(quelli di cui ho visto direttamente, almeno qualche sprazzo)

Poi il declino. Riottosi e furenti tentativi di ritornare a vincere uno slam. Stempiature arruffate da genio attempato e perso nella sua follia, al posto dei riccioli ribelli. Altri capolavori sinfonici, nel mezzo di scenate, smoccoli, ed occhiatacce taglienti. Solo contro il mondo, e con quel talento sovrannaturale, che non basta pìù. Come può accettarlo Supermac? Si ferma tre volte in semifinale, sul filo di lana. Troppo giovani e forti Edberg, Sampras, e gli Agassi, aiutati da racchette che legalizzano l'abominio dei missili terra aria nel tennis. Il semidio iracondo continua a lottare come un ossesso, contro se stesso, poi contro gli avversari. Infine scagliandosi verso giudici e banali righe, in un delirio di onnipotenza continuo, mescolato a follia paranoica. Perchè lui è Dio, ed un volgare inserviente, non può giudicare fuori un suo colpo. Dio non sbaglia mai, anche quando sbaglia. In Australia, riesce nell'impresa di farsi cacciare per triplice ingiuria e intimidazioni, proprio quando sembrava aver ritrovato una forma antica. Ora è uno splendido cinquantenne, che riversa le sue parabole divine nel circuito senior, dove è star assoluta. Sempre col genio che fuoriesce dai riccioli, ora argentati ed elettrici.

Tornando a quel campo londinese, Jimbo aggredisce un un rovescio, s'aggrappa alla rete, e chiude con una disperata volè in tuffo. Inizia ad agitare i pugni in avanti, lentamente, come in trance. Una follia quieta, quasi quel corpo fosse diretto da forze estranee. Ora era sotto 6-1 6-1 4-1 40-15. E cosa era cambiato? Tutto, e niente. La droga di un quindici, e l'insana idea che da li cominciava l'impresa. Gli occhi piccoli a fessura, che diventano biglie magnetiche da squalo. Ed è tutto un vorticoso susseguirsi di attacchi vincenti, saltelli da grillo, pugni roteanti. L'indomabile e intramontabile gladiatore riacciuffa il terzo set, vince il quarto, e trionfa al quinto, col pubblico in delirio. Ecco, quello era Jimbo, il vecchio mascalzone.


4. Pat Cash. Pirata volleatore con la bandana a scacchi sulla folta chioma svolazzante, che si fionda a rete per assaltare il fortino. Australiano tipico, ortodosso del serve&volley gaudente e spettacolare. Radenti voli dopo il servizio, ad assecondare la rete, domarla con voleè piazzate, preludio a quella definitiva. Ora una sciabolata tagliente e finale, ora un delicato colpo di fioretto. Nel pieno stile dei canguri australiani da erba. Non avesse fatto il tennista, avrebbero sfruttato quella faccia intensa, spigolosa ed irregolare, per farne un attore del cinema. Il buono con l'espressione da duro degli spaghetti western, che annienta il fieramente cattivo Ivan Lendl, vincendo Wimbledon 1987. Rimarrà nella storia, la selvaggia ed irriverente scalata sulle teste incensate degli ottuagenari ed imbalsamati spettatori dell'All England Club, per raggiungere i suoi familiari. E' stato quello, il punto più alto di una carriera dignitosa, che avrebbe potuto essere grandissima, se quel fisico possente e menomato, avesse retto meglio le continue volate esplosive, come la molla di una fionda, o una cerbottana velenosa. Tra una volè e l'altra, un infortunio, operazioni, ritorni ed una schiena scricchiolante, mai guarita pienamente. E Pat, il canguro erbivoro dall'espressione piratesca, continua a giocare, tirare volèe e divertirsi nel circuito senior, più in forma ora, a 44anni, di quando ne a

5. Petr Korda. Ragazzo ceco col fisico da anitroccolo deperito ed un braccio rivestito d'oro zecchino. Nato per ammorbidire palline e disegnare nitide geometrie sul velluto. A metà tra l'eccentrico e il surreale, lo vidi sul centrale di Fluishing meadows, opposto ad Andre Agassi. Lo yankee multicolore nato a Las Vegas, maleducato e sgargiante come un bacherozzo mutante, ed uno sconosciuto ragazzo dall'aria afflitta, nato nelle sperdute lande della Cechia. E il povero figlio dell'est ribatteva le palline infocate del parruccone americano, con disarmante semplicità. Rasoiate radenti di rovescio, che restituiva dall'altra parte al doppio della velocità. Come saette di ritorno, senza alcuno sforzo, semplicemente con la sensibilità di quel braccio esile e bianchiccio. Una specie di Mecir, meno gattone, ma forse ancor più incisivo. Quel bizzarro ceco coi capelli biondi e dritti i testa, e la perenne espressione da cartone animato disegnato male, raccoglie meno di quanto il suo sconfinato talento, avrebbe consentito. Come tutti i geniali artisti inconsapevoli, si esprime a sprazzi. Tra grige giornate svogliate, ed ispirate sinfonie che somigliano a deliri orchestrati dagli dei. Perde in finale a Parigi da Courier, continua a barcamenarsi tra mediocrità e violenti picchi di chi non è campione, ma se in giornata di grazia, i campioni li batte. Poi, oramai trentenne, alla stagione d'addio, gli riesce l'ultima sinfonia. Vince l'Open d'Australia, ed è giusto così. Perchè uno come Petr che abbandona il tennis senza aver vinto uno slam, è come Gesù che invece di mo

6. Goran Ivanisevic. La follia pura, applicata al tennis. L'irascibile croato, più matto di un cavallo matto, è stato tutto ed il contrario di tutto. Bagliori autentici di talento cristallino, fra le crepe di una mente votata all'autolesionismo, ed occhi pazzi. Tra servizi mancini debordanti, attacchi a mente spenta, crisi di nervi, volèe uncinate, racchette frantumate, appariva l'ennesimo talento incompiuto. Quella del croato smilzo non era follia creata ad arte, come i tanti replicanti dei giorni recenti, ma indole innata. Goran era nato per mostrare gran tennis, guardare il mondo con occhi inquieti e folli, e farsi del male. Fallisce più volte d'un soffio il trionfo nell'adorato torneo di Wimbledon, crollando proprio sul filo del traguardo. Arriva il 2001, e la sua schiena è oramai ridotta in tanti brandelli, tenuti assieme da ragioni che sfiorano il misticismo. Come il cervello, insomma. Un purosangue pronto al malinconico abbattimento. E dove vuole andare quel matto, se nemmeno il fisico regge più? Si presenta ugualmente ai nastri di partenza, partendo dalle retrovie. Quasi sospinto da forze sovrannaturali, esce vincitore da una serie di battaglie giocate col coltello a serramanico tra i denti. Arriva in fondo, tra l'incredulità generale. In finale, quasi per un sortilegio divino, un film scritto da menti sadicamente malvage, trova un altro malinconico campione all'ultimo guizzo, Pat Rafter. Il croato folle è ferito, stanco ed elettrico. Una molla rattoppata che procede per inerzia. Pare un reduce di guerra con irreversibili turbe psichiche. Ma raccoglie le ultime stille di energia per vincere l'agognata coppa di Wimbledon. Perchè al mondo v'è giustizia.


8. Henri Leconte. "Riton" Leconte. Un magnifico quadro d'autore venuto male. Espressioni da francese tutto pernacchiette, moine e smorfie teatrali. Una specie di Alain Delon sessantenne, col triplo mento e la pancetta da acqua bertier, a metà tra l'impiegato del catasto ed un contadino bretone ebbro di vino, col viso rubizzo. Eppure, sul campo era capace di creare tennis dal nulla, come pochi, a suon di ricami e anticipi, come lampi, quasi in demivolè da fondo campo. Mancino come tutti gli altri geni. Oscenamente incompiuto ed incostante, da autentico artista naif. Una specie di onda increspata del mare, simile ad un boccolo riottoso di schiuma, che asseconda il venticello dispettoso. Sempre tra alti e bassi, ispirazioni celesti ed avvilenti amnesie. Col solo braccio, quasi parte a se stante dotata di vita autonoma ripetto al fisico ineistente ed alla mente fulminata, raggiunge la finale di uno slam, in casa sua, al Roland Garros. E la gioca quasi in catalessi, bianco in volto come un cencio, completamente svuotato e bloccato da una ottundente pressione cerebrale. Contro Mats Wilander, raccoglie un paio di games negli ultimi due set, e qualche immeritata salva di fischi, da un pubblico che non lo ha mai amato troppo.

9. Yannick Noah. Sono passati 26 anni, da quando un ragazzo francese nato in Camerun, trionfò nel torneo di casa, nel regno di Parigi. Capelli rasta, fisico imponente ed atletico, atteggiamento guascone e carisma naturale, che ne fece un idolo assoluto della gente. A metà tra il ballerino tribale, lo spadaccino ed il pugile, Yannick rimase nel gotha tennistico degli anni 80/90, senza mai riuscire a ripetere l'expoloit parigino, ma continuando ad infiammare platee adoranti. Grazie ad un tennis senza colpi vincenti, ma primordiale, brutale e spettacolare. Uno tsunami inarrestabile, prodigio nefasto di una natura inarrestabile. Il figlio delle colonie francesi continuò ad abbrancare volèe, agganciare palline in cielo a piè pari, con virtuosismi atletici mai visti, e schiacciarle con smash di potenza devastate. Autentico aizzatore le folle, anche per via di u

10. Stefan Edberg. Lo svedese di ghiaccio, può apparire anche una sorpresa nella mia classifica di svitati, con le pieghe del genio tra le nervature del braccio, e la pazzia fluttuante nel cervello. Ma Stefan era qualcosa da studiare nelle scuole tennis o negli uffici della nasa, come perfezione assoluta del gesto tecnico. Servizio e volè continuo, su prime e seconde palla lavorate, non per fare il punto, ma per cogliere l'attimo fuggente, e riuscire ad agganciare l'adorato nastro della rete. La arpionava con placida e gradevole ossessione, lavorando la più bella volè di rovescio d'approccio che abbia mai visto. Fluido e sinuoso come l'algido cigno, che sguazza elegante, su lande innevate ed abbaglianti. Vederlo volleare come stesse danzando su nuvole ovattate, riusciva a far dimenticare un carattere gelido e distaccato, da insopportabile gentlemen, a tratti castrato e incastonato nel gesto tennistico. Ha la ventura di imbattersi nei campioni nati a cavallo di due generazioni formidabili, gente della levatura di Becker, Lendl, Wilander, Agassi e Sampras. E la cosa non gli impedisce di arrivare al numero uno e vincere sei tornei dello slam. In epoca di moria delle vacche, ne avrebbe portati a casa una dozzina.