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lunedì 4 luglio 2011

WIMBLEDON 2011 - LA SCONSACRAZIONE


Giornata del post mortem - ora posso svelarlo, la mia lettera di auto implorante licenziamento dalla fabbrica di biscotti “sgranocchia-ben”, mi fu dettata dal Bisignani

(essendo tempo di esami, nessuna insufficienza grave. Tutti promossi)

Novak Djokovic: (il nuovo numero uno, debbo pure pagellarlo?). Fermatelo voi, se ne siete capaci. La consacrazione definitiva doveva necessariamente avvenire sui sacrali ed immacolati campi di Wimbledon. Come ispirato Pippo Franco che riceve la palma d’oro a Cannes. Seduto al fianco di Woody Allen. Si può pensare alla consacrazione ancestrale, o sconsacrazione del premio stesso. Fate vobis. Io pendo tutto per la seconda ipotesi, con quel centrale ormai sconsacrato, avvolto da fiamme pagane. Domina anche sulla sconsolata ed inerme erba, divorandosela e abbrancando palline con occhi appallati e scucchia orrendamente ritorta. Come su terra o cemento, cambia poco o nulla. E’ ormai in una condizione psico-fisica che lo rende immune da quasi tutto, e giustamente raggiunge anche la prima piazza mondiale, come degno coronamento. Soffre, solo un po’, le giovanili esuberanze di Tomic e le fiammate goduriose di Tsonga. Poi trionfa su Nadal, ormai divenuta sua sacrificale e simbolica vittima. Il resto è un mare d'inquietante isteria pecoreccia che lo circonda. Mai visto nulla di simile. Un battaglione di parenti-amici-ultrà che si eccitano scomposti come nemmeno dietro le reti della “bombonera” per un goal di Martin Palermo. Una sequela di immagini agghiaccianti, col babbo sempre sul filo del prolasso, la madre, bianca come un cencio a pregare ognissanti di Serbia, il fratellino che pare uscito da un riformatorio per ricchi snob, e dulcis in fundo, la ciliegina per l’occasione solenne: Il presidente agitato come “l’ultrà Ivan” sulle tribune di San Siro. Tutto paonazzo, rischia di ruzzolare giù per la contentezza. Provate ad immaginare il nostro premierissimo satiriaco sul centrale di Parigi che si agita per Francesca Schiavone. Beh, una delle poche figuracce internazionali che ci mancano. Quello al limite lo avrebbero rinvenuto con gli occhietti vitrei dietro le sottanelle svolazzanti di qualche tennista under 17. Ha rotto gli schemi Nole, dicono in molti. Dipende come si rompono, direbbe un altro. Se questa moda dovesse fare proseliti, azzardo, dal 2012 vedremo anche qualche passamontagna e i fumogeni sul centrale di Wimbledon.

Rafael Nadal: 6. Detronizzato implacabilmente, con l’immagine della sconfitta dipinta sul volto. Ha ormai trovato in Djokovic il sadico fustigatore con inquietanti sembianze esagitate. E la tournè americana, sindromi d’appagamento serbe a parte, non promette nulla di buono. Si arrampica alla finale con buone prestazioni ed i soliti trucchetti da scugnizzo dedito alla commediucola dell’arte. Rimane cosa bruttissima l’abuso del medical time-out personale. Stop auto imposto all’inerme arbitro prima di un tie-break decisivo, nel match che rischiava seriamente di perdere contro Del Potro. Come l’anno scorso e come l’anno prima, stessa spiaggia, stesso mare. Poi è feroce nel dilaniare ancora le velleità di Murray in semifinale. Djokovic fa giustizia, per una volta.

Jo Wilfried Tsonga: 7. Pura sciocchezza e consolatoria menzogna intellettuale, parlare di vincitore morale. Sia chiaro, la coppa e la finale è andata ad altri. Rimane, invece, il trionfatore del bel gioco visto a Londra, mettiamola così. Dal gran match vinto con l’astro nascente Dimitrov (6+), all’epocale stesa inferta a Ferrer (5, allo sbarazzino ciuffetto da Shining), fino alla fenomenale rimonta a Federer ed i maestosi guizzi di quel fine quarto set con Djokovic. Un quarto d’ora di delirio puramente dimostrativo, perché poi è la costanza a contraddistinguere chi alza le coppe degli slam. Spacca il granito e lavora finemente il cristallo, con quel braccione. Finalmente risparmiato da infortuni e piccoli acciacchi, questa poderosa macchina da spettacolare tennis ha dimostrato che può ancora essere protagonista. Dio, e quel fisico da bisonte di cristallo, permettendo.

Andy Murray: 5,5. Aspettando un Godot, disgustato da se stesso. Ennesimo delirio d’isteria inglese costretta a fare confusione tra croce di San Giacomo e Sant'Andrea pur di potersi dire patria del campione di Wimbledon, disatteso mestamente. Il ragazzo sa ben giocare al tennis. Possiede bel braccio, discreta tecnica e buona tattica. Non abbastanza per contrastare lo strapotere fisico di Nadal e Djokovic, che giocano quasi un altro sport, specie al meglio dei cinque set. Fagocitato implacabilmente da Nadal in semifinale e dalle troppe, asfissianti attese che lo circondano da anni.

Roger Federer: 5,5. Il re nudo, che si cala tra le genti arrembanti e rabbiose. Etereo, innaturale e distaccato. Ne potrei scrivere una preziosa ed immortale opera letteraria, che batterebbe ogni record (negativo) di vendite: Nessuna copia venduta. Perché la verità, in fondo, è sempre più semplice di come la si descrive.  L’eroe distaccato dei mille record ha ormai un livello di tennis inferiore a quello degli altri due. Per intensità, picchi di atletismo forsennati e soprattutto costanza. Poi può anche capitare uno Tsonga in versione mostre, cui inchinarsi. Ma vederlo senza nemmeno l’apparente voglia di provarci, quasi fosse stato sorpreso dall’insolente rimonta del ragazzone di origini congolesi, rimane affare stridente seppur in linea col suo personaggio. Io faccio caso a parte rispetto a chi si costerna per i mancati record, ed anzi, la storia del campione in parabola discendente mi ha sempre affascinato. Rimango pur convinto che sui prati, la differenza con gli altri due si assottiglia, e se la sarebbe anche potuta giocare, dalle semifinali in poi. Ma stavolta c’è stato Tsonga, e dunque non lo sapremo mai.

Bernard Tomic: 7. Volti nuovi nell’Atp. Oddio, parlare di volti nel caso del giovane australiano, potrebbe risultare crudele, visto quell’aspetto da Belpietro adolescente che si compiace dello scoop su un Fini dodicenne fotografato con delittuosi calzini più rossi della piazza rossa. Questo invasato ragazzino mi colpì due (o tre) anni fa nel torneo junior, visto per caso prodursi in una prestazione di folle difesa arroccata, quasi da letteratura mitologica. Raggiunge i quarti di finale, partendo dalle qualificazioni ed approfittando di un Soderling malfermo. Una precocità che lo accomuna ai grandi. Regolare e dal tennis facile, risulta meno appariscente di Dimitrov e Raonic (6, sfibratosi clamorosamente prima di trovare Nadal. Un caso, per carità.), ma forse con più carattere e tigna da vincente. Ai posteri.

Feliciano Lopez: 6,5. Altro protagonista inatteso, “Deliciano”, che si guadagna proscenio e sconfinata ammirazione palpitante di mamma Murray, battendo Roddick (5, sembra ormai aver mestamente imboccato il tristo vialetto). Shignon d’ordinanza, look da bel dannato e languide volèe morenti per questo esperto spagnolo che sembra abbia imparato a giocare su un campetto erboso del Queens australiano negli anni ’70. Infilzato tristemente da Murray nei quarti, match che poco toglie al suo bel torneo.

Mikhail Youzhny: 6. Si issa agli ottavi battendo Nicolas Almagro (5,5, sempre in attesa di trapianto facciale e delle meningi), a suon di barocche pennellate. Festa nazionale, quasi. Per un set mette addirittura paura a Federer, come ospite di un braccio della morte del Texas improvvisatosi fluttuante danzerino. Ma non ci crede nessuno, nemmeno lui. E finisce col soccombere. Sempre danzando leggero, lui così pesante e piantato in terra.

Juan Martin Del Potro: 6+. Sta tornando. Sembra un promo all’avanguardia. Non sarà mai un tennista da erba, per quanto queste specializzazioni possano avere ancora un senso. Quelle braccia allargate durante l’auto Mto imposto da Nadal, ben dipingono il suo torneo. Perde dal maiorchino, cedendo il primo servizio dopo tre ore di gioco. Ma, mi sbilancio, se il fisico regge, l’estate americana potrà segnare il definitivo ritorno.

Richard Gasquet: 6+. Lo osservi, e pare davvero il reduce da un coma. Con ancora immaginari elettrodi ed ammennicoli sulle tempie a studiarne il grave caso. In realtà è già da mesi restituito al mondo dei vivi, dei tennisti normali. Degno top 20 che sta imparando come scolaretto (per ora) disciplinato, la pazienza, la tattica ed i benefici della corsa. Splendente nei primi turni contro gente di livello chiaramente inferiore, delude chi si attendeva buone cose nell’ottavo con Murray. Un passo alla volta. Se riusciranno a condurlo nell’alveo di una disciplinata normalità di livello, nella quale poi incastonare i guizzi di anarcoide talento innato, il prossimo anno sarà, assieme a Del Potro, il primo dopo i quattro lassù.

Robin Soderling: 6. Stronca le velleità di Philipp Petzschner (s.v.) addentrandosi nel suo eremo/manicomio di delirante slice, e quelle di Hewitt (6,5), calandosi nel clima di battaglia epocale. Poi, quasi sciancato, si arrende Tomic. L’essenza del suo torneo sta in quei sorrisetti isterico-inquietanti che dona al suo angolo, per far capire che “’o n’in poss piò”.

Xavier Malisse: 6. Smarrenti guizzi e stilettate di purissima classe e protervia da numero uno di se stesso, che lo riportano nella seconda settimana di uno slam dopo sette anni. Addirittura favorito per un ingresso tra i primi 8. Se solo lo avessero avvertito in tempo che doveva anche giocarlo, il suo ottavo.

Mardy Fish: 6,5. Bellissimo torneo, ribadito dalla bella vittoria su Berdych. Gioca bene sul veloce ed ha una moglie da 8,5 almeno. Per il resto, quasi eroico nel tentativo di rimonta a Nadal.

Jurgen Melzer: 7. Anche quest’anno vince. Di questo passo supererà Borg, Sampras e Federer messi assieme. Come lo scorso anno, in coppia col Picasso. Stavolta trionfa assieme ad Iveta Benesova, nel doppio misto.

David Nalbandian: 5,5. La classe non è acqua ma, a guardarlo, birra e carne argentina alla brace. Per lui è già un successo epocale stare entro i cento chili ed avere qualche osso sano per poter competere. Perfetto nei primi due turni, dimesso e senza i proverbiali lampi contro Federer.

Lukasz Kubot: 6,5. Rimanda ad antiche idee di eroiche battaglie, questo marcantonio polacco. Come a Parigi, anche a Wimbledon si esalta passando le qualificazioni e facendo fuori nel main draw gente del calibro di Karlovic (4,5, pronto per qualche lampo di rigor mortis a Newport) e Monfils (per l’Onnipotente, no!). Gran servizio, risposte folgoranti e volèe coraggiosissime. Fermato ad un quindici dai quarti di finale da Feliciano, dopo furibonda lotta da fenomenali attaccanti rusticani.

Italiani brucanti: Fognini, non ancora al meglio, rinuncia in partenza. Poco più di un’ora di passerella per Starace e Volandri, indefessi terraioli in un’epoca dove le superfici non esistono più e persino Mello vince partite su erba. L’eroe di Eastbourne Andreas Seppi, non riesce rinverdire gli erbivori fasti di Rosewall (di cui è erede designato) e si arrende al maggiore spunto di Baghdatis. L’italico protagonista per caso si chiama Simone Bolelli, al solito ripescato come perdente fortunato dopo ignominiosa dipartita nelle qualificazioni, passa due turni. Batte persino un Wawrinka (5) più piombato del solito e monotematico nei suoi rovesci accidiosi. Ben più vario e mirabolante quello di Gasquet che fa capire all’italiano la differenza tra un  gran talento criminosamente gettato via, ed un buon tennista potenzialmente da top 50. Che se gioca bene e torna sereno, rimane da top 50. Segnali di risveglio comunque, se si pensa che lo scorso anno, appoggiato da dotte analisi tecniche, era restato in Italia a preparare i challengers argillosi.



Donne

Petra Kvitova: 8. Vince e convince questo campionato di gran mazzuolatrici, mostrando anche sangue freddo e buona personalità. Forse sarebbe arrivata in fondo anche a Parigi, senza i malanni alla spalla. Questa mancina gigantessa serafica, prevale perché rispetto alle altre picchiatrici del lotto dimostra minore isteria, frenesia e (non guasta mai) algida spocchia di nulla inguardabile. Lampante è la finale, dove argina con sapienza da veterana le folli sfuriate a mente spenta della rivale. Lei 21enne, l’altra 24enne e già vincitrice su quel campo a 17.

Maria Sharapova: 7. “E’ tornata Maria la bella”. Anche i cinegiornali, ne davano accaldate notizie. Che sia tornata, non v’è dubbio. Dopo due anni a trascinarsi e strillare a vuoto per i campi come pericolosa evasa da un manicomio navale, riacquistata un po’ di salute e mobilità, rieccola nel gotha. Sufficiente per stare a galla. Non ancora per vincere slam, però. Con le Williams che si dilettano in modo amatoriale ed una Kim sfasciata, basta la giovane Petra ben centrata a svilirne le ambizioni.

Victoria Azarenka: 6,5. Metteva terrore reale vederla scagliare i pugni nell’aere, appena qualificatasi per la prima semifinale di uno slam in carriera. E’ maturata e più serafica (certo, come una bomba ad orologeria che si contiene) rispetto a quando usciva dal campo salutata da salve di fischi ed ululati, per l’ennesimo scempio trucido messo in atto. Non abbastanza tatticamente, dove continua a mostrarsi scriteriata. Kvitova (sempre lei, merita un diploma da esorcista per meriti sul campo) disinnesca la sua virulenza annebbiata.

Sabine Lisicki: 7. La mina vagante, dimostratasi tale. Tedesca già più volte sul punto di esplodere e poi implosa, vittima di infortuni e larmanti capottamenti sul traguardo. Volto da cricetino, viso pallido e calzettoni da collegiale su gambe che paiono tronchi d’eucaliptus secolari. Vasta gamma di roncole e servizio devastante. Sorprendenti variazioni sul tema, improvvise smorzate con le quali fa fuori Na Li e ridicolizza Marion Bartoli. Forse appagata perde in semifinale contro la siberiana, un match che in altro momento avrebbe potuto fare suo.

Caroline Wozniacki: 5 (di pura, umanissima pietà). Come quel tale che si è comperato una Bugatti coi buoni del discount. Numero uno, ormai longeva, che dà la netta impressione di non saper più che fare e poter perdere quasi con tutte. O meglio, con quelle che azzeccano una giornata di buona violenza. Tutta tempestata di fiorellini di campo sulle bretelle, finisce a tappeto sotto i colpi della gnoma killer Dominika Cibulkova (152 centimetri di furia). Ora, potendo solo sperare che le scialatrici cicale schiattino al sole di luglio, sotto con Bastad, ove raccogliere punti come la piccola formichina di un metro e ottanta.

Tamia Paszek: 6,5. Sorpresa del torneo, questa tipetta tutta atipica e da discreto rovescio bimane. Fa fuori Francesca Schiavone, può poco per evitare d'esser divorata da Azarenka nei quarti. Occhi strabuzzati a guardare l’angolo, feroce pugno sbattuto sul cuore e surreali “ajde” (lei, austriaca) d’incoraggiamento. Mancano solo le urla belluine ad accompagnare i colpi, e poi il Dott. Frankenstein potrà dire d’aver prodotto la  mostruosa creatura perfetta.

Marion Bartoli: 6. Ci si era quasi convinti che avesse stretto uno scellerato patto con le divinità del brutto. Che l’avessero salvata ad un passo dal baratro contro Dominguez Lino e Pennetta. Arriva poi la vittoria con Serena, e quella convinzione si fa più corposa quando riesce a riprendere un match già perso anche contro Lisicki. Il tutto con colonna sonora impreziosita da scimmieschi “allez!”, sudata oltre l’umano e sbattendo la sciatta coda di cavallo che pare intrisa nella sugna di cinghiale. Terrificante, questa macchinetta dalle goffe fattezze e movenze irreali, congegnata dal babbo, una specie di scienziato del male applicato alla balistica tennistica, che avrebbe fatto la fortuna dei tedeschi negli ani ’30. Invece Marion finisce la benzina nel terzo set contro la tedesca, nessun balzelletto, nessuna taranta attendendo il servizio e nemmeno energie per la proverbiale caccia al moscone immaginario, che tanto impreziosisce la beltade delle sue esibizioni. Via, fuori, alleeez!

Williams sisters: s.v. Serena tornava dopo un anno condito da mille, serie, traversie fisiche. Venus dopo qualche mese ed acciacchi di varia natura. Riprendevano col tennis, una delle loro mille attività. Nemmeno la principale. Serena ferma e nettamente fuori condizione fisica riesce a vincere tre match. Idem una Venus un po’ più in palla, ma che si fa notare soprattutto per quel sobrio abitino brilluccicante degno della prima del Rigoletto. I tornei americani diranno molto sulle loro intenzioni, ma dovessi scommettere, non metterei molti danari sulla possibilità di rivederle a Wimbledon.

Francesca Schiavone: 5. Già con la testa a Parigi 2012. Si vede lontano un miglio che non ci crede nemmeno lei, dimessa, quasi intimorita dal poter vincere. Ma, comodamente sul divano, al povero coltivatore di cucurbitacee viene comunque spontaneo di consigliarle di smetterla con quei “frulloni” orrendi, che se non sei Nadal finiscono col dare all’avversaria tre quarti d’ora per girarsi come crede. Lo stesso coltivatore di tuberi vorrebbe vederla insistere di più con gli slice, gli attacchi e le volèe che pure sa giocare. Invece niente, pare rassegnata a non poter fare nulla sul veloce, vittima della forza altrui in via preventiva. Superficie o meno, aveva un tabellone da pasqua, natale, epifania, carnevale ed ognissanti, per approdare ai quarti. Invece basta una Paszek normale per farla fuori.

Flavia Pennetta: 6+. Anche la brindisina fuori al terzo turno, ma in netta controtendenza rispetto alla connazionale, dimostrando come si deve giocare sui prati. Sfodera forse il più bel match che le ho visto mai giocare, pur perdendo dopo battaglia di tre ore e mezza da Marion Bartoli. Colpisce in positivo l’abnegazione ed il lodevole tentativo di variegare il suo repertorio. Non è mai troppo tardi. Bellissime smorzate, come e quante non ne ha mai giocate nell’intera carriera, che mandano in tilt il botolo d’oltralpe, godibili volèe e variazioni brillanti. Insomma, perde ma vince.

Maria Josè Martinez Sanchez: 6,5. Piccole fiammelle di classe volleante misconosciuta alle più, impreziosiscono l’inizio di torneo. Stronca ed avvilisce le sgroppate della serba Jankovic, domina la Niculescu, e poi raccoglie le briciole da Venus. Un match che dal manicomio in cui vi scrivo, continuo ad esserne convinto, poteva addirittura vincere, se solo lo avesse giocato.

Kimiko Date Krumm: 6,5. C’è qualcosa di strano, se non sbagliato, nella Wta, se per vedere il più avvincente match del torneo bisogna rimanere legati alle ardimentose gesta di questa minuscola combattente giapponese di 41 anni. Perde 8-6 al terzo da Venus, ma importa poco. Che iddio le conservi ancora la voglia di giocare.

sabato 11 dicembre 2010

GLI OSCAR DEL TENNIS 2010. Miglior tennista protagonista


Rafael Nadal. Stagione quasi perfetta per il maiorchino, che come un satanasso travestito da Lazzaro risorge rabbiosamente dalle sue ceneri di dolore. Riemerge col coraggio dei guerriglieri dai dubbi sul futuro a da quelle giunture sfibrate che sembravano segnare in modo implacabile una carriera ancora nella parabola ascendente. Legamenti non più capaci di sostenere peripezie arrotatamente esasperate e gran corse da forsennato. Risorge a primavera come una mutante cavalletta, nel luogo a lui più consono, sul rosso mattone tritato che costituisce quasi un’unica tela con quel tennis diabolicamente arrembante. Un apache orgoglioso, che non muore mai. Trionfa a Montecarlo, Roma e Parigi, senza mai dare l’impressione di poter patire il tennis di qualcuno. Nemmeno alla lontana impensierito da frotte di connazionali senza il giusto carattere per sostenerne la debordante personalità prima ancora dei colpi e tennisti di vertice troppo discontinui. Un piccolo grande slam su terra battuta, cui fa seguire impegni studiati col negriero factotum zio Toni, sempre solerte e vigile con schioccante frustino in mano.
Le ginocchia tornano a funzionare grazie a raffinate ma dolorose tecniche medico scientifiche, illuminanti trasfusioni di proprie piastrine. Ma sul veloce (ormai solo apparente) dei tornei post stagione rossa, i problemi ci sono ancora. O meglio, si riscoprono avversari in palla e capaci di mettere in difficoltà i suoi fagocitanti uncini. Rafa soffre, quasi mai riesce a dare una grossa impressione nei tornei intermedi, per presentarsi al top della forma, pronto a dare tutto, nelle prove dello slam. Ed eccolo, con un po’ di fortuna, qualche trucchetto scafato e tabelloni in discesa trionfare sull’erba di Wimbledon ed a New York. Corre, sbuffa, trita e picchia senza mollare una pallina, con la cattiveria in occhiate frenetiche. Tre slam su quattro in stagione e tutti e quattro i major che hanno visto almeno una volta il suo nome nell’albo d’oro. Fallisce solo il Masters di Londra, imbattendosi in un Federer stellare e cedendo alla ormai atavica stanchezza di fine stagione, tipica degli umani. Perché malgrado tutto, il diavolaccio di Manacor rimane un terrestre.
Roger Federer. Da due anni i discorsi sull’età avanzata e l’imminente dorato futuro negli eremi dei grandi monarchi in pensione, sono all’ordine del giorno. L’età non la possono fermare nemmeno i marziani. Ma a 29 anni lo svizzero non ha proprio l’intenzione di voler smettere. Anzi, fisicamente sembra persino più smagliante del solito. Continua ad avere dalla sua parte un tennis che è precisione svizzera e tambureggiante concerto sinfonico, in un unico sincronismo raro. La cavalcata a Melbourne è sensazionale. Compresa una devastante finale danzata sulle punte che costringe un Andy Murray a sgorgare larme di scorata frustrazione. Una dimostrazione di soave ferocia annichilente.
Poi arrivano mesi di magra e troppa rilassatezza che, complice il Nadal cannibale di primavera, gli fanno mancare di pochi giorni il record di settimane al vertice della classifica Atp. Come Dorando Petri travestito da Fantozzi. Forse corrucciato da quel piccolo grande traguardo che ancora ne turba gli algidi sonni e manca ad una carriera corsa ad impressionante velocità, finisce per steccare più di un appuntamento. Cede alla vena irrepetibilmente omicida ed alle roncole deliranti di Soderling a Parigi. Ancor più inattesa è la resa sui sacri prati di Wimbledon contro un buon Berdych, che pure fa di tutto per non smentire una fama da gran perdente di livello. Grandi colpi e set di rara perfezione, alternati a distrazioni, ispirazioni appannate ed amnesie incomprensibili. Alienazione spirituale quando il match si trascina nella plebea battaglia in cui egli stesso a volte si impelaga, assecondando di petto le sfuriate di qualche picchiatore. Materia per Freud ed i suoi discepoli svitati. Ma non per lui, quanto per chi prova inutilmente a capirci qualcosa. E’ la seconda carriera del dominatore elvetico, che chiede aiuto a Paul Annacone, già taumaturgo e coach dell’ultimo Sampras. L’impressione che alla lunga abbia bruciato la distanza che lo separava dalle seconde linee spuntate Murray e Djokovic, si fa comunque forte. All’apprendista campione scozzese cede nei Masters 1000 di Toronto e Shanghai. Al serbo invasato si arrende dopo una battaglia feroce nella semifinale di New York. Pronti all’ennesimo coccodrillo, in molti devono rimandarne la pubblicazione, perché l’ex despota torna momentaneamente in sella nell'autunno morbido, con tanto di furenti punizioni a Djokovic e Murray. Fino alla conferma di una condizione mentale tornata quella dei tempi belli, nella Masters Cup di Londra, dominata col piglio del marziano che ha ritrovato l’ispirazione.
Novak Djokovic. Con quella faccia un po’ così, quasi disegnata da uno scrittore horror che si è preso una sbronza di vinaccia, continua a veleggiare nell’élite del tennis mondiale. Tra prove di forza, sbarellamenti, patetiche imitazioni da guitto di quarta fila e sceneggiate da istrione ottusamente convinto d’esserlo. E la devastante immagine di Paola Binetti che inscena un burlesque in una coppa di champagne è l’unica similitudine che balza alla mente, dopo averlo visto con una parrucca rossa o travestito da comico d’inizio secolo. Lui, con quella espressione terrificante. La lombrosiana scucchia, postura cameratesca ed occhi sbarrati che trasudano odio puro, si adopera a mostrarsi leggero buontempone. "Il cavaliere senza testa" di Sleepy Hollow che racconta barzellette. La malvagia realtà è quella del campo ed evidenzia come a Novak manchi ancora qualcosa per avvicinare Nadal e Federer nel pieno del loro fulgore. Li ha battuti certo, il più delle volte approfittando di piccole incertezze dei due rivali. L’altra verità inconfutabile è quella dei numeri. E la possibilità che possa bissare quel titolo dello Slam ormai vecchio di quasi tre anni. Troppo forte il dubbio, mentre lo vedi deambulare ritto come uno scopetto di quercia verso la rete e seviziare una incolpevole volèe. Dubbio che si fa più insistente assistendo a sporadiche punizioni corporali di avversari inferiori o sterili vittorie in Masters 500, per arrendersi con puntualità svizzera negli slam.
In Australia basta uno Tsonga in normale giornata di virulenza abbagliante a ridimensionarlo. A Parigi riesce addirittura a trasformare Melzer in un gladiatorio combattente. Prova l’ebbrezza di farsi rimontare dal mancino austriaco rendendolo tennista vincente, oltre che talentuoso, alla soglia dei trent’anni. A Wimbledon manca la finale per colpa di Berdych gettando via tutto, tra urlacci della foresta e racchette frantumate in modo orrendamente macchinoso e costruito, anche lì. Annata deficitaria, da far gridare al quinto mistero di Fatima verso un computer che ancora lo mantiene tra i primi tre, ma parzialmente riabilitata nell’ultima parte. A New York però, messi da parte numeri da Martufello travestito da "Igor" di "Frankenstein jr", riscopre la sobrietà del tennista e torna furibondo pugile accecato. Con gran coraggio e personalità porta Federer nella interminabile battaglia senza sosta e lo batte in volata, prima di cedere ad un più fresco Nadal nella finale. Altro passo che rende il suo 2010 meno fallimentare è il successo nella Coppa Davis. Manifestazione giocata senza risparmiarsi e risparmiare atti d’amor patrio confinanti con la belligeranza santa. Si prende in spalla la squadra e l’intera Serbia, nella vincente finale di Belgrado con la Francia. Il 2011 potrebbe essere il suo anno. Per un altro slam o per la parte di protagonista nel rifacimento trucido di “Shining” col testone spinoso che va alla guerra.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.