Acute riflessioni di uno spiaggiante
dopato d’orzata
Due parole (di numero) sul triste caso
dell’estate, prima di andare a pesca: diciotto mesi di squalifica a Viktor Troicki per aver rifiutato un controllo antidoping. Stamattina leggo di
Cilic, forse squalificato per tre mesi con pietoso tacito accordo federale, il
famigerato “silent ban”. Una cosa tipo: ragazzo mio, non diciamo niente in
giro, altrimenti fai una brutta figura. Tu però, a papà, non giocare per tre
mesi. Facci ‘sto piacere.
Ora, di Troicki mi frega più o meno
quanto il tipo di boxer (flanellati, aderenti o meno) usati da Cicchitto. Di Cilic ancora meno. Nel
primo caso si è di fronte all’ufficialità, nel secondo di un mostro (e non si allude alle sue fattezze da Gobbo di Notre Dame) sbattuto in prima pagina, per una notizia proveniente da
fonti incerte.
Questa situazione fornisce l'input per una ponderosa riflessione dormiente post caffè del mezzodì di
sabato. La prima considerazione: ebbene sì, ragazzi miei, il doping esiste anche nel tennis.
E’ ‘mmezzo a noi. La seconda è come il problema sia da anni volontariamente
silenziato con strumenti sottobanco. Un po’ fanno ridere però, e suscitano
tanta tenerezza, quelli per cui il “tennis è sport pulito perché nessuno è
stato trovato positivo negli
ultimi tre anni, tranne un numero 808 o il mestierante yankee Odesnik”. E’ gente
che crede alle favole, a un modo fatto di cavallucci alati, destrieri bianchi,
stelle filanti e zucche volanti. Un mondo lillipuziano. Dove tutti sono bravi, corretti, amici di plastica e con sorrisi di cemento. E non si bombano mica
come cavalli da tiro uzbeki. Sia mai. Nemmeno fumano quelli, come innanzi alle
scuole italiane dopo la riforma Lorenzin. E ti chiamano dietrologo, se gli fai
notare quanto il doping, purtroppo, sia ormai malattia degenerativa che dilania tutto lo sport. Compreso il tennis. C’è solo un differente modo di affrontare (o negare) il problema, da parte delle diverse federazioni e paesi. Interessi miliardari e
sponsor, fanno il resto.
Non occorre scomodare la bomba di
Fantozzi alla Coppa Cobram, “bomba, bomba, tenga a bomba chella bona, chella
forte...è metredina, simpamina, aspirina, franceschina, cocaina e peperoncino
di cajenna. Co chest’ arriv’ prim e ti fa pur’ arrizzà!”. E non si tratta di
essere dietrologi. Esiste il doping. Come esiste il reato di
furto. Ci sono i bari e i ladri. Innegabile, oggettivo. Nel vituperato ciclismo e nell’atletica provano a
sgominare il problema, altrove silenziano per motivi di vil denaro. Non solo il
tennis, ma anche il calcio dove, a mia memoria (di criceto nano con l'esaurimento nervoso), ricordo solo moralistici
accanimenti verso cocainomani (l’uso di coca, tra l’altro, scientificamente,
devasta il fisico e non migliora la prestazione), e nessun caso di doping vero, quello che fa correre 90 minuti come invasati con la bava alla bocca. Senza
sudare. Zero. Solo postume confessioni di vincitori di Champions marsigliesi. Quando la prescrizione sana il peccato.
Troicki visse una buona stagione due
anni fa. Poi il vuoto. Una specie di clone dagli occhi pallati (versione sessantadue
volte meno forte) di Djokovic. Calo, crisi di risultati e assestamento nelle
posizioni di medio livello (ora è numero 53). Pazzo da rifiutarsi di fare un
prelievo di sangue, conscio d’aver barato o abituato a fare ciò che voleva,
anche rifiutare il controllo, non saprei dire. Ecco poi, lo sgomento e la giustificazione:
“Ero pallido e troppo debole dopo un incontro spossante, per fare un prelievo”. L’emofiliaco
Victor, passando una notte dalle mie parti, dissanguato dalle zanzare,
rischierebbe di rimanerci secco.
Ben più paradossale e significativo il
caso di Cilic. Non m’interessa il suo nome (tutto da verificare), ma la pratica
“silent ban”. Specie per i soliti di cui sopra, che credono di vivere in un
mondo tennistico di fate e cavalieri. Persone pure, eroiche e d’altri tempi. Che
la pratica sia diffusa, è risaputo. Basterebbe riprendere la bibbia “Open” di
Agassi. Trucchi parrucchi e polveri magiche. Dopo aver rivelato che giocava con una parrucca, il kid di Las Vegas
narra di un silenzio benevolo della Wada riguardo al suo uso di
polvere d’angelo. Il circo, il baraccone, lo show, impone queste sceneggiate,
torbide storie, silenzi, appunto. E allora ecco, come a scuola, la nota della maestra che immagino una specie di sora Lella:
“silent-ban”. Una punizione segreta, annessa bacchettata sulle nocche. “Occhio regazzì, io non lo dico ai tuoi
genitori, ma ti blocco. Non lo fare più, altrimenti ti riblocco”. Potrei,
al limite, ammetterla nel caso di “notte brava”, raro uso di cannabis, cocaina
o altre sostanze che di certo non aiutano la prestazione. Per il resto, sarebbe
una barbarie assoluta. Un antidoping peggiore del doping. Un sistema che ti dà
la possibilità di provare a fottere il prossimo, anche perché, se dovesse
andarti male, paghi con una sospensione. Come se ti fossi infortunato, senza
nemmeno il marchio d’infamia pubblico, lettere scarlatte e tutto il resto.
Contratti salvi, sponsor meno affranti, tifosi submentali per cui tutto è
pulito, anche.
Nomi a parte, estranei o meno, il dato
è uno solo: il doping nel tennis esiste. Babbo Natale, no.
I moralisti si scandalizzeranno, ma
è tanto fuori dal mondo la legalizzazione del doping, al posto di questa
buffonata? Equivarrebbe a una resa, certo, ma sarebbe meno patetica e vergognosa dell’attuale
situazione. Lo disse Tommasi, e con quella soluzione mi trovo sempre più
d’accordo. Magari con tornei da disputare nelle farmacie o nei corridoi
d’ospedali.
