.

.
Visualizzazione post con etichetta Davis Cup. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Davis Cup. Mostra tutti i post

giovedì 26 dicembre 2024

L'ITALIA AI PIEDI DI JANNIK SINNER (Ma che ne sanno i marinai...)

 



Ante Sciptum: Questo post ideato dalla Deficienza Artificiale è volto a capire quanti di voi ancora resistono e lottano insieme a noi (ho notato che le visite sono decuplicate rispetto a quando scrivevo regolarmente e la cosa un po' mi ha fatto riflettere). Quindi se i miei profili Instagram e Twitter testè creati e sotto linkati avranno (almeno) 1000 followers entro l'epifania, potrei tornare a dare vita a questo libero spazio di tennis e delirio. Va beh, potrebbero essere sufficienti anche 10/12. Abbasteno. Vi evito un profilo tikketokke dove ballerei nudo coperto solo di due palle da tennis.


https://x.com/tennisepsiche

https://www.instagram.com/tennispsiche14/


***


È un molle pomeriggio di un fine estate infernale, con l'afa settembrina ancora asfissiante. Entro in un bar del centro per rinfrancarmi e sciacquare il gargarozzo. È un locale giovanile dalla demenziale aria alla moda. Sto pagando un ghiacciolo all'arancia, quando vedo uno schermo gigante che trasmette il tennis di Flushing Meadows. Racchette e palline invece del calcio. Ad un tavolino due donne sulla trentina tifano come ossesse per l'italico fenomeno Jannik Sinner. Sono rapite. Pazienza sia una replica della semifinale vinta con Draper, forse non lo sanno, credono funzioni come le serie Netflix. Le immagino anche due improvvisate praticanti di Padel. Sorseggiano i loro intrugli di cocktail analcolici alla papaya, zenzero, alga allucinogena e broccolo. E non si perdono un quindici. "Vai Jannik, ora dai tuttoOoOo". Mi siedo, incuriosito. Ordino un altro ghiacciolo, sempre all'arancio. Un tempo erano birre, tutto scorre, tutto sbiadisce. Le due fanno un tifo sempre più indemoniato. "Forza adesso, non sbagliare a tirare l'ace col servizio!". "Il tiebreak è rischioso" le fa eco l'altra, meno tecnica ma più saggia.
Il nostro la vince, come quasi tutte da qualche tempo a questa parte, e si alzano all'unisono abbracciandosi. "Che forza Jannik! Che potenza!"
Arrivato al terzo ghiacciolo, provo a entrare in empatia, urlando:
"E CHE POTENZA DI PERCOSSA!".
Mi guardano con un misto di pietà e ribrezzo, considerandomi un pericoloso terrapiattista fan di Kyrgios evaso dal manicomio di Camberra, un tossico di ghiaccioli abituato al calcio e che ora assiste impreparato all'epifania del tennis nel nostro paese. Forse anche un morto di fica che prova miseramente ad abbordarle.
"Non è mica calcio questo!", bisbiglia una delle due mentre si sistema la borsa finto Gucci e si avvia all'uscita.

Quella scena mi ha fatto capire come ormai siano passate due ere geologiche rispetto a quando deliravo di tennis in questo spazio di salute mentale.
Silvio è morto, la Regina Elisabetta è morta, Roger ha smesso (a chi in privato mi ha chiesto come abbia potuto avere l'ardire di non scriverne nemmeno un trafiletto, rispondo: "Non sum dignus". O, più semplicemente, non sarei in grado di fare un coccodrillo sportivo per uno come lui. Egli esige un Romanzo, che in realtà ho scritto nel cervello. Aspetto solo un munifico editore o impresario delle pompe funebri). Anche Rafa non c'è più. Picasso, crasi più forte dei due, ci lasciò tristemente orfani, cedendo non senza stoicismo ai malanni di un fisico non all'altezza del languido talento. Ci ha lasciati anche Gianni Clerici, cantore di mille avventure sportive e umane, facendoci sentire più poveri e vecchi. Anche il mio pasticciere di fiducia, Giancarlo, è al campo santo. Spirato lasciandomi privandomi delle prelibatezze dolciarie di cui andavo ghiotto come Leopardi. Morto anche lui per overdose di confetti, il buon Giacomo. È tutto finito, amici miei, che ogni tanto passate ancora da qui portando crisantemi o una birra sulla tomba del caro estinto.

Assurdo solo pensarlo, questo italico delirio racchettarro, sette o otto anni fa, quando si soffriva su uno streaming di fortuna per le ardimentose gesta di Lorenzi nell'infernale maratona di finale a Bucamarango contro un rantolante argentino di cui mi sfugge il nome. Che ne sanno quelle due influencer del bar del Paolino nazionale? O di un proditorio Andreas Seppi che, algido e balsamico come un bastoncino findus, vinceva un Atp minore sulla sgusciante erba inglese fluttuando insipiente nella pioggerellina sottile, tra i macabri versi di un corvo in calore? Niente. E mai avranno tirato giù i santi del calendario assieme al bizzoso talentino Fognini che, svegliatosi col piede sbagliato raccattava due isterici games contro un giardiniere kazako. Salvo poi la settimana dopo, ispirato da BeetleJuice spiritello porcello, infilzare Nadal nel frastuono di una Manatthan  chiassosa, decadente e in bianco e nero come un film di Woody Allen.
E, se proprio vogliamo andare ancora più a ritroso visto che sono vecchio come Tutankamon e un po' meno di Pietrangeli, come spiegare alle due vezzose fanciulle al bar che io già c'ero, sebbene ancora nell'età delle scuole dell'obbligo, e mi emozionavo per il trafiletto di un giornale che celebrava l'impresa di Gianluca Pozzi, barese eroe solitario, in un Atp estivo americano che gli valse l'incredibile top 100. Oppure le fibrillazioni notturne di un concitato Scanagatta che dietro una rete metallica faceva la radiocronaca di Caratti Kid. Punto a punto, lo scricciolo piemontese ebbe la meglio su Jay Berger approdando al fantascientifico traguardo degli ottavi a Flushing Meadows. 
Per i più patriottici, ci sarebbero anche le focose battaglie della vecchia Davis raccontata da Bisteccone Galeazzi: Panattone in tuta e Neuro Canè in trance agonistica, più chili nei capelli che nei muscoli, nel ruolo di "ammazzasvedesi".
Difficile spiegarlo a chi non ha vissuto e sofferto quegli anni e che ora si trastulla con un Italiano numero uno al mondo, vincitore di due Slam. L'Italtennis trionfatrice due volte nella seppur minore Coppa Davis. Un momento forse irripetibile, che ha portato in Italia un'isteria e popolarità del tennis molto più forte di quella che ci fu con la vittoria di Panatta al Roland Garros e la Davis de 'La Squadra" 76.

Tanto vi dovevo. Ah, già. Ho dimenticato l'epilogo della storia al bar. Quella frase "Non è mica calcio questo", mi ha ferito. Sono lì che, a mia discolpa, provo goffamente a trovare sul telefonino i milleduecentosei post sul tennis scritti quando ancora in italia ci si esaltava per Seppi. Lo devono sapere. Accidenti la password, la app non si apre, devo aggiornarla, ah non ce l'ho più su questo smartphone. Rinuncio. E quelle se ne vanno, tacchettando infastidite. Mi è sempre mancata la prontezza di riflessi, perché avrei dovuto rispondere con una magistrale citazione del Sommo Mario Brega: "Questo non è calcio, ammeeeee?? Io tifoso di calcio? A zoccolè, guarda che io sono mica appassionato di tennis così, io so' appassionato di tennis cosìììì!!!", e via di pugni chiusi.



lunedì 19 novembre 2012

STEPANEK, E L'OSCENA BELLEZZA








L’ultimo atto della stagione 2012, va in scena alla "02 Arena" di Praga: Finale di Coppa Davis tra la Repubblica Ceca e la Spagna orfana di Rafael Nadal (un rosario in onore delle sue giunture, in via di ricrescita per sbalorditiva morfallassi). Immancabili le, pur garbate, proteste iniziali degli iberici, per la superficie ai limiti del ghiaccio antartico scelta dai padroni di casa. Che impuniti, questi cechi. Talmente irrispettosi da voler addirittura vincere. Nessuno scandalo, anzi. Il parquet scelto non pare nemmeno così estremo se paragonato agli strati di legno delle tundra visti in Svezia o ai lastroni dell’Alaska usati dagli Usa, proprio contro gli iberici, un paio d’anni fa.
Spagnoli, malgrado la forzata assenza del capo carismatico, globalmente superiori come movimento tennistico, alla Repubblica Ceca. Coach Corretja, al limite del morboso-vischiosetto fratello maggiore straccia-cazzi mentre coccola i suoi rampolli al cambio campo, opta per la sicurezza di Ferrer e Almagro in singolo, e Granollers-Marc Lopez in doppio. Scelte obbligate, ma Feliciano Lopez un po’ s’incazza. Gli fanno notare come quest’anno abbia balbettato anche nei challengers, e con tanto di occhiali alla moda da intellettuale gli tocca assieparsi in tribuna assieme al neo-ex “mosquito” Ferrero e ai venditori di kebab. Poche carte da mischiare invece per Navratil. La Repubblica Ceca quella è: le bombe di Berdych e i ricami del vecchio satrapo volleante Stepanek. In singolo, e provando a farne un doppio d’occasione. Basti vedere le alternative, da Ivo “carismio” Minar buono per sciabolare contro Naso nei challengers, a quel Rosol che dopo aver seccato Nadal a colpi di mannaia sul centrale di Wimbledon, è tornato sui suoi modesti livelli. La sua presenza e i primi piani del regista, mi suonano beneauguranti. Almeno quanto quelli di Smid e Lendl, protagonisti nel 1980 dell'ultima vittoria nella competizione, dell'allora Cecoslovacchia. 
Tutto secondo pronostico nelle prime due giornate. Ferrer stronca un pur volenteroso Stepanek. Troppo solido e concreto, il numero uno spagnolo. Poco conta la superficie. Corre come una lepre rigurgitante plutonio, rendendola lenta come paludosa terra delle Asturie. Berdych riporta il confronto in parità battendo Almagro, non senza qualche balbettio. Padroni di casa in difficoltà iniziale anche nel doppio. Una coppia orribile a vedersi ma consolidata (vincitori a sorpresa del recente Masters di doppio) come Granollers e Marc Lopez (grottesco pupazzo cartonato delle giostre, amico di Nadal) contro i due cechi globalmente due spanne superiori, ma poco in sintonia. Meglio assortite le due fidanzate: la nuova fiamma di Berdych (altra wags da top ten di bellezza plastificata, simile a bamboletta di plexiglass) e quella Nicole Vaidisova, ex tennista enfant prodige (ed enfant retirée), ormai casalinga compagna di Radek. Berdych, antitesi assoluta del doppio, caracolla a rete come la vibrante asta della Isinbayeva e scotenna volée improponibili. Sale in cattedra il vecchio ed eterno Stepanek, ruotando attorno alla pertica. Lo prende per mano e svolazzano sul due a uno.
Cechi ad un solo punto dalla vittoria, con due match point. Ci pensa un Berdych impotente ed inciucchito dalla fatica a buttare tutto al vento, contro Ferrer. Spaventoso ed implacabile nel suo orrore, lo spagnolo. Ci si chiede come faccia a migliorare, quando gli altri top sono a tocchi. Tre rapidi set, ed esito del confronto rinviato al quinto e decisivo match. Tutto nelle sapide e morbide mani di Radek Stepanek, tennista con un volto a tratti repellente, antipatico naturale, ma dalla classe cristallina e un braccio di madreperla rivestito di melassa. Uno degli ultimi romantici interpreti di questo sport imbarbarito, chiamato all’impresa che avevo previsto e sperato nei miei sogni più masochisticamente struggenti. Match per eroi antichi, pervaso da quell’alone di magia irrazionale che da sempre riveste la Coppa Davis. Radek, in questo confronto da “lombrosario” tennistico, parte sfavorito contro “ciccio orrendo” Almagro. Per classifica, quelle 34 primavere sul groppone, e il super impegno dei due giorni precedenti. Il commentatore si sbilancia: “vince Almagro in tre set”. Ok, i pronostici li sbaglia solo chi li fa. Ma saggezza imporrebbe di non farli, o almeno lasciare una piccola chance all’anziano padrone di casa. Mai dare per morto chi ha braccio, esperienza e classe da vendere ed è pronto a giocare il match della vita davanti alla sua gente. Se poi si pensa che dall’altra parte sgambetta un iberico allocco schioppettante che ha più volte dato prova di solidità mentale da frenocomio, beh…ci sarebbe da prefigurarsi ben altri scenari, a tratti leggendari.
Match teso, equilibrato. Una delle possibilità più concrete è la rissa da saloon. Ci prova Almagro, con le proverbiali e gratuite pallate al volto (che gli costano anche il punto, che allocco sarebbe altrimenti?). Di quelle che se avesse provato solo a mimarle a Connors o McEnroe anni fa, sarebbe durato in campo 3 minuti e 26 secondi netti, prima di ritrovarsi col deforme testone ficcato nei teloni di fondo. L'altro si limita ad un’occhiataccia, poi con virtuosa frustata alla fine del secondo set, porta il match dalla sua parte. E’ meraviglia assoluta, quello che combina Radek lo sciupafemmine dal volto che pare lo sbocco di Picasso dopo una ciucca di vinaccia. Affetta, ricama, dipinge il campo con una classe inebriante. Mulinella tennis a tutto campo. Due, poi tre o quattro erezioni sportive mi colgono impunemente, nel vederlo affettare il campo ed irretire l’avversario. Lo spagnolo è più giovane, potente. Tira un rovescio terrificante, tra i più belli del circuito. Ma ha l'intelligenza tennistica di un topo cieco. Nessuna variazione, manco a pagarlo. E’ prevedibile e terribilmente sciocco tennisticamente. “Mai un contropiede”, sottolinea giustamente il telecronista. L'altro invece continua, avanti due set a zero, quasi sorretto dagli spiritelli danzanti del tennis antico. Così orridamente brutto fisicamente, tanto oscenamente belle le parabole con cui dipinge il campo. Servizi, volée, guizzi da felino a rete, graffi e carezze. Regge persino scambi lunghissimi coast to coast, chiusi con prodigiosi rovesci della casa. Almagro l’allocco prova a scuotersi, vince il terzo, trova il tempo per contestare l’occhio di falco (di peggio resta l’internamento per visioni mistiche o un paio di sberloni di qualche volontario filantropo, tanto per rimetterlo in contatto con la realtà). Stepanek questo match proprio non può perderlo, e trova il tempo dell’ultimo virtuoso allungo che gli consegna quarto set e vittoria della Coppa. 
Non male la Repubblica Cece tennistica, che bissa il trionfo femminile in Fed Cup e la Hopman Cup (sforzandosi di crederla cosa seria).
Davis a parte, se dopo aver visto questo match domani un tecnico insegnasse ad un suo allievo a giocare come Stepanek, il mondo sarebbe meno brutto.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.