In una mezz'alba nuvolosa di maggio, mi viene in mente un mezzo delirio insensato sul Masters 1000 di Madrid, rimandando il suicidio ad albe più sincere. Torneo da sempre né carne né pesce, di terra veloce, con l'altura e le strambe trovate cromatiche dell'eccentrico Tiriac. Un Federer che danza regale in punta di piedi sulla scivolosa terra azzurra, mentre gli altri annaspano goffi in tutta la loro umana bruttezza.
La stagione sul rosso, per me resta incentrata su Montecarlo-Roma-Parigi, e la deviazione a Madrid è solo uno scalo noioso. Ma tant'è.
Provo una moderata soddisfazione nel vedere Marta Kostyuk trionfare, senza un motivo reale che vada oltre una dis-umana simpatia a pelle, per ciò che putiniani (e/o) idioti reputano antipatico. Nessun apprezzamento tecnico, perché non svetta certo per soluzioni balistiche che mi facciano sobbalzare dalla seggiola. Neppure estetiche, poiché ormai l'andropausa incipiente mi rende insensibile alla coscia lunga e a quell'insolente capezzolo su ritrose tettine.
L'ancor giovine ucraina (mi pare vada per i 23) mi appariva una delle tante ragazzone che tirano di vanga, afflitte da miopia intermittente, destinata ad una carriera tra la posizione 20 e 50, con picchi d'ispirazione accecata.
A Madrid invece vince con pieno merito un torneo in cui le più forti cadono come pere mature. E lo fa, lei ucraina, con la sadica soddisfazione di infilzare di giustezza due russe. Tale Potapova, che la guardi entrare in campo e pare una étoile del Bolshoi: capelli tirati, fronte alta, espressione da algida russa, collo lungo di elegante cigno. Poi ti basta vederla giocare due minuti e ti appare tragicamente per quello che è: uno scomposto camionista russo che si è scolato due bottiglie di vodka.
In finale, Marta coscialunga punisce la stellina Andreeva, che alla fine mostra gli adolescenziali occhi da siberiana gonfi di lacrime. Mirra è una che ha tutte le carte in regola per diventare forte, ma dopo il trionfo di Miami lo scorso anno le si sono presentati due problemi: lo sviluppo fisico e la convinzione di essere ormai "arrivata", con sciagurati pensieri già ai record di Djokovic da battere ed altre astrusità. Se qualcuno la farà tornare sulla terra, limando quel carattere da divetta snob, può diventare numero uno.
Marta vince e festeggia facendo una capriola al contrario: critiche. Non dà la mano all'avversaria: critiche. Evita le solite banalità di rito nelle interviste: critiche. Insomma, verso di lei che si comporta in modo normale e logico, è in atto una inspiegabile mostrificazione. Leggo dichiarazioni aberranti, non solo sciroccati commentatori da social graziati da Basaglia e dall'internèt, ma anche rinomati scriventi di tennis da Sinner in poi (divido il mondo in A.S e D.S., ormai).
Tutti o quasi concordi nel condannare Marta, "perché non si fa così (colà)". "La mano si dà sempre". "L'avversaria è russa ok, ma questo è solo tennis". "Teniamo la guerra fuori dallo sport". Ed altre immani cazzate a buon mercato, degne degli scemi del villaggio, che scrivono dal divano senza avere un missile su per il culo. Sono gli stessi che farebbero una guerra lampo alla Francia per riprendersi la Gioconda. O che cantano "Bella Ciao" pensando si riferisca alla valorosa resistenza degli invasori.
Vi svelo un segreto: lo sport è vita. Nella vita c'è la guerra. E se un'ucraina gioca a tennis contro avversarie che appoggiano l'invasione del suo paese, ha tutto il diritto di comportarsi come crede. Non stringere la mano mi pare il minimo sindacale. Eppure, qualcuno le dà persino della sionista perché, attraverso un meccanismo psicologico da studiare in qualche centro d'igiene mentale, se contro il genogidio iraeliano verso il popolo palestinese, poi non si può essere anche contrari all'invasione russa in ucraina. Perché? Citofonare Basaglia.
Oltre alla mancanza di stringimano premeditato, altri gravissimi reati vengono imputati dalla inflessibile gestapo da social a Kostyuk, Svitolina e co. Anzitutto quello di fare le patriote, però giocano a tennis in giro per il mondo. In altre parole, vorrebbero che andassero a combattere al fronte come Dolgopolov e Stakhovskij. Marta poi posta sui social le immagini di un allenamento a Kiev, con in sottofondo le sirene d'allarme? Eh no, è solo un'esibizionista.
Scrivendo ad alta voce, giungo a capire perché questa ragazzona ucraina mi sta simpatica: riesce a far emergere la feccia di pensiero che sta minando il mondo. Poi, proprio in coda, me ne viene un altro: lo scorso anno si lasciò scappare che, contro avversarie così testosteroniche e muscolose, lei faceva fatica. Come darle torto? Basta vedere le tante tenniste che camminano con passo da cowboy che si è appena fatto l'irsutA barba e mastica tabacco. La critica più illuminata alle sue parole? "Parla lei che è alta 1,80...ihihihi".
E allora capisci che non c'è speranza.
Due parole di numero su Sinner, non di più. Leggerete tanto e meglio, altrove. A me, quando si inizia a parlare solo di record e numeri, le celebrazioni di regime iniziano a stufarmi. Quasi rimpiango quei tempi in cui eravamo felici e non lo sapevamo, quando dopo 5 anni un italiano tornava a vincere un torneo (un 250!): tale Seppi Andreas. Ne scrivevo qui.
Allora ci furono celebrazioni, per Sinner sta già diventando tutto normale, scontato. La gazzetta rosea nei giorni scorsi gli dava poco spazio, impegnata com'era a trattare lo scandalo arbitri del calcio che, per fare un dispetto all'Inter, pare abbiano congiurato in segreto per favorirla. Cose turche. Pare vi fosse anche quel piccolo Napoleone di Furlani talmente terrorizzato all'idea di un Milan casualmente vincente, da fare loro pressioni per favorire i cugini. Tutto fila.
Tornando alle cose serie, Sinner vince il quinto Masters 1000 di fila. In questa primavera di grazia, ha raggiunto un livello di ingiocabilità che io non ricordo di aver mai visto (forse Steffi Graf). Tra deliri di onnipotenza dei piccoli fans e musi storti dei detrattori che parlano di mancanza di avversari, lui se ne fotte e continua a vincere senza mostrare umane fatiche o debolezze.
Mi limito umilmente a sottolineare che è sempre complicato stabilire quanto gli avversari siano deboli e quanto sia lui a renderli tali. Tolto Alcaraz, che al suo massimo (non sempre) riesce a tenerne il ritmo e a fargli perdere sicurezza variando i colpi, gli altri sono due categorie sotto. Hanno un tennis simile e allo stesso tempo di un livello troppo inferiore per impensierirlo.
A Madrid, senza Carlitos infortunato, ha fatto fuori in serie i migliori su piazza: il giovane astro nascente Jodar (che si conferma già più pronto di cicciobello Fonseca), Fils, il più in palla del momento, seccato in due rapidi set pur avendo giocando al suo massimo e in finale il solito Zverev (in meno di un'ora, modalità Panzer Steffi).
Due parole sul tedesco. Ammetto che me ne stavo lì, provando financo a empatizzare con lui. Povero, finalmente, alla nona batosta consecutiva avrà capito che non c'è nessuna congiura contro di lui, che l'Atp non vuole favorire Alcaraz e Sinner. Dai, stavolta ci sarà arrivato. Perché il primo passo verso la guarigione è la consapevolezza. No, niente: "Oggi avrei perso con chiunque". "Se giochi tutti i match in serale, anche la finale doveva giocarsi di sera".
Non ha un amico, un parente, qualcuno che gli voglia bene e che, preso amorevolmente sotto braccio, gli dica, con tutte le cautele del caso: "Guarda Sasha, noi ti vogliamo un gran bene. Ma se questo gioca così, non lo batti nemmeno se giocate alle 5 di mattina. Andiamo oltre.".

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