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lunedì 10 febbraio 2025

L'ETERNO RITORNO DI SHAPOVALOV, BOLLICINE BELLUCCI

 





Ci son cascato di nuovo, cantava il David Bowie italiano Achille Lauro (questa solo per i dipendenti dal veleno allucinogeno di rospo del deserto). Quando meno te lo aspetti e ormai lo consideri solo il vacuo sogno di una notte annebbiata, eccolo lì che si ripropone come una peperonata. Fiammeggiante e dirompente. Impetuoso tornado estivo a Febbraio. Saette mancine, assalti dissennati, parabole meravigliose e irrazionali, sciagurati errori, frizzi, lazzi e bombe trik e trak che scoppiano in mano. C'è tutto il Dennis Shapovalov show in questo ritorno a Dallas. Devasta tutto ciò che gli capita a tiro, il tornado canadese. Tempo fa gli diedi il nomignolo "Tornado biondo", ma mi fecero notare che somigliava al nome di una pornostar anni '90, quindi l'ho cestinato. Ad ogni modo, non ho seguito i primi giorni dell'Atp texano, aspettandomi poco più che una tediosa lotta fra yankee locali affamati di punti. Invece, giorno dopo giorno, la sagoma del canadese si è fatta più minacciosa. Fino a raggiungere una finale che ha del miracoloso per chi come me, innamorato più volte tradito, ormai lo considerava una causa persa o dispersa chissà dove. E forse lo è ancora, ma pazienza. Brutalizzati in serie: Fritz, Machac, Paul. Ed in finale Casper Ruud. Il paradosso di un tennista che di razionale non ha nulla, è che li batte dando la sensazione di maestosa superiorità, malgrado i risultati e la costanza in classifica degli avversari, lui se la sogni. Li mette al tappeto senza nemmeno essere costretto a lotte cruente. Vedo solo qualche fase dei primi turni, mentre mi gusto dal primo quindici la finale con Casper Ruud. Uno che, per intelligenza, lavoro e qualche fluido paranormale del Divino Otelma, è numero 5 al mondo (è stato numero 2 e ha fatto due finali slam). L'eterno confronto tra la formica operaia e la cicala dissipatrice di talento. Stavolta la cicala non solo non schiatta, ma colpisce fino alla fine senza paura. Primo set equilibrato, col canadese che esprime sempre un tennis d'attacco sul filo del rasoio, tra abominio e meraviglia. Forse solo più accorto nelle scelte tattiche e più paziente ma, deo gratias, resta sempre lui: ace al centro o parabole mancine a uscire, smorzate d'autore, volée che lasciano sempre quel decimo di secondo di terrore: sgozzerà malamente la pallina in rete o la accarezzerà docilmente? In questa settimana l'ispirazione era quella giusta. Finisce per vincere il primo e dilagare nel secondo set in un rutilare di dritti vincenti e quel rovescio a tutto braccio, croce e delizia, rischiosissimo ma bellissimo da vedere: riguardo un replay e sembra in sospensione, con le braccia che quasi si congiungono dietro le spalle: l'airone che si libra in un volo elegante o si schianta contro la roccia. Si prodiga anche in una volée di rovescio in tuffo adagiata meravigliosamente dall'altra parte, per stroncare ogni velleità di rientro del danese. Tornando alla frase iniziale, il pericolo di ricascarci c'è tutto, ma non bisogna essere deboli. L'esperienza mi ha portato a capire che il segreto del vivere bene e a lungo è non avere aspettative. Figuriamoci da Shapovalov. Più facile che uno slam lo vinca Ruud o Fritz, gente che sa fare poche cose con costanza, piuttosto che uno come lui che, pur dotato di un notevole arsenale, spesso finisce per non fare le scelte giuste al momento giusto. Non è un genio, non sarà mai Federer o McEnroe, ma in questi tempi di abbrutimento creativo, mi accontenterei di vedere questi lampi di genialità isolata a livello di top ten. O nelle fasi conclusive degli slam, per mettere del pepe a match troppo spesso monotoni. Se poi Tipsarevic riuscirà nella titanica impresa di farne un tennista consistente e regolare, senza snaturarne la proverbiale indole istintiva, toccherà fargli una statua nel centro di Belgrado. 

L'airone canadese ha rubato un po' di spazio all'altro eroe per caso della settimana: Mattia Bellucci. Il suo exploit (semifinale) a Rotterdam, ha fatto molto rumore nella stampa mainstream ormai avvezza a trattare di tennis. Spesso non sapendone nulla. Perché il suo è un non exploit, e battere due cadaveri tennistici come Medvedev e Tsitsipas non vuol dire quasi nulla. Sicuramente non più di quanto già si era visto nei match del nostro contro Tiafoe e Fritz s Parigi e Londra o nei challenger di fine anno. Medvedev e Tsitsipas oggi esprimono un tennis a stento da primi 50, quindi tennisti che Bellucci ha le qualità per poterli battere. Oltre che il carattere. Bravo a sfruttare l'occasione, ma più che il risultato in sè celebrato dai Tg, colpisce il modo di giocare di questo ragazzo. Libero e scanzonato. Fisico tarchiato, collo incassato, codino e bandana vintage, da lontano sembra di vedere Dolgopolov. Ma la somiglianza è solo fisica. Pur talentuoso, l'italiano è lontano anni luce dal fulminante talento del soldato ucraino, contrario ad ogni legge balistica. Bellucci è un fantastico mancino dal tennis brioso, frizzante come uno spumantino italiano. Bel servizio, velenose traiettorie mancine, ottimo rovescio piatto, funambolismi a go go, volèe, smorzate, strettini e back senza soluzione di continuità. A un certo punto gli vedo fare una cosa che non notavo dai tempi di Stich: Smash a rimbalzo non definitivo, ma piazzato intelligentemente. Una specie di servizio velenoso, con cui prende la rete e fa punto agilmente di volée. Annichilisce i disorientati Medvedev e Tsitsipas con un tennis istrionico. Quasi un inno al divertimento circense. Diverte chi guarda e si diverte anche lui: servizi da sotto e tweener a campo aperto, solo per il gusto di farlo. Un po' come George Best che a porta vuota invece di calciare si stende e segna di testa. Difficile che con un gioco simile possa ambire a grandi risultati, lui che pure da ragazzino batteva Sinner. Riuscisse a entrare nelle 32 tds slam e sollazzarci spesso in questo modo, sarebbe grasso che cola. Dopo il braccio di titanio diamatato Sinner, il braccio d'acciaio Berrettini e il braccio d'oro Musetti, non sarebbe male il braccio con le bollicine Bellucci.



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Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.