.

.

lunedì 8 febbraio 2016

Fed Cup, Francia-Italia: cronaca di una disfatta annunciata



Premessa: ho visto solo alcune fasi del match Francia-Italia valevole per il primo turno di Fed Cup e disputato a Marsiglia, limitandomi a vincere soldi scommettendo contro Sara Errani (quale folle book in prenda all'alcol o festeggiamenti carnascialeschi può dare Mladenovic e Garcia, ma anche Sandra Pizzichini, a 1,60-1,70 contro di lei sul veloce indoor?).
Esito scontato. Lo si sapeva. L’Italia del post Pennetta, con Schiavone ormai portabandiera senza bandiera, Vinci epurata, e che si basa tutto sull’automa sparacchiante Giorgi e Sarita padellara, partiva senza speranze. Nemmeno un suicidio transalpino poteva bastare.
Dopo i successi del passato, più basati su valori individuali che meriti federali, c’è un vuoto assordate. Il nulla assoluto.
Eppure, due parole occorre dirle. Tanto per. Perché perdere ci stava, ma malgrado tutto si poteva farlo con più dignità, se non addirittura giocarcela, grazie a scelte un filo meno demenzial-suicide.
Errani-Vinci. No, non farò nessun accenno alla febbrile attività parlamentare attorno alla legge sulle unioni di fatto e Elton John a Sanremo. Non è questa la sede. Qualcuno però ancora si ostina a negare ciò che a chi è fornito di qualcosa in più di una vongola verace nel cervello era già evidente: le due ormai si detestano. Non si sa cosa sia successo (e nemmeno può fregarcene minimamente), ma così è. Inutile far finta di nulla o addirittura negare. Continuare a blaterare di rottura per motivi tecnici e volontà di "concentrarsi sul singolo" non fa più ridere nemmeno i polli. Neanche Emilio Fede con Berlusconi era arrivato a tale grottesca mistificazione della verità. Eppure, tra fit, tv e siti che gravitano attorno, silenzio tombale. Bocche cucite.
Ma bene, dato per certo l'odio palpabile tra le due, divorzio così insanabile da non permettere al capitano coraggioso di convocarle contemporaneamente pena musoni, graffi e scenate napoletane, l’uomo della strada si domanda: perché in una sfida sul rapido indoor optare per Errani (senza reali possibilità di portare a casa un punto) e lasciare a casa Roberta Vinci, in grado invece di giocarsela con le due giovanottone francesi? Non si capisce. Un uomo mediamente in salute mentale non può. Come non può credere alla barzelletta sul rifiuto di Roberta per impegni improrogabili (ospitata tv da Cattelan), dopo l'affaticamento da burraco che già le impedì di essere a Brindisi. Assoluta demenzialità dei tecnici oppure il peso della padellara è molto più forte, malgrado Robertina provi a guadagnare patriottici punti con videomessaggi da far impallidire un camionista-ultrà cresciuto a pane e Boldi-De Sica (mi ripugna persino ripeterlo, ma ormai è pervasa da una sorta di delirio di onnipotenza). Anche credendo a questa seconda opzione, mi domando: perché esporre Errani (tecnicamente inadatta e psicologicamente in crisi) a questa figuraccia? Su terra, se sta bene, può ancora dire la sua. Ma su terreni veloci e così conciata, risulta impresentabile. E poi, Coni-Fit-Onu e Protezione civile continuano indefessi ad ammorbarci gli ammennicoli e frantumarci le pudende (o fracassarci i coglioni, se volete) sulla storia di Pennetta convinta a tornare in campo per le olimpiadi (magari fuori forma e gravida di un par di Fognetti) per vincere una medaglia (ma quando, dove, con chi?) e continuano a nicchiare e non muovere un dito per ricomporre la coppia Errani-Vinci che una medaglia (loro sì) potrebbero anche vincerla? Si rasenta il ridicolo.
"Un politico pensa alle prossime elezioni, uno statista alle future generazioni", diceva De Gasperi o forse era Mal dei Primitives. I nostri politicanti dello sport pensano alle prossime elezioni e a correr dietro il gonnellino (ai limiti dello stalking) di vecchie glorie, prepensionate e ritirate, invece di prendere atto della realtà: una casuale generazione ricca di successi è finita, nulla si è fatto per crearne una di ricambio ormai persa, tocca farsene una ragione
e iniziare a lavorare sui giovanissimi.
A margine, Robertina ha sgambettato e dato sfoggio di verve da showgirl in tv da Catellan. Condita da soliti, ormai stucchevoli, richiami alla vittoria su Serena. Non se ne può più. Sono a decine ad averla battuta (Kurumi Nara compresa), questa rischia di continuare a menarcela fino al 2067, pensando di risultare simpatica. Invece sembra una che ha perso completamente la brocca. Qualcuno le ricordi che a New York ha si battuto Serena, ma poi ha perso una finale di Slam contro Pennetta, da favorita. Occasione che non le si ripresenterà nemmeno a Ballando con le stelle).
Capitolo Giorgi. Gioco forza, bisognava restare attaccati a lei, giovane speranza tricolore. Così inconsapevole a se stessa nelle sue partite, figuriamoci messa in una squadra. Un automa proverebbe e riuscirebbe a trasmettere più emozioni. Questa è un robot messo lì come una macchina sparapalline difettosa, che un giorno funziona e l’altro no. Vince con una Mladenovic suicida, perde dalla Garcia, facendo le solite cose: esplodere truculenti colpi a casaccio. Ma il top viene nel post partita, con dichiarazioni mai sentite da nessuno. Timida (ok), impacciata (e va bene), con gli occhi che imploranti cercano il babbo appena una domanda esce dal seminato (ho vinto-ho perso). “Ho portato a casa un punto, però abbiamo perso, ma va bene...”. Ma va bene cosa? Fino allo sconcerto-rifiuto sdegnoso nel rispondere alla scomodissima domanda: “Cosa ti diceva Barazzutti?”. Inconcepibile.
Chiarisce tutto il capitano di lungo corso. Fa spallucce e mette tutti d’acordo. “Per fare qualcosa di diverso occorre anche saperlo fare.”. Amen. Parole incise nella pietra come legge di Hamnurabi. Ha ragione lui rispetto ai tanti (me compreso) che continuano a vaneggiare di cambiamenti tecnico-tattici necessari per la nostra casta diva. Tardivo ritornare a una scuola tennis per under 12 di Sarzana, a 25 anni. Certe cose vanno bene per un Paolino Lorenzi che a quasi 35 anni continua ad arricchire il suo tennis. Andava bene per Schiavone, diventata funambolo dopo esordi da simil pallettra, al limite per Pennetta, brava a diventare più offensiva gli ultimi anni. Umiliazione inammissibile (ma soprattutto impossibile) per lei che è stata programmata così. E coi software non si può mica ragionare.
Giovani virgulte promesse, per nuove ardite imprese. Ok, ma quanto sono pessimista, c’è pur sempre un radioso futuro all’orizzonte. Capitan Barazza lancia nella mischia (nell’inutile doppio a risultato acquisito) Martina Caregaro, classe ’92, mi dicono appena entrata nelle prime 300 e con discreto potenziale per competere addirittura negli Itf. La lancia allo sbaraglio assieme alla spalla forte Errani (in quelle condizioni, capace di galvanizzarla): un gioco vinto eroicamente, e morale alle stelle. Ma il futuro è dalla sua e dalla nostra, mentre una ’97 trascina la Svizzera alla vittoria in Germania, Garcia e Mladenivic stagionate classe ’93 portano in trionfo la Francia e tale Pliskova nata nel 1992 espugna da sola la Transilvania. 
State sereni, roseo è il futuro della nostra nazione. Bando a riprovevoli dubbi vilmente liberali e lassismi rossi. Le nemiche milizie saranno sconfitte, faccette nere sottomesse dagli indomiti soldati dalla bruna divisa, sotto l'illuminata guida di valorosi condottieri baciati dal radioso sol della vittoria.

lunedì 1 febbraio 2016

AUSTRALIAN OPEN 2016: DOMINA DJOKOVIC, CINGHIALONA ANGIE KERBER ESCE DI FORESTA







Ci mettiamo alle spalle una edizione tutto sommato divertente degli Australian Open. Nel maschile finale scontato come un post di Peppe Crillo sugli altri che rubbèno. Tra le donne, clamorosa affermazione di un cinghiale scappato dalla foresta nera tedesca.


Uomini


Novak Djokovic 8. Si poteva sperare solo in un propizio agente esterno. Macchina ormai perfetta e tirannia inscalfibile. Il suo tennis robotizzato annienta utopici volleanti, è ideale per avvilire il virtuoso tennis d'attacco di Federer o quello a specchio di Murray. L'unico modo per batterlo sarebbe addormentarlo, sfidarlo a prendere lui l'iniziativa per poi trafiggerlo a sorpresa con zampate improvvise. Ci vorrebbe un Gattone Mecir dei nostri giorni. Ci prova Gilles Simon (6,5), infatti l'unico a impensierirlo realmente. Gli riesce la prima parte del diabolico piano (addormentarlo offrendogli pallette smunte e flatulenze tennistiche, tre metri dietro la riga), poi gli mancano 1067107 armi offensive del gattone slovacco per completare l'opera.
Andy Murray 6,5. Fa molta tenerezza. Contro questo Nole non ha proprio nessuna arma. Sembra di vedere due auto perfettamente uguali, ma con una che ha un motore molto più potente. Non resta che sperare che fonda o si ribalti, e non accade.
Roger Federer 6. Lui invece è una macchina diversa, molto più bella, d'epoca e stilosa. Ma con motore meno performante. Prova ad eliminare il gap con virtuosismi e manovre agilmente spericolate in curva, ma esce di strada. Resta uno spettacolo per gli occhi di chi ancora ama questo sport inteso in certo modo. Tecnica e bellezza. E non può che sperare che continui fino a 46 anni, anche senza dover vincere per forza. La Rod Laver Arena è ai suoi piedi santi, quasi imbarazzante per l'avversario giocare in un ambiente più ostile di un incontro di Davis da affrontare in trasferta. Un brillantissimo giornalaio (equidistante quanto Capezzone con Berlusconi), prima della semifinale fece notare come tutto dipendesse dalla capacità dello svizzero di superare una determinata percentuale di punti vinti al servizio. Tennis percentuale. Numeri, madre e padre di ogni scienza e demenza. Tutto vero, sacrosanto. Quando Roger avvicina il 70%, vince sempre. Ma proprio sempre. L'unico, infinitesimale, trascurabile, dettaglio è che quella percentuale riesce agevolmente ad ottenerla affrontando Andujar o Berdych, quasi mai con Djokovic. Perché il serbo risponde in modo mostruoso. Ma si sa, il livello di idolatria è tale che si arriva a pensare che lo svizzero giochi da solo, come al poligono con Dio e se stesso (che poi per molti sarebbe un conflitto d'interessi clamoroso). La realtà è più semplice e banale, scevra da isterie ultras. Questo Federer (guai a chiamarlo vecchio), esprime ancora un tennis magnificamente bello, a tratti sublime, e vincente con tutti. Eccetto uno, la cui intensità è ormai difficilmente avvicinabile. Irriconoscibile anche nelle interviste Roger, con polemiche e sottili irrisioni agli avversari. Nadal, Djokovic? No, Tomic. Arrogante coi deboli, accomodante coi forti. Peccato.
Milos Raonic 7. Da sgraziato, inguardabile Peppa Pig, antitennis col goldone al braccio, a nuova sensazione, persino piacevole, nell'opinione pubblica dedita al pallone il passo è breve. Intendiamoci, questo non è mai stato Isner o Karlovic ma un tennista vero. Il talento e le potenzialità le ha sempre avute. Necessitava solo di un po' di salute, fisico capace di sopportare il tennis violento e ordine tattico per mettere insieme diverse soluzioni. Quella vecchia volpe saggia di Piatti è riuscito nell'impresa. Nel suo sguardo leggi un compiaciuto “Ne abbiamo fatto un tennista”. Servizio bomba, dritto dinamitardo, uniti a efficace (a tratti pure piacevole) sevizio e volée possono farne un temibile fab five. Altre armi contro cui Djokovic dovrà trovare contromisure, perfezionando il software.
Tomas Berdych 5. Un decennio da forte, appena meno forte dei fortissimi. La differenza tra campione e buon giocatore. Senza quei quattro lì uno slam non lo avrebbe vinto ugualmente. Forse nemmeno giocando da solo, perché è più perdente di Gasquet. Solo meno piacevole a vedersi.
David Ferrer 6. Sarà perché invecchiando ci si rincoglionisce, ma in Australia mi ha persino commosso. Tutti a chiedersi dove trovi ancora energie a 34 anni per macinare chilometri con un tennis dispendiosamente agricolo e stare lì, nei quartieri nobili.
Bernard Tomic 5,5. Sbertucciato da sua santità Federer, cui risponde con personalità. Ma la top ten non è mica così lontana. Il problema è che è sempre più vicino un bar.
Lleyton Hewitt 7. Si congeda dal suo pubblico senza sfigurare. Inizio carriera straordinario, da indomito guerriero vincente. Seconda parte da comprimario, combattente mai domo dal “c'mon” che ha fatto tristemente scuola.
Nick Kyrgios 5. L'incontro con Berdych era spartiacque, snodo perfetto per dimostrare di poter fare il salto di qualità. Lui lo perde, ciondolando in canottiera, come avesse fretta di andare ad un apericena per finti teppisti.
Radek Stepanek 7,5. Rientra dopo sette mesi, passa le qualificazioni e un turno, poi si arrende ai manrovesci di Wawrinka. Perde, ma vince. Perché le sue volée sublimi, riccioli e smorzate scucchiaiate col balzello, sono irrisione pura, giocosa, goduriosa. Si diverte un mondo. Basta vedere la faccia di Wawrinka, avanti due set e un break, ma livido di rabbia per quell'impunita derisione tennistica. Vorrebbe scavalcare la rete e prenderlo a racchettate sul gozzo. Avanti fino a 45 anni, si spera.


Donne


Angelique Kerber: Toccava anche questo, Angelicona Kerber campionessa degli Australian Open: forse il colpo di grazia finale a una Wta agonizzante. Trionfa questo curiosissimo esemplare, tremendo incrocio tra un würstel di pollo, il terzino del Verona scudettato Briegel con le cosce che scoppiano e una centometrista della Ddr (senza malizia). All'apparenza serafica nipotina di Derrick, poi invasata cinghialona bavarese dalle difese estenuanti. Laceranti. Prende e rimanda tutto dall'altra parte della rete. Impressionante. Mai visto un simile tennis muscolarmente difensivo. Si passa dal tennis forzuto attaccante al tennis forzuto difensivo, confronto ben evidente nella finale vinta con Serena. Ma se Nadal fu visto come "anti tennis", sobillando anche più di qualche dubbio su una benzina non del tutto lecita, il fiorire improvviso del crauto Angelicona è per magia "la vittoria del tennis". Il culo sospetto di Nadal pallettaro, e il cuore infinito della Kerber dal fisicismo straordinèrio e colpi storti. Perché il lavoro paga. Forse perché il primo aveva osato ostacolare il semidio Roger, mentre questa fata dall'occhio ceruleo ha sbarrato la strada al (da molti detestato) donnone nero Serena?
Sarà. Resta capace di trovare una settimana di forma (voglia il cielo) irripetibile, corre ingobbita e piegata in inguardabili recuperi dietro la riga (la morte civile del giuoco tenns). I suo paradossale merito è mostrare le miserie tecniche della wta: mostrare i limiti clamorosi a rete di quella che malgrado simili madornali orrori è forse la più forte di sempre.
Serena Williams 6. Straordinaria nel mettersi alle spalle l'armageddon newyorkese. Distrugge tutte, poi in finale si lascia irretire dalle estenuanti difese del tornado Angie, che la costringe a tirare un colpo in più. Lei invece di tirarlo, finisce per andare fuori di testa, ha fretta, si butta avanti, mostrando a rete dei limiti da manovale. 47 errori gratuiti e un campionario di oscenità, obbrobri volleanti da vietare a minori e facilmente impressionabili.
Agnieszka Radwanska 6,5. La cosa forzuta tedesca vince uno Slam e lei ancora a guardare. Perfetta fino alla semifinale con Serena, dove non le riesce quello che è riuscito alla Kerber. Perché ha troppo tennis e gambe che sono quanto un braccio della tedesca. Vincerà a Wimbledon, segnatevelo.
Johanna Konta 6. La vedi mentre fluttua il braccio come un cigno e fa rimbalzare la pallina oltre la testa, che già sono scese sei ernie e hai cambiato alla prova del cuoco.
Victoria Azarenka 5,5. Stante Serena data per tumulata e una Halep versione ectoplasma, pareva la vincitrice mutandata annunciata. Veste anche il piglio da truce camionista smoccolante, ma cade vittima del cinghialone Angie. Due bestemmioni, un rutto e via, verso nuove avventure.
Garbine Muguruza 4,5. Basta una variazione, impune drop di una gnappa ceca e la giovin puledra rampante va fuori giri. Rompe e deraglia fuori dallo sterrato, nitrendo.
Barbora Zahlavova Strycova 7. Raggio di luce (gioco forza perdente) nella wta. Tagli, isteriche smorzate, sfrontati riccioli. Ridicolizza Muguruza, soccombe alla Azarenka, di cui è nemesi incompiuta.
Daria Gavrilova 6.5. La vispa Teresa, esagitata, pazza, vince tante battaglie e con quel “I'm good from behind” spiega tutto, mettendo in allerta anche quelli di Libero quotidiano, sempre sul pezzo.
Eugenie Bouchard 4. Ristabilita dopo aver battuto la testa a New York e aver chiesto risarcimento danni allo scalino. Importanti novità tecniche portate in Australia: il nuovo taglio di capelli lesbo style. Fermento e smarrimento tra i fans dalle inquietanti occhiaia.
Maria Sharapova 3. Ancora meravigliosamente disossata da Serena Williams.
Naomi Osaka 7. La vedi e pare una Serena Williams con gli occhi a mandorla. Potenzialmente devastante, e con facilità di sparo non comune.
Laura Siegemund 6+. Ecco la Germania che piace. Crucchetta frutto di uno sconcio rapporto sodomitico tra Carlsten Braash e una foca monaca del circo bulgaro. Miracolo se resterà tra le 100.
Zheng, Zang, Zing o Ping Pong. 6. Non mi ricordo manco come si chiami. Una che a 26 anni non aveva mai vinto una partita di slam, fa quarti di finale.
Roberta Vinci 5. Occasione gettata al vento. Tranquilla e in pace con se stessa, alla sua ultima stagione. Forse troppo.
Sara Errani 3,5. Schiaffeggiata dalla Gasparyan. Perde, non si diverte più. Mette il muso e vorrebbe portarsi le palline a casa.
Camila Giorgi 5. Perde al primo turno con Serena, senza sfigurare troppo. Convinta (dal certosino studio dell'avversario) che quel corpulento donnone fosse Winzie Jefferson.

martedì 19 gennaio 2016

AUSTRALIAN OPEN, TENNIS, SCOMMESSE, NADAL AL TAPPETO, ROCCHIO 47 HEWITT






Nando, tu spari a un uomo già morto” verrebbe da dire osservando Verdasco che impallina, impietoso, un Nadal al tappeto nel quinto set. I più avranno negli occhi la maratona di sette anni fa tra i due spagnoli sullo stesso campo. Era un Nadal carico a mille, capace di arginare con una feroce difesa la furia violenta di Verdasco in rampa di lancio. Ora si vede un Nadal logoro, vulnerabile perché tremendamente più scarico, incapace di sostenere il tennis arrotato e gli spostamenti laterali del passato. Obbligato a soluzioni offensive che hanno completato il suo bagaglio tecnico, ma che non possono bastare. Tanto meno risultare decisive. Nando invece è rimasto quello, un picchiatore smidollato cui invece di quattro bombe vincenti ne basano due (o una), per fare il punto, ed è normale che la spunti.
Fa quasi tenerezza Rafa, ben consapevole di essere ai titoli di coda. La stessa tenerezza che, paradossalmente, non può fare Sarita padellara Errani, smocciante e sull'oro delle lacrime dopo essere stata ribaltata dalla valchiria dal rovescio a una mano Gasparyan. Testuale, la romagnola non si diverte più e vorrebbe cambiare vita. La colpa non è nemmeno tutta sua, ma di chi le aveva fatto credere di essere la reincarnazione di Billie Jean King e non una che nel 2012 aveva fatto qualcosa che andava oltre i suoi umili mezzi. Con la consapevolezza di fare un miracolo già a restare nelle trenta, prenderebbe tutto con maggiore leggerezza. Ora invece somiglia a una bimba musona, insopportabile vederle sfogare la frustrazione insultando avversarie capaci di vincenti, arbitri, linee, pubblico. Somiglia a una bimba viziata, convinta di avere un giocattolo straordinario in mano (escansala, escumbala), che ora scopre quanto fosse tarocco. Ridatele leggerezza, o il padel.
Ma c'è anche l'altra faccia di una medaglia bucata. “La differenza tra me e “la mia avversaria”? Qualche punto...”, parole e musica della predestinata (al lancio di pallina su Marte) Camila Giorgi. Uno appena svegliatosi dal coma penserebbe che “la sua avversaria” possa essere la numero 800 e di 150 kg Maria Fenandez Alvarez Teran, o al limite una pari classifica come Pina Fantozzi Niculescu. No, amici miei, si riferiva a Serena Williams. Mi ripeterò, ma questa non ha un cervello. Non sa cosa fa, cosa dice, di chi parla, figuriamoci cosa fare in campo, se non tirare come un automa. Salvate pure lei, salvate noi, salvate Marte.
Continuando l'analisi degli italiani (se non lo fai nei primi turni, quando?), nel femminile è una quasi Caporetto, con l'onore salvato da Roberta Vinci. La tarantina ha un buon tabellone per arrivare alla seconda settimana rispettando la testa di serie. Tra gli uomini avanzano il solito maratoneta da Slam Seppi e Bolelli, che fatica le pene degli inferi per avere la meglio dell'eterno infermo talento Brian Baker, tornato in campo dopo tre anni e non si sa quante operazioni. Uno al cui confronto anche Lazzaro parrebbe un dilettante. Fognini perde in lotta, secondo pronostico, da Muller, più adatto al veloce. Annesso solito, puntuale, prevedibile e stucchevole teatrino da finto pazzo recitato peggio di un attore di telenovelas boliviane.
Così presi da un inizio Australian Open pirotecnico, suona come un fulmine a ciel sereno la bomba “scommesse” sul punto di esplodere, rivelata dalla Bbc. Sì, non è la Rai, ma la Bbc (cit.). Intendiamoci, fulmine a ciel sereno per chi continua a credere il tennis un fatato mondo da mulino bianco a sé stante, ove non c'è doping, combine, scommesse, malvagità. Cazzate. Il doping c'è, e ci sono anche partite truccate, giri di scommesse clamorosi. Sia nei tornei minori, con autonomi tennisti che vendendo un set o una partita finiscono per guadagnare più di quanto farebbero vincendo il torneo, sia tra i big, nei tornei maggiori, con scommesse nelle mani di potentissime organizzazioni criminali. La novità (per ora solo annunciata) della Bbc è che questa volta sarebbero coinvolti molti top 50 e addirittura vincitori di slam. Tutto sta a vedere se questi nomi altisonanti (su cui si indaga e che non sono colpevoli, ad uso dei lettori del Fatto Pepponio) verranno fatti per davvero o se, come col doping, si continuerà a dare il buon esempio fustigando pesci piccoli o diavolacci come il mai abbastanza rimpianto Crazy Dani Koellerer. Per ora hanno anticipato solo i nomi di Starace e Bracciali, che tra poco verranno indagati anche per i delitti del mostro di Firenze.
Non resta che scommettere su quali saranno i nomi di questi scommettitori. Fate il vostro gioco, io tengo il banco e ve li quoto.
Sicuramente non rientra tra i nomi Rocchio 47 Lleyton Hewitt, al suo ultimo torneo prima del ritiro. L'irriducibile Rusty, ancora in buone condizioni, resta in vita per la gioia dei tifosi australiani in visibilio, infilzando il volleante papero quadrato (più largo che alto) Duckworth. Ora ha di fronte Ferrer, e potrebbe chiudere una grande carriera con epica battaglia scarnificante.

lunedì 11 gennaio 2016

L'ANNO TENNISTICO, ORRIBILE, CHE VERRA' (toccatevi le palle)





Il M5S era al governo, con appoggio esterno della Lega. Di Battista presidente del consiglio e finalmente concorrente di Amici di Maria (categoria danzatore classico e attore melodrammatico), ma eliminato alla prima puntata. Pacarone, Spadellaro e Scampi furoreggiavano nella tv di stato, come fulgidi esempi di giornalismo libero e Travaglio (ministro della giustizia sommaria) organizzava esecuzioni di piazza per chiunque denotasse sguardo truffaldino, mentre Paola Taverna, presidenta della camera, presiedeva con rituale rutto di birra e vestita da Er Monezza. Bonanno ministro dell'interno, con decreto d'urgenza, depenalizzava l'uso del fucile a pallettoni contro l'immigrato (africano, pugliese o calabrese). Freccero, illuminato nuovo Presidente della Repubblica, con epocale colpo di scure, otteneva di cambiare il nome al paese da Italia a Pepponia Grillia. Fedez furoreggiante, si affermava come più alto punto di riferimento musicale e culturale della nuova nazione. E io mi univo a un gruppo di Hare Krishna in Maremma.
Mi sono svegliato, sollevato: era solo un incubo. Pensiamo al tennis, mi sono detto. Apro un sito di sport e leggo che che Maria Josè Martinez Sanchez giocherà il doppio col rumoroso treruote a benzina agricola, Sara Errani. E allora è chiaro: Vogliono farmi pagare qualche sgarro al creatore che mi piscia in testa. Per l'onnipotente divino, dopo Roberta Vinci, questa mi rovina anche l'adorata neomamma sfarfalleggiante. Scappa Maria Josè, scappa.
Per scacciare la paura, via con un post sciorinante vaticini per il 2016, leggendo nelle viscere di Binaghi, con l'obiettivo di non prenderne nemmeno uno. Come lo zero in schedina, più difficile del 13.



UOMINI

Big. Djokovic. Numero uno indiscusso, ma Grande Slam manco per il cazzo. Sadicamente sublime vederlo sconfitto a Parigi da un Nadal indemoniato (o Gulbis pieno di vodka), per poi essere internato sull'orlo dell'esaurimento nervoso all'ospedale per menti disagiate “Ivan Lendl Quisisana”, sito nel verdeggiante centro di Wimbledon, ove allieterà estatici malati di mente con le sue rutilanti imitazioni.
Murray. Con un piede sull'aereo per scappare dal nascituro baby Murray (diosanto, immaginate un pargolo con quei denti), senza pressioni, potrebbe vincere in Australia. Se Nole prenderà una salvifica insolazione. Inno al sole. Trovatemi un allibratore squilibrato che me lo dia a 9,00, e lo prendo.
Federer. Sua Divinità Immortale sacrificherà la stagione sul rosso per raggiungere l' Obiettivo: l'oro olimpico (da sfoggiare, nudo e tronfio, con corona d'alloro a cingergli la sacra fronte). Spero di sbagliare, ma fallirà. Ha anche ingaggiato Ljubicic, “perché Ivan conosce bene Nole”, dicono quelli impeccabilmente banali. Ok, sarà anche vero, ma Roger ha la stessa età di Ljubicic e conosce Nole meglio di chiunque avendoci giocato contro decine e decine di volte, anche in finali slam. Chi meglio di lui sa cosa ci voglia (vorrebbe) per scardinare il muro serbo? Nessuno, a meno che non si consideri l'elvetico un totale submentale e Il coetaneo Ljubicic un genio. Che sia il simpatico Homer croato il vero GOAT? Per ora non gli ha spiegato nemmeno come battere Peppa Pig Raonic (che pure è un suo ex allievo). La scelta del coach croato è una (per me inutile) mossa psicologica.
Rafa Nadal. Tornato a buoni livelli, del tutto insufficienti sul veloce, vincerà la decima a Parigi. Poi via col poker.
Petzschner non vincerà slam quest'anno.
Gulbis batterà un top 5 e perderà da uno sciancato over 700, perché annebbiato dai fumi dell'alcol la vedrà come una finlandese seminuda che ammicca suadente, brandendo una bottiglia di vodka.
Paire entrerà in top ten, poi in un manicomio di Avignone.
Wawrinka, niente slam, ma pubblicherà un selfie su Instagram, mentre Donna Vekic gli spreme un brufolo. Picco.

Giovani. Vuoto cosmico e qualche incubo all'orizzonte. Rivoltanti moralisti a parte, piaccia o meno, l'animalesco Kyrgios ha colpi e carattere, discutibile o meno, per pensare al grande salto. Possibile crack a Melbourne o Wimbledon (mi sbilancio: almeno semi) e top ten. Coric è un noiosissimo robottino invasato, ma solido e maturo. Temo un nuovo Djokovic, fra tre/quattro anni. Per quest'anno entrerà nei 20. Zverev, quello delizioso e leggero come una piuma che volteggia egagra sul Reno col cielo plumbeo, è Mischa. Quello tosto e mortalmente macchinoso è il ragazzino '97, come il computerino occhialuto coreano Chung, già da top 50, ma giocarsela al vertice è altra roba. L'orso iracondo (a dispetto di una faccia da putto) Rublev ha anche colpi straordinari e piglio da campioncino, ma deve mettere la testa a posto. Aspettando l'altro russo Safiullin e il pupillo russo-americano Kozlov, i miei due preferiti. Spiragli per vedere bel tennis al vertice in futuro. Il secondo paga una statura da nano, ma quest'anno stupirà: vincerà due challengers (almeno) negli states, e forse l'Atp di Newport. Quinzi si ritroverà, entrando nei primi 300.

Italiani. Cambierà poco. Fognini, niente genio e poca sregolatezza, si confermerà catastale top 20/30, con picchi di maleducazione e probabile guizzo su terra (quarti di finale a Parigi o Roma). Mi sbilancio: sposerà Flavia Pennetta. Seppi quello è, medioman. Paracarro Bolelli, orgoglioso dei propri limiti, resterà miracolosamente nei top 70. Rambo Paolino Lorenzi vincerà almeno un challenger in sudamerica col coltello tra i denti, tra narcos e banditi. Cecchinato, lodevole impiegato da top 100, giocherà 4 slam senza passare un turno. Pollicino Fabbiano veleggia verso i primi cento, malgrado sia alto quanto Don Lurio. Bravo a migliorarsi, il lavoro paga. Vanni? Inquietante esemplare di semovente gigante pallettaro. Un caso da studiare alla Nasa. Ammirevole nel passare dagli Itf agli slam a 30 anni, ma se sarà top 100 in primavera sposo Malgioglio (che mi darà un figlio) a Las Vegas.



DONNE.

Big. Caos e ricambio generazionale. Serena, Masha e Kvitova lasceranno il posto ad Azarenka, Radwanska, Muguruza. Masha vista nelle foto di Brisbane sembrava la sorella abbufficata di Dinara Safina. Impresentabile. E infatti, offertasi per due scatti-marchette, non si è manco presentata per giocare. Sempre meno tennis e più azienda di caramelle ipocaloriche (per le altre), non vincerà slam ma potremmo sorbircela in finale a Roma, dove le sue urla sgretoleranno le statue del periodo littorio e sveglieranno Marino dall'incantato torpore. Serena: bello sarebbe smentire il cantilenante e unanime coro dei de profudis. Certo, la botta psicologica del Grande Slam sfuggitole su traguardo ammazzerebbe anche un toro. Se supera quello, malgrado le 35 primavere e gli acciacchi di un fisico logoro, può piazzare due zampate. Kvitova è l'incostanza fatta persona, ma nella settimana buona perde solo da Serena (che però potrebbe non esserci).
Agnese Raswanska da mesi è in condizioni sfolgoranti. E' il suo momento. Criminale darla a 21,00 vincente Australian Open (mentre l'inutile Bieberona Bouchard è quotata 26,00). Il titolo può sfuggirle solo se Serena è Serena, o dalla Azarenka. La bielorussa mutandonata rientrerà tra le prime 3 e vincerà almeno uno Slam. Un-due-tre: macumba. Riti voodoo. Cloppete cloppete, la scorrettissima cavallona Muguruza non ce la leviamo più dalle palle per un decennio. Halep: boh, se ne sapeva più di Cernienko. Kerber? Mah, la vedremo su Focus in un documentario sui cinghiali.

Giovani. Bencic già pronta per giocarsi gli slam a 18 anni, da top ten. E' un funzionale ibrido tra la nuovelle vague sparacchiante e l'intelligenza tattica anni '90. Teenager pronte al salto non ne vedo. Taylor Townsend, se torneranno a farla mangiare, tornerà a 100kg e alla top 100. Liberatela.

Italiane. Flavia Pennetta, gravida di tre mesi, giocherà l'Olimpiade trascinata a viva forza da un ingobbito Barazza, Binaghi e Malagò su un ape treruote, ma dichiarerà: ho smesso dopo la finale di Flushing Meadows, inutile che insistiate. Ci sono solo il 2,3% di possibilità che...(portata via a braccia). Camila Giorgi, la giovin predestinata che va per i 25, farà il botto. No, nessuna copertina su riviste patinate: la nostra reginetta punterà alla copertina di Focus, che ci spiegherà come alcune sue pallate abbiano svelato l'esistenza di vita su Marte, in gran parte decimata dalla nostra cannoniera. Roberta Vinci in grande spolvero, agguanterà la top 10 in primavera-estate, prendendosi qualche sfizio. Sara Errani, oltre a rovinare il ricordo di MJ, rapidamente fuori dalle 20. Ma su Supertennis verrà premiata come tennista dal miglior servizio nel circuito, perché ha le percentuali di prima più alte di tutte.






giovedì 26 novembre 2015

IL PIÙ GRANDE TENNISTA DI TUTTI I TEMPI (E TUTTI I TEMPLI) - DI GOAT E ALTRE CAZZATE







Penultimo, tedioso, atto della stagione concluso a Londra, resta solo l'adrenalimica finale di Davis Belgio-Gran Bretagna su cui discettare animosamente e concludere: L'unico modo per renderla interessante sarebbe immaginarla decisa da Xavier Malisse, evaso notte tempo dal frenocomio di massima sicurezza in cui vive recluso da mesi, ormai di 180 kg, che sgozza tutti. O dal novantaseienne Sean Connery in kilt, con badante che lo tiene d'occhio.
Oddio, ci sarebbero anche altri argomenti per colmare il vuoto agonistico da qui a Gennaio. Chessò, l'apparizione dell'Adelchi Virgili in quel di Andria che, impartito un frugale urbi et orbi ai fans, mangia una burrata e perde da un posteggiatore rumeno. O la divetta Camila Giorgi in ferie lavoro, rinchiusa in uno stanzino buio e gelido, mentre babbo Giorgi sistema puntigliosamente delicati ingranaggi, circuito elettrico, viti e bulloni, della sua "creatura" in vista della stagione della consacrazione definitiva: diventerà numero uno o la sua pallina sarà la prima ad arrivare sulla Luna? Più probabile la seconda.  Si potrebbe al limite analizzare la funambolica Sara Errani, che pare finalmente aver trovato la sua dimensione nel Padel tennis (da ora per me sarà "Sarita Padellara"). 
In questo periodo di empasse invece, si ricade nel solito, fatale, errore: farsi domande demenziali, dandosi cretine risposte sul vacuo nulla di goat e cazzate sparse, con aria meditabonda: chi è il più grande di sempre? Meglio l'uovo oggi o la gallina domani? Di Battista sarà il futuro Premier italiano, vincerà Amici di Maria De Filippi, o sbaraglierlà frombolieri e petomani a Tu si que vales ballando la Carlton dance? 
Al bar "cazzata sopraffina", Bill Frescaccia non ha dubbi. Alla nona birra conclude "Sarà Novak Djokovic il più forte-fortissimo della storia. Il goat. Simbolo dell'invincibilità terrena. È ormai
Inarrivabile". Gli avventori, tra una sorsata e un rutto, si fermano un attimo a riflettere, mollando la bottiglia. Jack Favamoscia si gratta il culo come Nadal e scuote il capo riguardo a una  tesi non suffragata da alfanumeriche fondamenta, men che meno da profonde considerazioni agonistiche. "Ma che dite, massa di babbei invertebrati, questo serbo ha vinto meno del gladiatorio Rafa Nadal che tra l'altro mise nell'angolo Sua Immortalità Roger Federer (con ironico sorrisetto submentale) all'apice della carriera, mica a 34 anni. Sveglia cialtroni, contro Federer 2005 o Nadal 2009, avrebbe preso sonore scoppole.".
Poi entra un esaltato tifoso di Sua Divinità Celeste (per i terreni, al secolo, Roger Federer). Ello alza il sopracciglio con fare stizzito, fa pernacchietta di sufficienza, sistema un Rolex di sedici chili e, raccolta l'attenzione dei bifolchi beoni, parte con voce flautata da Cardinal Ruini: "Ma quante idiozie proferite, plebei buzzurri vinti dall'alcol. Il GOAT (rigorosamente MAIUSCOLO) numero uno assoluto di questo e di ogni mondo sommerso è solo uno: Roger (pausa teatrale) Federer. Simbolo vivente del tennis e di Dio fattosi carne e budello di racchetta per insegnarci la vita e la sofferenza. Il più vincente della storia, nel mondo intero!".
E butta giù dell'ottimo Dom Perigon.
"Ma cosa dici bell'imbusto - tuonano i due beoni all'unisono - che razza di goat sarebbe uno che ha preso ceffoni da Nadal prima e Djokovic poi?".
Quello fa spallucce e sibila come un serpente: "Beh, li ha fatti divertire, no? Perché, in fondo, la vittoria a volte è così banale. Poi nei ritagli di tempo i sacri lombi di The King hanno generato anche due coppie di gemelli. Mica uno come l'asfittico serbo...".
Ecco, lì vorrei intervenire io, alla dodicesima birra, ormai incapace d'intendere e volere, e divertito anche alle demenziali battute di Fedez che sembrano scritte da un submentale di twitter. Esploderei in una filippica da predicatore nel tempio. Ma cosa volete saperne voi, manica di citrulli insipienti, del tennis, della vita, della fica. Ogni rivalità, chiavata, periodo tennistico, ha mille risvolti e sfaccettature. Allora basta una banale analisi storica: Federer al massimo splendore dominava le scene nel 2004 e proseguì, fulgidamente sanguinario, negli anni seguenti. Fino all'avvento di quella che pareva una creatura sadicamente progettata per neutralizzare il suo tennis all'apparenza perfetto: Rafa Nadal, mancino imbattibile su terra. Fino alla barbarica apoteosi, picco sovrumano ed esasperato che lo portò a battere l'elvetico persino nel Tempio di Wimbledon, deflorando il sacro prato, e sul duro, in quella finale a Melbourne 2009 che condusse alle lacrime d'impotenza il Dio Perfetto Roger. E Djokovic? Quasi coetaneo di Rafa ha vissuto anni da perdente. Forte, ma discontinuo. Mix tra i due, verso cui pagava dazio. Tecnico verso Roger, fisico a Nadal. È stato bravo a migliorarsi e progredire anni dopo anni, diventando una macchina quasi invulnerabile. E ora avvilisce tutti: dal Federer ormai oltre l'età del Cristo in croce e incapace di continuità nella stellarità a Nadal logorato da anni di martirio sui campi, in cui ha lasciato sudore e giunture. Se vogliamo, situazione simile a quella verificatasi col terrifico regno di Ivan Lendl (che il serbo ricorda da molti punti di vista). Il robot ceco, dopo anni da perdente sommo, imperversò a fine anni '80 grazie sì a un innegabile, continuo e maniacale perfezionamento, ma anche perché Connors era ormai vecchio, McEnroe mentalmente logoro, Borg in una casa di cura per menti devastate dalla Bertè.
Ecco, questo è. Se poi si vuole tornare alla domanda iniziale, come si fa a rispondere su chi sia il più forte, chi s'incula chi o cosa? L'unica soluzione sarebbe giudicarli a fine carriera, sull'unica base scientifica: i titoli vinti. Ma anche i numeri vanno interpreatati e a noi non ce ne frega un cazzo di niente di interpretarli. 
Conviene allora delirare abbandonandosi allo sciente cazzeggio (meglio dell'incosciente seriosità che fa ridere i polli) auspicando una macchina del tempo progettata dal Doc Emmet Brown Giorgi che metta su un campo (terra? erba? cemento? cera ponga? boh) Federer 2004, Nadal 2009, Djokovic 2015, e vedere cosa succede. Magari nel Colosseo, circondati da tigri affamate. Per ora invece, via di congetture. Per me, miserabili cialtroni flatulenti del nulla, su erba vincerebbe Federer, su terra Nadal, su cemento forse Djokovic. E, tutti e tre, soccomberebbero al McEnroe 1984. O a quello 2015, che a 56 anni ancora ricama e affetta il campo dando spettacolo in Italia, nella tappa del Champions Tour "La Grande Sfida", ridicolizzando avversari più giovani di 15 anni. In finale annichilisce Bruguera (quasi coetaneo di Stepanek) in due set. Iberico paonazzo e sudato come un prosciutto pata negra, mentre prova ad arginare la geniale furia di Supermac, motivato come un ragazzino agli esordi. Il luciferino genio brizzolato non ha età, tempo, va oltre titoli, numeri, cazzate e terreni goat. Ma questa è un'altra storia.


lunedì 9 novembre 2015

NOVAK DJOKOVIC PADRONE DI PARIGI (BERCY)





Inatteso, ecco sulla coda il Masters 1000 più divertente della stagione, malgrado l' epilogo appena meno scontato di un editoriale del giudice Travaglio (e discepoli minori) sui politici che “arrubbeno”, 41-bis da elargire come piovesse anche a Forum.

Novak Djokovic. (foto gentilmente offerta dalla Dario Argento Inc.). In totale controllo. Ha francamente lacerato anche un po' le pudenda il suo tennis robotico e metodico, con difese sovrumane e colpi più controllati e arrotati, specie di dritto, che non scappano più via. Per trovarne uno più noioso e dominante forse bisognerebbe tornare ai tempi di Lendl. O Indurain nel ciclismo. Ora come ora, potrebbero batterlo solo: Federer marziano, Gulbis se trova chiuso il bordello locale, Wawrinka versione toro da monta negli slam, specie a Parigi. Perché il Roland Garros è altra cosa rispetto a Bercy.
Voto 9

Andy Murray. Solidissimo fino alla finale, avvilito dall'orco serbo. Per scardinarlo dovrebbe trovare altre soluzioni, ma la coperta è corta e rimane in kilt. Il suo obiettivo resta la Davis e il bacio della Regina madre.
Voto 7

Stan Wawrinka. Ordina un caffè fumante durante il match con Nadal, provocando iper eccitazione nei media mondiali. Basta poco, infondo, in questo mondo imbalsamato. Gulbis potrebbe spingersi a fumare una sigaretta dopo. Fognini a completare il rituale caffè, sigaretta...Stay tuned. Lotta e batte Nadal, lotta e cede di schianto al terzo con Djokovic.
Voto 7

Rafael Nadal. Rientrato nel drappello di inseguitori del serbo in fuga. Come lo scalatore in crisi in una tappa pirenaica del Tour, che riesce d'orgoglio a rientrare nel gruppo dei migliori con lingua penzoloni. Forse drogato dalla visione di un video del futuro Premier Di Battista che getta lì “Luci a San Siro” alla maniera di un intenso Aznavour (inopinatamente scartato ad Amici della De Filippi), mi è parso di vederlo anche più aggressivo. Wawrinka lo fustiga in battaglia.
Voto 6-

Roger Federer. Riserve al lumicino, acciacchi dell'età che si presentano, causa umidore autunnale. Gli manca un plaid scozzese sulle gambe. Sorpreso dal gigante orrido Isner. A Londra tenterà l'ultimo spunto in una stagione comunque sorprendente.
Voto 5

John Isner. Appunto. Questo mutante di due metri e un cazzo di Siffredi ogni volta mi provoca terrore all'idea che nel 2035 simile contaminazione tennis-volley-baseball-basket possa essere la regola. E, allo steso tempo, mi fa pensare che Djokovic poi tanto noioso non è. E la droga aiuta.
Voto: orrore

David Ferrer. Contro Isner sembra un rottwailer nano con la rabbia e la bava alla bocca, che smembra l'orso demente Baloo (Isner).
Voto 6,5

Richard Gasquet. Ormai ho risolto il caso. Più che mangiarmi il fegato per “quello che poteva essere e non è stato, con quel popo' di braccio”, si deve rimanere sorpresi di quanto abbia saputo fare malgrado un fisico da bibliotecario in pensione e l'ardimento di un pesciolino rosso (che teme di annegare).
Voto 6+

Tomas Berdych. Solita storia, da dieci anni al tremebondo ceco continua a mancare quel fatidico centimetro per diventare un cazzo e un centimetro.
Voto 5


Ah, c'era anche lo spumeggiante masterino di serie B femminile. Manifestazione inutile, tecnicamente povera, e con match al limite della pantomima.
Vince ovviamente Venus Williams sulla Pliskova, l'unica finale plausibile. A quasi 36 anni rientra nelle top ten. Forse avrebbe vinto pure il Master A, e probabilmente Flushing Meadows. C'erano due italiane: Sara Errani senza benzina sul veloce resta cosa improponibile. Senza quell'atteggiamento indisponente, farebbe anche tenerezza. Ma si sa, fosse alta quanto Sharapova, avesse servizio e fondamentali della Williams e mano della Radwanska, sarebbe numero uno al mondo. La natura però fa i complotti anti gamba corta italica. Robertina Vinci incappa nella prevedibile, furiosa, lezione impartitale da Venus. Si sa, quando uno scoiattolo irride (perdendoci) una pantera azzoppata, alla futura occasione la pantera, orgogliosa e guarita, se lo sbrana. Sono le leggi della foresta, e del tennis.

lunedì 2 novembre 2015

AGA LA MAGA MAESTRA. Agnieszka Radwanska trionfa a Singapore







Ci sono momenti, situazioni, eventi, che proprio non puoi fare a meno di commentare. Ecco, che ne so: Petzschner che vince Wimbledon nudo. Adelchi Virgili trionfatore a Kuala Lumpur in tutù, Romina Oprandi capace di schiantare dopo sei ore e venti Sara Errani. Ormai rischiava di entrare tra queste chimere pseudo surreal patetiche anche Agnieszka Radwanska. Tennista sublime, dal variopinto tennis, leggero e brioso. Intelligente architetta della racchetta, con guizzi di magia da lasciarti di stucco.
Sette o otto anni fa la vidi giocare un game e pensai: ecco una pallettara insulsa, asfittica. Dove vuole andare questa? Mi bastò vedere un match intero per comprendere la finissima arte delle sue trame. La più grande tennista d'attacco esistente, sempre se non si consideri “l'attacco” ad esclusivo appannaggio di automatiche generatrici di sedie, comodini alla cazzo di quadrupede che non miagola. Perché si sa, nel comune sentire dell'anno di disgrazia 25 D.M. (Dopo Mandlikova): E' attaccante Ana “neurone morto” Ivanovic o Camila Giorgi che tira pallettoni a quaglie immaginarie, difensiva Agnese. Oppure, spesso, non ci si vuole arrendere all'evidenza e ammettere d'essersi sbagliati nel considerare la polacca (solo) una tennista di contenimento. 
Tagli, smorzate, improvvisi magheggi e conigli invisibili tirati dal cilindro, difese prodigiose trasformate in attacchi contro tempo, splendide volée giocate con mano vellutata, fanno invece della dolce Agnese dal puntuto ginocchio, una tennista unica. Almeno in questi tempi di baldracca e abominevole deriva trash-bump-crash (vetrata al sesto piano). Resta però leggera e mentalmente fragile nelle occasioni clou, per vincere uno slam (si diceva, non senza scaramanzia). Occasioni scappate via per poco. Finali giocate bene ma perse con Serena, inciampo col wurstel Lisicki nell'annus horribilis del trionfo di Bartoli a Wimbledon.
Tutto vero, le è sempre mancato qualcosa. Anche un briciolo di fortuna, quella che invece l'ha baciata (alla francese) a Singapore. Che non sarà uno slam, ma ne è parente prossimo. Complice la serata di Halloween, ambiente macabro e kitsch che si mescolano orrendamente, zucche illuminate e streghe fattucchiere ispirate, Agnese rinasce dopo due sconfitte e, ormai sull'orlo del baratro, artiglia la semifinale. Situazione discutibile, ma è la bellezza della formula dei gironi all'italiana, con buona pace di chi con una vittoria torna a casa a mangiar crauti. Da lì, disinnesca in battaglia l'iberica orca Muguruza ed è magnifica in finale a svelare la demenza tennistica di Petra Kvitova, che a sua volta aveva irriso la demenza ancor più lacerante e urlata (e senza la stessa mano) della siberiana Maria Sharapova. Che al mercato mio padre comprò.
Dolcetto o scherzetto? Vince la non attaccante Agnieska Radwanska, più intelligente e offensiva delle attaccanti con due neuroni miopi e urlanti nella zucca. Non di Halloween. Voto: 9.

Petra Kvitova. Anche lei in finale malgrado due sconfitte nel girone è salvata dalla connazionale Safarova. Lei e Serena hanno potenza e mano per non consentire a Sharapova di pestare da ferma, e la abbatte in semifinale. Poi Aga fa lo stesso con lei, in modo lezioso. Voto: 7

Maria Sharapova. Urlante furia cieca nel girone. Afona e goffa in semifinale, con le corde vocali avvilite e lesionate. Voto: sciò

Garbine Muguruza. Mi piace ripetere (all'infinito) le parole di un seccato papà Giorgi, nel maggio 2015. Scolpite nella pietra, come le Tavole di Hammurabi: “Cosa penso di Giorgi-Muguruza? Camila è mooooolto più forte”. Qualcuno continua a crederci, sbraitando in un manicomio navale. Voto: 6,5

Flavia Pennetta. Onora al meglio la (possibile, ormai è una telenovelas e Binaghi continua nell'attività di quasi stalker) finale passerella di una carriera splendida. Toppa solo l'incontro iniziale con Halep, altrimenti la semifinale l'avrebbe raggiunta. Voto: 8 (alla carriera)

Angelique Kerber. Rinoceronte molle. Voto 4,5.

Simona Halep. Motorino senza benzina. Voto: 5

Lucie Safarova. Spiritata e non al meglio, serve solo a far passare Kvitova. Voto: 6



Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.