.

.

domenica 7 febbraio 2010

FED CUP, SI SALVANO ITALIA E SERBIA. FRANCIA SULL'ORLO DEL TRACOLLO



Panoramica sui primi turni del world group di Federations Cup.
Ucraina-Italia, ci salva Flavia. Inizia in un clima da sagra paesana bolscevica. Tra nani, ballerine e i componenti della locale banda municipale che intonano accattivanti motivetti, con imbalsamate espressioni da simil Shevchenko avviliti. Forse condizionata da simile clima carnascialesco, esordio titubante di Francesca Schiavone, che proprio non riesce ad iniziare la partita. Fatica ad arginare le ordinate accelerazioni di Alona Bondarenko. Il solerte cronista prende a costernarsi, anticipando gli eventi: "Eh, il sorteggio non è stato certo benevolo...". Certo, avessimo trovato le Isole Far Oer o l'Eritrea cui spezzare le reni con ardimentosa fierezza, saremmo stati più sereni.
Alona, una specie di Kournikova dopo un frontale con un tir, tira dritto per diritto, scolastica ma efficace nel colpire discreti anticipi di rovescio. Non fa nente di straordinario. Ma è una che per batterla, devi giocare bene. Si sapeva. E Schiavone non sembra in giornata. Disastrosa al servizio, rema in completa balia della maggiore delle sorelle Bondarenko, 6-1. Il coach ucraino malgrado l'espressione di chi è sul punto di digerire il vitello tonnato trangugiato a colazione, annuisce sui colpi della sua giocatrice.
Barazzutti prova a suonare la carica, e svegliare la nostra dal sinistro alone di torpore che l'avvolge. Sconcertata e sconcertante. Un paio di liberatorie accelerazioni incrociate di rovescio a tutto braccio. Poi una prodigiosa volè in allungo della leonessa, ad illudere su possibili nuovi scenari. La bionda continua nelle sue geometriche evoluzioni, profonde ed angolate. Francesca torna a vagare svuotata: 1-6 4-5 0-30, situazione assai drammatica. In cabina pare non se ne accorgano. Il cronista disserta amabilmente delle olimpiadi invernali di Vancouver. "Speriamo i nostri atleti ci regalino tante soddisfazioni e medaglie". E mentre prefiguriamo gaudenti prospettive azzurre nel badminghton o nella pentolaccia alpina, una leonessa irriconoscibile getta via l'ultimo dritto di una partita sciagurata. 6-1 6-4.
Ci pensa Flavia Pennetta, a metterci una toppa. Domando la più giovane ed imponente delle sorelle Bondarenko, Kataryna. Più potente, ma anche meno sapiente ed esperta. La brindisina inizia col piglio giusto, quello di chi vuol subito mettere le cose in chiaro. Malgrado l'iniziale incertezza di punteggio e qualche furiosa reazione della ucraina sul finale, Flavia porta a casa il match in scioltezza, raddrizzando le sorti di un confronto, inaspettatamente complicatosi. E non era così agevole entrare con l'ulteriore carico di pressione psicologica sulle spalle.
Un furtivo sguardo a Rep.Ceca-Germania. Più noioso di un comizio fiume di Buttiglione, che ciancia del diritto alla vita. Il biondo armadio tedesco Groenefeld porta la Germania avanti. Sfida riequilibrata da Petra Kvitova, che investe a suon di bordate mancine, Andrea Petkovic.
Francia sull'orlo del baratro, sotto 0-2 contro gli Usa. Alizee Cornet, che già fenomeno non è, avverte il peso dell'intera squadra sulle sue gracili spalle. La giovinetta ha la perenne espressione di chi è continuamente attorniata da spiritelli malvagi. Basta Mattek-Sands, un'americanina ordinata e meno angosciata, per stenderla in due set. Completa il 2-0 Melanie Oudin, che fa rispettare la sua maggior classe ed agonismo contro la spaesata Pauline Parmentier, cui non basta tirare la seconda di servizio più forte della prima di Volandri.
La serbia vede le streghe, ma pareggia il conto con la Russia. Le ex numero uno in malarnese Jankovic e Ivanovic avevano scelto di difendere i propri colori contro la Russia, in netta controtendenza rispetto al resto delle altre top. Forse perchè top non lo sono più.
Inizia Ivanovic, con la nostra madonnina creola in disarmo, vittima impotente e stizzita di Svetlana Kuznetsova. La russa randellante non deve nemmeno penare troppo o rischiare di strafare. Le basta una prestazione da allenamento standard, contro una macchina sparapalle in corto circuito. Si rasenta l'umiliazione sportiva ed il 6-0 iniziale, evitato d'un soffio. L'improvvido e malcapitato coach serbo prova a catechizzarla con bonari consigli, ed ella lo fulmina con sguardi densi di bizzosa alterigia. Si trattiene a stento dall'investirlo con una sequela di furenti racchettate in fronte. Kuznetsova cerca di rimetterla in corsa ad inizio secondo set. Tutto inutile di fronte allo strepitante canovaccio della serba, costellato di orride pallate in piccionaia e doppi falli, ed è 6-1 6-4. La "serbiatta" è oramai è un caso da psicologia sportiva. Sperando non trascenda in psicologia criminale.
Rischia di trasformarsi in triste esecuzione da mattatoio municipale, il secondo match. Jelena Jankovic in completino rosso cardinalizio, è sommersa dalle badilate vincenti di Alisa Kleybanova. Serra la mascella equina, sgroppa due metri dietro la riga, esibisce un paio di vezzose spaccate (il marcho della casa), e spera che quell'altra non spari il tremebondo vincente. E quando accade, volge lo sguardo incredulo al di là di nuvole inesistenti. Come a chiedersi: "Perchè lo ha fatto a me? Io che sono così forte.". Ma dall'alto, nessuno le suggerisce che basterebbe solo spostare un'avversaria dalle movenze così pachidermiche. La giovane russa si smarrisce come un bufalotto sovrappeso, proprio quando era ad un passo dal 5-1 nel secondo set. E non vince più nemmeno un game. Lascia il campo alla maggiore esperienza di Jelena. Serbia ancora in vita, chissà per quanto.
post pubblicato anche da: Tennis.it

Nessun commento:

Posta un commento


Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.