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giovedì 22 gennaio 2026

AUSTRALIAN OPEN 2026 - QUEI ROSSASTRI TRAMONTI ALLA WAWRINKA




C'è ancora spazio per l'emozione, in questo fottutissimo sport ormai sempre più anestetizzato ed appiattito verso meccaniche senz'anima. Uno squarcio di eroismo antico, generosamente offerto da Stan Wawrinka, che a 40 anni compiuti si è concesso un ultimo struggente, sublime, giro di valzer nel rossastro tramonto australiano. 
Saputo che gli organizzatori gli avevano concesso un invito, avevo grandi aspettative su di lui. Qualcosa di più di una passerella, un commiato fine a sé stesso. Reduce da un lungo stop, Stan lo scorso anno aveva provato a rimettersi in piedi, ripartire dal basso. Senza l'alterigia del pluri vincitore slam, ma con l'umiltà di chi vuole testare il suo corpo, le emozioni, respirare ancora tennis. Qualche vittoria, tante sconfitte in improbabili tornei minori, challengers desolanti, contro avversari altrettanto improbabili. A qualcuno era parso un controsenso, inutile appendice ad una gloriosa carriera che lo ha visto vincere di prepotenza tre slam nel periodo dei tre cannibali (più uno). Perché lo fai, si domandavano i poveretti. Cos'altro hai da dimostrare, a quarant'anni? Qualcuno protestò nel vederlo al challenger di Napoli, perché, pensate l’umana idiozia fin dove si spinge, toglieva posto a qualche promettente italiano. Che ne so, il diciottenne Pippo Santonastaso o Giandomenico Pierantozzi da Crevalcore. 
A sbagliare erano loro, perché lo svizzero aveva la faccia di chi è convinto ancora di poter dare qualcosa a questo sport e, magari, prendersi qualcosa di quello che gli ha tolto, a causa dei tanti infortuni. Che non è necessariamente una coppa, un trofeo importante, ma soprattutto un commiato all’altezza, da gladiatore e combattente, come voleva lui. Un finale, non me ne vogliano i loro ammiratori, ben più emozionante delle uscite di scena sterili ed annacquate di Nadal, Federer e, probabilmente, di Djokovic (quando avverrà nel 2056). Una chiosa che è un miscuglio di sfavillanti colpi da pugile prestato al tennis, agonismo, tragedia ed eroismo. È proprio quello che io, misero sognatore, intendo per canto del cigno e che, per certi versi, ricorda da vicino quanto messo in scena oltre trent'anni fa da Jimbo Connors: il campione ormai scivolato nelle retrovie, zoppo, annaspante e pieno di acciacchi, che riesce a trovare risorse agonistiche nascoste chissà dove, per vincere qualche battaglia di primo turno. Che non sarà una vittoria di slam, ma regala ugualmente emozioni uniche. 
Nessuno nell'informazione mainstream, impegnata a disquisire animatamente dello smanicato di Alcaraz o del colore sbocco partorito da Nike per la divisa di Sinner, si aspettava più di tanto da Wawrinka, se non una decorosa passerella finale. Se la vittoria di primo turno contro Djere aveva già sorpreso i più, di certo oggi non ci si aspettava un'altra senile impresa.  
Il match inizia quando a Melbourne c’è ancora il sole ed Italia inizia ad albeggiare. Stan tiene bene, sciorina qualcuno dei suoi proverbiali sberloni violenti e clamorosamente belli, ma si ritrova sotto due set ad uno contro un giovane avversario francese che mostra buone geometrie e calma olimpica, tale Arthur Gea. Sotto due set a uno, anch'io sono sul punto di arrendermi  all’evidenza, all’amara constatazione che non si possa andare contro il tempo. Ma lui è “Stan the man” non a caso. Resta lì, punto a punto anche nel quarto. Mette in campo tutta l'esperienza ultraventennale maturata sui campi. Arpiona colpi in difesa, spesso semovente e in ritardo, e riparte con cross magistrali, sciabolate sublimi di quel rovescio che può servirti in ogni salsa, pieno, lavorato, taglio da sotto, sopra, di lato. Ricamato come un colpo di uncinetto o più violento di un cazzotto di Bud Spencer in un bar del Far West dopo aver mangiato una padellata di fagioli. Uno spettacolo che culmina col passante in corsa di rovescio che gli vale il break e il quarto set.
Sul cemento di Melbourne ormai non c'è più il sole ma è calata un'ombra placida . Nel tramonto vermiglio australiano, “Stanimal” aizza la folla, prosegue in trance agonistica andando avanti 2-0 anche nel quinto set. E lì, quando pensi che davvero possa farcela a regalarsi e regalarci un'ultima gioia, che si fa risucchiare. L'altro, il giovin Arturo d'oltralpe, che è pure un bravo cristo, educato e calmo, rinviene. Non avrà esperienza, ma ha dalla sua quella giovinezza e freschezza fisica che, dopo quattro ore di scazzottate, può essere determinante. L'elvetico rischia di crollare. Sudato, paonazzo, sfinito, mette sul campo l’orgoglio assieme a quel poco che gli concede un corpo vecchio e ferito da mille battaglie. 
Mentre lottano sul 4-4 al quinto, mi viene alla mente un Djokovic-Wawrinka, finale slam dello scorso decennio. È come rivedere quel match, ma alla moviola. Ma è proprio lì che mi pervade la certezza che, in un modo o nell'altro, Stan lo porterà a casa. Il paradosso di un incontro tanto avvincente quanto surreale, è che è proprio il ragazzo di vent'anni a pagare la fatica, la scarsa abitudine a un match così logorante, fisicamente e mentalmente, finendo per restare vittima dei crampi. Spostato come un tergicristallo e cucinato a fuoco lento dallo svizzero. Il super tiebreak è l'apoteosi del vecchio Stan, che libera le ultime sberle a due mani, dritto e rovescio, di un match epico, concluso braccia al cielo e con l'espressione finalmente soddisfatta di chi si ha dimostrato di poter dare ancora qualcosa a questo fottuto, magnifico e maledetto sport.




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Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.