Sembrava la situazione perfetta per il successo numero 100, una delle ossessioni, forse la meno inquietante, di Djokovic. Fra tragicomiche rimostranze pseudo sindacali, rutilanti palleggi a favor di telecamere col Kennedy no vax che ha battuto la testa, anche sul campo sembrava ben centrato. Lontano dal mostruoso fenomeno che fu, ma in una condizione più che sufficiente per sbaragliare quel che resta della concorrenza a Miami, con Sinner in esilio e i principali avversari versione fantasmi autolesionisti: Alcaraz (4) riesce a suicidarsi col vecchio bimbo Goffin (6+), cui basta lanciare di là delle scamorzine senza lattosio. Zverev (4) dopo la finale in Australia deambula smarrito come Randle Mac McMurphy post lobotomia, Medvedev (4) sempre in bilico tra serial killer e fine pensatore, ballerino del Bolshoi storto e un avvinazzato al bar pieno di vodka. Stavolta è capace di trasformare l'orsacchiotto Munar (6,5), l'Alcaraz rachitico di Wish, in un funambolo col fisico di Hulk. Draper (5) e Rune (4,5) falliscono la prova del nove dopo Indian Wells. In un simile scenario post apocalittico, normale che Djokovic pensasse di avere il titolo in tasca. Per la sua e la nostra serenità. Specie con un tabellone apparecchiato da putti, stile banchetto nuziale. Una serie di rassegnate vittime sacrificali fatte fuori con affilato puntiglio da sadico dittatore: il culturista mignon Carabelli (sv), Musetti (6-) pulcino bagnato, Er Grinta Sebastian Korda (5,5), indomito e gladiatorio guerriero dei campi. Uno che se gli fai "bau" si mette paura o si infortuna al flessore, per arrivare alla semifinale col Master degli slave del serbo: Grigor Dimitrov (7-). Per carità, sempre un lustro per i nostri occhi troppo spesso violentati dal brutale tennis moderno e bravissimo ad acciuffare la semifinale lasciandoci quasi le penne contro Cerundolo (6). Seduto a fine partita, col fiatone e le rughe da sessantenne minatore bulgaro, mette un po' di tristezza. Tutto perfetto insomma. Pensate a Djokovic (7), perfezionista fino all'ossessione. Uno che se in 24 ore il suo cuore batte una volta in più rispetto alla tabella prevista è capace di licenziare i suoi medici o dichiarare guerra alla Oms per attentato: arriva in finale presentandosi con un orzaiolo gigante. Di certo Jakub Mensik (8) non si è impietosito. Tanto meno ha avuto i timori reverenziali degli altri nel pestare sodo dall'inizio alla fine contro il suo idolo da bambino. Niente male questo lungagnone ceco dagli spietati occhi di ghiaccio, esponente del moderno "serve&boom" che ha soppiantato il serve and volley. Più che il servizio monstre e il bel rovescio lungolinea, impressiona per carattere e maturità, malgrado non abbia ancora vent'anni. Non solo non gli tremano le gambe di fronte al dictator, ma picchia sempre più forte. Assieme a Fonseca (6,5), è un altro di quelli destinati a giocarsi gli slam negli anni a venire. Il brasiliano si lascia preferire, più divertente ed esplosivo, anche se ancora meno formato del ceco, a partire da un fisico rotondetto da adolescente che mangia troppi kinder bueno. Un po' inquieta la torcida brasiliana che ha trasformato il centrale di Miami nel Maracanà, se il Papero (mi ricorda fisicamente il 17enne Alexander Pato) arriverà davvero ai vertici. Potrebbero far crollare gli spalti. Tornando a Mensik, il rischio è che dopo Rune e Sinner, possa diventare anche lui arcinemico del popolo e della PTPA, per lesa maestà. E che il suo nome venga inserito in una prossima vertenza, a meno che non si ravveda con due sconfitte nei prossimi confronti diretti. Orfana di Sinner, italtennis nelle manone di Berrettini (6+) in costante crescita direzione top ten. Gioca due partite tiratissime con De Minaur (5,5) e Baywatch Fritz (6,5), una la vince e l'altra la perde. Ma sono i due che deve avere come punto di riferimento.
Due parole sulle donne, massimo tre. Beppa Giosef Sabalenka (7,5) si accanisce come una tigre svitata e urlante sulle povere topoline Pegula (7) e Paolini (7). Anche meno. Quelle urla atroci oltre a mettere in allarme i sismografi della Florida, meriterebbero una petizione del Codacons, Wwf, della AssoCacciaePesca. La Pina Fantozzi yankee quella è, brava maestrina, ma nulla può per arginare la furia bielorussa. Bene anche Paolini, che torna a livelli buoni e si difende con dignità contro la ruttante Erinni, uscendone viva. Leggo della separazione con Renzo Furlan, artefice di un quasi miracolo sportivo e miglior allenatore Wta nel 2024. A vedere il sovraffollamento all'angolo di Gelsomina, con l'onnipresente Errani madre padrona, Garbin e i suoi petulanti incitamenti, il bravo Furlan pareva in grande imbarazzo. Una roba da scappare di notte. Se invece è stata lei a volere la separazione, temo sia una scelta suicida. Il tempo ci dirà, ma il rischio di vederla fuori dalle 50 che ride in modo demenziale prima di servire, c'è. Non riesce il tris a Mirra Andreeva (5,5) che per una volta mostra tutti i limiti dei suoi 17 anni nel modo infantile e bizzoso con cui cede ad una brava Anisimova (7-, ritrovata). Probabile che l'altra abbia fatto la furba, che il Mto fosse tattico come il 90% dei Mto. Ma sono cose che non si dicono. Che devi abituarti a subire. Crescerà anche in questo. Swiatek (4,5) a sto giro ci si mette pure uno spettatore stalker. Perde da Eala in modo agghiacciante: pallate fuori di metri, stecche, doppi falli. Giocatrice del torneoAlexandra Eala (8+): meravigliosa carneade filippina numero 140 al mondo sbucata dal niente come in una fiaba, facendo a fettine tre vincitrici slam (Ostapenko, Keys e Swiatek). Una carneade si diceva, ma non per gli addetti ai lavori che la sapevano vincitrice di slam junior o per chi come me l'aveva vista dal vivo diciottenne beccarsi un 6-0 da Stefan Errani Edberg (7,5 in quel torneo) sull'erba di Gaibledon. Un marchio d'infamia che mi portò a pensare che non sarebbe mai arrivata ai vertici. Mi sbagliavo clamorosamente. E forse si sbaglia anche chi ora pensa possa avere una carriera da top. La ragazza è brava, ha talento, i suoi mancini sono puliti, non emette un sibilo, l'atteggiamento è delizioso e il sorriso ti fa innamorare. Per non parlare di quei rispettosi pugnetti di autoincitamento che si dà sulle natiche. Insomma, la nemesi di Aryna Sabalenka calata da qualcuno sul campo per salvare la Wta dall'orrore. In realtà, una carriera da Fernandez potenziata sarebbe già grasso che cola. Di più è lecito solo sperare.
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