Sarà
merito di quel clima piovoso, grigio e lieve nella sua crucca malinconia da
Ispettore Derrick che si fa una pippa in riva all’inesistente mare placido,
oppure del campo raccolto in stile circolo familiare, sormontato da
verdeggianti alberi simili a salici piangenti (e morenti), ma a Monaco, da
anni, si assiste a tornei di frizzante godimento estetico. Senza pretese. E’,
in pratica, l’omologo argilloso del torneo di Halle.
A metà
mattinata di domenica, dopo aver assistito alla Santa Messa, mi viene la sfolgorante
novità da proporre appena sarò al vertice dell’Atp: una rivisitazione globale
del calendario, e sostituzione dei quattro tornei dello slam. Rispettivamente:
due su erba, uno su terra e uno su cemento, come negli anni ’80. L’erba di
Newport (“Hall of Fame”, e lo sfondo di questo blog testimonia cosa sia), poi
quello su terra (a Monaco, appunto), ancora erba (ad Halle o Nuova Delhi) e
quindi cemento (uno a scelta, anche Pozoblanco o Recanati andrebbero bene).
Mancava
qualche eroe del passato, uno Youzhny ormai calante nella sua semovente
instabilità mentale e Philipp Petzschner, eternamente a mezzo servizio causa
infortuni cronici e naturale assenza a se stesso. I due un paio d’anni fa
diedero vita a uno dei più bei match che io ricordi (dimenticate Nadal-Djokovic.
Petzschner-Youzhny è la via per la salvezza). E non c’è nemmeno il reietto
Koellerer, sempre in attesa di grazia pontificia. Papa Francesco Bergoglio
potrebbe e dovrebbe perorare la sua causa e levargli la scomunica. Di lui, su
quei campi, si ricorda un’epica sfida proprio contro il pittore teutonico. Con
tanto di racchetta spezzata in corsa, sul ginocchio, mentre si avviava a
stringere la mano all’avversario (un virtuoso) e lacerante urlo di dolore
fantozziano, eroicamente trattenuto. Poi fu operato d’urgenza al centro grandi
traumi e rientrò tre mesi dopo.
Quest’anno,
complice quell'alchimia folle ed impalpabile, esplode come un sol uomo Tommy
Haas. 35 primavere e non sentirle, tirato a lucido come non mai e
incredibilmente sano. Il resto lo fa un braccio che è pura melodia tennistica.
Riempie quel bucolico quadro di una Baviera a dimensione familiare, col suo
tennis completo e lussureggiante. Sapido e paziente nel resistere alle sfuriate
in recupero di Gulbis, lettone dallo scellerato talento imprevedibile e
bistrattato (perché solo così gode un genio sadico). Tommy lo domina di testa,
anche quando fisicamente arranca. Poi è una cavalcata delle eleganti valchirie
in sottana merlettata, sgominando il connazionale Mayer, spennellatore dalla perenne
aria afflitta di chi ha perso le chiavi di casa e il redivivo pastorello di
Medjugorje Dodig, che spara a (subumano) testone basso.
Vedi
negli occhi del vecchio Tommy la scalpitante voglia di dimostrare ancora
qualcosa al mondo, malgrado potrebbe restarsene in divano, a godersi i ricordi
di una buona carriera minata dalla sorte, i successi, i soldi, la figlia e la splendida moglie,
un’attrice americana che soffre sugli spalti dietro lenti scure. E la finale è
un’altra dimostrazione di candida forza. Per un set e mezzo annichilisce il
connazionale “Kohli” Kohlschreiber, tra sapienti attacchi, recuperi prodigiosi
in corsa, mezze volate e quel rovescio in avanzamento che è delizia tennistica
assoluta. Tutto troppo facile, per chi tredici anni dopo prova a vincere quel torneo.
Il quattordicesimo della carriera e addirittura il primo della serie su terra
battuta. Il Kohli, con la canonica espressione assente di chi si domanda perché
mai su quel campo non crescano finocchietti selvatici e olezzose margheritine
di campo, rientra in partita, lo costringe al tie-break del secondo set grazie a un
paio di sciccosi cross e rovesci scamosciati. Ma Haas, con un colpo di coda
finale, la chiude di giustezza.
Quando
due anni fa rientrò, dopo un anno di stop per l’operazione all’anca, ben pochi
gli avrebbero dato due lire. Da allora, l’incredibile rientro tra i primi cento.
Poi tra i cinquanta. La vittoria ad Halle, quindi la top 20. Gli scalpi
memorabili di Federer (su erba) e Djokovic (sul cemento di Miami), tennistiche
lezioni a top ten come Tsonga, Tipsarevic, Berdych, Almagro, altra vittoria a
Monaco, e la top ten che si avvicina. Niente sembra essergli precluso, in
questa che non è una seconda giovinezza ma la prima, visti i drammi fisici e
familiari patiti nel passato. Finché dura, che Iddio ce lo conservi (lo scrivo
da un anno e mezzo, sperando continui a portare buono).
I grandi
possono anche aspettare, insomma, mentre si preparano a incrociare le racchette
nella Madrid nuovamente arrossata. Andy Murray (ufficialmente entrato nella mia
categoria di protetti) intanto, non le manda a dire a nessuno. Ricordandomi la
schietta cattiveria dei Lendl, McEnroe e Connors, cui ben poco importava
d’essere simpatici, corretti per forza e amati a 360° gradi dalle folle. Anzi.
Ad aguzzi (e orripilanti) denti stretti, lo scozzese dichiara come il processo
al luminare iberico Eufemiano Fuentes, nell’ambito dell’Operation Puerto, stia
diventando “ridicolo”. E si chiede se non sia il “più grande insabbiamento
della storia”. E a lui si accodano altri tennisti, via social, da Benneteau ad
Andujar. Il riferimento è alla decisione della Corte spagnola, dopo la condanna
al dottor-doping, di distruggere le 200 sacche di sangue appartenenti ai suoi
clienti. Ciclisti, tennisti, calciatori. Atleti chiacchierati, ma anche
insospettabili. La Wada ha appellato la sentenza e presto sapremo se le sarà
consentito di fare le sue indagini su quel materiale ematico.
Perché
mai questo ridicolo insabbiamento? Esigenze di garanzia degli imputati, si
dice. E qui non è una questione di mozzaorecchi, manettari, Di Pietri e
Travagli. La garanzia dei non-imputati che comunque sono soggetti a quotidiani
controlli antidoping, fa ridere. O forse piangere d’amarezza. Coprire i clienti
di un medico condannato per doping, mostrerebbe in modo lampante (e triste)
l’assoluta buffonata dei controlli antidoping attuali, facendogli perdere ogni
valore e credibilità. Cavilli burocratici, insomma. Gli stessi che consentirono di
assolvere la mezzofondista Marta Dominguez perché le intercettazioni che la inchiodavano
non furono ammesse (quella stessa atleta che, a fatto compiuto, Nadal definì
pubblicamente “campeona"). La Spagna che negli ultimi anni domina in quasi
tutti gli sport, è questa. La sua immagine ne esce ulteriormente offuscata, se
mai ce ne fosse ancora bisogno. Ma tant’è, basta con queste dietrologia di chi
è abituato a fare 1+1=2. Che invece spesso fa 3. Qualche volta anche 7, per
dire. Made in Bayern Munich.

