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mercoledì 9 agosto 2017

È SOLO UNA TRAGICA, VILE, INGIUSTIZIA



Avevo promesso a un'anguria di non scriverne più. Di dedicarmi piuttosto alla barba di Bargiggia (la pettina? Usa la cera o la lacca? Pettinino o spazzola?). Al limite cianciare di tennis. Ma l'avete visto Shalopalov? Quale irruente sontuosità. Erede mancino del grandioso Dancevic. Finalmente ho un nextgen da idolatrare.
E invece no. Capita, con la stessa masochistica morbosità che ti spinge a guardare Vespa sugli omicidi estivi, di rivedere il filmato della conferenza stampa di Sara Errani.
Uno spettacolo agghiacciante.
L'italiana doveva fornire spiegazioni a giornalisti incalzanti, sulla squalifica (ripeto, squa-li-fi-ca) per doping. Invece finisce in teatrino pietoso. Non solo i giornalisti non chiedono, ma si trovano a subire le invettive della tennista (squalificata), sulle false notizie riportate dai giornali. Che come io sono una professionista (squalificata per doping), dovete esserlo pure voi (non scrivendo che è stata squalificata per doping). Falsità che hanno cercato di rovinare il suo onore, e per cui ora pretende scuse e titoloni. Quali titoloni? Scusarsi di aver messo sullo stesso piano l'anastrozolo e il letrozolo per cui è risultata positiva (e che pare più potente dell'anastrozolo erroneamente citato)?
Un irripetibile mix tra Bobo Vieri e Donald Trump. Manca solo che, come il Bobone nazionale, parta col proditorio "sono più uomo io di tutti voi messi assieme". Possibile abbiano accettato tutto questo e non se ne siano andati? Forse quelli veri erano in spiaggia.
Tralascio la storia della madre, verso cui ci sarebbe stato poco rispetto. Non ho letto, nemmeno nelle peggiori fecce social, battute sulla madre malata. È stata lei e il suo staff a tirarla in ballo nella difesa. Pretende che non si citi nemmeno?
Sarita non si difende, ma attacca. E lei da attaccante, come sul campo, lascia a desiderare.
È un fioccare di domande scomodissime, da parte dei giornalisti bastonati: "Farai ricorso? I punti in FedCup contano? Riprenderai dai tornei minori? Solidarietà dai colleghi? Ti senti vittima di un'ingiustizia?". Solo uno abbozza sottovoce dei rapporti col medico De Moral. Il luminare di Armstrong. Sì, conferma, c'è stata, ma solo una volta per un controllo sotto sforzo prima della stagione. Sicuramente inopportuno, ma nulla più. Leggerezza, come chi va a farsi l'esame del sangue da Dracula. Finalmente un altro le chiede, con la testa sotto i suoi santissimi piedi, come mai quattro mesi di silenzio. Ovvio, perché non aveva fatto niente e sperava in una assoluzione in carrozza. Easy.
Ad ogni domanda la stessa solfa, un po' a braccio, un po' leggendo il discorso preparato. Con la faccia dura e il cipiglio di chi è vittima di un'ingiustizia. Della Wada, degli haters, dei giornalai. Da colpevole cui hanno dato le attenuanti a vittima e martire, è un attimo.
Basta dire falsità. C'è bisogno di verità e lei la ripete a più riprese, la verità: è stata squalificata per l'assunzione di cibo contaminato da una sostanza che non porta benefici alle donne, ma solo (blanda) agli uomini.
Ora, tra i giornalisti accusati di aver detto falsità, ce ne fosse stato uno a dire che no, non ci sembra tecnicamente corretto ciò che dici, santissima (sempre con la testa sotto i suoi piedi): lei è stata squalificata perché positiva a una sostanza dopante, inserita nella tabella dei farmaci proibiti dalla Wada perché non è una spremuta di melograno, ed è stata graziata con soli due mesi perché hanno creduto alla sua (strampalata o meno, sta all'intelligenza di chi giudica, sempre che sia concesso ancora) tesi difensiva della contaminazione da cibo, brodo di tortellini. Un po' differente come cosa, sempre con la testa al suddetto posto.
Sul fatto che il farmaco non porti vantaggi alle donne ma solo agli uomini, nessuno (figuriamoci) a chiedere numi su come mai allora risulti nella lista di sostanze proibite dalla Wada anche per le donne. Non si capisce. Un qualche sostegno scientifico alla tesi, in verità mai sentita nemmeno da Banfi in un medico in famiglia. Niente, silenzio tombale, e scuse sottovoce. In fondo è solo una tragica, vile, ingiustizia.



martedì 8 agosto 2017

ERRANI, DOPING, TORTELLINI, SCIE CHIMICHE




La notizia è di quelle inattese, da gelare il sangue nei polsi. Grignani trovato positivo all'alcoltest? No, Sara Errani (la nostra, Sara Errani) "non negativa" a un controllo antidoping. Che "positiva" sarebbe risultato sin troppo brutale e traviante. Si tratta del Letrozolo, sostanza presente in un farmaco usato in casi di cancro al seno e vietato perché, in assenza di esenzioni terapeutiche, rientra tra gli "stimolatori ormonali e metabolici". La sostanza, chiariscono esimi luminari, aiuta a coprire eventuali tracce di anabolizzanti. Anabolizzanti che non sono stati trovati. Quindi avrebbe coperto egregiamente. Pochi cazzi, è scienza. C'è da restare sgomenti. Delusi. Il controllo è avvenuto a Febbraio. Da allora, conosciuto il fatto, mamma Fit, lungi dal considerarsi parte lesa dalla tesserata che avrebbe barato, ma lesissima dalla eventuale squalifica, lavora straordinariamente nell'ombra. Un plotone di Perry Mason per stendere la vibrante difesa del vero (la non colpevolezza). Nel frattempo la convoca anche in Fed Cup, le assicura una Wild Card (negata al rottame Schiavone) a Roma. Non lascia trapelare nulla alla stampa (bravi loro e/o incapaci i segugi giornalisti?). Eppure, le prestazioni e la tenuta psico-fisica di Errani qualcosa dovevano dire circa la non serenità dell'atleta.
Niente, il dispaccio d'agenzia arriva solo poche ore prima della sentenza Itf: due mesi di squalifica, perché si è creduto alla buona fede della romagnola. Lavoro spettacolare della difesa. Immagino la travolgente arringa. Il motivo è presto detto, lo spiega la stessa Errani in un comunicato di straordinaria e umana sincerità. Non tiriamo in ballo i dopati veri di Taiwan o russi, lo Spermonium anti asma di Masha, candidmente assunto per i dieci anni in cui era lecito e (per incuranza) qualche mese dopo la sua messa al bando. Qui no, ragazzi. Non c'è frode retroattiva. La nostra è italiana, è una pura, si vede a occhio nudo quanto vada, andasse, andrà sempre a pane e salame (capocollo, al limite).
I soliti malpensanti avvoltoi avevano anche riesumato quelle balle da spogliatoio sul chiacchierato rapporto con medici spagnoli invischiati in processi di doping. Tutte cazzate. La nostra lo spiega in modo chiaro. Non si può non crederle: sarei pazza - lascia intendere - ad assumere un farmaco antitumorale, che porta a gravi conseguenze fisiche. E lei non è pazza. Infatti - leggo - la sostanza incriminata era contenuta in un medicinale presente a casa dei genitori, ove l'atleta si trovava, in uso alla madre. Come abbia potuto assumerlo, nemmeno lei lo sa. Prova a fare ipotesi, immagino sconcertata e sostenuta dai legali. La più plausibile riguarda il brodo dei tortellini, preparato dalla madre, nel quale potrebbe essere finito qualche nanogramma volante di Letrozolo, o gocciolina di sudore contaminato. Proprio per dimostrare l'esiguità della sostanza, dichiara di aver fatto un test dei capelli con esito negativo. Test non ammesso nel processo per un cavillo. Quale, non si sa. Forse ammaliati dalle prove sui tortellini, i giudici avranno pensato fosse superfluo.
Sara ribadisce di non aver mai assunto in modo involontario questo farmaco. Mai in modo volontario? Freud o errore di battitura? Penso la seconda, malfidati. Ci sto dentro, le credo. Io, che poco ne capisco e non sono un Ris, ho fatto un altro "penzamento". E se la colpa fosse di una zanzara che ha punto la madre e poi la nostra, incolpevole, tennista? Può essere, ma alla Itf sono bastate le altre prove presentate dai nostri legali. La Fit, poco dopo, dirama un comunicato in cui dichiara di essere al fianco della sua atleta, fornendo tutti gli strumenti scientifici e legali. I soldi, quando ci sono, vanno spesi bene. Atleta, si legge con piglio marzialmente littorio ai tempi della campagna in Abissinia, "caratterizzata da senso del dovere e dirittura morale". Patria, sangue, suolo.
Ora però, il sentimento è ambivalente. Se è vera, come è vera (e credibilissima), la storia dell'assunzione accidentale di farmaco antitumorale anabolizzante per contaminazione da tortellini (o cappelletto, secondo teoria giurisprudenziale minore) in brodo (senza panna), due mesi di squalifica sono uno sproposito. Una somma ingiustizia. Una specie di complotto. Se le scrupolose motivazioni addotte sono considerate valide dalla Itf, si dovrebbe andare a fondo e mirare a una cancellazione totale della pena. Perché, non scordiamolo, pena c'è stata e finirebbe per macchiare una carriera adamantina.
In Italia, leggo qualche commento. Sui social la suburra internauta si scatena con battute dozzinali su tortelli in brodo dopati, Giovanni Rana, etc. All'estero ridono amaro per queste scuse, il doping involontario da contaminazione ambiental culinaria non li convince, sembra una scusa più grottesca del bacio cocainico di Gasquet. Sono in malafede, gli stranieri. Ma non passa lo straniero! I più autorevoli giornalisti italiani invece (compreso me, che non sono giornalista ma resto autorevolissimo), proni, credono ad occhi chiusi alla verità di Sara. Ma proprio tutti. Anche quelli scettici riguardo all'uomo sulla luna e complottisti vari da scie chimiche e false flag, stavolta credono al tortellino contaminato. Ed io, ovviamente, con loro.
Il mio gatto invece, mi guarda strano. Lui, forse perché odiatore professionale, è colpevolista. O, almeno, non crede alla contaminazione. Anzi, una scusa simile dovrebbe portare l'aggravante di abuso dell'intelligenza felina. Il felino è diffidente per natura. Blatera di un doping sempre più raffinato, subdolo. Mica c'è più il bombone à la Fantozzi durante la Coppa Cobram o gli anabolizzanti vivi di Ben Johnson. Ora corre sul filo. È fatto di sostanze lecite create per curare asma, diabete o cancro, che assunte scientificamente a piccole dosi (in persone sane un dosaggio normale avrebbe effetti nefasti) hanno effetti dopanti, o mascherano il doping o ne attenuano effetti dannosi. Ci arrivate o no, voi bipedi? Sembra dire. Il felino è un odiatore nato, non va preso in considerazione. Io credo a occhi chiusi nella buona fede di Sara. Credere, obbedire, combattere. Fosse una Williams o Sharapova chiederei l'ergastolo al 41 bis con isolamento diurno e notturno. Oltre alla restituzione di tutti i premi vinti in carriera.

Qualcuno penserà che sono pazzo a scrivere queste cose. Smentisco. Ho solo assunto accidentalmente, per contaminazione, Lsd sbevendo una birra assieme a un tossico. O forse canapa passando in macchina davanti a una piantagione abusiva. Chiedo il pieno proscioglimento per le cazzate scritte.

giovedì 22 settembre 2016

Gli hacker e la guerra frigida del diping Usa-Russia, Cia e Kgb







In molti (due squilibrati in detenzione al manicomio criminale di Aversa) mi hanno chiesto di fare luce sull'incresciosa vicenda doping esplosa negli ultimi giorni.
Non mi sottraggo, premettendo di non sapere un cazzo di niente. O almeno, ne so per quanto si legge dai giornali, che non sanno un cazzo di niente.
L'antefatto. Molti atleti russi (tra cui la Divina urlante Sharapova) risultano positivi a sostanze illecite, tra cui il Meldonium o Spermonium che dir si voglia. Ovvia squalifica per l'urlatrice e le altre. Una specie di doping di stato che si ripropone ciclicamente come la peperonata, con tanto di tarantelle sull'esclusione di tutti gli altleti russi dall'olimpiade di Rio, di Tokio e forse di Roma (Raggi permettendo, altrimenti si disputeranno a Grumo di Puglia e a Vico Equense: il governatore della Puglia Emiliano e il sindaco di Napoli De Magistris sono fiduciosi). 

I fatti recenti. Ne nasce una scontata battaglia diplomatica (anche) sullo sport, tra le due superpotenze Usa-Russia. Se non è guerra fredda, è almeno frigida. Si sa. Sti cazz' e russ stann' chin' e sord' e cattiverij (cit.). Putin, dopo la caccia all'orso mattutina, è imbufalito e va giù pesante, di Polonio. Via a spy story, cia, kgb, servizi deviati, simpatici hacker mascherati pronti a diffondere dati riservati dell'antidoping mondiale da cui risulta che anche gli yankee tanto santi non sono. Nomi di prim'ordine come la plurimedagliata ginnasta Simone Biles, le sorelle Williams nel tennis e la cestista Elena Delle Donne, avevano ricevuto autorizzazione a usare talune sostanze proibite: oppiacei, antinfiammatori e supposte per la febbre. 
Pronte reazioni dei colleghi, tra cui spicca quella di uno sconcertato Rafa Nadal. Nemmeno 24 ore e sbucano fuori due esenzioni mediche anche per il buon Rafito. Doppiamente sbigottito e spernacchiato.
Sostanzialmente, mi pare maleodorante aria fritta. 
Le atlete americane hanno agito nel rispetto delle regole, magari di dubbio gusto ma null'altro. Le russe no, e sono state giustamente squalificate. E anzi, le rivelazioni ad orologeria dei sedicenti hacker, li rende anche un po' sprovveduti, oltre che bari.
In sintesi. Siete andati tutti a scuola, no? (Almeno quelle dell'obbligo, grillini in parlamento a parte). Bene. Le Williams non avevano studiato e si sono giustificate (con successo) con la maestra, come fanno le raccomandate. La Sharapova non aveva studiato e, convinta di non essere interrogata, lo è stata a sorpresa e ha preso 2. Nadal è il secchione ridicolo, che si lamenta per le giustificazioni, quando lui ne aveva usufruito ben due volte.

Considerazioni. In tutto questo, non sono nessuno per emettere sentenze o proporre inesistenti soluzioni. Mi limito solo a ricordare alcuni dati di fatto:
1- Il Doping esiste. In ogni sport. Chiunque prova a migliorare scientificamente le prestazioni del proprio corpo. Se ne facciano una ragione i candidi sbigottiti dell'ultima mezz'ora. Esiste da quando esiste l'uomo, il mondo, lo sport e la voglia di prevalere sull'altro ad ogni costo. Ed esisterà sempre, come la corruzione, la guerra, la violenza e la fame nel mondo. A meno che non si voglia cambiare l'uomo.
2 - Esiste il doping personale e quello di stato.
3 - C'è il doping vero e proprio e l'utilizzo smodato di farmaci leciti. Che non li rende illeciti, ma almeno eticamente sbagliati.
4 - C'è il doping mascherato da prescrizioni per combattere talune malattie (spesso inesistenti) e che migliorano le prestazioni o mascherano il doping.
5 - Ci sono atleti squalificati, spesso peones.
6 - Sembrava leggenda metropolitana, ma ora è evidente: con molti atleti dal nome altisonante, l'antidoping chiude un occhio. Tutto nella legalità. Basta una richiesta scritta di esenzione.
7 - C'è nel tennis (di cui tratto) il simpatico fenomeno del "silent ban". La squalifica pietosamente silenziosa. Un tennista è trovato positivo? Lo si ferma per tre, sei mesi o un anno, ma in silenzio, evitandogli la pubblica ignominia. Problemino all'adduttore o al tricipite femorale, e via. Se dichiarano che nel 2017 la pratica verrà abolita, è l'ammissione implicita che si è sempre usata. Quindi, anche questo, altro che leggenda metropolitana.

Conclusioni. Il doping non verrà mai sconfitto. Perché nessun atleta professionista può andare a pane e salame e perché si troverà sempre lo strumento, medicinale o artifizio medico-burocratico, per aggirarlo. Così come non si sconfiggerà la fame nel mondo, la violenza, le guerre, la corruzione (degli altri), tranne che nei comizi di Di Battista.
Quindi, santonsubito lo spernacchiato Zeman, che anni fa denunciava l'utilizzo mostruosamente spropositato di medicinali nello sport. E santosubito Rino Tommasi, che in una situazione così complessa e senza utopiche vie d'uscita ma che sempre porterà squilibri tra le forze in campo, aveva parlato di legalizzazione del doping. Triste, ma non meno di quanto siamo costretti a vedere quotidianamente.




lunedì 14 marzo 2016

SHARAPOVA, DOPING, SUPPOSTE DI MELDONIUM: LA VERITA'







Ammetto che della questione doping-Sharapova mi interessa meno di un pelo di cazzo di Gasparri, ma da più parti, dagli Appennini alle Ande, si invoca una mia saggia opinione. Per placare queste milioni (che dico, miliardi) di querule richieste, eccovela. Ovviamente definitiva.

Il caso. Maria Sharapova convoca una conferenza stampa a Los Angeles. Le voci si rincorrono: annuncerà all'adorante plebe un grave infortunio alle corde vocali? Il lancio di una nuova miracolosa caramella in grado di far grugnire ad oltre 120 Decibel (superando il suono delle sirene)? Di sostituire Axl Rose (ormai bolso e afono) nella imminente reunion dei Guns N'Roses?
Niente di tutto questo. Si presenta a capo chino, vestita come una monaca penitente (o Rosy Bindi durante le preghiere dei vespri) e annunzia al mondo di essere stata trovata positiva ad un controllo antidoping durante gli Australian Open. Meldonium, sostanza dichiarata proibita a inizio 2016. Adduce grotteschi motivi fisici per l'utilizzo di un anticoagulante dagli effetti simili a quelli dell'insulina, utilizzato da infartuati, vittime di ictus e malati di diabete. Prodotto in Lettonia, lei residente in California. Si trincera dietro la mancata conoscenza delle nuove disposizioni, distrazione, quindi via di scuse ai tifosi e promesse/minacce di tornare in campo dopo la squalifica. Ma ammette l'uso. E' quanto basta. Poi nei giorni seguenti sposta il tiro e blatera di comunicazioni Wada non leggibile, causa inchiostro bagnato da una pioggerella estiva di Luglio. E si sa, tra gli effetti collaterali del Meldonium c'è anche un sensibile abbassamento della vista. Molti principi del foro statunitensi sono pronti a cavalcare questa via, per una piena assoluzione.
Basterebbe questo per provare pena di questa conclamata, abituale reo confessa dopata? No, purtroppo.
Le reazioni. Spendo un po' di tempo sottratto alla pedicure per leggere sul pianeta Internet, cosa si dice al riguardo. Clamore non solo nel mondo tennistico e modaiolo cui ella appartiene, ma anche dello sport in generale. In Italia la suburra internauta si divide tra colpevolisti e innocentisti verso una rea confessa. Fila tutto, nel quadro di una totale, incontrovertibile, demenza collettiva. Chiaro, ovvio, avessero pizzicato “la scimmia, orango, negra” (solo tra i più graziosi epiteti che le vengono gentilmente rivolti) Williams o la “ladra, rom, imbrogliona” Halep, si sarebbe invocato all'unisono la radiazione, carcere, fine pena mai e fors'anche la pena di morte con iniezione letale (vi stupite ancora che in questo paese attaccando negri e rom si possa ambire a governare?).
Ma la Masha, ma la Masha no.
Bisogna pur concedere un beneficio del dubbio, scusante, fantasiosa teoria assolutoria, alla diva avvolta da un alone di urlante santità. Che diamine, lo si deve a colei che ha forgiato le loro mani con indelebili calli da manico. Ok, dicono in coro: il farmaco è stato vietato solo a Gennaio, quindi il peccatuccio di Maria (ammesso ci sia) è veniale. E, se proprio c'è, è da imputare ad altri, perché “Maria non è proprio il tipo da doparsi” (non si sa in base a cosa, se non alla riconoscenza per i suddetti calli). Assoluzione morale quindi della urlante badilatrice di palline e colpa alla sua equipe medica (con quello che li paga, questi lazzaroni buoni a nulla), rei di non essersi informato per tempo. Un drappello di finissimi appassionati appartenenti al gruppo “due diottrie per Masha” spolvera il sempre verde “Perché, le altre? E le foibe?”. Infervorati e accecati dalla miopia divorante, finiscono per assolvere la beniamina confessa accusando ipotetiche e mai squalificate colleghe. Questione di tempo e i più virtuosi si spingeranno a fulgide teorie medico psichiatriche: Va bene, Masha ha ammesso la colpa, ma siamo sicuri fossero dichiarazioni attendibili? chi ce lo dice che l'astinenza da Meldonium non induca vaneggiamenti e scarsa lucidità? Occorre una perizia, moviola in campo, o sarete mica giustizialisti forcaioli dello Strafatto Quotidiano?
La verità vera. Bisogna prenderla alla larga. Sposo da sempre una massima teoria che fa capo al filosofo e Maestro ascetico Zeman: esiste il doping “legale” delle sostanze proibite dalla Wada. Doping “scientifico” dato dalla somministrazione di sostanze lecite coprenti quelle illecite, frequente nei casi di doping di stato. E poi c'è un doping “etico” basato sull'uso ed abuso di medicinali leciti al fine di migliorare le prestazioni, eliminare affaticamento ed altro. In sintesi, è doping assumere nandrolone. E' eticamente riprovevole imbottirsi di aspirine o supposte che curano la lebbra se non si ha quella patologia. Sharapova ha usato un farmaco che cura malattie del cuore e il diabete, mentre era sana come un pesce. Sostanza che (sempre più studi lo dicono, basta leggere) copre la rilevazione del doping e che tante squalifiche sta portando in atleti russi di diverse discipline. E, non contenta, lo ha fatto anche quando è stato dichiarato illecito. Quindi dopata: legalmente, scientificamente ed eticamente. Ha confessato la colpa. Discorso chiuso. Di potrebbe anche archiviare e passare oltre, no?
Altro discorso è quello sulla la negligenza del suo staff medico. E sì che Maria potrebbe permettersi medici in grado di debellare ebola e Aids nel centroafrica e di essere sempre un passo avanti all'antidoping. Colpe che non attenuano di certo le sue, ammesse ed evidenti. Tranne successive mezze ritrattazioni che non fanno altro che rendere patetica una situazione di per sé imbarazzante. Masha ha vinto tornei, slam, fatto di sé un'azienda dagli introiti spropositati, guadagnato forse più del prodotto interno lordo del Burkina Faso. Il ritiro (tutt'altro che sicuro) di titoli e coppe e fuggi fuggi degli sponsor non può che scalfirne un'unghia laccata. Si pretenderebbe però almeno una dignitosa uscita di scena, dopo la confessione, stile Armstrong. Invece, al peggio non c'è fine.
Ciao Masha, che tu possa avere sempre il vento in poppe (rinsecchite), il sole ti risplenda...e possa insegna agli angeli come urlare strafatti di Meldonium.


mercoledì 18 dicembre 2013

NADAL, LLAGOSTERA VIVES, DOPING E VECCHI MERLETTI






Caram(m)elle gommose, cioccolate, luci e fontanelle illuminate a Piazza Navona versione presepio diabetico. Lo spirito natalizio m'infonde nell'anima un'inspiegabile bontà «dindondante» e voglia di prendere tutti a sprangate nelle gengive urlando come Pappalardo.
Storia di pochi giorni fa: la squalifica per doping di Nuria Llagostera Vives, doppista di un metro e quaranta scarso, per trentacinque chili di peso, esagerando. Già compagna di Maria Josè Martinez Sanchez (magone) e Francesca Schiavone (ahuiiih), ma famosa soprattutto per aver posato seminuda. Bene, mi dico. E' la conferma di quanto pensavo, ebbro di limoncello e «Jingle Bells». Vedi Nadal, Djokovic o Ferrer schiumare bava verde come belve radioattive e il tuo animo di dietrologo da far invidia a Malgioglio e ai Fattisti pasce nutrendosi di biada ammuffita. Poi ragionando a mente fredda capisci l'ingiustizia dei tuoi sospetti. Meno probabile, visivamente sconcertante rispetto a chi corre e randella per ore, ma possibile che ricorra ad aiutini anche l'artistoide superdotato (di braccio) dal fisico esile, desideroso di maggiore tenuta. Quante volte, o voi miserabili qualunquisti, avrete conosciuto una vestita come una mignotta sulla Togliatti, poi rivelatasi illibata quasi-santa? E quante altre una bardata come Maria Goretti, svelatasi nel segreto del talamo una pornostar mancata? L'abito e il trucco non fanno il monaco. Ogni tanto.
La piaga doping è complessa e sfaccettata, non è questione di classifica e ore giocate, ma di chi vuole andare oltre la sua, personale, soglia: un top ten con l'obiettivo di diventare numero uno come il numero 500 che mira ai 300. Tanto un doppista per non afflosciarsi dopo un set, quanto chi mira a stare in campo dieci ore in due giorni senza crepare. Il viagra può prenderlo chi non riesce a farsene una e chi, pur arrivando tranquillamente alla terza, dalla quarta in poi esige una spintarella. Persino io, ai tempi in cui ancora stavo in piedi, in un doppio da circolo, avrei potuto ingurgitare una bombetta prima che vedessi la beata vergine, sorridente, mostrarmi il dito medio sopra la rete.
Considerazione alla buona, banale, semplicistica (l'ho sentita pure a uno dei forconi in piazza), per avvinazzati al bar davanti a puntate immaginarie del «Processo del Lunedì» versione tennistico. E la squalifica della gnometta iberica è una conferma. Vien quasi da vergognarsi e chiedere scusa d'aver malignato solo sui soliti energumeni versione di Hulk. Sembra un assist perfetto al nostro Lazzaro di Manacor. Uno si attende colga la palla al balzo e dichiari: «Meh, brutti forcaioli impiastri, figli d'un Travaglio, avete capito ora quanto il doping non riguardi solo tennisti da maratona di New York applicata al pugilato tennistico? Come la mettiamo, ora, stronzonacci?».
Passano poche ore ed ecco l'intervento di Nadal.
«Squalifica assurda. Chi gioca il doppio non ha bisogno di aiuti esterni. Noi che giochiamo ad alti livelli sappiamo come funziona il tennis». (tradotto per i non udenti: il doping serve solo per i tennisti di singolare, di alto livello, in campo per ore. Noi top 4 ad esempio, ne abbiamo tanto bisogno. E voi per vedere quel sublime spettacolo da corrida per ore e ore, dovete accettarlo. Come ingiusta è la regola del «time violation» per noi supereroi. Altrimenti come fate ad assistere a quegli scambi mozzafiato da scannatoio? Capito, maledette toghe rosse della federazione? - a trovarne una -). Manca solo il nome e la firma. E rimani si sasso. Senza parole. Proprio non ce la fa. Per una volta che potrebbe, se non smontare, almeno rendere meno forti i sospetti (spesso fastidiosi anche per chi come me non ne apprezza il tennis), va in senso contrario, dalla stessa parte di chi lo accusa. Niente. Non raccoglie l'assist e spara alle stelle a porta vuota, da mezzo metro. Manco Blisset dei bei tempi.
Rafinho pesta merde in sequenza. Come non bastassero gli epici svarioni, ormai storia: l'impeccabile antidoping (quando invece Murray, Djokovic e Federer, non tre pizzaioli fermati per strada, reclamano controlli più seri rispetto agli attuali, quasi nulli), le difesa di Contador e le bistecche contaminate, il sostegno quasi sbeffeggiante alla «campeona» Dominguez, assolta solo perché le intercettazioni buone per inchiodarla non furono ammesse. Immaginate per assurdo «la saponificatrice di Correggio» assolta perché la confessione d'aver smembrato, bollito e reso saponette alcune vittime non è ammessa in processo. Un po' di dubbi su chi ne decanti le lodi di filantropa e pioniera della cosmesi, vi vengono. Sul buon gusto, almeno. Parla di attacco alla Spagna sportiva per i suoi tanti successi, quando è sotto gli occhi di tutti il tentativo iberico d'insabbiare tutto, a differenza di quanto avviene altrove. La distruzione delle sacche di sangue e i nomi di chi era curato dal dottor doping Fuentes, dovrebbero bastare a capire.
E allora perché, Rafinho, continuare con queste dichiarazioni buone solo ad alimentare ridda di voci incontrollate? Perché, perdio? Per potersene poi lamentare, facendo vittimismo? Sibillini messaggi stile pizzino? Inconscia richiesta di aiuto tipica dei serial killer?
Boh, vallo a capire, è Natale. 


sabato 27 luglio 2013

Troicki, Cilic, nani, ballerine, silent-ban e il doping silenziato nel tennis




Acute riflessioni di uno spiaggiante dopato d’orzata


Due parole (di numero) sul triste caso dell’estate, prima di andare a pesca: diciotto mesi di squalifica a Viktor Troicki per aver rifiutato un controllo antidoping. Stamattina leggo di Cilic, forse squalificato per tre mesi con pietoso tacito accordo federale, il famigerato “silent ban”. Una cosa tipo: ragazzo mio, non diciamo niente in giro, altrimenti fai una brutta figura. Tu però, a papà, non giocare per tre mesi. Facci ‘sto piacere.
Ora, di Troicki mi frega più o meno quanto il tipo di boxer (flanellati, aderenti o meno) usati da Cicchitto. Di Cilic ancora meno. Nel primo caso si è di fronte all’ufficialità, nel secondo di un mostro (e non si allude alle sue fattezze da Gobbo di Notre Dame) sbattuto in prima pagina, per una notizia proveniente da fonti incerte.
Questa situazione fornisce l'input per una ponderosa riflessione dormiente post caffè del mezzodì di sabato. La prima considerazione: ebbene sì, ragazzi miei, il doping esiste anche nel tennis. E’ ‘mmezzo a noi. La seconda è come il problema sia da anni volontariamente silenziato con strumenti sottobanco. Un po’ fanno ridere però, e suscitano tanta tenerezza, quelli per cui il “tennis è sport pulito perché nessuno è stato trovato positivo negli ultimi tre anni, tranne un numero 808 o il mestierante yankee Odesnik”. E’ gente che crede alle favole, a un modo fatto di cavallucci alati, destrieri bianchi, stelle filanti e zucche volanti. Un mondo lillipuziano. Dove tutti sono bravi, corretti, amici di plastica e con sorrisi di cemento. E non si bombano mica come cavalli da tiro uzbeki. Sia mai. Nemmeno fumano quelli, come innanzi alle scuole italiane dopo la riforma Lorenzin. E ti chiamano dietrologo, se gli fai notare quanto il doping, purtroppo, sia ormai malattia degenerativa che dilania tutto lo sport. Compreso il tennis. C’è solo un differente modo di affrontare (o negare) il problema, da parte delle diverse federazioni e paesi. Interessi miliardari e sponsor, fanno il resto.
Non occorre scomodare la bomba di Fantozzi alla Coppa Cobram, “bomba, bomba, tenga a bomba chella bona, chella forte...è metredina, simpamina, aspirina, franceschina, cocaina e peperoncino di cajenna. Co chest’ arriv’ prim e ti fa pur’ arrizzà!”. E non si tratta di essere dietrologi. Esiste il doping. Come esiste il reato di furto. Ci sono i bari e i ladri. Innegabile, oggettivo. Nel vituperato ciclismo e nell’atletica provano a sgominare il problema, altrove silenziano per motivi di vil denaro. Non solo il tennis, ma anche il calcio dove, a mia memoria (di criceto nano con l'esaurimento nervoso), ricordo solo moralistici accanimenti verso cocainomani (l’uso di coca, tra l’altro, scientificamente, devasta il fisico e non migliora la prestazione), e nessun caso di doping vero, quello che fa correre 90 minuti come invasati con la bava alla bocca. Senza sudare. Zero. Solo postume confessioni di vincitori di Champions marsigliesi. Quando la prescrizione sana il peccato.
Troicki visse una buona stagione due anni fa. Poi il vuoto. Una specie di clone dagli occhi pallati (versione sessantadue volte meno forte) di Djokovic. Calo, crisi di risultati e assestamento nelle posizioni di medio livello (ora è numero 53). Pazzo da rifiutarsi di fare un prelievo di sangue, conscio d’aver barato o abituato a fare ciò che voleva, anche rifiutare il controllo, non saprei dire. Ecco poi, lo sgomento e la giustificazione: “Ero pallido e troppo debole dopo un incontro spossante, per fare un prelievo”. L’emofiliaco Victor, passando una notte dalle mie parti, dissanguato dalle zanzare, rischierebbe di rimanerci secco.
Ben più paradossale e significativo il caso di Cilic. Non m’interessa il suo nome (tutto da verificare), ma la pratica “silent ban”. Specie per i soliti di cui sopra, che credono di vivere in un mondo tennistico di fate e cavalieri. Persone pure, eroiche e d’altri tempi. Che la pratica sia diffusa, è risaputo. Basterebbe riprendere la bibbia “Open” di Agassi. Trucchi parrucchi e polveri magiche. Dopo aver rivelato che giocava con una parrucca, il kid di Las Vegas narra di un silenzio benevolo della Wada riguardo al suo uso di polvere d’angelo. Il circo, il baraccone, lo show, impone queste sceneggiate, torbide storie, silenzi, appunto. E allora ecco, come a scuola, la nota della maestra che immagino una specie di sora Lella: “silent-ban”. Una punizione segreta, annessa bacchettata sulle nocche. “Occhio regazzì, io non lo dico ai tuoi genitori, ma ti blocco. Non lo fare più, altrimenti ti riblocco”. Potrei, al limite, ammetterla nel caso di “notte brava”, raro uso di cannabis, cocaina o altre sostanze che di certo non aiutano la prestazione. Per il resto, sarebbe una barbarie assoluta. Un antidoping peggiore del doping. Un sistema che ti dà la possibilità di provare a fottere il prossimo, anche perché, se dovesse andarti male, paghi con una sospensione. Come se ti fossi infortunato, senza nemmeno il marchio d’infamia pubblico, lettere scarlatte e tutto il resto. Contratti salvi, sponsor meno affranti, tifosi submentali per cui tutto è pulito, anche.
Nomi a parte, estranei o meno, il dato è uno solo: il doping nel tennis esiste. Babbo Natale, no.
I moralisti si scandalizzeranno, ma è tanto fuori dal mondo la legalizzazione del doping, al posto di questa buffonata? Equivarrebbe a una resa, certo, ma sarebbe meno patetica e vergognosa dell’attuale situazione. Lo disse Tommasi, e con quella soluzione mi trovo sempre più d’accordo. Magari con tornei da disputare nelle farmacie o nei corridoi d’ospedali.

venerdì 10 agosto 2012

IL DOPING, SCHWAZER, BIANCANEVE E I SETTE COGLIONI







PUGNETTA BALNEARE

Capita, sempre in coincidenza con la torrida estate ormai allo Zenith dello sciroccamento neurocerebrale, che si torni a parlare di doping. Dopo un inverno di caccia al Mato Grosso, le solerti autorità dello sport internazionale, ben truccate, con cotonate parrucche e gote luccicanti cristallina inflessibilità, si premurano di renderci edotti sulla loro frenetica ed inarrestabile attività di controllo. Baluardi delle pulizia morale dello sport. Da anni nel tennis cadono nella trappola un francese numero 400, una manciata di peones argentini sporchi, rozzi e modesti. Si bacchetta con feroce intransigenza pseudonzazifascista uno zuzzurellone codato belga dimenticatosi di un controllo, perché dormiva in una roulotte con degli hippie e non a casa. Quasi tutti dei miserabili mestieranti che si arrabattano per vivacchiare nel circuito, o quasi ex al triste crepuscolo. Normale che per entrare nei cento provino a drogarsi come cammelli, in quel bieco tentativo d’azzardo. Come un centometrista già battuto, che cerca la furbata un partenza per prendere l’abbrivio che annulli il gap. Al costo d’incappare nella squalifica da “falsa partenza”. 
Vuoi mica pensare che assumano beveroni di sostanze dopanti mortali, i Top 10 del tennis. Quelli sono miliardari, puliti, fenomenali esempi di correttezza. Nati top 10 per casta. Scorreggiano zaffate di odoroso incenso, anche. Al limite, se vedi qualcuno correre come uno svitato, con gli occhi fuori dalle orbite asciugando bava color scoria radioattiva, è l’agonismo della pugna. Qualora assuma strane sembianze trasfigurandosi e iniziando sinistramente a nitrire come un cavallo da tiro pronto alla monta, occorre essere doppiamente ammirati. Plaudire alla costanza di allenamenti che lo hanno portato fin lassù. Anche se, come direbbero gli infidi e vagamente recchioni esteti “non ci ha mica tutto sto gran talento”. Anzi, se un numero 7/8 si bombasse come un Puerta o gli altri derelitti da arresto coatto, diverrebbe numero uno. Perché sono tutti numeri uno, in fondo, nel mondo dell’amore universale. Dell'amatissima casta. Ed allora ecco che di fronte a tali e tanti controlli intransigenti, gli sbigottiti spettatori possono finalmente dormire sonni tranquilli in nuvole di candore, pensando che tutto è ok. I brutti, maleodoranti imbroglioni, sono al sicuro. Lontani dallo splendore immacolato dello sport sano. Hanno persino conferito l’ergastolo sportivo a Daniel Koellerer: il Demonio. Che col doping non c'entrava una ceppa, ma era emblema di quell'antisportività turbante gli animi di chi guarda una partita godendo come un prete omosessuale che si masturba recitando un rosarione. Tutti sereni, senza questo truce figuro simile alla bestia satanica. 
Quando sono in atto le olimpiadi poi, gli alti vertici non si tengono mica. Sembra che stiano per venire nelle mutande, mentre sbandierano il consueto: “l’olimpiade più pulita della storia”. Pronti, via. 7 minuti di gara, un sollevatore nano del Tajikistan trovato positivo alla pirite. Poi scoppia il caso Schwazer. Oh, mamma. Che sarà mai? Un povero disperato che ha provato a barare, come tanti. Nel belpaese s’è invece scatenata una ridda di farneticanti abomini fintomoralisti ripugnanti, che troneggiano sui vari giornali. Dalla depressione, al male di vivere, alla gioventù bruciata. Manca solo il vescovo spetazzante che, dopo aver molestato due ragazzi filippini, con voce da castrato, vaneggi sulla solita “mancanza di valori giovanile”. Altri hanno parlato del bisogno di uno psicologo personale per ogni atleta. Immaginatevela l’Olimpiade: 100mila atleti, con 100mila dotti strizzacervelli barbuti al fianco. E non sono mica tutti Fogni, gli atleti olimpici. Ed una serie di follie reali, per trovare una giustificazione alla cosa più semplice a questo mondo: Un povero stronzo voleva fare il furbo, ed è stato fregato. Dobbiamo farci sorprendere, traviare, dall’ammissione, dalla copiose larme inconsolabili? Dalla faccia da pubblicità da merendina kinder? Dal fatto che fosse una specie di Ken fidanzato della danzereccia Barbie Kostner sempre con le chiappe per le terre? Addirittura rimanere sgomenti perché lassù tra i monti, come direbbe un inflessibile esponente del Svp, sono uomini tutti d’un pezzo e non campiono simili atti riprovevoli? Ok, le lacrime ce lo restituiscono ragazzo fragile. La confessione lo fa più uomo di chi con un misto di plutonio/pirite rinvenuta nelle urine continua a gridare al complotto internazionale citando come prova d'innocenza uno strano gelato al pistacchio contaminato dalla Cia. E’ già qualcosa l’ammissione, ma finisce lì. Sforzatevi anche di voler credere alla commovente favola del solitario uomo fai-da-te nel periglioso Bosforo. Che si sia avventurato come Marco Polo passando dal Mar dei Sargassi, ed alfin approdato nell'antica Cappadocia abbia comprato delle sostanze dopanti in farmacia. Assieme all’aspirina ed agli assorbenti con le ali. Poi si sia siringato, facendo tutto da solo. Nell’assoluta incoscienza dell'incredula fidanzata, di allenatori e federales, puliti come bimbi cosparsi di polvere talcolata. 
E via, quotidianamente. Perché inutile che vi illudiate, lo sport è una tragica metafora della vita reale, delle nostre tristi e scontate esistenze. Dove ci sarà sempre chi, sfidando il rischio del gabbio, prova a fregare, ad arricchirsi prendendo mazzette, comprando o corrompendo. E spesso questi tangentisti d’alto bordo la fanno franca perché sono potenti, vantano amicizie importanti o perché rimangono un ingranaggio del drogato sistema di cui non si può fare a meno, pena il crollo dell’intero castello di sabbia e letame. Allora il pesista del Tajikistan sarà l'insignificante agnello da sgozzare sull'altare, qualche splendido e marziano nuotatore yankee continuerà ad olezzare d'oro liofilizzato. Dove Ben Johnson era il torvo untore pazzo che temerariamente volle far crollare il castello pubblicitario del gigante Carl Lewis. Drogati allo stesso modo. Il primo cattivo, sozzo. L’altro elegante e sinuoso figlio del vento. Un povero giamaicano accolto dal piccolo Canada caontadino, contro lo splendente gigante di quell’”America potente, tutto e niente, il bene e il male”. Figli, figliastri, e coglioni. I Ricchi e Poveri, e "Mamma (ma-ma-ma) Maria". Schwazer il ragazzo fragile, debole e che non voleva allenarsi e faticare, mentre i nostri inorriditi vertici federali rimarranno smeriglianti esempi di rigore morale. 
Non sfugge a questa disgustosa regola il tennis. Proprio ieri leggevo della radiazione (tardiva?) di un medico vicino a molti tennisti iberici, e nomi da top ten come Ferrer o Errani. Chiacchierati (e non di chiappa) perché corrono, sbuffano, arrivano a toccare soglie di atletismo che altri si sognano di notte. Se sia solo frutto del lavoro o di uranio impoverito, chi può dirlo. Solo un controllo, di quelli che a suo tempo segarono solo mestieranti orrendi come Odesnik o drogati conclamati argentini. E qui si torna al pesista carneade, e alla potenza mondiale. L’inutile nome da sacrificare all’altare di una finta lotta al doping, e l’élite da preservare, perché se cade una testa argentata da top 10, crolla la credibilità di tutto lo sport. Illazioni, mostruose, le mie. Banali, semplicistiche riflessioni da bar a voce alta. Perché è materia difficile quella del doping. Come altre cose non c’è mai solo il bianco e il nero, ma v’è quel sinistro cono d’ombra in cui s’annidano orride contraddizioni. La legalità di sostanze che sarebbero illegali se somministrate in dosi equine, ad esempio. Non è doping? Lecito e illecito si mischiano in modo orrendo, pensando alle farmacie ambulanti cui hanno ridotto spogliatoi sportivi. Tutto in nome dello spettacolo, degli sponsor e di tutto il resto che esige il baraccone vada avanti, sempre. Dove i tre giorni per recuperare le fatiche o un infortunio divengono uno, grazie ed un medicinale. Lecito, per carità. Impieghi un anno di blando lavoro per ingrossare i muscoli con la creatina (legale, entro certi limiti invece ampiamente superati), perché continuare gli inutili spargimenti di sangue e sudore con gli scaloni del metodo Zeman? Profeta incommensurabile, il boemo. Don Chisciotte contro i mulini a vento di un progresso già drogato di per se. Ma alla fine, come direbbe un Papa che non crede allo spirito santo ed ingroppato dall'ateo San Tommaso, tocca solo fidarsi di ciò che si vede. Fino a prova contraria tocca credere nella morale pulizia del tennis, dello sport, e del mondo dove non esiste malvagità ed a brevissimo ci sarà la pace nel mondo. Qualche pazzo, lo crede. 
In questo clima di grande e ritrovata fiducia verso il prossimo, mi rassereno. Capita poi che mentre sgargarozzo un bel drink a base di menta piperita, per caso, legga una dichiarazione di Rafael Nadal. Nemmeno da poter travisare, perché proviene dal suo ufficiale profilo di twitter. Tralasciando le amenità ipernazionaliste da ultrà dell’intero movimento spagnolo che darebbero ragione persino a quel Grillo che d’estate spara più cazzate del solito, il tennista maiorchino scrive, a proposito della fondista Marta Dominguez: “Eri e resterai una campionessa”. Poco male, pensa uno. Poi vai a vedere, per puro scrupolo di coscienza, chi sia la gran “campeona”. E ti imbatti in questo articolo. Ok, a Repubblica si sa che sono dei comunisti faziosi. Ma la storia è proprio quella. Una tipa inchiodata dalla Federazione internazionale antidoping, nell’ambito delle tante “operation” che hanno impestato lo sport iberico. Intercettazioni pare chiarissime, nette, evidenti, in cui risultava l’assunzione di sostanze dopanti. Complici autorità iberiche morbide e accondiscendenti, la “campeona” venne assolta ed ha quindi corso queste olimpiadi. Con modestissimi risultati. Solo e soltanto perché quelle schiaccianti intercettazioni non poterono essere usate. Del resto la Spagna non è mica l’Italia dove, per un semplice fermo cautelativo, contro Marco Pantani furono aperti più procedimenti di Al Capone, portandolo all'ignominia e spingendolo all'autodistruzione suicida. Lì si è "campeone", sempre. Trovano cavilli per salvarli. Ora, in assenza di fatti certi, non si può ricadere nella solita, stucchevole, illazione. Bisogna fare come i giornalai professionali, che contano più fatti veri e lasciano che gli altri facciano 1+1=3. Al limite si può giudicare buon gusto, decenza e dignità nel definire “campionessa in secula seculorum” chi non è stata condannata solo per un cavillo. Come il considerare buon padre di famiglia uno stupratore, solo perché le evidenti prove dello stupro non sono state accettate in quanto prive del timbro della contea di Hazzard e lo sceriffo Roscoe P.Coltrain s'era scontrato con la macchina guidata da Luke Duke.  
Penoso, alla fine, questo gesto di Nadal che suona come provocatorio fendente a chi continua a “perseguitare” il vincente e pulito metodo di lavoro spagnolo. Pazienza se ci sia di mezzo Fuentes, Amaral o un medico tedesco degli anni ‘30/40. Schwazer, e Dominguez. Poco importa se in un caso ci sia l’ammissione e nell’altro la ridicola assoluzione di una colpevole conclamata. Burocrazia o meno, sono due evidenti casi di doping. Ma pensate tra qualche anno se uno Starace o il corregionale Andreas Seppi possano dire di Schwazer: “sei e rimarrai un campione”. Non accadrà, viva iddio.
1+1=3, comunque.

lunedì 12 aprile 2010

Doping e contraddizioni. Il caso Odesnik



Fa ancora discutere il caso di Wayne Odesnik, americano trovato in possesso di sostanze proibite. Il mondo del tennis torna ad interrogarsi sul controverso problema doping.
L'ultimo caso. Beccato con il sorcio in bocca. Anzi, con le fiale di sostanze dopanti nel borsone, assieme alle racchette. Otto, per la precisione, stabiliscono i gendarmi australiani. HGH, s'affrettano a specificare i ben informati, un ormone della crescita. Doping di nuova generazione assai raffinato e difficilmente rintracciabile. L'ominide colto in fallo è Wayne Odesnik. Modesto pedalatore americano d'origine sudafricana, con l'espressione da pantegana e le orecchie a sventola. Uno dei tanti gragari che vagano nel circuito, di quelli che puoi scorgere nei primi turni, peregrinando tra i vari campi. Scoperto in flagrante, ha confessato il possesso delle sostanze. Non è ancora dato sapere se abbia ammesso solo la detenzione, o anche il consumo. La sostanza non cambia di molto, e ripropone in modo inquietante, un problema antico, vecchio come lo sport. Ed al quale, il tennis non può sottrarsi.
I controversi scandali del 2009. La stagione passata, è stata foriera di piccoli grandi scandali. Ancor più discussi e discutibili, perchè hanno visto coinvolti atleti del presente e del passato, più famosi di Odesnik. E non sempre si è trattato di sostanze dopanti tradizionali. Devono ancora esaurirsi gli echi della vicenda Richard Gasquet, trovato positivo alla cocaina. Con lo smarrito ragazzo francese, dapprima squalificato, poi reintegrato ed ancora al centro di controversie in vari tribunali. La geniale trovata del contagioso bacio alla cocaina "subito", sembra aver fatto breccia nei teneri cuori dei giudici. Ma al di là dell'aspetto grottesco, può dirsi che giustizia è stata fatta, seppur con mezzi che definire fantasiosi sarebbe riduttivo. Il giovane francese non ha mai brillato per intelligenza, ma vedere un semplice sciroccato da night club, punito alla stessa stregua di truffaldino patentato pieno come un'otre di nandrolone, con gli occhi a palla e la bava fluorescente, era troppo.
Il ciclone Agassi. C'è stato poi l'enorme polverone sollevato da Andre Agassi. L'ex kid di Las Vegas, per vendere qualche copia in più del suo libro, ammette il consumo di polvere d'angelo ed altre droghe allucinogene. Dichiara di aver giocato sotto l'effetto di quelle sostanze. Chi lo sa, magari invece del solito Pete Sampras, vedeva un elefantino verdastro che volteggiava sulle note del rigoletto. Sdegno e costrenazione nell'ambiente tennistico. Colleghi ed addetti ai lavori unanimi nel condannare l'americano che calzava parruchini da cantante heavy metal. Ma lo scandalo maggiore ha coinvolto la federazione antidoping, scoperta nel suo attegiamento di scodinzolante transigenza verso il campione cui non si poteva rinunciare, per il bene dell'intero circo.
Yanina e Xavier, sospesi. Sbugiardati dalle parole del pelato americano, gli illustri membri della federazione hanno deciso di usare iol pugno di ferro. Dopo il caso minore di Ivo "carismio" Minar, prime vittime della ritrovata severità (verso mezzi figuri, ovvio) sono stati i due belgi Xavier Malisse e Yanina Wickmayer. Il vecchio squilibrato e la giovane vatussa, condannati a due anni a causa di ripetute mancate reperibilità ad un controllo. Ora, almeno per Xavier è parsa una crudeltà gratuita. Quale reperibilità può garantire uno che da anni prova a reperire, senza alcun risultato, il suo cervello? Dopo il seguente ricorso, i due giocano ancora, come coloro son sospesi nell'aere, in attesa del giudizio finale. Rimangono vittime, più che del doping, del tragicomico tentativo della federazione, di voler recuperare punti e credibilità, dopo l'ignomignoso affaire Agassi.
Odesnik, e vecchi fantasmi argentini. Ora Odesnik. A pensare male si fa peccato, ma certe volte ci si prende alla grande. Maldicenze, dicerie e risolini si sono susseguiti, leggendo il nome dell'allenatore di Wayne: Guillermo Canas. Appena ritirato dalla carriera agonistica e addentratosi in quella di coach. Uno dei quattro moschettieri argentini del doping, forse il D'Artagnan. Assieme a Coria, maghetto del nandrolone, Ignatio Chela che ancora si arrabatta orridamente nel circuito e Mariano Puerta, quello delle doppia squalifica, ergastolo sportivo, perdono e maldestri tentativi di rientri in challenger per residuati bellici. Il nome di Canas potrebbe anche essere del tutto fortuito, allo stato attuale non v'è connessione provata. Magari è solo una sfortunata casualità. Potrà tranquillamente dire: Non sono io che cerco il doping, è il doping che viene dietro a me.
Contraddizioni e caos. L'americano è un altro pesce piccolo e rachitico, caduto nella rete del doping. Anzi del presunto doping, anche lui. Perché non è stato mica smascherato da un controllo, ma dai gendarmi di frontiera. Ed è qui il primo dei tanti paradossi, che la vicenda porta con se. La conferma lampante di quanto i controlli attuali non servano quasi a nulla, potendo simili sostanze essere facilmente occultabili nei prelievi d'urina. Il rischio tragico è che la lotta alle sostanze proibite venga lasciata a gendarmerie locali e forze dell'ordine anche nel tennis, dovendo assistere a scene simili a quelle già viste nel ciclismo. Perché è inutile continuare a negarselo, il doping si evolve con maggior alacrità dell'antidoping, in una specie di circolo vizioso senza fine. Lascia ancor più perplessi sapere come Wayne fosse stato controllato tre volte negli ultimi tre anni. A testimoniare una tendenza che vede la lotta al doping, già fallace in se, concentrarsi soprattutto sui primi al mondo, in modo puramente scenico. Tra solite banalizzazioni, ed inutili richiami a lealtà e cultura sportiva, è evidente come il cancro doping purtroppo ci sarà sempre. Bisogna solo conviverci e cercare di limitare in modo più efficiente possibile. Fregare il prossimo, è un'inclinazione che ci si porta dietro dai tempi di Adamo ed Eva ed il furbetto ci sarà ovunque, anche nel tennis. Rimane la più lucida provocazione, una volta ascoltata da Rino Tommasi, secondo cui l'unica soluzione per rendere inutile il ricorso alle sostanze dopanti ed evitare la tentazione, sarebbe legalizzarlo. Il resto, è solo caos intellettuale, e marasma allargato dalla confusione di chi gestisce maldestramente i controlli
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venerdì 6 novembre 2009

Tennis, i figli e figliastri del doping. Wickmayer e Malisse, il delitto di non chiamarsi Agassi



Tanto tuonò, che piovve piscio liofilizzato. Il clamore suscitato dall'affare Agassi, e l'ammissione dell'ex campione di essersi drogato come un cavallo pazzo, coperto dalla premurosa federazione internazionale, non poteva che provocare violente ed aberranti reazioni, da parte della stessa. Ma non verso chi si era reso partecipe di quella (ancora presunta) burattinata di regime di dodici anni fa, bensì inasprendo il pugno di ferro verso i giocatori attuali. Notizia di ieri, Yanina Wickmayer e Xavier Malisse sospesi un anno, rei di non aver comunicato un cambiamento di città, nell'ambito di possibili controlli antidoping a sorpresa. Una grossa ingenuità, e null'altro.
Nel magico mondo del tennis, succede che se sei numero uno, piaci alle ragazzine ed hai un grande talento mediatico, puoi vincere Wimbledon o fare il grande slam, ammettendo candidamente l'uso di qualsiasi tipo di droga per cavalli da corsa, che quelli dell'antidoping, comprendono benissimo la situazione, quasi con materno amore. Se ti chiami "carismio" Minar, Giovannona Wickmayer o Saverio Malisse, rispettivamente, un insipiente mestieriante ceco, una ragazzona emergente e un vecchio bucaniere che prova ad arrabattarsi nei bassi fondi, alla federazione internazionale non puoi darla a bere, no-no-no. Un banale disguido burocratico, e si scatena la loro ira funesta. Andre Agassi prendeva due piccioni con una fava. Lui, da perfetto professionista parruccato, comunicava per tempo i suoi spostamenti. Chessò, immagino...”Cari lor signori dello spettabilissimo antidoping (risata), oggi non sono a Las Vegas a farmi di chetamina come un rinoceronte selvatico, ma mi sono recato a Santa Monica, sulla spiaggia di Venice, dopo che il mio manager mi ha fatto provare una polvere d'angelo, strepitosa assai. Contro la mia volontà. Spero comprenderete l'innocente disguido. Ma se volete venire a farmi l'antidoping, io qua sto, eh..”.
La squalifica ai due belgi, è nient'altro che un grottesco tentativo di salvare un'immagine offuscata dallo shok procurato dalle dichiarazioni dell'ex tennista di Las Vegas. Abbinata alla sindrome di figli e figliastri, che regna nel tennis, nello sport, e nella vita in generale. Ve li immaginata Nadal, Federer o persino Djokovic (massì), nel loro girovagare per il mondo, chissà quante volte hanno omesso di comunicare un cambio improvviso di città e programma, per semplice dimenticanza. Pronto a giocarmi l'ammennicolo sinistro (quello a cui tengo di più). Invece "Giovannona coscia lunga" Wickmayer e Saverio “squilibrio latente” Malisse (non ci credete?), non hanno scampo contro la furia della nuova caccia alle streghe.
La giovane e statuaria belga dalla roncola alla criptonite fumante, era lanciatissima, nonché impegnata nel Master di serie b, a Bali (a proposito, “farfalletta volleatrice” Martinez Sanchez e “tettine frementi” Kimiko Date, protagoniste assolute.). Un anno di stop potrebbe essere un duro colpo per la sua ascesa. Il carattere di quella ruvida ragazzona boccoluta e dagli occhi malinconici, non si discute. E non sto qui a raccontare la sua storia, degna di una trasmissione strappalacrime della De Filippi. Ma chi lo sa, “il cervello è una sfoglia 'e cipolla”, ripeteva sempre il mio fruttarolo (nonché psicologo di fiducia). Massima popolana che calza a pennello anche per Xavier Malisse, cui lo stop, se confermato, unito ad una carriera già angosciante e schizoide, agli imminenti trent'anni da compiere, ed al numero 93 raggiunto dopo un anno di purgatorio nei challengers, potrebbe rappresentare la pietra definitiva su una carriera gettata alle ortiche, di suo.
Con tanti ringraziamenti al kid di Las Vegas, che se la starà ridendo, pensando alle vendite boom del suo libro (opera immortale, immagino).

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.