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martedì 14 gennaio 2025

AUSTRALIAN OPEN 2025 - Day 3 - Fonseca, il predestinato "Sinnerer"

 






Amo l'Australian Open, perché col gelo nostrano che ti ghiaccia le meningi, puoi vedere dall'altra parte del mondo gente in mutande sugli spalti che stramazza per il caldo e non sai se essere felice di non essere lì o invidiarli. E, in ogni caso, mi consente di guardare qualche stralcio compulsivo di match mentre faccio colazione.

È stata la giornata delle grandi maratone e dei vecchi lupi di mare alla ribalta, con alterne fortune. Ma faceva anche il suo esordio l'ultimo dei favoriti, Daniil Medvedev. Il russo deambula in tutta la sua sciatta svagatezza, più preso dalla nascita del secondo figlio che dal tennis. Va sotto di due set contro un thailandese capitato lì per sbaglio, che gioca due set della vita ma che alla lunga cederebbe anche al Panatta odierno. Il russo lo lascia sfogare e dilaga al quinto set. Soffre, ma si salva al quinto anche Holger Rune contro Zheng. Oltre alla tigna però, sembra esserci poco altro. Nessun problema per Fritz e De Minaur che procedono spediti. La sorpresa più prevedibile di tutte è l'eliminazione di Rublev per mano di Joao Meravigliao Fonseca, diciottenne brasiliano che se in futuro non vincerà un slam, sono pronto ad evirarmi in diretta. Lo dissi anche per Shapovalov e adesso canto nel coro delle voci bianche. Ora, a Rublev si vuole molto bene e si scherza quindi senza cattiverie, ma conciato com'è attualmente (e dopo essersi affidato ai consigli di un luminare della neuropsichiatria come Marat Safin per uscire dalle sue crisi isteriche), ha un solo obiettivo quando entra in campo: uscirne vivo e con meno danni possibili causati dalle autoflagellazioni. Quindi il test mi pare poco probante, ma il giovane brasiliano sembra avere tutto per salire ai vertici e restarci per anni. Si sprecano i paragoni con Sinner, qualcuno non curante delle scomuniche si spinge oltre citando Federer (forse solo perché suo idolo d'infanzia), ma quello che più colpisce di Fonseca non sono i colpi, pure straordinari, quanto scelte tattiche sempre azzeccate e la maturità da giovane vecchio. Oggi non ha sbagliato nulla, vincendo in tre set contro il pur sempre numero 9 al mondo. E non credo si accontenterà di questo record. Poi mi capita di vedere due minuti scarsi di Shelton opposto al connazionale Nakashima. Ben sembra addirittura giocare in modo un filo più giudizioso, ma sarà un abbaglio. In ogni caso vincerà in tre set tirati. 

Un sacco di maratone rusticane anche tra i non favoriti. Prevedibile battaglia di servizi nel derby francese tra il vecchio e redivivo Monfils e Giovannone perticone Mpetschi Perricard, ma alla fine della truculenta battaglia prevale l'esperienza del vecchio Gael, che a quasi 39 anni pare in overdose da Gerovital (dite a Kyrgios che non è doping o inizia a twittare compulsivamente). A proposito di vecchie lenze, non può non colpire l'attenzione Stan Wawrinka, che di anni ne ha quasi 40 e si è concesso un ultimo giro di giostra nel tour. E pare anche convinto. Vederlo lottare, tirare i soliti schiaffoni di rovescio, lanciare le tradizionali urla da pecoraio e soccombere dopo tre ore contro Sonego, lui che una decina d'anni orsono usciva vittorioso da scazzottate di 5 ore con Djokovic portandosi a casa gli slam, è il manifesto evidente del declino inevitabile. Gli anni non fanno sconti a nessuno, con buona pace di quella tifosa asiatica che ha lanciato stridule urla di incitamento allo svizzero e che spero Stan abbia abbattuto a fine match. Convincente vittoria in quattro set di Berrettini contro Norrie, che sarà anche stato uno dei peggiori top ten della storia, ma resta solido tester. Shapovalov prevale nel match tra vecchie glorie (lui che di anni ne ha 25) su Bautista Agut e Musetti si aggiudica il tiratissimo derby con Arnaldi. Sempre a proposito di italiani, crolla alla distanza Nardi contro il fromboliere canadese Diallo e, in una giornata in chiaro scuro per i nostri colori, niente da fare per Cobolli uscito sconfitto contro il più consistente Etcheverry e dall'eterna battaglia col parrucchiere.

Scemando nel pittoresco, dopo gli eroismi dello scorso anno, Mannarino cede senza un lamento sotto le roncolate da falegname di Kachanov. Stavolta non festeggerà con un margatita, ma almeno tre o quattro. Magari in compagnia di Bublik, apatico e mai in partita contro Cerundolo, che a differenza sua è un tennista di professione, di quelli strambi che giocano per fare il punto e vincere le partite. Purtroppo posso solo recuperare qualche highlights dell'altro confronto interessante di giornata tra Popyrin e Moutet. Ora, di poche cose sono certo nella vita, una di queste è che la carogna francese comunque vada: venderà cara la pelle, si farà detestare dal pubblico, si esalterà col tifo contro, dipingerà il campo col suo artiglio mancino in modo tanto bello da sembrare quasi irrididente, va sempre giocato da sfavorito perché, ogni tanto, dà soddisfazioni. E così è stato.

Tra le donne, esordio senza problemi per l'adorabile Gelsomina Paolini. Inizia agile come un carro funebre anche la morte ti fa bella Rybakina, così come Ons globetrotter Jabeur. Fuori big mama Taylor Townsend, ormai da ammirare quasi solo in doppio.



martedì 4 luglio 2017

WIMBLEDON DAY 1 - KYRGIOS, GIGANTE D'ARGILLA, TONFO WAWRINKA

Dal vostro inviato nella City, al fianco alla Contessina Serbelloni Mazzanti Viendalmare e un cardinale mano nella mano con due ragazzini mulatti cui offre caramelle (addolorata cit.).

Giornata iniziale pirotecnica. Murray, cui la condizione di quasi morte cerebrale celebrata da tutti non può che giovare, entra bene nel torneo disponendo della giovane promessa Bublik. Lo scozzese vede anche il suo tabellone liberarsi di due avversari ingombranti sulla via della finale. Vera sorpresa il tonfo clamoroso di Wawrinka, spazzato via dal giovane  russo Medvedev. Lo svizzero su erba si conferma un cinghiale sul ghiaccio. Sorpresa relativa la sconfitta di Nick Kyrgios, ritiratosi ormai a pezzi e in lacrime quando era sotto di due set contro il buon volleatore transalpino Herbert. Relativa perché erano note le condizioni fisiche approssimative dell'australiano tamarreide. Poco da dire, molte domande irrisolte. Forse non sa gestire la potenza di un tennis che non ha però molte alternative o si allena male. Oppure è solo sfortuna del momento. Random, buon successo di Kachanov nel derby maratona con Kuznetsov, il solito Dustin Globetrotter Brown da erba prevale sull'orrifico Sousa.
Capitolo italiani: Cecchinato raccoglie le briciole da Nishikori (uno che su erba vale molto meno della sua classifica). Il siculo avrebbe potuto raccattare qualche gioco in più, ma se non hai i colpi da erba e prepari puntigliosamente Wimbledon nei challengers su terra, non puoi pretendere molto. Stessa scelta scriteriata fatta da Bolelli, che però, avendo più colpi definitivi, dispone in quattro set di Lu, cinese barellato. Avanti il nostro erbivoro brucante Seppi.
Tra le donne incoraggiante esordio per Halep e Svitolina, soprattutto la seconda, che dispone di Ashley Barty, giovane australiana talentuosa e a suo agio sui prati come i suoi avi. Bene anche la Venere nera, specie dopo le traversie recenti al volante. Tra le italiane, Schiavone impartisce una lezione di tennis alla bella che non balla, Minnella. Camila Giorgi batte in rimonta una Cornet simpatica quanto una nevralgia durante un comizio di Di Maio con musica di sottofondo di Fedez.

lunedì 12 giugno 2017

LA DECIMA DI NADAL AL ROLAND GARROS. PAURA E DELIRIO A PARIGI




Ludico pagellame post esistenzialista

Uomini


Rafa Nadal 10 (come i titoli). Capita di vedere qualche scambio dell'esecuzione sommaria ai danni del malcapitato Basilashvili, onesto comprimario georgiano in discreta forma, impegnato allo stremo per vincere un game con ardimento antico, e penso scorato: l'unico a poter fare una parvenza di partita o strappargli un eroico set è Stan Wawrinka. Oscenamente sbugiardato, perché anche lo svizzero è scarnificato da un Nadal versione cannibalesca. Buono ma non al massimo a inizio anno sul cemento, dominante appena messo piede sulla terra. Vittorie in serie e approdo a Parigi nelle migliori condizioni psico-fisiche. Determinato, concentrato, tirato, feroce. Non una distrazione o passaggio a vuoto in sette partite: monstre. Non assistevo a simili mattanze in serie dai tempi di Steffi Graf tra le donne. Storica decima a Parigi e quindicesimo slam, quindi. Qualche sussulto tra gli ultrà di Federer per la perenne, avvincente, masturbatoria corsa al goat, ancora in bilico. Questo Nadal fa paura, ma il resto della stagione sul veloce sarà quasi un altro sport e dubito possa trinciare avversari con la stessa foga. Al limite potrà giocarsela con altri due o tre.
Stan Wawrinka 7. Sgamba per tutta la stagione al piccolo trotto, sovrappeso, sbocconcellando barrette di cioccolato e smarties. Arriva lo slam e si trasforma in Stan The Man. L'esecutore. Una roba da film americano. Partita dopo partita acquisisce forma smagliante diventando quasi imbattibile alla fine. Tre finali vinte su tre valgono più di mille ciance. Percentuale sontuosa quasi quanto quella di Buffon. Stavolta non può nulla contro un Nadal sovrumano. È come in un vortice mortale in cui spirano una decina di venti, centrifuga che ti toglie il respiro. È forse quello che picchia la palla in modo più forte, pieno, quasi liberatorio, ma con Rafa annega in modo inesorabile. È il picchiatore rintronato, preso a sberle dal satanasso iberico.
Andy Murray 6,5. Recuperato. Lontano dalla pietosa ameba "ammirata" a inizio stagione, sbeffeggiato da cani, porci, Ramos e Fognini. Perde dopo cruenta battaglia con Wawrinka. L'impressione è che nel resto della stagione dovranno fare i conti con lui.
Dominic Thiem 6,5. Il ragazzo è pronto, dice chi la sa lunga. Non gli manca nulla per vincere uno slam. L'anno scorso fermato da Djokovic. Quest'anno da Nadal. Il prossimo potrebbe essere Murray o Topo Gigio. Il rischio ricadere nella spirale di novello Berdych è concreto. Intendiamoci, pesta sodo, a tratti è anche piacevole, ma ancora lontano da chi uno slam lo vince sul serio.
Novak Djokovic 4,5. Prova a uscire dalla crisi curando la psiche grazie a un santone guru che predica pace e amore, e la tattica ingaggiando Agassi, un ex campione pelato con la panza da salumiere, che negli ultimi anni avrà visto due partite, crederà che Connors giochi ancora ed ha fatto parlare di sé solo per un best sellers scritto da un disperato ghost writer che si sarà poi suicidato buttandosi dal ponte di Brooklyn, e nel quale afferma di aver sempre odiato il tennis, che si faceva di polvere d'angelo e giocava indossando un parruccone antologico. La cura ideale, insomma, per passare da una crisi tecnica a un suicidio. Che Novak sia ancora vivo è già un miracolo. Agassi arriva la seconda settimana, prende posto in tribuna dopo due set, sbadiglia, gioca un po' col telefino consultando youporn e se ne va. Scelta imbarazzante. Come imbarazzanti tutte quelle, solo marketing, riguardanti ex campioni. Djokovic è in crisi. Umano, dopo sei/sette anni in cui ha tirato il motore al limite. Tutto sta nel capire se ha ancora riserve fisiche e mentali per ritornare quello di prima. Senza santoni o ex campioni caricaturali, magari.
Pablo Carreno Busta 6. Non fai in tempo a liberarti di un Ferrer, quand'ecco che spunta Carreno, che non sniffa e morsica calzini usati, ma strabuzza gli occhi in risposta come un maniaco che sta per aprire l'impermeabile ai giardinetti. Potenza della Spagna, che non aspetta sotto il pero che sbocci un altro Nadal tra centovent'anni. Qui si attende che nel 2120 nasca sotto un cavolo un altro Panatta. Scatenerò il coro sdegnato delle solite anime buone, amanti di tutto e della tenacia (che pure è talento, eh), ma questo è più noioso di una filippica di Damilano sui bersaniani minorati (da minoranza) Pd, alla sesta ora della Maratona Mentana.
Nex Gen. A furia di provarci, prima o poi si azzeccherà il nome. Prima Quinzi, poi Kyrgios, quindi Screach Kokkinakis, robottino Coric, bimbo d'oro Alexander Zverev. Con Kyrgios (4), cui la terra non piace perché sporca i vestiti, fuori, predestinato Zverev (4) sbertucciato da Nando Verdasco (6,5, proprio lui! Il ritorno di Nando il pistolero): come se un aspirante scienziato perdesse il premio Rubbia, battuto da Sibilia che presenta una tesi sull'allunaggio, a questo giro tocca al russo Kachanov (7). Un russo che tira comodini terrificanti, le cui doti notai già qualche anno fa, quando ancora bambino vinse le resistenze dell'immarcescibile Becuzzi. Io, sommessamente, continuo a tenermi Kozlov e Safiullin. Ma, di questo passo, Nadal e Federer continueranno a giocarsi slam anche col catetere.
Italiani 5,5. Dopo Roma "si intravede l'alba di nuovi trionfi grazie a giovani come Gaio, Napolitano, Caruso (!)...". Parole e musica del nostro Megapresidente Celeste e Santissimo, Binaghi. Entusiasmo contagioso per i grandi risultati del primo turno (Bolelli, Fognini, Seppi, Lorenzi, Napolitano al secondo turno in modo proditorio), con tanto di pernacchie ai francesi in crisi. Poi solo Fognini al terzo turno, grazie a un derby. Qualcuno ancora crede in Fafo, figlio di Fufo e neobabbo di Fefo? I manicomi, come le redazioni di giornali, ne sono pieni. Del resto, se si vaneggia di Dybala pallone d'oro, CR7 panchinaro nell'armada europea Juve, cosa sarà mai un "Fognini top 5, più talentuoso di Murray...ah, se solo la testa, maledetta testa..."?. In realtà vince le partite che deve vincere, complicandosele, ogni tanto batte quelli forti quando non serve e ci perde nei tornei che contano mostrando qualche scampolo di bel gioco, tanto per dimostrare che "la testa, ah, maledetta testa...". A Pietrangeli che fa notare simile verità lapalissiana, risponde per le rime: "Quello di Pietrangeli non era tennis". Amen. Aspettiamo Montolivo dichiarare che quello di Rivera non era calcio. O il centauro Di Battista dire che Togliatti non era un politico. Anzi, forse l'ha già detto.

Donne

Jelena Ostapenko 8. Il più povero torneo che io ricordi, da quando seguo il tennis. Grosso modo da quando il futuro Premier Di Maio prova a conseguire una laurea breve. Logico che a vincerlo sia questa ventenne lettone impertinente, che un futuro ce l'ha. Simpatica quanto una medusa nel costume, che la guardi e ha l'atteggiamento di una Errani con fisico e colpi. Tira sberle a ogni piè sospinto, rovescio naturale, dritto più costruito ma ugualmente letale. Tennista ovviamente moderna, ma con buon carattere e capacità di cambiare tattica e cercare angoli preziosi. Scoperta da un italiano, lo stesso che notò Del Potro. Strano a dirsi, in Italia c'è chi capisce di tennis, fuori dalla federazione.
Tante battaglie prima della finale, in cui è brava a crederci quando Halep pareva avere le mani sulla coppa.
Halep 6,5. Con Serena gestante, Azarenka in fase post parto, Masha indesiderata a Parigi (mentre a Roma è stata accolta come regina madre trascinatrice di folle oceaniche - un centinaio di disperati intirizziti e con sinistre occhiaia -), Kvitova appena recuperata ma non al meglio (7), sembrava il suo momento, sostenuta da un drappello di sobri ultrà. Miracolosa nel recuperare un match già perso con Svitolina (6+. Quando scrissi che era più forte del bluff Bouchard, gli onanisti anonimi chiesero la mia testa da esibire negli studi di Supertennis durante gli Internazionali) sviene a 10 centimetri dal traguardo contro la Ostapenko. Non personaggio e antidiva per eccellenza, dal trottato tennis essenziale, il ragnetto rumeno passa dalla sconfitta in finale con l'affermata Sharapova a quella con la giovane promessa Ostapenko. Insomma, in finale sembra indossare una tragicomica casacca bianconera. Tecnicamente, pare abbia apportato preziosi accorgomenti: un grottesco rantolo-urlo, a metà tra un cane col cimurro e la Sharapova che rutta.
Karolina Pliskova 6,5. Morticia bionda, tennista senz'anima e sangue.
Timea Bacsinzsky 7. Naso acquilino, occhio bovino, la Bridget Jones del tennis, che aveva mollato la racchetta andando a fare la barista in un albergo. Una "signora nessuno", come lei stessa si è definita. Pallonettoni, smorzate, liftoni, racchetta impugnata come clava, top spin che solo a vederla ti si spezza il polso in tre punti e sei colto da horror vacui. Che meraviglia immaginarla trionfatrice, in una fiaba a lieto fine: si sarebbe spogliata nuda e avrebbe corso a perdi fiato per il campo, leggiadra come una mucca pezzata per i verdeggianti campi svizzeri.
Angelique Kerber 3. Provate a guardare la finale in Australia vinta lo scorso anno con Serena e poi la versione attuale a Parigi. Da Hulk ebbra di plutonio a una mozzarella sfatta al sole. Numero uno imbarazzante.
Agnieszka Radwanska 4. Fantasma in gonnellino.
Kristina Mladenovic 6,5. Francese in crescita, gradevolissimo binomio tra modernità e il vintage di pregevoli smorzate. Sue le cose più belle, con un paio di maratone d'altri tempi. I francesi si aspettano l'exploit, ma si ferma "solo" ai quarti. Come ai quarti si arresta la corsa della Garcia (6,5). Agli ottavi Cornet (6). Ma i transalpini "hanno avuto un RG negativo", ascolto nella Eri-iar tennis.
Italiane: "il movimento azzurro è in piena salute grazie a giovani ragazze in crescita come Trevisan e Paolini, che a Roma hanno ben figurato...". Schiavone dignitosa, Vinci ormai con atteggiamento da ex, anche se sull'erba può fare qualcosa di buono, Giorgi (per chi capisce di tennis o cricket) può vincere Wimbledon. Errani passa eroicamente le qualificazioni e cede a Mladenovic, che la schiaccia come un moscerino. Potrebbe bastare, prendere atto di quanto esser rientrata in top 100 sia già traguardo notevole, specie se sbagli, o fingi di sbagliare, il lancio di servizio due volte su tre (per cui ti spernacchierebbero anche al circolo di Abbiategrasso). Ma la nostra eroina, mai doma, non ci sta. Coprirsi di ridicolo è arte raffinata: Lei che da italiana urla "vamos" in faccia a spagnole mute, accusa con sdegno la francese di incitarsi urlando "forza" solo per provocarla (come se ne avesse bisogno). Poi preso atto che la francese lo fa sempre da sei anni buoni e che di provocarla poco gliene calava, chiede scusa. Non lo sapeva. Non avrà mai visto giocare la numero 13 al mondo. "Errani chiede scusa: Gesto da grande campionessa", leggo sulla sezione staccata della Fit, Livetennis. Magnifico. Domani, per esser considerato grande uomo, sputerò in faccia uno sventutato accusandolo di essere un farabutto, per poi scusarmi dicendo d'essermi sbagliato.



mercoledì 25 gennaio 2017

IL TENNIS, UNO SPORT PER VECCHI





Facendo le piccole e medie abluzioni mattutine, mi è venuto un flash. Una ponderosa, non meno che puntigliosa, riflessione antropo-fisic-socio-psico-tennistica. L''Australian Open 2017 potrebbe regalarci due finali tra gli stessi protagonisti degli ultimi 15 anni tennistici (forse venti):
Federer-Nadal e Serena-Venus, manco fossimo nel 2006.
Forse non accadrà, perché tante, troppe, sono le variabili, agguerritissimi gli avversari, ma solo la possibilità che accada mi porta ad un'altra constatazione. Anzi, due:

La prima è che il tennis ormai è uno sport per vecchi. Basta vedere l'età degli otto semifinalisti dei due tabelloni. Tra le donne Venus ha 36 anni, Serena 35, la sorprendente Lucic-Baroni (in semifinale dopo 14 anni e mille traversie fisiche e umane in primis) 34, con l'unica infiltrata, la giovanottona yankee Vandeweghe. Tra gli uomini, Sua Divinità Eterna Federer ha compiuto 35 anni, Wawrinka 31, Nadal va per i 31 e, anche qui, unica eccezione quel Dimitrov eterna promessa inespressa. Lampante come nel tennis, ma nello sport in genere, l'età media di chi riesce ancora ad essere al vertice, si è alzata di tre o quattro anni rispetto a quanto avveniva fino a venti anni fa. Un po' è dovuto alla medicina, gli allenamenti e la meticolosità sempre più scrupolosa, una specializzazione che avvantaggia i trentenni rispetto alla gioventù ancora improvvisata degli acerbi ragazzi in ascesa. A 17 anni un tempo vincevano Wimbledon o il RG, ora faticano a vincere un turno nei futures. Zverev le busca ancora da un buon Nadal. Kyrgios, non ne parliamo. Avviene nel tennis, nel calcio, nella vita quotidiana.
La seconda riflessione si distanzia dalla precedente, di carattere generale, ed è peculiare del tennis. Vedere ancora Nadal e Federer all'inseguimento della finale, dimostra come non ci sia mai stata una generazione di mezzo tra i veterani e i ventenni capace, se non di primeggiare, di puntare ad uno slam. Se cadono o rallentano Murray o Djokovic, si torna all'usato sicuro degli immarcescibili Federer e Nadal. E' un esempio Dimitrov, considerato ancora una promessa, bamboccione diciottenne, quando in realtà va per i 25 anni (età in cui Borg e McEnroe avevano dato i massimo e non avrebbero più vinto slam).

Ok, esaurite le semiserie cazzate, veniamo alle purissime minchiate, dando uno strabico sguardo alle semifinali.

Donne
Serena-Lucic-Baroni. La favola della serba, autentica rivelazione, si schianterà contro il muro Serena? Penso di sì. Miriana è in fiducia clamorosa, ma Serena, pur senza brillare, ha lasciato le briciole alle avversarie.
Venus-Vandeweghe. Derby americano generazionale assai interessante. Quasi commovente Venus, ha incantato per due settimane, lasciando sul posto giovani virgulte, esprimendo un tennis di sublime arrembaggio. Ultimo ostacolo per lei la giunonica Scud Coco, che ha fatto le bozze ai campi infuocati di Melbourne. Giocando come contro Muguruza e Kerber, la giovane può puntate a vincere il torneo spaccando anche la coppa. E' in fiducia e non ha niente da perdere. Una fiche sull'intramontabile Venus però, a 2,50, la giocherei.

Uomini
Federer-Wawrinka. Derby svizzero avvincente. Federer non conosce umana vecchiaia e volteggia ancora come Barysnhikov sui campi duri. Più che le meraviglie tecniche che non possono (esclusi orbi o chi è stato picchiato da piccolo) non ammaliarti, lasciarti senza fiato, a stupire è la sua motivazione, feroce volontà di restare ai vertici del suo sport. Una lotta in primis con se stesso, non con gli avversari, che non esistono. Al limite è una sfida che lancia al tennis, che si riassume nella sua figura. Quindi, combatte con se stesso. E' bestiale, più dell'agonismo di un Nadal. I bookmakers (sbagliando), lo davano sconfitto con Nishikori. Forse sbagliano ancora a darlo leggermente favorito contro Wawrinka. Il nostro butterato lo conosciamo. E' simpatico quanto una colica renale (contro Tsonga ne ha dato ampio sfoggio), ma negli slam è una bestia furibonda. Si esalta nella lotta animalesca, e per me parte appena favorito. Spero ovviamente nel contrario, ma sarà uno di quei match da gustarsi, dalla prima all'ultima pallina.
Nadal-Dimitrov. Altra semifinale lussuosa, interessante per via dei diversi stili dei due contendenti. Ora, Nadal dei tempi migliori si è spesso rivelato bestia nera di Federer al suo massimo. Questo Nadal buono ma ancora lontano dal migliore, può battere una copia allampanata di quel Federer stellare, quale è Dimitrov? Di certo è l'occasione della vita per il bulgaro. Dentro o fuori. Vittoria o muerte, trionfo o ancora nel limbo. E' in una condizione irripetibile, ma se pagherà questa tensione e il match si rivelasse una questione di uevos più che di colpi, la potrebbe spuntare il maiorchino.

lunedì 12 settembre 2016

US OPEN 2016 - STAN WAWRINKA IL CASTIGAMATTI




Torneo strano, imprevedibile, zeppo di risultati sorprendenti. Nel maschile Wawrinka si conferma bestia nera di Djokovic. Ta le donne, trionfo della Kerber, con epocale passaggio di consegne al numero uno.


Uomini


Stan Wawrinka 8. Terzo slam, al culmine della solita cavalcata, fatta di battaglie epiche e cruente. Mediocre, fino al patetico, negli altri tornei, negli slam i suoi bruofoli si accendono di una gladiatoria rabbia primordiale. Si esalta nella lotta, arrivando nelle fasi finali del torneo (finalmente) tirato a lucido e motivato. Sotto gli occhi commossi e a cuoricino della fidanzatina ninfetta Donna Vekic, un amore stile film di Moccia (amore 14), abbatte ancora Djokovic, per una semplice ragione, forse due. Rispetto alle consuete vittime rassegnate del numero uno, lui ha carattere per non farsi intimidire. Non è condizionato da sceneggiate, pianti, medical time out tattici e ha colpi (tali, tanti e continui) da non lasciarsi scoraggiare dopo cinque o sei difese monstre del geco serbo spalmato sui teloni. Ha sempre un colpo in più, sempre più forte. E in più, ha una qualità non comune a troppi: vince le finali.
Novak Djokovic 6-. Dopo le delusioni olimipiche e a Wimbledon, altra sconfitta bruciante. Con annesse sceneggiate da maldestro teatrante e mto tattici. Nole fa ridere quando vorrebbe far piangere, e fa piangere quando cerca di far ridere. Come attore è a metà tra Raul Bova e uno del segreto. Ma, più che il gossip da due lire o infortuni dal sapore finto, indegni di un numero uno, paga ancora dazio tecnicamente da Stan Wawrinka, sua bestia nera. La ragione è semplice. La forza di Nole è quella di avvilire chiunque, di potenza o fioretto, provi a sfondarne la difesa di gomma. Prende tutto e dall'altra parte l'avversario va in crisi, sull'orlo dell'esaurimento nervoso. La quinta roncola la spara in tribuna e vorrebbe tirargliela in fronte. Con Wawrinka non vale. Lo svizzero non si scoraggia e la quinta quinta sberla gliela spara più forte, precisa e sulla riga. Tra capo e collo. E in crisi va lui, perdendo la bussola. 
Kei Nishikori 7. Solito nippo zen sapientino. Tatticamente avveduto, tecnicamente dotato, cui però mancano quei fatali 10 cm bukowskiani per vincere uno slam o procedere ad autofellazione dannunziana. Del resto, se giochi una finale con Cilic e la perdi, devi aspettare vent'anni prima che ti ricapiti. E non sempre si ha tutto quel tempo.
Andy Murray 5. Sembrava lanciato, quantomeno all'ennesima finale da incubo con Djokovic, invece ci lascia le penne contro Nishikori. Già contro Lorenzi aveva palesato un'irrequieta fallosità, nel consueto campionario da horror vacui, in un trascinarsi urlato a bocca spalancata. Col Nippo perde su tutta la linea: tecnica, tattica e mentale.
Gael Monfils 7. Lo guardi e ti viene in mente uno di quei film anni '90 di fantascienza sul futuro. Come si giocherà a tennis tra trent'anni? E appare la figura inquietante di questo francese su un campo da tennis in catrame, con ginocchiere e protezione ai gomiti, che zompa come un pivot di basket, rimbalza sui teloni di fondo in difese acrobatiche da stunt man. Un invasato circense trapezista, col cervello quanto un fagiolo borlotti, e l'unica tattica di difendere fino allo sfibramento muscolare (uno normale, dove normale è qualsiasi top 100,  sarebbe al Cto dopo due scambi). O un Brumotti che fa le piroette con la mountaine bike. Il pallettaro acrobatico, ecco, questo è Monfils. Molto spettacolare, dicono in giro.
Lucas Pouille 7,5. Personaggio nuovo, oscar all'emergente. Sua la più grande sorpresa del torneo: l'eliminazione di Nadal. Ok, questo Nadal (5,5), volenteroso e nulla più, una specie di sagoma sgonfia di quello che fu, una corazza vuota di gladiatore, lo possono battere in tanti. Lui però lo fa in modo straordinario. Non solo tirando forte e sulle righe, ma vincendo anche di testa, in un tie-break del quinto dove a molti si sarebbe ritirato il braccino, cedendo alla maggiore esperienza del campione.
Bernand Tomic (Will Cojone). Ok, capitò anche a McEnroe. Il genio numero uno, infastidito da uno spettatore che lo beccava, gli urlò qualcosa del tipo: "io sono io e tu non sei un cazzo, con quello che guadagno nei prossimi cinque minuti ti compro e ti vendo al mercato delle pulci". Era McEnroe, però. Questo è Tomic, spadellatore senza palle, che tira il dritto come stesse spalando letame. E se dice "ti metto le palle in bocca e ti pago" a uno spettatore, qualcosa non torna. Nel tennis. Nel mondo.
Fabio Fognini 6. Solita sindrome da accerchiamento, perennemente da solo contro il mondo che (a sua insaputa) gli vuole male. Questo ormai è un caso da Meluzzi ("chiara sindrome psicotica di vittimismo narcisista schizoiode di uno pseudo campione"). Vince una partita che deve vincere, dopo un inizio da incubo? Zittisce (eretici) detrattori e alieni sugli spalti a suon di gesti da bullo, tipo "parlate ora che ho vinto, dai". A un certo punto, anche basta. Perde una partita che deve perdere? Scomposte reazioni verso gli stessi alieni che lo volevano vincente. Tradotto: "Giocateci voi con questo, se siete capaci". Pietà, basta. Verrebbe da dirgli: "scusa, ma chi ti caga?". Il problema non è nemmeno suo, ma di chi lo vede/va come top 3 (senza zero dietro) e geniale talento. Non come uno che vince le partite che deve vincere e perde quelle che deve perdere. Giorni fa leggevo un formidabile analista politico di sinistra (purissima) che per anni ha strizzato l'occhio catarattoso ai 5stelle per far dispetto a Renzi Belluscone, scrivere del Di Maio in affanno con le mail: "Non è che abbiamo sopravvalutato Di Maio?". Ecco, magari l'omologo esperto di tennis un giorno scriverà: "Non è che abbiamo sopravvalutato Fognini?". La risposta è la stessa: no, sei tu che non capisci un cazzo.
Paolo Lorenzi 7,5. Formidabile jeeg robot palle d'acciaio. Leggo ingenerosi dileggi  da parte di McEnroe (falso, se solo si fosse ascoltata la telecronaca con Simon, tranne una simpatica battuta sui challenger, per tre ore non ha fatto che complimenti alla sua abnegazione) e Brad Gilbert, che non si capacitava di come questo Steve Buscemi Lorenzi (simpatica somiglianza), che tira pianissimo ed è brutto a vedersi, potesse giocarsela con Murray. Tutto ha una logica. Lui, Gilbert, esteticamente osceno, una specie di babbo Stifler che tirava così piano da far sembrare la palla un volano, con movimento di servizio più orrido della Errani, è convinto che si possa eliminare il gap coi più dotati solo "giocando sporco" (dal titolo del suo libro). Normale non capisca come faccia Lorenzi. Per tutto il resto invece, basta ricordare quando Lorenzi lottava eroicamente per evitare il triplo bagle scontro Djokovic. Ora, sullo stesso campo, due anni dopo, alla soglia dei 35 anni, gioca quasi alla pari con Murray al terzo turno. Chapeau.
Alessandro Giannessi 7. Guardando solo il risultato, verrebbe da chiesersi quale rara malattia tropicale anchilosante abbia contratto Kudla per perderci 6-0 al quinto. Poi, visto contro Wawrinka, si devono fare solo i complimenti al nostro: da mancino arrotone da itf su terra, al secondo turno sul cemento (lento, ok) a NY. Lorenzi inizia a fare scuola.
Team Yankee (Isner, Sock, Johnson, Querrey) 4. A guardarli (con bacinella per il vomito a portata di mano), mi domando: nei college Usa e nelle scuole, insegnano a giocare a tennis usando la mazza da baseball o nei ritagli di tempo tra un inning e l'altro? Altrimenti non si spiegherebbe. Anche Alberto Angela allargherebbe la braccia innanzi all'evoluzione darwiniana al contrario subita da questo paese, che dovrebbe dominare le scene: da McEnroe e Connors, passando per Agassi e Sampras, arrivando a questi inguardabili perticoni ibridi del servi e spara, a metà tra baseball-basket-football americano. Qualcosa di buono e un po' diverso, ma lontano dal poter essere vincente, si vede da Donaldson, forse Fritz, l'invalido civile Baker e Kozlov (che essendo nano ha dovuto imparare a giocare a tennis in modo canonico).


Donne


Angelique Kerber (nun ja faccio). Doveva accadere, prima o poi. Si faceva il tifo per il poi, ma il regno del crauto ormai è iniziato. Un regno atroce, più che terribile. Ma se dall'altra parte c'è Djokovic, perché sorprendersi di lei. L'esasperante forza difensiva ormai è l'arma vincente di questi tempi grami, anche nella wta. Guardarla con equina mascella serrata, triplo mento, tutta ingobbita e piegata sui gamboni da Briegel, ribattere ogni straccio possibile e immaginabile come fosse in muro di Berlino in caucciù, lascia addosso un senso di vuoto orrifico. Nella mia particolare concezione, numero uno è colui che se gioca al 100% non può perdere, ed anche quando è al 60%, riesce a salvarsi con classe e/o carattere. Lei invece anche se è al 100% può perdere contro diverse avversarie in giornata di grazia. E quando è al 60% non ha altre armi, se non frignare. Resta quindi un numero uno zoppo, o figlio di una generale crisi, tra Serena che invecchia e le altre incapaci di maturare. Alla fine però, sgozzamenti estetici a parte, non ruba niente e legittima il numero uno vincendo il torneo. Bis del successo in Australia, con nel mezzo sette mesi di costanza perdente. Basta e avanza.
Karolina Pliskova 7. La Contessina Vlad di Valacchia, si conferma ormai a livelli super. Abbatte tutte con sapienza, compassata virulenza ed esangue volto di vampira. Non male per una che non era mai andata oltre il terzo turno in un major. Le manca solo l'ultimo passo, azzannare la giugulare della Kerber, che invece le piazza un palo di frassino nel petto scheletrico.
Serena Williams 6,5. Il record del titolo numero 23 inizia a diventare stregato. Le forze iniziano a venire meno e la vista si annebbia proprio mentre vede il traguardo. Nessuno è eterno, nemmeno lei, che a 35 anni è fenomenale nel restare a simili livelli. Nel 2017 ci riproverà, ma tra fare il grande slam o tre finali e una semifinale, il confine è labile.
Caroline Wozniacki 6,5. Per due ore la straripante (a tutto tondo) Taylor Townsend (8,5) le insegna tennis, trattandola come una pallina da flipper. Poi, siccome il tennis è soprattutto fisico, la bambolina podista la spunta al terzo. Da lì, buon torneo e semifinale. Annuncia che forse smetterà a fine anno (nell'ennesimo tentativo di sconvolgere, far parlare di sè), aspettandosi capelli strappati e pianti greci. Si sentono solo levate di tappi di champagne. 
Camila Giorgi 5,5. Perde in lotta contro Stosur, riuscendo a farla sembrare un cuor di leone dalla sopraffine tattica napoleonica. In confronto a lei pure Balotelli diventa Rubbia, e Di Battista in lambretta parrebbe Kennedy.
Sara Errani 5. Perde dalla Rogers, americana dalla vaga somiglianza con un burritos. Attaccarla adesso sarebbe avvilente e penoso. Quasi come i professionisti dello sparo sulla croce rossa, quei fenomeni da baraccone che dopo anni a fare gli ultrà grillini, si accorgono ora (anno del signore 2016 e dopo li scempio tragicomico che stanno combinando) che tale Sibilia, membro emerito del direttorio, non è esattamente Roosvelt. Gesùmmio. La domanda sorge spontanea. Più crudele e incompetente:
A) chi da sempre ne ha sottolineato i limiti tecnici enormi e il miracolo compiuto entrando, siappur brevemente, in top ten.
B) chi, considerandola novella Evert dopo la stagione e mezza miracolosa, ora la mette in croce e parla di crisi.
C) i bookmakers che (anche nell'anno di grazia astrale) la quotavano 300/1 vincitrice a NY.
D) chi se ne fotte.
Roberta Vinci 7. Dopo l'abbuffata dello scorso anno, forse non sarà dato al suo quarto di finale il giusto merito. Risultato invece enorme. Specie dopo mesi da comparsa bolsa e irriconoscibile. L'impressione è che si fosse tenuta tutte le energie per l'appuntamento newyorkese, magari nella speranza di chiudere in bellezza la carriera lì, come Pennetta. Smetterà a fine anno? Sarebbe comunque un peccato. Malgrado l'imbarbarimento degli anni da chichis, resta una delle poche ancora capaci di esprimere grazia su un campo da tennis.
Agnieszka Radwanska 5. Anche quest'anno, uno slam lo vincerà il prossimo. Nella consueta prossima vita, magari, quando le forze del Bene avranno sconfitto il Male assoluto. A dicembre nei migliori cinema.



lunedì 9 novembre 2015

NOVAK DJOKOVIC PADRONE DI PARIGI (BERCY)





Inatteso, ecco sulla coda il Masters 1000 più divertente della stagione, malgrado l' epilogo appena meno scontato di un editoriale del giudice Travaglio (e discepoli minori) sui politici che “arrubbeno”, 41-bis da elargire come piovesse anche a Forum.

Novak Djokovic. (foto gentilmente offerta dalla Dario Argento Inc.). In totale controllo. Ha francamente lacerato anche un po' le pudenda il suo tennis robotico e metodico, con difese sovrumane e colpi più controllati e arrotati, specie di dritto, che non scappano più via. Per trovarne uno più noioso e dominante forse bisognerebbe tornare ai tempi di Lendl. O Indurain nel ciclismo. Ora come ora, potrebbero batterlo solo: Federer marziano, Gulbis se trova chiuso il bordello locale, Wawrinka versione toro da monta negli slam, specie a Parigi. Perché il Roland Garros è altra cosa rispetto a Bercy.
Voto 9

Andy Murray. Solidissimo fino alla finale, avvilito dall'orco serbo. Per scardinarlo dovrebbe trovare altre soluzioni, ma la coperta è corta e rimane in kilt. Il suo obiettivo resta la Davis e il bacio della Regina madre.
Voto 7

Stan Wawrinka. Ordina un caffè fumante durante il match con Nadal, provocando iper eccitazione nei media mondiali. Basta poco, infondo, in questo mondo imbalsamato. Gulbis potrebbe spingersi a fumare una sigaretta dopo. Fognini a completare il rituale caffè, sigaretta...Stay tuned. Lotta e batte Nadal, lotta e cede di schianto al terzo con Djokovic.
Voto 7

Rafael Nadal. Rientrato nel drappello di inseguitori del serbo in fuga. Come lo scalatore in crisi in una tappa pirenaica del Tour, che riesce d'orgoglio a rientrare nel gruppo dei migliori con lingua penzoloni. Forse drogato dalla visione di un video del futuro Premier Di Battista che getta lì “Luci a San Siro” alla maniera di un intenso Aznavour (inopinatamente scartato ad Amici della De Filippi), mi è parso di vederlo anche più aggressivo. Wawrinka lo fustiga in battaglia.
Voto 6-

Roger Federer. Riserve al lumicino, acciacchi dell'età che si presentano, causa umidore autunnale. Gli manca un plaid scozzese sulle gambe. Sorpreso dal gigante orrido Isner. A Londra tenterà l'ultimo spunto in una stagione comunque sorprendente.
Voto 5

John Isner. Appunto. Questo mutante di due metri e un cazzo di Siffredi ogni volta mi provoca terrore all'idea che nel 2035 simile contaminazione tennis-volley-baseball-basket possa essere la regola. E, allo steso tempo, mi fa pensare che Djokovic poi tanto noioso non è. E la droga aiuta.
Voto: orrore

David Ferrer. Contro Isner sembra un rottwailer nano con la rabbia e la bava alla bocca, che smembra l'orso demente Baloo (Isner).
Voto 6,5

Richard Gasquet. Ormai ho risolto il caso. Più che mangiarmi il fegato per “quello che poteva essere e non è stato, con quel popo' di braccio”, si deve rimanere sorpresi di quanto abbia saputo fare malgrado un fisico da bibliotecario in pensione e l'ardimento di un pesciolino rosso (che teme di annegare).
Voto 6+

Tomas Berdych. Solita storia, da dieci anni al tremebondo ceco continua a mancare quel fatidico centimetro per diventare un cazzo e un centimetro.
Voto 5


Ah, c'era anche lo spumeggiante masterino di serie B femminile. Manifestazione inutile, tecnicamente povera, e con match al limite della pantomima.
Vince ovviamente Venus Williams sulla Pliskova, l'unica finale plausibile. A quasi 36 anni rientra nelle top ten. Forse avrebbe vinto pure il Master A, e probabilmente Flushing Meadows. C'erano due italiane: Sara Errani senza benzina sul veloce resta cosa improponibile. Senza quell'atteggiamento indisponente, farebbe anche tenerezza. Ma si sa, fosse alta quanto Sharapova, avesse servizio e fondamentali della Williams e mano della Radwanska, sarebbe numero uno al mondo. La natura però fa i complotti anti gamba corta italica. Robertina Vinci incappa nella prevedibile, furiosa, lezione impartitale da Venus. Si sa, quando uno scoiattolo irride (perdendoci) una pantera azzoppata, alla futura occasione la pantera, orgogliosa e guarita, se lo sbrana. Sono le leggi della foresta, e del tennis.

sabato 22 agosto 2015

Kyrgios, Wawrinka, Vekic, Kokkinakis; e il tennis tra bimbiminchia, gossip girl e moralismi d'accatto







Cos'è successo all'ingessato mondo del tennis, passato dalle rivalità velenose di Lendl e McEnroe, all'idillio plastificato tra Nadal e Federer, per ridurlo alle recenti scene da avvinazzati in un saloon del Far West riprodotto negli studi del Grande Fratello?
Paura, eh?
Bisogna tornare indietro di qualche giorno, a una notte canadese. Di quelle umide e fumose, con ancora l'odore della pioggia caduta nel pomeriggio mescolato agli hot dog sbruciacchiati. Nasce quella sera l'orrida spirale di orrore da guitti senza palle abbattutasi sul tennis. Sul centrale Montreal Wawrinka e Kyrgios si danno battaglia, il veterano campione e lo sfrontato giovanotto dal carattere difficile, con in testa una cresta da iguana metà viola e metà gialla, che odia il tennis, il mondo, e ciondola come caricatura di un rapper del Bronx con catena al collo. E' amico, connazionale australogreco e coetaneo di Kokkinakis. I gemelli bimibiminchia. Uno è Bieber col ditone in bocca come marchio di fabbrica, l'altro un Balotelli che imita Fedez credendosi Tupac.
Sul campo è però un bellissimo confronto di stili e caratteri, tra Stan e Nick. Violento, pugilistico, senza esclusione di colpi, sberle tennistiche e parole grosse. Poi arriva l'affare. In favore di telecamere e microfoni, Nick scandisce: "Kokkinakis si faceva la tua ragazza". Facciamo ordine, perché i non avvezzi non sapranno di cosa si parla. La ragazza in questione è la ninfetta croata Donna Vekic, promessa della Wta e, secondo i tabloid, nuova fiammetta del butterato svizzero, nonché causa del divorzio tra lo stesso fedifrago e la moglie.
Il ragazzino gioca sporco, provocando, come in un match di boxe. Perché quello è, mica nobile arte tennistica che rimanda a Tilden e Borotrà. Il veterano abbocca e cede come un pivello. Poi negli spogliatoi la presunta rissa da Far West.
Apriti cielo. Dottrina e Giurisprudenza dibattono animosamente: verbo al presente o al passato? Kokkinakis (quello col ditone in bocca) si bombava la Vekic o se la bomba tutt'ora? Questa seconda sarebbe gravissima, perché Stan ne uscirebbe da fedifrago e cervo e la Vekic un peperino avvezzo all'arte del doppio misto. Viene in soccorso il solerte Signorini (con ausilio di Scanagatta, credo): Beh vabbeh, quella tra il bamboccio e la ninfetta era storia ben nota, un amorazzo da brufolosi teenager sedicenni.
Si aspettava da tempo una simile storia, grufolante e pruriginosa. Stan corre dalla maestra, invocando provvedimenti esemplari per l'insolente canguro ellenico dalla cresta viola iridescente. Istanze prontamente accolte, ovviamente. Si muovono all'unisono: Atp, Wta, Btp, Bundesbak, Fao, Onu. Si levano contro di lui anche gli strali di Nadal e Sua Eminenza Divina e Immortale, Papa Federer. Nick ha le ore contate. Qualcuno parla di un imminente bliz organizzato dalla Cia, stile cattura di Bin Laden, per assicurare Kyrgios alla giustizia e spedirlo a Guantanamo.
Nei media avvampa la polemica e si sguainano sanguinose forche. Improvvisati Travagli chiedono a gran voce punizioni esemplari: squalifica a vita, castrazione chimica, radiazione con esposizione al pubblico ludibrio e frustate, pena di morte con impiccagione all'alba sul centrale di Wimbledon come monito ed esempio a protezione di uno sport dal candore accecante, con Federer e Wawrinka che officiano la cerimonia in abiti tipici, Stan boia, Roger Monarca col pollice verso. Bruciato vivo sulla Rod Laver Arena, e così via...
C'è però chi concede le attenuanti al reietto, scivolando su tematiche moralistico religiose assai profonde: perché Stan non è mica poi questo stinco di santo. Ha mollato moglie e figlio per una ragazzina appena maggiorenne, ora. Un paio di Pater Noster al giorno anche a lui non glieli leva nessuno.
E come trascurare Donna Vekic? Perché questo, signori miei, è uno sbalorditivo spaccato della nostra società. La bionda ninfetta diviene in un lampo la nuova “Dama bianca”, pietra dello scandalo, una rovina famiglie, rea di aver avuto una storia con due tennisti. Dicansi due. Si va dal “Chi dice Donna dice danno” a un irresistibile doppio senso da submentali ripetenti alla scuola media “Alla Vekic piace il Kokk”.
E quindi?
Per i media e il mondo del tennis tutto: Kyrgios è un pericoloso delinquente a piede libero, Wawrinka la vittima (sebbene fedifrago), la Vekic una rovina famiglie e tennisti, Kokkinakis (quello col ditone in bocca, sempre) un chiavatore. Pensate un po'.
Poi, nei giorni seguenti, inatteso, ecco entrare in campo Gasquet, oscar per il miglior attore non protagonista. Magnificamente senzapalle, fa l'amicone e spazza via i due giovani giullari aussie a suon di sberle sapienti e languidi colpi di fluetto. Uno dopo l'altro. E ci libera dal male e dai biberoni.
Il tennis non è boxe o calcio, sento raccontare in giro. No, è diventato qualcosa di peggiore. Finto, plastificato, con mocciosi fieri di stupire e il dovere degli altri di dare ai nostri figli il buon esempio al posto della predica in chiesa. Buon Dio, pietà. Come se urlacci, insulti, continue violazioni del regolamento per fottere l'avversario, Mto finti, bestemmie, pugnetti e raggelanti occhiatacce da guerra santa, fossero più educativi di una frase scema, che non meritava alcun risalto. I figli educateli voi o, se volete, mandateli da un pretone che odora d'incenso.
Qualcuno, figuriamoci, ha tirato in ballo McEnroe e Connors, con tono da esperti (di chi ne ha viste tante e sbuffa superiore). Cazzate, altre. Non erano bambocci vogliosi di far parlare di sé quelli, e nemmeno moralizzatori. Chi può sapere cosa diavolo si dicessero in campo? Forse bestialità ancora peggiori, ma col buon gusto degli uomini, riprovevoli ma veri, di lasciare tutto lì e non frignare dalla maestra. O forse niente. Ma non dovevano educare nessuno. Negli anni '80, lontani dal grande occhio, o anche attualmente nei challenger, per chi mai ha assistito a questi incontri lontani dai grandi palcoscenici, va bene anche un “pensa a tua moglie che adesso sta facendo i pompini alla nazionale di rugby”. Basta non dirlo al campione, in favore di telecamere del Grande Fratello Atp, su un centrale famoso simile a una chiesa, coi bambini che ascoltano invece di andare al catechismo.
Né bimbiminchia sciocchi, né moralisti da due lire. Mi pare democraticocristianamente semplice, la soluzione.


lunedì 8 giugno 2015

ROLAND GARROS 2015: CICLONE WAWRINKA, INCUBO DJOKOVIC. PAGELLE







Mentre al mare nuvole gonfie ornano il mio primo giorno di mare, un ciclone svizzero-caraibico s'abbatte su Parigi, devastando certezze e pronostici.


Uomini



Wawrinka-Djokovic. Quando il finale sembra perfetto, scontato, persino banale, arriva un pazzo svizzero butterato col fisico da toro, a devastare tutto. Il tennis è lo sport del demonio che ti punge la chiappa col forcone e poi, quando ti giri, parte di sberla seguita da risatina satanica, lo sappiamo. Ma davvero non riuscivo a prevedere quanto avvenuto sulla coda di questa edizione. Djokovic (7,5) in forma perfetta, macchina al suo massimo, capace di gestirsi maniacalmente e arrivare in finale cedendo sempre qualcosa, un po' per prudenza e un po' per non morire, cantava quello, con le iniziali sicurezze sempre più minate e la psiche logorata da un lavorìo incessante. L'agognato traguardo che si avvicina e il fiato sempre più grosso. Paure, pensieri, timori. Sempre di più. E Wawrinka (9) alla chetichella, partito dalle retrovie senza alcun favore del pronostico, che match dopo match ritrova condizione fisica e proverbiali schiaffoni intimidatori. Negli slam dà l'impressione allenarsi e arrivare in fondo tirato (finalmente) a lucido, lontano parente della mozzarella vista nei tornei minori. Djokovic inizia come lo si conosce, muro impermeabile su cui Stan sbatte. Poi le cose, come spesso accade, girano per un nulla. Wawrinka prende a spingere ancora più forte, come un indemoniato. Tutto impettito e palle quadre (quelle più quadre del circuito), affronta la finale senza paura. Gioca un match mostruoso. Infierisce, tracotante e spavaldo. Bordate da ogni verso con cui lentamente sgretola il muro non più solido di Djokovc, che lentamente si spegne. Il serbo resta lì a remare senza correre rischi, pretendendo che l'altro debba regalargliela, e invece l'altro non regala un cazzo e infierisce come un sicario ispirato. E a quel torneo di Parigi che rischia di diventare per lui un incubo simile al Wimbledon maledetto per Lendl, rendendolo pazzo. Sperando non si faccia costruire in villa un campo con gli stessi graneli d'argilla di quello del Roland Garros.

Jo Tsonga 7. Il bisonte che non ti aspetti più, ritorna alla carica. Dopo i malanni, assalta, anarchico e confusionario, picchia, esalta e si esalta, battendo Berdych e Nishikori e perdendo in battaglia la semifinale con Wawrinka. Recuperato in pieno nella palude che racchiude i più forti dopo le macchine.

Andy Murray 7. Murray primavera-estate da terra è solido, essenziale, centrato, con svolazzi di classe pura. Ma ancora è un gradino sotto la machine serba, cui cede al quinto set.

Roger Federer 5,5. Inuitile negarlo, torneo in sordina e altra scoppola patita dallo svizzero (non più) minore Stan. Condito da perdita di controllo inusuale. Il tabellone era buono, una finale appariva alla portata, ma per uno spunto vincente l'appuntamento più alla portata resta Wimbledon.

Rafa Nadal 5. Inutile sperare in un bluff, o impennata d'orgoglio. E nemmeno tirare in ballo la sorte che gli ha messo di fronte Djokovic già nei quarti. L'è proprio s'cioppaa. Fantasma di quello che fu il dominatore assoluto su quei campi. Il solo orgoglio, senza più fisico, corse e arrotate di un tempo, lo tiene a galla un set. Poi è bagno di sangue.

Nicolas Mahut 7. Non più giovane, ma ancora capace di prodigi volleanti da Patrimonio dell'Unesco. Solo l'inopportuno, ammorbante come una flatulenza silenziosa in ascensore, Simon gli nega la gioia degli ottavi.

Mischa Younzhy 7,5. Eroe del torneo. Due set di agonia contro un carneade, poi il guizzo. Si percuote furiosamente in testa con la racchetta. Sanguina e si ritira. Se è un addio, geniale.

Italiani: Bolelli 6, a cura Galimberti funziona già. A trent'anni sembra essersi convinto che deve picchiare, ma anche chiudere a rete. Un passo alla volta, la prossima sarà scoprire che Babbo Natale è un imbroglio. Fognini (s.v.) un velenoso purè lo debilita (senza parlare delle zanzare fastidiose, il caldo, le cavallette, la moria delle vacche e quant'altro) e perde da Paire. Arnaboldi (6,5), passa le quaificazioni dopo eroiche maratone e batte pure Duckworth al primo turno. Un Feliciano Lopez alla cassoela.





Donne


Serena Williams: 8. Stampa il ventesimo slam, al culmine di una cavalcata condita da pseudo tragedie greche, emozionali saliscendi, rimonte, influenza, sbarellamenti, principi di svenimento in una sindrome quasi ipocondriaca. Serena è forse la più forte della storia, con umane debolezze di cui però nessuna è stata capace di approfittare.

Lucie Safarova: 7.5. Fa fuori Sharapova e Ivanovic, guadagnandosi un pezzettino del mio cuore. Sorpresa a questi livelli, l'acciughina spiritata di Cechia, spesso vittima del suo braccino e collassi tennistici sul filo, quando invece di partorire dinamitardi missili mancini, inizia a pensare. Stavolta potrebbe essere lei ad approfittare del black out di Serena, ma l'americana fa in tempo a riprendersi.

Timea Bacsinszky: 7,5. Dal bar di un hotel in cui curava una depressione da rigetto per il tennis servendo bourbon agli avvinazzati, alla semifinale a Parigi. Vivente esempio di quanto sia fragile il filo che lega un atleta allo sport, come un uomo alla vita. Bella favola, trionfo della normalità.

Francesca Schiavone: 7. Le nubi gonfie, cielo grigio, spruzzi leggeri di pioggia, e un rovescio a tutto braccio e cuore, quasi sospeso nell'aria per un interminabile istante, con cui annulla il match point alla Kuznetsova. Vive di queste piccole, enormi, cose. E si vede. Match di rarissima intensità tecnica (due delle poche che ancora sanno dare rotazione alla pallina) e agonistica. Si esalta in questi momenti, nella sua Parigi. Un po' ricorda l'ultimo eroico Connors quarantenne. La spunta, ma vorresti quasi avesse perso, perché lo scenario era ideale, condito da comparse all'altezza e cornice di pubblico, per chiudere lì la sua carriera.

Maria Sharapova: 4. Claudicante per l'ugola menomata (suo colpo più devastante, per timpani e palle), è davvero poca cosa. Schiaffeggiata dalla Safarova. Grazie Maria (Madonna dell'Incoronata).

Ana Ivanovic 6,5. Torna a buoni livelli e vince (perdendo) il confronto tra mononeuri aspiranti al suicidio con Safarova. E ce ne vuole.

Vika Azarenka 0,5. Padre Amorth si sarebbe impiccato gridando pietà. Ottavo “Premio er monnezza” consecutivo. Rutti, calci, urla raggelanti tutta pesta in viso, bestemmioni leggendari dopo un punto discusso. Perde, la multano pure. Per indecenza.

Alison Van Uytivank: 6,5. Da dove sala fuori questa giovane belga rossa, dal passo e volto maschio, allampanata e bianca come un fantasma? Riportatecela, ovunque sia.

Italiane: Sara Errani (6), i quarti sono ormai cosa sua. Con Serena, ennesima stesa cementificata. McEnroe dice che, con quel servizio, potrebbe batterla ancora oggi a 56 anni. Mi spingo oltre: non le concederebbe più di quattro giochi, facendo chip & charge con sigaretta in bocca. Pennetta (5,5) senza infamia. Giorgi (4). Babbo Sergio sbuffa, quasi infastidito dall'insipienza del giornalista. “Muguruza? Ma Camila è forte, moooolto più forte...”. I bookmakers davano la spagnola, due anni più giovane, favorita 1,20. Infatti vince facilmente. E fa quarti. Riportate i Giorgi su Marte.

martedì 22 aprile 2014

IL MASTERS 1000 DI MONTECARLO CAMBIA VERSO CON WAWRINKA E FEDERER






Svolta epocale nel Principato, primo grande appuntamento su terra rossa stagionale. La scuola elvetica detronizza quella podistico-robotica iberico-serba. Fed Cup: Disfatta italiana a Ostrava

Stan Wawrinka. «Vince Wawrinka, in finale proprio contro Federer, suo Mentore, Leggenda Inimitabile, Divina, Imperitura...», e via di prona celebrazione dell'Altissimo appena risorto dopo tre giorni. E allora capisci che il povero Stan non uscirà mai dalla sindrome del «secondo». Giornalisti peggio di quelli della Moto GP, quando invece di esaltare il vincitore Marquez si genuflettono al mito Valentino Rossi che con lui ha perso in volata. Tre paginoni sulla rosea, poi un trafiletto: «Ah, ha vinto Marquez. Tra l'altro». Ma basta così, che Pero/Bertolucci sono anche bravi (immagino l'occhio strabuzzato, del solito: «Ma come, ne parli bene? Non li vuoi sbranati da animali feroci? Vergognati!»). Smaltita la sbornia australiana, Stan verga tutti. Trattenuto nel braccio, nelle belluine esultanze e in tutto nella finale contro l'amico-leggenda-connazionale, libera mente e braccione solo dal tie-break del secondo. Contenuto anche nell'esultanza finale.

Roger Federer. Complice il forfait in uno nei prossimi tornei causa parto di Mirka (Binaghi disposto a costruire notte tempo una sala parto nella Supertennis Arena, pur di averlo a Roma), Federer dirotta all'ultimo momento sul Principato e per poco, con la bellezza delle cose non programmate, non gli riesce il colpaccio del primo successo a Montecarlo. Torneo perfetto fino alla finale in cui Roger Fred Astaire Federer canta e balla «Singin' in the rain», nella fitta pioggerellina. Incrocio sulla carta splendido: i suoi colpi in controbalzo e punta di piedi contro le tronfie sberle dell'amico Stan. Il brutale rovescio di Wawrinka a impattare il dritto fiammeggiante di Federer. Attese un po' deluse dall'effetto derby/amicizia e alla fine Roger paga una sudditanza al contrario, mancando della giusta cattiveria per chiuderla.

Ferrer/Nadal. Ogni volta che Ferrer batte Nadal la vicenda dovrebbe confinare con una fiaba, romantica, avvincente, commovente, demente. Non fosse per un confronto di bruttezza epocale, da incubo notturno post peperonata. Tremendo, terrificante, da proibire per legge (grillini in fermento). Giorni fa, umile e afflitto, Ferrer si diceva rassegnato a non poter più ottenere gli stessi risultati del passato. Solo tattica, Nadal style: si nascondeva come ratto travestito da faina, concentrandosi sulla stagione terricola. Tutto perfetto, poi arriva Wawrinka con piglio da sicario e lo nerba con una violenza da chiamare il telefono azzurro.

Novak Djokovic. Dolente al braccio, si arrende in semifinale. Fatale gli fu l'ospitata da Fazio, che per poco non gli chiede come funziona il fuorigioco nel tennis, di fare una capriola in studio e dire «cacchina» assieme alla Littizzetto.

Thomas Berdych. Affonda tre yatch ormeggiati sul porto di Fontvieille. E una portaerei nel Mar Caspio.

Fabio Fognini.
- «Io ci metto sempre la faccia!»
- «Io pure il culo e, talvolta, la minchia»
- «Lo ricordo a te e a tutte queste merde, che io la faccia ce la metto sempre!»
- «Fino a quando non ammettono le mascherine da porno amatoriale o burlesque, ti tocca, Fabie'!»
Quel «ma baaastaaa» della telecronista riassume tutto. Il compiaciuto atteggiamento bimbominchiesco da teppistello che dopo aver ricevuto una nota contesta insegnanti e genitori, ha stancato. Quando vince scrive al mondo, sulla telecamera, «continuate a rosicare». Se perde in modo penoso, smettendo di giocare quasi a fare un dispetto all'umanità, rimprovera le «merde» che lui «la faccia ce la mette sempre». Ha sempre ragione, amen. La sindrome da accerchiamento spesso funziona (vedi Mourinho e il suo parruccato copia-incolla Conte), ma finisce col renderlo stucchevole macchietta di se stesso, in cerca di alibi. Volendo abbozzare un discorso tecnico, non essendo salito sulla carriola del vincitore dopo il successo in Davis con Murray-Fantasma Formaggino, non lo getto nel fosso dopo una sconfitta con Tsonga (che se la ghigna, sornione): pur migliorato, rimane ancora tennisticamente/mentalmente inferiore a uno Tsonga pasticcione e in calo. Anche su terra. It's so easy.

Andreas Seppi. Federer «machissei, ahò». Un tweener che levatevi tutti. E poi, con piglio da istrione durante un'elegia funebre, si porta la mano all'orecchio per sentire l'ovazione della terrazza dei Principi. Foto del torneo.

Fed Cup, Caporetto totale. A Ostrava affonda la nazionale italiana. Esito scontato, ma che poteva essere meno avvilente evitando di esporre Sara Errani al pubblico ludibrio tennistico. Sul velocissimo tappeto predisposto dai cechi, come su carpet e cemento anni '80/'90, la romagnola è senza armi, non vale le prime 150. Un bacherozzo senza elmetto, rullata e in balia di una Safarova qualsiasi (mica Tyson Serena). Spettacolo straziante. Contro la spiritata mancina ceca ci voleva la classe e il braccio di Romina Oprandi (2-0 nei precedenti: 2/6 6/3 7/6 e 7/6 4/6 7/6), ma è svizzera e malconcia. Con Vinci (onorevole e più adatta al veloce) al posto di Errani e una Giorgi in palla, avremmo almeno evitato la penosa asfaltatura, ma Barazzutti schiera Robertina solo nella seconda giornata, per risparmiare l'umiliazione sportiva ad Errani (contro Kvitova i quotisti offrivano il double bagel a prezzi modici). 




Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.