MARAT SAFIN, TRIBUTO ALL'ULTIMO ISTRIONE DEL TENNIS
Foto NBS, Licenza Creative Commons CC-BY-SA 3.0
Come nella trama di un film studiato da tempo, Marat Safin saluta nel malinconico e struggente palcoscenico di una città unica come Parigi. E se ne va alla sua maniera, prepotente e magicamente perdente.
Marat non è mai stato uno qualsiasi, eccessivo nel bene, e troppe volte nel male. Si è guadagnato sul campo quel tributo che gli dedica il pubblico francese. Come tutti gli artisti geniali e sregolati, avrebbe potuto finire contro il modesto manovale Ascione, dopo una prestazione svogliata, orrendamente frustrante, per lui, prima ancora che per chi guardava impotente sugli spalti o davanti ad un televisore. Ci è mancato solo un punto, un centimetro. Ma la fredda normalità non gli è mai appartenuta, ed eccolo salvarsi e potersi congedare dal tennis un modo degno: con una prestazione maiuscola, in uno stadio strepitante, contro un avversario potente e determinato, il vero numero due al mondo, Juan Martin del Potro.
Una partita bella, bellissima, che stenti a credere reale, viste le ultime angosciose uscite del russo. E per questo, forse ancor più crudele di un rapido commiato contro un Melzer o un Levine. Dove non ci sono giustificazioni ancestrali. L'indispensabile per farti chiedere ancora una volta, per l'ultima: “Perché?”. Perché tutte quelle passerelle incolori e rassegnate degli ultimi tempi. E chi diavolo sono io a dovergli domandare perché? Lo saprà lui, il perché.
Il vecchio russo sfida la giovane sensazione argentina viso a viso, con l'espressione di chi ha in testa un'ultima dimostrativa impresa. Nella mente, pare ci siano tanti serpentelli agitati. Un groviglio frenetico e urlante. Il genio, maledetto o benedetto. E' aggressivo, pronto a spaccare il parquet, prima che il pistolero argentino possa fargli male. Fino all'ultimo respiro.
A un certo punto lo si vede arpionare un volatone antico di controbalzo, aggredisce con veemenza la rete, doma il missile che l'altro gli scaglia tra i piedi, grazie ad una demi volée benedetta e stoppata di rovescio, che doppia con una stop volley deliziosa in allungo. L'altro si prodiga in un recupero impossibile, e lui prova a concludere con l'ennesimo ricamo inutile per il tennis, utile invece a rendere il punto un quadro immortale. Quel ricamo a campo spalancato, muore tristemente a metà rete. Lui se la ride, e ride pure Juan Martin. Potrebbero evitare highlights e lunghi video. La partita e l'intera carriera di Marat Safin, sta tutta in quel punto.
L'istrione carismatico non sfrutta l'inizio esplosivo, il primo set è dell'argentino, 6-4. Ci si aspetterebbe un crollo repentino, non sorprenderebbe certo, chi lo ha visto arrabattarsi contro Robredo a Roma. Ma anche il secondo set è tirato. Marat regge il passo. Gioca alla pari, frustate, affondi devastanti e prepotenti prese della rete. Il pubblico sconfina nel commovente, già sullo 0-15 inizia dei timidi battimani d'incoraggiamento per il tormentato gigante d'argilla con le frinenti cicale nell'ipotalamo, cui chiede l'ultima impresa. E lui ci prova, mica se lo fa chiedere. Interrompe bruscamente i battimani, e scaglia bordate di servizio come ai bei tempi andati, quando sotto quei fendenti si sgretolavano numeri uno e monumenti come Sampras e Federer. Non in tornei esibizione, ma in finali e semifinali di slam.
Il tempo di ammirare un'altra risposta futurista e vincente, sul servizio bomba dell'argentino, chiedendosi un'altra volta “perché?”, che si arriva rapidamente al capolinea. 5-5 e palla break. Pochissimo meno di un match point. Si salva ancora dal baratro, e quando nel game successivo gli riesce il capolavoro in ribattuta, il palazzetto parigino esplode in un'apoteosi irreale: 6-4 5-7. L'ingombrante sagoma afflosciata da postumo vivente degli ultimi tempi, all'ultima uscita, fa partita pari contro il virgulto ragazzo argentino, imbattibile picchiatore e vincitore dell'ultimo US Open contro Sua Divinità Elvetica. Chi lo avrebbe detto? Nessuno. Io o forse tutti quelli che un po' lo conoscono. Capace di stupirci, nel bene e nel male, fino all'ultimo. Che Marat sarebbe altrimenti?
Una sola, piccola distrazione, gli costa il break ad inizio del terzo set. Pare finita, evita miracolosamente il doppio break, di puro orgoglio. Il pubblico pretende che non molli, e lui prova a rimanere ancorato alla partita, esplodendo diamanti grezzi che nascono dalla pazzia pura. L'argentino malgrado la maschera da duro, è un gigante buono. Non sembra gradire lo scomodo ruolo di turpe boia, killer finale, ma tiene duro e picchia forte, perché deve farlo, è il suo mestiere. Quasi spinto da quelle stesse divinità che lo strinsero/costrinsero in un talento enorme, Marat vede il baratro, e si salva ancora: 4-5.
Al cambio campo, sugli spalti inscenano addirittura una ola improvvisata, non sanno più che fare. Marat si guarda attorno con occhiate panoramiche, sorride impertinente. Quasi divertita indifferenza e molto compiacimento. Tutto quello per lui, chi lo avrebbe detto quand'era un ragazzone russo che non sapeva dove poter allenarsi. “Ma guardali questi stupidi, è solo una partita...”, potrebbe dirsi. O forse sta cercando solo qualche "safinette" sugli spalti, per rinverdire antichi fasti. Chi può dirlo.
Ma quando nel game successivo incoccia una risposta incrociata impossibile e vincente di dritto, si spera nell'ennesimo miracolo. Ci vorrebbe il lieto fine, occorrerebbe un avversario che allentasse il freno per due punti di fila, che sbagliasse qualcosa. Ma Giovan Martino il campanaro è tipo poco sensibile o avvezzo a simili smielati sentimentalismi di quart'ordine. Azzecca una serie di prime imprendibili, e Marat saluta. 6-4 5-7 6-4. Del Potro, quasi si scusa, sedendosi al fianco.
Ma quando nel game successivo incoccia una risposta incrociata impossibile e vincente di dritto, si spera nell'ennesimo miracolo. Ci vorrebbe il lieto fine, occorrerebbe un avversario che allentasse il freno per due punti di fila, che sbagliasse qualcosa. Ma Giovan Martino il campanaro è tipo poco sensibile o avvezzo a simili smielati sentimentalismi di quart'ordine. Azzecca una serie di prime imprendibili, e Marat saluta. 6-4 5-7 6-4. Del Potro, quasi si scusa, sedendosi al fianco.
Solo il tempo dell'ennesimo teatrino d'addio, questa volta quello definitivo e finale. Lui che caracolla al centro del campo, il filmato di dedica, una targhetta, tanti colleghi attuali e passati a rendergli il giusto tributo, con deferenza. Pronto a stupirsi e stupirci ancora, riveste quell'espressione beffarda e guascona, di inattesi lucciconi. Qualche frase, ci si aspetta l'ultima istrionica pennellata anche al microfono. Lui invece, per un attimo ritorna il ragazzo russo con una vecchia racchetta, a cui alcuni osservatori diedero l'opportunità di averne due o tre, e anche un campo da tennis vero su cui allenarsi. Ringrazia il tennis per quello che gli ha dato, e grazie al quale ora potrà permettersi una seconda vita. Ed in un periodo in cui presunti ex fenomeni di Las Vegas affermano di aver detestato lo sport col quale si sono arricchiti, e seguitano a voler fare soldi scrivendo libri sullo stesso odio, le parole del russo sono un altro esempio della sua grandezza. Personaggio vero, in campo e fuori. Nel bene e nel male.
Lui sì, realmente, non ha mai amato questo sport, specie nelle ultime annate. Più che altro non ha amato le dinamiche, i meccanismi, la competizione eccessiva e una freneticità sempre uguale. Ma non omette di ringraziarlo per quello che gli ha dato. Inimitabile istrione e campione a folli sprazzi. Arrivederci a tra un paio d'anni quando avrà cambiato idea, tra quattro o cinque mischiato agli altri ex, nei tornei dei veterani, o dovunque deciderà lui.

MARAT SAFIN
RispondiEliminagrazie di tutto
FANTASTICO GIOCATORE
Safin...un grandissimo personaggio!
RispondiEliminaSafin.....un vero personaggio del tennis!
RispondiEliminawww.dottennis.it
Impareggiabile
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