Tradizionalmente, gli incontri più appassionanti a Roma si giocano nel tardo pomeriggio. Sarà per quel sole rossastro che lambisce le statue del Foro e le allungate ombre dei pini secolari, ma a quell'ora ho spesso assistito a match venati di una tragedia che solo la storica cornice dell'Urbe sa offrire.
Peccato Bublik e Tien scendano in campo sotto un cielo ricoperto da una cappa di nuvole presagio di pioggia e un'umidità da risaie indocinesi.
Il confronto, in sede di pronostico, si presentava ricco di spunti interessanti e dall’esito tutt'altro che scontato: l'istrionico kazako, contro l'ordinato e sapiente mancino americano, è chiamato a giocare un match di livello. Senza troppi svolazzi e amnesie, per quanto questo sia possibile in un soggetto perennemente sul filo del rasoio della follia delirante, mentalmente e tennisticamente instabile.
Il primo set lascia ben sperare: Bublik lo porta a casa in scioltezza, tra le urla scomposte della solita torcida di svitati al seguito nelle sue schizoidi gesta al Foro. L'altro però rimane attaccato, sereno e serafico, ben allenato da quella vecchia volpe di Michelino Chang. Mi dico tra me e me, da massimo esperto mondiale di tennis, fica e fallimenti personali: se Bublik vuole portarla a casa deve chiuderla in due set senza lasciarsi trascinare in battaglia, altrimenti l'altro finirà per logorarlo e saltargli salta alla gola.
E così è, perché il tennis è facile, in fondo. Tien continua a lavorare ai fianchi l'avversario, non butta via una palla, varia, taglia, affetta. Cross mancini strettissimi, da un lato all'altro, unendo all'intelligenza anche una mano assai educata.
È già forte questo americanino vietnamita. Per essere fortissimo, nel brutale tennis moderno, dovrebbe avere qualche centimetro in più e colpi più pesanti. E il suo sapiente lavoro dà buoni frutti: Bublik si scompone, stanco di correre da un lato all'altro. Si smarrisce, come preventivato, nel logorio della lotta nel pantano, e sotto una pioggerella malinconica. Iniziano i dialoghi col malcapitato allenatore, le smorzate insensate e mal riuscite, solo per scappare dagli scambi a cui quel satanasso con gli occhi a mandorla lo costringe. Sbagliate o recuperate agilmente e chiuse con tocchi pregevoli dal leprotto Learner.
Il match, e non poteva essere altrimenti, diventa a tratti divertente. Una battaglia sotto la pioggia, su un campo pesante colpevole di rallentare le fiondate di Bublik che, perso il secondo, prova eroicamente a restare agganciato nel secondo.
Fa una fatica tremenda, piegato su se stesso, con una panza inquietante e condizione fisica da overdose notturna di cacio e pepe e mezza cassa di ceres.
Il pallido kazako dagli occhi ridenti e ossessionati, è un personaggio che non si può non amare, ma Tien lentamente prende posto nel mio arido cuore, tra rasoiate mancine e cross diabolici. E un po' spiace vedere lo scomposto tifo romano incapace di rendere onore alla sua prestazione e a un match in cui entrambi producono uno show divertente ed agonisticamente intenso.
Perché, malgrado gli scettici esperti di tennis D.S. (dopo Sinner), esistono anche queste emozioni tennistiche minori, di gente che uno slam forse non lo vincerà mai, che si possono seguire senza l'ossessione della vittoria, dei record, financo per il semplice piacere di vedere bel tennis.
Tien, quasi perfetto fino ad allora, si lascia prendere dall'emozione mentre serve per il match. Tre errori con cui rimette in gioco un avversario ormai stravolto dalla fatica e piegato sulle ginocchia. 5-5, pubblico in delirio e rimonta servita a Bublik che invece, preferendo un birrone gelato, declina l'offerta e cede 7-5.
Tien sorride soddisfatto, come dopo una scampagnata ritemprante tra violette e fiori di lillà. Bublik ride, col proverbiale risolino da pazzo allucinato. Tutto molto bello (cit.). Un altro tennis esiste e soppravvive, incurante di tutto.

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