strizza l'occhio. Politico talvolta maldestro, consapevole e quasi compiaciuto bastian contrario, seppe anche fagocitare la sua stessa creatura fino a ridurla ai minimi termini. Ma non era importante. Santone, religioso, più che politico. La religione della libertà di cui parlava Benedetto Croce.
"Premesso che sei un coglione, grossissimo e spessissimo, che non capisce niente...che dopo quarantacinque anni di politica possa fottermi più di quanto pesi la tua chioma, di fare il ministro, o farlo fare a qualcuno dei miei...". 
Questo era Pannella, in una rara sintesi, rinvenibile nella missiva inviata all'allora Premier Craxi. Opposizione della maggioranza, opposizione dell'opposizione che vuole essere maggioranza. Uno scandalo inintegrabile, come lo definì Pasolini. Un rompicoglioni odiato, mal tollerato da chiunque, democristiani e clericocomunisti. Da solo a battersi per quell'abominio da eretici scomunicati chiamato divorzio. Inintegrabile perché imprevedibile, pericoloso per l'imperante clericalismo e gli establishment, fuori dagli schemi, fedele solo alla sua libertà e a quella degli altri. Che del potere se ne è sempre fottuto altamente, creando quella libertà individuale con altri strumenti nonviolenti, il referendum, e il suo stesso corpo.
Gli stessi che passano sopra i propri ideali non facendo cadere governi, perché la pensione è davvero importante (cit.), ora applaudono chi come il leader radicale, di vitalizi e pensione se ne è sempre fottuto, dimettendosi a metà mandato per non ottenerli. È maraviglioso anche questo, perché in un riflesso inconscio nascosto nelle loro coscienze corrose, si danno degli stronzi. Loro sono i politici di mestiere. Lui aveva scelto vita come politica, appunto. Una dettaglio, forse, può sintetizzare il tutto. Pannella non è mai stato condannato perché si è arricchito, ma solo a seguito di una manifestazione provocatoria, per la legalizzazione delle droghe. Il suo corpo ora magro ora grasso, ma sempre imponente, come scudo.
Infastidiscono tanti tardivi attestati, specie da parte di chi gli ha negato anche una carica simbolica, di Senatore a vita. Però, tornando sulla roboante parolaccia che avrebbe pronunciato stamattina leggendomi giornali, forse mi sbagliavo. Fedele al personaggio, mi avrebbe stupito. Il riconoscimento postumo l'avrebbe inorgoglito. La magia di avere pagine e pagine dedicategli dopo anni di censura, tutti quei fantocci al suo capezzale dopo anni di ostracismo: è qualcosa di unico. Irrazionale. Anzi, irrazionalmente razionale. 
È una metafora avvincente. Una processione di potenti politici, star della musica, cinema, tutti nell'umile casa in cui ha vissuto gli ultimi giorni. Così vicino in linea d'aria, ma tanto lontano, quel monolocale bazaar in cui l'eretico fascista, drogato, frocio, non violento impotente, assassino abortista, taditore della patria, senza-Dio, si riposava, dagli attici sfarzosi di porporati professanti povertà. O dalle case di chi della politica ha fatto un ricco affare. Ora salutano chi ha pensato alla libertà degli altri e per migliorare un po' questo paese, malgrado loro. Sì, ne sarebbe fiero, e poi via di liberatoria parolaccia.


domenica 15 maggio 2016

INTERNAZIONALI 2016. PIOGGIA SCOZZESE NEL CIELO DI ROMA





Un insolente scroscio di pioggia, tra i nuvoloni gonfi nel cielo, arriva tra le due finali. In studio minimizzano sugli ombrelli che si aprono, "Non piove più, è solo qualcuno che non ha ancora capito...". Perché a Roma non può piovere. L'evento però ammanta ancor più di mistero la prevista celebrazione degli "eroi del '76", quelli della vittoriosa Davis: Panatta, Bertolucci, Zugarelli, Barazzutti. Provate a immaginare ai giorni d'oggi l'Italia vittoriosa di Davis e un nostro tennista trionfatore a Roma e Parigi. Quarant'anni fa l'impresa riuscì ad Adriano Panatta. A Parigi lo ricordano bene, così bene da invitare l'Adriano nazionale sullo Chatrier per premiare il campione dell'edizione 2016. Qui invece, nel suo paese, provano a mettere una pezza con una foto ricordo e tocca sentire i massimi vertici del nostro sport dire "dovrebbe" esserci "anche" il reietto Adriano Panatta, basta "polemiche". È o non è questa situazione la triste metafora, riassunto di tutto? Cosa? Non si sa.
Quanto al campo, Nole Djokovic mostra inattesi segni di umano cedimento rispetto ai ritmi esibiti nei mesi scorsi. Che fosse una pallida copia di quella macchina si era già capito al suo esordio, contro l'aizzatore di folle transalpino, l'istrione (che ha quasi la stessa età di Aznavour, tra l'altro) Stephane Robert. Ho pensato bluffasse. Così come contro Nadal e Nishikori, con soporifere partenze da geco intorpidito. Troppo lontano dai livelli massmi l'iberico (sebbene la terra lo riporti tra i più forti) e poco cinico il samurai nipponico nell'affondare il coltello nella ferita, per approfittarne. Non si lascia intimidire lo scozzese, pressoché perfetto in finale e coi denti di squalo ben affilati durante tutto il torneo, condotto senza sbavature. Sento dire in giro di un Murray terraiolo, migliorato sull'argilla. Cazzate, parziali almeno. Murray ha sempre saputo giocare sul rosso, vi è cresciuto. Il suo problema si chiamava Nadal, imbattibile su quei campi. Poi Djokovic e Federer, spesso meno consistente fisicamente del serbo e ovviamente meno talentuoso si Roger. Specie in questo periodo di baldracca in cui le specializzazioni sono un ricordo per vecchi bacucchi, la differenza la fa la condizione fisica. E, almeno in questo maggio, ne ha di più Andy.
Poco più che una comparsa gaudiosa, apparizione mistica, quella di Sua Divinità Celeste Roger Federer a Roma, buona per farsi venerare dai tanti fedeli in devota attesa. Roger non sta bene, la schiena scricchiola e centellina ogni sforzo con cautela massima per non pregiudicare i suoi obiettivi stagionali. Tra questi non c'è Roma e nemmeno Parigi. Si fa ammirare, fotografare come una reliquia santa, ischerza il promettente fabbro Zverev, ma si arrende al tennis a tratti animalesco dell'austriaco Thiem.
In questo scenario, se Djokovic rimarrà questo (ho i miei dubbi) si aprono i giochi per la vittoria a Parigi. Serbo scucchiato sempre in pole position, ma Nadal e Murray riducono il gap e giocheranno le loro care. Immediatamente dietro Wawrinka, se per magia dovesse ritrovate l'istinto omicida dello scorso anno. A meno di clamorose sorprese. Mi viene in mente quel Thiem potenzialmente sanguonario, e soprattutto Kyrgios. Unico tra i giovani, il tamarro aussie, ad abbinare colpi e carattere sufficientemente spavaldo da poter provare il colpaccio. Anzi, se me lo danno a 40, un penny ce lo metto sopra.

Serena Williams e il passaggio di consegne che non c'è. Serena torna. O forse non se ne era mai andata. Gli anni passano (sono ormai 35), il contraccolpo del mancato grande slam è stato un k.o. tremendo a seguito di
un uppercut alla punta del mento, ma dopo aver vacillato incerta per qualche mese, la numero uno si è rialzata a Roma. 
Paradossalmente, questa Serena 2.0 vista al Foro è ancora più forte. Senza la logorante pressione da record, foga-furia, voglia di dimostrare una superiorità che spesso si taduceva in picchi mostruosi e qualche (letale) strafalcione tennistico, al Foro si ammira invece una Serena dalla calma olimpica, tirata a lucido. Malgrado l'età è ancora capace si mettere in riga virgulte nuove leve tra cui fatica ad emergere un'avversaria credibile e continua.
Alcuni (io nella mia persona) hanno sperato che dal gruppone di pretententi potesse emergere come un sol donnino impunito quella Barbora Strycova issatasi fino quarti di finale sciorinando un delizioso tennis trapuntato. Protetta dal fantasma di Maria Josè Martinez Sanchez, pensavo potesse ripetere la stessa, irrazionale, suggestiva, cavalcata. Un po' ci credevo. L'isterica gnappa ceca si accontenta solo di mostrare in modo semplice e a tratti inquietante come i suoi occhi da cerbiatta pazza, la pochezza della Bouchard. Sgonfia il bluff di quella che gli sponsor hanno pompato come futura regina solo perché (pare sia) caruccia, ma che se non completa un tennis orrendamente monotematico, disattenderà le spasmodiche attese dei tanti fans dalle occhiaie marcate.
Vien fuori dal plotone invece Madison Keys, ragazzona di enormi potenzialità. Mi capitò di vederla dal vivo un'uggiosa mattina di quattro anni fa, proprio al Foro, soffrire contro una mondina
cinese durante le qualificazioni. Mi colpì subito la sua fisicità e potenza di colpi devastanti, autentiche mine, e un dritto anche bello a vedersi, lasciato partire con natualezza assai notevole. Non fu difficile predirle palcoscenici ben più prestogiosi di quel campo numero uno deserto. L'unico mio dubbio restava l'attitudine molle, un corpo che trasmetteva quasi stanchezza sconsolata, spalle spesso strette per raccogliere la frustrazione. Si trascinava indolente, come
se giocare, allenarsi, faticare, non facessero per lei, e alle 10 di mattina si domandasse perché non era ancora a letto. Una delle tante baciate da buon talento, ma con poca attitudine alla sofferenza, pensai. 
Da lì i risultati a sprazzi, sembravano confermare la mia impressione. La ritrovo in finale a Roma incredibilmente maturata, positiva, col sorriso largo e i dentoni di coniglia, consapevole dei suoi mezzi, in finale dopo un percorso consistente. 
L'ultimo scoglio, una Serena ben centrata, appare ancora difficile da superare. Il match, almeno nel primo set, ha picchi di violenza degni di Tyson-Holyfield e possibili, suggestivi quanto illusori, scenari da trapasso generazionale, erede, passaggio del testimone. Suggestioni, appunto. Perché Serena quel testimone non vuole passarlo ancora, anzi, se lo mangia.

giovedì 12 maggio 2016

GLADIATORI ITALIANI AL FORO ITALICO - Ma quanto è bello il Foro, eh?Rewind -







Ha tutti i torti quel vecchio genio di Woody Allen che nel raccapricciante “To Rome with love” dipinge l’Italia come un paese meravigliosamente bello, ma popolato da grottesche macchiette?
Niente Foro Italico per me quest’anno, e nisba spumeggianti (non meno che impeccabili) resoconti dal campo. Mi sono però divertito seguendo il torneo sulla Tv Federale. Mezz'ora al giorno, non di più, come metadone. Uno spettacolo a metà tra la D’Urso che sottolinea i dati auditel e la buon’anima (pare sia ancora vivo, ma dovrei controllare su wikipedia e mi scoccia) Emilio Fede nel divinare le gesta politiche e amatorie di Silvio Berlusconi.
Il Pontefice Binaghi gonfia il petto e volge l’altero sguardo alle tribune gremite, mentre si concede un giro nella suburra del Ground a bordo della Papa mobile guidata da Galimberti (e Nargiso navigatore assopito). Gridolini e sudditi genuflessi che gli baciano l’anello pontificio. 
Su Supertennis è il trionfo della pomposa autocelebrazione. “Ecco alle nostre spalle, ammirate la cornice di pubblico...record di spettatori...ma poi, chi ce l’ha uno stadio come il Pietrangeli?...eh, i tennisti amano questo campo, circondato dalle statue...pagherebbero per giocarci...ma certo, a qualcuno incute timore...ma guardate la bellezza, è magia pura...”, prima di snocciolare dati e numeri strepitosi sull’affluenza. Alla quarta volta in mezz’ora che ci viene ricordato con afflato servilmente languido, anche chi ha respirato per anni quella splendida atmosfera rischia di essere colto da raptus, inconsulta voglia di diventare foreign fighters e lasciarsi esplodere sul Pietrangeli (il magnifico Pietrangeli, pieno in ogni ordine di posti da gente estasiata che...e via dicendo).
Nello studiolo ospitano la leggenda Stan Smith. Il bravo presentatore annaspa con salivazione azzerata, potrebbe chiedergli mille cose, aneddoti sulla sua carriera. Invece parte a testa bassa, dopo un compiaciuto sguardo allo stadio alle spalle: "Che spettacolo Stan, eh? 26 mila oggi. Piccolo Slam, eh?". Gelo. L'ex campione vorrebbe gettarsi giù a volo di gabbiano. Fortunatamente poi, passano a discernere di questioni tecniche. Federer, Djokovic? Un suo incontro con Laver? No. Gli chiedono cosa ne pensi del nostro numero 333 atp, tale Sonego. Quello, pensando fosse un pizzaiolo di Trastevere, ordina una quattro formaggi e se ne va. Scena meravigliosa. Nel mio personale tabellino delle storiche perle supertennis, appena dietro l’intervista a Connors quando, al cospetto del grande Jimbo, un proditorio gerarca Fit squittì: “Ma quella palla contestata nel match con Barazzutti nel ’77...”. Jimbo lo guardò come fosse un escremento di topo, domandandosi se quel curioso esemplare provenisse dalla repubblica di Bananas. Resiste sul podio invece la storica domanda a Novak Djokovic, appena laureatosi campione del Foro: “Ehilà Nole, che ne pensi di Fognini? Ti sei allenato insieme...diventerà top 10?”.
La mantrica autofellazione sulle italiche bellezze del Foro, che sconfina nel provincialismo più penoso, provoca un effetto comico notevole. Ma sarebbe nulla se non abbinata all'epica esaltazione degli eroi tricolori che “accenderanno di tifo” gli spalti del museo a cielo aperto. Il tragicomico è completo.

Ma benone, il bilancio semiserio per gli italiani può essere stilato già al mercoledì: 11-1. 10 eliminazioni al primo turno, una (1) vittoria, del sibaritico Seppi.
Flavia Pennetta. Ok, su una cosa hanno ragione: l'impianto, specie il Pietrangeli, è sempre gremito, anche per vedere Pio e Amedeo in zoccoli che giocano a calcio tennis con Totti. Gli organizzatori, luciferini, trovano l’unico momento in cui ci sono pochi avventori sugli spalti, per celebrare l'addio ufficiale di Flavia organizzato dalla Wta. Molto triste. Lacrimucce, Fognini coi fiori e dalle deserte tribune l’eco di un pazzo che grida “Gioca le olimpiadi di Rioooo!!!”. Prontamente allontanato dalla security, si scoprirà essere Malagò in uno dei suoi migliori travestimenti, con baffi da Groucho Marx.
Ma vediamo i gladiatori italiani in campo al Foro.
Sara Errani. Heater Watson si qualifica dopo due maratone e l'improvvido telecronista (prontamente impiccato all'alba) si sbilancia "Gli organizzatori non la manderanno certo in campo lunedì, dandole un giorno di riposo...". L'altro, scafato: "beh, dovesse trovare Errani la vorrei in campo lunedì mattina...". Detto, fatto. Errani-Watson, lunedì all'alba. Caso. Ma la nostra eroina padellara cede alla distanza contro la stremata inglesina. Non sono meglio di Zalone? A onor del vero però, Sarita accusa dolori al costato-carenza di ferro-stipsi. Fateci caso: non ha mai perso quando sta bene. In perfetta forma avrebbe vinto più di Serena e Billie Jean King.
Karin Knapp.  È sorteggiata contro la ceca Strycova, un folletto talentuoso che gioca a tutto campo con mano vellutata. In cabina però fanno sapere alla massaia di Mendrisio quanto la nostra semovente cassapanca coi piedi che spara roncole dritto per dritto, abbia più talento della ceca: "Non c'è paragone!". Questi sarebbero riusciti a dirci anche che Mussolini aveva i boccoli. Ovviamente la Strycova domina, quasi irride l'italiana con un duplice 6-2. Ma Knapp era ancora menomata. Ginocchio-caviglia-piede, oh-oh (citando Don Lurio).
Francesca Schiavone. Prevedibilmente maltrattata dalla Safarova, si lagna dei "tre gatti sugli spalti" (prontamente bippata. Anzi, non un monosillabo sulla sua conferenza stampa). E, figuriamoci, anche la leonessa lamenta dolori fisici. Non era al meglio. Polpaccio-cavo popliteo-unghie usurate.
Roberta Vinci. Le chiedono che tempo fa, e quella risponde: "quando ho battuto Sereeeena a Neve Yorke...". Fuori di testa, ormai. Schiantata 6-0 6-4 dall'inglese Konta, e tramontane di fischi. Ma (poteva mancare solo lei?) non stava bene per i problemi al tendine d'achille. Ingenui.
Claudia Giovine. 26enne poco gradita rispetto ad altre protette fit e ben più giovani promesse (24enni) che ha battuto meritatamente nel baraccone prequali, entra in tabellone. Perde onorevolmente in tre set contro la McHale.
Insomma, Caporetto, mattanza, disfatta, ancor più pietosa se si pensa alle attese annunziate marzialmente in stile Istituto Luce. Ma, tutte quante avevano problemi fisici. A proposito, ci sarebbe anche la predestinata Camila Giorgi che, per un infortunio (presumibilmente diplomatico) non è venuta a Roma. Ma come, le altre pur gravemente menomate hanno difeso l'onore della patria e lei si tira fuori? Diserzione, fucilata nel petto. Come darle torto, dopo la burrascosa rottura con la Fit, notoriamente gente poco rancorosa, l'avrebbero mandata ad allenarsi su un campo di Tor Bella Monaca e pranzare alla porchetteria da Pietro er sudicione al Quartaccio.

Fortuna che ci sono gli uomini, valorosi e indomiti.
Fabio Fognini. Mattatore nell'esibizione con Totti, perde seccamente da Garcia Lopez. Si lamenta dei campi veloci e di non essere stato programmato sul Pietrangeli. Fischiato anche quest'anno. Ma (c'erano dubbi?) pure lui reduce da un infortunio e quindi gravemente menomato. In cabina però, ci vedono del buono. Molto buono. "Dopo aver perso nettamente il primo set, molti altri avrebbero sciolto. FABIO NO! Ha lottato, arrivando al tie-break del secondo...". Segnali molto incoraggianti, quindi, e bicchiere (di grappa) mezzo pieno. Il problema è che si sono scolati la bottiglia, di grappa.
Paolo Lorenzi raccatta le briciole contro  Bautista Agut.
Andreas Seppi. Unico, miracoloso, a passare un turno contro Pospisil. Poi Gasquet lo fa a fettine come una trota salmonata. Eppure, a sentire Nargiso che parlava di match 50 e 50, un disperato che non aveva mai visto i due, guardando Seppi quotato a 7,00, ci avrà puntato lo stipendio. E poi si sarà impiccato sotto il Tevere.
Pippo Volandri. Coi suoi limiti, a 35 anni, ormai part-time, non partecipa al circo delle prequali, quindi niente wild card malgrado tutt'ora si metta nel taschino tutti i giovanotti italiani. Senza parlare del passato. Entra all'ultimo momento e passa le qualificazioni, prima di giocarsela con Ferrer.
Lorenzo Sonego. Lotta alla pari con Sousa, facendo vedere belle cose. Volto e fisico da adolescente che pesa 12 kg, buoni fondamentali su cui lavorare, ma lascia ben sperare il carattere.

Insomma, questo è. Per i bilanci seri sul tennis vero, c'è tempo. Ma poi, l'avete visto il Pietrangeli pieno? Numeri da record in uno scenario che trasuda storia e...


lunedì 2 maggio 2016

AL VIA GLI INTERNAZIONALI DI TENNIS 2016: LA CAGATA PAZZESCA DELLEPREQUALI






Spumeggiante start-up degli Internazionali al Foro. Capita, ieri, mentre sgargarozzo un buon caffè, di imbattermi sulla tv federale in qualcosa che è a metà tra l'inquietante e il patetico. Con venature di surreale. Il solerte cronista, affiancato anche da un mortifero opinionista, descrive con perizia certosina le gesta di due muggenti seconda categoria italici impegnati a pallonettare in modo tremebondo nel suggestivo scenario di un Pietrangeli maestosamente vuoto.
Che diavolo è quella roba? Cerco di capirci qualcosa, malgrado l'atmosfera soporifera creata dai gerarchi al microfono che verosimilmente provano a mostrarsi estasiati, nascondendo il desiderio di darsi la morte percuotendosi col microfono. Oppure, mi suggerisce il gatto, sono realmente eccitati dallo spettacolo lacerante, perché pazzi.  "È uno che sa giocare a tennis" dice uno dei due, come se stesse recitando un ora pronobis, riguardo a un maestro atesino che raccatta un gioco contro un allampanato diciottenne italiano di 22 kg. E grazie, non sapesse giocare al tennis, farebbe il pizzaiolo. Poi passeranno a magnificare le geometrie di una nota ventitreenne grande promessa, che fatica a regolare una volenterosa ragazzotta sovrappeso.
Cristo pietà.
Sempre il mio gatto mi suggerisce che si tratta delle pre-qualificazioni agli internazionali di Roma, di scena al Foro da lunedì. Torneo che darà ai due finalisti un posto in tabellone e ad altri quattro un'opportunità nelle qualificazioni. In diretta tv. Terribile. Quasi preferibili le dirette dei match di Gene Gnocchi, perché erano dichiaratamente comiche. Questo spettacolo fantozziano invece non ha alcun senso. Gente fuori dai trecento e incapace di giocare nei challenger opposta ad attempati maestri di circolo. Dagli open al tabellone di un Masters 1000 ci provano un po' tutti, anche allettati da un montepremi molto ricco.
Ma all'inquietante spettacolo tecnico offerto in diretta tv che neanche i parenti più stretti sarebbero capaci di seguire più di cinque minuti, si abbina il solito pasticciaccio italico con due Wild card già date a Bolelli e Lorenzi, il primo rotto e in dubbio, l'altro che può entrare senza invito, e i due posti assegnati a chi sta giocando inutilmente le pre qualificazioni. Che quindi sono falsate, oltre che inutili. Con l'unico, straordinario, risultato di aver precluso ad alcuni dei nostri la possibilità di giocare a Madrid. Invece di una cervellotica formula da burocrati parruconi, era tanto difficile dare i quattro inviti a 4 tennisti che si reputano meritevoli (per classifica o stato di forma) lasciando decidere al torneo semi parrocchiale solo i 4 inviti nelle qualificazioni? Magari lontani dal Foro e dalle tv. O, perché no, in base ai risultati in alcuni challenger italiani? No, troppo semplice. Siamo mica gli americani, che sparano agli indiani (cit.). Qui (in ogni ambito, mica solo nel tennis) vige la meritocrazia, che diventa buffonocrazia se attuata con strumenti cretini e burocratici.

Scenari Rossi. Bando alle ridicolaggini del regime italico, così ben decantate da gerarchi e cantori dell'Istituto Luce, la stagione sul rosso entra nel vivo col trittico Madrid-Roma-Parigi. Vediamo come arrivano i big, pronostici e aspettative.
Tra gli uomini, difficile sfuggire dal dominio (o nightmare) serbo. Djokovic s'è inceppato a Montecarlo contro Vasely, ma è solo un incidente di percorso. Capita anche alle macchine. Il suo obiettivo è Parigi, normale che qualcosa (specie nel massacrante tour terricolo) debba lasciare per strada. Delle briciole concesse dal carnefice serbo ha approfittato quello che un tempo era il cannibale della terra, Rafa Nadal. L'iberico mette prontamente in saccoccia Montecarlo e Barcellona. Leggo da più parti enfatiche celebrazioni di rinascita. Io ci andrei più cauto. È il solito Nadal depotenziato degli ultimi mesi, solo agevolato dalla superficie che rende il suo tennis più proficuo (e le magagne meno evidenti) e avversari in menopausa. Tanto basta però per farne l'antagonista principale di Djokovic, pronto ad approfittare di eventuali inciampi serbi. Poca cosa gli altri. Federer avrebbe voluto saltare la stagione sul rosso, concentrando le sue preziose energie per Wimbledon e le Olimpiadi, ma sarà a Roma per onor di firma. Murray lontano dalla forma migliore. Wawrinka sbarellato. Giovani ancora incapaci di fare il salto di qualità.

Tra le donne regna l'incertezza più assoluta, causa atroce livellamento verso il basso, con almeno una ventina di possibili vincitrici a Parigi. Serena ferma ai box, Sharapova stoppata dal caso spermonium (pronta alla sacra riabilitazione, perché gli sponsor e case produttrici di sirene antifurto la recalamano). Radwanska su terra non riesce proprio ad esprimersi, sembrando un geco che si dibatte su un lastrone di ghiaccio. Kerber dipende dalla carica di plutonio settimanale. Chi resta? Potrebbe fare bingo Vika Azarenka, la più in forma di tutte. Eventuali outsider l'equina bombarola Muguruza e Petra Kvitova, se in settimana di grazia. A meno che Barbora Zahalova Strycova non impazzisca e ammazzi tutte a suon di impuniti ricami. O Laura Siegemund trovi giorni di ispirazione divina e spennelli il campo con tocchi vellutati e carezze di kashmir. Fantascienza. Ma se c'è chi parla di Giorgi futura numero uno (di cricket), perché non crederci noi nelle utopie. Anche più piacevoli.

lunedì 4 aprile 2016

IL RITORNO DEI GUN'S N'ROSES. ROBA DA 90's









Ok, il piatto tennis langue. Djokovic e Azarenka, tremendamente simili (tranne una maggiore sobrietà e femminilità del serbo) procedono spediti e meccanici come locomotive. A Miami bissano entrambi il successo di Indian Wells senza colpo ferire e concessione allo spettacolo, complici avvesari alla deriva. Murray neo papà imbraccia la racchetta come fosse un pannolino, Federer ancora ai box, Wawrinka tornato brufoloso torello svogliato di qualche anno fa. E gli altri? Bravo Nishikori, ma ancora di una cilindrata inferiore. Cresce Kyrgios, ma non abbastanza. Tra le donne è un assolo della petomane bielorussa, nel deserto subsahariana di avversarie credibili. Radwanska eterna incompiuta, Serena smoccolante si fa sorprendere da una rediviva (un paio di volte l'anno sfodera prestazioni da cinghiale -maschio- in calore) Kuznetsova.
Quanto ai provinciali fatti di casa nostra, al solito assordante concerto afono maschile si appaia anche quello (meno consueto) femminile. Vinci claudicante, Giorgi sparacchiante (a vuoto), Pennetta intenta a scegliere il vestito da sposa (malgrado Malagò e Binaghi provino a bruciarlo notte tempo), Errani torna dalla tournè americana con una decina di giochi vinti, schiacciata come un mosquitos dalla Osaka (se non succederà qualcosa di imponderabile, questa ragazzona nippo haitiana entro tre anni vincerà uno Slam). A chi timidamente
glielo fa notare, lei risponde sui social qualcosa tipo: "tu quanti ne hai vinti?
#zzovuoidametu". Roba da far impallidire dodicenni bimbiminchia problematici con ego spropositato in relazione alla realtà.
Tiene però banco l'annosissima questione Giorgi-Fit. Roba da non dormirci la notte. Leggo di una rottura definitiva della nostra orba cacciatrice di quaglie morte e la Federazione, annessi retroscena (fino ad ora secretati) di passate liti e stracci volanti. E, per una volta, non so chi faccia più ridere, prevalendo una sinistra sensazione di profonda pena. Come Pilato, me ne lavo le mani e butto tutti dalla torre.

Fortuna che c'è la musica. Notizia da pesce d'aprile mancato, il concerto a sorpresa dei Guns (fuckin') Roses al Troubadour di Los Angeles, laddove tutto ebbe inizio trent'anni prima. Suggestivo e di notevole impatto. Roba da anni novanta ruggenti, ricordi indelebili e flash di anni ruggenti. Una band che, bene o male, ha segnato un tempo. Cosa possono saperne i directioners. Irruppero come un lampo nella scena hard rock surclassando le band del tempo, perché capaci di un miscuglio clamorosamente vincente. Rock duro, chitarra fumante, slanci melodici e carisma debordante dei due leader, amici-nemici, bizzose prime donne (Axl -soprattutto- e Slash). Il biondo efebico dalla voce alla varechina e il ricciolone col cappello, sigaretta tra le labbra e Gibson Les Paul da violentare. 
Un lampo, meteora di qualche anno, l'impatto bestialmente rude di "Appetite for distruction", prima di addolcimenti e pacchianerie da neomelodici, polpettoni stile romanze ottocentesche con struggenti tappeti di piano. Dal vorace appetito distruttore all'occhiolino languido e derive di onnipotenza. Sbronze, rock, donne e droga, poi l'inevitabile scissione a causa di rancori, bizze e interessi dei due leader. Ventitrè anni di veleni e carriere soliste, diritti e carte bollate, prima del ritorno dell'altro giorno. Lancio per un tour estivo. 
Cos'avranno ancora da dire questi cinquantenni ex ragazzacci del rock? Poco, temo. Sperando di sbagliarmi. Tranne una barca di soldi che pioverà sulle loro teste e nostalgia dei fan (per loro e anche per quegli anni di giovinezza) ancora senza soldi. Slash pare sempre lo stesso, la sua verve creativa non si è interrotta nei vari progetti solisti. Duff McKagan al basso sembra addirittura migliorato rispetto a quando da giovane era solito ruzzolare sul palco, portato via a braccia. Axl è la caricatura bolsa e afona dell'animale da palcoscenico che fu. E gli altri? In questa reunion dimezzata mancherà Izzy Stradlin, sottovalutata chitarra ritmica e anima creativa. Non ci sarà Steven Adler, primo batterista già allontanato negli anni novanta a causa dell'eroina, ma nemmeno il suo sostituto di allora (Matt Sorum).
Cosa sarà questa reunion, chi può dirlo. Il pericolo diventi solo materiale per nostalgici rincoglioniti ex capelloni (non parlo solo di me), è forte. Le rockstar dovrebbero morire giovani, altrimenti il loro ricordo viene sporcato, diceva un saggio. Tranne che per gli Stones, arzilli settantenni che suonano "Sympathy for the devil" davanti a 500 mila spettatori a Cuba, mentre Fidel Castro dorme di un sonno misterioso.

lunedì 21 marzo 2016

MELDONIUM, SPERMONIUM E FLASHBACK DA INDIAN WELLS







Impazza ancora il dibattito su Maria Sharapova e il Meldonium. Cadono come mosche cavalline altri atleti (la maggior parte russi) positivi a questa sostanza ormai dichiarata illecita. Lo zar di tutte le Russie Vladimiro Putin si affretta a chiarire ai sudditi (gay compresi): non si politicizzino questi casi, si tratta solo di imperizia e trascuratezza degli staff medici. Tradotto (se il kgb oscurerà il sito ricordatemi come uno che per le scale salutava sempre): non si tratta di doping di stato, ma responsabili al dopaggio incapaci di stare al passo coi tempi e agire in modo tempestivo. Corso di aggiornamento in Siberia o pastura per pesci nei casi più gravi. Inetti costoro, o talmente convinti di un'impunità vita natural durante, da sottovalutare le nuove norme. Perché si sa, luminari aggiornati sono in grado di trovare rapidamente un palliativo. Qualcuno (che preferisce restare anonimo) ha già parlato di Spermonium, una miracoloso intruglio a base di sangue di iguana, sperma di unicorno albino, code di lucertola di Galapagos e peli pubici di nani del circo, capace di guarire gli impotenti, dare a Seppi le sembianze luciferine di Koellerer e resuscitare i morti (da non più di tre giorni però), con piccoli effetti collaterali: occhi da Gasparri e verve creativa di Fedez. Una sostanza comunque lecita, fino a prova contraria e risveglio tra dieci anni della Wada. Poi sarà doping. Frotte di atleti ne fanno già scorte in bancarelle improvvisate.
Ma, viva Iddio, c'era anche il tennis giuocato, in quel di Indian Wells. Vediamo qualche pagella, considerazione a muzzo.


Novak Djokovic (palle frantumate). Ormai si annoia anche lui, oltre chi guarda. Prova anche a rendere, invano, più divertente la monotonia di una dittatura ferocemente soporifera cedendo set a bibbitari improvvisati tennisti.
Milos Raonic 7. Lanciatissimo e top 4 a tutti gli effetti fino alla finale, quando rabberciato e con servizio molle per un malanno alla schiena, Djokovic gli fa la fotografia.
Rafa Nadal 6,5. Gioca e mette sul campo il 120% di quanto gli rimane. Esulta, fa pugnetti, aizza la folla per la vittoria contro un pivello, ma è chiaramente il pronipote infermo di quello che fu. Graziato dall'inesperienza del giovane Zverev, dignitoso come un Andujar in semifinale con Djokovic.
Alexandr Zverev 7. Nuova sensazione, il teenager tedesco russo ha tutto per sfondare nel tennis attuale, compreso un rovescio letale. Oltre all'inesperienza (si smarrisce come un polletto amburghese a due punti dalla vittoria con Nadal), sembra però ancora troppo macchinoso e deficitario negli spostamenti. Continuo a preferirgli il lezioso fratello Mischa, impegnato in un antologico doppio a Irving, con partner il fesso Petzschner.
Vika Azarenka. I feticisti del rantolo, orfani di Masha, trovano subito del metadone nelle sue urla da sirena del demonio. Terrificante e, come si prevedeva/temeva a inizio anno, tornata ai vertici.
Serena Williams 6. Più che l'insolita normalità, buona tutta la settimana ma perdente in finale con Vika, colpisce un'altra cosa. Come non gli freghi nulla (o molto poco) di perdere contro avversarie per cui nutre simpatia o rispetto. Forse la divertono i rutti di Vika, non saprei cos'altro. Contro una Sharapova imbottita di Meldonium invece, non perderebbe nemmeno ubriaca o ingessata. Con lei vedeva sangue, titoli e vittorie a parte.
Angelique Kerber 2. Il medio spettatore che la vede deambulare molle a Indian Wells, è assalito dall'atroce dubbio: ha vinto uno  Slam venti anni fa? No, meno di due mesi fa. E allora, si domanderà ancora il tapino: ha trascorso due mesi a tracannare tre litri di birra al giorno oppure in Australia era piena come un cammello? Magari Meldonium, o già Spermonium (che i tedeschi stanno al passo coi tempi). No, al limite era caricata a plutonio. Questo penserebbe l'uomo della strada, non certo io che ho il garantismo come primo comandamento. Specie quando è solo un'illazione che nasce da alcune considerazioni personali. Quindi, via, è solo un periodo no, fisiologico appagamento psicologico e scarsa forma fisica. In attesa la ricarichino a plutonio dal buco del culo (mi risponde il lazzarone uomo della strada).


lunedì 14 marzo 2016

SHARAPOVA, DOPING, SUPPOSTE DI MELDONIUM: LA VERITA'







Ammetto che della questione doping-Sharapova mi interessa meno di un pelo di cazzo di Gasparri, ma da più parti, dagli Appennini alle Ande, si invoca una mia saggia opinione. Per placare queste milioni (che dico, miliardi) di querule richieste, eccovela. Ovviamente definitiva.

Il caso. Maria Sharapova convoca una conferenza stampa a Los Angeles. Le voci si rincorrono: annuncerà all'adorante plebe un grave infortunio alle corde vocali? Il lancio di una nuova miracolosa caramella in grado di far grugnire ad oltre 120 Decibel (superando il suono delle sirene)? Di sostituire Axl Rose (ormai bolso e afono) nella imminente reunion dei Guns N'Roses?
Niente di tutto questo. Si presenta a capo chino, vestita come una monaca penitente (o Rosy Bindi durante le preghiere dei vespri) e annunzia al mondo di essere stata trovata positiva ad un controllo antidoping durante gli Australian Open. Meldonium, sostanza dichiarata proibita a inizio 2016. Adduce grotteschi motivi fisici per l'utilizzo di un anticoagulante dagli effetti simili a quelli dell'insulina, utilizzato da infartuati, vittime di ictus e malati di diabete. Prodotto in Lettonia, lei residente in California. Si trincera dietro la mancata conoscenza delle nuove disposizioni, distrazione, quindi via di scuse ai tifosi e promesse/minacce di tornare in campo dopo la squalifica. Ma ammette l'uso. E' quanto basta. Poi nei giorni seguenti sposta il tiro e blatera di comunicazioni Wada non leggibile, causa inchiostro bagnato da una pioggerella estiva di Luglio. E si sa, tra gli effetti collaterali del Meldonium c'è anche un sensibile abbassamento della vista. Molti principi del foro statunitensi sono pronti a cavalcare questa via, per una piena assoluzione.
Basterebbe questo per provare pena di questa conclamata, abituale reo confessa dopata? No, purtroppo.
Le reazioni. Spendo un po' di tempo sottratto alla pedicure per leggere sul pianeta Internet, cosa si dice al riguardo. Clamore non solo nel mondo tennistico e modaiolo cui ella appartiene, ma anche dello sport in generale. In Italia la suburra internauta si divide tra colpevolisti e innocentisti verso una rea confessa. Fila tutto, nel quadro di una totale, incontrovertibile, demenza collettiva. Chiaro, ovvio, avessero pizzicato “la scimmia, orango, negra” (solo tra i più graziosi epiteti che le vengono gentilmente rivolti) Williams o la “ladra, rom, imbrogliona” Halep, si sarebbe invocato all'unisono la radiazione, carcere, fine pena mai e fors'anche la pena di morte con iniezione letale (vi stupite ancora che in questo paese attaccando negri e rom si possa ambire a governare?).
Ma la Masha, ma la Masha no.
Bisogna pur concedere un beneficio del dubbio, scusante, fantasiosa teoria assolutoria, alla diva avvolta da un alone di urlante santità. Che diamine, lo si deve a colei che ha forgiato le loro mani con indelebili calli da manico. Ok, dicono in coro: il farmaco è stato vietato solo a Gennaio, quindi il peccatuccio di Maria (ammesso ci sia) è veniale. E, se proprio c'è, è da imputare ad altri, perché “Maria non è proprio il tipo da doparsi” (non si sa in base a cosa, se non alla riconoscenza per i suddetti calli). Assoluzione morale quindi della urlante badilatrice di palline e colpa alla sua equipe medica (con quello che li paga, questi lazzaroni buoni a nulla), rei di non essersi informato per tempo. Un drappello di finissimi appassionati appartenenti al gruppo “due diottrie per Masha” spolvera il sempre verde “Perché, le altre? E le foibe?”. Infervorati e accecati dalla miopia divorante, finiscono per assolvere la beniamina confessa accusando ipotetiche e mai squalificate colleghe. Questione di tempo e i più virtuosi si spingeranno a fulgide teorie medico psichiatriche: Va bene, Masha ha ammesso la colpa, ma siamo sicuri fossero dichiarazioni attendibili? chi ce lo dice che l'astinenza da Meldonium non induca vaneggiamenti e scarsa lucidità? Occorre una perizia, moviola in campo, o sarete mica giustizialisti forcaioli dello Strafatto Quotidiano?
La verità vera. Bisogna prenderla alla larga. Sposo da sempre una massima teoria che fa capo al filosofo e Maestro ascetico Zeman: esiste il doping “legale” delle sostanze proibite dalla Wada. Doping “scientifico” dato dalla somministrazione di sostanze lecite coprenti quelle illecite, frequente nei casi di doping di stato. E poi c'è un doping “etico” basato sull'uso ed abuso di medicinali leciti al fine di migliorare le prestazioni, eliminare affaticamento ed altro. In sintesi, è doping assumere nandrolone. E' eticamente riprovevole imbottirsi di aspirine o supposte che curano la lebbra se non si ha quella patologia. Sharapova ha usato un farmaco che cura malattie del cuore e il diabete, mentre era sana come un pesce. Sostanza che (sempre più studi lo dicono, basta leggere) copre la rilevazione del doping e che tante squalifiche sta portando in atleti russi di diverse discipline. E, non contenta, lo ha fatto anche quando è stato dichiarato illecito. Quindi dopata: legalmente, scientificamente ed eticamente. Ha confessato la colpa. Discorso chiuso. Di potrebbe anche archiviare e passare oltre, no?
Altro discorso è quello sulla la negligenza del suo staff medico. E sì che Maria potrebbe permettersi medici in grado di debellare ebola e Aids nel centroafrica e di essere sempre un passo avanti all'antidoping. Colpe che non attenuano di certo le sue, ammesse ed evidenti. Tranne successive mezze ritrattazioni che non fanno altro che rendere patetica una situazione di per sé imbarazzante. Masha ha vinto tornei, slam, fatto di sé un'azienda dagli introiti spropositati, guadagnato forse più del prodotto interno lordo del Burkina Faso. Il ritiro (tutt'altro che sicuro) di titoli e coppe e fuggi fuggi degli sponsor non può che scalfirne un'unghia laccata. Si pretenderebbe però almeno una dignitosa uscita di scena, dopo la confessione, stile Armstrong. Invece, al peggio non c'è fine.
Ciao Masha, che tu possa avere sempre il vento in poppe (rinsecchite), il sole ti risplenda...e possa insegna agli angeli come urlare strafatti di Meldonium.


domenica 21 febbraio 2016

PILLOLE ALLUCINOGENE DI ATP/WTA






Rafa Nadal, il morto è stazionario. Un tempo il più grande tennista di sempre su terra battuta i tornei minori sudamericani nemmeno li giocava. Avrebbe vinto in infradito e bendato, senza nemmeno smutandarsi. Ora è lì, rema, lotta, sbuffa, si lascia andare a esultanze gladiatorie che rasentano la patetica nostalgia, come un pugile suonato che fa il wrestler. O Berlusconi e Galliani che in tv dicono come il Milan sia il clØb più titolato al mondo. Perché dell'invulnerabile, imbattibile mutante terricolo con gli arti che si rugenerano per morfallassi come le code di lucertola, non c'è traccia. Depotenziato, vuoto, senza l'esplosività fisica dei tempi migliori. Il risultato è clamoroso: seccato su argilla rossa da giovani violenti (Thiem) o vecchie lenze mediocri (Cuevas), in lotta. Gli do tempo fino a Parigi, lì sapremo se Nadal staccherà la spina o rinascerà dalle sue ceneri.
Riecco Delpo. Mesi di dubbi, interrogativi, ipotesi, operazioni in serie, ipotetiche varianti tecniche per ovviare al polso sinistro ballerino, treno bianco di Lourdes come ultimo, drammatico, tentativo, ed ecco finalmente in campo dopo oltre due anni. A Delray Beach mi appare ovviamente titubante, accorto, attento a non strafare e forzare troppo il polso martoriato con scientifico utilizzo del rovescio slice. Tanto basta per battere buoni avversari da top 100 e arrivare in semifinale, arrendendosi solo a Jeffrey Dahmer truccato da The Mask (Querrey). Paradossalmente, per necessità, rischia di arricchire il suo grezzo bagaglio tecnico utilizzando il back di rovescio e limitaando gli estremismi mostruosi che l'hanno portato a vincere a Flushing Meadows. Il tempo ci dirà: A) se questo Delpo 2.0 sarà sufficiente per tornare a livelli di eccellenza. B) se è una situazione temporanea, prima di riprendere fiducia, partita dopo partita.
Tupac Kyrgios alla marsigliese. Dopo i balbettii di inizio anno in patria, ecco il crack del 2016, che irrompe in tutta la sua esplosività facendo i buchi nel parquet marsigliese. Frantumati Cilic e Berdych (ossia quelli che sono appena sotto gli intoccabili). A questo ciondolante rapper dall'atteggiamento e tennis pregno di tamarra protervia, non interessa niente di nessuno. Il che, avendo colpi fenomenali, può anche non essere un handicap. Confermo, farà il Master di fine anno. Se non lo arrestano prima per scippo di una vecchietta (Stepanek truccato da donna).
Il treno perso dalla gnappa Strycova. Ci sono occasioni, frutto di eventi fortuiti e irripetibili, che chiedono solo di essere colte al volo. Opportunità che il destino ti pone su un piatto d'argento. Trovare Sarita Padellara Errani nella finale di un premier sul veloce capita una volta ogni due vite. È come trovarsi di fronte alle elezioni Fassina. Puoi perdere solo se in pubblico dibattito ti dichiari un deviato ittico, a favore delle adozioni gay o di non voler sparare ai profughi di Lampedusa. Lei invece, matta come una cavallina imbizzarrita, fa un sorriso ammiccante e inquietante, di quelli che non sai se voglia sedurre o ammazzare e, dopo aver mostrato meraviglie magie contro Ivanovic e Garcia, risponde con sbocchi tennistici (e tutti i torti forse non li ha) all'abominio tecnico di Sara Errani, arrivata invece alla
finale dopo scempi e battaglie con impresentabili figure, Zhung, Shvedova o la regolarista fallosa Svitolina. Paradossi, il bello/brutto del tennis. Avversarie da Itf, con cui potrebbe dire la sua anche Bertina Brianti. La romagnola però ha una tigna che rasenta l'ernia al cervelletto. In particolare, assisto a qualche games di Errani-tal Brengle e sono colto da spasmi addominali, vertigini, stati di morte apparente. Sarà mica tennis, quello.
Il ruggito della leonessa sdentata Schiavone
Che azzanna il titolo a Rio de Janeiro. Risultato bellissimo, considerando le quasi 36 primavere della nostra campionessa ormai fuori dalla top 100. Ok, ma evitiamo trionfalismi. Kimiko Date a 44 anni era top 100, Venus a 36 è quasi top 10, Serena a 35 sfiora il Grande Slam. A Rio la nostra ha regolato in battaglia un manipolo di ragazzotte che negli Slam non giocano o faticherebbero a passare in turno. Lei che uno Slam lo ha vinto. Scremati gli entusiasmi patriottici, resta una bella impresa, perché la milanese gioca ancora un bel tennis ed è vittima della avvincente sindrome di Jimmy Connors. Malgrado i fili bianchi nei capelli e un rendimento lontanissimo dal passato, lei sembra divertirsi ancora. A Rio come a Parigi. Contro Stosur come contro tale Cindy Burger. Vuole mettere alla prova il proprio fisico e gode da matti a lottare, sudare e tirare palline. Per vincere uno slam, come per rientrare nelle 100.

lunedì 8 febbraio 2016

Fed Cup, Francia-Italia: cronaca di una disfatta annunciata



Premessa: ho visto solo alcune fasi del match Francia-Italia valevole per il primo turno di Fed Cup e disputato a Marsiglia, limitandomi a vincere soldi scommettendo contro Sara Errani (quale folle book in prenda all'alcol o festeggiamenti carnascialeschi può dare Mladenovic e Garcia, ma anche Sandra Pizzichini, a 1,60-1,70 contro di lei sul veloce indoor?).
Esito scontato. Lo si sapeva. L’Italia del post Pennetta, con Schiavone ormai portabandiera senza bandiera, Vinci epurata, e che si basa tutto sull’automa sparacchiante Giorgi e Sarita padellara, partiva senza speranze. Nemmeno un suicidio transalpino poteva bastare.
Dopo i successi del passato, più basati su valori individuali che meriti federali, c’è un vuoto assordate. Il nulla assoluto.
Eppure, due parole occorre dirle. Tanto per. Perché perdere ci stava, ma malgrado tutto si poteva farlo con più dignità, se non addirittura giocarcela, grazie a scelte un filo meno demenzial-suicide.
Errani-Vinci. No, non farò nessun accenno alla febbrile attività parlamentare attorno alla legge sulle unioni di fatto e Elton John a Sanremo. Non è questa la sede. Qualcuno però ancora si ostina a negare ciò che a chi è fornito di qualcosa in più di una vongola verace nel cervello era già evidente: le due ormai si detestano. Non si sa cosa sia successo (e nemmeno può fregarcene minimamente), ma così è. Inutile far finta di nulla o addirittura negare. Continuare a blaterare di rottura per motivi tecnici e volontà di "concentrarsi sul singolo" non fa più ridere nemmeno i polli. Neanche Emilio Fede con Berlusconi era arrivato a tale grottesca mistificazione della verità. Eppure, tra fit, tv e siti che gravitano attorno, silenzio tombale. Bocche cucite.
Ma bene, dato per certo l'odio palpabile tra le due, divorzio così insanabile da non permettere al capitano coraggioso di convocarle contemporaneamente pena musoni, graffi e scenate napoletane, l’uomo della strada si domanda: perché in una sfida sul rapido indoor optare per Errani (senza reali possibilità di portare a casa un punto) e lasciare a casa Roberta Vinci, in grado invece di giocarsela con le due giovanottone francesi? Non si capisce. Un uomo mediamente in salute mentale non può. Come non può credere alla barzelletta sul rifiuto di Roberta per impegni improrogabili (ospitata tv da Cattelan), dopo l'affaticamento da burraco che già le impedì di essere a Brindisi. Assoluta demenzialità dei tecnici oppure il peso della padellara è molto più forte, malgrado Robertina provi a guadagnare patriottici punti con videomessaggi da far impallidire un camionista-ultrà cresciuto a pane e Boldi-De Sica (mi ripugna persino ripeterlo, ma ormai è pervasa da una sorta di delirio di onnipotenza). Anche credendo a questa seconda opzione, mi domando: perché esporre Errani (tecnicamente inadatta e psicologicamente in crisi) a questa figuraccia? Su terra, se sta bene, può ancora dire la sua. Ma su terreni veloci e così conciata, risulta impresentabile. E poi, Coni-Fit-Onu e Protezione civile continuano indefessi ad ammorbarci gli ammennicoli e frantumarci le pudende (o fracassarci i coglioni, se volete) sulla storia di Pennetta convinta a tornare in campo per le olimpiadi (magari fuori forma e gravida di un par di Fognetti) per vincere una medaglia (ma quando, dove, con chi?) e continuano a nicchiare e non muovere un dito per ricomporre la coppia Errani-Vinci che una medaglia (loro sì) potrebbero anche vincerla? Si rasenta il ridicolo.
"Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle future generazioni", diceva De Gasperi o forse era Mal dei Primitives. I nostri politicanti dello sport pensano alle prossime elezioni e a correr dietro il gonnellino (ai limiti dello stalking) di vecchie glorie, prepensionate e ritirate, invece di prendere atto della realtà: una casuale generazione ricca di successi è finita, nulla si è fatto per crearne una di ricambio ormai persa, tocca farsene una ragione
e iniziare a lavorare sui giovanissimi.
A margine, Robertina ha sgambettato e dato sfoggio di verve da showgirl in tv da Catellan. Condita da soliti, ormai stucchevoli, richiami alla vittoria su Serena. Non se ne può più. Sono a decine ad averla battuta (Kurumi Nara compresa), questa rischia di continuare a menarcela fino al 2067, pensando di risultare simpatica. Invece sembra una che ha perso completamente la brocca. Qualcuno le ricordi che a New York ha si battuto Serena, ma poi ha perso una finale di Slam contro Pennetta, da favorita. Occasione che non le si ripresenterà nemmeno a Ballando con le stelle).
Capitolo Giorgi. Gioco forza, bisognava restare attaccati a lei, giovane speranza tricolore. Così inconsapevole a se stessa nelle sue partite, figuriamoci messa in una squadra. Un automa proverebbe e riuscirebbe a trasmettere più emozioni. Questa è un robot messo lì come una macchina sparapalline difettosa, che un giorno funziona e l’altro no. Vince con una Mladenovic suicida, perde dalla Garcia, facendo le solite cose: esplodere truculenti colpi a casaccio. Ma il top viene nel post partita, con dichiarazioni mai sentite da nessuno. Timida (ok), impacciata (e va bene), con gli occhi che imploranti cercano il babbo appena una domanda esce dal seminato (ho vinto-ho perso). “Ho portato a casa un punto, però abbiamo perso, ma va bene...”. Ma va bene cosa? Fino allo sconcerto-rifiuto sdegnoso nel rispondere alla scomodissima domanda: “Cosa ti diceva Barazzutti?”. Inconcepibile.
Chiarisce tutto il capitano di lungo corso. Fa spallucce e mette tutti d’acordo. “Per fare qualcosa di diverso occorre anche saperlo fare.”. Amen. Parole incise nella pietra come legge di Hamnurabi. Ha ragione lui rispetto ai tanti (me compreso) che continuano a vaneggiare di cambiamenti tecnico-tattici necessari per la nostra casta diva. Tardivo ritornare a una scuola tennis per under 12 di Sarzana, a 25 anni. Certe cose vanno bene per un Paolino Lorenzi che a quasi 35 anni continua ad arricchire il suo tennis. Andava bene per Schiavone, diventata funambolo dopo esordi da simil pallettra, al limite per Pennetta, brava a diventare più offensiva gli ultimi anni. Umiliazione inammissibile (ma soprattutto impossibile) per lei che è stata programmata così. E coi software non si può mica ragionare.
Giovani virgulte promesse, per nuove ardite imprese. Ok, ma quanto sono pessimista, c’è pur sempre un radioso futuro all’orizzonte. Capitan Barazza lancia nella mischia (nell’inutile doppio a risultato acquisito) Martina Caregaro, classe ’92, mi dicono appena entrata nelle prime 300 e con discreto potenziale per competere addirittura negli Itf. La lancia allo sbaraglio assieme alla spalla forte Errani (in quelle condizioni, capace di galvanizzarla): un gioco vinto eroicamente, e morale alle stelle. Ma il futuro è dalla sua e dalla nostra, mentre una ’97 trascina la Svizzera alla vittoria in Germania, Garcia e Mladenivic stagionate classe ’93 portano in trionfo la Francia e tale Pliskova nata nel 1992 espugna da sola la Transilvania. 
State sereni, roseo è il futuro della nostra nazione. Bando a riprovevoli dubbi vilmente liberali e lassismi rossi. Le nemiche milizie saranno sconfitte, faccette nere sottomesse dagli indomiti soldati dalla bruna divisa, sotto l'illuminata guida di valorosi condottieri baciati dal radioso sol della vittoria.

lunedì 1 febbraio 2016

AUSTRALIAN OPEN 2016: DOMINA DJOKOVIC, CINGHIALONA ANGIE KERBER ESCE DI FORESTA







Ci mettiamo alle spalle una edizione tutto sommato divertente degli Australian Open. Nel maschile finale scontato come un post di Peppe Crillo sugli altri che rubbèno. Tra le donne, clamorosa affermazione di un cinghiale scappato dalla foresta nera tedesca.


Uomini


Novak Djokovic 8. Si poteva sperare solo in un propizio agente esterno. Macchina ormai perfetta e tirannia inscalfibile. Il suo tennis robotizzato annienta utopici volleanti, è ideale per avvilire il virtuoso tennis d'attacco di Federer o quello a specchio di Murray. L'unico modo per batterlo sarebbe addormentarlo, sfidarlo a prendere lui l'iniziativa per poi trafiggerlo a sorpresa con zampate improvvise. Ci vorrebbe un Gattone Mecir dei nostri giorni. Ci prova Gilles Simon (6,5), infatti l'unico a impensierirlo realmente. Gli riesce la prima parte del diabolico piano (addormentarlo offrendogli pallette smunte e flatulenze tennistiche, tre metri dietro la riga), poi gli mancano 1067107 armi offensive del gattone slovacco per completare l'opera.
Andy Murray 6,5. Fa molta tenerezza. Contro questo Nole non ha proprio nessuna arma. Sembra di vedere due auto perfettamente uguali, ma con una che ha un motore molto più potente. Non resta che sperare che fonda o si ribalti, e non accade.
Roger Federer 6. Lui invece è una macchina diversa, molto più bella, d'epoca e stilosa. Ma con motore meno performante. Prova ad eliminare il gap con virtuosismi e manovre agilmente spericolate in curva, ma esce di strada. Resta uno spettacolo per gli occhi di chi ancora ama questo sport inteso in certo modo. Tecnica e bellezza. E non può che sperare che continui fino a 46 anni, anche senza dover vincere per forza. La Rod Laver Arena è ai suoi piedi santi, quasi imbarazzante per l'avversario giocare in un ambiente più ostile di un incontro di Davis da affrontare in trasferta. Un brillantissimo giornalaio (equidistante quanto Capezzone con Berlusconi), prima della semifinale fece notare come tutto dipendesse dalla capacità dello svizzero di superare una determinata percentuale di punti vinti al servizio. Tennis percentuale. Numeri, madre e padre di ogni scienza e demenza. Tutto vero, sacrosanto. Quando Roger avvicina il 70%, vince sempre. Ma proprio sempre. L'unico, infinitesimale, trascurabile, dettaglio è che quella percentuale riesce agevolmente ad ottenerla affrontando Andujar o Berdych, quasi mai con Djokovic. Perché il serbo risponde in modo mostruoso. Ma si sa, il livello di idolatria è tale che si arriva a pensare che lo svizzero giochi da solo, come al poligono con Dio e se stesso (che poi per molti sarebbe un conflitto d'interessi clamoroso). La realtà è più semplice e banale, scevra da isterie ultras. Questo Federer (guai a chiamarlo vecchio), esprime ancora un tennis magnificamente bello, a tratti sublime, e vincente con tutti. Eccetto uno, la cui intensità è ormai difficilmente avvicinabile. Irriconoscibile anche nelle interviste Roger, con polemiche e sottili irrisioni agli avversari. Nadal, Djokovic? No, Tomic. Arrogante coi deboli, accomodante coi forti. Peccato.
Milos Raonic 7. Da sgraziato, inguardabile Peppa Pig, antitennis col goldone al braccio, a nuova sensazione, persino piacevole, nell'opinione pubblica dedita al pallone il passo è breve. Intendiamoci, questo non è mai stato Isner o Karlovic ma un tennista vero. Il talento e le potenzialità le ha sempre avute. Necessitava solo di un po' di salute, fisico capace di sopportare il tennis violento e ordine tattico per mettere insieme diverse soluzioni. Quella vecchia volpe saggia di Piatti è riuscito nell'impresa. Nel suo sguardo leggi un compiaciuto “Ne abbiamo fatto un tennista”. Servizio bomba, dritto dinamitardo, uniti a efficace (a tratti pure piacevole) sevizio e volée possono farne un temibile fab five. Altre armi contro cui Djokovic dovrà trovare contromisure, perfezionando il software.
Tomas Berdych 5. Un decennio da forte, appena meno forte dei fortissimi. La differenza tra campione e buon giocatore. Senza quei quattro lì uno slam non lo avrebbe vinto ugualmente. Forse nemmeno giocando da solo, perché è più perdente di Gasquet. Solo meno piacevole a vedersi.
David Ferrer 6. Sarà perché invecchiando ci si rincoglionisce, ma in Australia mi ha persino commosso. Tutti a chiedersi dove trovi ancora energie a 34 anni per macinare chilometri con un tennis dispendiosamente agricolo e stare lì, nei quartieri nobili.
Bernard Tomic 5,5. Sbertucciato da sua santità Federer, cui risponde con personalità. Ma la top ten non è mica così lontana. Il problema è che è sempre più vicino un bar.
Lleyton Hewitt 7. Si congeda dal suo pubblico senza sfigurare. Inizio carriera straordinario, da indomito guerriero vincente. Seconda parte da comprimario, combattente mai domo dal “c'mon” che ha fatto tristemente scuola.
Nick Kyrgios 5. L'incontro con Berdych era spartiacque, snodo perfetto per dimostrare di poter fare il salto di qualità. Lui lo perde, ciondolando in canottiera, come avesse fretta di andare ad un apericena per finti teppisti.
Radek Stepanek 7,5. Rientra dopo sette mesi, passa le qualificazioni e un turno, poi si arrende ai manrovesci di Wawrinka. Perde, ma vince. Perché le sue volée sublimi, riccioli e smorzate scucchiaiate col balzello, sono irrisione pura, giocosa, goduriosa. Si diverte un mondo. Basta vedere la faccia di Wawrinka, avanti due set e un break, ma livido di rabbia per quell'impunita derisione tennistica. Vorrebbe scavalcare la rete e prenderlo a racchettate sul gozzo. Avanti fino a 45 anni, si spera.


Donne


Angelique Kerber: Toccava anche questo, Angelicona Kerber campionessa degli Australian Open: forse il colpo di grazia finale a una Wta agonizzante. Trionfa questo curiosissimo esemplare, tremendo incrocio tra un würstel di pollo, il terzino del Verona scudettato Briegel con le cosce che scoppiano e una centometrista della Ddr (senza malizia). All'apparenza serafica nipotina di Derrick, poi invasata cinghialona bavarese dalle difese estenuanti. Laceranti. Prende e rimanda tutto dall'altra parte della rete. Impressionante. Mai visto un simile tennis muscolarmente difensivo. Si passa dal tennis forzuto attaccante al tennis forzuto difensivo, confronto ben evidente nella finale vinta con Serena. Ma se Nadal fu visto come "anti tennis", sobillando anche più di qualche dubbio su una benzina non del tutto lecita, il fiorire improvviso del crauto Angelicona è per magia "la vittoria del tennis". Il culo sospetto di Nadal pallettaro, e il cuore infinito della Kerber dal fisicismo straordinèrio e colpi storti. Perché il lavoro paga. Forse perché il primo aveva osato ostacolare il semidio Roger, mentre questa fata dall'occhio ceruleo ha sbarrato la strada al (da molti detestato) donnone nero Serena?
Sarà. Resta capace di trovare una settimana di forma (voglia il cielo) irripetibile, corre ingobbita e piegata in inguardabili recuperi dietro la riga (la morte civile del giuoco tenns). I suo paradossale merito è mostrare le miserie tecniche della wta: mostrare i limiti clamorosi a rete di quella che malgrado simili madornali orrori è forse la più forte di sempre.
Serena Williams 6. Straordinaria nel mettersi alle spalle l'armageddon newyorkese. Distrugge tutte, poi in finale si lascia irretire dalle estenuanti difese del tornado Angie, che la costringe a tirare un colpo in più. Lei invece di tirarlo, finisce per andare fuori di testa, ha fretta, si butta avanti, mostrando a rete dei limiti da manovale. 47 errori gratuiti e un campionario di oscenità, obbrobri volleanti da vietare a minori e facilmente impressionabili.
Agnieszka Radwanska 6,5. La cosa forzuta tedesca vince uno Slam e lei ancora a guardare. Perfetta fino alla semifinale con Serena, dove non le riesce quello che è riuscito alla Kerber. Perché ha troppo tennis e gambe che sono quanto un braccio della tedesca. Vincerà a Wimbledon, segnatevelo.
Johanna Konta 6. La vedi mentre fluttua il braccio come un cigno e fa rimbalzare la pallina oltre la testa, che già sono scese sei ernie e hai cambiato alla prova del cuoco.
Victoria Azarenka 5,5. Stante Serena data per tumulata e una Halep versione ectoplasma, pareva la vincitrice mutandata annunciata. Veste anche il piglio da truce camionista smoccolante, ma cade vittima del cinghialone Angie. Due bestemmioni, un rutto e via, verso nuove avventure.
Garbine Muguruza 4,5. Basta una variazione, impune drop di una gnappa ceca e la giovin puledra rampante va fuori giri. Rompe e deraglia fuori dallo sterrato, nitrendo.
Barbora Zahlavova Strycova 7. Raggio di luce (gioco forza perdente) nella wta. Tagli, isteriche smorzate, sfrontati riccioli. Ridicolizza Muguruza, soccombe alla Azarenka, di cui è nemesi incompiuta.
Daria Gavrilova 6.5. La vispa Teresa, esagitata, pazza, vince tante battaglie e con quel “I'm good from behind” spiega tutto, mettendo in allerta anche quelli di Libero quotidiano, sempre sul pezzo.
Eugenie Bouchard 4. Ristabilita dopo aver battuto la testa a New York e aver chiesto risarcimento danni allo scalino. Importanti novità tecniche portate in Australia: il nuovo taglio di capelli lesbo style. Fermento e smarrimento tra i fans dalle inquietanti occhiaia.
Maria Sharapova 3. Ancora meravigliosamente disossata da Serena Williams.
Naomi Osaka 7. La vedi e pare una Serena Williams con gli occhi a mandorla. Potenzialmente devastante, e con facilità di sparo non comune.
Laura Siegemund 6+. Ecco la Germania che piace. Crucchetta frutto di uno sconcio rapporto sodomitico tra Carlsten Braash e una foca monaca del circo bulgaro. Miracolo se resterà tra le 100.
Zheng, Zang, Zing o Ping Pong. 6. Non mi ricordo manco come si chiami. Una che a 26 anni non aveva mai vinto una partita di slam, fa quarti di finale.
Roberta Vinci 5. Occasione gettata al vento. Tranquilla e in pace con se stessa, alla sua ultima stagione. Forse troppo.
Sara Errani 3,5. Schiaffeggiata dalla Gasparyan. Perde, non si diverte più. Mette il muso e vorrebbe portarsi le palline a casa.
Camila Giorgi 5. Perde al primo turno con Serena, senza sfigurare troppo. Convinta (dal certosino studio dell'avversario) che quel corpulento donnone fosse Winzie Jefferson.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.