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lunedì 6 aprile 2026

MARCO TRUNGELLITI. VITA, INFERNO E MIRACOLI

 



Scordatevi Federer, Djokovic, Nadal e le mirabolanti storie di fenomeni capaci di stare per oltre un ventennio al vertice, vincere titoli, rincorrere record, assecondare sponsor biliardari.
L'impresa eccezionale è essere normale (cit.). È straordinario anche rimanere per gli stessi anni, con invidiabile costanza, a combattere nelle retrovie, perennemente sospesi tra il numero 150 e il 250. A remare, sbuffare, guadagnare il necessario per viaggiare in Nuova Caledonia, Bangalore o in culo al mondo, a tirare altri colpi e mangiare la terra. Questa è la storia di Marco Trungelliti, che andrebbe raccontata in un romanzo (se qualcuno glielo riferisce, mi offro: faccio il ghost writer per poco, a richiesta anche scrivendo male). Una vicenda unica, utile a capire cos'è il tennis dei normali, dei poveri diavoli consapevoli che uno slam non lo vinceranno mai, ma che lottano in modo furibondo solo per accedervi e garantirsi un altro giro di giostra infernale. 
Trungelliti, riccioli biondi, faccione che ispira simpatia e fisico pingue da torello di combattimento sovrappeso, è uno dei tanti diavolacci che passano una vita a scannarsi in per polverosi challengers per un pugno di dollari, talvolta schivando le avances di criminali legati alle scommesse. Che ci vuole? Bastano due sconfitte per farti guadagnare gli stessi soldi che i tornei minori garantiscono in due anni di carriera. Molti ci cascano, pochi vengono beccati. Pure il biondo argentino fu avvicinato da uno di questi figuri ma, anziché accettare, denunciò tutto, fece pure nomi di altri tennisti coinvolti. Il risultato? Anni di emarginazione, come se l'onestà fosse una colpa. Additato come spione, delatore e quant'altro. 
Niente di nuovo, cose che sono accadute anche nel ciclismo, non per le scommesse, ma per il doping. Erano gli anni in cui il più pulito in gruppo aveva il sangue più denso di una marmellata di melecotogne. Ci fu un gregario italiano, avendo la memoria di un girino non ricordo il nome, che confessò il segreto di pulcinella: c'era un grosso problema doping nel ciclismo! Ma dai. Fece nomi grossi, persino l'intoccabile dominatore Armstrong. Da allora il povero gregario, tornato alle corse, ha vissuto un incubo. Isolato in gruppo, ogni volta che provava una fuga, uno scatto per vincere un traguardo volante da 100 dollari, il sadico sceriffo americano si voltava, ordinava ai suoi di andarlo a riprendere. Riassorbito, gli passava di fianco, con lo sguardo beffardo. E i telecronisti lo raccontavano come fosse una cosa normale. Il tapino non trovò più squadra e credo smise dopo poco.
Trungelliti, mestierante fiero di essere onesto, intrappolato nell'inferno dei challenger, guardato male e con pochi amici nel tour. Quanto sopravviverà? Poco, pochissimo, si pensa. La sua straordinarietà è invece stata la perseveranza. Perché si fa presto ad essere costanti per vent'anni quando sei al vertice, è straordinario quando veleggi per anni nei bassi fondi. Molti, preso atto dei propri limiti e che il girone dantesco non sarà momentaneo ma eterno, smettono. Alcuni resistono tre o quattro anni, poi prendono altre vie, meno faticose e più remunerative. L'argentino invece, ostinato come un mulo, è rimasto lì quasi vent'anni a lottare, palla dopo palla. Qualche torneo challenger vinto, una manciata di partecipazioni agli slam, in una delle quali, ripescato come lucky loser, viaggiò in macchina con la nonna per 1000 km, e poi vinse contro Tomic (probabilmente ubriaco di coca cola). 
Uno dei suoi obiettivi sarà stata la top 100, solo sfiorata un paio di volte. L'ultima, ormai trentenne, quando si qualificò agli Us Open e batté in cinque set niente meno che Davidovich Fokina, assumendo lo status di spennagrulli (o spennafokina). Poi ancora spinto giù, a veleggiare attorno al 200, tra challenger a Santo Domingo, erba nel Sussex, Ruanda, Thailandia, Barletta. 
È di pochi mesi fa quello che sembrava il coronamento di una carriera: prima convocazione Davis a 36 anni. Gioca i due singolari a Busan, contro la Corea del Sud, perdendoli entrambi. Riesce a perdere pure dall'ormai seminfermo Chung, quell'occhialuto ragazzino che anni fa sembrava una grande promessa e che ora, povero, gioca al 10%. 
Per sua stessa ammissione, pensa di mollarla lì, troppo grande la delusione. E invece no, si rimette le sgargianti magliette, ora con disegni di ananassi, ora meduse o serpenti alati, talmente pacchiane da risultare meravigliose. Riprende a mulinare le gambe e menare colpi da mestierante indomito, con la mano callosa da uomo vero che non usa l'overgrip come le fighette, ma vuole sentire la pelle viva del manico. L'ennesima rinascita è in Ruanda: prestigiosissimo challenger tra i tagliatori di teste col machete. Porta a casa la vittoria e i punti necessari per riavvicinare la top 100. 
Ancora l'ossessione. Manca uno spunto per agguantarla finalmente, ma nessuno si aspettava quello che ha combinato a Marrakech. Parte dalle qualificazioni, va come un treno, le passa, vince anche i primi due turni. Serve l'ultimo sforzo. La sagoma inquietante di Correntin Moutet nei quarti sembra messa lì apposta per spegnere ancora il suo sogno a pochi centimetri dal traguardo. La carogna francese, con parabole velenosamente sublimi, vince il primo set, ma stavolta l'argentino tiene duro, non è spennagrulli per caso. A guardarlo non gli daresti due lire. Ha la panza e il fisico da pizzaiolo che tracanna ceres al pub dopo il lavoro, ma l'attitudine da vecchio lupo di mare che sa come spennare i grulli, specie quelli un po' naif, che non conoscono cosa vuol dire l'inferno. Ne avrà visti a centinaia. E poi ha una missione. È benedetto questa settimana. Gli riesce tutto, recupera palle impossibili, si lancia in una prestazione atleticamente surreale, con la panza che ballonzola e i boccoli biondi al vento, si arrampica in cielo a recuperare uno smash e chiude con un portentoso rovescio. 
La missione è completata: tennista più anziano (36 anni) a raggiungere la top 100. Ma la settimana magica prosegue, e il torello panciuto argentino non è sazio. Fa sua anche la semifinale con Darderi e stampa un altro record: il più anziano a raggiungere per la prima volta una finale Atp. Cosa sono in confronto i record di Sinner, Djokovic, Federer?
Manca solo la ciliegina sulla torta, ma il giovane e dinoccolato teenager spagnolo Jodar, che di nome fa Rafa, non si impietosisce e la ciliegina se la mangia. Lo abbatte a suon di missili terra aria, ma cosa importa. Sarà, ma questo diciannovenne iberico alto, smilzo, educato (non appartenente alla setta urlante dei "bamos"), ancora con l'incedere goffo da adolescente ma capace di generare colpi d'inaudita violenza, mi ricorda il primo Sinner bombarolo.



2 commenti:

  1. Filippo Simeoni,trovato con l'intelligenza artificiale.C'è un bell'articolo di Gianni Mura su Repubblica.

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    1. Sì, è lui. Ricordo perfettamente un Tour dove i gregari di Armstrong e poi lui in persona, andavano a riprenderlo ogni volta. Anche nei traguardi volanti su un cavalcavia.

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Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.