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venerdì 16 marzo 2012

SE QUESTO NON E' UN GENIO



Uno strabico sguardo sul tennis. Stamani mi scopro empio e gnudo bruco. Debitore di qualcosa, verso il mio vasto pubblico amante di ludiche cazzate. Di una dotta disamina su Sara Tommasi, forse? No via, ci sarà tempo per sviscerare qui o in altri lidi cosa sarebbe successo senza l’avvento dei tecnici. Avremmo avuto la lucidissima, sobria e competente bocconiana al Ministero dell’Economia. Questo è certo. Si sarebbe contesa la poltrona con l’altra prodiga, instancabile e virtuosa bocconiana, Nicole Minetti. Altro che crisi, default e spread. Un paio di boccagli elargiti a mummie sparse qui e là, e si volava fuori dalla crisi.
Dimenticate l’atroce scucchia pizzettata di “Aigor” Djokovic che gioca, scherza e lascia un set a Pablo Andujar, terricolo di seconda generazione, di quelli che hanno un gran servizio e colpi che fanno male (ma non ditelo ai terraioli italiani, che s’offendono). Ci sarà tempo prossimamente anche per ciancicare sui fastidi di un Federer che deve rimontare un set al martello pneumatico mancino Thomaz Bellucci. La vittoria finale se la giocheranno loro due, assieme al solito Nadal, con Del Potro e Nalbandian a fare da guastatori. L’uomo de gran panza, in particolare, magheggia da par suo rendendosi autore di una rimonta leggendaria su Tsonga, manco fosse Houdini. Non voglio nemmeno contar balle sul vecchio Tommy Haas, che come bibbia tennistica prescrive, nel caso in cui riesca a rimettere insieme i cocci di un fisico da reduce di guerra, un Seppi a caso se lo beve come un ovetto, nove volte su dieci. Ancora. A 34 anni, come a 42. 

Il discorso sull’anzianità mi riporta di filato a Stoccolma. Il torneo dei veterani scorre via, non senza qualche sorpresa. Inatteso protagonista è il padrone di casa meno quotato, Magnus Larsson. Potente, e con una carriera alle spalle buona ma niente di più. Al più me lo ricordo giocare ad Amburgo un match circense contro un Noah istrionico quasi ex. Come spietato esecutore, Magnus giunge alla finale facendo fuori in serie Goran Ivanisevic, Wayne Ferreira e la leggendaria icona tennistica di Svezia, il ben più quotato Stefan Edberg, superato solo 10-8 al terzo. Ora in finale, per lui, la sagoma agitata di John McEnroe. Il 53enne genio folle che con zaino a tracolla e giovanile tutina grigia col cappuccio, lo scruta abbozzando un luciferino sorriso di paraculeggiante sarcasmo. E poi invita le sue 75enni supporters che esalano gracchianti risolini, ad ulteriore sostegno.
Il genio non ha nessun problema per stendere a suon di rasoiate, ricami e parabole deliranti i vari Pat Cash (ormai il pirata aussie se lo sogna anche di notte) e Michael Pernfors, mister smorzata e finalista di un Roland Rarros contro Ivan lendl. Ma il vero capolavoro che gli vale la finale, l’eroe americano, lo confeziona contro Thomas Muster. Thomas chi? Sì, proprio lui, il vecchio leone sdentato austriaco. Quel signore che a 44 anni, con barbetta incolta da Russel Crow e fisico gladiatorio, lo scorso anno ha giocato nel circuito professionistico mischiato a giovanotti di venti/venticinque anni più giovani. Tentativo non ancora del tutto esaurito, ma che gli ha portato due vittorie in un anno. Scrissi qualcosa qui, sul folle e comunque fascinosamente irrazionale tentativo. Perso in partenza. Mi sbilanciai sul triste destino che lo attendeva. Per quanto tirato a lucido, un ultra quarantenne tennista che basa il suo gioco sulla pressione martellante e sul fisico, finirà spesso per soccombere in modo irrimediabile, con un top 300 che ha la metà delle sue primavere. Non ci vuole certo una laurea in materia per comprendere come un tennista dai colpi più naturali e meno dispendiosi avrebbe avuto più possibilità. Nove volte su dieci, McEnroe anziano ha più chance di competere coi giovani, di un Borg o un Lendl. Così come Tommy Haas o Stepanek, rispetto ad un Robredo. Nalbandian o Federer rispetto a Ferrer o Nadal. E’ logica. E’ scienza applicata alla balistica tennistica che prova a spiegare cos’è il talento naturale. O cos’è una donna che sa ben aggiustarsi una gonna mentre accavalla le gambe, non ricordo.
Molto benissimo, allora. Ieri la prova evidente. Johnny Mac faccia a faccia con Thomas Muster sul parquet di Stoccolma. Ed è un dominio folle, esagerato. Solluccheroso show di marzapane, stelle cadenti, virulente cascate di meteore pazze e zuccheri filati. Bando ai nove anni di differenza, l’americano mette sul veloce tappeto scandinavo tutto il suo campionario di tennistiche delizie ancestrali. Ora rasoiate, ora stordenti tocchi. Piace ed entusiasma perché si vede lontano un miglio come non voglia rassegnarsi all’età che avanza. Arrogante come nessuno e con un ego levitante, grande quanto lo stato del Missouri. Ma allo stesso tempo ride di sé, creando un effetto comico. Trovatene un altro che racchiude queste grandezze. Mette una maglia verde iridescente, come quelle dei ragazzi. Per sentirsi ragazzo. Proprio lui che da ragazzo sgominò le incensate ed imbiancate mummie stantie del tennis. Thomas annaspa, rantola come felino ferito. I suoi colpi arrotati sembrano fermarsi nell’aere, fluttuare orrendamente e stopparsi come nell’ambiente impressurizzato di una navicella spaziale sulla luna. Colpi smussati simili ai canini ormai consunti di un leone anziano. La pallina frulla impazzita lasciando a John il tempo di aggredirla, come una belva che ha conservato intatta la sua artigliata. Un trionfo di stoccate volanti, carezze ed esultanze da leggenda. Si poteva sperare in un match equilibrato, addirittura una vittoria certo, ma un dominio simile alla vigilia appariva davvero troppo. John continua a seguire il servizio a rete, azzannandola quasi. Implacabile, in battuta, con quelle parabole mancine che sono storia di questo sport e che Muster (carente in risposta anche da giovane) nemmeno fa in tempo a vedere partire. Mettete insieme Seppi, Starace, Fognini, Volandri. Non arrivano al servizio del 53enne Mac.
Domina Supermac, ed alla fine stravince. Un sontuoso 6-2 6-2. Sorride compiaciuto, saluta il pubblico e si lancia in mirabolanti dichiarazioni. Una su tutte: “Ho giocato il mio miglior tennis degli ultimi 10 anni.”. Non male, non male. John McEnroe rimane qualcosa che non è tennis, ma sta sopra il tennis. Lo guarda dall’alto, ancora, racchiudendone ogni possibile concetto. Ed ora Larsson, una quindicina d’anni più giovane e quasi impossibile da battere.
Ma mai mettersi contro un genio, mai…



Post scriptum: "Mai mettersi contro il genio. Che in combattuta finale la spunta in tre set 6-3 3-6 10-7. Mai mettersi..."

mercoledì 14 marzo 2012

FRANK DANCEVIC, INFERMA DELIZIA DA NICCHIA RACCHETTARA


Una tranquilla serata d’oppio tennistico. Provo nervosamente a trovare un lacero streaming di quello che secondo me è l’evento più importante di questo inizio stagione: La tappa scandinava del “championstour”, a Stoccolma. Si vuole anche provare a discutere? Johnny Supermac, Stefan Edberg, Goran Ivanisevic, Pat Cash. Per l’inossidabile genio mancino il vero ostacolo verso la finale è Thomas Muster. Se il tappeto è veloce, il serve&volley del 53enne yankee può anche infastidire l’arrotato tennis spuntato dell’austriaco. Lo stesso che voleva ritornare a competere coi ventenni e che fino a pochi mesi fa ci ha regalato indimenticabili ruggiti in derby della savana con Di Mauro e co. Venderei al mercato della pulci una dozzina di milioni di cellule neurocerebrali (capirai…) per vedere il confronto, ma temo non si potrà.
Assai deluso, toccherà solo immaginarselo. Esercizio utile, a volersi consolare, per allenare un qual certo genio creativo. E lo sappiamo che a me dovevano dare una cattedra accademica ove insegnare a giovin capre i segreti della “scrittura creativa”. Il sito “bettistico” regala però un’infinità di tornei e incontri. Ci sono i professionisti che si dimenano nel rarefatto deserto californiano di Indian Wells. In un picco di misoginia tennistica ci negano la visione dei donnoni in gonnella, mostrando solo gli ominidi in mutandoni. Ad ogni modo, Masters 1000 letteralmente minato e stravolto dal morbo intestinale che ha colpito diversi atleti. Cagotto e nausea. Primo a beccarlo, manco a dirlo, “vomitino” Seppi. Tra sbocchi vari, fuori Murray, ma non per colpa del virus, semplicemente trova una giornata da anatra svagata. Già a casa, superfluo rimarcarlo, tutti gli italiani ardimentosamente giunti in America malgrado il fastidioso viaggio intercontinentale.
In realtà poco mi avvince questo torneo, cerco grandezze nascoste. A Dallas si radunano i prematuri ritirati di Indian Wells e quelli che non avevano classifica per entrarvi. Trasmettono addirittura le qualificazioni. L’ambiente è meraviglioso. Cinguettio sollazzante dei cardellini texani a far da colonna sonora. Sul cemento color apparato funebre del piccolo catino, ecco un match epocale: Frank Dancevic opposto a Maxime Authom. Lo sanno tutti, ho un debole che rasenta l’omosessualità tennistica per il canadese infermo. Ormai è perso per le grandi platee, ma è riuscito per quasi miracolo a rientrare tra i primi duecento. Schiena divelta, fisico cigolante e mente assente, prova qualche buon risultato nei tornei minori o l'eroica qualificazione negli slam (lo scorso anno, quattro su quattro). Solo un paio di settimane fa a Wolfsburg si è consegnato all'immortalità tennistica abbandonando il campo e ritirandosi sotto 7-6 5-3 40-0. Ma il braccio sior-siori, che braccio. Sciccheria, delizia e spreco. Per quegli eunuchi e repressi patrioti dannunziani che intravvedono persino nel pim-pum-pam di Bolelli del talento…beh, si prescrivono due ore di Dancevic a settimana. Per via rettale.
Bastano un paio di scambi di un primo turno di qualificazione challenger, per ritemprare anche il mio malandato e bistrattato spirito, facendomi dimenticare semi finali e finali di slam sempre più simili a truculente lotte greco-romane tra storpi mostri partoriti dalla mente malata di Stephen King. Ci si accontenta di poco, insomma. Un rovescio divinamente sviolinato dal canadese, un approccio contro tempo e volée ri-ri-controtempo per chiudere con stop volley di dritto. O altro rovescio sguainato che viaggia a velocità siderale, lasciando l’altro di sasso. Lo vedi e lo palpi nitidamente il fascino, il talento di cristallo. Come fai a non accorgertene? E come fai a descriverlo, povero pazzo? Impossibile. E’ come spiegare il fascino di una bella donna? più facile osservarla accavallare le gambe e tirarsi su la gonna, dando una svogliata boccata alla sigaretta. Lo stesso è nel tennis, ti basta vedere un colpo contro balzo. E Frank sembra davvero giocare tutto in mezza volata. Recupera le magagne di un fisico da invalido civile, di solo braccio. Tanto basta per venire a capo del belga, in tre tiratissimi set.
Sempre sui magnifici campi di Dallas c’è un altro primo turno (di qualificazioni) assai interessante: Il cementaro americano con t-shirt a giro manica Russell s’avventa senza pietà su tal John Nallon. E chi cazz’è? A saperlo…insomma, è un tipo che a 26 anni gioca il primo match professionistico. Temo (ed il pericolo è autentico) sia il suo primo match di tennis in generale. E’ inquietante, malgrado le telecamere fisse ci neghino un primo piano. Cranio bombato e luccicante, su un fisico quadrato da Tofting. E spero qualcuno se lo ricordi, Stig Tofting. Poi lo vedi giocare, ed è ancora peggio. Tiene a malapena la racchetta in mano. In due turni di servizio gli chiamano sei falli di piede. Fantozzi-Filini al confronto impallidisce. Bastano due scambi per farmi capire che al doppio sei-zero non v'è alternativa, occorrono invece tre games al sito, per levare ogni scommessa sull’evento onde evitare il fallimento epocale. Perché ci sarebbe da giocarsi i miliardi, sul doppio bagel. Russell, che avrà anche gli anni di Matusalemme, ma ancora si tiene a discreti livelli da top 100/120, sembra infastidito dal non potersi nemmeno allenare bene. Prova in tutti i modi a lasciargli un game ma l’eroe antico Nallon proprio non riesce a mandare la pallina di là.
Non è finita la giornata di gran tennis. Potrei tirare in ballo quel curioso affare di nome Marko Djokovic, fratello giovane di Nole, che ad ora di pranzo si rende ridicolo nel torneo di Sarajevo. Da lontano e con inquadrature fisse, sembra Nole. Identiche mosse urticanti, gesti, scenici caracollii, spalle scrollate, urla belluine all'angolo. Persino la racchetta sbattuta in terra con la stessa innaturalezza goffa. Poi però lo vedi giocare, e capisci che è di una povertà tecnica rara. Scannato da tal Albot (che Federer non è). Rimane lo stridore tra i gesti da campione affermato, e le palline sgozzate in un palazzetto deserto, su un tappeto luccicante che manco una palestra dell’ardimento da scuole medie. Evitiamo, allora, e continuiamo con lussureggiante serata del Picasso, alternativa alla visione di “porta a porta”. Oltre a Dallas, si gioca anche in Messico, a Guadalajara. Leggo qualche nome impegnato. Opto per Vasek Pospisil, rampante canadese già visto altre volte e destinato a buona carriera. Non dispiace, ma nemmeno m’entusiasma. Sa fare tutto, ma sembra troppo macchinoso. Ieri il match ha dell’inquietante. Innanzi a lui uno strambo botolo di un metro e venti scarsi per 123 kg, dall’immaginario tennis spumeggiante: Daniel Garza. Non sembra reale, quell'affare. Rotola e tira colpi come viene, a volte anche casualmente molto belli. Tra i non professionisti, dovrebbe spadroneggiare. L’altro, tutto impostato, spara terrificanti bombe, attacca in back come da manuale del tennis pag 23 versetto 2, mentre il nostro tappo messicano, ormai eletto idolo incontrastato di ogni era, annaspa. Grugnisce, urla come un pazzo strafatto di tequila, tira colpi alla sperindio. Ma rimane in corsa Daniel, anzichenò, vince il primo e regge alla grande nel secondo. 
Ad un certo punto si chiama un medical time out, a game in corso. Perché così gli piace. Pare gli sia finita la tequila e finché non arriva altra scorta, lui non gioca. Pospisil vorrebbe morire. Spiega ai messicani le regole del tennis, ma quelli mica capiscono lo anglese. Mica solo noi abbiamo La Russa. Il canadese si mette in mezzo al campo ed inscena un brioso teatrino d'ira schizoide. Fa la gallina, poi lo struzzo. Quindi attacca ad urlare come se richiedesse una camicia di contenimento. Credo vorrebbe morire, davvero. E’ contrario ad ogni legge fisica, questo botolo messicano. Uno speedy Gonzales obeso legato a doppio filo a Frank Dancevic (che batté in epico match di Davis. Pensate. Pensiamo, cos'è la vita). Ma serve molto meglio di Volandri e Fognini, dall'alto del suo metro e venti di statura. Il pingue peone se la gioca punto a punto, irrazionale ed incomprensibile. Rimane dietro sulla prima e segue la seconda di servizio a rete come un satrapo. Il giovane colosso canadese pare impazzire per davvero, dà i numeri manco fosse Berdych che guarda l'orrenda sagoma spiritata ed ispirata di Petzschner. Si chiederà: "ma com'è possibile che me la stia giocando in volata con questa cosa qui?". L’eroe messicano continua ad attaccare con furbizia encomiabile, ma finisce tristemente per soccombere allo sprint: 4-6 7-5 7-5. 
Ma di questo Daniel Garza ne risentiremo parlare. Non nelle cronache nere internazionali, si spera.

mercoledì 30 marzo 2011

LA DISFIDA DEL VECCHIO THOMAS MUSTER


Un vecchio avventore mi ha aperto le vie del paradiso e, più umanamente, l'uscio del circolo tennis di Barletta. Potente, ma terrenamente limitato, il tipo. Direte, il Picasso s’è giocato l’ultima rotella che girava in senso orario? E’ andato nella cittadina della disfida per auto accoltellarsi il pancreas con le evoluzioni da maldestro fabbro ferraio del giovane e sponsorizzatissimo (dai soliti Mastri burattinai orbi) Trevisàn? Ha voluto godersi il tennis champagne del “perdente fortunato” Gianluca Naso, dopo essersi riempito come un otre di xamamina? Acclamatissimo il ragazzo di Sicilia, specie dai dannunziani esteti in crisi d’astinenza e che si sciolgono come giuggiole ai frutti di bosco appena vedono qualche bel colpo pulito di un italiano. Oppure il Picasso ha voluto riappropriarsi dell’idea di bruttezza del mondo affrontando a petto nudo i terrificanti pallonettoni mancini del vecchio Alessio Di Mauro? Agghiacciante l’altro siciliano, ma uno dei pochi a risultarmi quasi commovente per la mestierante abnegazione lasciata ad ogni scambio sull’argilla assieme al sudore. O questo pericoloso squilibrato blogger, colpito da sofisticato snobismo italico, s’è alfine fatto corrompere dal cristallino talento di Fabio Fognini? Magari bendato si sarà addentrato nei delicati meandri di ciò che possono pensare quelli bravi e “politically correct” sul tennis del ligure. Lo vedo schiaffeggiare pigramente impettito, smoccolare e prenderle di santa ragione dal rudimentale Haider-Maurer. Niente di tutto questo, o quasi. Non preoccupatevi, l’eroina rimane l’ultima istanza di autodistruzione.

Il fato, la tambureggiante pioggia del lunedì e l’incombenza di una placida oscurità ieri, hanno fatto slittare ad oggi il match di Thomas Muster. Il 44enne austriaco ex numero uno al mondo era, per ovvie e comprensibili ragioni, l’unica attrattiva di un torneo comunque ben organizzato e con una gradevole cornice logistica. Pavoneggiandomi un po’, con la colonna sonora di questa leggendaria cover e con lo stesso animo da anfitrione conquistadores (“mamà è Londinais, papè è di Barleeeeittt”), ho invitato una leggiadra pulzella straniera a passare la tarda mattina pomeriggio in compagnia delle arrotate del vecchio leone austriaco. Arrugginito, sdentato, ma pur sempre la cosa più interessante cui assistere. La tipa però non è “anglàis”, ma di Pordenone. E malgrado le titubanti promesse, non s’è presentata mica. Avrà compreso che sono pazzo. La sa lunga. O all'argilla preferisce le poesie crepuscolari. Chi può dirlo.

Le nuvole sono lontane e gonfie di oscure minacce inesistenti, e c’è un tiepido sole che sbuca timidamente. E Muster inizia il folle tentativo, contro il connazionale Martin Fisher. Un'altra pietra che va impietosamente ad incagliarsi nel suo utopico tentativo di ritorno. Corre scomposto, arrota come un forsennato e rantola sofferenza, il vecchio Thomas. Capelli radi, barba incolta e quasi completamente canuta da gladiatore in pensione, splendido fisico asciutto per un ultraquarantenne. Sembra più tirato ed in forma del recente passato, ma bastano due scambi per capire quanto non abbia alcuno scampo. Il giovane avversario è tipo regolare con qualche fiammata anticipata di rovescio, brevilineo, ben testato da anni alle competizioni challengers. Vale pienamente i primi 150 al mondo. Troppo per quell’attempato signore, che pure quindici anni prima era in vetta al mondo. Il primo set scivola via. Un crudele 6-0 che lascia addosso una sfumata sensazione di impietosa malinconia mista a patetismo, per quell’irrazionale ostinazione. Cosa mai lo spinge a tanto?

Mi volto verso le palme, poi guardo un paio di lombrosiani di mestiere. Hanno facce veramente brutte, ma di una bruttezza insignificante. Ed le espressione vuotamente assorte. Li pagano per stare lì ed osservare. E tutto assume un contorno ancor più vagamente comico. Il gran segreto è ridere del mondo, e pensare che il mio certosino Napoleone non può stare al loro posto per motivi contingenti. Chissà cosa pensano. E cosa diranno migliaia di appassionati dell’italtennis. Azzardo, convinto di non andare troppo lontano: “Ma perché continuano a dare inviti a questo ex tennista quando ci sono giovani italiani da inserire nei challengers?”.

Ad inizio del secondo set ecco il sussulto d’orgoglio dell’ex campione. Basta qualche cross in esasperante top spin, lunghi scambi e quel gancio frullato di mancino dritto che gli dà il break in apertura del secondo set. Condito da un urlaccio e gli applausi un filo patetici della gente. Thomas non sembra curarsene, pare davvero convinto del suo progetto inevitabilmente e consapevolmente suicida. Il secondo set si trasforma in un match di tennis. Tiene botta l’old man. Continua ad alzare le traiettorie costringendo Fisher ad arrampicarsi goffamente in cielo per colpire di rovescio a due mani. Schiaffeggia di dritto e rovescio, corre, si carica. La semi ovazione che lo porta sul 2-4 è meno carica di inutile sentimento compassionevole. Inizio a capire quanto l’ex numero uno si diverta davvero a mettersi alla prova. Confrontarsi con giovani atleti di nuova generazione. E prima ancora col suo fisico. E’ un modo per sentirsi vivo avvertendo la morte, forse. Concetto difficilmente spiegabile. L’altro seguita sforzandosi di non pensare all’avversario, pedala a brevi passetti, ogni tanto chiude con belle accelerazioni o irriguardose smorzate. Lui rischia persino di recuperare il break, prima di cedere. Ma mi convinco ugualmente che Muster abbia un senso. Assolutamente da rispettare. Molto più di quel nugolo di osannati campioncini da top 400 italiani, per i quali si continua a pretendere ed invocare inviti. Solo per godere della loro inutile spocchia da figli di papà cresciuti nella bambagia. Tipi così convinti, che di andare a costruirsi quelle ossa rachitiche all’estero, proprio non gli passa per l’anticamera dell’ipotalamo. Anzi, alle loro nobili orecchie viziate risuona come una bestemmia. Cento, mille altri inviti al vecchio campione con alle spalle una carriera costruita grazie al sacrificio. Anche se ha 44 anni, ed ha perso 6-0 6-3.

giovedì 23 settembre 2010

THOMAS MUSTER, IL RITORNO DEL LEONE SDENTATO


Sono passati sei anni da quel maggio 2004. Ero uno dei fortunati, in una serata da vecchi lupi, ad assistera ad un match elettrizzante, indimenticabile ed avvincente. Federer? Agassi? Nadal? No, McEnroe e Muster. I due si affrontano nel torneo di veterani giocato in contemporanea con gli Internazionali, e nobilitato sul campo centrale. John McEnroe 45 anni di genio ormai brizzolato, e Thomas Muster 37 anni di forzuta ed ossessiva voglia di recuperare ed arrotare palline in modo compulsivo. L'attempato genio ribelle qualche giorno prima aveva rifilato un eloquente 6-1 6-0 ad Omar Camporese, imbolsito italiano di 34 anni, che non correva da professionista, figuriamoci come ex. Il vecchio leone dal mancino tennis muscolare, aveva invece smesso pochi anni prima, ma anora in condizioni fisiche eccellenti. Ricami e merletti da una parte, forzuto tennis da automa dall'altro. Qualcuno stenterà a crederci (o forse no), ma quel match è rimasto nei miei ricordi, più di una finale romana tra Federer e Nadal, due anni dopo. Che volete farci, le rotelle mi girano all'incontrario.
Malgrado l'infida terra, il clima da tregenda e la maggior "giovinezza" dell'avversario, Supermac regge alla grande. Servizio e volèe su prima e seconda, attacchi in contro tempo, parabole accarezzate e rantoli da indomito combattente. E le solite scenate da istrione pazzo. Non solo regge, ma vince persino il primo set. E non lo vince semplicemente, domina a suo modo lasciando le briciole ad un'avversario ridotto ad inerme fascio di muscoli avviliti. Stringe il pugno e lancia un urlo triviale. Ma il biondo austraco non ha nessuna intenzione di mollare, e continua a correre e congegnare i suoi tremebondi arrotoni a tutto braccio da un lato all'altro del campo, come inguardabile macchina crivellatrice. E' un match di esibizione, direbbe qualcuno. Ma non ha visto quei due, per cinque minuti. Provato a cogliere i loro sguardi. Le parole, quasi insulti e smozzicate frasi intimidatorie che si lanciano.
Il genio americano cala inevitabilmente, ed il confronto diviene equilibrato, di un'intensità eccezionale, come sfida estremizzante di ogni cosa. Eccolo un altro servizio mancino, la volèe stoppata su cui l'austriaco si lancia come un treno. Grugnisce di orrenda sofferenza anche quando corre. La arpiona quasi col telaio e l'altro, appostato come un giaguaro, chiude con una rasoiata rabbiosa. Mac ha sei match point. Alla fine saranno nove, dieci o centoventisei, ho perso il conto. Ma cede il secondo al tie-break ed il terzo pe 10-6 al super tie-break. Il genio ha la faccia furibonda. Il triste ricordo della maledetta finale parigina datata 1984 che ritorna, rivestito di quell'infida, stregata, argilla rossa. Lo stesso, medesimo, implacabile scenario. Un dipinto di esondante tennis lascivamente annichilente e superiore, prima che l'altrui muscolo prenda il sopravvento, inesorabilmente brutto. Lì era il metallico e gelido robot Lendl, qui il terminator austriaco. Quì un'esibizione, lì la finale di uno slam. Ma che differenza fa, in fondo.
Dopo quella partita, elaborai alcune illuminantissime teorie che meriterebbedro d'esser prese in esame dai giudici svedesi del Nobel "per qualche cosa". Senza gli 8 anni di differenza, avrebbe vinto il braccio sul fisico. A parità di età "avanzate", l'austriaco poteva mettere insieme un game, forse due. Ad età invertite, con Muster 45enne e Mac 37enne, nemmeno avrebbero dato il nulla osta per una gratuita carneficina. Riflessioni semplicisticamente incontrovertibili, che richiamano con sinistra puntualità la teoria del "talento". Quella strana parolina che ognuno pensa di interpretare come crede. Che sia la naturalezza di un gesto, o la devozione al lavoro. Persino. Ne farò un pezzo a parte, se me ne ricordo. Con simili elucubrazioni anticipavo le ormai note berbere disfide tra tifosi di Nadal o Federer, nelle quali sono coinvolto più di un dibattito sul tipo di mutande che indossa La Russa o il nome dell'ex presidente del consiglio finocchio passivo della Dc. Fin troppo agevole dimostrare come l'età ed il naturale logorio fisico tolgano proporzionalmente di più a chi fa del tennis una mestieranza di fisicità esondante, lavoro massacrante e allenamenti certosini. Agli altri, a coloro che posseggono insita la naturalezza del gesto tecnico, queli che si allenavano palleggiando cinque minuti, rimane pur sempre il braccio. Naturale ritenere che un Petr Korda (che ne abbia ancora voglia) possa tranquillamente vincere delle partite tra professionisti, passata la quarantina. Allo stesso tempo ovvio considerare come la più folle delle eresie, un Muster ultraquarantenne capace di sprigionare la stessa forza dirompente contro giovani virgulti. Muster ancora in campo dopo i 35, mi appariva l'antitesi mortale di ogni mia crededenza sul talento tennistico, la naturalezza ed altre similari amenità dello spirito. L'unica cosa che mi sentivo di escludere a priori, senza alcun dubbio. Sono infallibile nei miei vaticini. Io le sibille cumane me le scoperei all'impiedi. A volte delle cose non si verificano, ma solo per coincidenze malvagie. Quelle maledette sibille sono delle amazzoni, virago inaccessibili.
E infatti. Notizia di qualche mese fa, Thomas Muster rientra nel circuito professionistico a 43 anni. Lui che beccava legnate inaudite anche nel senior tour. Decide di volerci riprovare. Forse conscio di un livello di gioco inpresentabile, cominciando dai challengers. La prima domanda che balza alla mente è: "ma perchè?". Qualsiasi ritorno è capace di destare curiosità, si riveste di un fascino epicamente coinvolgente. Un'emozione fine a se stessa, che accarezza inevitabilmente il labilissimo confine tra le eroiche gesta di uomini valorosamente indomiti ed il patetismo avvilente di un derelitto uomo anziano, che non si rassegna all'età. Marck Spitz, il più grande nuotatore di tutti i tempi, passata la quarantina provò invano a cimentarsi con ventenni scatenati, e lo squalo degli anni '70 venne ridotto ad una qualsiasi triglia che si dibatteva lenta. Troppo lenta per i tempi che passano inesorabili. Rimanendo al tennis, una ventina d'anni fa ci provò anche Bjorn Borg, uno dei più grandi protagonisti dell'era open. L'orso svedese, nel coinvolgente scenario monegasco, decise di rientrare. Sette anni dopo e con una racchetta in legno divenuta ormai anacronistica, come quei biondi capelli fluenti raccolti dalla vecchia fascetta. Una grottesca macchietta di se stesso, che non riuscì a raccogliere più di cinque games dall'inguardabile ronzino terricolo Arrese. Qualche patetico dollaro e nemmeno una vittoria negli altri tornei giocati i due anni successivi.
E' dello scorso anno il ritorno della deliziosa Kimiko Date Krumm, dopo tredici anni di assenza. La valorosa nippo tascabile è riuscita a rientrare tra le prime 50 ed a vincere persino un torneo professionistico, lo scorso anno, a trentanove primavere. Thomas ci prova, dopo 11 anni di assenza, ma senza una possibilità su mille di ripercorrere le stesse orme. Il tennis facile e leggero della samurai giapponese che sfrutta i colpi altrui quasi in controbalzo, le garantisce ancora una discreta competitività, malgrado gli anni. Thomas invece, secondo pronostico, fatica. Anche al livello "low cost" dei challenger, contro avversari oltre i trecentesimo posto in classifica. Dall'imbarazzante esordio, passando per Kitzbuhel dove perde con decoro e niente più da Dustin Brown, fino alla sconfitta con Gianluca Naso (due bei dritti messi insieme per nominarlo nuovo fulgido talento italiano) a Como. E qui si è scatenata la (purtroppo) lucida follia morta degli italianisti. In molti, non conoscendo nemmeno la levatura del tennista in questione, l'interesse che può muovere la presenza di un ex numero uno al mondo e campione del Roland Garros, hanno cominciato a sbraitare scomposti. Perché dare spazio ad un vecchio ex tennista, quando ci sono tanti ragazzi italiani che meriterebbero di entrare in tabellone? E snocciolano una serie di nomi improponibili. Due secondi dopo sono lì, che si agitano contestando la federazione italiana, rea di mantenere i nostri giovani nella bambagia con tornei e torneini, senza "costringerli" a guadagnarsi la pagnotta all'estero. Essi sono chiaramente vinti da un morbo pestilenziale al cervello, inutile dargli peso più di tanto. Tra l'altro il vecchio leone sdentato in disarmo ha consentito ad un italiano di vincere una partita in un challenger (evento non da poco). Vaglielo a spiegare.
Ma tornando a faccende più serie (figurarsi le altre, direte) quello che sembrava un ritorno impossibile, per Muster si trasforma sempre più nettamente in via crucis atroce. Notizia di due giorni fa, Thomas Muster riesce a vincere la sua prima partita, contro un giovane wild card locale oltre la cinquecentesima posizione, nel challenger di Lubiana. Poi perde nettamente da Alessio Di Mauro, raccattando cinque games, come cinque noccioline. Il siciliano è nient'altro che un onesto lavoratore del tennis, che con mezzo talento di un Bolelli avrebbe fatto dieci anni da top 30.
Ma Thomas, indomito (ottuso?), non si rassegna. Pronte altre wild card da chiede in giro per l'Europa. Un po' mi solleva il fatto che l'austriaco non ottenga risultati. Perché quelle snerchiute credenze, in fondo, non erano sbagliate. E' solo l'attempato austriaco ad essersi intestardito in un tentativo contro ogni logica fisica. Colui che vent'anni fa lavorava sei ore al giorno come un condannato ai lavori forzati per rimanere a livelli d'eccellenza, non può certo competere con la freschezza di giovani modesti ed aitanti giovanotti. Non ha mai avuto il braccio, ora non ha il fisico. O meglio ha un fantastico fisico da 43enne. Magari è solo per fare qualche sgambata, per testare la sua soglia fisica, per divertimento o voglia di agonismo e competizione. Chi può dirlo. Difficile pensare possa arricchirsi con passerelle nei challenger, lui che (dicono) non abbia bisogno di soldi. Ma in fondo è quell'alone di surreale utopia che va contro le leggi naturali, a destare curiosità. Ed impegnandosi un po' con l'immaginazione, ad evitargi una ricaduta nell'atroce spirale del patetismo sportivo.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.