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sabato 27 luglio 2013

Troicki, Cilic, nani, ballerine, silent-ban e il doping silenziato nel tennis




Acute riflessioni di uno spiaggiante dopato d’orzata


Due parole (di numero) sul triste caso dell’estate, prima di andare a pesca: diciotto mesi di squalifica a Viktor Troicki per aver rifiutato un controllo antidoping. Stamattina leggo di Cilic, forse squalificato per tre mesi con pietoso tacito accordo federale, il famigerato “silent ban”. Una cosa tipo: ragazzo mio, non diciamo niente in giro, altrimenti fai una brutta figura. Tu però, a papà, non giocare per tre mesi. Facci ‘sto piacere.
Ora, di Troicki mi frega più o meno quanto il tipo di boxer (flanellati, aderenti o meno) usati da Cicchitto. Di Cilic ancora meno. Nel primo caso si è di fronte all’ufficialità, nel secondo di un mostro (e non si allude alle sue fattezze da Gobbo di Notre Dame) sbattuto in prima pagina, per una notizia proveniente da fonti incerte.
Questa situazione fornisce l'input per una ponderosa riflessione dormiente post caffè del mezzodì di sabato. La prima considerazione: ebbene sì, ragazzi miei, il doping esiste anche nel tennis. E’ ‘mmezzo a noi. La seconda è come il problema sia da anni volontariamente silenziato con strumenti sottobanco. Un po’ fanno ridere però, e suscitano tanta tenerezza, quelli per cui il “tennis è sport pulito perché nessuno è stato trovato positivo negli ultimi tre anni, tranne un numero 808 o il mestierante yankee Odesnik”. E’ gente che crede alle favole, a un modo fatto di cavallucci alati, destrieri bianchi, stelle filanti e zucche volanti. Un mondo lillipuziano. Dove tutti sono bravi, corretti, amici di plastica e con sorrisi di cemento. E non si bombano mica come cavalli da tiro uzbeki. Sia mai. Nemmeno fumano quelli, come innanzi alle scuole italiane dopo la riforma Lorenzin. E ti chiamano dietrologo, se gli fai notare quanto il doping, purtroppo, sia ormai malattia degenerativa che dilania tutto lo sport. Compreso il tennis. C’è solo un differente modo di affrontare (o negare) il problema, da parte delle diverse federazioni e paesi. Interessi miliardari e sponsor, fanno il resto.
Non occorre scomodare la bomba di Fantozzi alla Coppa Cobram, “bomba, bomba, tenga a bomba chella bona, chella forte...è metredina, simpamina, aspirina, franceschina, cocaina e peperoncino di cajenna. Co chest’ arriv’ prim e ti fa pur’ arrizzà!”. E non si tratta di essere dietrologi. Esiste il doping. Come esiste il reato di furto. Ci sono i bari e i ladri. Innegabile, oggettivo. Nel vituperato ciclismo e nell’atletica provano a sgominare il problema, altrove silenziano per motivi di vil denaro. Non solo il tennis, ma anche il calcio dove, a mia memoria (di criceto nano con l'esaurimento nervoso), ricordo solo moralistici accanimenti verso cocainomani (l’uso di coca, tra l’altro, scientificamente, devasta il fisico e non migliora la prestazione), e nessun caso di doping vero, quello che fa correre 90 minuti come invasati con la bava alla bocca. Senza sudare. Zero. Solo postume confessioni di vincitori di Champions marsigliesi. Quando la prescrizione sana il peccato.
Troicki visse una buona stagione due anni fa. Poi il vuoto. Una specie di clone dagli occhi pallati (versione sessantadue volte meno forte) di Djokovic. Calo, crisi di risultati e assestamento nelle posizioni di medio livello (ora è numero 53). Pazzo da rifiutarsi di fare un prelievo di sangue, conscio d’aver barato o abituato a fare ciò che voleva, anche rifiutare il controllo, non saprei dire. Ecco poi, lo sgomento e la giustificazione: “Ero pallido e troppo debole dopo un incontro spossante, per fare un prelievo”. L’emofiliaco Victor, passando una notte dalle mie parti, dissanguato dalle zanzare, rischierebbe di rimanerci secco.
Ben più paradossale e significativo il caso di Cilic. Non m’interessa il suo nome (tutto da verificare), ma la pratica “silent ban”. Specie per i soliti di cui sopra, che credono di vivere in un mondo tennistico di fate e cavalieri. Persone pure, eroiche e d’altri tempi. Che la pratica sia diffusa, è risaputo. Basterebbe riprendere la bibbia “Open” di Agassi. Trucchi parrucchi e polveri magiche. Dopo aver rivelato che giocava con una parrucca, il kid di Las Vegas narra di un silenzio benevolo della Wada riguardo al suo uso di polvere d’angelo. Il circo, il baraccone, lo show, impone queste sceneggiate, torbide storie, silenzi, appunto. E allora ecco, come a scuola, la nota della maestra che immagino una specie di sora Lella: “silent-ban”. Una punizione segreta, annessa bacchettata sulle nocche. “Occhio regazzì, io non lo dico ai tuoi genitori, ma ti blocco. Non lo fare più, altrimenti ti riblocco”. Potrei, al limite, ammetterla nel caso di “notte brava”, raro uso di cannabis, cocaina o altre sostanze che di certo non aiutano la prestazione. Per il resto, sarebbe una barbarie assoluta. Un antidoping peggiore del doping. Un sistema che ti dà la possibilità di provare a fottere il prossimo, anche perché, se dovesse andarti male, paghi con una sospensione. Come se ti fossi infortunato, senza nemmeno il marchio d’infamia pubblico, lettere scarlatte e tutto il resto. Contratti salvi, sponsor meno affranti, tifosi submentali per cui tutto è pulito, anche.
Nomi a parte, estranei o meno, il dato è uno solo: il doping nel tennis esiste. Babbo Natale, no.
I moralisti si scandalizzeranno, ma è tanto fuori dal mondo la legalizzazione del doping, al posto di questa buffonata? Equivarrebbe a una resa, certo, ma sarebbe meno patetica e vergognosa dell’attuale situazione. Lo disse Tommasi, e con quella soluzione mi trovo sempre più d’accordo. Magari con tornei da disputare nelle farmacie o nei corridoi d’ospedali.


Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.