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domenica 17 aprile 2011

MASTERS 1000 MONTECARLO 2011 - MEZZO NADAL DOMINA LA TORMENTA DI NULLA



Concluso il primo Masters 1000 stagionale sul rosso. Nessuna sorpresa, solito spartito che da anni vuole Rafael Nadal padrone assoluto dei tornei su terra battuta. Settimo titolo nel principato. Assente Djokovic, timidi risvegli di Murray, Ferrer rassegnato gregario di terricolo valore, Melzer esaltato e Federer in camporella.


Rafael Nadal: 7,5. In pieno ed assoluto controllo della situazione. Forse il peggior Nadal su terra battuta degli ultimi anni, zoppie a parte. Basta ed avanza il minimo sindacale per sbaragliare la rabberciata concorrenza. Sapidi mulinelli ed arpioni disumani, per domare timidi avversari e folate di vento, nella perfetta interpretazione di Capitan Uncino l’arrotino. Sembra di vederlo in testa al grand prix del principato, che imposta la curva dell’”au rivage” o quella del “tabaccaio”, con un serpentello di vetture ad inseguire, sempre sul punto si sbandare e perdere il controllo. Poi s’infila nel tunnel e saluta la truppa. Per batterlo ci vogliono le cannonate. Finisce per k.o. tecnico un comunque sorprendente Murray, steso alla distanza, fisicamente e mentalmente. Assolutamente senza alcun valore la finale col connazionale Ferrer. Guardo i primi games, poi mollo il colpo dedicandomi alla pedicure del gatto. Bastano ed avanzano per capire quanto il volenteroso ex muratore sia lì solo per tirare la volata al suo carnefice. Vien da credere che il numero uno iberico si stia gestendo, per arrivare al top a Parigi. Perché un Nadal così rischia d’esser fagocitato anche sulla terra dal Djokovic versione “Giuditta” (inverno/primavera).


David Ferrer: 7. Intendiamoci. Su duecento match, contro Nadal ci vince una volta. Se l’altro non si regge in piedi. Le restanti centonovantanove sono sbiaditi ed inguardabili assoli finto/agonistici del suo connazionale. Rimane comunque un bel torneo, il suo. Di certo non sorprende. Appena arriva la terra rossa, “o zappatore” si esalta. Corre, vanga, sbuffa, morsica, emette versi che rimandano al rigurgito di un labrador con l’esaurimento nervoso. Batte chi deve battere e perde con chi deve perdere (due, massimo tre). Con grande abnegazione ha imparato anche a difendersi sul finto/veloce, ma rimane terraiolo puro, d’altri tempi. Lo capirebbe anche un fagiolo borlotti lessato. Più difficile entri nella zucca sommamente vuota di uno che ha il tesserino di giornalista.


Andy Murray: 6,5. Alzi la mano chi si attendeva uno scozzese così arrembante, dopo le ultime uscite degne del fantasmino “Beetljuice spiritello porcello”, e sconfitte come grappoli di melograno. Sarà merito della nuova acconciatura, ma con quel pagliaio simile ad un nido di quaglie selvatiche in testa, ha l’aria di chi è appena stato dimesso dal reparto di neuropsichiatria traumatologica. Fisicamente e mentalmente ritrovato, pare finalmente aver assorbito i postumi della terrificante stesa australiana. Lo scorso anno raggiunse forse il punto più basso di una carriera ancora incompiuta, uscendo sommerso da salve di fischi rusticani, dopo l’ignominiosa resa col Kohli (il gladiatorio, Kohli). Quest’anno altre bordate di fischi. Solo perché si accanisce con ossessive smorzate sull’azzoppato e sempre più trasparente Gilles Simon. I francesi avrebbero gradito che s’impietosisse, e come in un film di Trouffaut recitato da Pippo Franco, lasciasse il campo al loro infermo beniamino. E “continuano ad incazzarsi” e fischiare come pastori della Barbagia. In semifinale lo scozzese è addirittura eroico nel trascinare Nadal al terzo set. Difende e rintuzza senza dare punti di riferimento, sapienti tocchi difensivi e punzecchiature in attacco. Quasi commovente vederlo assai vicino al 100%, tramortito fisicamente da un Nadal al 30/40%. Ad inizio terzo set getta la spugna, il gomito fa male, il cervello si spegne e Nadal veleggia tracotante.


Jurgen Melzer: 6,5. Assai difficile dare una spiegazione razionale all’irrazionale applicato al tennis. Poco più che una sparacchiante comparsa negli States, ridicolizzato da Petzschner e Gasquet (i Gianni e Pinotto del tennis), a Montecarlo il mancino austriaco si supera, sciorinando prestazioni di sublime violenza da attaccante a tutto campo. Fiondate veementi e tocchi pregevoli che riducono a miti consigli Nicolas Almagro (4,5, la dieta ha portato buoni frutti, ma ha asciugato anche quei due neuroni che vagavano pasciuti nella sua mante), prima d’esaltarsi accanendosi sulla sagoma vuota di Federer, neanche fosse un pungi ball. Una di quelle prestazioni a tutta birra, ed occhi spenti, guidando contromano sull’autostrada. Poi perde seccamente da Ferrer, ma non si poteva certo sperare che vincesse il torneo.


Roger Federer: 5. Tornava sulla terra monegasca dopo due anni. Cede di schianto a Jurgen Melzer, smarrito e frustrato tra malvagi refoli di vento ed ispirati randelli austriaci. Mirka coi capelli scossi dal maestrale e, bardata in un accappatoio rosa, ha la faccia dello sgomento. Preludio più sconcertante alla stagione sul rosso, non poteva esserci. Col Melzer versione mostre faticherebbero anche gli altri cannibali, ma desta sconcerto un dato: Il monarca canna in modo impietoso sette palle break. L’avversario, il gran perdente e dissipatore di match (Jurgen, chi altri), ne converte 2 su 5. La nitida istantanea del mondo che ogni tanto gira all’incontrario.


Richard Gasquet: 6. Rischia già d’andare fuori contro Dennis Istomin (6), frigorifero uzbeko sormontato da una testa d'uovo, dal gradevole tennis piatto e d’attacco. Uno che da mesi non vinceva una partita nemmeno a tamburello, ed a suo agio sulla terra quasi quanto il nostro adoratissimo Premier satriaco in un’aula di tribunale tra giudici comunisti che hanno appena sgranocchiato un bambino a colazione. Poi Richard cuore di drago annichilisce Garcia Lopez, guadagnandosi Nadal. E in quell’ottavo mi appare uno di quegli immortali eroi d’altri tempi, votati al cruento martirio. Il portavoce vaticano sarebbe fiero di lui. Stretto nella virulenta morsa di Nadal. Lotta con ardimento posticcio e comicamente fasullo. Guizza, serra la mascella, guarda il vuoto cosmico. Lascia dieci anni di vita ed altrettanti di “analisi” in un meraviglioso passante di dritto in corsa con cui riacciuffa il diavolaccio sul 4-4. Poi fa altri due punti e cede 6-4. Ritrovato, per essere un buon top 20.


Ivan Ljubicic: 6+. Si attendeva il tonfo definitivo, dopo la mancata difesa del titolo ad Indian Wells e relativo crollo in classifica. Sono ormai tre anni che il croato dona la malinconica sensazione del vecchio bucaniere declinante, intento a tirar svogliate schioppettate. Tanto per. La pelata non aiuta. Sarà l’aria salmastra ed il ritemprante jodio proveniente dal vicino mare, ma Ivan gioca un torneo sontuoso, facendo fuori Chardy e Tsonga. Come saggio insegnante sculaccia il discolaccio dissennato, insegnando tennis a Thomas Berdych. Il talentuosissimo, Berdych (nell’accoppare ignari gabbiani che veleggiano a filo d’acqua sulle onde monegasche). A volte il tennis è bello.


Viktor Troicki: 5,5. Miracolato autentico. Dalle meningi di Fognini e dal fisico di Robredo. Vince allo sprint contro il tennista ligure, dimostrando nervi più saldi del nostro eroe dall’ego più esteso della Lapponia. E’ quasi sotto la doccia, quando Robredo si scianca in modo cruento. Deve ancora capire perché è nei quarti, che Ferrer gli ha già rifilato un sapido cappotto. Impagabile però vederlo strisciare a gambe divaricate come il suo “dominus” di vita Nole, da perfetto delfino/trota cento volte meno effcace. E come dimenticare quel servizio che è autentico eccidio dei sensi. Per vedere una roba simile occorre andare al bioparco ed osservare gli struzzi nell’atto di alzare la zampa in segno di diffidenza.


Federico Gil: 6. Tarchiatello, normo tipo, modesto mezzadro dei campi da top 100. Ed una faccia che puoi scorgere solo allo sportello delle Poste o in una pizzeria al taglio, sormontata da una fascia bianca da post trauma cranico sulla spaziosa fronte prominente. Una mastro scalpellaio che corre e si accanisce orrendamente sulla pallina. Basta per fare quarti di finale in un Masters 1000. Non sempre ci vuole la classe di Bolelli o la genialità di un Fognini.


Gael Monfils: s.v. Ai minimi storici (Monfils fisicamente menomato che vuol giocare a tennis è come una bicicletta senza ruote, un cd di musica con i guaiti lancinanti di Giusy Ferreri, un film intimista recitato da Raul Bova, un paese civile dove un Premier accusato di prostituzione minorile dichiari di volere una scuola pubblica dove si insegnino i valori della famiglia. Qualcosa che non può esistere nella vita reale, insomma).


Italtennis: 5. Fabio Fognini batte, non senza patimento, la pertica sudafricana Kevin Anderson, uno che sulla terra ha lo stesso fulgido destino di uno gnu zoppo che passeggia sulla Salerno-Reggio Calabria. Poi rischia di battere Troicki. Eterno lampeggiante. Una giostra schizoide, tra cadute e recuperi. Mezze fughe ed altre cadute. Può giocare battaglie tirate con n.c. o perdere combattuti match con quelli forti. Almeno dà l’impressione di poter fare. Qualcosa, a caso. Potito Starace era stracco e sconvolto dalla massacrante settimana a Casablanca. Si sapeva, doveva chiudere in due rapidi set facendo valere la potenza devastante dei suoi colpi finali. Allungandosi il match, cede eroicamente alla distanza. Con Nadal? Ferrer? Montanes? No, Pere Riba. Filippo Volandri passa le qualificazioni e racimola tre games da Cilic. A Napoli farà faville, e fors’anche a Roma.

FedCup. La modesta Italia2 fa quel che può (niente) contro l’impero russo. L’Italia detentrice del titolo era priva della semi-inferma Pennetta e Schiavone, dispensate con benestare papale, per meriti guadagnati sul campo (pare che il reprobo Seppi abbia pianto in silenzio, appresa la notizia. "Perchè loro sì ed io no?" ripeteva inconsolabile. "Che colpa ne ho se io sono scarso e loro forti? Non siamo forse uguali"). Non avrebbe tutti i torti. Perchè una federazione normale dovrebbe lasciare tutti liberi di rispondere o meno alla chiamata. Siano campionesse o tennisti normali, senza aristocratiche differenziazioni. Anzi, si rinuncia più a malincuore a quegli atleti determinanti per il successo finale, o per almeno provarci (Penna & Schiavo), piuttosto che a quelli che non fanno la differenza o spostano gli equilibri in campo (Seppi, o Bolelli). Invece le prime sono ringraziate per meriti storici, gli altri invece vengono puniti con tanto di missive in stile comiche balilla. In una semifinale di Fed Cup contro lo squadrone russo e non in un match di serie B contro la Bielorussia che sarebbe stata divelta anche da Galvani e Di Mauro. C'è qualcosa di comico in tutto questo. Ma il sultanato è difficile da comprendere nei suoi ragionamenti superiori. Tornando al campo, davvero poca, pochissima cosa, la rappresentativa di riserva azzurra contro lo squadrone russo. Un arsenale che poteva contare su almeno dodici tenniste capaci di portare a casa il match. Per immotivata crudeltà, schierano le più forti. C’è pure Marat ad assistere al match (l’unico guizzo del week end). Vera Zvonareva, quasi fosse in allenamento sourplace, passeggia garrula e lascia due pietosi games a Sara Errani. La bolognese è surrealmente arrembante, prodiga di orripilanti pallettoni arrotati. Impresentabili ed inconcludenti (sul veloce parquet di Mosca). Conditi da urla di guerra raggelanti (“ehhhhh”). Come uno scoiattolo che fa una minacciosa mossa di kung-fu al cospetto di una tigre. L’altra riserva azzurra, Roberta Vinci fa quello che può. Strappa un set alla solita Kuznetsova versione sciroccata, che ultimamente una chance la lascia anche ad uno scaldabagno. La tarantina è caruccia, gradevole, divertente. Soliti back leziosi, attacchi e volèe aggraziate. Ma dona l’idea d’estrema inoffensività, contro le due affamate tigri russe.

lunedì 7 febbraio 2011

ITALTENNIS, GIOIA E DOLORI



Fognini e Starace, la finale tutta azzurra (alla play station rotta). E la solita pantomima da italiani all’estero. Leggevo un sito di malati mentali. Perché è ovvio che quella gente ha le rotelle che girano all’incontrario. Badate bene, non gli articoli (li tollererebbe solo il mio agonizzante pesce rosso nell’ampolla, quando ha bisogno di farsi del male intellettuale), ma i commenti. I commenti sono uno spasso. Travolgente comicità elargita “aggratise”, come direbbe “er fracico” (un fine oste intellettuale). Al giovedì ecco due italiani nei quarti di finale del prestigioso torneo di Santiago del Cile. Nel mezzo della cordigliera andina, e tra gioviali canti degli Intillimani, che infondono una gran serenità interiore e voglia di morire di una morte cruenta nel giro di sei minuti secondi. Insomma, un torneo mediocre. Uno dei tanti (forse troppi) ad hoc per vittorie di mezzi figuri capaci di qualche lampo (pensate alla nodosa pertica Kevin Anderson fresco trionfatore a Johannesburg ed al pupazzo sapientino Dodig in quel di Zagabria).
Al giovedì ecco due eroici italiani all’estero giungere ai quarti di finale (Starace e Fognini), in Cile. Scene giubilari tra i commentatori/supporters italioti. Cose mai viste. Col favorito della vigilia Nalbandian (‘zzo ci va a fare uno come Nalbandian in mezzo a brucanti mestieranti terricoli?) fuori al secondo turno, si poteva sognare. Si interrogavano già sulla finale tutta azzurra, i minus habens mentali. Fino ad un par di anni fa mi sarei divertito a canzonarli, intervenendo. Era il mio secondo sport preferito. Ora non più, perché in essi v’è la tragedia dell’inconsapevolezza. Non sanno, e nemmeno li sfiora l’idea che come scritto prima, il torneo è “ad hoc per vittorie di mezzi figuri capaci di qualche lampo”. E i nostri sono capaci di lampi? Uno è un passista regolare, che non può offrire più di quello che generosamente offre. L’altro, più che regalare lampi, da un lampo è stato fulminato. E’ evidente.
Euforia incontenibile quando i due impavidi eroi approdano alla semifinale. Il primo regola di gran giustezza e con mestiere, il mancino Zeballos (giustiziere del panciuto Nalba sonnecchioso), l’altro vince il match più atrocemente brutto degli ultimi 182 anni sportivi contro l’inguardabile brasiliano Bellucci. Un supplizio. Il tennis simile ad un semaforo intermittente del nostro prevale sulle trame da trebbiatore demente ed intermittente dell’osceno brasileiro. Ci può stare.

Cronistoria morta di una italica pantomima indecorosa. Delirio alle stelle tra gli squilibrati. Qualcuno parla anche di Roland Garros, grande slam 2012, Vilas, Connors, Borotrà…Poi si arriva alle semifinali, e Starace non può che arrendersi a Santiago Giraldo, spartano e rudimentale picchiatore made in Colombia, dopo un buon inizio e con onorevole difesa. Ma è l’altro a salire agli onori della cronaca (quasi nera). Fognini se la vedeva con Tommy Robredo e, come normale che sia, alla lunga soffre l’esperto iberico. Il solito sali e scendi anaemozionale che il ligure offre senza sosta agli amanti del niente surrealmente brutto (fosse divertente, ancora-ancora, uno si appassiona a Bastian Knittel o Grimelmayer). Mai vista una simile indolenza spocchiosa, maleducata ed incurante dai tempi di John McEnroe. L’antipatico per eccellenza. Ci vuole poco ad essere maleducato, arrogante e volgare quando ti chiami John McEnroe ed hai una mano che potrebbe incantare ed anestetizzare un toro con paturnie omicide, grazie ad una semplice stop volley sul centrale di Wimbledon. Occorre gran coraggio e temerarietà che confina con la demenza assoluta, se ti chiami Fabio Fognini, non hai vinto niente, hai un modesto talentino svogliato da top 50 e giochi un 250 a Santiago del Cile.
Insomma, avvengono cose mai viste. L’esperto e repellente iberico fa il break decisivo ad inizio del terzo set, grazie ad un colpo scentrato dell’italiano. Esulta come se avesse vinto il Roland Garros esalando un urlaccio che avranno sentito anche i nativi americani in Arizona. Fognini lo guarda e gli dice testualmente: “Cazzo esulti? Che uomo di merda…”. Potrebbe bastare, ma (e qui la dottrina e gli sbobinatori di intercettazioni e lettura del labiale, si dividono) pare completi la frase con un “a tennis sei forte, ma sei un uomo di merda…”. L’altro lo guarda con la faccia dell’incredulità, come a rispondere: “Emmè, lo faccio sempre, lo fanno quasi tutti. Lo fa Nadal a Parigi, lui che è il numero uno al mondo e ‘premio fair play 2011’, e non posso farlo io a Santiago? ‘zzo vuoi piccolo italiano bungabunga (seppiatelo, all’estero ormai ci chiamano così, con un filo di malvagia compassione)?”. Lo pensa soltanto, ma da gran signore non dice nulla. L’esultanza spropositata e semi-intimidatoria su un errore avversario, è cosa che dona un certo fastidio anche a me. Ma dopo anni che vaghi nel circuito o anche nella semplice attività da circolo, ti ci abitui. Te ne fai una ragione. Pensi al tuo, magari caricandoti ancor di più per vincergli in faccia il match o tirargli un vincente all’incrocio. Questo penserebbe un tennista ed un uomo normale. Il ligure invece continua in un rutilar gioioso di “uomo di merda….” come fosse un mantra, un training autogeno. E naturalmente, perde. Geniale l’italiano nel mestiere in causa. Altrettanto geniale nel passare dalla ragione al torto con una naturalezza talentuosa disarmante. In un processo sarebbe capace di passare, nel giro di cinque minuti massimo, da parte civile costituitasi per ottenere un risarcimento, all’ottenere quattro ergastoli con isolamento diurno.
E non è certo finita la storia per esseri submentali. Perso il match, il nostro pretende anche di stringere la mano all’avversario che, come un qualsiasi essere dotato d’intelletto medio, si rifiuta sdegnosamente, dopo aver spiegato al giudice arbitro le intolleranze nefande che ha subito per tutto il terzo set. Ne esce una quasi rissa, col nostro che ritorna nel proverbiale eloquio insultante. E si giunge alla vecchia storia: Può un uomo mediamente sano di mente, dopo aver insultato qualcuno per tutto il terzo set, andargli vicino e con un sorrisetto gentile volergli stringere la mano per la corretta battaglia decoubertiniana? Robredo guadagna 10 punti nel mio personale cartellino (ma partiva da -110). Fabretti riesce a farmi apparire Jarmila Groth come una sensuale sirena incantatrice. Fognini è capace di far sembrare Tommy Robredo un gran simpaticone, con lo stesso talento di Sampras. Torando ai malati mentali di cui ad esordio articolo, è una fiumana di insulti al malvagio spagnolo, reo di aver offeso la sensibilità del nostro correttissimo alfiere.
Italia, terra di santi, navigatori, tennisti mediocri e bunga bunga.

Fed Cup, azzurre corsare in Tasmania. Ci si poteva attendere una sorta di assuefazione, quasi monotona stanchezza mentale nello spendersi in questa manifestazione. Il primo match del confronto Australia-Italia in scena ad Horbart, andava in questa direzione. Non aspettatevi verità. Gli unici assiomi dimostrabili sono che: Schiavone commentata da Faretti diventa meno tollerabile del piduista da ospizio Cicchetto intervistato da Minzolini (o Vespa, se siete per le cose meno hard, ma amanti della fellazione soft) e che sempre sotto gli influssi demoniaci del faretti, l’australiana Jarmila Groth, si trasforma in Divina e fluttuante musa svolazzante, che sorride ammiccando. Più brava di Maria Josè che affetta con lasciva grazia volleante Kaia Kanepi e più sexy di Kate Moss nell’atto di sfilarsi un vestito attillato color pesco maturo, guardandoti maliarda.
Potenza della Raitivvì.
L’atteggiamento di Francesca Schiavone, meno arrembante del solito e quasi dimesso, lasciava intendere una cosa piuttosto semplice: Una che ha vinto uno slam, può anche non avere le giuste motivazioni nell’affrontare la manifestazione a squadre (a ranghi ridotti e senza grosso prestigio internazionale). Se poi l’ha già vinta svariate volte, la sensazione intuitivamente snerchiuta, s’accresce. La milanese ha ceduto di schianto a Jarmila Groth nel match d’esordio. Male alla schiena, vento gaglioffo o magari solo un’avversaria in grado di schiantarla senza fornirle ritmo e punti di riferimento, hanno messo l’intero confronto a rischio. L’Australia come l’Italia vanta una grande prima singolarista tra le prime 5 (Stosur), più giovane della nostra. Ed una seconda singolarista in grande ascesa (Jarmila Groth), più giovane e con più potenziale per far male a grandi livelli di Flavia Pennetta. Ma anche un doppio d’esperienza, con l’ottuagenaria Stubbs al congedo internazionale. Ecco dunque che il match dopo la prima sconfitta si è mostrato in salita. Se si pensa anche alla trasferta, ancor di più.
Bravissime invece Pennetta (quasi eroica ed in forma eccellente) ed una rinsavita Schiavone a riprendere il timone in corsa dimostrando che alla manifestazione ci tengono e come. Impeccabili nel ridimensionare le folli accelerazioni eroicamente dissennate di Jarmila ed una Stosur versione Robocop progettata per perdere dopo grande pugna.

sabato 5 febbraio 2011

FED CUP 2011 - JARMILA BUM-BUM SPAVENTA L'ITALIA


Uno ci prova anche, ad essere italiano. Torna a casa quando è ancor ben lungi dal fosco albeggiar in pianura, con le gambe pesanti e la mente resa saettante da quattro Tennent’s. Cerca di rafforzare lo spirito ingollando a garganella un ottimo Lagavullin ormai al melancolico scolo. Australia-Italia di Federations Cup, che si disputa in ameni luoghi stranieri, nel pieno della Tasmania. Voglio dire. Uno deve tifare “La Itaglia nostra bella”. Che diamine. Qualcosa di cui essere orgogliosi della patria, dopo una giornata in cui un vecchio squilibrato malato di satiriasi e col volto posticcio steso nel proverbiale sorriso di cemento, ci ha umiliato ancora una volta a Bruxelles. Con la sua sola imbarazzante presenza e folli frasi incensanti il dittatore Mubarak. Guardato come un povero pazzo da tutti i membri dell’Unione, al limite suscitando qualche risolino. L’Italia chiamò. Fortificato da quella corazza alcolica, stavolta non posso fallire nell’intento supremo. Non è nella mia discografia, altrimenti metterei quel pezzo commovente di Toto Cutugno (quello dell'italiano vero, per intenderci). Ripiego su una foto di La Russa per darmi coraggio. Il match inizia. C’è Francesca Schiavone. Commentata da Fabretti.
Comincio ad essere inquieto, nel mio tricolore immaginifico.
Strilla come una scimmia marsupiale frullando colpi, la milanese. Saltella col suo debordante carico di femmineo fascino, trasudando simpatia da ogni poro. Il commentatore non si tiene. E’ eccitato nella sua ripugnante e logorroica elegia della nostra tennista. Uno che non conosce della vita, potrebbe essere indotto a credere che quella sagoma esalante triviali urla belluine e pallate arrotate, sia molto più forte di Martina Navratilova e Billie Jean King messe assieme. O persino di Maria Josè Martinez Sanchez, che lasciò alla nostra eroina due games di umana pietà in quel di Roma. Non conosce mica Jarmila Groth, il gigioneggiante commentatore adenoideo. Non sa chi sia. Chiedetegli di Van Peteghem, Chiappucci e Petacchi. E vi dirà qualcosa di sensato, forse.
Sfilo il tricolore immaginario, e cerco il Lexotan.
Finito.
Nel mezzo di quell’orrore partigiano che descrive estaticamente gesta femminili da far impallidire Pappalardo con la jugulare rigonfia, c’è la vezzosa Jarmila. Fanciulla slovacca di nascita, australiana d’adozione, che d’improvviso diventa musa ancestrale. Bella, di una languida femminilità compita, serena ed anche brava. Deliziosa, Jarmila. Tira tutto il possibile, sempre e comunque, nel suo folle progetto anticipato. Dardi e saette. Di dritto e soprattutto di rovescio bimane, colpo principe del suo repertorio e portato con gran scioltezza atipica. Lei che da piccina giocava anche con la sinistra. Testarda ed idealista, mi piace ancor di più. Cede però, nel delicato e decisivo momento clou tra la fine del primo set e l’inizio del secondo. Ha un momento di scorato cedimento, pur senza scomporsi o lasciarsi andare a gesti di mascolina repellenza o smoccoli ripugnanti. Il maramaldo italiota continua in un delirante soliloquio tricolore. Un rossiniano crescendo afono da far accapponare la pelle. Ovviamente, quando la vil preda straniera sembra nel sacco (7-6 2-0 40-15) si arriva al consueto dileggio dell’avversaria già vinta. Si sollazza di gusto. “Ahah…altro drittaccio che se ne va…”. La tapina australiana sbaglia un facile colpo a campo aperto, e quello in cabina: “questo colpo è nel repertorio della ragazza, eh Rita?…heheh”.Sono ormai diventato un ultrà australiano.
L’ominide in sottofondo riuscirebbe a rendere antitaliano anche un La Russa intento, con espressione rassicurante, a cantare l’inno di Mameli a squarciagola.
Praticamente hanno già cotto ed imburrato in padella la cangura. Ma quella ha sette vite. La osservi durante il cambio campo, sotto nel punteggio, in casa, in un match di Fed Cup. E disserta amabilmente col capitano, lasciandosi andare a qualche sorriso conturbante. C’è del bene nella Wta, in fondo. D’incanto con la forza della calma riprende a sciorinar selvatici fendenti aguzzi e anticipati e in controtempo. Colpi come graniuole e bordate di servizio. Dall’Italia lo pensano, non lo dicono ma lo lasciano intuire: “Dovrebbero vietare di tirarlo oltre i 190 km/h, eh…sennò Francy come fa?”. Anche sbronzo come un cencio sfatto, riesco a vedere una realtà fin troppo evidente: Schiavone è destabilizzata da un tennis così atipico. Non ha punti di riferimento. Sbigottita, non riesce a prendere ritmo. Tanto meno ad evitare che l’altra continui a tirare mine. Il cantore italico avverte il periglio. Ed ecco l’ennesimo must di indecente partigianeria, come nemmeno un miope ultrà da curva. Un recupero disperato della milanese va lemme-lemme fuori dalle righe, a due all’ora, sotto la sedia del giudice arbitro. E lui, al comodo della sua poltrona, in Italia: “Era buona! Era buona questa! Si alza anche Barazzutti (sottinteso: e se si alza Barazzutti so’ cazzi!)”. L’impietoso replay mostra la palla fuori di mezzo metro buono. “Forse siamo di parte…”, si schernisce la sventurata Rita Grande, in un sussulto di professionale decenza (lei che non è giornalista). “Eh ma sai, su questa palla ero indeciso…”. Chiosa l’eroe. Nell’ubriachezza funesta immagino Fabretti divenuto coach di Seppi. L’immagine è bellissima. Poi un macaco che urla (quasi) come la Schiavone, svolazzando giulivo di ramo in ramo, nelle foresta pluviale.
Bando alle comiche, Jarmila vola come una diavolessa placida. Compita e femminea. Chiude il secondo, scappa anche nel terzo. I narratori si aggrappano alla cabala, a tutto il possibile. La Grande è sconsolata. “La vedo spenta, Francesca. Nemmeno un pugnetto, non grida nemmeno ‘vai’…”. Come al solito, anche lei per sfinimento e stanchezza è travolta dall’insipienza.
Ormai sono arrivato allo svilito disprezzo del tricolore.
Tra rantolati colpi smidollati dell’azzurra e commenti malati, temo mi facciano giungere al vilipendio. Potrebbero tranquillamente. Non è tennis, è cronaca di un lamentoso vitello (maschio) che si lagna mentre lo stanno sgozzando. Fate qualcosa. Dov’è il tennis? Le bianche gesta d’elegante snobismo estetico? E’ invece la morte dell’estetica, questa. Un ammazzamento notte tempo Ed a quel punto della nottata non m’impippa più un tubo che riesca a colpire in top e in back, in chop e in uderspin e overbackspin e un dehor e vattelapesca nel giro dello stesso scambio.
L’aussie è lanciatissima. Scambio duro e (per una volta) lungo, che Jarmila chiude con una delirante e liberatoria smorzata in controbalzo. Colpo fantastico e di difficoltà 100 su 10. Figurati se se ne accorgono. Pensano al caso. Vuoi che uno impegnato a commentare una gara di cicloamatori della Val di Susa, sappia che l’australiana veniva punita dal suo (malato) coach dopo ognuna delle innumerevoli smorzate che soleva tirare? Niente. Nemmeno un breve scrosci di pioggia frena la corsa della cangura, che chiude: 6-7 6-3 6-3.
Poi ci pensa Pennetta a riequilibrare le sorti battendo Samantha Stosur. Ma io dormivo della grossa. E chissà quali altre imperiture gemme saranno volate.
Sarei arrivato al vilipendio.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.