Torneo strano, imprevedibile, zeppo di risultati sorprendenti. Nel maschile Wawrinka si conferma bestia nera di Djokovic. Ta le donne, trionfo della Kerber, con epocale passaggio di consegne al numero uno.
Uomini
Stan Wawrinka 8. Terzo slam, al culmine della solita cavalcata, fatta di battaglie epiche e cruente. Mediocre, fino al patetico, negli altri tornei, negli slam i suoi bruofoli si accendono di una gladiatoria rabbia primordiale. Si esalta nella lotta, arrivando nelle fasi finali del torneo (finalmente) tirato a lucido e motivato. Sotto gli occhi commossi e a cuoricino della fidanzatina ninfetta Donna Vekic, un amore stile film di Moccia (amore 14), abbatte ancora Djokovic, per una semplice ragione, forse due. Rispetto alle consuete vittime rassegnate del numero uno, lui ha carattere per non farsi intimidire. Non è condizionato da sceneggiate, pianti, medical time out tattici e ha colpi (tali, tanti e continui) da non lasciarsi scoraggiare dopo cinque o sei difese monstre del geco serbo spalmato sui teloni. Ha sempre un colpo in più, sempre più forte. E in più, ha una qualità non comune a troppi: vince le finali.
Novak Djokovic 6-. Dopo le delusioni olimipiche e a Wimbledon, altra sconfitta bruciante. Con annesse sceneggiate da maldestro teatrante e mto tattici. Nole fa ridere quando vorrebbe far piangere, e fa piangere quando cerca di far ridere. Come attore è a metà tra Raul Bova e uno del segreto. Ma, più che il gossip da due lire o infortuni dal sapore finto, indegni di un numero uno, paga ancora dazio tecnicamente da Stan Wawrinka, sua bestia nera. La ragione è semplice. La forza di Nole è quella di avvilire chiunque, di potenza o fioretto, provi a sfondarne la difesa di gomma. Prende tutto e dall'altra parte l'avversario va in crisi, sull'orlo dell'esaurimento nervoso. La quinta roncola la spara in tribuna e vorrebbe tirargliela in fronte. Con Wawrinka non vale. Lo svizzero non si scoraggia e la quinta quinta sberla gliela spara più forte, precisa e sulla riga. Tra capo e collo. E in crisi va lui, perdendo la bussola.
Kei Nishikori 7. Solito nippo zen sapientino. Tatticamente avveduto, tecnicamente dotato, cui però mancano quei fatali 10 cm bukowskiani per vincere uno slam o procedere ad autofellazione dannunziana. Del resto, se giochi una finale con Cilic e la perdi, devi aspettare vent'anni prima che ti ricapiti. E non sempre si ha tutto quel tempo.
Andy Murray 5. Sembrava lanciato, quantomeno all'ennesima finale da incubo con Djokovic, invece ci lascia le penne contro Nishikori. Già contro Lorenzi aveva palesato un'irrequieta fallosità, nel consueto campionario da horror vacui, in un trascinarsi urlato a bocca spalancata. Col Nippo perde su tutta la linea: tecnica, tattica e mentale.
Gael Monfils 7. Lo guardi e ti viene in mente uno di quei film anni '90 di fantascienza sul futuro. Come si giocherà a tennis tra trent'anni? E appare la figura inquietante di questo francese su un campo da tennis in catrame, con ginocchiere e protezione ai gomiti, che zompa come un pivot di basket, rimbalza sui teloni di fondo in difese acrobatiche da stunt man. Un invasato circense trapezista, col cervello quanto un fagiolo borlotti, e l'unica tattica di difendere fino allo sfibramento muscolare (uno normale, dove normale è qualsiasi top 100, sarebbe al Cto dopo due scambi). O un Brumotti che fa le piroette con la mountaine bike. Il pallettaro acrobatico, ecco, questo è Monfils. Molto spettacolare, dicono in giro.
Lucas Pouille 7,5. Personaggio nuovo, oscar all'emergente. Sua la più grande sorpresa del torneo: l'eliminazione di Nadal. Ok, questo Nadal (5,5), volenteroso e nulla più, una specie di sagoma sgonfia di quello che fu, una corazza vuota di gladiatore, lo possono battere in tanti. Lui però lo fa in modo straordinario. Non solo tirando forte e sulle righe, ma vincendo anche di testa, in un tie-break del quinto dove a molti si sarebbe ritirato il braccino, cedendo alla maggiore esperienza del campione.
Bernand Tomic (Will Cojone). Ok, capitò anche a McEnroe. Il genio numero uno, infastidito da uno spettatore che lo beccava, gli urlò qualcosa del tipo: "io sono io e tu non sei un cazzo, con quello che guadagno nei prossimi cinque minuti ti compro e ti vendo al mercato delle pulci". Era McEnroe, però. Questo è Tomic, spadellatore senza palle, che tira il dritto come stesse spalando letame. E se dice "ti metto le palle in bocca e ti pago" a uno spettatore, qualcosa non torna. Nel tennis. Nel mondo.
Fabio Fognini 6. Solita sindrome da accerchiamento, perennemente da solo contro il mondo che (a sua insaputa) gli vuole male. Questo ormai è un caso da Meluzzi ("chiara sindrome psicotica di vittimismo narcisista schizoiode di uno pseudo campione"). Vince una partita che deve vincere, dopo un inizio da incubo? Zittisce (eretici) detrattori e alieni sugli spalti a suon di gesti da bullo, tipo "parlate ora che ho vinto, dai". A un certo punto, anche basta. Perde una partita che deve perdere? Scomposte reazioni verso gli stessi alieni che lo volevano vincente. Tradotto: "Giocateci voi con questo, se siete capaci". Pietà, basta. Verrebbe da dirgli: "scusa, ma chi ti caga?". Il problema non è nemmeno suo, ma di chi lo vede/va come top 3 (senza zero dietro) e geniale talento. Non come uno che vince le partite che deve vincere e perde quelle che deve perdere. Giorni fa leggevo un formidabile analista politico di sinistra (purissima) che per anni ha strizzato l'occhio catarattoso ai 5stelle per far dispetto a Renzi Belluscone, scrivere del Di Maio in affanno con le mail: "Non è che abbiamo sopravvalutato Di Maio?". Ecco, magari l'omologo esperto di tennis un giorno scriverà: "Non è che abbiamo sopravvalutato Fognini?". La risposta è la stessa: no, sei tu che non capisci un cazzo.
Paolo Lorenzi 7,5. Formidabile jeeg robot palle d'acciaio. Leggo ingenerosi dileggi da parte di McEnroe (falso, se solo si fosse ascoltata la telecronaca con Simon, tranne una simpatica battuta sui challenger, per tre ore non ha fatto che complimenti alla sua abnegazione) e Brad Gilbert, che non si capacitava di come questo Steve Buscemi Lorenzi (simpatica somiglianza), che tira pianissimo ed è brutto a vedersi, potesse giocarsela con Murray. Tutto ha una logica. Lui, Gilbert, esteticamente osceno, una specie di babbo Stifler che tirava così piano da far sembrare la palla un volano, con movimento di servizio più orrido della Errani, è convinto che si possa eliminare il gap coi più dotati solo "giocando sporco" (dal titolo del suo libro). Normale non capisca come faccia Lorenzi. Per tutto il resto invece, basta ricordare quando Lorenzi lottava eroicamente per evitare il triplo bagle scontro Djokovic. Ora, sullo stesso campo, due anni dopo, alla soglia dei 35 anni, gioca quasi alla pari con Murray al terzo turno. Chapeau.
Alessandro Giannessi 7. Guardando solo il risultato, verrebbe da chiesersi quale rara malattia tropicale anchilosante abbia contratto Kudla per perderci 6-0 al quinto. Poi, visto contro Wawrinka, si devono fare solo i complimenti al nostro: da mancino arrotone da itf su terra, al secondo turno sul cemento (lento, ok) a NY. Lorenzi inizia a fare scuola.
Team Yankee (Isner, Sock, Johnson, Querrey) 4. A guardarli (con bacinella per il vomito a portata di mano), mi domando: nei college Usa e nelle scuole, insegnano a giocare a tennis usando la mazza da baseball o nei ritagli di tempo tra un inning e l'altro? Altrimenti non si spiegherebbe. Anche Alberto Angela allargherebbe la braccia innanzi all'evoluzione darwiniana al contrario subita da questo paese, che dovrebbe dominare le scene: da McEnroe e Connors, passando per Agassi e Sampras, arrivando a questi inguardabili perticoni ibridi del servi e spara, a metà tra baseball-basket-football americano. Qualcosa di buono e un po' diverso, ma lontano dal poter essere vincente, si vede da Donaldson, forse Fritz, l'invalido civile Baker e Kozlov (che essendo nano ha dovuto imparare a giocare a tennis in modo canonico).
Donne
Angelique Kerber (nun ja faccio). Doveva accadere, prima o poi. Si faceva il tifo per il poi, ma il regno del crauto ormai è iniziato. Un regno atroce, più che terribile. Ma se dall'altra parte c'è Djokovic, perché sorprendersi di lei. L'esasperante forza difensiva ormai è l'arma vincente di questi tempi grami, anche nella wta. Guardarla con equina mascella serrata, triplo mento, tutta ingobbita e piegata sui gamboni da Briegel, ribattere ogni straccio possibile e immaginabile come fosse in muro di Berlino in caucciù, lascia addosso un senso di vuoto orrifico. Nella mia particolare concezione, numero uno è colui che se gioca al 100% non può perdere, ed anche quando è al 60%, riesce a salvarsi con classe e/o carattere. Lei invece anche se è al 100% può perdere contro diverse avversarie in giornata di grazia. E quando è al 60% non ha altre armi, se non frignare. Resta quindi un numero uno zoppo, o figlio di una generale crisi, tra Serena che invecchia e le altre incapaci di maturare. Alla fine però, sgozzamenti estetici a parte, non ruba niente e legittima il numero uno vincendo il torneo. Bis del successo in Australia, con nel mezzo sette mesi di costanza perdente. Basta e avanza.
Karolina Pliskova 7. La Contessina Vlad di Valacchia, si conferma ormai a livelli super. Abbatte tutte con sapienza, compassata virulenza ed esangue volto di vampira. Non male per una che non era mai andata oltre il terzo turno in un major. Le manca solo l'ultimo passo, azzannare la giugulare della Kerber, che invece le piazza un palo di frassino nel petto scheletrico.
Serena Williams 6,5. Il record del titolo numero 23 inizia a diventare stregato. Le forze iniziano a venire meno e la vista si annebbia proprio mentre vede il traguardo. Nessuno è eterno, nemmeno lei, che a 35 anni è fenomenale nel restare a simili livelli. Nel 2017 ci riproverà, ma tra fare il grande slam o tre finali e una semifinale, il confine è labile.
Caroline Wozniacki 6,5. Per due ore la straripante (a tutto tondo) Taylor Townsend (8,5) le insegna tennis, trattandola come una pallina da flipper. Poi, siccome il tennis è soprattutto fisico, la bambolina podista la spunta al terzo. Da lì, buon torneo e semifinale. Annuncia che forse smetterà a fine anno (nell'ennesimo tentativo di sconvolgere, far parlare di sè), aspettandosi capelli strappati e pianti greci. Si sentono solo levate di tappi di champagne.
Camila Giorgi 5,5. Perde in lotta contro Stosur, riuscendo a farla sembrare un cuor di leone dalla sopraffine tattica napoleonica. In confronto a lei pure Balotelli diventa Rubbia, e Di Battista in lambretta parrebbe Kennedy.
Sara Errani 5. Perde dalla Rogers, americana dalla vaga somiglianza con un burritos. Attaccarla adesso sarebbe avvilente e penoso. Quasi come i professionisti dello sparo sulla croce rossa, quei fenomeni da baraccone che dopo anni a fare gli ultrà grillini, si accorgono ora (anno del signore 2016 e dopo li scempio tragicomico che stanno combinando) che tale Sibilia, membro emerito del direttorio, non è esattamente Roosvelt. Gesùmmio. La domanda sorge spontanea. Più crudele e incompetente:
A) chi da sempre ne ha sottolineato i limiti tecnici enormi e il miracolo compiuto entrando, siappur brevemente, in top ten.
B) chi, considerandola novella Evert dopo la stagione e mezza miracolosa, ora la mette in croce e parla di crisi.
C) i bookmakers che (anche nell'anno di grazia astrale) la quotavano 300/1 vincitrice a NY.
D) chi se ne fotte.
Roberta Vinci 7. Dopo l'abbuffata dello scorso anno, forse non sarà dato al suo quarto di finale il giusto merito. Risultato invece enorme. Specie dopo mesi da comparsa bolsa e irriconoscibile. L'impressione è che si fosse tenuta tutte le energie per l'appuntamento newyorkese, magari nella speranza di chiudere in bellezza la carriera lì, come Pennetta. Smetterà a fine anno? Sarebbe comunque un peccato. Malgrado l'imbarbarimento degli anni da chichis, resta una delle poche ancora capaci di esprimere grazia su un campo da tennis.
Agnieszka Radwanska 5. Anche quest'anno, uno slam lo vincerà il prossimo. Nella consueta prossima vita, magari, quando le forze del Bene avranno sconfitto il Male assoluto. A dicembre nei migliori cinema.