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lunedì 18 febbraio 2013

IL TENNIS VENT’ANNI FA, O GIU’ DI LI’






Giorni fa leggevo la classifica Atp di vent’anni addietro, nell’anno 1992, quando McEnroe appese la racchetta al chiodo e il tennis finì.
Una cosa, soprattutto, balza all’occhio: l’impressionante sequenza di grandi tennisti, quasi tutti campioni. Tra i primi venti ben 14 (quattordici) vincitori di slam, più altri due finalisti. Una enormità clamorosa, se paragonata ai nostri tempi, con lo stucchevole dominio dei primi quattro che si spartiscono titoli, ai quali aggiungere solo la meteora Del Potro e come finalisti occasionali di major, Tsonga e Berdych. Il motivo di questa deriva? Semplice, banale, inflazionato. L’omologazione di superfici, palline e racchette che ha abbattuto molte differenziazioni tecniche, rendendo tutti capaci di giocare su ogni superficie. Col dominio dei più forti e nessuna speranza d'inserirsi, per gli altri.
Nadal nei giorni scorsi si lamentava di “cementi” letali per le ginocchia, su cui l’Atp costringe i tennisti a trottare. Difficile non appoggiare la sua battaglia: venti anni fa si giocava in modo meno esasperato, su superfici dure ma più rapide e meno pericolose. Terreni che gli avrebbero salvato le giunture, ma su cui avrebbe faticato a vincere, rischiando di prendere volée nelle gengive anche dagli attuali Mahut e Llodra. In definitiva, suona paradossale lamentarsi che abbiano omologato la velocità massima di una Panda Fiat con quella delle Ferrari, imponendo solo sicuri tracciati urbani. E, una volta vinte molte gare, lamentarsi che la sua Panda sia soggetta a fondere il motore per il sadismo degli organizzatori. Risultano proteste patetiche o almeno (ingratamente) “ad personam”. E continua, prendendosela anche con la terra trovata a San Paolo, troppo pericolosa per la salute. 
 
Quasi il tennis fosse diventato sport estremo e mortale, come il motociclismo o il paracadutismo senza paracadute. Si attende, impazienti, che un giorno o l'altro auspichi campi cosparsi da pizza margherita fumante o ricoperti da gommapiuma, su cui zompare come nel basket acrobatico.
Mi diverte comunque rileggere la classifica ATP di ventanni fa, dicembre 1992. 

1 Jim Courier USA
Rosso "Big Jim" che ritagliò buono spazio nell'epoca di Agassi e Sampras, malgrado l’evidente inferiorità rispetto ai due. Meno esplosivo del primo e senza la tecnica smerigliante del secondo. Battitore di baseball orribile a guardarsi, che durò un batter d’ali. Pochi anni in cui riuscì a vincere quattro slam e diventare numero uno.
2 Stefan Edberg SWE
La sublimazione del serve&volley, e dell'eleganza. Un algido e sinuoso cigno. Servizio velenoso e lavorato che gli consentiva di prendere la rete, e poi la miglior volée d’approccio al mondo. Punto debole: un carattere distaccato al limite della gelida constatazione di morte apparente e il dritto vulnerabile. Parigi e la terra unico cruccio, col trionfo mancato d’un soffio un paio di volte.
3 Pete Sampras USA

Talento immenso che seppe ben adattarsi alla nouvelle vague di un tennis che prendeva l’abbrivio decisivo verso la violenza devastante. Pete abbinava la potenza di colpi al fulmicotone ad una sensibilità fuori dal comune. Gran servizio, dritto dirompente. Con un rovescio appena più adattabile avrebbe vinto ancor di più.
4 Goran Ivanišević CRO

Splendido cavallo pazzo. L'epico Wimbledon vinto da wild card (a tocchi fisicamente) rimane magia assoluta, a coronamento di una carriera schizoide. Servizio mancino devastante, rasoiate letali e occhi folli.
5 Boris Becker GER 

A 17 anni vincente a Wimbledon, mettendo in riga tutti. Cose che non si vedranno più. Potenza acrobatica. Troppo pesante vincere su terra, in quegli anni. Ma assolutamente esplosivo e dirompente sull’erba e sul veloce (quando ancora era veloce). Poi sei slam, le mogli, Barbara Feltus, la birra e tutto il resto.
6 Michael Chang USA
Sul centrale di Parigi, 17enne, che serve da sotto e gioca solo con lobboni, mandando al manicomio Lendl, nello storico French Open che finirà per vincere. Formichina intelligente, che suppliva con la furbizia tattica alla mancanza di grandi colpi e ad un fisico da gnomo cresciuto.
7 Petr Korda TCH
Sublime mancino. Talento purissimo (secondo solo a Mac e Leconte), volto e sembianze da cartone animato indolente nato oltre cortina. Uno slam (strameritato) lo vincerà a fine carriera, annesso successivo caso di doping assai stridente. Un po’ come Winnie the Pooh sorpreso a fare un’orgia.
8 Ivan Lendl USA
All'epoca declinante, ma dominatore di fine anni ’80 quando la sua nemesi Supermac arrancava, Connors viaggiava per i 40 anni e Borg ormai aveva il cervello in poltiglia a causa di Bertè e polvere bianca. Attento ad ogni dettaglio, metodico e maniacale. Il dritto in corsa come marchio di fabbrica. Un "inumano robot" privo di sentimenti e concessioni allo spettacolo.
9 Andre Agassi USA
Cambiò il tennis, letteralmente. Sedicenne sbarcato a Roma come un extraterrestre che giocava uno strambo tennis d'attacco dal fondo, sempre e comunque.
Col jeans, capelli punk e anticipi mai visti prima. Senza mai arretrare. Da lì un ventennio di grande tennis anche con la pelata al posto del parruccone biondo, otto slam e la rivalità storica con Sampras. Il resto, la solitudine del campione, la polvere d’angelo, cadute, rinascite e le donne da Brooke Shields a Steffi Graf, lo sapete grazie alla sua biografia “Open”.
10 Richard Krajicek NED
Rovescio magnifico, gran serve&volley e la vittoria a Wimbledon. Problemi alla schiena, lo limitarono. "Baby face" per quei lineamenti da eterno ragazzo che all’epoca si accompagnava alla matura Lory Del Santo. Milf già vent'anni fa.
11 Guy Forget FRA
Mancino brioso e pieno di talento attaccante. Una specie di padre putativo di Llodra. Doppista che si scoprì buono anche in singolo, arrivando al numero 4.
12 Wayne Ferreira RSA
Niente di che. Ma niente proprio. Biondo sudafricano dall'ottima risposta, efficace sul veloce e sull’erba. Si issò fino alla finale a Melbourne, spegnendo l’ultimo sogno di Supermac.
13 MaliVai Washington USA
Catastale serve&volley, ed una carriera da buono specialista dell’erba. Irripetibile finale a Wimbledon (quello con la strikers nuda in campo).
14 Carlos Costa ESP
Trascurabile terraiolo. Noioso come molti specialisti dell’epoca.
15 Michael Stich GER
Splendido fenicottero volleante. Mano fatata. Gambe come grissini. Ridicolizzò Muster su terra, e Becker su erba. Vinse Wimbledon e bissò l’anno successivo in doppio assieme a Supermac (in una finale infinita).
16 Sergi Bruguera ESP
Altro iberico monosuperficie di una noia mortale. Vinse il Roland Garros, assolutamente improponibile altrove.
17 Alexander Volkov RUS
Talentuoso mancino russo dal tennis in mezza volata che giocava con la sinistra, perché da ragazzo s'era rotto la destra.
18 Thomas Muster AUT  
Gran lottatore e arrotatore compulsivo. Non si fosse spaccato tutto a Miami (investito da un alcolizzato), avrebbe vinto di più. Tornò grazie alla proverbiale forza di volontà. Vinse a Parigi, divenne numero uno e dominò sull’argilla. A Wimbledon non ci andava nemmeno.
19 Henrik Holm SWE
Top 20 più scarsi di Seppi ce ne sono stati: eccolo. Svedese dal buon servizio, e poco altro.
20 John McEnroe USA
Il tennis. Le altre cazzate stanno a zero. Genio e follia allo stato puro. Quel ’92 fu l’ultimo anno di sofferente grazia tennistica concesso agli umani: qualche fiammata (la strepitosa vittoria su Becker a Melbourne) e la semifinale a Wimbledon, con ambizioni frustrate dalle mazzate anticipate di Agassi, che non gli davano più tempo d'arrivare a rete.


venerdì 16 marzo 2012

SE QUESTO NON E' UN GENIO



Uno strabico sguardo sul tennis. Stamani mi scopro empio e gnudo bruco. Debitore di qualcosa, verso il mio vasto pubblico amante di ludiche cazzate. Di una dotta disamina su Sara Tommasi, forse? No via, ci sarà tempo per sviscerare qui o in altri lidi cosa sarebbe successo senza l’avvento dei tecnici. Avremmo avuto la lucidissima, sobria e competente bocconiana al Ministero dell’Economia. Questo è certo. Si sarebbe contesa la poltrona con l’altra prodiga, instancabile e virtuosa bocconiana, Nicole Minetti. Altro che crisi, default e spread. Un paio di boccagli elargiti a mummie sparse qui e là, e si volava fuori dalla crisi.
Dimenticate l’atroce scucchia pizzettata di “Aigor” Djokovic che gioca, scherza e lascia un set a Pablo Andujar, terricolo di seconda generazione, di quelli che hanno un gran servizio e colpi che fanno male (ma non ditelo ai terraioli italiani, che s’offendono). Ci sarà tempo prossimamente anche per ciancicare sui fastidi di un Federer che deve rimontare un set al martello pneumatico mancino Thomaz Bellucci. La vittoria finale se la giocheranno loro due, assieme al solito Nadal, con Del Potro e Nalbandian a fare da guastatori. L’uomo de gran panza, in particolare, magheggia da par suo rendendosi autore di una rimonta leggendaria su Tsonga, manco fosse Houdini. Non voglio nemmeno contar balle sul vecchio Tommy Haas, che come bibbia tennistica prescrive, nel caso in cui riesca a rimettere insieme i cocci di un fisico da reduce di guerra, un Seppi a caso se lo beve come un ovetto, nove volte su dieci. Ancora. A 34 anni, come a 42. 

Il discorso sull’anzianità mi riporta di filato a Stoccolma. Il torneo dei veterani scorre via, non senza qualche sorpresa. Inatteso protagonista è il padrone di casa meno quotato, Magnus Larsson. Potente, e con una carriera alle spalle buona ma niente di più. Al più me lo ricordo giocare ad Amburgo un match circense contro un Noah istrionico quasi ex. Come spietato esecutore, Magnus giunge alla finale facendo fuori in serie Goran Ivanisevic, Wayne Ferreira e la leggendaria icona tennistica di Svezia, il ben più quotato Stefan Edberg, superato solo 10-8 al terzo. Ora in finale, per lui, la sagoma agitata di John McEnroe. Il 53enne genio folle che con zaino a tracolla e giovanile tutina grigia col cappuccio, lo scruta abbozzando un luciferino sorriso di paraculeggiante sarcasmo. E poi invita le sue 75enni supporters che esalano gracchianti risolini, ad ulteriore sostegno.
Il genio non ha nessun problema per stendere a suon di rasoiate, ricami e parabole deliranti i vari Pat Cash (ormai il pirata aussie se lo sogna anche di notte) e Michael Pernfors, mister smorzata e finalista di un Roland Rarros contro Ivan lendl. Ma il vero capolavoro che gli vale la finale, l’eroe americano, lo confeziona contro Thomas Muster. Thomas chi? Sì, proprio lui, il vecchio leone sdentato austriaco. Quel signore che a 44 anni, con barbetta incolta da Russel Crow e fisico gladiatorio, lo scorso anno ha giocato nel circuito professionistico mischiato a giovanotti di venti/venticinque anni più giovani. Tentativo non ancora del tutto esaurito, ma che gli ha portato due vittorie in un anno. Scrissi qualcosa qui, sul folle e comunque fascinosamente irrazionale tentativo. Perso in partenza. Mi sbilanciai sul triste destino che lo attendeva. Per quanto tirato a lucido, un ultra quarantenne tennista che basa il suo gioco sulla pressione martellante e sul fisico, finirà spesso per soccombere in modo irrimediabile, con un top 300 che ha la metà delle sue primavere. Non ci vuole certo una laurea in materia per comprendere come un tennista dai colpi più naturali e meno dispendiosi avrebbe avuto più possibilità. Nove volte su dieci, McEnroe anziano ha più chance di competere coi giovani, di un Borg o un Lendl. Così come Tommy Haas o Stepanek, rispetto ad un Robredo. Nalbandian o Federer rispetto a Ferrer o Nadal. E’ logica. E’ scienza applicata alla balistica tennistica che prova a spiegare cos’è il talento naturale. O cos’è una donna che sa ben aggiustarsi una gonna mentre accavalla le gambe, non ricordo.
Molto benissimo, allora. Ieri la prova evidente. Johnny Mac faccia a faccia con Thomas Muster sul parquet di Stoccolma. Ed è un dominio folle, esagerato. Solluccheroso show di marzapane, stelle cadenti, virulente cascate di meteore pazze e zuccheri filati. Bando ai nove anni di differenza, l’americano mette sul veloce tappeto scandinavo tutto il suo campionario di tennistiche delizie ancestrali. Ora rasoiate, ora stordenti tocchi. Piace ed entusiasma perché si vede lontano un miglio come non voglia rassegnarsi all’età che avanza. Arrogante come nessuno e con un ego levitante, grande quanto lo stato del Missouri. Ma allo stesso tempo ride di sé, creando un effetto comico. Trovatene un altro che racchiude queste grandezze. Mette una maglia verde iridescente, come quelle dei ragazzi. Per sentirsi ragazzo. Proprio lui che da ragazzo sgominò le incensate ed imbiancate mummie stantie del tennis. Thomas annaspa, rantola come felino ferito. I suoi colpi arrotati sembrano fermarsi nell’aere, fluttuare orrendamente e stopparsi come nell’ambiente impressurizzato di una navicella spaziale sulla luna. Colpi smussati simili ai canini ormai consunti di un leone anziano. La pallina frulla impazzita lasciando a John il tempo di aggredirla, come una belva che ha conservato intatta la sua artigliata. Un trionfo di stoccate volanti, carezze ed esultanze da leggenda. Si poteva sperare in un match equilibrato, addirittura una vittoria certo, ma un dominio simile alla vigilia appariva davvero troppo. John continua a seguire il servizio a rete, azzannandola quasi. Implacabile, in battuta, con quelle parabole mancine che sono storia di questo sport e che Muster (carente in risposta anche da giovane) nemmeno fa in tempo a vedere partire. Mettete insieme Seppi, Starace, Fognini, Volandri. Non arrivano al servizio del 53enne Mac.
Domina Supermac, ed alla fine stravince. Un sontuoso 6-2 6-2. Sorride compiaciuto, saluta il pubblico e si lancia in mirabolanti dichiarazioni. Una su tutte: “Ho giocato il mio miglior tennis degli ultimi 10 anni.”. Non male, non male. John McEnroe rimane qualcosa che non è tennis, ma sta sopra il tennis. Lo guarda dall’alto, ancora, racchiudendone ogni possibile concetto. Ed ora Larsson, una quindicina d’anni più giovane e quasi impossibile da battere.
Ma mai mettersi contro un genio, mai…



Post scriptum: "Mai mettersi contro il genio. Che in combattuta finale la spunta in tre set 6-3 3-6 10-7. Mai mettersi..."

mercoledì 14 marzo 2012

FRANK DANCEVIC, INFERMA DELIZIA DA NICCHIA RACCHETTARA


Una tranquilla serata d’oppio tennistico. Provo nervosamente a trovare un lacero streaming di quello che secondo me è l’evento più importante di questo inizio stagione: La tappa scandinava del “championstour”, a Stoccolma. Si vuole anche provare a discutere? Johnny Supermac, Stefan Edberg, Goran Ivanisevic, Pat Cash. Per l’inossidabile genio mancino il vero ostacolo verso la finale è Thomas Muster. Se il tappeto è veloce, il serve&volley del 53enne yankee può anche infastidire l’arrotato tennis spuntato dell’austriaco. Lo stesso che voleva ritornare a competere coi ventenni e che fino a pochi mesi fa ci ha regalato indimenticabili ruggiti in derby della savana con Di Mauro e co. Venderei al mercato della pulci una dozzina di milioni di cellule neurocerebrali (capirai…) per vedere il confronto, ma temo non si potrà.
Assai deluso, toccherà solo immaginarselo. Esercizio utile, a volersi consolare, per allenare un qual certo genio creativo. E lo sappiamo che a me dovevano dare una cattedra accademica ove insegnare a giovin capre i segreti della “scrittura creativa”. Il sito “bettistico” regala però un’infinità di tornei e incontri. Ci sono i professionisti che si dimenano nel rarefatto deserto californiano di Indian Wells. In un picco di misoginia tennistica ci negano la visione dei donnoni in gonnella, mostrando solo gli ominidi in mutandoni. Ad ogni modo, Masters 1000 letteralmente minato e stravolto dal morbo intestinale che ha colpito diversi atleti. Cagotto e nausea. Primo a beccarlo, manco a dirlo, “vomitino” Seppi. Tra sbocchi vari, fuori Murray, ma non per colpa del virus, semplicemente trova una giornata da anatra svagata. Già a casa, superfluo rimarcarlo, tutti gli italiani ardimentosamente giunti in America malgrado il fastidioso viaggio intercontinentale.
In realtà poco mi avvince questo torneo, cerco grandezze nascoste. A Dallas si radunano i prematuri ritirati di Indian Wells e quelli che non avevano classifica per entrarvi. Trasmettono addirittura le qualificazioni. L’ambiente è meraviglioso. Cinguettio sollazzante dei cardellini texani a far da colonna sonora. Sul cemento color apparato funebre del piccolo catino, ecco un match epocale: Frank Dancevic opposto a Maxime Authom. Lo sanno tutti, ho un debole che rasenta l’omosessualità tennistica per il canadese infermo. Ormai è perso per le grandi platee, ma è riuscito per quasi miracolo a rientrare tra i primi duecento. Schiena divelta, fisico cigolante e mente assente, prova qualche buon risultato nei tornei minori o l'eroica qualificazione negli slam (lo scorso anno, quattro su quattro). Solo un paio di settimane fa a Wolfsburg si è consegnato all'immortalità tennistica abbandonando il campo e ritirandosi sotto 7-6 5-3 40-0. Ma il braccio sior-siori, che braccio. Sciccheria, delizia e spreco. Per quegli eunuchi e repressi patrioti dannunziani che intravvedono persino nel pim-pum-pam di Bolelli del talento…beh, si prescrivono due ore di Dancevic a settimana. Per via rettale.
Bastano un paio di scambi di un primo turno di qualificazione challenger, per ritemprare anche il mio malandato e bistrattato spirito, facendomi dimenticare semi finali e finali di slam sempre più simili a truculente lotte greco-romane tra storpi mostri partoriti dalla mente malata di Stephen King. Ci si accontenta di poco, insomma. Un rovescio divinamente sviolinato dal canadese, un approccio contro tempo e volée ri-ri-controtempo per chiudere con stop volley di dritto. O altro rovescio sguainato che viaggia a velocità siderale, lasciando l’altro di sasso. Lo vedi e lo palpi nitidamente il fascino, il talento di cristallo. Come fai a non accorgertene? E come fai a descriverlo, povero pazzo? Impossibile. E’ come spiegare il fascino di una bella donna? più facile osservarla accavallare le gambe e tirarsi su la gonna, dando una svogliata boccata alla sigaretta. Lo stesso è nel tennis, ti basta vedere un colpo contro balzo. E Frank sembra davvero giocare tutto in mezza volata. Recupera le magagne di un fisico da invalido civile, di solo braccio. Tanto basta per venire a capo del belga, in tre tiratissimi set.
Sempre sui magnifici campi di Dallas c’è un altro primo turno (di qualificazioni) assai interessante: Il cementaro americano con t-shirt a giro manica Russell s’avventa senza pietà su tal John Nallon. E chi cazz’è? A saperlo…insomma, è un tipo che a 26 anni gioca il primo match professionistico. Temo (ed il pericolo è autentico) sia il suo primo match di tennis in generale. E’ inquietante, malgrado le telecamere fisse ci neghino un primo piano. Cranio bombato e luccicante, su un fisico quadrato da Tofting. E spero qualcuno se lo ricordi, Stig Tofting. Poi lo vedi giocare, ed è ancora peggio. Tiene a malapena la racchetta in mano. In due turni di servizio gli chiamano sei falli di piede. Fantozzi-Filini al confronto impallidisce. Bastano due scambi per farmi capire che al doppio sei-zero non v'è alternativa, occorrono invece tre games al sito, per levare ogni scommessa sull’evento onde evitare il fallimento epocale. Perché ci sarebbe da giocarsi i miliardi, sul doppio bagel. Russell, che avrà anche gli anni di Matusalemme, ma ancora si tiene a discreti livelli da top 100/120, sembra infastidito dal non potersi nemmeno allenare bene. Prova in tutti i modi a lasciargli un game ma l’eroe antico Nallon proprio non riesce a mandare la pallina di là.
Non è finita la giornata di gran tennis. Potrei tirare in ballo quel curioso affare di nome Marko Djokovic, fratello giovane di Nole, che ad ora di pranzo si rende ridicolo nel torneo di Sarajevo. Da lontano e con inquadrature fisse, sembra Nole. Identiche mosse urticanti, gesti, scenici caracollii, spalle scrollate, urla belluine all'angolo. Persino la racchetta sbattuta in terra con la stessa innaturalezza goffa. Poi però lo vedi giocare, e capisci che è di una povertà tecnica rara. Scannato da tal Albot (che Federer non è). Rimane lo stridore tra i gesti da campione affermato, e le palline sgozzate in un palazzetto deserto, su un tappeto luccicante che manco una palestra dell’ardimento da scuole medie. Evitiamo, allora, e continuiamo con lussureggiante serata del Picasso, alternativa alla visione di “porta a porta”. Oltre a Dallas, si gioca anche in Messico, a Guadalajara. Leggo qualche nome impegnato. Opto per Vasek Pospisil, rampante canadese già visto altre volte e destinato a buona carriera. Non dispiace, ma nemmeno m’entusiasma. Sa fare tutto, ma sembra troppo macchinoso. Ieri il match ha dell’inquietante. Innanzi a lui uno strambo botolo di un metro e venti scarsi per 123 kg, dall’immaginario tennis spumeggiante: Daniel Garza. Non sembra reale, quell'affare. Rotola e tira colpi come viene, a volte anche casualmente molto belli. Tra i non professionisti, dovrebbe spadroneggiare. L’altro, tutto impostato, spara terrificanti bombe, attacca in back come da manuale del tennis pag 23 versetto 2, mentre il nostro tappo messicano, ormai eletto idolo incontrastato di ogni era, annaspa. Grugnisce, urla come un pazzo strafatto di tequila, tira colpi alla sperindio. Ma rimane in corsa Daniel, anzichenò, vince il primo e regge alla grande nel secondo. 
Ad un certo punto si chiama un medical time out, a game in corso. Perché così gli piace. Pare gli sia finita la tequila e finché non arriva altra scorta, lui non gioca. Pospisil vorrebbe morire. Spiega ai messicani le regole del tennis, ma quelli mica capiscono lo anglese. Mica solo noi abbiamo La Russa. Il canadese si mette in mezzo al campo ed inscena un brioso teatrino d'ira schizoide. Fa la gallina, poi lo struzzo. Quindi attacca ad urlare come se richiedesse una camicia di contenimento. Credo vorrebbe morire, davvero. E’ contrario ad ogni legge fisica, questo botolo messicano. Uno speedy Gonzales obeso legato a doppio filo a Frank Dancevic (che batté in epico match di Davis. Pensate. Pensiamo, cos'è la vita). Ma serve molto meglio di Volandri e Fognini, dall'alto del suo metro e venti di statura. Il pingue peone se la gioca punto a punto, irrazionale ed incomprensibile. Rimane dietro sulla prima e segue la seconda di servizio a rete come un satrapo. Il giovane colosso canadese pare impazzire per davvero, dà i numeri manco fosse Berdych che guarda l'orrenda sagoma spiritata ed ispirata di Petzschner. Si chiederà: "ma com'è possibile che me la stia giocando in volata con questa cosa qui?". L’eroe messicano continua ad attaccare con furbizia encomiabile, ma finisce tristemente per soccombere allo sprint: 4-6 7-5 7-5. 
Ma di questo Daniel Garza ne risentiremo parlare. Non nelle cronache nere internazionali, si spera.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.