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martedì 29 agosto 2017
US OPEN 2017 - IL TRISTE, PROLUNGATO, VIALE DEL TRAMONTO DI ROBERTA VINCI
Frizzi e lazzi nella giornata inaugurale, dedicata alla parte bassa del tabellone maschile. Di più elettrizzante solo un monologo di Travaglio che ammicca e fa "slurp" con faccia seducente, parlando di una sindaca Raggi non impeccabile, ma sempre meglio di Nerone o di un attentato dell'Isis.
Giornata nazionale degli orridi pinnoloni made in Usa, tra Isner e Johnson, nella quale si perde per strada il calzino Sock. Guest star Zverev e Cilic, che vincono senza incantare. Nessun problema per le favorite nel tabellone femminile.
Ma le prime giornate (e quando se no?) sono tutte dedicate agli eroi tricolori. Bene Lorenzi che batte Sousa (tra le poche certezze della vita, oltre alla chioma intonsa di Morandi, c'è che Lorenzi quando può vincere una partita alla portata, lo fa) e il trullo volante Fabbiano che regola l'aussie anni '70 J.P. Smith.
Succulenta la giornata per le nostre donne. La giovane speranza Giorgi cede nettamente a Rybarikova (una che gioca ancora al tennis). Ora, il match era (opportunamente) lontano dalle telecamere, ma si può ugualmente azzardare come sia andata. La slovacca abusa di slice e la nostra, smarrita, va in corto circuito. Le si fonde i cervellone elettronico impiantatole dal Dott. Frankenstein. "bzzzz...puk...pak...plop" scintilla, amen. Lo sappiamo, basta che la nostra eroina trovi un'avversaria brava a tenerle bassa la palla e va fuori giri. Pensa di poter controbattere tirando ugualmente un vincente dritto per dritto contrario a ogni legge balistica (tranne quella - da Nobel incompreso - di Sergione) col risultato che spara orrendi homerun che vanno a falcidiare gli incolpevoli baraccati sull'Hudson. Dovrebbe farli usare la sindaca (inconsapevole) di Roma al posto degli idranti.
Capitolo a parte quello di Roberta Vinci. La tarantina partiva nettamente sfavorita con la Stephens, america in buona forma e destinata ad arrivare in fondo. Roberta va anche oltre le aspettative, giocando un primo set di dignitoso orgoglio. In realtà, da oltre un anno, il suo è un pesante, imbolsito, svogliato, cammino sull'interminabile viale del tramonto. Niente di male, forse così deve essere un addio. L'eccezionalità sono i ritiri improvvisi, quando ancora si è al top. Il suo però è rivestito di una malinconia strana, perché da mesi sembra trascinarsi non perché non ce la fa più, ma perché non ha più nessuna voglia. Non ha più nulla da dire e da dare. È palese, guardando un suo match. Insomma, Vinci è sospesa tra una Schiavone che, pur non essendo competitiva ai massimi livelli, si diverte ancora a lottare e Pennetta che, dopo epocale botta di culo (congiuntura astrale, se volete) vinse uno slam e salutò la compagnia. Permettendosi pure, dall'alto del suo strabiliante slam, di elargire consigli a quel tale inesperto Federer ("Roggger, vinci st'altro Open d'Australia e poi ritirete da vinccento. Fai come amme" - e arrivanono gli infermieri -).
Vinci avrebbe voluto smettere dopo quella finale a NY, se fosse andata in modo diverso. Invece si è trascinata stucchevolmente tra imploranti "continuo o no?" per attirare attenzioni che puntualmente venivano rivolte ad altre. Errani tortellinizzata, Pennetta partoriente, etc...lei, quasi ignorata, se non emarginata dai massimi vertici.
Ieri dopo la sconfitta dichiara "il tennis non è più una mia priorità". Ce n'eravamo accorti.
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martedì 20 giugno 2017
Schiavone vola e va come una rondine, angoscia Errani-Vinci
Mentre predispongo l'invito settimanale per "la cena col grillino", divertissement snob che riprende palesemente "la cena col cretino", sublime piece teatrale francese da cui fu tratto l'omonimo film, guardo highlights del tennis tanto per.
Mi soffermo in particolare sulle nostre eroine tricolore che si destreggiano sull'infida erba pre Wimbledon.
Interessante derby a Maiorca. Erba a Maiorca? Così pare. Hanno predisposto prati su cui Nadal sgamba e trotterellano egagre ragazzotte Wta. Di fronte Roberta Vinci e Sarita Errani, al secolo le chichis (wawa), un tempo dominatrici-amiche-complici del doppio, finaliste slam in singolo, top ten, etc...prima della fragorosa rottura. I motivi restano ancora avvolti da riserbo e una fitta coltre di mistero. Poco importa. Da allora, le due praticamente sono crollate a picco. Inesistenti in doppio con altre partner, caduta libera in singolare. Roberta è riuscita nell'anno successivo a compiere il quasi miracolo a New York, poi quasi nulla se non vagheggi di "ho battuto a Sereeeeena" o snobbati sondaggi "smetto o non smetto?".
A vederle affrontarsi nel primo turno, viene l'angoscia. Pare un torneo dopo lavoristico. Robertina ha splendida mano, i soliti colpi slice, preziosamente vintage, di una cinquantenne ex tennista ormai appesantita. L'altra è un trivio tennistico mai visto, che fa accapponare ancor di più la pelle sui prati. Mai visto arrotare in modo così agghiacciante, senza potenza e servizio, su erba. L'imbolsita pugliese, attenta a non dire "Jamm" o "annamo" per non turbare l'avversaria, finisce per vincere lasciando tre giochi all'arrotatrice folle. Poi salutano con stretta di manina gelida e facce ingrugnite. Nemmeno un bacetto o un sorriso. Ora la attende la Flipkens, e anche da ex può arrivare in fondo.
Poi guardo attentamente Francesca Schiavone, ormai ex anche lei (per gli altri però, specie la Fit), impartire sontuosa lezione tecnico-tattica alla giovane bieberona Bouchard. Il grande bluff canadese, pompato solo perché (dicono) caruccia, si piazza in mezzo al campo e spara meccaniche pallate da agassina scarsina: uccellata dalle sapienti variazioni dell'italiana, che la sovrasta anche dal punto di vista fisico. Schiavone, che mai ho amato, a 37 anni si conferma la migliore italiana della stagione, in condizioni fisiche eccellenti. Forse servirà per ottenere una wild card a Roma nel 2018. Quando si sarà ritirata.
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martedì 16 agosto 2016
RIO 2016, TENNIS E FIASCHETTE SOTTO L'OMBRELLONE
La proverbiale imprevedibilità Wta, unita al torneo olimpico sui generis, genera un risultato che va oltre la sorpresa, con sprazzi di patriottica fiaba da Cenerentola: Serena perde in poco più di un'ora singolo e doppio e va a farsi un bagno a Copagabana, mentre monta il tornado Puig, oro malgrado avesse vinto un solo torneo in carriera (ma miss chiappa tumida 2015), dopo aver triturato tutte. Argento a Kerber (comunque ritrovata, non si vedeva così in forma dalla finale dei 200 a Mosca con la maglia della Ddr), bronzo a Kvitova.
Basterebbe così. Invece, a fronte di tali immagini di lacrime, sangue e incredulità, tocca leggere il primo campionario di vaccate da fiaschetta sotto l'ombrellone #1: "Così ai tennisti non interessavano le olimpiadi, eh?". Chiaro, a 5 su 10 della top 10 (cin-que su die-ci) non fregava nulla e sono rimasti a casa, o in spiaggia. Gli altri cinque, e chi ci è andato, ci tenevano come indemoniati, per prestigio personale o ardore patriottico. Ciò non toglie che il campo partecipanti fosse da Atp 500 o Masters 1000 monco, quindi: ai tennisti (mediamente) delle olimpiadi interessa poco. Non ci vuole Aristotele per capire. E nemmeno Archimede pitagorico. Altrimenti invito tal Cencetti, 4.4, al torneo nel giardino di casa mia come testa di serie numero uno e, siccome si impegna allo spasimo, piange e si dispera, lo spaccio come torneo più importante e sentito di uno slam.
Ma non vorrei trascurare mamma Rai. Certo, la tv di stato predisponeva una (difettosa) applicazione con cui seguire in streaming tutte le discipline, ma se uno sventurato perde la connessione o ha un Nokia 3330, e volesse vedere le olimpioniche gesta di Del Potro e Nadal che si stanno scannando come Ettore e Achille? S'attacca. Perché nelle tre reti sportive la rai preferisce entusiasmarci con le qualifiche (!) di Kayak, Sciabola e tiro con l'arco. Poi per fortuna torna la connessione e si può godere lo streaming, con un commentatore strappato alle bocce che spara nomi a vanvera di gente sugli spalti (Lendl? Jamie Murray? Beyoncè magari?), snocciola vaccate da fiaschetta sotto l'ombrellone #2 tra cui Errani che batte Marchenko (oddio, parrebbe più femmineo l'ucraino della nostra, ma non ci sono prove di un caso Semenya bis) e Lorenzi che doma il virgulto Bartens, straparla come invasato durante gli scambi, manco stesse commentando il calcio. Ci salva lo streaming internazionale. O una fetta di anguria.
Spedizione italica, nessuna medaglia. C'erano fondate speranze di acciuffare una medaglia dal tennis. Lo stato maggiore al gran completo ci credeva, arrivando a cavallo ai campi di battaglia in cui i nostri si battevano con ardimento. Dopo anni di trionfi slam, separazione e riunione per amor di bandiera, toccava a Errani/Vinci portarla a casa quella benedetta medaglia. Le due però, dopo un incoraggiante inizio, affondano nei quarti contro le malconce ceche Strycova/Safarova (dopo essere state avanti 6/4 3/0 pesante): una notoriamente squilibrata, l'altra antologica perdente e azzoppata. Cosa sia successo da metà secondo set è avvolto da fitto mistero, visto che l'epico match si svolgeva lontano dalle telecamere (bastava un bollino rosso): vecchie ruggini riaffiorate? Una mefitica puzzetta di Malagò (iper eccitato per l'esito trionfale fino ad allora, mentre pregustava la medaglia) che ha provocato svenimenti a Roberta, o semplicemente non erano in condizione? In singolo, meglio la romagnola di una Vinci in imbarazzante condizione fisica (scene da racchettoni in spiaggia nel misto, con l'incolpevole, per una volta, Fognini, già eroico a tenere lo scambio con Venus).
Poche speranze al maschile. Fa il suo dovere Fognini battendo Estrella e neuro Paire, poi cede a Murray in un match balordo. Voglio dire, quale disamina puntigliosa o analisi tecnica puoi dare a una partita con parziali 8-2 0-8 6-0? Nessuna. Evvai invece con le vaccate da fiaschetta sotto l'ombrellone #3 ad opera di stimati addetti ai lavori (forzati): "Top 5 Fabbbio, se solo la testa...ah, la testa...". "Pochi possono dare un 8-0 a questo Murray, Fognini è uno di questi...". Sbagliato, a "questo" Murray che credendo di aver vinto si addormenta e fa il regolarista falloso sparando pallette fuori misura, moltissimi. A "quello" mostruosamente centrato della finale, sarebbero capaci in pochi (tra i marziani). La differenza è sottile, se le partite si guardano. Al più ci si potrebbe domandare: quanti sarebbero capaci di perdere da quel Murray, 3-0 avanti al terzo? Persi tra le solite banalità e luoghi comuni sulla testa matta dell'italico alfiere, mai che qualcuno si chieda qualcosa di concreto. Tipo: quanti top 100 servono peggio di Fognini?
Peggio ancora dell'Italia, la Francia, arrivata a Rio con ben altre ambizioni delle nostre. Se non in singolo (dove pure contavano su gente in grado di guardare a una medaglia), nel doppio, maschile, femminile, misto, dovevano fare man bassa: Mahut, Herbert, Mladenovic, Garcia, Benneteau. Invece, flop assoluto. E con chi se la prendono? Con lo sminchiato Paire (la cui ridicolaggine cresce esponenzialmente grazie al barbone hipster), allontanandolo (a match in corso) per condotta irrispettosa. Avesse battuto Fognini (ma non gli andava molto), sarebbe stato squalificato dalla sua federazione. Voglio dire, da Paire, sì, da quell'allampanato figuro che pare evaso da un centro d'igiene mentale bretone che non passerebbe nemmeno la visita di leva, davvero ti aspetti un comportamento da disciplinato atleta olimpico? Ah, questi francesi.
sabato 6 agosto 2016
L'OLIMPIADE DELLA RACCHETTA, AL VIA RIO 2016
Sarà colpa della calura agostana, ma mi è venuta una sottile metafora per descrivere il tennis alle Olimpiadi: è come se Bobo Vieri, dopo essersi fatto migliaia di modelle a Formentera, decida di andare nella spiaggetta libera di Cozze e si masturbi su una foto di Marylin Monroe (col rischio che salti in aria o gli venga l'epatite per via delle cozze crude).
Meno ciance, a molti dei tennisti poco gliene cale dello spirito olimpico. Pochi mostrano entusiasmo, alcuni per un bizzarro spirito patriottico, altri (quelli scarsi) eccitati dall'infantile idea di poter incontrare un campione del basket o del calcio cui chiedere un autografo corroborato da selfie esibito sui social.
Campo di partecipanti impoverito a causa della paura per il virus zika, attentati terroristici e infortuni, più o meno veri o diplomatici per via delle paure di cui sopra. E allora, Federer? Raglierà qualcuno. Ma certo, lui, come Nadal o Djokovic, per motivi diversi, avevano puntato molto su Rio. Lo svizzero ci teneva moltissimo (da anni), non certo perché in lui bruci un particolare ardore patriottico, ma perché l'oro a cinque cerchi era l'ultimo obiettivo, il titolo mancante, ciliegina sulla torta di una carriera irripetibile. Insomma, doveva essere l'Olimpiade di sua Divinità Immortale, ma lo svizzero ha dovuto gettare la spugna. Ha provato, il Divino, a gestirsi al meglio dopo l'infortunio al santo ginocchio, concentrandosi su Wimbledon e Rio, ma gli sforzi di Londra sono stati fatali. Appuntamento al 2020.
Oltre a Federer, restano felicemente a casa in ciavatte e peroni fresca, Wawrinka, Raonic, Kyrgios, Zverev. Prova un proditorio rientro invece il portabandiera Rafa Nadal (sempre più nemesi assoluta di Federer), dopo l'infortunio al polso. Non solo in singolo, ma dentro anche in doppio e doppio misto (scopa e rubamazzetto), per portare una medaglia alla Spagna. Ecco, Rafito appartiene alla categoria dei patrioti con l'elmetto. Djokovic ovvio favorito per l'oro (troppa grazia se Del Potro lo abbattesse subito come un polpo aullo scoglio), insidiato da Murray. Occhio a Nishikori. Ma una medaglia possono vincerla in tantissimi, quasi tutti.
Altri forfait illustri tra le donne. Di Sharapova si sapeva. Vista l'atmosfera al nandeolone che si respira al villaggio, avevano pensato di riammetterla. "dilettante", pare abbia detto di lei una sollevatrice pesi uzbeka coi baffi da sparviero e barba incolta. Halep non vuole riachiare la sua salute per via del virus e sta a casa. Azarenka aspetta un bambino. (Pausa, risate). Ebbene sì, Vika è gravida. Un pensiero al temerario babbo del bebè, pioniere ormai conteso dalle migliori università per farne oggetto di studi. Vika dovrà stare lontana dai campi per tutto il 2017: stappate pure la bottiglia migliore. La notizia brutta è che ritornerà. Resta però la speranza che l'inattesa maternità le giovi, trovi serenità, e scopra di poter fare a meno di ruttare bestemmioni come posseduta da Padre Amorth (nel senso che se lo ingroppa) per campi. Almeno una trentina di papabili per dividersi le medaglie, con Serena favorita.
Spedizione italica in pompa magna. Ora, se uno dovesse prendere i risultati degli ultimi slam, faremmo meglio a guardare il windsurf a Copacabana. Ma la particolarità del torneo, campo partecipanti zoppo, clima, le cavallette, possono darci una miserabile possibilità di medaglia. Quella che Malagò, iper eccitato, come drogato di feijolada, sogna anche di notte. Lo hanno avvistato alle tre di notte nel villaggio, occhio pallato, mutandoni e canotta, che impartisce lezioni di dritto e rovescio a malcapitati azzurri che provano a nascondersi. Speranze riposte soprattutto sulle donne, in particolar modo sul doppio della ricomposta coppia di Chichis-wawa Errani-Vinci, dopo gli stracci volati in Fed Cup lo scorso anno. La reunion dell'anno, dopo quelle di Axl e Slash e Albano e Romina. Ci voleva tanto? Un anno di maniacale stalking alla povera Pennetta intenta a scegliere il vestito da sposa, quando bastava usare polso con le due bizzose separate. La storia è piena di coppie che si odiano, ma hanno vinto. Queste due hanno in bacheca successi di slam, quindi qualsiasi risultato sotto la medaglia sarà un fiasco. L'alibi preventivo dell'affiatamento non regge. Più difficile in singolo, servirebbe una Vinci versione New York (occhio a un possibile quarto Vinci-Serena: sarebbe più pulp di un film di Tarantino, e Robertina con casco e giubotto antiproiettile), ma nella Wta tutto è possibile, figuriamoci alle Olimpiadi.
Minori chances tra gli uomini, orfani dei Bryan's italiani Fognini-Bolelli. Qualcosa possono provare Seppi-Fognini. In singolo occorrerebbe una congiunzione astrale di diverse cause concatenate. Nell'ordine: la vendetta di Montezuma che metta fuori causa 53 atleti, un miracolo del Cristo Redentore e, ultima ma fondamentale, una botta di culo clamorosa.
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giovedì 12 maggio 2016
GLADIATORI ITALIANI AL FORO ITALICO - Ma quanto è bello il Foro, eh?Rewind -
Ha tutti i torti quel vecchio genio di Woody Allen che nel raccapricciante “To Rome with love” dipinge l’Italia come un paese meravigliosamente bello, ma popolato da grottesche macchiette?
Niente Foro Italico per me quest’anno, e nisba spumeggianti (non meno che impeccabili) resoconti dal campo. Mi sono però divertito seguendo il torneo sulla Tv Federale. Mezz'ora al giorno, non di più, come metadone. Uno spettacolo a metà tra la D’Urso che sottolinea i dati auditel e la buon’anima (pare sia ancora vivo, ma dovrei controllare su wikipedia e mi scoccia) Emilio Fede nel divinare le gesta politiche e amatorie di Silvio Berlusconi.
Il Pontefice Binaghi gonfia il petto e volge l’altero sguardo alle tribune gremite, mentre si concede un giro nella suburra del Ground a bordo della Papa mobile guidata da Galimberti (e Nargiso navigatore assopito). Gridolini e sudditi genuflessi che gli baciano l’anello pontificio.
Su Supertennis è il trionfo della pomposa autocelebrazione. “Ecco alle nostre spalle, ammirate la cornice di pubblico...record di spettatori...ma poi, chi ce l’ha uno stadio come il Pietrangeli?...eh, i tennisti amano questo campo, circondato dalle statue...pagherebbero per giocarci...ma certo, a qualcuno incute timore...ma guardate la bellezza, è magia pura...”, prima di snocciolare dati e numeri strepitosi sull’affluenza. Alla quarta volta in mezz’ora che ci viene ricordato con afflato servilmente languido, anche chi ha respirato per anni quella splendida atmosfera rischia di essere colto da raptus, inconsulta voglia di diventare foreign fighters e lasciarsi esplodere sul Pietrangeli (il magnifico Pietrangeli, pieno in ogni ordine di posti da gente estasiata che...e via dicendo).
Nello studiolo ospitano la leggenda Stan Smith. Il bravo presentatore annaspa con salivazione azzerata, potrebbe chiedergli mille cose, aneddoti sulla sua carriera. Invece parte a testa bassa, dopo un compiaciuto sguardo allo stadio alle spalle: "Che spettacolo Stan, eh? 26 mila oggi. Piccolo Slam, eh?". Gelo. L'ex campione vorrebbe gettarsi giù a volo di gabbiano. Fortunatamente poi, passano a discernere di questioni tecniche. Federer, Djokovic? Un suo incontro con Laver? No. Gli chiedono cosa ne pensi del nostro numero 333 atp, tale Sonego. Quello, pensando fosse un pizzaiolo di Trastevere, ordina una quattro formaggi e se ne va. Scena meravigliosa. Nel mio personale tabellino delle storiche perle supertennis, appena dietro l’intervista a Connors quando, al cospetto del grande Jimbo, un proditorio gerarca Fit squittì: “Ma quella palla contestata nel match con Barazzutti nel ’77...”. Jimbo lo guardò come fosse un escremento di topo, domandandosi se quel curioso esemplare provenisse dalla repubblica di Bananas. Resiste sul podio invece la storica domanda a Novak Djokovic, appena laureatosi campione del Foro: “Ehilà Nole, che ne pensi di Fognini? Ti sei allenato insieme...diventerà top 10?”.
La mantrica autofellazione sulle italiche bellezze del Foro, che sconfina nel provincialismo più penoso, provoca un effetto comico notevole. Ma sarebbe nulla se non abbinata all'epica esaltazione degli eroi tricolori che “accenderanno di tifo” gli spalti del museo a cielo aperto. Il tragicomico è completo.
Ma benone, il bilancio semiserio per gli italiani può essere stilato già al mercoledì: 11-1. 10 eliminazioni al primo turno, una (1) vittoria, del sibaritico Seppi.
Flavia Pennetta. Ok, su una cosa hanno ragione: l'impianto, specie il Pietrangeli, è sempre gremito, anche per vedere Pio e Amedeo in zoccoli che giocano a calcio tennis con Totti. Gli organizzatori, luciferini, trovano l’unico momento in cui ci sono pochi avventori sugli spalti, per celebrare l'addio ufficiale di Flavia organizzato dalla Wta. Molto triste. Lacrimucce, Fognini coi fiori e dalle deserte tribune l’eco di un pazzo che grida “Gioca le olimpiadi di Rioooo!!!”. Prontamente allontanato dalla security, si scoprirà essere Malagò in uno dei suoi migliori travestimenti, con baffi da Groucho Marx.
Ma vediamo i gladiatori italiani in campo al Foro.
Sara Errani. Heater Watson si qualifica dopo due maratone e l'improvvido telecronista (prontamente impiccato all'alba) si sbilancia "Gli organizzatori non la manderanno certo in campo lunedì, dandole un giorno di riposo...". L'altro, scafato: "beh, dovesse trovare Errani la vorrei in campo lunedì mattina...". Detto, fatto. Errani-Watson, lunedì all'alba. Caso. Ma la nostra eroina padellara cede alla distanza contro la stremata inglesina. Non sono meglio di Zalone? A onor del vero però, Sarita accusa dolori al costato-carenza di ferro-stipsi. Fateci caso: non ha mai perso quando sta bene. In perfetta forma avrebbe vinto più di Serena e Billie Jean King.
Karin Knapp. È sorteggiata contro la ceca Strycova, un folletto talentuoso che gioca a tutto campo con mano vellutata. In cabina però fanno sapere alla massaia di Mendrisio quanto la nostra semovente cassapanca coi piedi che spara roncole dritto per dritto, abbia più talento della ceca: "Non c'è paragone!". Questi sarebbero riusciti a dirci anche che Mussolini aveva i boccoli. Ovviamente la Strycova domina, quasi irride l'italiana con un duplice 6-2. Ma Knapp era ancora menomata. Ginocchio-caviglia-piede, oh-oh (citando Don Lurio).
Francesca Schiavone. Prevedibilmente maltrattata dalla Safarova, si lagna dei "tre gatti sugli spalti" (prontamente bippata. Anzi, non un monosillabo sulla sua conferenza stampa). E, figuriamoci, anche la leonessa lamenta dolori fisici. Non era al meglio. Polpaccio-cavo popliteo-unghie usurate.
Roberta Vinci. Le chiedono che tempo fa, e quella risponde: "quando ho battuto Sereeeena a Neve Yorke...". Fuori di testa, ormai. Schiantata 6-0 6-4 dall'inglese Konta, e tramontane di fischi. Ma (poteva mancare solo lei?) non stava bene per i problemi al tendine d'achille. Ingenui.
Claudia Giovine. 26enne poco gradita rispetto ad altre protette fit e ben più giovani promesse (24enni) che ha battuto meritatamente nel baraccone prequali, entra in tabellone. Perde onorevolmente in tre set contro la McHale.
Insomma, Caporetto, mattanza, disfatta, ancor più pietosa se si pensa alle attese annunziate marzialmente in stile Istituto Luce. Ma, tutte quante avevano problemi fisici. A proposito, ci sarebbe anche la predestinata Camila Giorgi che, per un infortunio (presumibilmente diplomatico) non è venuta a Roma. Ma come, le altre pur gravemente menomate hanno difeso l'onore della patria e lei si tira fuori? Diserzione, fucilata nel petto. Come darle torto, dopo la burrascosa rottura con la Fit, notoriamente gente poco rancorosa, l'avrebbero mandata ad allenarsi su un campo di Tor Bella Monaca e pranzare alla porchetteria da Pietro er sudicione al Quartaccio.
Fortuna che ci sono gli uomini, valorosi e indomiti.
Fabio Fognini. Mattatore nell'esibizione con Totti, perde seccamente da Garcia Lopez. Si lamenta dei campi veloci e di non essere stato programmato sul Pietrangeli. Fischiato anche quest'anno. Ma (c'erano dubbi?) pure lui reduce da un infortunio e quindi gravemente menomato. In cabina però, ci vedono del buono. Molto buono. "Dopo aver perso nettamente il primo set, molti altri avrebbero sciolto. FABIO NO! Ha lottato, arrivando al tie-break del secondo...". Segnali molto incoraggianti, quindi, e bicchiere (di grappa) mezzo pieno. Il problema è che si sono scolati la bottiglia, di grappa.
Paolo Lorenzi raccatta le briciole contro Bautista Agut.
Andreas Seppi. Unico, miracoloso, a passare un turno contro Pospisil. Poi Gasquet lo fa a fettine come una trota salmonata. Eppure, a sentire Nargiso che parlava di match 50 e 50, un disperato che non aveva mai visto i due, guardando Seppi quotato a 7,00, ci avrà puntato lo stipendio. E poi si sarà impiccato sotto il Tevere.
Pippo Volandri. Coi suoi limiti, a 35 anni, ormai part-time, non partecipa al circo delle prequali, quindi niente wild card malgrado tutt'ora si metta nel taschino tutti i giovanotti italiani. Senza parlare del passato. Entra all'ultimo momento e passa le qualificazioni, prima di giocarsela con Ferrer.
Lorenzo Sonego. Lotta alla pari con Sousa, facendo vedere belle cose. Volto e fisico da adolescente che pesa 12 kg, buoni fondamentali su cui lavorare, ma lascia ben sperare il carattere.
Insomma, questo è. Per i bilanci seri sul tennis vero, c'è tempo. Ma poi, l'avete visto il Pietrangeli pieno? Numeri da record in uno scenario che trasuda storia e...
domenica 4 ottobre 2015
DOVE ERAVAMO RIMASTI...
Ah
sì, certo. Al pre apocalisse.
Prima
dello Us Open, seguito con lo stesso afflato con cui assisto alla
sagra della porchetta Miss Italia presentato da una delirante Simona
Ventura non presente a se stessa.
Se
non all'abusata “fiaba”, si può ricorrere ad altri termini per
descrivere quanto è avvenuto nella grande mela. Qualcosa cui nemmeno
un pescatore di Mazara colto da visioni mistiche causa sete nel
deserto del Sahara e successiva cassa di Peroni gelate sbevazzata,
avrebbe potuto credere.
Vince
Flavia Pennetta, a 33 anni, nel torneo, il suo preferito, già scelto
come teatro delle sue ultime gesta racchettare. Magari da onorare
arrivando alla seconda settimana. E invece riesce addirittura a
vincere ottenendo un risultato cui non era mai andata nemmeno vicina
nella sua lunga carriera, cui minimamente credeva, volando con la
leggerezza di chi non ha più niente da chiedere.
C'è
da gridare al miracolo a New York, o a una congiuntura astrale
irripetibile. In realtà Flavia ha vinto giocando straordinariamente
bene, battendo avversarie pronosticate per la vittoria finale
(Azarenka e Halep), siappur in un quadro generale Wta di pochezza lacerante.
Per assurdo un successo meno casuale dell'ultimo italiano, quello
parigino di Francesca Schiavone, maturato grazie a un tabellone in
discesa. Il resto lo fa corregionale e amica di tante
battaglie Roberta Vinci, levandole di torno l'ingombrante sagoma di
una Serena scricchiolante.
Quel
che segue è passerella, anche fastidiosa, degli altri. Politici
pavoneggianti e dirigenti gonfi come mongolfiere a far da contraltare
alla normalità con cui la brindisina ha accolto e commentato il
trionfo, in linea perfetta con l'atteggiamento leggero e incredulo mostrato sul campo. Consapevole di quanto una ulteriore stagione non potrebbe essere all'altezza di un simile exploit. Chi meglio di lei può saperlo?
Parrucconi
clamorosi, Dotto-ing-Dirig-Gran-Figl-Di-Putt, provano a tirare Flavia
per il gonnellino e convincerla a tirare avanti fino al 2016 per
arraffare una (molto ipotetica) medaglietta patriottica alle
Olimpiadi. Altre, come Schiavone o Kimiko Date, continuano a misurare
il corpo con l'usura degli anni, forti di una grande motivazione. E
ogni tanto forniscono lampi assai piacevoli della loro classe antica.
Quella di Pennetta è una scelta opposta, ma altrettanto fascinosa.
Ormai scarica mentalmente, vuole fare altro della sua vita, magari
sfornare un Fognino urlante e tracotante come i bimbetti che ci
fanno inneggiare a Erode su spiagge affollate.
Proprio
ieri vedo Flavia iscritta al torneo di Pechino, nel tentativo di
arraffare una (visto quanto dichiarato da lei stessa) inutile
partecipazione al Master di Singapore. E boh, proprio non capisco
perché macchiare la romantica chiusura al tramonto nuovayorkese con
una sconfitta contro una cinese numero 200, o una Arruambarena
qualsiasi.
Pennetta
più forte tennista italiana di sempre? Numeri e vittorie alla mano,
direi proprio di sì. Spodesta Francesca Schiavone, il cui tennis
vario e fenomenale braccio, restano comunque ineguagliabili. La
leonessa non potrà più vagare per piazze, tornei e mercati rionali
come santona Indù, predicando alle umane genti l'ontofenomenologico
senso mistico di una vittoria trascendente di slam per
una italiana, sentendosi rispondere liberatorio “esticazzi?”.
Un'altra
italiana da Slam. La prossima potrebbe essere Sara Errani a Parigi,
ma lì, malgrado il vuoto di potere tremebondo della Wta, più che
congiunture favorevoli, urge un miracolo di San Gennaro e San
Tommaso che si ingroppano sulle rive dell'Aniene infestato da zanzare
e pesci ratto.
E che dire, in questo quadro di surreal-tennìs, di Roberta Vinci? vincitrice morale del
torneo. Autrice della più grande sorpresa tennistica che io ricordi
negli ultimi dieci anni, abbattendo Serena Williams in corsa per il
Grande Slam, sul centrale di casa. Dopo la crisi matrimoniale
seguente al divorzio delle chichis (wawa) e l'utilizzo della clava
per motivi di sponsor (excalaba, excansala, exchinsibu, excalibur
imbecille!), col nuovo strumento riesce a controllare meglio i
leggiadri colpi vintage esprimendo il suo miglior tennis di sempre. E fa il botto clamoroso. Manca la finale dove, contro l'amica di sempre, le manca la giusta cattiveria. Spiacevoli solo alcune cadute di stile,
da provinciale tennista di circolo, sia nel post semifinale con
Serena che in Cina durante la semifinale con Venus. Reazioni di
dubbio gusto che poco si sposano con la bellezza raffinata del suo
tennis.
Due
parole le merita anche Serena Williams. La più forte di tutte, forse
di sempre, reduce da una stagione trionfale malgrado gli acciacchi di
una carriera ventennale, a NY aveva addosso l'ulteriore peso
psicologico dello storico, forse irripetibile, Grande Slam a un
passo. Nemmeno lei ha retto, cedendo di schianto in semifinale, come
un Dorando Pietri accasciatosi prima del traguardo. Non sorprende
certo la sua scelta di chiudere la stagione in anticipo,
psicologicamente svuotata per ragioni opposte a quella della
Pennetta. E nutro forti dubbi che riesca ritrovare nuovi stimoli per
ripartire 2016, lasciandosi l'accaduto e gli acciacchi del suo fisico
imponente alle spalle. Vuoto di potere e caos dietro l'angolo.
E
gli uomini? Paradossalmente, meno emozioni e panorama cristallizzato
sui soliti noti. Federer stellare nulla può contro il robot
Djokovic. Il Divino attaccante cede ancora contro la macchina
difensiva. Ormai stucchevole il richiamo alla “Sabr”
dell'elvetico, quelle risposte in avanzamento fino a rispondere al
servizio coi piedi quasi sulla linea di servizio. Una trovata
clownesca e nulla più, da utilizzare solo con tennisti penosamente
inferiori (fino a sconfinare con l'irrisione) come chi ha fretta di
chiuderla alla svelta e deve prendere un aereo.
Più
che questa pagliacciata per esegeti del nulla, il Federer estivo
aveva entusiasmato, acceso speranze e piaceri quasi erotici (in me
per primo) per un magnifico tennis d'attacco asfissiante e risposte
aggressive, anticipate, che nulla hanno a che fare con grottesche
sabr. Che, se proprio vogliamo dirla tutta, questo strumento veniva
già usato in modo folle e rapace da un certo John McEnroe all'ultima
fiammata della sua carriera. Nell'ultima stagione prima del ritiro,
sul centrale di Melbourne, contro Boris Becker, non contro Darcis o
un peone qualsiasi per il sol piacere dell'irrisione. Via, lustratevi gli occhi cisposi:
Federer così
rischia di mostrarsi forte e sbeffeggiante coi deboli e smarrito
pulcino bagnato col cannibale serbo, cui al limite riesce a strappare
finali a Cincinnati (mica poco, però...).
Dietro
questo duopolio/monopolio, il solido Murray di nuova generazione, un Wawrinka da slam alle prese con sboccati teenager che lo irridono e
poco altro, con l'ectoplasma arrotato di Nadal incapace d'inventarsi
Sabr o salti carpiati, ma solo smutandamenti più anticipati per
evitare il time violation.
martedì 12 maggio 2015
INTERNAZIONALI D'ITALIA 2015 - Di Leonesse addomesticate e farfalle cheritornano
Diario di strabordo al Foro, ubriaco di Corona
Alla ventesima birra in tre giorni, quelli della "corona" dovrebbero regalare all'appassionato medio, oltre al cappellino di paglia, una maglia con su scritto "ammazzete che birra demmerda ve stiamo a fa beve". Ci vorrà un mese di cura Peroni/Tennents per guarire.
Pinzillacchere a parte, veniamo ai dati tecnici: visto da vicino, Caroline Wozniacki ha un culo orribile. Rinsecchito, da maratoneta. Quello di Vika Azarenka, invece, continua a fare provincia. La becco mentre si allena ululando con faccia truce e sbevazza come Beppa Giosef (le manca il sigaro). Vince lo speciale contest "chiappa d'oro al Foro" Kristina Mladenivic. Premio alla carriera: Danielona Hantuchova.
In questa giornata dedicata più al cazzeggio e spizzate di big in allenamento, ecco Stan The Man Wawrinka. Paonazzo, stravolto e pesante, coi brufoli accesi dal caldo, sembra vada a lezione da un sontuoso sergente Garcia Lopez.
Ok, ci sono anche le partite. Abbinamento potenzialmente esplosivo tra Kohli Kolschreiber e Donald Young. Il tedesco dipinge il campo con quel rovescio melodioso, sbarazzandosi del moretto mancino, eterno incompiuto dalle (poche) formidabili accelerazioni. Poco male. Il mio animo è così estasiato che evito di rispondere con una parolaccia alla domanda: "Che la andiamo a vedere la Errani sul centrale, eh?". Preferirei farmi strappare le unghia dei piedi. Per il centrale ci sarà tempo domani. Piuttosto, sul Grandstand ecco il caso umano vero: Roberta Vinci. Pelle e ossa (rotte) dopo la separazione con Errani, la vedo irriconoscibile, emaciata, senza più zinne, nervosa. Watson le impartisce una dura lezione.
Vedo gli ultimi due, tristi, giochi di Schiavone (o quel che ne resta), brutalizzata dalla semovente cassapanca delll'Ikea Knapp. Cose che fan male al tennis. "Ma come, il circuito è pieno di ultratrentenni al top, Kimiko a 45 anni è ancora lì. Il problema di Francy non è l'età" mi dicono. Vero, forse. E nemmeno le manca la voglia. Il suo problema è un gioco così complesso e peculiare, che non riesce più ad esprimere. Variazioni, liftoni e palle cariche sempre più scariche.
Vedo gli ultimi due, tristi, giochi di Schiavone (o quel che ne resta), brutalizzata dalla semovente cassapanca delll'Ikea Knapp. Cose che fan male al tennis. "Ma come, il circuito è pieno di ultratrentenni al top, Kimiko a 45 anni è ancora lì. Il problema di Francy non è l'età" mi dicono. Vero, forse. E nemmeno le manca la voglia. Il suo problema è un gioco così complesso e peculiare, che non riesce più ad esprimere. Variazioni, liftoni e palle cariche sempre più scariche.
Nella trincea vip-gran siuri, lontani dalla schiamazzante plebaglia, si allenano Djokovic, Federer e Nadal. C'è anche Camila Giorgi con l'esagitato babbo che le mima preziosi e inflessibili movimenti anche su come bere l'acqua. Con un padre a così puoi solo diventare numero uno nel tuo sport (non il tennis, ma quella cosa che gioca lei) o un serial killer. A proposito di Sergio Giorgi, mi ritrovo di fianco a lui, mentre osserva Rybarikova-Burnett. Mi manca il coraggio di parlargli, ma sembra scettico su quegli antichi slice della slovacca (che lo scorso anno misero a nudo lo schema spatapummete del suo pargolo).
Al volo, sbircio la pancera rosa Zahlavova Strycova, che sembra un confettino (di droga). Matta come una cavallina, riesce a perdere dalla McHale (la grande, incommensurabile, McHale, ammirata a Brindisi). Di fianco a me un giovane saccente domanda : "scusa, ma stanno 73 a 60?". "No - fa l'altro munito di santa pazienza - il punteggio si legge in verticale: 7/6 3/0". Però, non male questo nuovo sistema di punteggio. L'avesse ascoltato il sempre facondo di idee illuminate duca conte Balabam Ricci Bitti, domani ce lo troveremmo come una delle cicliche proposte per "svecchiare il tennis". Che forse, basterebbe che lui se ne andasse.
Ecco dunque l'evento: il ritorno a Roma, teatro della sua favola incantata del 2010, Maria Josè Martinez Sanchez. Ormai mamma, la vezzosa farfalla volleante, prova a rientrare in doppio. Come passa il tempo. Sembra lenta, meno esplosiva, ma in due giochi esibisce la merce: ricciolo smorzato in demi volée, ricamo a rete e pallonetto in contro tempo, al bacio. Ah, la commozione.
Un malconcio Lorenzi sbatte contro il roccioso Cuevas. I due ragazzini terribili Napolitano/Donati infiammano il campo numero uno (diventato una bolgia) battendo la coppia mostruosa Isner/Querrey, Lurch e il cugino di Lurch. Senza paura e in stato di esaltazione, 14-12 al terzo. Davvero bravi.
Chiudo in serata con Gasquet, che doma in due set il bravo Fabbiano. Riccardino sarà pure in caduta libera, ha il fisico di un cartone animato disegnato male, il cervello di una medusa, ma quel rovescio lì è come un assolo di volino nel deserto, accompagnato da una birra schiumosa. Non Corona, però.
domenica 6 luglio 2014
WIMBLEDON 2014 - FEDERER, L'OTTAVA E' UNA MAGICA SINFONIA INCOMPIUTA
#FedererDjokovic.
Premesso: la finale più bella, intensa e tecnicamente avvincente che
abbia mai visto. E seguo tennis da quando le finali a Wimbledon le
interrompeva la Rai, con al commento Bisteccone Galeazzi. Forse solo
Ivanisevic-Rafter regge il confronto per intensità.
Era
il 2008, ed ero ubriaco. Non una novità, ma la ricordo nitidamente
perché quella sera al distributore misi la benzina in una macchina
diesel e la tipa con cui uscivo nitrì, testuale e brutale: «Pensavo
fossi un cretino, ma non a questi livelli». Poi si fece accompagnare da due buttafuori
mulatti. Con alcuni avventori al bar mi ero però lanciato in
una profezia da Nostradamus: «Se
mai questo tale Djokovic dovesse battere Federer su erba, io mi
taglio le palle. O mi iscrivo ai circoli di Forza Italia».
Capirete bene come la finale di oggi fosse per me assai delicata. Non
tanto per gli inutili ammennicoli, quanto per l'ipotesi forzista.
Bando
a giovanissimi crack tamarri ed emergenti virgulti non ancora
cazzuti, atteso epilogo tra il favorito della vigilia e il vecchio
eroe al romantico tentativo di zampata finale. Inizio teso, i due
sentono il peso del match producendosi (visto che siamo in tema
mundial) in una specie di melina pallonara a centrocampo o guardinghe
schermaglie pugilistiche. Vuoi mettere? Nel cervello di Nole, dopo
non so quante finali perse in modo rocambolesco (non fatemi
consultare il mio personale cartellino), iniziano a danzare fantasmi
dispettosi pronti a zimbellarlo come «perdente di altissimo livello»,
Federer può entrare nella storia di questo sport afferrando l'ottavo
titolo. Anzi, nella storia già c'è. Si tratterebbe solo di darle
un'altra carezza, con l'ennesimo virtuosismo.
I
due iniziano in modo tatticamente studiato (da soli, mica coi coach
fantoccio, figuriamoci). Federer con la fissa idea di non dare tregua
a Djokiovic, e il serbo cercando si chiudere Roger nella diagonale
rovescia. Il primo è stellare, l'altro di granito. Confronto
normalmente intenso.
Sugli
spalti è una sfida nella sfida tra i finalisti di venticinque anni
prima e ora allenatori marketing, Edberg e Becker. Se l'algido
svedese sembra vivere una favola e si lancia in increduli «uau»
esultando come mai ha fatto da tennista, Boris Becker è un enigma
etilico. Lo vedi esibirsi in strane smorfie, col volto sfatto e
paonazzo, e mica capisci quante birre s'è scolato prima di arrivare.
12? 13? Di certo si può comprendere la confusione tattica del serbo
nel dover per forza fare un paio di serve&volley a set per
compiacere il birromane coach (sarà compreso nel contratto), e che
lo sventurato conduce con la grazia di un cinghiale che vuol ballare
il tip tap.
E'
un baleno che in un match equilibratissimo e legato ai servizi, lo
svizzero si ritrova sotto due set a uno causa un paio di colpi
sciagurati nel tie-break del terzo set, contro un Nole sempre più
impermeabile. Si decide tutto in quei due punti, poche cazzate.
Tutto
finito, o quasi. Federer prende un break di svantaggio nel quarto e
sembra mollare gli ormeggi, sfinito dalla difesa e contrattacco di un avversario tornato una muraglia. Sembra, almeno, perché il bello e
tragicamente malvagio deve ancora venire. Roger trova nel taschino
del campione sprazzi di magia con cui risale dalla buca: da 2-5
chiude con veemenza il set: 7-5. Un campione infinito, solo dodici
mesi fa considerato buono solo per l'abbattimento, come i purosangue
di cui non puoi sopportare il lento decadimento fisico. Chapeau.
Cinque giochi pazzeschi e fantasmi ancora nella testa del serbo,
terreo in volto.
Il
paradosso di questa incredibile finale è che nel quinto set il
vecchio sembra averne più del giovane virgulto scucchiato, stravolto
da corse e strisciate sul selcio rimasto al posto dell'erba, quasi
boccheggiante. Potenza di un braccio che canta. Medical time out serbo a sporcare il
romanzo di una finale memorabile, e ancora Federer che come magnifico
equilibrista danza sull'orlo del precipizio non so quante volte.
Segue la seconda producendosi in una demivolée che ammutolisce il
pubblico per una frazione di secondo, prima del rituale boato.
Poi
l'ennesimo capovolgimento di fronte in questa assurda vicenda
sportiva, fatta di continui colpi di scena. C'è tutta la magica
crudeltà di questo sport nell'epilogo, così lontano dai lieti fine da commediole americane. Vince con
merito un monumentale Djokovic, perde e piange un Federer comunque straordinario. Lacrime diverse rispetto a quelle del 2009, forse più mature e fataliste. Perché è incredibile quanto conti il fato nelle vicende umane.
***
Ora
che ci penso. Queste dovevano essere le canoniche pagelle del torneo,
ma mi sono dilungato troppo sui due protagonisti della finale. Abbiate pazienza, o voi
malati mentali che leggete codesti deliri, che questo è il mio canto
del cigno morto. Il blog chiude a tempo determinato (da chissà quali
eventi e senza contributi), perché si è chiuso un cerchio (non dico
quale). Stavetemi buono.
Ma veniamo a noi, pagello come non vi fosse un domani alla velocità
di Willy Coyone:
Uomini (gli altri)
Nick
Kyrgios. Anni in attesa del bambinello bamboccione 23/26enne e
all'improvviso irrompe questo selvatico tamarro diciannovenne che fa
saltare il banco. Atteggiamento da bullo di Harleem, catena al collo,
colpi devastanti e palle quadre. A Wimbledon il crack clamoroso:
esame di maturità nella rimonta con l'allocco Gasquet (fa
curriculum) e tesi di laurea con Nadal, dal titolo: «come
ti anniento la diagonale sinistra del diavolo spagnolo con un
rovescio stretto e incrociato che farebbe gemere di piacere anche gli
angeli eunuchi dell'inferno». Se il fisico pesante reggerà
quel tennis animalesco, diventerà forte.
Voto
7,5
Radek
Stepanek. Si prende il
proscenio rubandolo a Djokovic: quattro set d'istrionismi tennistici, graffi a rete,
ricami e tocchi diabolici. Spettacolo. Si doveva capire già
da quel match di come Nole sarebbe stato sicario di bellezza
in questo torneo.
Voto
8
Grigor
Dimitrov. Bruno, smilzo e bello
come un fotomonello, spara pose da CR7 quando Dolgopolov, dopo tre
set a fargli barba e capelli come il barbiere pazzo Sweeney Todd, gli
regala la partita. Ti chiedi: si può tifare uno così? Tira colpi
strabilianti, migliori di quelli di Djokovic nella semifinale, ma
crolla fantozzianamente nei momenti importanti. La girlfriend Masha
vestita da orsolina stringe i pugni tutta infervorata e vorrebbe
trasmettergli tigna (fallisce) e doppi falli a profusione (obiettivo
centrato), e alla domanda esistenziale di prima trovi una
risposta definitiva: no, no, questo, e tutta la famiglia sua, è
intifabile.
Voto
6
Milos
Raonic. E' un estetica
agonia pensare a come abbia potuto Piatti abbandonare su
un'autostrada l'indisciplinato/minorato cucciolo di bastardo Gasquet
per questo cagnone dinoccolato, ma che risponde agli ordini come scolaro modello. Il gatto
pelato (Ljubicic) e la volpe (Piatti) se lo coccolano.
Malgrado fianchi più larghi delle spalle, il preservativo-calza
contenitiva in tinta al braccio, volto suinide e capelli da divo
delle soap opera boliviane, la pera gigante cresce torneo dopo
torneo e può fare grandi cose. In semifinale contro Federer però
non la vede mai.
Voto
6
Stan
Wawrinka. Un cinghialotto
butterato che sui prati tagliati all'inglese trotta in modo
maldestro. Ma arriva ai quarti e non sfigura col più celebre
connazionale, padrone del giardino.
Voto
6,5
Andy
Murray. Talmente sereno
grazie ad Amelie (che sarà psicologa freudiana), che durante il
quarto con Dimitrov si addormenta. Catalessi tennistica.
Voto
4,5
SuperPippo
Volandri. Sembra il «dogui» in
vacanza. Uno che se lo incontri al Foro ti guarda col sopracciglio
alzato, come a dire: «Ma
cosa vogliono 'sti terremotati? Quasi-quasi gli lancio due verdoni
con l'autografo», e tu per
tutta risposta ti avvicini e gli domandi: «scusa, tu chi sei, uno
che ha fatto le pre qualificazioni? Bellotti?». Gettone di
presenza, vacanza a Londra e poi ai microfoni Sky per commentare
servizio e il tennis su erba di Federer. Ve lo immaginate Marco
Ferradini che ci spiega cosa non va nei riff degli Stones? L'effetto
è fantastico. Dopo cinque minuti rimpiangi Golarsa, Fabretti e pure
Ivana Vaccari che commenta il primo turno del torneo di Saint Vincent
tra Horacio De La Pena e Borroni, col canto di cicale in sottofondo.
Voto
7 (ancora, di+)
Fabio
Fognini. Non può neppure ruttare in casa sua, che gli indignati
british lo multano: 30 mila dollari. Lui ne vorrebbe 80 mila.
Attraversa quella fase fase di ribellione adolescenziale in cui
scrivi sul banco le frasi di Jim Morrison e pisci in classe per
ricevere una nota e sentirti un duro.
Voto
7,5 (a 50mila di multa sarebbe arrivato all'8)
Donne
Petra
Kvitova. Tra una nouvel
vague che non entusiasma e vecchie protagoniste alla canna del gas,
trionfa l'usato sicuro della ceca versione orca assassina. Per come
si è messo il torneo, la conclusione più degna, alla fine di una
cavalcata furibonda, varra alla mano. Più che i 55 minuti di brutale
esecuzione da vietare ai deboli di cuore ai danni della bamboletta
canadese (l'intervento di Unicef, Wwf e unità cinofile, non è
bastato: Petra continuava a pestarla senza pietà,
esalando latrati spaventevoli), la vera finale la vince nella
battaglia con Venus: quasi tre ore di botte da orbi e miglior match
del torneo.
Voto
8
Barbora
Záhlavová-Strýcová.
Vincitrice alternativa, questo
donnino ceco col volto di ragazzina imbronciata che
strepita come una paranoide ubriaca in un pub di Praga. Gran servizi
(malgrado la gamba corta), volée, velenosi tagli, drop svolazzanti,
contrattacchi e tutto il campionario buono per insegnare tennis da
erba (o quel che ne rimane) a Vesnina, Li Na e Wozniacki.
Voto
7,5 (+ due posti nella mia personale classifica)
Sabine
Lisicki. Un wurstel di gallina. Lisicki-Shvedova è tra
l'inquietante e il ridicolo, l'horror e la farsa: 20 doppi falli, pallida in volto, esultanze terrorizzate con occhio della madre di
eisensteniana memoria (fa pugnetto anche quando sbaglia, cose mai
viste) e l'altra invece d'infierire si produce in smorzate che
crepano oltre la riga di fondo. Da chiedersi quando arriveranno gli
infermieri a portarsele via a sirene spiegate: mai, purtroppo.
Voto
3,5
Alizé
Cornet. Espressione a metà tra l'incredula Miss Francia
(racchia) appena proclamata e lo stremato grimpeur dopo la tappa
dell'Alpe d'Huez. Cos'ha fatto? Ha battuto una Serena in versione
Weezie Jefferson.
Voto
2+
Serena
Williams. Ne ho sentite davvero tante, dopo la passerella
barcollante in doppio. Ubriaca, fatta di ecstasy, polvere d'angelo,
mix di tranquillanti degno di Marilyn dopo presunta lite col
coach-fidanzato, doppping. Solito sport da gente triste, accanirsi
col potente in ginocchio. Di certo quello che doveva essere un
Wimbledon di declino tecnico, rischia di diventare un inquietante
tracollo umano.
Voto boh
Lucie
Safarova. La guardi e col suo volto da
canarino (avendone il cervello), ed è evidente come non sappia nemmeno
dove si trovi e perché tiri tutto sulle righe.
Voto
6
Angelique
Kerber. Le accartocciate difese per rispondere ai missili della
Sharapova, restano dentro. Piacevole quanto
un'operazione di appendicite senza anestesia.
Voto
5
Maria
Sharapova. Il regista di Dimitrov-Djokovic ci regala suoi intensi primi
piani cinematografici: strepita, stringe i pugni, urla. Una condanna, anche quando ha già perso.
Come si fa per levarcela dalle balle? Tifare contro Dimitrov? Macché,
quella sarebbe capace di fidanzarsi notte tempo con un finalista
a caso.
Voto
(ma basta)
Eugenie
Bouchard. Dopo ponderata riflessione, strafatto
di peperoni fritti, ho capito cos'ha che non va: è fisicamente
disarmonica. Collo largo su spalle strette,
cavallo basso e faccia pacioccona da adolescente di una sit-com anni
'90. Ma non vorrei adirare i biberoni in estasi onanistica. Al netto
del marketing e della troupe che la segue filmandone ogni gesto
(«ecco, la nostra Genie ora ha
fatto la cacchina»),
è macchinetta senza fronzoli che esprime un tennis
brutto, ma estremamente efficace per quest'era tennistica. Top 5
ormai (per quel che vale), ma la finale è un'esecuzione da mattatoio
in pubblica piazza, e svela pienamente un approdo in finale privo di
reali ostacoli.
Voto
4,5
Simona
Halep. Arriva alle fasi decisive mezza rabberciata, cedendo alla
Bouchard, cui si fa preferire per una maggiore fantasia (anche un po' di droga aiuta a capirlo) e perché
quello che vedi è, senza dover sottrarre marketing e altro.
Voto 6,5
Voto 6,5
Sara
Errani. E' così esageratamente, clamorosamente, arrotina, da
rinverdire le tradizioni dei terraioli spagnoli impresentabili su
erba negli anni '90, malgrado la lenta erba moderna permetta a tutti
di destreggiarsi. Con la compagna-amica Vinci non vincono un match in
due, ma furoreggiano in doppio. Trionfo storico. Epocale. Fiumi
d'inchiostro e titoloni clamorosi sui giornali. Tra poco uscirà un
cofanetto imperdibile, compresi gustosi retroscena mentre si sniffano
i calzini dalla gioia. Riflessione tecnica: stante che il doppio femminile lo vincerebbe ancora Martina Navratilova
a 57 anni, e se, come Peschke/Srebotnik o i Bryan, accortesi di non
vincerne più una in singolo, le nostre si dedicassero solo al doppio? Immagino sfracelli.
Voto
7 (in due, eh)
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lunedì 13 gennaio 2014
AUSTRALIAN OPEN 2014 - DISASTRO ERRANI E VINCI
Day
1 – Dal vostro inviato al Blu Oyster Gay Bar assieme ad Angiolino Alfano
Fuori
i secondi, subito in campo le pupille dilatate dei miei occhi.
Consueto affascinante/malinconico spettacolo di senilità
irriducibile. Kimiko Date, classe '70, contro una svizzerona nata nel
1997, quando aveva già smesso col tennis la prima volta. «Milf»
contro «teen», per dirla in modo che si capisca. Anzi, milf peso
piuma contro teen peso massimo. Il bello e surreale del tennis, è
che l'incontro è equilibrato. Nell'oretta scarsa di zapping
tra i campi, prima d'abbandonarmi all'omosessuale oblio di Morfeo
(Afano, sorry per la gaiezza), la deliziosa samurai lotta con
coraggio. (Balla) Belinda Bencic è una predestinata. Ha tutte, ma
proprio tutte le peculiarità/nefandezze delle moderne tenniste:
fisicata, fondamentaloni ben costruiti e iper agonismo truce. Kimiko
ciondola come maratoneta al quarantesimo chilometro quando inizia a
vedere inquietanti ombre di santi sorridenti all'orizzonte, ma punisce
con la sapienza del maestro Miyagi le inesperienze dell'avversaria che
lascia scoperto metà campo. La lascio vittoriosa di due scambi
cruenti, in cui rintuzza colpo su colpo, d'incontro, le bordate dell'avversaria. Sotto di un set, ma avanti nel
secondo. Lotterà da par suo, perdendo solo al terzo.
In
contemporanea si esibisce Venus, in completino zebrato. Urla da belva
ferita della Savana e scambi violentissimi contro la russa smunta
Makarova (nella foto, in tutto il suo splendore sibaritico). Anche
qui opposti, cromatici e di carisma. Era match difficile, si sapeva.
Venere sembra poterla portare a casa, ma la perde alla distanza.
Impietosa sconfitta contro la modesta padrona di casa Dellacqua per
una Vera Zvonareva fuori forma (anche e soprattutto fisica, con
inquietanti rotoli da omino della Michelin). Se non sei Nadal, dopo
mesi di stop è difficile tornare a vincere come nulla fosse.
Male,
perdio.
Il
dritto dell'italorussokazako che va a sangiovese, Golubev, tiene botta un
set e mezzo contro il rovescio folgorante di Wawrinka. Poi al primo
cede la gamba. Viso angelico, parte alta del corpo da nuotatrice,
parte bassa da lottatrice di sumo, Jarmila Gajdosova cade a cemento
come una pera lessa. Rimane immobile per qualche minuto. Barelle.
Infermieri. Soccorsi e set vinto per 6-0. Poi perderà al terzo
contro Kerber.
Per
il resto la Caporetto della mia scuderia è completata dal mesto ritiro
di Haas e sconfitta al quinto di Mahut. Passano palle
d'acciaio Gasquet, «sicurezza»
Dolgopolov e Janowicz chiamato a recuperare due set a una specie di
Bieber australiano. Tra le donne fa notizia il tonfo (da balena) di
Kvitova contro una gioiosa tamburellista quadrumane
thailandese (tale Kumkhum).
Pizzeria
Bella Italia: Fognini era dato per infortunato, e infatti si ritira
l'altro. Pennetta spedita come un treno, Errani asfaltata con bitume
a presa rapida tedesco. Vinci infilzata dall'esperta Jie Zheng. I
tifosi da «Processo di Biscardi» già chiedono cambi d'allenatore,
inveiranno con arbitri, vento, caldo, filosofia, shivaismo tantrico,
le Hogan, Berlusconi e traffico sul raccordo. Ma la realtà è più
semplice. Le due hanno fatto (e credo faranno ancora) tanto, ma sono
zavorrate da limiti evidenti. Roberta è deliziosa, ma prigioniera
del controsenso leggerezza (di colpi)-pesantezza (di movimenti).
Errani arrota dritto per dritto senza un servizio e sul veloce può
perdere con tutte. Se non lo si vuole ammettere, pazienza. La fede e
il tifo sono proprio quello: credere in qualcosa o qualcuno, senza
voler vedere la brutale realtà.
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Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.





