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giovedì 14 maggio 2026

UN EROE INATTESO AL FORO ITALICO: LUCIANO "PALLE FUMANTI" DARDERI

 





Nella notte, un imprevisto e imprevedibile match dal sapore antico infiamma il Foro Italico avvolto dalla nebbia, proiettato in un clima post apocalittico. Un ambiente cupo e delirante segno di un romanzo di Howard Phillips Lovecraft. Finisce quasi alle due di notte, dopo una serie di rocamboleschi eventi, il quarto di finale tra Luciano Darderi e la nuova sensazione del tennis mondiale, il teenager Rafa Jodar.
Davo leggermente sfavorito il valoroso oriundo argentino, un po' per la tommasiana legge della prova del nove che vuole l'underdog difficilmente capace di bissare una precedente impresa (contro Zverev), un po' perché il giovane spagnolo pare già avere più tennis e mascolini attributi del tedesco (capirai che ci vuole, dirà qualche birbaccione), e il resto perché di questo sport demoniaco non ci capisco una beneamata ceppa.
Poi però, la storia si arricchisce di oscuri presagi, sinistri spunti premonitori. Rybakina e Svitolina, incuranti dell’orrore generato, se le danno di santa ragione e allungano il loro increscioso match. Qualcuno dagli spalti (a me sembra Verdone) devastato da tale supplizio, grida “Abbasta! Abbasta! Finimola!”. 
Alla fine, per il rotto della cuffia, i due sfidanti riescono ad iniziare entro il tempo massimo (le 23), quando si è appena conclusa l'agonia della finale di coppa italia più insulsa della storia. Luciano bello concentrato ed elettrico, scappa avanti di un break approfittando di uno Jodar imballato. Rafa, con quel nome pesante come un macigno, poi inizia a mulinare i colpi puliti e di grande facilità che avevano incantato Barcellona e Madrid. 
Vien fuori un primo set di grande intensità, che richiama antiche gesta gladiatorie al Foro, il tutto in un clima sempre più da tregenda, con la nebbia dei fumogeni calata sul centrale, un problema elettrico al sistema di review, la sospensione e una notte incombente con molti eroici spettatori assiepati, parrebbe quasi tutti vivi.
Alla fine lo porta a casa l’oriundo argentino, un po’ Rocky Balboa che mena pugni con gran cuore e tecnica approssimativa, un po’ Rambo il devastatore. Jodar si smarrisce, perso il primo continua a non trovare i suoi colpi nemmeno a inizio del secondo, quasi il gracile fisico da grissin bon su cui troneggia una testolina minuscola, sia intorpidito dall'infido umido delle serate primaverili romane. Appannato fisicamente e confuso mentalmente. 
Solo un sussulto, spirito di sopravvivenza a un passo dal baratro dello 0-4, lo fa rimanere a galla. Luciano Balboa, non essendo un picchiatore ma un demolitore, manca il colpo del k.o. E in quel momento, chi ha la sfortuna di aver visto molti match, lo sa benissimo: Darderi, come qualsiasi altro sfavorito in simili circostanze, finirà per farsi recuperare e perderla. Non si scappa. È una regola ferrea di questo sport. Infatti, acciughino Jodar non solo si salva ma prende coraggio, ritrova i suoi colpi e recupera fino al 4-4. 
Si torna ad una sfida punto a punto, tra le fiammate fluide del giovane iberico e il tennis tutto cuore e muscoli dell’italiano, che con uno spunto d’orgoglio arriva ad avere due match point. Quando uno lo butta via provando a chiudere con un agricolo rovescio tirato ad occhi chiusi e finito lungo, penso sia l’ennesimo evento premonitore di questa notte delirante: finirà per perderla. 
Jodar, col vento in poppa, chiude il secondo set, lasciando ammutoliti i pochi, eroici, spettatori ancora vivi. Qualcuno di loro va via dallo stadio sulle sue gambe. Io stesso penso di spegnere la tv, tanto ormai, non si scappa dalle leggi non scritte del tennis. Il giovin Rafa ha un tennis meno dispendioso rispetto all'italo argentino che, al contrario, mostra la stanchezza di chi ha lasciato ogni risorsa psico-fisica in quelle due ore di battaglia.
Ma, siccome il bello di questo sport è la fallibilità di ogni legge scritta nella tavole consegnate da McEnroe a Mosè sul Monte Sinai di Flushing Meadows, a crollare è invece il giovane spagnolo, mentre “Palle fumanti” Darderi va a prendersi lo scalpo dell’avversario.
Siamo di fronte a un gran bel combattente, degno discendente della scuola argentina maestra su terra battuta: tennis muscolare, tutto corsa, grinta e drittoni pesanti. Sembra un po' il nipote evoluto di quello Alberto Mancini che stregò il Foro nei tempi bui. In un torneo che ha il suo naturale idolo soprannaturale in Sinner, orfani delle umanoidi gesta di Musetti e Cobolli, l’Italia scopre in Darderi l’eroe normale di cui aveva bisogno.



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Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.