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lunedì 10 agosto 2015

LO STRANO CASO DI ADELCHI VIRGILI: IL PIU' GRANDE TENNISTA TRA I NON ESISTENTI









Ogni anno, ad estatici pastorelli ampezzani in crisi d'astinenza da Lsd, vernice e colla, appare l'agognata visione mistico-racchettara: “L'Adelchi Virgili”. Estivo miraggio. Quale migliore proscenio dello smerigliante panorama dolomitico in cui è incastonata Cortina di un pezzo? Tra un apericena con la contessina Serbelloni Mazzanti Viendalmare (suo fugace flirt estivo, secondo il gossip) e shopping con Signorini e Marta Marzotto, il nostro mitologico eroe dall'esistenza incerta (qualche esegeta ne ha financo messo in dubbio la reale esistenza, fornendo aride prove scientifiche) si è manifestato agli astanti dispensando sprazzi della sua impalpabile, non meno che sublime, arte tennistica. E non suoni offesa tirare in ballo la palla a racchetta, quando si disserta del giovin noumeno fiorentino. E' però un piacere misto a curiosità e affetto, guardarlo. Anche per pochi istanti, minuti persi sapendo di averli persi.
La storia, per i pochi, dalle misere esistenze, che ne sono all'oscuro: Una famiglia di sportivi, il nonno Giuseppe, detto “Pecos Bill”, è pilastro della Fiorentina scudettata nel '56. Altri due fratelli tennisti (la sorella Alexia ebbe a fulminarmi per la sua avvenenza un assolato meriggio romano al Foro). Infanzia da bambino prodigio stile Nikka Costa, a dieci anni bastona ragazzini di sedici, palleggia con Marat Safin a Montecarlo, tanto da far trillare al duo “Arsenico e Vecchi Merletti” Tommasi/Clerici come l'Italia avesse finalmente trovato l'erede di Adriano Panatta, se non di Palpacelli. Un fenomeno. Talento pazzesco, fuori dal comune.
Poi le ali spezzate brutalmente e il predestinato anitroccolo impossibilitato a spiccare il volo. Infortuni in sequenza tale da rendere vano anche un viaggio della speranza nel treno bianco di Lourdes: spalla, occhio, rotula, cavo popliteo sinistro, ciglia, unghia sbucciate, e ancora quella maledetta spalla in pezzi.




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Carriera finita prima di iniziare. Le colpe? chi può dirlo, se non io. Con superficialità mista a fonti attendibili provenienti dallo StraFatto Quotidiano si potrebbe azzardare: retroattiva colpa del gaglioffo Renzi per via dei tagli alla sanità a seguito di un fantomatico Patto del Nazareno bis con Abbelluscone svelato dalle intercettazioni di Marystelle Polanco che parla di un perizoma maculato, malasorte o una gestione da telefono azzurro della Federazione. Perché si sa, quando sei in dubbio su qualcosa o non sai un cazzo, dare la colpa alla Fit significa avvicinare la verità più di ogni altra cosa. Sta di fatto come abbiano dato un abito di seta in mano a un'equipe di pecorai sardi tosatori di pecore. Alla tredicesima birra, nel 2010, lo confidai a diffidenti beoni da bar intenti a guardare un barbarico anticipo di serie A: “Se Virgili fosse nato in Guatemala, ora avremo un numero uno al mondo guatemalteco. Ma cosa volete capire voi, che vi sollazzate col pallone di cuoio...”. Fui buttato fuori, ma è un dettaglio.
Virgili scompare, per riapparire qualche anno fa. Avvistamenti come gli squali sulle coste di Mazara del Vallo in agosto, leggende che si alimentano, qualcuno giura di averlo visto moltiplicare palline e prendere a pernacchi Gianluca Naso, altri lo danno in finale di Miss Italia a Salsomaggiore. Gioca le qualificazioni nei challengers italiani, perché col fisico in vetroresina che si ritrova è difficile fare più partite di seguito negli Itf. O, come in un picco di megalomania fideista sottolineano quelli del suo fan club (i pastorelli strafatti di cui sopra, passati al popper con Paolo Brosio): “A giocare con quelli che tirano piano si annoia”.
Qualcuno fornisce prove visive di come con una spada arrugginita (Prince anni '90, quella di Chang a Parigi per intenderci) sballottoli da una parte all'altra il pupazzo Troicki per un set e mezzo facendogli strabuzzare ancora di più gli occhi appallati. Ramos, dopo aver visto le streghe, lo racconta come il più forte avversario incontrato nel challenger vinto a Genova. Ridicolizza un altro top 100 come Kavcic. Ma sono solo piccoli momenti di eccentricità, fini a se stessi. Perché l'Adelchi non esiste come altro da sé. “Non sarà mica un tennista!” ti viene da esclamare nell'ambivalente, miracoloso, significato, dispregiativo e ammirato, paragonato ai mestieranti che osano mettergli di fronte.




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Rieccolo quindi a Cortina quest'anno, per un altro lampo estivo. Ha 25 anni, secondo i sacri testi tramandati ai discepoli. Ma anche su questo, gli umani dibattono. Per qualcuno ne ha solo 19, per altri supera i 45. Passa in carrozza le qualificazioni. Quindi stende in modo impietoso il rematore brasileiro Ghem, uno che di classifica fa 108. Non male, per un non tennista. Il giorno dopo le telecamere catturano le sue nobili gesta. Di fronte ha il Nadal italiano, tale Giannessi. Sembra di vedere Rafa e Roger quando avranno 65 anni a Villa Arzilla. Il Virgili ha fluente chioma bionda raccolta in un toupè e pizzetto da D'Artagnan. Uno che, se avesse sfondato, avrebbe avuto anche le Adelchiners. Non ha cattiveria nemmeno nel commiserarsi, in un continuo monologo piagnucoloso con la faccia da principino viziato, ma buono. Altezzoso, consapevole d'esser diventato un personaggio mitologico senza volerlo, di far parlare più lui da numero 1300 al mondo che un top 200. 
Gestisce lo scambio in modo scriteriato, spesso in ritardo, perde la palla compensando con una tecnica fuori dall'ordinario per quelle platee desolanti. Fa stretching alla martoriata spalla tra gli apprensivi “ohhh” dei fans. Non ha testa, cattiveria, fisico manco a parlarne, tattica deficitaria anche per uno junior...eppure quando gli parte il braccio resti incantato: una facilità nel colpire e generare velocità che hanno in pochi, di cui alcuni hanno vinto slam. Millimetriche smorzate, folli e compulsive, volée stoppate, accelerazioni vincenti al fulmicotone con naturalezza tale che altri, facendo cento volte più fatica, non riuscirebbero ad avvicinare. I negazionisti del talento non lo capiranno mai, non capiscono un cazzo del resto. 
L'umile lavoratore Giannessi sbuffa e arrota con mano callosa e vorrebbe avere un mignolo di quella virgiliana, così poetica e aristocratica, mentre bucolicamente raccoglie violette e fiori di lillà. Va a un passo dalla vittoria il prode fiorentino, poi saluta la compagnia con uno smash da chiamare gli artificieri. Perché è l'Adelchi, e non esiste. Ci fa solo il dono di apparire ogni tanto, a menar due colpi come si deve. E basta così. 
Esistono rari geni come McEnroe, immensi talenti da numero uno assoluto tipo Federer, chi come Nadal diventa numero uno grazie al mostruoso lavoro. Talentuosi o lavoratori cui manca qualcosa per diventare campioni, come Gasquet o Ferrer. A ruota i "piripicchi" dal vile talento inutile e onesti mestieranti, i Petzschner e i Dutra Silva. E poi i Virgili, che non sono mai stati niente per diverse vicissitudini, ma conservano ancora quel dubbio, scintilla salvifica dal tizzone che arde sotto la brace. Gente così piace perché è un affresco vuoto. Non incarna il tradizionale campione, perdente o cazzaro, ma appaga inconsce frustrazioni giovanili del “Se la sfortuna non si fosse messa di mezzo, avrei duettato a Wembley con Freddy Mercury, vinto il Pallone d'oro, due Oscar...”. Così lui, che ha potenzialmente scritto “Stairway to heaven” mentre faceva pilates, ma venderà meno della Fico. 
Solo ora mi accorgo di una cosa: questo è solo un breve preambolo, iniziale cappello di un discorso ben più profondo sul tennis, il mondo, la vita e la fica. Pazienza, sarà per la prossima volta.

Quasi dimenticavo, chi volesse può continuare a votare questo blog. Dividerò con voi una grossa, turgida, caciotta.
http://www.superscommesse.it/blog_anno/blog/321/tennis-e-psiche/

domenica 21 luglio 2013

FEDERER, COME PESANTE BALLERINA. IN GERMANIA SBOCCIA FOGNINI






Cialtroneggiando di tennis sotto l'albero di fico, tra nubi che danzano simili a ballerine monche con i baffi


Mezz’estate di organghi, kazake rimpatriate, Miss Italia censurate e tennistiche stelle cadenti. Capita di assistere al terzo set del confronto tra Roger Federer e Florian Mayer. E l’angoscia mi coglie nel vederlo arrancare, mentre lo smunto padrone di casa scucchiaia colpi come un turista accaldato alla fermata del bus numero 590. Federer trascina i passi, scrolla la schiena per liberarsi di fantasmi fisici e mentali. E parte con un ace nel “sette”. Gioca sui due colpi, la porta a casa. Di algida tigna. Ci mancava, nello sconfinato campionario svizzero.
Ma, ripeto, che angoscia. L’angoscia data da uno non pratico, che con gli umani non ci può giocare, parafrasando Guccini. Ero il primo a dirlo, a preparare la sua torcida: bisogna fare i conti con l’età, col trascorrere inesorabile del tempo, come perle di collane di tristezza (ancora il Maestro di Pavanà). E non ci puoi fare niente. Il tramonto del campione e la parabola al declino mi ha sempre affascinato. Forse sadismo nel vedere qualcosa di dannatamente bello nella sofferenza (chiamatemi Sciopenauèr o attempato Emo con la cresta). Nella caparbietà irriducibile dell’ei fu invincibile. In Federer è tutto più difficile, complicato. Non si è abituati a vederlo così in difficoltà, e un minimo accenno di pesantezza diviene dramma fisico. Ci si immagina scenari differenti rispetto a un fin troppo banale e carnale declino fisico.
La maglia è bellissima, la nuova racchetta una specie di destriero nero che (a detta di luminari Wilson) dovrebbe prolungare la sua carriera. Invece lo vedi come elegante ballerina sciancata. Pesante, a tratti piombato, prima di liberarsi in estemporanei colpi di antica bellezza. Perché il braccio rimane, oltre tutto. E la voglia non gli manca, a sentire come ruggisce appena stampa il break decisivo contro l’afflitto Florian (gruccia appendi abito) Mayer. In semifinale è altra dolorosa tappa della via crucis. Una Ferrari a 80km/h per le vie del paesello, con le luci intermittenti. Arranca ancora, contro un avversario diverso. Il potente mancino argentino Del Bonis. Fisicamente un Michael Stich dopo aver ingoiato uno scaldabagno. Tecnicamente roncola come non ci fosse un domani, quasi imbracciasse una mazza da baseball. Promessa mai sboccciata questo argentino dal servizio sincopato. Dopo anni passati a vagare per challenger come mollusco violento, contro Federer non trema. Annusato il sangue del campione ferito, diventano tutti spietati carnefici. E’ la legge della savana.
Nuova racchetta, mal di schiena. L’evidenza dei fatti è un Federer oggettivamente dimesso. Se sia una situazione momentanea, ce lo diranno i prossimi mesi. Non mi sbilancio, anche perché già odo una specie di ammonente D’Alema con Renzi “Parla troooopppo questo”. Lui, come niente fosse, annuncia di voler tornare ad Amburgo nel 2014. Vuole essere presente in “tornei in cui non ha mai giocato”, come una rockstar all’ultima tournèe.
Nella tv federale martellano sui problemi fisici, poi si bloccano. Calma ragazzi, in una eventuale finale contro Fognini deve essere un Federer al meglio, per rendere l’impresa del nostro ancor più leggendaria. Con trombe Eri-Eiar. Ecco, se una cosa potrà consolare i tifosi di Federer, è questa: passare dall’avvilimento per i recuperi di Nadal a quello per lo “speedy Gonzalez” italiano stampato sui tabelloni sarebbe stato troppo.
In Germania è una Fogna traboccante. L’italiano trova due settimane straordinarie. Stoccarda, Amburgo. Primo Atp 250, primo Atp 500. Certo, tornei balneari, privi di grandi campioni, ma lui mostra una maturità non conosciuta. Tronfio e impettito, ma calmo. Batte buoni top 20, spedendo al manicomio con i suoi recuperi un Tommy Haas furente, Kohli e Almagro (va beh). Ottimo braccio, gambe che mulinella in modo impressionante. Corre e recupera tutto il possibile e soprattutto non perde mai la testa, abbandonandosi a quei siparietti che hanno causato la sua tardiva esplosione. Tranne il thrilling in finale, perché chi nasce tondo...Ennesima dimostrazione di quanto nel moderno tennis contino due cose: fase difensiva e testa. Lui poi ha anche qualche buon guizzo contrattaccante. Senza lasciarci andare in mirabolanti ed enfatiche dichiarazioni (“niente sarà più come prima nel tennis italiano”, “genio”, “campionissimo”) entra nei top 20. Che li meritasse, su terra, s’era già capito a Montecarlo. Curioso di vedere fin dove i miglioramenti daranno frutti anche sul cemento americano (più lento della terra, secondo Serena). L’Italia ora ha due top 20 o quasi, tra lui e Seppi. Capaci di vincere tornei. Era quello che si voleva anni fa. Diversissimi tra loro. Costante e regolare su ogni superficie l’atesino, terraiolo dal maggior brio e talento imprevedibile il ligure. Volendo sviscerare il dato tennistico con consueta sicumera e pregnanza di dettami tecnico-tattici, vi dico: certo, si chiamasse Rugiadini e il nckname fosse “Rugiada” e non “Fogna”, sarebbe meglio. Mai negato però come della sua generazione fosse l'unico da cui aspettarsi qualche guizzo. Poi, come testimonia la foto (donne, mani al loro posto), non è mai banale.
Cappellate a parte, il ligure fiorisce (e visto il nick name, non occorre riadattare De Andrè) proprio quando in italia esplode la “Quinzimania”. Diciassettenne predestinato, dopo il successo di Wimbledon junior. A Recanati, nel nostrano torneo cementifero, vince il suo primo incontro in un challenger. Due mesi prima di Federer (ma ha imparato a nuotare sei mesi dopo, eh). Poi se la gioca quasi alla pari con Cipolla, che da vecchio lupo non ci sta a perdere. Mi diverte vederlo in doppio assieme al redivivo Adelchi Virgili, semidilettante e seminfermo, anche lui predestinato dieci anni fa. Ora ci sta riprovando, dopo tanti infortuni e gestione sciagurata, sotto la guida della volpe Fanucci. La strana coppia arriva addirittura in finale e i due sembrano, tecnicamente e per differenza di età, i nostri potenziali Nadal e Federer. Poi dite che non sono un sognante patriota…


Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.