Un sadico piacere mi accompagna nella visione delle dirette da Melbourne, sotto un piumone termoelettrico e sorseggiando una tisana bollente, mentre nella terra dei canguri giovani virgulti (fatta eccezione per Hugo Gaston), stramazzano stravolti dalla calura asfissiante e dolori di stomaco.
Dopo Carlos Alcaraz, che si diverte contro l'enfant du pays Walton, passeggia nel suo primo turno anche Jannik Sinner opposto allo gnomo transalpino Hugo Gaston, un mancino atipico, (appena) meno isterico di Moutet, convinto che al tennis si debbano giocare almeno quattro smorzate a game, altrimenti si incorre in gravi sanzioni e scomuniche dall'associazione dell'uncinetto francese. Vedo solo il primo set di una mattanza quasi malvagia. Scoprirò che il tricotatore francese ha abbandonato ad inizio terzo set, causa squaraus. O per sottrarsi al supplizio.
I problemi per Jannik sono però tanti e gravi. Almeno a leggere le discussioni che infiammano social e giornali. È di pochi giorni fa la polemica sulla sua tenuta da gioco. Dopo il giallino smunto, ora un verde ramarro che sbatte. Non gli rende onore e lo fa sembrare un barattolo di senape scaduta. Non se ne dà pace una nota influencer (non ricordo il nome, ma è una che conta), sottolineando nella sua invettiva come il nostro non sia molto valorizzato dagli stilisti. L’indignazione è montata e stenta a placarsi. Qualche esponente vorrebbe proporre una sobria tenuta nero littorio, magari con un fez al posto del cappellino. Zuffa in parlamento, con la sinistra finalmente unita nel chiedere a gran voce una tenuta arcobaleno del nostro. Tutto questo bailamme, senza pensare a Bruno Vespa, ancora incazzato come una jena per il gran rifiuto e che ancora non riesce a rivendere il plastico di Wimbledon che aveva preparato per lui.
Bando alle quisquilie,gli Australian Open iniziano all'insegna di quello che è stato il dilemma del 2025 e che ci accompagnerà, presumibilmente, per tutta la stagione: chi potrà impedire ai due mostri dominanti di giocare altre quattro finali slam? Chi sarà il famigerato Mister X, capace dell'exploit? Ad occhio e croce, nessuno. O qualcuno che vincerà alla lotteria. Tanta curiosità c'era per il giovane Joao Fonseca, teenager brasileiro con la dinamite nel braccio e predestinato a grandi successi. Il ragazzo però, arrivato a Melbourne con gravi problemi alla schiena, si arrende al modesto Spizzirri senza quasi mai entrare in partita. Il tempo è dalla parte di Joao meravigliao, che a me pare avere gli stessi problemi, al contrario, del Sinner bambino: il nostro era magro come un chiodo, questo mostra ancora un fisico adolescenziale da scamorza silana e una goffaggine scomposta nei movimenti. Ne beneficeranno i nostri timpani, liberi dalle belluine urla della torcida brasiliana.
Nella smidollata esigenza di dover trovare per forza un terzo incomodo, punterei deciso sul Sasha Bublik 2.0. Più solido e senza fronzoli, il kazako mi pare l'unico con i colpi, la personalità e la scintilla di follia negli occhi da poter provare il grande scalpo, alternando orpelli misurati a solide fiammate dal fondo. Vincere? No, arraffare almeno un set e rendere il confronto una partita, invece che una carneficina.
Possibilità prossime allo zero (perché a zero non ci arrivano), quelle dei vari Fritz, Zverev e De Minaur che, malgrado dichiarazioni roboanti al limite del patetico (per i ben noti limiti fisici, tecnici e mentali), possono solo fare il solletico ai due dominatori. Osservo con interesse la crescita del tarzan yankee Ben Shelton, che se il fisico sorreggerà un tennis tanto esplosivo quanto divertente, ha la spavalderia per provarci. Passano tutti senza troppi problemi al secondo turno, con l'unica eccezione del Ken nero Auger-Aliassime, tennista di una noia rara e violenza soporifera.
Gira che ti rigira, resta sempre lui, Matusalemme Novak Djokovic. Nettamente e incontrovertibilmente, nei fatti il numero tre al mondo. Il primo dei normali. Assisto a qualche scambio del sul esordio contro il rassegnato Pedro Martinez, sceso in campo tremolante. Il serbo mi sembra davvero tirato a lucido e con un servizio ben calibrato. Pare, ma sono solo illazioni, che per provare a colmare il gap con Sinner e Alcaraz, abbia assoldato un chinesiatra, due cecchini ceceni e uno stregone haitiano. Il serbo arriverà in fondo come al solito, ma se ai due non succederà nulla, prevedo altra stesa con annesso infortunio. Perché, ricordiamolo ai distratti, Nole non perde mai da sano. Cede solo al malanno, stoicamente sopportato (tradotto, la vecchiaia).
Passa non senza problemi Lorenzo Musetti, che alle sofferenze ci ha abituati. Il suo non è un tennis dominante, ma ragionato, fatto di fioretto e tattica, con la quale alla lunga rimonta e sfinisce il poderoso belga Collignon, che chiude coi crampi e la lingua penzoloni.
Come sempre poi, grande curiosità nei primi turni per i vecchi rottami, gente sull'orlo del ritiro o che ha annunciato l'ultimo ballo stagionale. Gaël Monfils non riesce a trasformare il suo primo turno contro il locale Sweeney (non Todd) nella consueta maratona psico drammatica e lacera giunture. Cede in quattro dignitosi set e saluta la compagnia. Mancherà, persino a un cuore arido come il mio. Si concede invece un altro match, Stan Wawrinka. Autentico e inatteso regalo, alla soglia dei 41 anni, dopo un anno a tirare sberloni nelle retrovie dei challenger, ritrova il guizzo violento e la furia agonistica per regolare il serbo Laslo Djere a suon di meravigliosi manrovesci. E lo fa in rimonta, quando, dopo aver perduto il primo set, ben pochi avrebbero scommesso un copeco su di lui. Ora sotto col francese Gea: difficile, ma non impossibile.
Capitolo a parte per Venus Williams, perché Venere non è di questo mondo. Non è mica un ultimo ballo il suo, ma un pieno ritorno all'attività, lei che quest'anno compirà 46 primavere. Ammirevole, lotta come una leonessa contro la giraffa serba Danilovic, figlia d'arte del celebre cestista Sasha e che ha pure dei buoni colpi mancini. Tre ore di battaglia furibonda, con Venus che va ad un passo dalla vittoria (4-0 al terzo), prima di arrendersi all'anagrafe. Continuerà, forse. Di sicuro esprime un tennis da top 50, e chi siamo noi per impedirle di sentirsi viva, superare i problemi di salute, tirando colpi a una pallina. Lunga vita a Venere.

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