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lunedì 4 luglio 2011

WIMBLEDON 2011 - LA SCONSACRAZIONE


Giornata del post mortem - ora posso svelarlo, la mia lettera di auto implorante licenziamento dalla fabbrica di biscotti “sgranocchia-ben”, mi fu dettata dal Bisignani

(essendo tempo di esami, nessuna insufficienza grave. Tutti promossi)

Novak Djokovic: (il nuovo numero uno, debbo pure pagellarlo?). Fermatelo voi, se ne siete capaci. La consacrazione definitiva doveva necessariamente avvenire sui sacrali ed immacolati campi di Wimbledon. Come ispirato Pippo Franco che riceve la palma d’oro a Cannes. Seduto al fianco di Woody Allen. Si può pensare alla consacrazione ancestrale, o sconsacrazione del premio stesso. Fate vobis. Io pendo tutto per la seconda ipotesi, con quel centrale ormai sconsacrato, avvolto da fiamme pagane. Domina anche sulla sconsolata ed inerme erba, divorandosela e abbrancando palline con occhi appallati e scucchia orrendamente ritorta. Come su terra o cemento, cambia poco o nulla. E’ ormai in una condizione psico-fisica che lo rende immune da quasi tutto, e giustamente raggiunge anche la prima piazza mondiale, come degno coronamento. Soffre, solo un po’, le giovanili esuberanze di Tomic e le fiammate goduriose di Tsonga. Poi trionfa su Nadal, ormai divenuta sua sacrificale e simbolica vittima. Il resto è un mare d'inquietante isteria pecoreccia che lo circonda. Mai visto nulla di simile. Un battaglione di parenti-amici-ultrà che si eccitano scomposti come nemmeno dietro le reti della “bombonera” per un goal di Martin Palermo. Una sequela di immagini agghiaccianti, col babbo sempre sul filo del prolasso, la madre, bianca come un cencio a pregare ognissanti di Serbia, il fratellino che pare uscito da un riformatorio per ricchi snob, e dulcis in fundo, la ciliegina per l’occasione solenne: Il presidente agitato come “l’ultrà Ivan” sulle tribune di San Siro. Tutto paonazzo, rischia di ruzzolare giù per la contentezza. Provate ad immaginare il nostro premierissimo satiriaco sul centrale di Parigi che si agita per Francesca Schiavone. Beh, una delle poche figuracce internazionali che ci mancano. Quello al limite lo avrebbero rinvenuto con gli occhietti vitrei dietro le sottanelle svolazzanti di qualche tennista under 17. Ha rotto gli schemi Nole, dicono in molti. Dipende come si rompono, direbbe un altro. Se questa moda dovesse fare proseliti, azzardo, dal 2012 vedremo anche qualche passamontagna e i fumogeni sul centrale di Wimbledon.

Rafael Nadal: 6. Detronizzato implacabilmente, con l’immagine della sconfitta dipinta sul volto. Ha ormai trovato in Djokovic il sadico fustigatore con inquietanti sembianze esagitate. E la tournè americana, sindromi d’appagamento serbe a parte, non promette nulla di buono. Si arrampica alla finale con buone prestazioni ed i soliti trucchetti da scugnizzo dedito alla commediucola dell’arte. Rimane cosa bruttissima l’abuso del medical time-out personale. Stop auto imposto all’inerme arbitro prima di un tie-break decisivo, nel match che rischiava seriamente di perdere contro Del Potro. Come l’anno scorso e come l’anno prima, stessa spiaggia, stesso mare. Poi è feroce nel dilaniare ancora le velleità di Murray in semifinale. Djokovic fa giustizia, per una volta.

Jo Wilfried Tsonga: 7. Pura sciocchezza e consolatoria menzogna intellettuale, parlare di vincitore morale. Sia chiaro, la coppa e la finale è andata ad altri. Rimane, invece, il trionfatore del bel gioco visto a Londra, mettiamola così. Dal gran match vinto con l’astro nascente Dimitrov (6+), all’epocale stesa inferta a Ferrer (5, allo sbarazzino ciuffetto da Shining), fino alla fenomenale rimonta a Federer ed i maestosi guizzi di quel fine quarto set con Djokovic. Un quarto d’ora di delirio puramente dimostrativo, perché poi è la costanza a contraddistinguere chi alza le coppe degli slam. Spacca il granito e lavora finemente il cristallo, con quel braccione. Finalmente risparmiato da infortuni e piccoli acciacchi, questa poderosa macchina da spettacolare tennis ha dimostrato che può ancora essere protagonista. Dio, e quel fisico da bisonte di cristallo, permettendo.

Andy Murray: 5,5. Aspettando un Godot, disgustato da se stesso. Ennesimo delirio d’isteria inglese costretta a fare confusione tra croce di San Giacomo e Sant'Andrea pur di potersi dire patria del campione di Wimbledon, disatteso mestamente. Il ragazzo sa ben giocare al tennis. Possiede bel braccio, discreta tecnica e buona tattica. Non abbastanza per contrastare lo strapotere fisico di Nadal e Djokovic, che giocano quasi un altro sport, specie al meglio dei cinque set. Fagocitato implacabilmente da Nadal in semifinale e dalle troppe, asfissianti attese che lo circondano da anni.

Roger Federer: 5,5. Il re nudo, che si cala tra le genti arrembanti e rabbiose. Etereo, innaturale e distaccato. Ne potrei scrivere una preziosa ed immortale opera letteraria, che batterebbe ogni record (negativo) di vendite: Nessuna copia venduta. Perché la verità, in fondo, è sempre più semplice di come la si descrive.  L’eroe distaccato dei mille record ha ormai un livello di tennis inferiore a quello degli altri due. Per intensità, picchi di atletismo forsennati e soprattutto costanza. Poi può anche capitare uno Tsonga in versione mostre, cui inchinarsi. Ma vederlo senza nemmeno l’apparente voglia di provarci, quasi fosse stato sorpreso dall’insolente rimonta del ragazzone di origini congolesi, rimane affare stridente seppur in linea col suo personaggio. Io faccio caso a parte rispetto a chi si costerna per i mancati record, ed anzi, la storia del campione in parabola discendente mi ha sempre affascinato. Rimango pur convinto che sui prati, la differenza con gli altri due si assottiglia, e se la sarebbe anche potuta giocare, dalle semifinali in poi. Ma stavolta c’è stato Tsonga, e dunque non lo sapremo mai.

Bernard Tomic: 7. Volti nuovi nell’Atp. Oddio, parlare di volti nel caso del giovane australiano, potrebbe risultare crudele, visto quell’aspetto da Belpietro adolescente che si compiace dello scoop su un Fini dodicenne fotografato con delittuosi calzini più rossi della piazza rossa. Questo invasato ragazzino mi colpì due (o tre) anni fa nel torneo junior, visto per caso prodursi in una prestazione di folle difesa arroccata, quasi da letteratura mitologica. Raggiunge i quarti di finale, partendo dalle qualificazioni ed approfittando di un Soderling malfermo. Una precocità che lo accomuna ai grandi. Regolare e dal tennis facile, risulta meno appariscente di Dimitrov e Raonic (6, sfibratosi clamorosamente prima di trovare Nadal. Un caso, per carità.), ma forse con più carattere e tigna da vincente. Ai posteri.

Feliciano Lopez: 6,5. Altro protagonista inatteso, “Deliciano”, che si guadagna proscenio e sconfinata ammirazione palpitante di mamma Murray, battendo Roddick (5, sembra ormai aver mestamente imboccato il tristo vialetto). Shignon d’ordinanza, look da bel dannato e languide volèe morenti per questo esperto spagnolo che sembra abbia imparato a giocare su un campetto erboso del Queens australiano negli anni ’70. Infilzato tristemente da Murray nei quarti, match che poco toglie al suo bel torneo.

Mikhail Youzhny: 6. Si issa agli ottavi battendo Nicolas Almagro (5,5, sempre in attesa di trapianto facciale e delle meningi), a suon di barocche pennellate. Festa nazionale, quasi. Per un set mette addirittura paura a Federer, come ospite di un braccio della morte del Texas improvvisatosi fluttuante danzerino. Ma non ci crede nessuno, nemmeno lui. E finisce col soccombere. Sempre danzando leggero, lui così pesante e piantato in terra.

Juan Martin Del Potro: 6+. Sta tornando. Sembra un promo all’avanguardia. Non sarà mai un tennista da erba, per quanto queste specializzazioni possano avere ancora un senso. Quelle braccia allargate durante l’auto Mto imposto da Nadal, ben dipingono il suo torneo. Perde dal maiorchino, cedendo il primo servizio dopo tre ore di gioco. Ma, mi sbilancio, se il fisico regge, l’estate americana potrà segnare il definitivo ritorno.

Richard Gasquet: 6+. Lo osservi, e pare davvero il reduce da un coma. Con ancora immaginari elettrodi ed ammennicoli sulle tempie a studiarne il grave caso. In realtà è già da mesi restituito al mondo dei vivi, dei tennisti normali. Degno top 20 che sta imparando come scolaretto (per ora) disciplinato, la pazienza, la tattica ed i benefici della corsa. Splendente nei primi turni contro gente di livello chiaramente inferiore, delude chi si attendeva buone cose nell’ottavo con Murray. Un passo alla volta. Se riusciranno a condurlo nell’alveo di una disciplinata normalità di livello, nella quale poi incastonare i guizzi di anarcoide talento innato, il prossimo anno sarà, assieme a Del Potro, il primo dopo i quattro lassù.

Robin Soderling: 6. Stronca le velleità di Philipp Petzschner (s.v.) addentrandosi nel suo eremo/manicomio di delirante slice, e quelle di Hewitt (6,5), calandosi nel clima di battaglia epocale. Poi, quasi sciancato, si arrende Tomic. L’essenza del suo torneo sta in quei sorrisetti isterico-inquietanti che dona al suo angolo, per far capire che “’o n’in poss piò”.

Xavier Malisse: 6. Smarrenti guizzi e stilettate di purissima classe e protervia da numero uno di se stesso, che lo riportano nella seconda settimana di uno slam dopo sette anni. Addirittura favorito per un ingresso tra i primi 8. Se solo lo avessero avvertito in tempo che doveva anche giocarlo, il suo ottavo.

Mardy Fish: 6,5. Bellissimo torneo, ribadito dalla bella vittoria su Berdych. Gioca bene sul veloce ed ha una moglie da 8,5 almeno. Per il resto, quasi eroico nel tentativo di rimonta a Nadal.

Jurgen Melzer: 7. Anche quest’anno vince. Di questo passo supererà Borg, Sampras e Federer messi assieme. Come lo scorso anno, in coppia col Picasso. Stavolta trionfa assieme ad Iveta Benesova, nel doppio misto.

David Nalbandian: 5,5. La classe non è acqua ma, a guardarlo, birra e carne argentina alla brace. Per lui è già un successo epocale stare entro i cento chili ed avere qualche osso sano per poter competere. Perfetto nei primi due turni, dimesso e senza i proverbiali lampi contro Federer.

Lukasz Kubot: 6,5. Rimanda ad antiche idee di eroiche battaglie, questo marcantonio polacco. Come a Parigi, anche a Wimbledon si esalta passando le qualificazioni e facendo fuori nel main draw gente del calibro di Karlovic (4,5, pronto per qualche lampo di rigor mortis a Newport) e Monfils (per l’Onnipotente, no!). Gran servizio, risposte folgoranti e volèe coraggiosissime. Fermato ad un quindici dai quarti di finale da Feliciano, dopo furibonda lotta da fenomenali attaccanti rusticani.

Italiani brucanti: Fognini, non ancora al meglio, rinuncia in partenza. Poco più di un’ora di passerella per Starace e Volandri, indefessi terraioli in un’epoca dove le superfici non esistono più e persino Mello vince partite su erba. L’eroe di Eastbourne Andreas Seppi, non riesce rinverdire gli erbivori fasti di Rosewall (di cui è erede designato) e si arrende al maggiore spunto di Baghdatis. L’italico protagonista per caso si chiama Simone Bolelli, al solito ripescato come perdente fortunato dopo ignominiosa dipartita nelle qualificazioni, passa due turni. Batte persino un Wawrinka (5) più piombato del solito e monotematico nei suoi rovesci accidiosi. Ben più vario e mirabolante quello di Gasquet che fa capire all’italiano la differenza tra un  gran talento criminosamente gettato via, ed un buon tennista potenzialmente da top 50. Che se gioca bene e torna sereno, rimane da top 50. Segnali di risveglio comunque, se si pensa che lo scorso anno, appoggiato da dotte analisi tecniche, era restato in Italia a preparare i challengers argillosi.



Donne

Petra Kvitova: 8. Vince e convince questo campionato di gran mazzuolatrici, mostrando anche sangue freddo e buona personalità. Forse sarebbe arrivata in fondo anche a Parigi, senza i malanni alla spalla. Questa mancina gigantessa serafica, prevale perché rispetto alle altre picchiatrici del lotto dimostra minore isteria, frenesia e (non guasta mai) algida spocchia di nulla inguardabile. Lampante è la finale, dove argina con sapienza da veterana le folli sfuriate a mente spenta della rivale. Lei 21enne, l’altra 24enne e già vincitrice su quel campo a 17.

Maria Sharapova: 7. “E’ tornata Maria la bella”. Anche i cinegiornali, ne davano accaldate notizie. Che sia tornata, non v’è dubbio. Dopo due anni a trascinarsi e strillare a vuoto per i campi come pericolosa evasa da un manicomio navale, riacquistata un po’ di salute e mobilità, rieccola nel gotha. Sufficiente per stare a galla. Non ancora per vincere slam, però. Con le Williams che si dilettano in modo amatoriale ed una Kim sfasciata, basta la giovane Petra ben centrata a svilirne le ambizioni.

Victoria Azarenka: 6,5. Metteva terrore reale vederla scagliare i pugni nell’aere, appena qualificatasi per la prima semifinale di uno slam in carriera. E’ maturata e più serafica (certo, come una bomba ad orologeria che si contiene) rispetto a quando usciva dal campo salutata da salve di fischi ed ululati, per l’ennesimo scempio trucido messo in atto. Non abbastanza tatticamente, dove continua a mostrarsi scriteriata. Kvitova (sempre lei, merita un diploma da esorcista per meriti sul campo) disinnesca la sua virulenza annebbiata.

Sabine Lisicki: 7. La mina vagante, dimostratasi tale. Tedesca già più volte sul punto di esplodere e poi implosa, vittima di infortuni e larmanti capottamenti sul traguardo. Volto da cricetino, viso pallido e calzettoni da collegiale su gambe che paiono tronchi d’eucaliptus secolari. Vasta gamma di roncole e servizio devastante. Sorprendenti variazioni sul tema, improvvise smorzate con le quali fa fuori Na Li e ridicolizza Marion Bartoli. Forse appagata perde in semifinale contro la siberiana, un match che in altro momento avrebbe potuto fare suo.

Caroline Wozniacki: 5 (di pura, umanissima pietà). Come quel tale che si è comperato una Bugatti coi buoni del discount. Numero uno, ormai longeva, che dà la netta impressione di non saper più che fare e poter perdere quasi con tutte. O meglio, con quelle che azzeccano una giornata di buona violenza. Tutta tempestata di fiorellini di campo sulle bretelle, finisce a tappeto sotto i colpi della gnoma killer Dominika Cibulkova (152 centimetri di furia). Ora, potendo solo sperare che le scialatrici cicale schiattino al sole di luglio, sotto con Bastad, ove raccogliere punti come la piccola formichina di un metro e ottanta.

Tamia Paszek: 6,5. Sorpresa del torneo, questa tipetta tutta atipica e da discreto rovescio bimane. Fa fuori Francesca Schiavone, può poco per evitare d'esser divorata da Azarenka nei quarti. Occhi strabuzzati a guardare l’angolo, feroce pugno sbattuto sul cuore e surreali “ajde” (lei, austriaca) d’incoraggiamento. Mancano solo le urla belluine ad accompagnare i colpi, e poi il Dott. Frankenstein potrà dire d’aver prodotto la  mostruosa creatura perfetta.

Marion Bartoli: 6. Ci si era quasi convinti che avesse stretto uno scellerato patto con le divinità del brutto. Che l’avessero salvata ad un passo dal baratro contro Dominguez Lino e Pennetta. Arriva poi la vittoria con Serena, e quella convinzione si fa più corposa quando riesce a riprendere un match già perso anche contro Lisicki. Il tutto con colonna sonora impreziosita da scimmieschi “allez!”, sudata oltre l’umano e sbattendo la sciatta coda di cavallo che pare intrisa nella sugna di cinghiale. Terrificante, questa macchinetta dalle goffe fattezze e movenze irreali, congegnata dal babbo, una specie di scienziato del male applicato alla balistica tennistica, che avrebbe fatto la fortuna dei tedeschi negli ani ’30. Invece Marion finisce la benzina nel terzo set contro la tedesca, nessun balzelletto, nessuna taranta attendendo il servizio e nemmeno energie per la proverbiale caccia al moscone immaginario, che tanto impreziosisce la beltade delle sue esibizioni. Via, fuori, alleeez!

Williams sisters: s.v. Serena tornava dopo un anno condito da mille, serie, traversie fisiche. Venus dopo qualche mese ed acciacchi di varia natura. Riprendevano col tennis, una delle loro mille attività. Nemmeno la principale. Serena ferma e nettamente fuori condizione fisica riesce a vincere tre match. Idem una Venus un po’ più in palla, ma che si fa notare soprattutto per quel sobrio abitino brilluccicante degno della prima del Rigoletto. I tornei americani diranno molto sulle loro intenzioni, ma dovessi scommettere, non metterei molti danari sulla possibilità di rivederle a Wimbledon.

Francesca Schiavone: 5. Già con la testa a Parigi 2012. Si vede lontano un miglio che non ci crede nemmeno lei, dimessa, quasi intimorita dal poter vincere. Ma, comodamente sul divano, al povero coltivatore di cucurbitacee viene comunque spontaneo di consigliarle di smetterla con quei “frulloni” orrendi, che se non sei Nadal finiscono col dare all’avversaria tre quarti d’ora per girarsi come crede. Lo stesso coltivatore di tuberi vorrebbe vederla insistere di più con gli slice, gli attacchi e le volèe che pure sa giocare. Invece niente, pare rassegnata a non poter fare nulla sul veloce, vittima della forza altrui in via preventiva. Superficie o meno, aveva un tabellone da pasqua, natale, epifania, carnevale ed ognissanti, per approdare ai quarti. Invece basta una Paszek normale per farla fuori.

Flavia Pennetta: 6+. Anche la brindisina fuori al terzo turno, ma in netta controtendenza rispetto alla connazionale, dimostrando come si deve giocare sui prati. Sfodera forse il più bel match che le ho visto mai giocare, pur perdendo dopo battaglia di tre ore e mezza da Marion Bartoli. Colpisce in positivo l’abnegazione ed il lodevole tentativo di variegare il suo repertorio. Non è mai troppo tardi. Bellissime smorzate, come e quante non ne ha mai giocate nell’intera carriera, che mandano in tilt il botolo d’oltralpe, godibili volèe e variazioni brillanti. Insomma, perde ma vince.

Maria Josè Martinez Sanchez: 6,5. Piccole fiammelle di classe volleante misconosciuta alle più, impreziosiscono l’inizio di torneo. Stronca ed avvilisce le sgroppate della serba Jankovic, domina la Niculescu, e poi raccoglie le briciole da Venus. Un match che dal manicomio in cui vi scrivo, continuo ad esserne convinto, poteva addirittura vincere, se solo lo avesse giocato.

Kimiko Date Krumm: 6,5. C’è qualcosa di strano, se non sbagliato, nella Wta, se per vedere il più avvincente match del torneo bisogna rimanere legati alle ardimentose gesta di questa minuscola combattente giapponese di 41 anni. Perde 8-6 al terzo da Venus, ma importa poco. Che iddio le conservi ancora la voglia di giocare.

lunedì 8 giugno 2009

Roland Garros. Pagelle, vincitori e vinti




Uomini
Federer: 9. Entra nella storia, proprio dove nessuno se lo aspettava. A ben vedere cinque finali consecutive negli ultimi slam, non erano il quadro di un ex-campione alla deriva. Fin troppi scrivani affascinati dall'epopea del campione agonizzante, ci hanno marciato. Ora è chiaro che all'elvetico interessano solo i tornei dello slam. E lì, tre su cinque, riesce sopravvivere ad amnesia improvvise, gli bastano sprazzi intermittenti di una classe sconfinata, per portare a casa partite che sulla breve distanza perderebbe. S'addormenta contro Haas e persino Acasuso, ma sa rialzarsi e vincere. Lotta contro virgulti e sfrontati plebei (Del Potro), li lascia sfogare, e quando quelli sono stremati, emerge col suo tennis immacolato dagli dei, colpi di violino contro rulli di tamburi. A dispetto dell'atteggiamento da nobile riottoso ed incredulo, incapace di accettare le umane sconfitte, avuto dopo l'Australian Open, accetta persino che la sua maglietta si bagni leggermente di umano sudore per colpa di modesti mestieranti di lignaggio infimo.
Soderling: 8. Alzi la mano chi se lo sarebbe aspettato a questi livelli, il proverbiale salmone svedese. Disintegra Nadal, annichilisce Davydenko, riacciuffa un match già perso contro Gonzo Gonzales. “Psycho killer” elettrizzato ed elettrizzante, che prosegue spedito, quasi sorretto da forze ultraterrene. Lo svedese che “ha visto la luce” d'improvviso e deve compiere una “missione per conto di Dio”, viene rimandato sulla terra solo dal marziano vero, Federer.
Del Potro: 7,5. Occhi taglienti, narici spalancate da combattente delle steppe boliviane, e braccio che pare un fucile mitragliatore, veloce possente e preciso. Enormi progressi del roccioso argentino, che come un pistolero del west, per due ore e mezza tramortisce un buon Federer. Stanco, cede al quinto, alla classe del campione svizzero. “La torre di tandil” è uno dei vincitori morali del Roland Garros. Sarà competitivo sull'erba battuta di Wimbledon, e protagonista assoluto sul cemento rovente di Flushing Meadows.
Gonzales: 7. A vederlo pare un reduce di guerra, uno che ne ha viste tante. Col suo fulgido esempio di “tennis ignorante”, “El bombardero” tramortisce Murray, in quella che più che una partita sembra un'esecuzione sommaria, alla quale l'incosciente scozzese mostra il petto. Gonzo, troppo nervoso, getta via la finale facendosi recuperare da 4-1 contro Soderling.
Monfils: 6,5. I francesi sono talmente accecati dal tifo, che vedono in questo dinoccolato ragazzone, qualcosa di Noah. Come dire che Matufello un po' ricorda Robert De Niro. Gael è un muro di gomma che si mette sei metri dietro la linea e rimanda dall'altra parte tutto, corre sgraziato quasi abbia sotto i piedi due molle ritorte. “L'orrid'uomo” (detto con simpatia), riesce a far giocare male tutti, avvinghiandoli nelle spire del suo non-tennis. Meno che Federer, al quale cede nettamente. Perché c'è un Dio nel tennis.
Murray: 3-. Come distruggere (un potenziale) grande giocatore. Mano de piedra Gonzales spazza via il suo grottesco tentativo di tennis da terra. Una specie di mix letale tra Nystrom e Krieckstein. Perde da aspirante terraiolo, nel torneo in cui sono arrivati in fondo spscialisti del veloce. Un pollo cucinato alla parigina.
Davydenko: 6. L'esangue “Nosferatu” ritorna a buoni livelli, quando nessuno lo aspettava. Si piazza in mezzo al campo e manda al neuro deliri Nando Verdasco, neanche fosse la reincarnazione di Agassi, versione post-pensione. Poi nei quarti, il tennis alieno di Soderling lo rimanda nella cesta, e ritorna il bel draculesco Klaus Kinski, versione 82enne.
Robredo: 6. Leggero ed indolore, se si ha la ventura di non vederlo. Trova un buon tabellone ed arriva nei quarti, prima di essere investito da Del Potro, come un'onda anomala.
Nadal: 4. Tralascio la mise rosa intenso, che tanto ha fatto felici le associazioni gay. Trova un Soderling versione monstre, che se lo cucina come un'anatra allo spiedo. Vero o no che abbia la bua al ginocchio, urge una riflessione: Gioca troppo (Montecarlo, Barcellona, Roma, Madrid). Ma come? (protesterà qualche genio) anche gli altri giocano gli stessi tornei. Certo, ma gli altri non arrivano sempre in finale, non hanno il suo gioco dispendioso, esasperato e massacrante per muscoli e le giunture. Inevitabilmente paga un logorio fisico che tennisti più “naturali” patiscono meno. Non è un superman, e rischiano di farlo schiattare come una cicala nel mese di luglio.
Verdasco: 3. Anvedi come perde Nando. Tennista divertente questo mancino spagnolo. Qualcuno lo considera addirittura prossimo all'attacco dei primi 4. Certo, alla play station o nei letti di qualche tennista pulzella. Si vede lontano un miglio che è un bel perdente, mascherato da agonista indomito. La splendida battaglia persa dopo 5ore contro Nadal in Australia, poteva accendergli la miccia. Invece continua a patire la personalità dei più forti, malgrado la faccia truce da presunto combattente. Per adesso. Perde l'occasione di una semifinale alla portata, resuscitando Nosferatu Davydenko, che se ne stava tranquillo nel suo sarcofago di morte.
Haas: 6. L'esperto tedesco, nei tornei dello slam da sempre il meglio. Vince in modo godibile contro gente alla sua portata, si arrende ai più forti. Da perfetto medioman, per due set e mezzo conduce su Federer (senza fare niente). Poi il bell'addormentato svizzero si ridesta, e Tommy perde (senza fare meno di niente).
Cilic: 5-. Una specie di gibbone dormiente. Malinconico prototipo del tennista slavo, talentuoso e svogliato, che quasi si soccia di tirare fuori il talento dalle tasche.
Djokovic: 2,5 L'invasato serbo con l'espressione da tagliatore di gole e la ferocia del nulla negli occhi spiritati, viene smascherato e si rivela un rapanello lessato. Kholshreiber mostra a tutti quanto questo serbo dai tratti somatici lombrosiani, sia poca cosa (rispetto alle pompose premesse). Tecnicamente e tatticamente. Un monocorde Lendl, con entrambe le braccia amputate. Prevedibile come una puntata del tg4, noioso quanto una poesia di Sandro Bondi.
Roddick: 4+. Non è mai stato un tennista da terra. Non è mai stato un tennista e stop, direbbe uno più cattivo di me. In realtà il buon Andy mi aveva incuriosito parecchio, non certo per il suo baseball-tennis. La vita post matrimoniale ce lo ha restituito più smilzo e meno pachidermico, quindi più mobile e meno spaesato sui campi rossi. Sbatte contro Monfils, che riesce a far sembrare tutti inguardabili, figuariamoci lui che già ci mette molto di suo.
Kholshreiber: 4-. Col suo bel crestino accennato e l'espressione da triglia lessata, ci tiene a far capire perchè non diventerà mai un grande giocatore, rimanendo nel limbo dei naif estemporanei. Infligge una memorabile lezione tecnico-tattica a Djokovic, s'addormenta contro il modesto mezzadro dei campi Robredo. Braccio e rovescio da top 3, istinto agonista da campionati di uncinetto.
Tsonga: 6+. Nessuno si aspettava più di un ottavo di finale, neanche i più accecati estimatori (emh..). Complice anche il clima d'esaltazione parigino, gioca un gran match con Monaco. Ed il suo tennis, fatto di esplosive accelerazioni pugilatorie ed esaltanti guizzi da portiere, rimane una delle più belle cose viste a Parigi. Duro come la roccia e delicato come una piuma di gabbiano. A Wimbledon se la gioca con tutti. Nostradamus dixit.
Simon: 3,5. Dicono abbia partecipato, nessuno l'ha visto. Pare fosse infortunato, nessuno se n'è accorto. Soporifero come pochi, presto ritornerà giocatore da top 15-20 (se va bene).
Ouanna: s.v. Che dire. Omino sparapalline furenti che tira dritti come un forsennato, e che ti ritrovi da ogni lato come uno l'incubo peggiore, nel match contro Safin. Ronzino rassegnato all'esecuzione sommaria contro Gonzales. La sua presenza si giustifica solo come bizzarra congiuntura astrale, tanto per far salutare Parigi a Marat, con una battaglia degnamente surreale. Top 80 possibile.
Petzschner: s.v. Ci vogliono 5 set per domare Polhanky, canadese che batterei anch'io, bendato. Poi raccoglie 6 (sei) giochi con Verdasco. Sicuro protagonista a Wimbledon. Quarti, almeno. Come no.
Santoro: 8 alla carriera. In venti occasioni il veterano uncinettatore francese, non aveva mai perso al primo turno. Saluta Parigi uno dei pochi capaci di divertire con le sue stilettate, magheggi urticanti e ricami degni del tricotage. Tanto di cappello.
Safin: 9 alla carriera. Doveva salutare alla sua maniera, contro il semi carneade Ouanna. S'ingarbuglia, perde i primi due set. Mostra sprazzi isolati di antichi fasti del suo tennis devastantemente bello, e vince gli altri due. Avanti nel quinto, e contro un avversario che desiderava solo una bella doccia tiepida ed una birra, riesce nell'impresa di rimetterlo in vita e di giocarsela punto a punto fino all'8-10. Impareggiabile. Splendido esempio di braccio divino e mente votata al drammatico suicidio sportivo. Forse meritava un saluto più degno dal pubblico parigino, fin troppo partigiano. Ci manca già da tre anni almeno, dal prossimo anno ancora di più.
Ferrer/Almagro/Wawrinka: s.v. Non li ho visti. E non è necessariamente un male.
Italtennis: 4. Starace (4,5) vince per abbandono di Zverev, poi allena Murray che si diverte a tenerlo in partita fino al 5-5 del terzo e poi se lo cucina alla coque. Seppi (3), la mozzarella altoatesina continua a giocare il suo tennis utilitaristico e brutto, la cosa tragica è che non vince nemmeno. Bolelli (4) fa la (semi) impresa battendo Berdych, che non sarà fenomeno di intelligenza tennistica, ma i colpi li ha. Poi si suicida contro il rubizzo francesotto Chardy. Storica (siamo a questo punto) occasione di un ottavo mandata alle ortiche. Pistolesi o meno. Fognini (s.v.). L'isterico McEnroe de noantri, che gioca come Jordy Arrese (magari).
Donne
Kuznetsova: 8. Il suo nome iscritto nell'albo d'oro del Roland Garros, non è lo specchio dell'obbrobriosa crisi in cui versa la wta, o per lo meno, non l'unico. Certamente non stride più di quello della Ivanovic. A differenza della serba, la martellatrice russa fa il suo mestiere, ha un barlume di progetto esclusivamente“tennistico”, che può piacere (ai masochisti) o no. Picchia come una fabbra ferraia incarognita dall'inizio alla fine, senza guardare in faccia nessuno, non bada ad inutili dettagli. Esce viva dalla cruenta “battaglia delle mazzate” con Serena, ed in finale approfitta della crisi mistica di Dinarona. Non si può certo fargliene una colpa.
Safina: 6,5. La gigantessa russa si muove come un impacciato mammuth, con le fattezze di una fragile lottatrice di sumo. Dimostra di essere la migliore (per lo meno finché le sorellone Williams non vogliono riprendere a giocare). Strozzata dall'obbligo di dover vincere anche uno slam, per giustificare il suo regno, si affloscia miseramente. Non regge al peso psicologico, e a tratti sprofonda nell'argilla, divenuta d'improvviso simile ad infide sabbie mobili. Gigante delicato come cristallo.
Cibulkova: 7. Sentivi il suo nome, e veniva subito alla mente l'angosciosa immagine di Gael Monfils, che infieriva selvaggiamente sul suo corpicino con la sua proverbiale dote d'allungo, oppure pensavi a “flatulenza arricciata” Melzer, che le mostrava una fantasiosa (ed involontaria) variante del kamasutra. Al limite si ricordavano le sue grida di guerra: “Pome! Pome!” (l'equivalente dell'”Ajde!” della serbiatta, del “c'mon!” di masha, del patriottico “Vamos!” di Flavia Pennetta). Ora il nome di questo furetto biondo sarà legato alla quasi bicicletta, con annessa lezione di gioco, impartita alla Sharapova. Le sarò grato in eterno.
Stosur: 7,5. Un anno fa rischiava di smettere a causa di un virus. Arriva a sorpresa fino alla semifinale, e strappa pure un set alla Kuznetsova. Non strepita, non grugnisce, non è invasata all'arma bianca, non sfoggia pugnetti inutili, non lancia urletti indemoniati, non randella ad occhi chiusi. Se a questo si unisce un gioco completo e coraggioso, nello scenario che offre il tennis femminile, potrebbe rappresentare una (seppur flebile) boccata d'ossigeno.
Cirstea: 7,5. Una delle note più liete di questo Open di Francia. Lotta come un tigrotto, agita la sua coda di cavallo corvina e batte con coraggio la Jankovic. Dritto ficcante e rovescio vario. Sperando non venga inglobata nella indisponente scuderia di top model invasate.
Azarenka. 0,5. Avrebbe pure un rovescio notevole. Sceneggiata isterica rivoltante nell'ottavo contro la Suarez. Salve di fischi del pubblico. Urla paonazza in viso, sbraita come un maschio da osteria, pare posseduta dal demone del brutto, che devasta la bellezza. Nanche fosse la versione più raccapricciante di Linda Blair (la posseduta protagonista de “L'esorcista”). Darei l'ergastolo al maniscalco che l'ha messa in campo, forgiandola in questo modo. Sarà fissa tra le prime cinque, questo curioso boscaiolo biondo. Cosa dire di più? Chi vuole bene al tennis, può solo avvilirsi un po' e non commentare.
Sharapova: 3+. Non è in condizione. Si vede e si sente. Prova a sopperire allo scarso stato di forma, con grugniti ancor più forsennati. Un raccapricciante miracolo via l'altro, la porta fino ai quarti. Cibulkova, quasi impietosita, le evita una meritata bicicletta.
Jankovic: 2. Perde senza braccio e coraggio contro il tigrotto Cirstea. La ex numero uno dal volto equino (si, numero uno, mica sono io a raccontare balle), non è in un momento di grande forma. I suoi incontri sono un misto di speranze e attesa. Che possa regalarci l'ennesima e gratuita spaccata, sfibrandosi i muscoli e ritirandosi in lacrime. Il suo colpo più spettacolare. Iscritta di diritto al gran premio lotteria di Agnano.
Serena: 5. A differenza della longilinea sorella, almeno lotta come un bisontino. Si arrende in una truculenta battaglia delle mazzate contro la Kuznetsova.
Ivanovic: 1,5. La osservi agitarsi, imbizzarrirsi come una bella puledrina riottosa e viziata, roteare pugnetti ad ogni piè sospinto, urlare invasata sui doppi falli altrui, e pensi a quanto quel visino sia sprecato per un'attività in cui conta la mano. Attendiamo fiduciosi una svolta definitiva (moda o soap opera).
Venus: 3. Stanca, fallosa, quasi svogliata. Di gran lunga la migliore di tutte, se solo lo volesse.
Dementieva: 2. Chiedere notizie all'avis che le ha prosciugato gli ultimi milligrammi di piastrine.
Martinez Sanchez: 7. A 27anni la mancina spagnola, sta giocando il suo miglior tennis. Tutto servizio-voleé, smorzate, cambi di ritmo. Godibilissima “farfalletta volleatrice”. Romanticamente fuori dal tempo, ma leggera e con una seconda impresentabile a certi livelli. Manda al manicomio per un set e mezzo Tyson Serena, poi svanisce con la stessa leggerezza. Ce ne fossero come lei, a movimentare partite sempre più simili a cortometraggi iraniani con sottotitoli in uzbeko. Urge una clonazione.
Suarez Navarro: 6+. Per quasi due ore, il delizioso cricetino iberico manda al manicomio ed esorcizza Linda Blair travestita da Azarenka. Poi il suo rovescio che fa godere l'anima, evapora. In calo, ma sempre deliziosa.
Italtennis: 5. Tathiana Garbin (7), esempio di professionalità e serietà, arriva al terzo, battendo la quotata Bartoli. Il resto è un deserto angosciante. A posteriori, poche colpe nella sconfitta della “leonessa” (oramai sdentata) Schiavone (5) contro Samantha Stosur. Pennetta (1 come i games vinti per set) raccatta due games contro la modestissima americana Glatch. Pensi che abbia la bua, ma poi la vedi sgambettare leggera nel doppio (8+ all'accoppiata con la Kirilenko. E Ricci in allarme, pronto ad ingaggiarle per il bancone di striscia) e nel misto.
Istantanee da ricordare in questo Roland Garros 2009, come alghe marce incastonate allo scoglio:
- Masha Sharapova, esausta e paonazza. Seduta sulla seggiola al cambio campo. Il massaggiatore le copre le regali gambe da gazzella, con un pietoso asciugamani. E poi pastura sapientemente tra le cosce sudate della bizzosa siberiana, con un movimento regolare ed intenso, che lascia intendere il peggio.
- Il teatrino rivoltante di Vittoriona Azarenka. Parla da sola, muggisce tutta violacea, sbatte la racchetta con violenza, poi in preda ad una crisi di panico raggelante si mette a strillare frasi in bielorusso alla madre in tribuna, che si agita peggio di lei. Granuiola di fischi, come non se ne sentivano da decenni. Manca il vomito verde per completare la trasformazione in Linda Blair.
- “Mano de piedra”, con la sua volitiva faccia da teppista del bronx, incredulo per una chiamata dubbia, si scaglia con ferocia sul giudice di linea. Un attempato ceppo d'uomo di 60anni, con spessi occhiali da vista. E questi rimane fermo, impietrito, paralizzato dal terrore. Gli tremola solo il doppio mento.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.