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lunedì 19 marzo 2018
IN MEMORY OF JANA NOVOTNA
Questa è la storia di una splendida tennista senza ambizioni, divorata dalla paura, che imparò ad avere un sogno.
Lo spelacchiato prato del centrale quel pomeriggio di luglio sembrava fatto per lei, esangue donnone dell'est dai tratti del viso austeri. Pallido sole sul suo volto terreo e zazzera bionda sospinta a rete da un refolo impercettibile. La ricordo perfettamente quella finale. Non era facile per Jana Novotna, venticinquenne ceca dal gradevole tennis d'attacco, scardinare Steffi la cannibale Graf, da anni feroce dominatrice delle scene. Eppure tiene botta, con l'unica tattica possibile. Attaccare, confondere i meccanici colpi a rimbalzo della tedesca.
Il primo set è equilibrato, Giovanna si trascina al tie-break ma, come spesso le accade, zavorrata dall'emozione, cede sul più bello. Il film della finale sembra avere un esito scontato, in discesa per la favorita e con la consueta, inutilmente onorevole, resa della sfidante dell'est. Storia già vista. Un paio d'anni prima la ceca volleante aveva già mancato una finale, crollando alla distanza sotto i quadrumani colpi dell'urlante criceto serbo, Monica Seles.
Accade poi qualcosa di inatteso a scompaginare la banale sceneggiatura. Jana inizia a colpire libera, senza pressione. E senza quel divorante pensiero di dover vincere, diviene inarrestabile. Gioca benissimo al tennis. È perfetta per i prati. Qualsiasi sua foto è la plastica immagine in movimento della ricerca della rete, perennemente protesa in avanti, nel classico serve&volley, arte che già cominciava ad essere minoranza nella lenta trasformazione bruta subita da questo sport e di cui Steffi belle gambe pare essere trait d'union perfetto.
Ora abbranca la rete quasi come una Martina destra, servizi a cercare compulsivamente e (solo all'apparenza di uno sprovveduto ragazzotto che iniziava a tirar inutili colpi al circolo) incomprensibilmente, sul letale dritto della Graf. La tedesca, micidiale nell'infierire spiattellandolo quasi dall'alto in basso, arrancava nel prepararlo in ribattuta o per contrastare uno slice basso. Specie su erba. Tutt'altro che una tennista da prati, Steffi, ma talmente superiore a tutte, da dominare anche lì.
E vola Jana, martella forte sul dritto decapitato e chiude spumeggianti volée sull'inesistente rovescio della tedesca che, incapace di tirarlo coperto, prova anche tragicomici passanti in back. La sventurata, allibita, perde il tradizionale aplombe di Germania lasciandosi andare in smoccoli mai visti.
La sfidante ceca domina il secondo set per 6/1, inizia anche il terzo con la stessa ispirazione tzigana. Scappa, avanti di break, poi di due.
Mamma mia come gioca questa ceca smunta, quando ha la mente sgombra da pavide nuvolaglie. Serve sul 4-1, palla per il 5-1, servono solo cinque miserabili punti per il trionfo. Non è più questione di tennis, quello lo ha, lo avrà sempre. Serve solo l'istinto omicida, la predatrice che sentendo l'odore del sangue si esalta sempre di più e azzana la preda alla giugulare. Lei, invece, alla vista del sangue, sviene. Jana è pallida, divorata dalla tensione carogna: doppio fallo che è doloroso preludio di una delle più crudeli sconfitte mai viste. Sempre più terrea, avverte il fiato della resuscitata cannibale sul collo. Ha ancora un break di vantaggio, ma sul 4/3 piazza tre doppi falli in serie col braccio che ormai si ritrae. Vorrebbe non averlo quel braccio, non avere le gambe, la testa. Non essere più lì, sparire. "Sei troppo buona Jana", si sarà sentita ripetere da ragazzina. Ed è la cattiveria a distinguere una campionessa da una che gioca benissimo. Sono minuti tremendi, Novotna trattiene a stento le lacrime mentre cede il quinto gioco consecutivo a Steffi che alza, ancora una volta, le braccia al cielo.
Il resto, quello che accade durante la premiazione, è storia. Jana, in barba a cerimoniali e cazzate di plexiglass, scoppia in lacrime sulla spalla della Duchessa di Kent che, fottendosene anche lei a finti protocolli regali, la consola amichevolmente, un filo imbarazzata.
Rimarrà dunque una incompiuta, Jana Novotna, pensa l'imberbe spettatore. Vince quasi più slam lei di Steffi. Ma sono doppi però, dove fa valere le sue doti di attaccante. In singolo resta al vertice, arriverà al numero due al mondo, trionfa in altri 24 tornei, ma mai dello slam. Una storia che pare avere un epilogo scontato. Del resto è una ragazza dell'est con pochi sogni e nessuna ambizione, lo ha candidamente ammesso. O forse, un sogno adesso ce l'ha, anche se non lo dice: tornate sull'erba di Wimbledon e prendersi quel piatto maledetto.
L'occasione si ripropone, quasi inattesa, quattro anni dopo. In finale impartisce una severa lazione alla bambina Hingis nel primo set, prima del proverbiale tracollo e terza finale slam ceduta in lotta. Marchio di fabbrica. Perché non puoi cambiare la storia, il destino di una loser, perdente nel midollo. Quasi, mai. Nessuno ormai si aspetta nulla dalla trentenne Jana nel 1998 e, proprio in quei casi, torna libera e si ricorda di avere un sogno: il piatto maledetto e le lacrime, stavolta di gioia, con la complice Duchessa: si prende la rivincita con Hingis in semifinale e nell'atto conclusivo regola la francese Tauziat.
Perché questa era la storia di una splendida tennista senza ambizioni, divorata dalla paura, che imparò ad avere un sogno.
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wta
lunedì 14 marzo 2016
SHARAPOVA, DOPING, SUPPOSTE DI MELDONIUM: LA VERITA'
Ammetto
che della questione doping-Sharapova mi interessa meno di un pelo di
cazzo di Gasparri, ma da più parti, dagli Appennini alle Ande, si
invoca una mia saggia opinione. Per placare queste milioni (che dico,
miliardi) di querule richieste, eccovela. Ovviamente definitiva.
Il
caso. Maria
Sharapova convoca una conferenza stampa a Los Angeles. Le voci si
rincorrono: annuncerà all'adorante plebe un grave infortunio alle
corde vocali? Il lancio di una nuova miracolosa caramella in grado di
far grugnire ad oltre 120 Decibel (superando il suono delle sirene)?
Di sostituire Axl Rose (ormai bolso e afono) nella imminente reunion
dei Guns N'Roses?
Niente
di tutto questo. Si presenta a capo chino, vestita come una monaca
penitente (o Rosy Bindi durante le preghiere dei vespri) e annunzia
al mondo di essere stata trovata positiva ad un controllo antidoping
durante gli Australian Open. Meldonium, sostanza dichiarata proibita
a inizio 2016. Adduce grotteschi motivi fisici per l'utilizzo di un
anticoagulante dagli effetti simili a quelli dell'insulina,
utilizzato da infartuati, vittime di ictus e malati di diabete.
Prodotto in Lettonia, lei residente in California. Si trincera dietro
la mancata conoscenza delle nuove disposizioni, distrazione, quindi via di scuse ai tifosi e promesse/minacce di tornare in campo dopo la
squalifica. Ma ammette l'uso. E' quanto basta. Poi nei giorni
seguenti sposta il tiro e blatera di comunicazioni Wada non leggibile, causa inchiostro bagnato da una pioggerella
estiva di Luglio. E si sa, tra gli effetti collaterali del Meldonium c'è anche
un sensibile abbassamento della vista. Molti principi del foro
statunitensi sono pronti a cavalcare questa via, per una piena
assoluzione.
Basterebbe
questo per provare pena di questa conclamata, abituale reo confessa
dopata? No, purtroppo.
Le
reazioni.
Spendo un po' di tempo sottratto alla pedicure per leggere sul
pianeta Internet, cosa si dice al riguardo. Clamore non solo nel
mondo tennistico e modaiolo cui ella appartiene, ma anche dello sport
in generale. In Italia la suburra internauta si divide tra
colpevolisti e innocentisti verso una rea confessa. Fila tutto, nel quadro di una totale, incontrovertibile, demenza collettiva.
Chiaro, ovvio, avessero pizzicato “la scimmia, orango, negra”
(solo tra i più graziosi epiteti che le vengono gentilmente rivolti)
Williams o la “ladra, rom, imbrogliona” Halep, si sarebbe
invocato all'unisono la radiazione, carcere, fine pena mai e
fors'anche la pena di morte con iniezione letale (vi stupite ancora
che in questo paese attaccando negri e rom si possa ambire a
governare?).
Ma
la Masha, ma la Masha no.
Bisogna
pur concedere un beneficio del dubbio, scusante, fantasiosa teoria
assolutoria, alla diva avvolta da un alone di urlante santità. Che
diamine, lo si deve a colei che ha forgiato le loro mani con
indelebili calli da manico. Ok, dicono in coro: il farmaco è stato vietato solo a Gennaio, quindi il peccatuccio di Maria
(ammesso ci sia) è veniale. E, se proprio c'è, è da imputare ad
altri, perché “Maria non è proprio il tipo da doparsi” (non si
sa in base a cosa, se non alla riconoscenza per i suddetti calli). Assoluzione morale quindi della urlante badilatrice di palline e colpa alla sua
equipe medica (con quello che li paga, questi lazzaroni buoni a
nulla), rei di non essersi informato per tempo. Un drappello di
finissimi appassionati appartenenti al gruppo “due diottrie per
Masha” spolvera il sempre verde “Perché, le altre? E le foibe?”.
Infervorati e accecati dalla miopia divorante, finiscono per
assolvere la beniamina confessa accusando ipotetiche e mai
squalificate colleghe. Questione di tempo e i più virtuosi si
spingeranno a fulgide teorie medico psichiatriche: Va bene, Masha ha
ammesso la colpa, ma siamo sicuri fossero dichiarazioni attendibili?
chi ce lo dice che l'astinenza da Meldonium non induca vaneggiamenti
e scarsa lucidità? Occorre una perizia, moviola in campo, o sarete
mica giustizialisti forcaioli dello Strafatto Quotidiano?
La
verità vera. Bisogna
prenderla alla larga. Sposo da sempre una massima teoria che fa capo
al filosofo e Maestro ascetico Zeman: esiste il doping “legale”
delle sostanze proibite dalla Wada. Doping “scientifico” dato
dalla somministrazione di sostanze lecite coprenti quelle illecite,
frequente nei casi di doping di stato. E poi c'è un doping “etico”
basato sull'uso ed abuso di medicinali leciti al fine di migliorare
le prestazioni, eliminare affaticamento ed altro. In sintesi, è
doping assumere nandrolone. E' eticamente riprovevole imbottirsi di
aspirine o supposte che curano la lebbra se non si ha quella
patologia. Sharapova ha usato un farmaco che cura malattie del cuore
e il diabete, mentre era sana come un pesce. Sostanza che (sempre più
studi lo dicono, basta leggere) copre la rilevazione del doping e che tante
squalifiche sta portando in atleti russi di diverse discipline. E,
non contenta, lo ha fatto anche quando è stato dichiarato illecito.
Quindi dopata: legalmente, scientificamente ed eticamente. Ha
confessato la colpa. Discorso chiuso. Di potrebbe anche archiviare e
passare oltre, no?
Altro
discorso è quello sulla la negligenza del suo staff medico. E sì
che Maria potrebbe permettersi medici in grado di debellare ebola e
Aids nel centroafrica e di essere sempre un passo avanti
all'antidoping. Colpe che non attenuano di certo le sue, ammesse ed
evidenti. Tranne successive mezze ritrattazioni che non fanno altro
che rendere patetica una situazione di per sé imbarazzante. Masha ha
vinto tornei, slam, fatto di sé un'azienda dagli introiti
spropositati, guadagnato forse più del prodotto interno lordo del
Burkina Faso. Il ritiro (tutt'altro che sicuro) di titoli e coppe e
fuggi fuggi degli sponsor non può che scalfirne un'unghia laccata.
Si pretenderebbe però almeno una dignitosa uscita di scena, dopo la
confessione, stile Armstrong. Invece, al peggio non c'è fine.
Ciao
Masha, che tu possa avere sempre il vento in poppe (rinsecchite), il sole ti risplenda...e possa insegna
agli angeli come urlare strafatti di Meldonium.
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lunedì 27 gennaio 2014
AUSTRALIAN OPEN 2014 - PAGELLE ANTICONCEZIONALI
Day 0 - Saluti e baci dal vostro inviato (sì, sono quello in foto. Torno in patria a bordo di una canoa, lungo il fiume)
DONNE (inizio da loro per galanteria. «Premio Boldrini» ormai in saccoccia)
Li Na. «Ancora non sa quanto è forte» come dice il suo allenatore Rodriguez, e a 32 anni non ha paura di volersi migliorare. Si prende una rivincita sul destino dopo due sconfitte in finale, firma il secondo slam della carriera e gigioneggia nel miglior discorso di sempre ostentando il tipico humour cinese (salvate il signor Li). Epifania, involtini primavera e capodanno cinese a suon di accelerazioni titaniche, ma ad onor del vero trionfa senza battere nemmeno una top 20. Laddove Mariolona Bartoli (sobb), nella sua cavalcata a Wimbledon, fu crocifissa per non aver battuto top 10.
Voto 9
Dominika Cibulkova. Culo basso, gambe tozze, panzetta da terzo mese di gestazione, incitamenti da bovara (ohh-lllééé) e viso angelico. Questa slovacca alta quanto un tubo di palline (da tre) o Brunetta, è la vincitrice morale del torneo. Sotto le sue strambe bombarde (quasi smasha colpi che le altre impattano ad altezza sterno) cadono ben due top 5. Implicitamente appagata e un po' pavida, le manca l'ultimo scatto in finale.
Voto 8
Agnieszka Radwanska. Sant'Agnese Martire (con diploma di sapiente esorcista conferitole dall'anima di Padre Amorth). Suo il picco tennistico in un torneo poverissimo tecnicamente: il modo in cui disinnesca ed esorcizza l'indemoniata tamarra Azarenka è a tratti sublime, tra carezze, smorzate, tocchetti e furbesche magie da fattucchiera. Poi perde da una nana killer, perché uno slam non lo vincerà mai. Questo lo sappiamo, e non importa.
Voto 7+
Eugenie Bouchard. Bamboletta-macchinetta tennistica, già solida di mente oltre che nei colpi anticipati, senza fronzoli. Nuova sensazione Wta, se non sarà travolta dal vortice fesciòn-tennis-patinato, sponsorizzando omogeneizzati per chiwawa o scaldapeni in lana merinos. Resisterà? Boh. Chissenefrega, alla fine.
Voto 7
Ana Ivanovic. Bim-bum-bam. Splash (fiume Yarra). O crash (vetrata infranta a Gold Coast). O «Ajde». Balzelli. Risate insensate, come il suoi colpi. La sconfitta contro Bouchard svela la casualità della vittoria su una Serena scricchiolante (s.v.), frettolosamente dipinta come «guarigione» dagli stadi di dissociazione dell'Io corpo (d'acciuga).
Voto 5,5
Flavia Pennetta. Tornerà tra le venti, battendo il würstel Kerber (5-) dimostra come se la possa giocare anche con le top ten. Non può niente contro Li Na, come niente hanno potuto tutte le altre. Mi telefona un vischioso Signorini: è vero che Flavia ha lasciato il toy-boy fotomonello per il toy-boy Pierino Fognini? «Non saprei, Alf - rispondo -, bacio».
Voto 7
Vika Azarenka. In tour col sobrio fidanzato RedFoo, accompagnerà i suoi rap (vabbè) con rotti e peti.
Voto (pietà).
Maria Sharapova. Persino Cibulkova, al suo confronto, sembra istrionica figlia di Santoro e la lascia sul posto.
Voto 4,5
Simona Helep. Furetto rumeno ormai da top ten. Podismo, intelligenza tattica e colpi facili, pure lei giustiziata da Cibulkova.
Voto 6,5
Caroline Wozniacki. Zavorrata dal brillocco di sedici chili e mezzo dell'adone McIlroy, perde dalla Muguruza (6+), marcantonia spagnola in rampa di lancio.
Voto 2
Jelena Jankovic. La guardi sgroppare e parlare con un vocione baritonale e pensi: sono all'ippodromo di Capannelle o al Muccassassina, con una trans che canta una canzone di Mario Biondi?
Voto 5
Errani/Vinci. Le Bryan's in gonnella. Nemmeno un set vinto in singolare, tengono tutte le energie per il doppio: trionfo. Entusiasmo alle stelle.
Voto 6 (media tra singolo e doppio)
UOMINI
Stanislas Wawrinka.
Cancella in un solo colpo anni da succube «svizzero minore» o
«forte coi deboli e debole coi forti». Snodo fondamentale: la
vittoria con Djokovic, dopo avergli preso le misure nelle
due battaglie rusticane dello scorso anno. Primo slam e laurea
tennistica per questo ormai maturo svizzero impettito e con
atteggiamento da torello ebbro di Topexan, e laurea breve (di quelle che non servono a un cazzo) in
psicologia, a distanza, dopo la finale thrilling. Ha però evitato
quella in Criminologia, in caso di sconfitta. «Ever
tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better»
si
è tatuato sul braccio. Riassume tutto.
Voto
10
Rafael
Nadal. El Toro di Manacor,
divenuto bove con la sciatica. Il fisico, croce e delizia di una
carriera decennale, stavolta lo tradisce. Bendato,
spelacchiato, piagato e fasciato, sembra un martire votato al supplizio per via di un tennis che sfida convenzionali leggi dell'uomo. O un reduce dalla Guerra di Secessione.
Dopo la vittoria su Federer, niente sembrava impedirgli il successo
finale. Poi la schiena cede e addio ai monti. Vincerà ancora, perché
questo è il tennis moderno e non si può pretendere la regola che
giochi sempre sfasciato. O piombato.
Voto
8
Roger
Federer: Ritorno al futuro.
Il fisico regge, il braccio fluttua, la racchetta canta. Gran colpi,
splendide dimostrazioni tennistiche e ancora la nemesi terrena Nadal
a sbarrargli la strada. Con ulteriore, quasi sadico, sberleffo:
l'inarginabile mostro iberico si fa male nel match successivo, contro
lo storico (ex) numero due svizzero. Rigenerato anche dalla nuova
paternità (dopo le gemelle, punta al parto trigemellare. Si sa, i record sono il suo maggiore stimolo).
Voto
7
Andy
Murray. E' psicologia
spiccia, infarcita di venature medico anaerobiche pornografiche. Sta
lì sul letto, apatico e con lo sguardo al mare immaginario sul
soffitto, in cui guizzano nutrie in amore. Come chi s'è chiavato una stragnocca, e nei giorni
seguenti si ripete: ora posso diventare anche gay. Ma perché non
siamo nati tutti froci? (cit.). E si masturba immaginando Marilyn.
Voto
5-
Tomas
Berdych. Stanco di farsi
notare solo per la topa fidanzata dal lungo collo di cigno, prova ad
attirare l'attenzione con un completo a strisce da fantino del Palio di Siena
(contrada dell'allocco gigante). Poi lo indossa anche lei sugli
spalti, e nemmeno questa volta ce la fa. Buona semifinale, niente
più. In medio stat orbo killer seriale di quaglie.
Voto
6
Juan
Martin Del Potro. Uccellato da uno scaltro (e poco altro)
Baustista Agut (6,5). Con due sole racchette nel borsone. Il timore è
che arrivi a legarseli col fil di ferro come facevo io a 8 anni.
Obolo spontaneo inviando sms al 144-69696969.
Voto
4
Grigor
Dimotrov. Tennista femmina. Ancora poco cattivo e non ancora di bellezza perfetta per vincere uno slam facendone a meno (della cattiveria). Ma il futuro è suo. Top 10 a fine anno, forse.
Voto
7
Stephane Robert. Robert, chi? Sperando che Fassina si dimetta dall'essere Fassina.
Voto
7 (o 6 al superenalotto)
Fernando
Verdasco. Ridicolizzato dal «Gaba»
Gabashvili (7). Il rimpianto è non poterlo vedere zimbellato anche da «Crazy
Dani» Koellerer (una prece).
Voto 3-
Novak
Djokovic. Nella volée
scotennata sul match point contro Wawrinka c'è l'essenza del sodalizio
tecnico con Boris «bum bum» Becker,
che per dimenticare ha deciso di smettere con la birra. Per dieci
minuti. Poi è partito a Leimen, per una gara di bevuta di birra e
salsiccia. Stravinta.
Voto 4,5
Florian Mayer. Lo vedi e d'incanto parte in automatico la sigla
dell'Ispettore Derrick. E triste e smunto e lento e dimesso. Con deliziose pennellate espressioniste da Gattone
(morto) Mecir, infilza Youzhny e Janowicz.
Voto
7
Tommy
Robredo 7. Esempio per i giovani, straziante condanna per chi
guarda.
Voto
6
Pizza e mandolino. Fognini (6,5) insolitamente
normale: vince quando deve vincere, e raccoglie mezza bustina di
lupini da Djokovic. Ottavi d'oro, top 15. Andreas Seppi (5,5).
L'estate australiana a 45° lo trasforma in inconsapevole guerriero della steppa. Cotto come
una scamorza affumicata fa fuori l'idolo di casa Hewitt (incredulo), torna allo stato gassoso contro Young (6). Filippo Volandri (6), gita premio e onorevole comparsa contro Tsonga
venerdì 10 gennaio 2014
AUSTRALIAN OPEN 2014 DRAW - TEBELLONE IN SALITA PER NADAL
I campioni in carica si fanno attendere, causa trenino in ritardo. Anche in Australia, i treni non arrivano più in orario. Nole alla guida in attillata camicia bianca ad esaltarne le spalle strette, Vika al fianco del guidatore vestita come una mondina della Bassa padana (spero di non suscitare le ire di Libero/Giornale/Foglio, distratti da Virzì). «Non
ci sono tabelloni buoni o cattivi», illumina il proscenio un elegantissimo Boris «Bum Bum»
Becker, forse pieno come un'otre di birra, in elegantissima giacca color panna e jeans sbarazzino. «E poi – precisa –
preferisco attendere le sublimi analisi di quel blogger malato di
mente, lì...Picasso. A quant'è prezioso. Preciso, ineffabile,
superbo, inimitabile malgrado penosi tentativi di goffi guitti, avvincenti quanto un concerto di Minghi e bianchetto al bar con Cuperlo». E se ne va, con le gote scavate, emaciato, diretto al bar dove sgargarozzerà Tennent's a garganella, disintegrando il record d'Oceania targato '73.
E
allora non posso esimermi. Che poi, l'immaginazione è la fase più
divertente. Il resto verrà, nella sua banale realtà (...poesia...).
Passo, tosto, ad analizzare entrambi i tabelloni, dopo accurato
studio durante la fila alle poste, mescolato ai pensionati.
TABELLONE FEMMINILE
Serena
dalla parte di Na Li. Masha e Vika dall'altra. Outsiders: una quindicina. Mine vaganti: la rediviva Venus, una rientrante Zvonareva, Pironkova sorprendente vincitrice a Sydney o qualche giovane, Keys tra tutte.
Serena
– Errani. Serena inizierà
sbocconcellando la bambina di casa Barty (forse giocando con mazza da cricket), quindi sulla sua strada la
stagionata Hantuchova, per vecchie storie di gazzelle che ogni
mattina si svegliano e sanno di dover correre veloce, ma alla fine
finiscono sempre per essere sbranate da leoni feroci. Negli ottavi
una tra Stosur (solo a scriverne provo terrore: le dita tremano,
l'ipad mi cade. Disastro. Lacrime) o Ivanovic. Zakopalova può ancora
ischerzare l'aussie al primo turno. Altrimenti occasione della vita
per una sottiletta Pironkova in stato di grazia, ma temo stanca. La
possibilità di avere un'italiana nei quarti (e morire contro Serena)
è ghiotta, ma qualcuno ci salvi da solito atroce strazio per
famiglie in crisi d'astinenza da fiction strappalacrime di
Errani-Vinci negli ottavi. Pietà. Errani ha pochi ostacoli. La
calante picchiatrice tettuta Goerges, poi l'emergente Bouchard,
bambolina ancora acerba. Ben più difficile il cammino di Roberta
Vinci: l'esperta cinese Jie Zheng, ma soprattutto gli armadi volanti
della teenager Keys, americana cherokee dai
mezzi spaventosi e futuro radioso. Quindi possibile
incrocio vintage al terzo turno con la belga Flipkens. Sempre che da
quelle parti non rifiorisca l'adorabile frenocomio-Zvonareva. Ogni
tanto penso: vorrei un doppio misto Zvonareva-Youzhny. Che si sposassero, generando prole. Un futuro vincitore di Wimbledon nel 2035, o killer seriale in un braccio della morte del Wisconsin.
Serena
65%, (Stosur 15%. Ivanovic e Pironkova 10%) - Errani 20% (Vinci e
Flipkens 20%, Keys e Bouchard 15%, Zvonareva e Robson 5%).
Li
Na – Kvitova. Per la
rocciosa cinese un probabile secondo turno con Kimiko Date
(intramontabile, e già semifinalista a Wimbledon quando Berlusconi
non era nemmeno sceso in campo. E magari saliva, altrove). Avvincente primo turno tra Kimiko (classe '70) e la giovane svizzera Bencic ('97) e almeno quattro generazioni tennsitiche di mezzo. Ottavi
contro Lisicki, da sei mesi sul lettino dell'analista: sogna Marion
Bartoli sorridente e madida di sudore, stesa su un prato verde come
una rana pescatrice. Salute permettendo, può inserirsi Venus
Williams (primo turno interessante con l'incostante picchiatrice
vampirizzata da un Dracula dallo stomaco fortissimo, Makarova).
Kvitova dovrà fare attenzione all'altra figlia di Mao in ascesa, Zhang e al terzo turno a Pennetta (la forte portoricana Puig al secondo turno ne
testerà le ambizioni). Ottavi contro Kerber, sempre che la sorella
di Briegel non si capotti prima (Vesnina o Riske da non
sottovalutare).
Li
Na 40% (Venus e Lisicki 20%, Makarova 15%, Safarova 5%) - Kvitova 40%
(Kerber 30%, Puig 15%, Pennetta 10%, Zhang/Vesnina/Riske 10%).
Jankovic
– Sharapova. Mucchio
selvaggio e frotta di nippo/cinesi nello sport della serba, tornata in forma corsa tris di Aversa.
Possibile ottavo contro Halep (re-match terrorizzante: le due al Foro
riscrissero la storia di «vieni avanti tu che mi vien da ridere».
Picchiatrici abbacchiate come Cirstea o Lepchenko nel gruppo. Primi turno da brivido di Sharapova con l'albero di Natale Mattek-Sands, arrembante anche se mezza infortunata e con lampadine fulminate. Quindi
altre prove bomba con Knapp e Giorgi (più probabile la teatrante
francese Cornet) e Cibulkova se avrà la meglio su Suarez Navarro.
Primo turno interessante tra la gnappa slovacca e Francesca
Schiavone.
Jankovic
35% (Halep 35%, altre 30%) - Sharapova 60% (Suarez Navarro e
Cibulkova 15% Giorgi/Knapp/Mattek 10%).
A.Radwanska
– Azarenka. Inizio da «Scarie Movie» per Agnese (buono per abituarsi a Vika supercafona) con l'impunita
Putintsieva, raffinata e mai sopra le righe (una così non la trovate nemmeno nei migliori ristoranti «La parolaccia», quindi
la rotolante Pavlyuchenkova prima di un ottavo da Lexotan con l'amica
Wozniacki. Di più agonisticamente mortale c'è solo Vinci-Errani.
Danese che può lasciarci le penne contro la bellezza
d'Estonia Kanepi o la iberico/venezuelana Muguruza. Sloane Stephens sulla
strada della detentrice del titolo. Sempre che da quel lato non si risvegli dal torpore Sveta
Kuznetsova. Nello stesso spot occhio alla giovenca Majeric (per
vedere se entrerà in campo in tacchi a spillo e guepière).
Radwanska
40% (Kanepi 20%, Wozniacki 20%, Pavlyuchenkova 15%, Muguruza 5%) -
Azarenka 65% (Stephens 20%, Kuznetsova 10%, Hampton 5%).
TABELLONE MASCHILE
Tabellone
zoppo e sbilanciato. Assai difficile per Nadal con le insidie Del
Potro e Federer o Murray, prima della finale. Mentre Djokovic pesca Wawrinka e Ferrer o Berdych in semifinale
Nadal – Del
Potro. Marcia
d'avvicinamento alla finale da incubo per il numero uno al mondo. Anche questo è un segno dei tempi, o semplice legge dei grandi numeri. Il ribelle senza testa Tomic per un inizio da fuochi d'artificio estivi (da sminuzzare), quindi Monfils. Ottavo contro
Nishikori. Ma del nippo, chance per un'ultima zampata del vecchio selvaggio di casa «Rocchio» Hewitt. Spero lo avvertano per tempo del vero pericolo, mortifero e strisciante: addormentarsi nel primo turno contro l'anestetico tennistico Seppi.
Ottavo da allertare i caschi blu dell'Onu tra Del Potro e Raonic.
Paire e il giovane Kygios (occhio) sulla via dell'argentino, Dimitrov
su quella del canadese. Primo turno da circo equestre e vedere assolutamente tra Paire e Dancevic. Da quelle parti leggo anche il Conte Vlad
Hanescu, che io davo per ritirato nel 2010.
Nadal
60% (Hewitt 20%, Nishikori/Monfils/Tomic 20%) - Del Potro 45% (Raonic
30%, Paire 15%, Dimitrov 10%).
Murray – Federer.
A meno che non stia giocando a nascondarella, è un Murray ancora
impresentabile. In fase di hangover prolungato dopo la
sbornia londinese e infortunio. Terzo turno da intensi psicodrammi familiari con
Feliciano Lopez, e mamma Judy fremente come pulzelletta in amore
sulle tribune. Da vedere solo per quello. Dovesse passare l'esame,
negli ottavi ci sarebbe Isner col suo
basket-baseball (pure hockey o rugby, ma non tennis) o il leggiadro
Kohli (la cui proverbiale furia agonistica si sublima nell'estate australiana. Nelle gite lungo il fiume, soprattutto). Federer può trovare Stepanek
in un secondo turno da riconciliare col mondo del tennis. Quindi il
feroce combattente Verdasco (ah, beh. Che cojones Nando. D'acciaio. Fonte d'ispirazione per il nostro Premier Letta «palle d'acciaio») o il leggiadro giocoliere Sergiy Stakhovsky, temo appagato dopo l'exploit a Sydney.
Per lo svizzero l'ottavo più duro contro uno Tsonga che pare
asciutto e sempre ben ispirato a Melbourne. Ammesso che il francese
riesca ad arginare il nostro bucaniere Pippo Volandri, in (meritata,
eh) gita premio australiana. Paesaggio superbo, spiagge con acque
cristalline e docili squaletti guizzanti.
Murray
35% (Isner 30%, Kohli 25%, Feliciano 10%) - Federer 45% (Tsonga 35%,
Stepanek 15%, Stakhovsky 5%, Verdasco -1%).
Berdych – Ferrer.
Quarto zoppo. E un po' ridicolo. Il peggiore dei primi
quattro, contro il meno in forma degli altri quattro: e il sorteggio
li mette in lizza per giocarsi la semifinale. Può far giustizia un sicario di 208 cm, «Karl» (gigante di «Big Fish» Karlovic. Non a caso, nelle ultime
occasioni ha rullato il ceco. Almeno qualche volée Ivo la gioca. Derby
croato difficile per lui all'esordio con Dodig. Ottavo Berdych-Haas,
sulla carta. Buono spiraglio, ammesso che il vecchio Tommy abbia
ancora benzina e salute per un ispirato colpetto di coda. Fassino
Anderson o Vasselin in gran forma le alternative. Ferrer, che dire. La sua permanenza tra i primi 4 mina la credibilità di questo sport.
Oltre che azzoppare tabelloni. Sarà la gobba, ma ha una fortuna
sfacciata. Ormai non sorprendono più i suoi deludenti tornei di
preparazione agli slam, giocati solo per carburare. Occasione per
Dolgopolov (sperando non se ne accorga) e Youzhny. O per il rude
Janowicz, se ha recuperato una condizione decente.
Berdych
50% (Haas 25%, Karlovic 15%, Dodig 10%) - Ferrer 40% ( Dolgopolov,
Youzhny e Youzhny 20%).
Wawrinka – Djokovic. Ancora negli occhi il confronto dello scorso anno, ma per arrivarci
lo svizzero butterato deve disfarsi di Pospisil o Mahut, prima di un rutilante confronto con Gasquet. Spot,
quello del Mozart ad ovest di Paperino, che pare un reparto per
invalidi civili: lui mal di schiena, «El Torpe» Robredo ossi rotti
sparsi, «Nosferatu» Davydenko ha prenotato la tumulazione dietro la Rod
Laver Arena. Tre turni d'accademia per Nole, che al più serviranno
per rosolare il suo coach Becker sulle tribune. Qualche patema
può darglielo Baghdatis col suo seguito di coloriti caciaroni
avvinazzati. Da quelle parti accoppiamento Leonardo Mayer-Rato
Montanes da far aumentare le statistiche di suicidi in Australia. Ottavo con Fognini. Buon tabellone, quello del
McSafin ligure, ma non è in perfette condizioni e difficilmente si
consegnerà allo schianto con Gulbis. Possibile secondo turno tra il
lettone e Querrey. La potenza estrosa contro la potenza demente dello
yankee.
Wawrinka
40% (Gasquet 35%, Pospisil 15%, Benneteau 10%) - Djokovic 60%
(Gulbis, Querrey 20%).
lunedì 6 gennaio 2014
DI ATP, WTA, GRAND SLAM E FALSI MITI
(Zvonareva
comeback: uau!)
Anno
nuovo, vita vecchia, con qualche acciacchetto in dono. Me paro
«Rocchio 47» Hewitt coi pugni nella
mani (proprio ieri tornato clamorosamente al successo), solo che io, se solo alzo il braccio, rimiro stelle proprizie. Per una morte
atroce.
Ma
non è di questo che voglio parlarvi. E nemmeno del rientro di Frenocomio-Vera
«occhi di ghiaccio bollente» Zvonareva, in Cina
(Cinastendiamounvelopietoso, fa sapere Errani, profondissima. E i
cinesi risponderanno Erranitoptenstendiamountelonepietosissimo).
Inizio
stagionale con successo dei due numeri uno: Nadal a Doha (ancora
imballato, ma si sa) e Serena Williams a Brisbane. Su un sito
specialistico leggevo una discussione, tra chi dipingeva il tennis
femminile come noioso, privo di qualsivoglia sorpresa, rispetto al
maschile. E da lì una statistica interessante.
I vincitori
di Slam, dal 2006 ad oggi:
Al
maschile, in 5 (su 28 tornei):
Federer, Nadal, Djokovic, Murray (i fab four), più Del Potro nell'epifania a NY 2009.
Al
femminile, in 14 (su 28 tornei):
Serena, Venus, Mouresmo, Sharapova, Henin, Clijsters, Schiavone,
Azarenka, Stosur, Bartoli, Li, Ivanovic, Kuznetsova, Azarenka.
I
numeri uno, sempre dal 2006 ad oggi:
Al
maschile, 3: Federer,
Nadal, Djokovic
Al
femminile, 11:
Davenport, Clijsters, Henin, Mouresmo, Sharapova, Ivanovic, Jankovic,
Serena, Safina, Wozniacki, Azarenka.
Che
non vuol dire niente, tranne smontare una falsa credenza.
E'
l'immagine di Serena, morfologicamente, a indurre a considerazioni
errate, distorte. Qualcuno, vinto da un razzismo di fondo, ha
addirittura immaginato una Serena maschio da Atp, talmente è superiore. Ma i numeri, ogni tanto,
svelano le cose per come stanno. E l'americana, sia quando aveva
scarsa voglia di allenarsi, sia negli ultimi anni da numero uno, ha
tutt'altro che dominato le scene (13 sue avversarie hanno vinto
almeno un major).
Ovvio,
nove volte su dieci si preferisce vedere un incontro maschile, capace
di mostrare più soluzioni e uno spettacolo avvincente. Ma, da
sempre, il tennis femminile su di me ha un altro tipo di presa. Che
non è quella, onanistica, di molti (anzi, siccome mal tollero
Sharatopa, presi in passato diverse accuse di «recchionismo»). Mi
affascina l'apparente maschera di combattenti feroci, ma intimamente
fragili, di questi donnoni. Psicologicamente più complesse e
interessanti, rispetto agli uomini. Sarà perché ho una psicologia
femminile o perché sono intimamente lesbico (cit. il nostro
amatissimo ex Premier satiriaco). Altro motivo per cui spesso ho
preferito un incontro tra donnini è che, soprattutto in passato e
non con le monotematiche sbadilatrici attuali, meglio aiutano un
ragazzino o dilettante giocatore della domenica a capire il tennis,
i colpi, gli effetti. Per intenderci, da bambino guardavo avidamente Lauretta («...mia, bimba adorata»)
Golarsa (ok, lasciate perdere la commentatrice, intendo la tennista),
piuttosto che Agassi o Edberg. Così come oggi qualcuno potrebbe osservare Agnese Radwanska o (per farsi già molto male) Schiavone,
più che imitare mostruosi atleti-colpitori come Nadal e Djokovic o,
peggio ancora, Federer, finendo al Fatebenefratelli col corpo intrecciato e braccio rotto in tre punti.
Visto
che ci siamo, e il tema è caldo, breve borsino sui favoriti
degli Australian Open. Per
quanto si possa capire dopo un primo mezzo impegno. Più che altro a
intuito (o a cazzo). Anche qui si nota come, tra le donne, sia
maggiore l'equilibrio e diverse le possibili outsiders.
Atp:
tutto sembrerebbe portare alla solita sfida Nadal-Djokovic. L'iberico
è un diesel, si sa. Dietro: Murray reduce dall'infortunio, dopo il
trionfo a Londra sembra scoppiato. Federer balbetta. Alle spalle i
soliti outsiders (Del Potro più di tutti, Tsonga, Berdych o
Wawrinka, ma solo per arrivare in fondo). Per gli altri è notte
fonda. Ferrer top 4 non vincerebbe nemmeno dopo epidemia di ebola che colpisca il 40% dei partecipanti.
Wta:
favorita Serena, ma Azarenka e Sharapova sono lì (più pericoloso il ritmo
della bielorussa). Occhio però a Na Li, sempre in palla in
Australia. E alla maghetta polacca Radwanska. Senza trascurare Kvitova
che, se l'asma le dà tregua, può giocarsela con le prime alla pari
(o meglio) o Stosur (reduce da reclame per dopo barba) e con quei "fsssshhh" agghiaccianti ad accompagnare i colpi.
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martedì 22 ottobre 2013
MASTERS WTA ISTANBUL - HALLOWEEN ANTICIPATO, ASPETTANDO UN PO' DI TENNIS
Fiabesca
presentazione del Master Wta in scena a Istanbul, laddove l'Europa
abbraccia l'Asia, tra Grand Bazaar, Kibbutz e zaffate di Kebeb. Ed è
subito magia. Le nostre eroine sfilano, tutte in ghingheri come al
gran ballo delle debuttanti: irrinunciabile tradizione a metà tra il
mondano favoleggiante e il tragic-horror, ormai. Vestiti alla moda,
trucco, parrucco e tacco 12 d'ordinanza (e quanto darei per vederle
camminare come ubriache in un pub londinese, dopo la foto).
Intendiamoci, vestiti molto belli. A stridere è il contrasto, e
vederli addosso a semiculturiste, quasi obese o spaurite ragazze
abituate a fare sport e meno alle Grand Soirées. Da sinistra a
destra, schierate: Sara Errani, italico orgoglio, in un drappo grigio
forse avanzato da una sartoria locale di tappeti turchi, sorriso
tragico e la stessa disinvoltura terrorizzata di una ragazzina
maschia vestita a donna per la prima comunione. Agnieszka Radwanska
esibisce sguardo viziosetto e abitino nero eccentrico con doppio
spacco futurista, ornato di veli a coprire braccia e proverbiali
ginocchia puntute. Petronia Kvitova opta invece per un semplice e
beneaugurante azzurro elettrico/viola apparato funebre (e va bene che
ultimamente il viola va fortissimo, guardate questa faccia,
però....), offrendo alla camera il suo profilo migliore: silhouettes
da Venere incinta al quarto mese di tre gemelli.
Al
centro, la diva: Serena Williams. Meno ridicola in certe situazioni
perché naturalmente vamp, in fiammeggiante vestitino rosso premaman,
dal décolleté mozzafiato. «The woman in red» Kelly Le Brock nera
e di un quintale. Deliziosa. E spaventosa. Al suo fianco l'altra
favorita del torneo, Vika Azarenka conciata come un Crudelia Demon de
noantri o trucida fata Turchina versione nero pece dopo aver ingoiato
un bue muschiato. Lungo vestito nero e collana di perle (o denti di
squalo tigre). Antologica acconciatura da Marlene Dietrich e
brilluccicante abito tempestato di strass e paillettes (Maradona
style) a esaltarne il bel fisico, per Jelena «Varenne» Jankovic. La
chiamano «The body (e faccia da sacco di juta)» non a caso. Na Li
sembra evasa da un Kibbutz: vestito bianco e colletto stile Signora
Rottenmaier, comodo anche per le risaie di Yangshuo. Ultima, e
immagino la fatica che avrà fatto il fotografo nell'inquadrare anche
lei, Angelique Kerber: un wurstel bardato a festa, tutta di nero (che
sfina) sbracciata e in pantaloni, con l'espressione agghiacciante di
una laureanda bruttina prima della seduta.
Ridancianeria
a parte, c'è anche un dato tecnico in questo Master turco.
Sorteggiati ieri i due gironi, da cui usciranno le quattro
semifinaliste. Ecchiveli:
Gruppo
Rosso
S.Williams,
A.Radwanska, Kvitova, Kerber. Americana ovvia favorita, per la
vittoria del girone ma anche per il successo finale. Secondo posto
buono per la semifinale in bilico: leggermente favorita Petra
Kvitova, emersa dalle acque come un balenottero nel finale stagione,
sull'Agnese ultima versione merluzzo e Kerber capace di arraffare un
posto al master con buon finale di stagione, ma reduce da un 2013
mediocre.
Gruppo
Bianco
Azarenka,
Li, Errani, Jankovic. «Sorteggio durissimo per Errani!», leggo.
Rientra chiaramente in quell'affetto e desiderio di protezione verso
il nostro pulcino arrotino, che si vorrebbe sempre vedere alle prese
con una Gatto Monticone, Arancita Rus o, proprio al limite, Misaki Doi anchilosata. Malgrado a parole la descrivano come fenomeno,
intimamente la considerano appena top 30. Altrimenti non si spiega.
Qui però, dettaglio, è un Master e ci vanno le prime otto. Azarenka
fuori portata (se si presenterà sotto il quintale di peso forma),
con Li e Jankovic può dire la sua. La cinese al 60% la spazzerebbe
via in due set, troppo potente e più solida, ma quel minimo
sindacale di forma lo esibisce una volta ogni tre mesi, quindi:
spiragli. Jankovic dopo anni di crisi nera e penosi tentativi di
migliorare un tennis troppo difensivo e senza spunti vincenti,
tornando al passato (trotto invasato e volée da Ridolini in
gonnella) ha acciuffato il Master. Ma l'italiana può giocarsela,
altrimenti ci sarebbe l'Itf a Lagos, no?
venerdì 16 agosto 2013
MARION BARTOLI CHIUDE IL SIPARIO, E SALUTA IL CIRCO
Travolto dagli eventi, non posso
esimermi dallo spendere due spremute parole per la notizia del giorno. Un fulmine
a ciel sereno o, visto il tragico clima ferragostano col cielo di piombo, una
grassoccia nuvola foriera di nefasti presagi: la fresca (come basculante rosellina
di un quintale) vincitrice di Wimbledon Marion Bartoli si ritira. Lo comunica,
in lacrime, dopo la sconfitta al primo turno a Cincinnati. Troppi acciacchi nel
fisico pesante e appagamento mentale post trionfo londinese.
Leggo commenti in qualche sito sportivo.
E si va dal solito dileggio, agli insulti, all’incredulità (il popolo dei
moderati). E lo trovo triste. Proprio non mi viene naturale. Senza entrare nell’altrettanto penosa spirale della «morte ti fa bella», si è cattivi e spietati col potente,
con chi è al top. Non ha senso farlo se il Re (o regina obesa) è nudo/a (buon Dio, che immagine atroce) o in ginocchio. Tanto meno mi viene naturale.
La notizia rimane di quelle che shockano,
certo. Coglie tutti di sorpresa. Perché, tra i «normali», la vittoria di uno slam
sarebbe trampolino per nuove sfolgoranti avventure. Potrebbe dare sicurezza e
rinnovato slancio. Poi uno ci pensa (tre minuti, mica vuoi spenderci di più) e
la sua soluzione pare in linea col personaggio. Tecnicamente e mentalmente
logica. Persino saggia. Mai come
oggi posso comprendere e quasi (non esageriamo) ammirare la nostra Mariolona. Ha
passato una carriera a lottare nei campi, con allenamenti da scienziati nazisti
in vena di sadici esperimenti, mescolati a evoluzioni circensi. Raggiunto l’insperato
obiettivo di una vita sportiva, normale vengano meno stimoli e voglia di
dannarsi ancora. E quella che sarebbe una scelta folle per una tennista
normale, diviene scelta normale per una tennista surreale. Facile da capire,
no? Specie se si dà per scontata l'insensatezza di fondo.
Tutto esasperato, per raggiungere risultati altrimenti impossibili con le sue doti naturali. Un irridente scherzo della (ma
soprattutto «alla») natura, fino alla fine, Marion. Il suo comportamento in
campo, da sudatissima iper agonista con sbatacchiante coda unta di sugna. A
tratti (assai lunghi) insostenibile. Irreale. Danze tribali, racchette agitate
come scacciamosche sacri, tarantelle, occhi da pernice grondanti odio sportivo, urla udibili sono nelle puntate di «Superquark» sui vezzosi babbuini nella stagione
dell’amore. E cosa dire degli allenamenti,
autentiche vessazioni circensi: tacchi, elastici con cui veniva legata ai
teloni e sottoposta a esperimenti di balistica, corse su trampoli con
candelabri in testa. Follie maniacali con cui il babbo-domatore-scienziato fece
della sua goffa e paffuta «creatura» una tennista di vertice assoluto, grazie a un
tennis contrario ad ogni dogma tennistico, in continuo e folle anticipo
quadrumane.
E, poiché il paradosso continua ad
essere colonna sonora della sua vita sportiva, proprio quando è più inquartata
(al limite dell’impresentabile), coglie il suo successo più importante, a
Wimbledon. Momentanei benefici della liberazione dall’ombra paterna. Quasi
sbeffeggiante, chiude col piatto dei Championships stretto tra le grassocce dita e
un sorriso da ragazza timida, persino tenera. Quella londinese è stata una
specie di fiaba. A conti fatti, il male minore (ve la immaginata «crauto smunto»
Lisicki lagrimare di gioia? per l’onnipotente, no. Mai nella vita) di un
torneo pazzo, in cui le big si ammazzano con una scure, ma lei non ruba
nulla. E una finale su quei campi l’aveva già raggiunta. Favola horror-kitsch,
cui ora mette il fiocco con decisione inattesa, ma coraggiosa e onesta. E,
soprattutto, sua. Nessuna scelta codarda, o addirittura vile, come leggo in
giro. Fosse accaduto a Flipkens o altre, tutti ne parlerebbero in termini
commoventi. Lei sconta il non esser bellissima e nemmeno simpatica (esercizi
funambolici di eufemismo).
Molto coraggio nel farsi da parte
quando non si ha più voglia di soffrire e stimoli per farlo, dopo aver raggiunto
il picco massimo raggiungibile. Per lei. E ne è onestamente consapevole. Gli
stimoli dirigono tutto, e cambiano in ognuno di noi. E ogni conseguente scelta,
va accettata. C’è il Borg che scoppia a 26 anni e, mentalmente vuoto, dice
basta. Connors invece non perde la voglia di allenarsi e lottare fino ai 43
anni. Anche solo per vincere un paio di turni sull’erba di Halle. Safin si
scassa le balle a 29 anni e saluta tutti, il vecchio Hewitt ancora, col fisico
tenuto assieme dallo scotch, seguita a lottare nelle
retrovie. C’è chi come Schiavone vince un irripetibile slam a trent’anni, crede d'essere
diventata Navratilova o Dio in gonnella e vorrebbe camminare a piedi nudi sulle
acque, ma nei tre anni seguenti gioca come prima dell’exploit, da numero
15/20 che si crede «uno». E c'è Marion che, raggiunta la massima vetta, pensa sia meglio finirla lì. Con umiltà e coscienza si sé. Ha scelto così, altro
schiaffo a tutti.
Un po’ mi mancherà. Lascia un vuoto incolmabile
(ed enorme) in questo blog. Proprio vero, una cosa (ok, qualcuno) ti manca
quando ormai non ce l’hai più.
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martedì 6 agosto 2013
TOP 10 WTA. LE DIECI TENNISTE PIU’ SEXY AL MONDO (TRE ANNI DOPO)
Perché
poi non è mica vero, come qualche scellerato (invidioso) ha avuto l’ardire di
scrivere, ch’io detesti tutti. Ho la lucida consapevolezza di come nell’umanità
si distinguano due categorie: l’orrido e il miserrimo (cit.). Il tennis non può
sfuggire alla regola. Non mancano certo sprazzi di sublime. Rari flash di bellezza che,
prima o poi, soccomberanno di fronte all’orrido. E' la coscienza di
vacuità, a salvarti. Chi davvero crede di vincere quella guerra ha un posto assicurato in un centro d’igiene mentale con visuale
laghetto artificiale, ove vedrà le anitre giulive levarsi in volo o è un
utopico sognatore. Che poi è la stessa cosa.
Snocciolo
testé semiserie classifiche (con posizioni interscambiabili) di gradimento. Mio, personalissimo, soggettivo. E
quindi unico e come tale oggettivo, secondo me. Senza ausili di calcolatrici,
classifiche o conteggio di tornei vinti. Ma valutando braccio, talento,
piacevolezza estetica di colpi e fisica. Smorzate e tette, drop e gambe
flessuose. Ok, basta altrimenti penserete che mi sia anche fatto levare una
costola.
Casualmente
e non cavallerescamente, inizio con le donne. Quella degli uomini è già
confezionata, ma la lascio in stand-by tra le bozze e la pubblicherò prima del
17/9, data in cui andrò in vacanza nel Mar dei Sargassi. Così l’attesa diverrà
febbrile tra gli ansiosi lettori (d’estate, da cinque scendiamo a due). Il
titolo del pezzo è vagamente allusivo, volutamente equivoco. Anche la foto
copertina stile L’Espresso anni ’90 in estivo calo di lettori con titolo «I
misteri di Ustica» è utile alla bisogna: raccattare lettori tra chi digita su
google: «carezze gay a glabra passera di giovenca nana tutta tana». Giuro, ho
controllato, c’è gente che s’imbatte in me digitando quelle parole.
Ma veniamo
a noi.
Sdottoro
e spadroneggio (cit.).
1- Vera
Zvonareva. Come si
fa a non mettere al primo posto una con quegli occhi? Limpidi come le cascate
di acqua sorgiva, più profondi dell'oceano e pazzi quanto le onde di un mare in
burrasca. Viso ammaliatore da Anna Kournikova dopo aver mangiato Sveta
Kuznetsova a colazione, gote paonazze, espressione da squilibrata evasa notte
tempo da un carcere psichiatrico siberiano. Bukowski l’avrebbe descritta in un
suo racconto, mentre distrugge casa e caccia via il marito. Ubriaca, lo
accoltella. E ride. Trinca alla bottiglia di vodka. Poi piange. E urla, sciatta
e bellissima. Storia di ordinaria follia tennistica. Presenza strana nella mia
classifica, perché è (stata? Sobb) tennista di livello superiore. Numero due al
mondo, due finali slam, altrettanti titoli major in doppio. Almeno qui regalo la prima piazza a questa eterna piazzata, e perdente in finali importanti. Ma più dei risultati o
del suo tennis completo ma senza sussulti, un surreale forcing,
tutta adorabilmente ingobbita, senza disdegnare blitz a rete, a colpirmi è altro.
L'isterica fragilità di donnino con gli occhi di ghiaccio che si sciolgono
diventando due cardellini bagnati. Adorabile. Cardiologi all’angolo, facce
buffe, urla disperate. Laceranti. Un
classico, riconoscibile e puntuale come un riff di Jimmy Page. Come dimenticare
il concentrato di deliri contro Pennetta sul centrale di Flushing Meadows? Fasciata
come Tutankhamon e chiappe in terra. Furente, si strappa via le bende. E
piange, tra gli «oohhh» del pubblico, con le labbra da tinca d’acqua dolce.
Immagini indelebili. Vika frantuma una racchetta, il pubblico ulula di disprezzo. Lo fa Zvonareva, la gente applaude. Differenza sottile, ma evidente. Vera non è una camionista. E’ una che, urlando «Alpini,
gabbiate pietà», si getta sotto il camion, al limite. In lei c’è coscienza
autocommiserante delle sue (e delle nostre) disgrazie. E’ filosofia, Vera la bella.
Dopo le ultime stagioni al vertice, lo scorso anno si opera alla spalla destra.
Approfitta del lungo stop per laurearsi in «Relazioni Internazionali». Per
dire. Vera la graduata.
2- Kimiko
Date. Tennis zen al sushi allungato
col gerovital, venato d’eroismo Samurai. La sua sfida al tempo mi affascina. 43
anni, due carriere ben divise. La prima, da valorosa atleta capace di arrivare
al numero 4 al mondo e sfiorare l’eroica impresa contro il mostro Graf, sul
centrale di Wimbledon. Quindi il ritiro a 26 anni. Il matrimonio con un pilota
d’auto dal nome che rievoca Strumtruppen, tale Krumm, la mancata maternità, le
maratone. E poi il ritorno alla soglia dei quaranta, tredici anni dopo,
dimostrando come anche in età avanzata si possano fare cose lodevoli. Gambe
corte, sguardo tagliente e racchetta imbracciata come arma mitologica,
nell’attesa di rispondere, tutta di sbieco. Rientra addirittura tra le prime
cinquanta. Torna a vincere tornei Itf e Wta (Seoul), calca i centrali nei
tornei dello slam. Diverte e si diverte con colpi piatti e d’incontro, voleettine
eroiche. Perfetta per avvilire floride ragazzone avvezze al gioco di cieca roncola, evoluzione disumana
della Graf dei suoi tempi. La
minuscola non milf-samurai del Sol Levante è ancora lì, a 43 anni. Icona vivente in
cui s’intrecciano misticismo, filosofia e magia, il tutto ammantato dall’affascinante
cultura giapponese che (rinascessi una terza volta, oltre a questa seconda) mi
piacerebbe studiare o approfondire.
3- Romina
Oprandi. La tortorella dall’ala
spezzata. «M’imbarcai su un cargo bandiera liberiana…» (cit). Lei su una nave
da crociera, come animatrice. Col tennis aveva chiuso. Crudele esperienza da
mettersi alle spalle. Via, altra vita per la sfortunata Heidi sovrappeso,
capace di un indimenticabile torneo al Foro Italico nel 2006, battendo Stosur e
Zvonareva, prima di fermarsi a due centimetri dall’impresa contro Kuznetsova.
Tutte annichilite da un tennis folle, fatto di smorzate assassine. La pingue italo-svizzera
raggiunse il numero 36, in inarrestabile crescendo arabesco. Poi storia nota. Talento
bulimico e accanimento della sorte. Cruenti infortuni per cui non si trova una
soluzione: ginocchia, spalla, braccio. Le navi, il ritorno dal basso, senza
pretese. Ortisei, Monteroni, amene e piovose località belghe tra ciminiere e
nuvole raggelanti. Le prime trecento, incredibile. Addirittura top cento nel
2010, quasi miracolo. Nuovamente nel tennis che conta, vittorie su ex numero
uno, top 10 mandate a scuola a suon di struggenti foglie morte. L’Italia non
crede nel suo talento infermo e la spinge in Svizzera. Lei si opera finalmente
al ginocchio e svolazza. Smagrita e in formissima (va beh, per gli abituali standard di
un accanimento insensato della sorte) ottiene il best ranking, tornando dov’era
prima dell’odissea: 32. Miracolo vero, della natura e di un braccio
straordinario, capace di superare avversità che un decimo avrebbe fatto
desistere chiunque. Il cerchio però, sembra essersi chiuso. A Wimbledon, dopo
l’ennesimo crack alla spalla/braccio martoriato, dichiara di voler smettere col
tennis. Difficile andare avanti, giocare e soffrire, con un trauma ormai cronico e irrisolvibile. Titoli
di coda, ma che grande tristezza.
4- Maria
Josè Martinez Sanchez. Mancina
iberica che svolazzò una sola estate, come farfalla che volteggia dall’alba al
tramonto. Negli occhi e nella mente la vincente cavalcata romana del 2011,
leggiadra ed eroica. Volée, graffi e zampate a rete. E poi ossessive/ossessionanti
smorzate. Compulsive, magiche, irridenti. Delirio di
risposte con cui lascia di sasso vatusse picchiatrici, sgroppatrici di vertice e
virtuose leonesse italiane, cui elargisce generosa lezione. Di tecnica. Un
tennis barocco, senza eguali nel circuito, quello della mancina spagnola. Adorata
ben prima della sbornia pop romana. A Bastaad, uno dei cinque successi in
carriera, quando punisce Wozniacki in finale. O ancora prima in uno sperduto
Itf nell’estate salentina tra cicale frinenti, colonna sonora dei suoi ricamati riccioli tennistici. Storia irripetibile, quasi romantica. Come la
parabola discendente dopo il maggio romano e il tristo ritorno al Foro
quest’anno, solo in doppio. Infortunata, rantolante e a mezzo servizio.
5- Petra
Cetkovská. E che
je voi di pure qualcosa? No. Vezzoso ma fragile ninnolo di cristallo, questa
bella ragazza di Prostějov. Manina morbida e tettine frementi, slice e
smorzatelle. Una balconata mondina con gonna dagli orli in pizzo e tennis anni ’70. La sua carriera è
minata da incredibili disavventure fisiche. Una sopravvissuta all’adolescenziale
liaison col bacherozzo Bagdathis, è però tipa tosta. Tra pause, rientri e altre
pause, trova il modo compiere begli exploit a Parigi e Wimbledon. Di castigare
e avvilire top 10 e annaspanti cacciatrici orbe da prime venti. E, salute
permettendo, le prime venti sarebbero state la sua casa.
6 - Barbora Záhlavová-Strýcová. Braccine corte, gamba tozza e culo basso. Ma due gran begli occhi e faccino da impunita. Grassoccia mano talentuosa, picchi di gaudente estro tennistico da scuola boema: drop, tocchi e volée preziose. Presenza strana. Insolita, direte. Al più, uno se la immagina in camicione color arancio tra le mura della grigia stanza numero 364 del manicomio criminale di Ostrava. Le sue turbe psichiche hanno fatto storia (insomma), annesse racchette frantumate, deliri monologanti, serafici bestemmioni al suo rassegnato allenatore, usato come pungiball ai cambi campo. Una strana storia di doping (un miscuglio tra Xanax e Roipnol, credo) da cui rientra mesi fa, più asciutta e cattiva. Anche lei a pieno titolo nella categoria socio-psico-filosofica d’isteria buffa. Modesti risultati in singolo, ottimi doppio (con Iveta Benesova in Melzer fa incetta di trofei). E poi, volete mettere il doppio misto tra lei e Picasso Fesso Petzschner? Forse la migliore coppia nella storia della specialità. Da neurodeliri, o spettacolo horror-comic-slave. Lei con la fronte aggrottata che lo guarda stranita e vorrebbe partire di racchetta sul gozzo.
6 - Barbora Záhlavová-Strýcová. Braccine corte, gamba tozza e culo basso. Ma due gran begli occhi e faccino da impunita. Grassoccia mano talentuosa, picchi di gaudente estro tennistico da scuola boema: drop, tocchi e volée preziose. Presenza strana. Insolita, direte. Al più, uno se la immagina in camicione color arancio tra le mura della grigia stanza numero 364 del manicomio criminale di Ostrava. Le sue turbe psichiche hanno fatto storia (insomma), annesse racchette frantumate, deliri monologanti, serafici bestemmioni al suo rassegnato allenatore, usato come pungiball ai cambi campo. Una strana storia di doping (un miscuglio tra Xanax e Roipnol, credo) da cui rientra mesi fa, più asciutta e cattiva. Anche lei a pieno titolo nella categoria socio-psico-filosofica d’isteria buffa. Modesti risultati in singolo, ottimi doppio (con Iveta Benesova in Melzer fa incetta di trofei). E poi, volete mettere il doppio misto tra lei e Picasso Fesso Petzschner? Forse la migliore coppia nella storia della specialità. Da neurodeliri, o spettacolo horror-comic-slave. Lei con la fronte aggrottata che lo guarda stranita e vorrebbe partire di racchetta sul gozzo.
7- Roberta
Vinci. Elogio della lentezza. Estenuante.
Capita d’osservarla in allenamento assieme alla (immancabile) compagna, amica,
complice, Sara Errani. Munito di cuffiette e guardando solo dalla sua parte,
pena orchite fulminante all’ipotalamo. Spettacolo autentico vederla colpire di
rovescio. Apre l’ala con movimento sinuoso, una secie di «arabesque», manco
fosse la «fanciulla cigno» nell’immortale opera di Čajkovskij. Slice, back e
un campionario di trovate tennistiche vintage. Fuori dal tempo come un
negozietto di vinile a Trastevere. Binomio avvincente tra movenze pesanti e
leggerezza di colpi. Troppo buona e indo-lente per ambire in alto, si diceva. Poi
l’incontro che le cambia la vita alla soglia dei trent’anni, con Errani. A lei
insegna i rudimenti del doppio. Da lei apprende la cultura del lavoro e un
po’ di cattiveria, annessi ragli ed esultanze. Perde un po’ della mia simpatia,
ma le prime dieci sono a un tiro di schioppo, in slice.
8 - Martina Hingis. «Martina tre, la vendetta». Rientra per la terza volta, dopo il primo ritiro nel 2003, e quello del 2007, a seguito di una strana squalifica per cocaina. Non beneficiò dell’ormai dilagante «silent-ban» o di lascivi «baci alla coca» in salsa Gasquet, anche se di quello doveva trattarsi, in soldoni, con le debite varianti. Burrascose storie d’amore (vedi Stepanek il castigatope), fughe stile Julia Roberts in «Se scappi ti sposo» e scene da commedia sexy all’italiana Banfi/Fenech in cui il marito, in vena di sorprese romantiche, la trova a letto. Non da sola. Nella mia classifica vige il divieto assoluto per le vincitrici si slam. Ma sono titoli talmente lontani nel tempo, che si può transigere (in simili tempi di grazia, poi…). Perché la svizzera dalla fronte spaziosa, di slam, ne ha vinti cinque. Malgrado un tennis senza colpi risolutori, ma grazie a intelligenza tattica da volpe argentata e buonissima mano. Rientrerà solo in doppio, per ora. Difficile rinverdire i fasti lesbo-chic della coppia Hingis/Kurnikova, ma il binomio con Hantuchova ben promette. Kimiko docet, potrebbe riprovarci anche in singolo. Ammirata in splendida forma, a Roma, mettere alla frusta la sua pachidermica allieva Pavlyuchenkova, dissi al Cencetti e al mio Io strafatto di birra: «Perché non rientra?». Chiamatemi Profeta Isaia (una volta che succede…). E’ un reciproco spremersi. Tecnicamente potrà dire la sua. Economicamente avrà il suo ritorno. La Wta in atavica crisi di nomi, personaggi e personalità, ne sarà contenta. E anche io, perché Martina è sempre un bel vedere.
8 - Martina Hingis. «Martina tre, la vendetta». Rientra per la terza volta, dopo il primo ritiro nel 2003, e quello del 2007, a seguito di una strana squalifica per cocaina. Non beneficiò dell’ormai dilagante «silent-ban» o di lascivi «baci alla coca» in salsa Gasquet, anche se di quello doveva trattarsi, in soldoni, con le debite varianti. Burrascose storie d’amore (vedi Stepanek il castigatope), fughe stile Julia Roberts in «Se scappi ti sposo» e scene da commedia sexy all’italiana Banfi/Fenech in cui il marito, in vena di sorprese romantiche, la trova a letto. Non da sola. Nella mia classifica vige il divieto assoluto per le vincitrici si slam. Ma sono titoli talmente lontani nel tempo, che si può transigere (in simili tempi di grazia, poi…). Perché la svizzera dalla fronte spaziosa, di slam, ne ha vinti cinque. Malgrado un tennis senza colpi risolutori, ma grazie a intelligenza tattica da volpe argentata e buonissima mano. Rientrerà solo in doppio, per ora. Difficile rinverdire i fasti lesbo-chic della coppia Hingis/Kurnikova, ma il binomio con Hantuchova ben promette. Kimiko docet, potrebbe riprovarci anche in singolo. Ammirata in splendida forma, a Roma, mettere alla frusta la sua pachidermica allieva Pavlyuchenkova, dissi al Cencetti e al mio Io strafatto di birra: «Perché non rientra?». Chiamatemi Profeta Isaia (una volta che succede…). E’ un reciproco spremersi. Tecnicamente potrà dire la sua. Economicamente avrà il suo ritorno. La Wta in atavica crisi di nomi, personaggi e personalità, ne sarà contenta. E anche io, perché Martina è sempre un bel vedere.
9- Galina
Voskoboeva. Palombelle
russo-kazake. Cigno/gallinella di lungo corso, capace di un tennis particolare.
Imprevedibile. Bombarde terrificanti e inattese palombelle alate. Missili
terra aria e ricami a rete a svelarne l’indole di buona doppista. Virtuosa
del drop e della racchetta frantumata, di cui è una delle migliori interpreti.
Stenta in singolare dove paga una lentezza criminosa. Si lascia guardare, però.
Tecnicamente, e anche fisicamente. Indimenticabile il gonnellino stile cigno
esibito un paio di stagioni fa.
10- Magdaléna
Rybáriková. Magda coscia lunga e dente da roditore. Flemmatiche
fiammate (in media, una e mezza l’anno) nel mezzo di una carriera normale. Piacevole
il modo di coprire e ricamare il campo come trapunta, di questa giraffona
slovacca. Bella mano, servizio e volée quasi fosse eretica nel mare di violenza acefala e compulsivo abuso di slice «petzschneriano» sguainato dall’ombelico
come la moglie del barbiere Sweeney Todd che pulisce la lama del rasoio. Non
è tardi per arrivare tra le venti.
Dischi caldi, come nella Hit-Parade di Lelio
Luttazzi: Tsvetana Pironkova. Capriolo smilzo di Bulgaria, perfetto per i prati. Non a caso proprio sull’erba di Wimbledon, trasformandosi in sfarfalleggiante Wonder Woman, ha ottenuto i migliori risultati. Semifinale annessa. Uno dei pochi casi di specialista pura, ancora vivente. Su terra, Tsvetana la sottiletta, può perdere anche dalla Gatto Monticone. O da me con parrucca rosa. Petra Martić. Ammirevole Olivia tra le
Popeye e braccione di ferro in gonnella della Wta. Surreale baluardo
trasparente come carta velina al sole, contro le modernità. Il tennis d’attacco
di Petrella la secca (per differenziarla da Petronia la pachidermica) è però delizioso.
Servizio, volée, e guizzi classicheggianti. Ginnica e reattiva. Esplode lo
scorso anno, ridicolizzando Marion Bartoli (l’ho nominata, Gesù) a casa sua.
Sprofonda e rinasce come usignolo sull’erbetta dei tornei minori. Obiettivo:
top 50 da garrula gazza ladra, capace di mostrarci le caduche miserie del
tennis moderno. Kirsten Flipkens.
Belga di lungo corso, una che dopo le mille traversie patite dovrebbe giocare
solo un'oretta alla domenica, tra amiche. Invece arriva in semifinale a Wimbledon.
Piccolo, enorme, miracolo della tecnica sul fisico.
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Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.


















