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martedì 6 agosto 2013

TOP 10 WTA. LE DIECI TENNISTE PIU’ SEXY AL MONDO (TRE ANNI DOPO)





Perché poi non è mica vero, come qualche scellerato (invidioso) ha avuto l’ardire di scrivere, ch’io detesti tutti. Ho la lucida consapevolezza di come nell’umanità si distinguano due categorie: l’orrido e il miserrimo (cit.). Il tennis non può sfuggire alla regola. Non mancano certo sprazzi di sublime. Rari flash di bellezza che, prima o poi, soccomberanno di fronte all’orrido. E' la coscienza di vacuità, a salvarti. Chi davvero crede di vincere quella guerra ha un posto assicurato in un centro d’igiene mentale con visuale laghetto artificiale, ove vedrà le anitre giulive levarsi in volo o è un utopico sognatore. Che poi è la stessa cosa.
Snocciolo testé semiserie classifiche (con posizioni interscambiabili) di gradimento. Mio, personalissimo, soggettivo. E quindi unico e come tale oggettivo, secondo me. Senza ausili di calcolatrici, classifiche o conteggio di tornei vinti. Ma valutando braccio, talento, piacevolezza estetica di colpi e fisica. Smorzate e tette, drop e gambe flessuose. Ok, basta altrimenti penserete che mi sia anche fatto levare una costola.
Casualmente e non cavallerescamente, inizio con le donne. Quella degli uomini è già confezionata, ma la lascio in stand-by tra le bozze e la pubblicherò prima del 17/9, data in cui andrò in vacanza nel Mar dei Sargassi. Così l’attesa diverrà febbrile tra gli ansiosi lettori (d’estate, da cinque scendiamo a due). Il titolo del pezzo è vagamente allusivo, volutamente equivoco. Anche la foto copertina stile L’Espresso anni ’90 in estivo calo di lettori con titolo «I misteri di Ustica» è utile alla bisogna: raccattare lettori tra chi digita su google: «carezze gay a glabra passera di giovenca nana tutta tana». Giuro, ho controllato, c’è gente che s’imbatte in me digitando quelle parole.
Ma veniamo a noi.
Sdottoro e spadroneggio (cit.)


1- Vera Zvonareva. Come si fa a non mettere al primo posto una con quegli occhi? Limpidi come le cascate di acqua sorgiva, più profondi dell'oceano e pazzi quanto le onde di un mare in burrasca. Viso ammaliatore da Anna Kournikova dopo aver mangiato Sveta Kuznetsova a colazione, gote paonazze, espressione da squilibrata evasa notte tempo da un carcere psichiatrico siberiano. Bukowski l’avrebbe descritta in un suo racconto, mentre distrugge casa e caccia via il marito. Ubriaca, lo accoltella. E ride. Trinca alla bottiglia di vodka. Poi piange. E urla, sciatta e bellissima. Storia di ordinaria follia tennistica. Presenza strana nella mia classifica, perché è (stata? Sobb) tennista di livello superiore. Numero due al mondo, due finali slam, altrettanti titoli major in doppio. Almeno qui regalo la prima piazza a questa eterna piazzata, e perdente in finali importanti. Ma più dei risultati o del suo tennis completo ma senza sussulti, un surreale forcing, tutta adorabilmente ingobbita, senza disdegnare blitz a rete, a colpirmi è altro. L'isterica fragilità di donnino con gli occhi di ghiaccio che si sciolgono diventando due cardellini bagnati. Adorabile. Cardiologi all’angolo, facce buffe, urla disperate. Laceranti. Un  classico, riconoscibile e puntuale come un riff di Jimmy Page. Come dimenticare il concentrato di deliri contro Pennetta sul centrale di Flushing Meadows? Fasciata come Tutankhamon e chiappe in terra. Furente, si strappa via le bende. E piange, tra gli «oohhh» del pubblico, con le labbra da tinca d’acqua dolce. Immagini indelebili. Vika frantuma una racchetta, il pubblico ulula di disprezzo. Lo fa Zvonareva, la gente applaude. Differenza sottile, ma evidente. Vera non è una camionista. E’ una che, urlando «Alpini, gabbiate pietà», si getta sotto il camion, al limite. In lei c’è coscienza autocommiserante delle sue (e delle nostre) disgrazie. E’ filosofia, Vera la bella. Dopo le ultime stagioni al vertice, lo scorso anno si opera alla spalla destra. Approfitta del lungo stop per laurearsi in «Relazioni Internazionali». Per dire. Vera la graduata.

2- Kimiko Date. Tennis zen al sushi allungato col gerovital, venato d’eroismo Samurai. La sua sfida al tempo mi affascina. 43 anni, due carriere ben divise. La prima, da valorosa atleta capace di arrivare al numero 4 al mondo e sfiorare l’eroica impresa contro il mostro Graf, sul centrale di Wimbledon. Quindi il ritiro a 26 anni. Il matrimonio con un pilota d’auto dal nome che rievoca Strumtruppen, tale Krumm, la mancata maternità, le maratone. E poi il ritorno alla soglia dei quaranta, tredici anni dopo, dimostrando come anche in età avanzata si possano fare cose lodevoli. Gambe corte, sguardo tagliente e racchetta imbracciata come arma mitologica, nell’attesa di rispondere, tutta di sbieco. Rientra addirittura tra le prime cinquanta. Torna a vincere tornei Itf e Wta (Seoul), calca i centrali nei tornei dello slam. Diverte e si diverte con colpi piatti e d’incontro, voleettine eroiche. Perfetta per avvilire floride ragazzone avvezze al gioco di cieca roncola, evoluzione disumana della Graf dei suoi tempi. La minuscola non milf-samurai del Sol Levante è ancora lì, a 43 anni. Icona vivente in cui s’intrecciano misticismo, filosofia e magia, il tutto ammantato dall’affascinante cultura giapponese che (rinascessi una terza volta, oltre a questa seconda) mi piacerebbe studiare o approfondire.

3- Romina Oprandi. La tortorella dall’ala spezzata. «M’imbarcai su un cargo bandiera liberiana…» (cit). Lei su una nave da crociera, come animatrice. Col tennis aveva chiuso. Crudele esperienza da mettersi alle spalle. Via, altra vita per la sfortunata Heidi sovrappeso, capace di un indimenticabile torneo al Foro Italico nel 2006, battendo Stosur e Zvonareva, prima di fermarsi a due centimetri dall’impresa contro Kuznetsova. Tutte annichilite da un tennis folle, fatto di smorzate assassine. La pingue italo-svizzera raggiunse il numero 36, in inarrestabile crescendo arabesco. Poi storia nota. Talento bulimico e accanimento della sorte. Cruenti infortuni per cui non si trova una soluzione: ginocchia, spalla, braccio. Le navi, il ritorno dal basso, senza pretese. Ortisei, Monteroni, amene e piovose località belghe tra ciminiere e nuvole raggelanti. Le prime trecento, incredibile. Addirittura top cento nel 2010, quasi miracolo. Nuovamente nel tennis che conta, vittorie su ex numero uno, top 10 mandate a scuola a suon di struggenti foglie morte. L’Italia non crede nel suo talento infermo e la spinge in Svizzera. Lei si opera finalmente al ginocchio e svolazza. Smagrita e in formissima (va beh, per gli abituali standard di un accanimento insensato della sorte) ottiene il best ranking, tornando dov’era prima dell’odissea: 32. Miracolo vero, della natura e di un braccio straordinario, capace di superare avversità che un decimo avrebbe fatto desistere chiunque. Il cerchio però, sembra essersi chiuso. A Wimbledon, dopo l’ennesimo crack alla spalla/braccio martoriato, dichiara di voler smettere col tennis. Difficile andare avanti, giocare e soffrire, con un trauma ormai cronico e irrisolvibile. Titoli di coda, ma che grande tristezza.

4- Maria Josè Martinez Sanchez. Mancina iberica che svolazzò una sola estate, come farfalla che volteggia dall’alba al tramonto. Negli occhi e nella mente la vincente cavalcata romana del 2011, leggiadra ed eroica. Volée, graffi e zampate a rete. E poi ossessive/ossessionanti smorzate. Compulsive, magiche, irridenti. Delirio di risposte con cui lascia di sasso vatusse picchiatrici, sgroppatrici di vertice e virtuose leonesse italiane, cui elargisce generosa lezione. Di tecnica. Un tennis barocco, senza eguali nel circuito, quello della mancina spagnola. Adorata ben prima della sbornia pop romana. A Bastaad, uno dei cinque successi in carriera, quando punisce Wozniacki in finale. O ancora prima in uno sperduto Itf nell’estate salentina tra cicale frinenti, colonna sonora dei suoi ricamati riccioli tennistici. Storia irripetibile, quasi romantica. Come la parabola discendente dopo il maggio romano e il tristo ritorno al Foro quest’anno, solo in doppio. Infortunata, rantolante e a mezzo servizio.

5- Petra Cetkovská. E che je voi di pure qualcosa? No. Vezzoso ma fragile ninnolo di cristallo, questa bella ragazza di Prostějov. Manina morbida e tettine frementi, slice e smorzatelle. Una balconata mondina con gonna dagli orli in pizzo e tennis anni ’70. La sua carriera è minata da incredibili disavventure fisiche. Una sopravvissuta all’adolescenziale liaison col bacherozzo Bagdathis, è però tipa tosta. Tra pause, rientri e altre pause, trova il modo compiere begli exploit a Parigi e Wimbledon. Di castigare e avvilire top 10 e annaspanti cacciatrici orbe da prime venti. E, salute permettendo, le prime venti sarebbero state la sua casa.
6 - Barbora Záhlavová-Strýcová. Braccine corte, gamba tozza e culo basso. Ma due gran begli occhi e faccino da impunita. Grassoccia mano talentuosa, picchi di gaudente estro tennistico da scuola boema: drop, tocchi e volée preziose. Presenza strana. Insolita, direte. Al più, uno se la immagina in camicione color arancio tra le mura della grigia stanza numero 364 del manicomio criminale di Ostrava. Le sue turbe psichiche hanno fatto storia (insomma), annesse racchette frantumate, deliri monologanti, serafici bestemmioni al suo rassegnato allenatore, usato come pungiball ai cambi campo. Una strana storia di doping (un miscuglio tra Xanax e Roipnol, credo) da cui rientra mesi fa, più asciutta e cattiva. Anche lei a pieno titolo nella categoria socio-psico-filosofica d’isteria buffa. Modesti risultati in singolo, ottimi doppio (con Iveta Benesova in Melzer fa incetta di trofei). E poi, volete mettere il doppio misto tra lei e Picasso Fesso Petzschner? Forse la migliore coppia nella storia della specialità. Da neurodeliri, o spettacolo horror-comic-slave. Lei con la fronte aggrottata che lo guarda stranita e vorrebbe partire di racchetta sul gozzo.
7- Roberta Vinci. Elogio della lentezza. Estenuante. Capita d’osservarla in allenamento assieme alla (immancabile) compagna, amica, complice, Sara Errani. Munito di cuffiette e guardando solo dalla sua parte, pena orchite fulminante all’ipotalamo. Spettacolo autentico vederla colpire di rovescio. Apre l’ala con movimento sinuoso, una secie di «arabesque», manco fosse la «fanciulla cigno» nell’immortale opera di Čajkovskij. Slice, back e un campionario di trovate tennistiche vintage. Fuori dal tempo come un negozietto di vinile a Trastevere. Binomio avvincente tra movenze pesanti e leggerezza di colpi. Troppo buona e indo-lente per ambire in alto, si diceva. Poi l’incontro che le cambia la vita alla soglia dei trent’anni, con Errani. A lei insegna i rudimenti del doppio. Da lei apprende la cultura del lavoro e un po’ di cattiveria, annessi ragli ed esultanze. Perde un po’ della mia simpatia, ma le prime dieci sono a un tiro di schioppo, in slice.


8 - Martina Hingis. «Martina tre, la vendetta». Rientra per la terza volta, dopo il primo ritiro nel 2003, e quello del 2007, a seguito di una strana squalifica per cocaina. Non beneficiò dell’ormai dilagante «silent-ban» o di lascivi «baci alla coca» in salsa Gasquet, anche se di quello doveva trattarsi, in soldoni, con le debite varianti. Burrascose storie d’amore (vedi Stepanek il castigatope), fughe stile Julia Roberts in «Se scappi ti sposo» e scene da commedia sexy all’italiana Banfi/Fenech in cui il marito, in vena di sorprese romantiche, la trova a letto. Non da sola. Nella mia classifica vige il divieto assoluto per le vincitrici si slam. Ma sono titoli talmente lontani nel tempo, che si può transigere (in simili tempi di grazia, poi…). Perché la svizzera dalla fronte spaziosa, di slam, ne ha vinti cinque. Malgrado un tennis senza colpi risolutori, ma grazie a intelligenza tattica da volpe argentata e buonissima mano. Rientrerà solo in doppio, per ora. Difficile rinverdire i fasti lesbo-chic della coppia Hingis/Kurnikova, ma il binomio con Hantuchova ben promette. Kimiko docet, potrebbe riprovarci anche in singolo. Ammirata in splendida forma, a Roma, mettere alla frusta la sua pachidermica allieva Pavlyuchenkova, dissi al Cencetti e al mio Io strafatto di birra: «Perché non rientra?». Chiamatemi Profeta Isaia (una volta che succede…). E’ un reciproco spremersi. Tecnicamente potrà dire la sua. Economicamente avrà il suo ritorno. La Wta in atavica crisi di nomi, personaggi e personalità, ne sarà contenta. E anche io, perché Martina è sempre un bel vedere.

9- Galina Voskoboeva. Palombelle russo-kazake. Cigno/gallinella di lungo corso, capace di un tennis particolare. Imprevedibile. Bombarde terrificanti e inattese palombelle alate. Missili terra aria e ricami a rete a svelarne l’indole di buona doppista. Virtuosa del drop e della racchetta frantumata, di cui è una delle migliori interpreti. Stenta in singolare dove paga una lentezza criminosa. Si lascia guardare, però. Tecnicamente, e anche fisicamente. Indimenticabile il gonnellino stile cigno esibito un paio di stagioni fa.

10- Magdaléna Rybáriková. Magda coscia lunga e dente da roditore. Flemmatiche fiammate (in media, una e mezza l’anno) nel mezzo di una carriera normale. Piacevole il modo di coprire e ricamare il campo come trapunta, di questa giraffona slovacca. Bella mano, servizio e volée quasi fosse eretica nel mare di violenza acefala e compulsivo abuso di slice «petzschneriano» sguainato dall’ombelico come la moglie del barbiere Sweeney Todd che pulisce la lama del rasoio. Non è tardi per arrivare tra le venti.


Dischi caldi, come nella Hit-Parade di Lelio Luttazzi: Tsvetana Pironkova. Capriolo smilzo di Bulgaria, perfetto per i prati. Non a caso proprio sull’erba di Wimbledon, trasformandosi in sfarfalleggiante Wonder Woman, ha ottenuto i migliori risultati. Semifinale annessa. Uno dei pochi casi di specialista pura, ancora vivente. Su terra, Tsvetana la sottiletta, può perdere anche dalla Gatto Monticone. O da me con parrucca rosa. Petra Martić. Ammirevole Olivia tra le Popeye e braccione di ferro in gonnella della Wta. Surreale baluardo trasparente come carta velina al sole, contro le modernità. Il tennis d’attacco di Petrella la secca (per differenziarla da Petronia la pachidermica) è però delizioso. Servizio, volée, e guizzi classicheggianti. Ginnica e reattiva. Esplode lo scorso anno, ridicolizzando Marion Bartoli (l’ho nominata, Gesù) a casa sua. Sprofonda e rinasce come usignolo sull’erbetta dei tornei minori. Obiettivo: top 50 da garrula gazza ladra, capace di mostrarci le caduche miserie del tennis moderno. Kirsten Flipkens. Belga di lungo corso, una che dopo le mille traversie patite dovrebbe giocare solo un'oretta alla domenica, tra amiche. Invece arriva in semifinale a Wimbledon. Piccolo, enorme, miracolo della tecnica sul fisico. 



Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.