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sabato 28 agosto 2010

FEDERER RIPARTE DA CINCINNATI


Roger Federer torna alla vittoria dopo sette mesi, battendo un indomito e sorprendente Fish. Nell'Ohio si squaglia Murray, annaspa Djokovic, frulla a vuoto Nadal. (Le pagelle)

Roger Federer: 7,5. "Ricomincia da (sessanta) tre", come i titoli vinti in carriera. Intendiamoci, non un torneo memorabile per l'ex monarca, fortunato nel doversi spendere solo dai quarti in poi. Imbarazzante la facilità con cui dispone di Davydenko e Baghdatis, fluttuando colpi e asciugando rare stille di sudore. A tratti la sua maggior difficoltà, forse, è quella di avere 1256 soluzioni a disposizione. E spesso decide di non usarne nessuna, gettando via tutto assumendo uno strano pallore nel volto. Sarà la suggestione del nuovo allenatore, ma la novità dell'estate americana è una ritrovata semplicità. A tratti pare uno scolaretto devoto. Prova colpi ed effetti nuovi, contro il cipriota prende la rete con gran frequenza, e si produce continuamente, con alterne fortune, in quello che è uno dei credo di vita del nuovo coach Paul Annacone sin da quando giocava: il "chip&charge". Il risultato è che sembra meno svagato ed indeciso del solito. Storia a sé la finale, dove fatica a leggere il servizio di un Fish implacabile e continuo, e la spunta solo alla distanza, ma senza grosse fughe dalla realtà.
Mardy Fish: 7,5. Autentico eroe del torneo. Dopo anni da pachidermico internato nella clinica "ossi rotti (ve li aggiustiamo ben)", é tornato a livelli impensabili. Infortuni in serie fantozziana (tibie, polsi, ginocchi e persino costole) e questa specie di "er ventresca", espressione di lenta improvvisazione e dieta da Homer Simpson, sembrava perso per il grande tennis. Quest'anno l'ex "grattacheccaro" bolso con gli occhi piccoli come capocchie celesti di spilli e la barba trascurata, s'è trasformato in smilzo atleta modello. E sul campo si vede. Gran servizi e deliziosi colpi piatti. Oddio, guardarlo dimenarsi, vagamente ingobbito ed apprensivo nei pressi della rete, è sempre un'esperienza sensoriale. Ma la mano è di quelle buone. Tra gli americani, escluso l'invalido civile Dent e Blake forse già tumulato da qualche parte, Mardy è il più divertente. Sapide sberle per battere in serie: Simon, Verdasco, Gasquet, Murray e in semifinale l'amico Roddick. Dopo la prima pausa per pioggia, si teme l'incresciosa ricaduta bulimica e che nell'attesa abbia ingurgitato un bue farcito con maionese e ingollato una mezza dozzina birre. Ma sul 4-6 2-5, la pioggia a catinelle invece arriva in suo soccorso, assieme ad un Roddick smidollato. In finale gioca praticamente alla pari anche con Federer. Io però, continuo ad esser turbato da quella mezzindiana che inforca i ray-ban, al suo angolo. Assai notevole. La moglie, mi dicono, un'avvocatessa del jet-set. Indubbiamente il miglior colpo del buon Mardy.
Marcos Baghdatis: 7. Sempre col fantastico atteggiamento di chi é entrato in campo per digerire una cofana di spaghetti alle vongole, trangugiati mezz'ora prima. Tra un rutto abortito e l'altro, il bacherozzo cipriota con lo chignon mena le danze del suo divertentissimo sirtaki-tennis. In forma smagliante, ispirato e continuo come nei rari momenti belli. Fantasia al potere. Risate da Pierino che l'ha fatta grossa, bei fendenti e la solita scucchiaiata-smorzata di dritto, marchio di fabbrica come la "z" di Zorro panciuto. Spedisce a casa Berdych e dopo gran battaglia anche Nadal. Perde l'ispirazione in semifinale, contro un Federer sull'orlo della perfezione.
Andy Roddick: 6. Sembrano lontani i problemi degli ultimi mesi e la mononucleosi. Vince una gran corrida violenta con Soderling, batte Djokovic, dimostrandosi meno goffo e arruffato del serbo (e ho detto tutto). Ad un passo dalla finale il cingolato s'ingolfa, come arrugginito dalla pioggia. Lascia via libera a Fish giocando un tie-break da chiamare gli artificieri, protezione civile e Wwf. Dritti e rovesci in piccionaia, volée da mezzadria spiccia. In ripresa, comunque.
Rafael Nadal: 5. A vederlo frullare a vuoto come un invasato tormentoso, vien da riciclare qualche commento del mese di marzo. Altro sport, il tennis sul cemento. Lontano anni luce dal Rafa numero uno cannibale sulla terra e vincente sui prati. Persino Benneteau rischia di fargli lo sgambetto, poi riescito al giulivo "cabezon" in vena di magie, Baghdatis. Sui campi duri il maiorchino sembra uno scoiattolo muscolato intrappolato in un cortile, o Pippo Inzaghi piazzato sulla fascia. Tanto basta per far defilare il numero uno al mondo per il successo a New York. Ma uno slam è così lungo e pieno di variabili, che le sue carte se le giocherà fino in fondo.
Novak Djokovic: 5--. Un festival di marchiani errori da maniscalchi, grotteschi rovesci affettati con grazia da ruvidi falegnami artritici, discese a rete e volée stuprate oscenamente. Il serbo torna a sbarellare come nelle giornate di maggior grazia ripugnante, nel raggelante match perso con Roddick. Un esperto m'ha confidato il quinto mistero di Fatima: Se Nadal non confermerà la stagione monstre sulla terra, Federer seguita nello spettacolo da "Sig. Tentenna" e Murray non manda la mamma in un ospizio/casa della carità, nel 2011 il serbo diverrà numero uno al mondo. E sarà giunto il momento di dedicarmi con gaudio al campionato di cricket rodesiano.
Andy Murray: 5-. Come un fuscello morente sotto il sole selvaggio dell'Ohio, Gulbis e Fish lo costringono a folli corse da rachitico pupazzetto virtuoso. Un quadro futurista dell'orrore umano. Si attende da un momento all'altro che esali l'ultimo sdegnoso respiro: Sbuffa, si lamenta, zoppica, caccia fuori la lingua, digrigna i denti, quasi sul punto del prolasso cardiocircolatorio. Poi una leggera emiparesi. Quel ventilatore alle spalle, durante il cambio campo potrebbe anche ammazzarlo come il Dott. Braschi, 92enne stroncato da uno spiffero maligno. Un indegno teatrino, perché poi Andy seguita a trottare ed arpionare prodigiose palle in recupero, come e più di prima. La mamma bacucca/fine psicologa (madida di sudore e violacea nell'atto di contenere maldestramente il livore omicida), lo aizza all'agonismo di caucciù. E quello inizia anche uno spettacolo fatto di raggelanti e disconnessi "c'mon" da cavernicolo effeminato, che non spaventerebbero nemmeno un porcellino d'india lattante. Basta per vincere in volata contro il selvaggio Gulbis, niente da fare col più paziente Fish. Tutto questo per dire che Andy ha pagato una leggera stanchezza rispetto all'ottima performance di Toronto.
Julien Benneteau: 6+. Gioca bene questo francese con la faccia da Cesare Cremonini (venti chili fa) o da attore di commedie francesi d'infima risma. Sa fare tutto bene, niente benissimo. Ficcante a rimbalzo e discreto anche nei pressi della rete. Completo e frizzante come l'acqua "Bertier" sgasata da tre giorni. Pure un bell'agonista elettrizzato, sembra. Impallina Nadal per quasi due set, fino al match point, quando assume la stessa espressione dello sveglissimo "trota" (futuro Premier, ne sono certo) se gli parli del mare di Otranto o del Barocco. E quello ti parla dello stilista.
Nikolay Davydenko: 6. Con quella berretta sblusata sui lati da operaio polacco d'inizio secolo, somiglia al tragico protagonista di un film muto moldavo. Di quelli che in piena notte ci propone, con animo estatico e un fil di voce, Enrico Ghezzi. Ma lo Stakhanov del tennis gioca un discreto torneo. Quarti di finale e decorosa difesa contro Federer.
"Cincinnati Bengals", le tigri del Bengala (oggi le comiche). Gasquet/Youzhny: 6,5. Due schermidori che si sfidano nel a colpi di fluetto, nel reparto "psicopatologie autolesioniste con tendenze al suicidio", nella clinica "il cervello è 'na sfoglia'e cipolla". "Er canaro" russo accarezza rovesci musicali. Come li adagiasse di giustezza col calloso palmo della mano. Ma dopo un ammaliante primo set si sgonfia. E cede il passo al tormentato giovane aspirante al martirio transalpino che tira di rovescio come stesse imbracciando un violino tzigano. Richard, ancora alle prese con una schiena ballerina, poi cede a Fish. Koellerer: 6,5. Squalificato per tre mesi. Già fa ridere. Se si pensa che la motivazione è l'innocuo inserimento di un link di scommesse nel suo sito, la situazione é kafkiana. Ma se uno aggiunge anche che la squalifica é stata sospesa, si deve concludere che la federazione internazionale è diventata il "muppets show". Come se qualcuno si fosse convinto che Pacciani era il mostro di Firenze, e lo avesse condannato solo perché ogni tanto disegnava gli omini con le corna. E a 3+3 facesse seguire 6 (il numero del Demonio). Ma se non sbaglio avvenne già. Gulbis/Melzer: 7. Uno dei tre match più belli della stagione. Ad immaginarlo. Perché si svolge lontano anche dalle telecamere di "tele Vietnam libero". I geniali organizzatori (voto, 1-) preferiscono dare spazio al match da "nightmare" Querrey-Ferrer (1,5) con "o' zappatore" iberico che frantuma l'inenarrabile uomo di cemento yankee. Il lettone vince al al tie-break decisivo, dopo aver annullato anche dei match point. Poi sfiora l'impresa contro Murray. Tratta il numero 4 scozzese come un emaciato orsetto delle giostre con la faccia da pipistrello. Martoriandolo a suon di dardeggianti accelerazioni, ed ispirate foglie morte. Cede solo alla maggior esperienza dell'avversario, virtuoso come pochi nella difesa sul cemento. Petzschner: (ameba vera). Da Wimbledon a Flushing Meadows, sette rutilanti sconfitte. Senza alcun nerbo, anche contro l'atroce "innominato" di cemento. A New York farà il pizzettaro sugli spalti. O batterà Djokovic. Kohlschreber: 6. Un malvagio infortunio alla spalla gli impedisce il solito bel set di spennellamento contro Federer. Si spera lo ricompongano in tempo per gli Us Open.
Italia (di terra bella uguale non ce n'è). Ancora al mare, a mostrar le chiappe chiare. Fognini: 4,5. Non fai in tempo a scrivere che è il meno anacronistico dei nostri, con una racchetta in mano, e il "McSafin" de noantri si impegna a smentirti. Perde da Benjamin Becker nelle qualificazioni di Cincinnati e da un sudafricano numero 483 al mondo in quelle di New Haven. Fenomeno vero. Ma a New York è l'unico a poter vincere qualche partita. "Ammazza come siete ridotti in Italia!", potrebbe dire uno straniero che ignora situazioni ben più tragiche nel belpaese, e magari non sa che le leggi dello stato italiano vengono elaborate da un manipolo di strambi secessionisti in camice verde seguaci del Dio Odino. Sotto la guida di un omino con la stessa faccia di gomma di Sandra Milo travestito "Tommaso 'o pallonaro" ventiduenne. Seppi/Starace: s.v. Pronti ad aggredire il cemento di New Haven con ardimento e ferocia da fiere sanguinarie. Andreas pare sollevato dalla rinuncia di Serena Williams. Intimamente temeva di incontrarla in piena notte in un vicolo del Bronx, o che gli organizzatori gliela piazzassero come avversaria di primo turno. I soliti pettegoli riferiscono invece come il napoletano, bardato di un toupé biondo platino in stile Platinette, si fosse iscritto all'Itf femminile che si gioca nel Bronx questa settimana. "Questo si che é un torneo per veri duri!", ha esclamato. Smascherato prontamente dai gendarmi. Bolelli: s.v. Ancora con la paperella salvagente, pronto e guizzante come un tonno, nelle qualificazioni di Flushing Meadows. Preparato a puntino per la superficie veloce che pur si adatt(erebbe) alle sue caratteristiche tecniche, dopo cinque mesi di terra rossa. "Ma si gioca lo stesso con la racchetta, nevvero?", qualcuno lo ha sentito chiedere in giro. Paolo Lorenzi: s.v. Anche lui di poco fuori dal main draw dell'ultimo slam stagionale. Una gita pagata negli states forse la meritava anche. Ma uno che becca 6-2 periodico da Koellerer, deve farsi delle domande. Volandri: (6,5 per il commento tecnico su sky, che ho accuratamente schivato come l'ebola). E cosa vuoi pretendere ancora da Volandri. Si é riguadagnato i top 100 con caparbi risultati nei challenger. Qualcosa potrà ancora fare negli Atp da discount su terra. Non entra per poco nel tabellone di Flushing Meadows. Peccato, avrei pagato di tasca mia per vedere un Isner-Volandri. Andrà in lambretta a Manerbio, superfavorito per la vittoria.

lunedì 26 ottobre 2009

Storie di talenti dimenticati. Youzhny, Baghdatis, Malisse, Young, Schiavone


Una settimana che svela storie di talenti, infortuni, promesse, carriere sprecate, come lagate da un invisibile file rouge. Ci rifletto e ne scrivo, dopo una fugace, ma avvincente lettura dello scontro politico in atto (a suon di battone, escort, marchette e trans a pagamento).
Il talento schizoide di Mikhail Youzhny viene fuori all'improvviso a Mosca, nel gelo del suo torneo di casa. L'autoflagellante russo dalle mascelle abnormi, come per magia, tira fuori dal suo cilindro di trucchi
e parrucchi, quel rovescio antico, melodioso e incantatore, col quale potrebbe stordire ed affettare quasi tutti, oppure cuocere, salare e pepare un ovetto alla coque. Trionfa e rimane un mistero buffo, come un simile personaggio non sia costantemente tra i primi dieci al mondo. Forse perchè è semi infermo di mente.
Tra le ghiacciate lande del nord della Svezia, rifiorisce d'incanto, il talento stroncato di Marcos Baghdatis (foto), cipriota dal sangue caldo. Dopo la finale dell'Australian Open 2006, si era perso tra infortuni fantozziani ed ebbri colpi di testa. Ben lungi dall'esser campione (neppure potenziale), Marcos, non sfigurerebbe tra i primi dieci, e non è nemmeno un finalista di major per caso, con credenziali tecniche inferiori ad uno Schuettler (per dire). Dell'antica sagoma con barba eremitica e capelli a mucchio selvaggio o nido di chiurlo, che tanto lo facevano somigliare allo yeti versione abbruttita, è rimasto solo il fisico da impiagato del catasto, il ventre pingue da consumatore abituale di matriciana e pajata, ma anche un braccio che avrebbe potuto essere da top player. E proprio il fisico di cristallo, tenuto insieme da nastro adesivo, ha reso la sua carriera un sirtaki agonizzante. Un lungo travaglio, che avrebbe spinto alla resa in molti. Lui, con la sua bella faccia da tarso marsupiale della patagonia, no. A 24 anni ha provato l'ennesima risalita, mescolandosi alle inumane tonnare dei challenger, dimore dei senza arte, parte e talento, come fosse uno Junqueira o un Falla qualsiasi. Encomiabile tentativo di calarsi nel purgatorio, premiato da tre vittorie, prima della improvvisa rinascita anche tra i "grandi", a Stoccolma, dove s'è bevuto in finale il migliore dei due fratelli gnomi Rochus, Olivier. Ora è tornato numero 41 al mondo. Niente male per uno che non è mai stato un campione. Ginocchia e schiena permettendo, il futuro è suo, più che di un Robredo.
A braccetto col cavallo (meglio, pony) pazzo cipriota, un'altro nobile decaduto, ridotto a star momentanea dei tornei minori, Xavier Malisse. Spreco di talento abbagliante. Più dotato ed attempato, ma con lo stesso volonteroso miraggio di ricostruirsi una carriera dignitosa, alla soglia dei trent'anni. Il belga, una finale di slam la mancò d'un soffio a Wimbledon, sconfitto più da una surreale tachicardia, che dai bei colpi di Nalbandian, proverbiale tennista di panza e creanza. Anche Xavier, come Marcos, limitato da una serie infinita di infortuni, con l'aggiunta di un'indole pigra, da messicano stanco in riva al mare, intento a ciucciare un cocktail al tamarindo. L'ex signor Capriati, ieri vince il challenger di Orleans, terra di pulzellette guerrigliere con le gote rubizze e paffute, vincendo tra l'altro, una tirata semifinale contro il mancino volleatore Llodra, match centododici volte più avvincente di un Nadal-Roddick. Non potrà più essere l'antagonista di Federer, neppure un top 10 incostante, ma almeno giocarsi le restanti cartucce nel 2010.
Storie di talenti sbandierati, promesse pompate e poi afflosciate, direttamente dagli States. Lui è Donald Young, talentino dalla mano dolce. Raffinato mancino afroamericano, nato a Chicago da famiglia benestante. Il predestinato, per molti. A soli dieci anni, quel moccioso si trovò di fronte a "sua immortalità: John McEnroe". Il tempo di qualche palleggio, e un Supermac allibito sentenziò e vaticinò mirabilie future per quel ragazzino. In pieno e pittoresco delirio sensazionalistico, se lo autonominò erede. "Vedrete che non mi sbaglio, il ragazzo ha una mano magica.". Mac che parla di "mano "magica" riferendosi ad altri, deve destare attenzione, come minimo. Ma stiamo ancora aspettando. Come attendiamo il destino di quella dozzina di pedatori, che Maradona ciclicamente battezza suoi successori. Stritolato da quella sentenza, Donald ha giocato un paio di stagioni a discreti livelli, affacciandosi brevemente tra i primi cento. Al culmine di un 2009 orribile, in cui non riesce a mettere in fila due vittorie nemmeno in un torneo condominiale, tra una voce di bella vita e l'altra, scivola fuori dai primi duecento. Obama-Young, profeta erede di Kennedy-McEnroe, suona come uno dei tanti bluff. A Cabasas, piccolo challenger Usa, ritorna in auge il suo nome, vincendo un bel torneo. Chi lo sa. Forse la profezia di McEnroe, merita ancora qualche credito. A priori. E per il fatto che il ragazzo ha solo vent'anni.
Ultima storiella, quella del talento offuscato e permaloso di Francesca Schiavone.
L'esperta milanese, dopo una serie interminable di sconfitte sul traguardo, fa sua la finale di Mosca. Fors'anche pungolata, infastidita ed appannata dalla stellina nascente di Flavia Pennetta, finisce per giovarne, trovando stimoli e motivazioni che parevano smarriti. "Leonessa", stanca di dover rispondere a domande di giornalisti subnormali sugli exploit di Flavia, riaffila denti ed unghie usurate, e riemerge di puro orgoglio. Non ha un bel carattere, il viso solare, l'appeal mediatico e la solidità acquisita dalla collega brindisina, ma al tennis gioca meglio, lavora bene la palla, ha schemi vari e completezza di gioco notevole. Vederla così in palla, è una buona notizia, in vista della prossima finale di Federation Cup.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.