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lunedì 26 ottobre 2015

VALENTINO ROSSI NE "IL CALCIO DE DIOS" (una produzione Istituto Luce)




(Ok, dovrei scrivere di David Ferrer che, ingobbito e rantolante come un condannato ai lavori forzati che solleva massi di cento kg, dopo aver sfumacchiato due pacchetti di sigarette al plutonio, calzini al caciocavallo e allo stronzio, macina avversari e si proietta verso le Atp Finals?)
Ma proprio no.


Appena sveglio e in ritardo per la prima messa domenicale, leggo cose che mi fanno andare di traverso il caffè e accendere la sigaretta dalla parte del filtro. Bufera su Valentino Rossi. Che avrà combinato? S'è ingroppato una gallina sulla griglia di partenza e bestemmiato in diretta mondiale provocando le ire di Papa Bergoglio intento a guardare la gara in mutande nella sua stanzetta di 5 metri, sulla tv in bianco e nero?
Mi tocca guardare la replica per cenciosi in chiaro, per capire
Tra Rossi e il decimo titolo da giocarsi con Lorenzo, c'è Marc Marquez, ormai fuori dai giochi, che si diverte come un garrulo teeanager a rallentarlo, mettendosi di mezzo alla sfida mondiale. Ripicche e ruggini di inizio anno. Situazione tesa come non si vedeva dai tempi del duello Biaggi-Rossi, con Rossi allora nei panni del folletto dispettoso. Corsi e ricorsi, a parti inverse. Le leggi della vita e dell'età cui Piero Angela dedicherà uno speciale.
Rossi è nervoso, sente il fiato su collo, la pressione dal buco del culo a cuore è a mille, e cade nella trappola del ragazzino dispettoso come una iena nana. Lo guarda, lo fa allargare all'esterno, quindi con manovra corredata da calcetto fulminante lo manda col culo per terra. E' proprio la classica ipotesi in cui il campione commette fallo di reazione verso il giovane provocatore dopo 90 minuti di stuzzicamenti. Perché il suo ego di fuoriclasse proprio non tollera la beffa, l'irrisione. Si dice sfinito, logorato psicologicamente. Lui che per vent'anni ha fagocitato cannibalescamente avversari proprio di testa. Segno dei tempi. Lui lo faceva per battere Biaggi o Gibernau, Marquez per far perdere lui. Il cerchio si chiude. Perché questo imberbe ispanico è un mostriciattolo creato dallo stesso Rossi, parto distorto del “rossismo” in tutti i suoi aspetti, e ora compie il parricidio con evoluzione riprovevole. Deriva bimbominchia ovunque, come X-Factor passato da una dissertazione filosofica apollineo e dionisiaco di Morgan anche attorno a una canzone di Pupo, alle battute sulla cacca di Fedez.
Reazione ingenua e scorretta a una condotta infantile e antisportiva. Giallo al bimbominchia, rosso a Rossi. Facile, no?
La vera fortuna è che questo giochetto pericoloso sia avvenuto a velocità ridotta senza causare danni peggiori. Lo ricorda solo Troy Bayliss, forse l'ultimo pilota vero.
E' invece il funambolico vortice di cazzate e considerazioni post gara degli addetti ai lavori a divertirmi, in uno sbalorditivo mix tra “Fazisti su Marte”, le migliori perle di Emilio Fede al Tg4, Zelig e “Visioni” (specialone sulle apparizioni della madonna di Lourdes a cura di Paolo Brosio). Perché Rossi, suo malgrado, ha creato una mostruosità e ora ne paga le conseguenze.
Ve lo immaginereste il più forte tennista di sempre italiano? Un Rossi tennista? Se avessimo un Federer nato a Brunico o Fognini vincitore di venti slam? Già così, nella tv littoria si sentono trombe trionfali sulle ciurme italiche in Etiopia: Fognini gran talento da top 2 (forse top 1, senza strafare). Fabio non ha bestemmiato, stava solo recitando un rosario con tutti i santi. Che colpa ne ha lui, se gli programmano i match nell'ora del rosario? Non è che Errani serve di merda, è che le altre sono alte, delle vatusse faccette nere. A un Djokovic trionfatore dopo sei ore di battaglia con Nadal, giornalisti dell'Istituto Luce, chiedono: “Che ne pensi, Fognini potrà diventare top 10?”. Quello strabuzza gli occhi da pernice e ride. Così come a Crutchlow appena arrivato al traguardo, il solerte inviato: “Dimmi Cal, come lo hai visto Valentino, eh?”. Nelle moto questa sindrome patriottica dal naftalinico retrogusto del ventennio, si sublima in modo orridamente insopportabile per il fatto che davvero Valentino Rossi è il più grande di sempre. Al provincialismo e nazionalismo pseudofazista per il quasi nulla tennistico, nelle moto si unisce l'idolatria per il numero uno vero. Un mix infernale.
Ieri la punta dell'Iceberg, attesa, con annesso turbinio irripetibile, gaudioso.
Le basi per un terzo conflitto mondiale ci sono tutte. Intervengono Renzi, Rajoy, il Papa, Vasco Rossi, Jovanotti, Buonanno e la Mussolini. Mancano solo Larussa, Er mutanda e il petomane, che tirino in ballo la triste vicenda dei due marò.
Inizia il telecronista, si sentono versi sinistri, mugolii, mezzi orgasmi abbozzati, delicate fasi da pre prolasso rettale. Poi la gambetta malandrina di Valentino, silenzio, sgomento, dispiacere “che sia finita così” (magari per colpa di congiunture nefaste). Poi l'accorata invocazione di un moviolone in campo, provocando una prodigiosa erezione a Biscardi. Perché è Marquez che fa l'appoge, fa sentire la presenza (trascurabile) a Rossi che, ritroso come pulzella illibata al ballo delle debuttanti, non può far altro che scalciarlo via.
Fino a un categorico exploit della Gazzetta, quella che se vince Lorenzo titola a dieci colonne: “Rossi sesto, rimonta da leone” e cose così. Stavolta la rosea non usa mezzi termini: “La prova dall'alto inchioda Marquez”. Forse in nottata bliz delle gendarmeria per trasferirlo nelle patrie prigioni. Si aspettano, domani, nuovi sviluppi e retroscena rivelatori. Una scia chimica improvvisa, un fantasma evaso dall'area 51, il maremoto, le cavallette, la colpa di tutto da ricondurre a una flatulenza silenziosa di Iannone, fino a quella definitiva, che metterà tutti d'accordo: Non può essere colpa di Valentino, perché dal referto medico portato da Meda in direzione gara risulterebbe avere una sola gamba. Quindi quella che ha dato il calcio non può essere sua, ma di Max Biaggi.

lunedì 4 aprile 2011

UN WEEK END DA GENI



E’ stato un fine settimana assai intenso. A tratti avvincente e spettacolare ai livelli più alti e sublimi della competizione. Frammenti imbizzarriti di genio, talento e follia che regnano ai vertici dello sport, fanno sognare ed accendono la fantasia di chi va ricercando quelle schegge pazze. Istantanee capaci di divellere la catastale monotonia abbruttente. Faccio un breve bilancio di questo pazzo week end. Rapido perché debbo dedicare il mio tempo alla preparazione fisica e mentale alle pre qualifiche degli Internazionali d’Italia, ove nutro discrete possibilità di entrare. Trevisàn e Vagnozzi permettendo. E se riduco da 60 a 45 le sigarette giornaliere.


Antonio Cassano: 7. Lasciateli parlare. Questo è un genio puro, autentico, cristallino. C’è tutta la follia di un eroe maledetto, nelle sue inutili gesta. Sublimi, irrazionali, tormentate ed estremamente insensate come le cose più alte. Non è mai banale, tocca dirlo. Dall’adolescenza trascorsa tra motorini rubati ed irridenti tunnel a furenti compagni di squadra trentenni e miliardari, fino al grande successo che tutto annebbia, figurarsi una mente dominata dallo squilibrio tutt’altro che latente. Soldi, donne, magie romane e fuochi pirotecnici che salgono al cielo dalla sua mega villa da neo arricchito kitch e bambino mai cresciuto. E ancora serate folli, macchine potenti e banconote da 500 donate ad un senzatetto, magari commuovendosi un po’, per poi tornare a vivere a 200 all’ora contromano. Cassano rimane il quindicenne infestato dall’acne che durante una partitella si lamenta con l’allenatore per estrema modestia dei suoi compagni, li dileggia in strettissimo dialetto donando loro due palloni, di modo che possano finalmente toccarlo. Con Neqrouz o col monumento Batistuta, poco importa. Insolente e sempliciotto ragazzo agghindato in modo imbarazzante al volante di una utilitaria in centro a Bari, come nella sala-tempio dei trofei madridista. E cosa mai gli fregherà? Tonino è uno che non pensa mica, gli manca il sottilmente subdolo canale della mediazione nel cervello. E’ quello che segna un gol impossibile e coi piedi riesce a fare tutto, anche a cuocerti un ovetto alla cocque senza farlo cadere in terra. Lo stesso che d’un tratto impazzisce esibendo il viscerale malessere del “ragazzo di vita” in salsa barivecchiana, isterico, teatrale ed infantile.
Il megapresidentissimo eccelso ed imputato lo prende al Milan. Afferma sconsolato “Cassano non ha ancora compreso lo stile Milan”. E che voglia Iddio, non lo comprenda mai. Ieri entra a dieci minuti dalla fine, quando i compagni hanno già vinto. Vagamente imbolsito. Potrebbe limitarsi ad una scenica passerella. Ma non sarebbe Cassano. Si guadagna un rigore, lo trasforma, esulta come se avesse segnato il gol della vittoria all’ultimo minuto dei supplementari di una finale Champions. Poi in pieno recupero insegue e stende un avversario e si fa cacciare fuori. Il tutto in due minuti. Ditemi se questo non è un inutile genio.

Alexander Pato: 7,5. Eh si, il papero con l’adolescenziale macchinetta per raddrizzare i denti decide il derby della “madunina”. Dopo mesi tormentati è giunto il suo momento. Sul campo regala gemme, al di fuori pare aver impalmato niente meno che Barbara B. Voglio dire, quella signorina B. che in tribuna, tutta elegante e costipata in un tailleur da educanda delle Orsoline, gli sorride austera. Ammetto di ammirare questo ragazzo brasileiro, elogio del semplice talento quasi imbarazzato. Deve esserci del genio in lui, nei suoi piedi, in quella faccia pasticciata da barba caprina e nelle scelte di vita. L’ammirazione si trasforma in feroce invidia, pensando alla signorina Barbarella B. Ancora. Una sordida e sinistra fantasia comincia a balenare nel mio cervello squilibrato. Mirabolanti capriole, fantasiosamente sconce con al centro, come unica e sola protagonista, la signorina B., simile ad una sacerdotessa devota di incontrollabili sodomie. Mentre imita il babbo.

Valentino Rossi: 8. Ogni sport ha la sua geniale essenza superiore. Un simbolo o simulacro cui tutti devono inchinarsi, anche quando è malconcio o ha una moto simile ad un cavallo imbizzarrito. La avverti subito quella essenza, osservando Valentino Rossi. Anche uno che coi motori “non ci sa fare, che non sa neanche guidare…un tipo perso dietro le nuvole e la poesia”. E’ una sensazione che oltrepassa la specialistica, i mezzi, la gelida elettronica. Valentino è genio funambolico e temerario capace di rendere avvincente e vincente anche un trabiccolo, perché nelle sue vene scorre la velocità. La possiede, la doma e la sfida contro ogni legge fisica. Non è un automa come Schumacher o Doohan, ma accarezza l’idea pazza e ardimentosamente irrazionale di Gilles o Barry Sheene, innestandola in una mentalità Re Mida o cannibale vincente. Quasi fosse l’essere perfetto, per la velocità. L’idea dominante del centauro che vince di carattere anche quando perde, con semplice gesto o una mossa. Testa e coraggio, prima di un mezzo che spinge al limite come nessuno. Valentino Rossi vince anche prima di iniziare a dare gas, con la forza della mente e con un sorpasso azzardato da uomini duri. Un gesto che avvilisce e ridimensiona a modesti scolaretti anche quei ragazzi bravi e veloci che paiono avere un missile scud sotto il sellino.


Mi sa che stiamo andando fuori tema. Questo è un blog che narra di tennis, almeno credo. Ma tant’è. Fedele al "Minzolini style", pur di rifuggire lo scottante scenario potrei anche dissertare di politica mediorientale, medicina zen, poesia crepuscolare, filosofia greca, alla sagra della salsiccia piccante di Cutrofiano, religioni mistiche, idolatrie indù, l’accoppiamento dei facoceri subsahariani, scrivere della vita su Marte, degli origami, di Nietzsche, Ida Dalser, o Fracazzo da Velletri. Ma che tennis sia.

Benoit Paire: 7,5. La prestigiosa platea era quella del challenger di St.Brieuc. La fortuna e la ventura del circumnavigatore vuole che un demoniaco sito di scommesse trasmetta questo fenomenale torneo. Spicca di luce propria un naif personaggio francese, Benoit Paire. Voglio premettere, uno che in questa stagione batte Gilles Simon in un Atp e perde per due volte di fila da Matteo Viola in competizioni challenger, ben si descrive senza bisogno di mirabolanti panegirici. Malgrado inquadratura fissa improponibile, mi gusto tutta la semifinale contro il buon polacco da top 100 Przysiezny. Ed è uno spettacolo delirante. Frustate di rovescio bimane, dormienti pallate e smorzate dense di finale candore. Pare un serpe incantatore, Benoit. Gli riesce tutto e domina in due set, tra un’accelerazione fulminante a chiudere uno scambio cloroformizzato e magie degne di un ispirato funambolo del circo Togni. Spesso inutili.
Ok, si gioca a Miami. Dall’altra parte dell’oceano è in ballo il famigerato “quinto slam” nominale. Quelli intelligenti e sani di mente, pensano a quell’evento che a me invece suscita una specie di rigurgito nauseabondo. Rivaluto persino i martellanti postumi di una sbronza di vodka. E allora via verso la finale del torneo bretone tra Paire e Texeira, buon podista transalpino. Ecco che sale in cattedra Mr Hyde. Qualcosa di difficilmente spiegabile umanamente. Il tormentato bohemienne di Francia getta via tutto, con una furia frustrata e frustrante. Benoit urla, spacca due racchette, sbaglia un facile tocco a campo aperto con l’altro stramazzato a terra, scalcia con violenza prolungata i teloni, becca un penality point e perde 6-3 6-0. Avanti così, genialmente folle, ricco di talento e gesta irrazionali. Uno splendido circense avviato, malgrado la sconfitta, ad una sicura carriera da scheggia impazzita. Qualcuno che possa scombinare scenari spesso incensati e noiosi del circuito. Prepotentemente salito al quarto posto nella mia personale classifica dei mentalmente labili prestati al tennis (fantasioso e divertente, altrimenti pensereste che mi ecciti con Fognini).

Azarenka/Sharapova. Qualcosa bisogna anche dire sull’inutile torneo di Miami. Finale femminile inattesa. Due diversamente svitate partorienti biondone di quasi 1,90 se le suonano e strillano come in preda a raptus omicidi. La rinata e semovente statua urlante Sharapova (buon Dio), finisce per soccombere all’accecata furia di Victoria Azarenka, bielorussa ingrugnita e posseduta da chissà quali demoni spaventosi. Ha già steso Zvonareva ed una malconcia Clijsters, e vola via 6-1 4-0 anche in finale contro la sua omologa siberiana. Quelle sue urla prolungate, stridule e acute rimandano ad un film dell’orrore, ma fanno il paio con randellate insolitamente precise. Poi si ha l’unico picco d’interesse abbozzato. La valchiria bielorussa si fa raggiungere sul 4-4. Si teme la crisi di nervi. Vivo per quella scena. Che possa farsi recuperare, diventare bluette, dare in escandescenza e alfin la morte prendendosi a racchettate sul mascolino gargarozzo. Allertati i caschi blu e sedici esorcisti pronti all’intervento, ma è tutto vano perché finisce per chiudere 6-4. Mentre già pregustavo il plastico di Vespa.

Djokovic/Nadal. Tra gli uomini altri due energumeni corrono come invasati fisicamente mutanti, ebbri di sportivo viagra artigianale e chissà quale intruglio diabolico per tori di Pamplona. Hanno sbaragliato la concorrenza senza appello: un volenteroso, bravo ed impotente Mardy Fish e quel Federer ormai sempre più vittima di una cappa asfissiante. Non riesce più a venirne fuori l’elvetico, tramortito dai magli mancini ad uscire di Nadal. Inconcludente a servizio, fuori giri nello scambio prolungato, falloso nelle soluzioni offensive, aria di svagata sufficienza nei colpi di volo. L’ex numero uno esce con le ossa rotte dalla tournè americana, e con due avversari attualmente ad un livello superiore. Djokovic e Nadal danno vita a solito match di cruenta intensità. Fisicamente debordante. Recuperi snodati, strisciate con le gambe a compasso, mulinelli, ganci e tragicomiche smorzate-pallonetto del serbo (tennista più fantasioso che simpatico e più bello che geniale, lo sappiamo). Nadal sembra tirato a nuovo, in condizioni più centrate rispetto al precedente di sue settimane prima. Ma il confronto si trasformai in estenuante maratona, coi due a prendere fiato dopo ogni punto come due pugili suonati. Tante ne diranno: Battaglia palpitante, infinta, intensa, epocale, stellare, emozionante, storica, monumentale, leggendaria. Un supplizio, per il mio sonno. De gustibus. Abbandono la trincea ad inizio terzo set, dicendomi che vincerà quello che terrà meglio fisicamente. Scopro essere Djokovic. Questo è il nuovo tennis. Chissà un match tre su cinque a Parigi. Yummm.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.