.

.
Visualizzazione post con etichetta Jurgen Melzer. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jurgen Melzer. Mostra tutti i post

sabato 9 maggio 2015

INTERNAZIONALI D'ITALIA 2015 - Predestinati e giocolieri




Diario di un infiltrato evaso dal manicomio



Mi avevano regalato, per il compleanno, i biglietti di semifinale/finale al Foro. Un certosino piano di recupero mentale nei miei confronti: stop cento incontri di diavolacci e poveri cristi nelle paludi delle qualificazioni/primi turni visti di sfuggita, ma finalmente due match dei big da vedere in piccionaia col binocolo, sfidando le cataratte. Dovrebbe essere un sibillino monito anche per la vita reale: molla le stronzate da perdente e pensa a una, una sola, da vincente (diocazzo). Dovevate vedere la loro faccia quando le ho detto che oggi sarei partito alle 6,15. La psicanalisi con me non funziona. Li fotto sempre.
Un mio ex collega, con comitiva a seguito, già mi aspetta sul Pietrangeli per Fabbiano-Souza, ma arriviamo quando il rintocco di mezzodì è bello che suonato. Chi ben inizia però, ben inizia. E io comincio col teenager russo Rublev. Uno che al di là dell'aspetto da Richie Rich e urlacci belluini dopo ogni errore, ha colpi e carattere da predestinato vero: servizio, dritto e un paio di rovesci lungolinea da mozzare il fiato. Batte alla distanza un cagnaccio come tic Carreno Busta. Non male per un moccioso del '97. Dentoni, bella che non balla (non canta e non suona),  è schiaffeggiata dalla Hradrecka, insolitamente smilza.
Sono però in tempo perfetto per l'esordio di Alexandr Dolgopolov sul campo numero due, contro l'italiano Marcora. L'istrione ucraino ha una fiammante tenuta rosso-nera che lo fa sembrare un droppante satanello butterato. Tagli, riccioli e fiammate da crotalo velenoso: che spettacolo di tennista. "Dai Robbi, che sei italiano!", grida qualcuno. Ma l'altro è ucraino e in tale controllo, che non ha nemmeno bisogno di strafare, tanto più che non è dato al meglio.
Spettacolo di indicibile trivio tennistico tra Kudryavtseva e Jovanowski. Roba da far scappare anche gli esorcisti: "ahiaaa", urla, racchette gettate, asciugamani in faccia ai raccattapalle, crisi isteriche, pianti e una che riesce a perdere da 5-1 nel terzo (non chiedetemi chi). 
La comitiva reclama cibarie, panini gommosi e pizza cartonata. Positiva novità i chioschi e gli ambulanti nel Ground, con gran fighe ammiccanti e statuari boys dell'Africa abissina (per par condicio), per la gioia di donne e inconsce voglie dei Salviners. Devo anche sopportare un "when you try black, you never come back". A proposito di black, si allena con indolenza strabiliante (forse ancora in fase digestiva di cinque hot-dog) Donald Young, assieme alla scattante madre di 200kg, che sembra uscita da una puntata dei Jefferson. 
Poi mi prendo un bella rivincita ammirando il culo in short attillati di Daniela Hantuchova (foto a corredo), che si allena con Simona Halep. Tiene bene, la chiappa soda. Rischio di essere fucilato in pubblica piazza da un plotone di femministe invasate.
Un boato dalle retrovie. È l'italico Arnaboldi che rimonta da 2/6 3/5 col giustiziere kazako dell'Italdavis, il mite   kukuzza Kukushkin, più dimesso e infermo del solito. Chiede anche un Mto, ma stavolta non si odono i tradizionali "devi morire", semmai, più pacati "magari crepi". Bravo e anche piacevole da vedere il mancino Arnaboldi, mestierante di lungo corso dalla mano educata e bellissime foglie morte di rovescio.
Jasmine Paolini sta combattendo come un tigrotto sul Pietrangeli, contro "la cosa" Niculescu. La ragazzina, uscita dalle sadiche pre-quali, fa tenerezza: è alta un metro e un cazzo di Gasquet (notoriamente risibile), ma lotta ed è anche bravina. Perderà alla distanza, con onore. Delle bimbe la chiamano chiedendo un autografo e lei quasi vorrebbe rispondere: "ma come, se sono anch'io piccina?"
Poi il dilemma: vedere Quinzi al sole del Pietrangeli o Napolitano sotto il fresco dei pini? Napolitano, ovviamente. Contro di lui la vecchia lenza Jurgen Melzer, giocoliere in declino. Il ragazzone italico mi lascia una buona impressione: ottimo servizio e robusti fondamentali. Finalmente un italiano moderno, quasi di scuola yankee servizio-dritto. Un piccolo Querrey (siatene felici). Ancora lento e macchinoso, ma basta per disfarsi dell'austriaco in caduta libera. Jurgen ha ancora un braccio di velocità dinamitarda e risposte che ti cecano. Due o tre. Poche, per vincere. Sua però la cosa migliore di oggi: due recuperi prodigiosi, attacco slice in contro tempo è demi voleé stoppata che cade e muore venti centimetri dopo la rete.
Mentre ce ne andiamo, uno sguardo a Quinzi. Benito Paire fa bello e cattivo tempo, in un trionfo di statue fasciste che farebbe venire un attacco isterico alla Boldrini. Solito circo: smorzate come grandinassero pallettoni morti, orrori, monologhi, accelerazioni malate, discorsi col pubblico nelle prime file, tipo: "Pensi anche tu che Schopenauer si ammazzasse di seghe?". Vince, senza troppi patemi, in due set. 
Quinzi? Bah. Brutta impressione. È un regolarista poco regolare, la cui peculiare intensità a questi livelli fa il solletico. Rispetto ai coetanei che meglio si stanno destreggiando tra i pro, lui paga la mancanza di colpi decisivi. Servizio nullo. Variazioni inesistenti. Rete non pervenuta. Smorzate figuriamoci, neanche fossero sconcezze di cui vergognarsi. Vien da chiedersi come lo abbiano gestito dopo il successo di Wimbledon jr, ma non ho tempo. Il tempo c'è, ma per una gricia a Trastevere.


mercoledì 27 giugno 2012

WIMBLEDON 2012 – DAVID GOFFIN, L’IMPERTINENTE TALENTINO 0-12






DAY 2 – Dal vostro inviato, per cui quella Merkel forse era davvero una “culona inchiavabile”. L’unica analisi politica riuscita, dell’ominide malato


Giornata ricca di match tecnicamente interessanti ed equilibrati, e nessuna grossa sorpresa per il grandi favoriti. Nadal s’impone in tre set sul maniscalco Bellucci, e va bene che l’erba ormai consente ogni rudezza, ma Bellucci è davvero troppo. Il suo roncolone mancino di dritto provoca diverticolite fulminante solo a citarlo. Murray bistratta in modo fin troppo sadico quel che fu Davydenko, ormai versione mucchietto d’ossa riesumate dopo ventennale interramento (e tutti che gridano: “però s’è conservato bene eh!”). Match assai atteso quello che vedeva opposto Jo Tsonga all’ex campione di Wimbledon ed ex numero uno, Lleyton Hewitt. Interesse per vedere se l’esperto australiano potesse approfittare di un bisonte transalpino ancora sofferente dopo la frana del Queens. Nessun patema, e tre set in scioltezza che tranquillizzano chi (somiglia a me) lo voleva minaccia virulenta per i quattro che si giocano la vittoria finale. In un torneo dove le mondine svolazzanti spadroneggiano danzando con clamorosa continuità sui prati, avanzano in agilità Paire e Dolgopolov, pronti per un pirotecnico confronto di secondo turno parente stretto dell’ascesi spirituale. 
Sorpresa relativa è la sconfitta di Bernard Tomic, spedito a casa dal belga David Goffin. Bravissimo e molto interessante questo belga dal fisico rachitico da pre adolescente nella fase più cattiva dell’esistenza, quando al limite si bruciano le formiche come piccoli Hitler. Impertinente che con l’occhietto furbo e bardato in una divisa semi merlettata, sembra un bambino che hanno vestito come Federer in un negozio 0-12. Fa ridere. Ma col braccio questo impunito sa far viaggiare la pallina. Gran dritto, rovescio con movenze naturali e belle trottate, non si fa intrappolare nella rete dormiente dell’australiano in versione "Gattone Mecir" che imbraccia una padella per le caldarroste. La sconfitta di Tomic sentenzia la crisi assoluta del tennis australiano al maschile. Il paltatore gobbo Ferrer non fa in tempo a concludere il suo vittorioso turno contro il circense jamaicano-tedesco Dustin Brown, causa pioggia. E come una specie di Dorando Petri imparentato con Fantozzi, un clamorosamente coriaceo Melzer ingarellato nella furente pugna, viene bloccato dal temporale a due punti dalla vittoria su Stan Wawrinka. Riesce invece a concludere la sua battaglia Philipp Kohlshreiber che alla distanza vince la resistenza del povero Tommy Haas ed avanza verso Nadal. Se ci arriverà vivo. 
Capitolo italiani, al completamento di una ormai classicheggiante caporetto londinese. Perde anche un comunque meritevole Lorenzi nella prosecuzione col più tecnico ed avvezzo ai prati, Mahut. Sei su sette già a casa. Catastrofe epocale. Si salva solo Fognini. Moralmente assolti Lorenzi (ad uno che ammette di aver chiesto al suo partner di doppio Paire: “Benoit, fammi solo divertire”, vuoi anche rimproverare qualcosa?) e un po’ anche Seppi che, parentesi primaverile amoreggiante coi Maya a parte, questo è: un onesto e gentile regolarista perdente da primi trenta/quaranta. Bocciati Cipolla e Bolelli. Marchio di ignominia per Volandri e Starace cui dovrebbero imporre una gabella d’ingresso per entrare ancora all’All England Club.  
Tra le donne, splendida vittoria di Romina Oprandi che s’impone sulla figlia di Nando Buzzanca, Irina Camelia Begu, in due set. Svizzera o italiana, poco (niente) me ne fotte. Ora proverà candidamente ad esorcizzare Vika Azarenka. Bielorussa facilmente impostasi sull’americana Falconi, botolo di bruttezza quasi mitologica. Nessun problema nemmeno per Serena Williams e Kvitova. Dorme un set Francesca Schiavone, ostentando sofferenze fisiche atroci mentre corre come un’ossessa cui stanno estirpando un rene a crudo. Annaspa un set e mezzo contro Laura Robson, giovanissima mancina inglese ben dotata, con un tennis più semplice e banale della nostra. Alla lunga però paga l’inesperienza contro la vecchia volpe milanese che zompa garrula, improvvisamente guarita da qualche sciamano o luminare della chirurgia (non estetica, purtroppo).

lunedì 5 marzo 2012

TENNIS TWITTER. L’ALLEGRO CINGUETTIO TENNISTICO


Durante l’ultima e concitata riunione del Cda (io, il pupazzo Gnappo ed il sempre foriero di allegre metafore e massime filosofiche, pizzicagnolo Arfredo), si è arrivati a considerare l’ipotesi estrema e rivoluzionaria: cambiare titolo al blog. Trovarne uno caldo, sinuoso ed affascinante. Questo, ormai lo sappiamo, non ha più quell’appeal utile alla bisogna, che riscaldi i cuori dei lettori e ci porti alla gioiosa remuntada. Il nuovo inno già c’è: “Andiamo racazzi, che siamo della libbertà e no del carcero”. Altra proposta, inoltrata dal solerte Gnappo, è stata quella di modificare radicalmente linea editoriale. Diventare indefessi baluardi dell’italianità e coriacei sostenitori, con piglio dannunziano, delle gloriose gesta racchettare italiche nel mondo intiero. Primo passo, cambiare foto: Al posto di Mac piazzarne una del sultano Binaghi, avvolto da un’abbagliante luce aurea e col fulgente cranio cinto da una corona d’alloro. Appena sotto, ad altezza pudenda imperiali, Barazzutto e Leonessa nostra. Sorridenti e grugnenti (“ahuiiiih”).
Il pizzicarolo Alfredo (ao’, Arfrè…con l’intercalare tipico der Dandi), sempre essenziale, ha conchiuso che per mangiare una pagnottella  con la mortazza a fine mese, non è necessario tutto questo. I lettori fuggiti via, con l’esaurimento nervoso, verso altri e rassicuranti lidi di morte letteraria, si riacquisiscono con una semplice ed agevole presa di coscienza: “Ao’, li lettori se stracciano er cazzo a leggette, mica t’ascolteno! Se rompono prorjo li cojoni. Più breve hai da esse, che la gente ‘ncià tempo de legge tutte ste frescacce!”. Come dargli torto. Se uno vuol leggere un libro (bello), va a comprarselo. Le soluzioni allora sono due: abbandonare il blog e dedicarmi alla stesura del mai iniziato romanzo dell’immortalità ultraterrena, “Quel rovescio di Mecir che mi masturbò l’anima”. Oppure cambiare effettivamente l’impostazione letteraria, rendendolo “twitteggiante”. Un allegro cinguettio di stronzate brevi. Senza prolissi e prolassi dementi. Poche ed essenziali verità, in stile ansa, che filano via veloci e nette, senza l’ammorbamento prosaico. La velocità è tutto. Vedrò, vedremo, notte tempo. Gnappo spinge per il romanzo, ma quello è un letterato. Per lo intanto eccovi alcuni fringuellanti tweet pio-pio da 12600 caratteri massimo.

@Federer. Due balzi nell’aere rarefatta. Il periodo che va dall’AO all’imminente uno-due americano (Indian Wells-Miami), si conclude con lo svizzero sugli scudi. In gran leggerezza e malgrado le primavere che avanzano, stronca le velleità dei vari Del Potro e Murray, aggiudicandosi i tornei di Rotterdam e Dubai. Che non sono Slam, non saranno nemmeno Masters 1000, ma sempre meglio vincerli che perderli, secondo il filosofo Max Catalano. Potrebbe giungervi la malsana e fuorviante immagine di un Federer ormai impegnato a raccogliere le briciole, spendendo inutili energie e vincendo laddove gli altri latitano. In senso lato, parrebbe così. Poi uno ci pensa e si comprende come Federer che pazzo non è (e men che meno convinto di non essere più il numero uno), mai rischierebbe di spremersi in inutili tornei di contorno compromettendo il suo reale obiettivo di fine carriera: Londra. In realtà, lo sa anche la gallina nell’atto di fare il mattutino ovetto, semplicemente, Federer spende meno di altri. Fatica meno per mantenere alto il livello di condizione fisica, non essendo costretto ad un tennis muscolarmente esasperato. Ecco dunque che mentre gli altri leccano le ferite, si ricaricano o pensano a scegliersi gli appuntamenti importanti, onde non arrivare stravolti e sulle ginocchia (rischiando anche di spirare) già a settembre, lo svizzero svetta egagro. Leggero, sereno, persino rilassato psicologicamente dal non dover dimostrare niente. Per quel poco che vedo, appare un Roger in condizioni lussuose, capace di esprimere il suo miglior tennis e raccogliere standing ovation degli emiri. Chiaro che poi quando gli altri due si presenteranno ben corazzati e pompati a mille, per lui diverrà difficile arginarli, specie nel tre set su cinque.

@Murray. Uguale a se stesso. Lendl o non Lendl, continua a rimanere quello degli ultimi anni. L’impressione è che gli manchi poco, pochissimo, per raggiungere il livello massimo. Uno dozzina di sedute da uno strizzacervelli o qualche giorno passato in ovetti impressurizzati, fate vobis. Batte Djokovic ed è poi asfaltato da Federer, a Dubai.
@Djokovic. Lo sciente caracollio.  Si limita a passerella di disonore. Basta per raggiungere la semifinale. Ma l’impressione è che sappia benissimo come muoversi e che quei picchi disumani esibiti nel 2011 non può reggerli per 12 mesi. Eccolo che passeggia e perde senza colpo ferire, manco fosse tornato quello maldestro e fisicamente vulnerabile del 2009/2010. Via, un par di sedute fiume nell’ovetto, e passa la paura.

@Rafito Nadal "e i francesi che s'incazzano (tattarattaz)". Iberico fermo ai box. Si gestisce anche lui, ahssì. E mica protestava a chiacchiere contro lo Atp per i troppi, logoranti, impegni. Quindi, quasi a dispetto, lui non giuoca e guarda. Però, coerentemente, organizza un’altra dozzina di esibizioni ed aumenta da 12 a 14 ore diurne l’allenamento lacera tendini. Che ci volete fare, vuole giocare di meno per non logorare le giunture. Ci ha mica un fisico eccezionale, lui. Riesce, Rafinho superman cagionevole, anche a giocare a pallone nella locale squadretta, tanto per riposarsi un poco. Ma questo coacervo di contraddizioni fa parlare di sé anche quando non gioca. Complici i “francesi che si incazzano” e addirittura l’indimenticato Yannick Noah (che improvvisamente scala di un posto la mia personale classifica dei favoriti di ogni era). Alludono, nemmeno troppo velatamente, all’utilizzo di doping da parte del satanasso spagnolo, come quel Contador recentemente squalificato dalle competizioni ciclistiche. Rafito reagisce stizzito, con virulenza sdegnata. Pare davvero il vecchio unto di Arcore, vittima di una congiura. Un vile accanimento degli invidiosi. Il grande statista, vittima di giudici bolscevichi, il nostro eroe racchettaro, di subdole insinuazioni. Rafa ci tiene ribadire d’esser soggetto a numerosissimi e fastidiosi controlli. Addirittura alle 8 di mattino, sorpreso vigliaccamente nel sonno dei giusti all'interno della bolla d'aria pura che guarisce da tutti i mali corporei. Ed un mese e mezzo dopo la conclusione dell’Australian Open, mica cazzi.
E’ limpido, il nostro eroe senza macchia. Reagisce in modo così scomposto che, come per l'unto satiriaco, non può che farsi credere. E per rafforzare la convinzione, nei nostri biechi animi ancora un poco perplessi per quel rarefatto sudore color blu cobalto iridescente che talvolta appanna il suo volto trasfigurato, si lancia a petto nudo a difesa dell’amico patriota Contador. “E’ pulito! Stanno attaccando tutto lo sport spagnolo, ma lo hanno condannato senza prove!”. Oddio, una prova di doping c’era. Bella  grossa. Con tanto di analisi ed ormone della crecita usato per i mutanti affetti da gigantismo rinvenuto nel sangue del ciclista. Solo che il pedalatore ha gridato la sua innocenza e continuato a correre per un anno. Ma non è che non ci fossero prove, sol perché lui sosteneva d’essere innocente. Sarà mica colpa sua se ha assunto ormone della crescita da una bistecca di carne contagiata? Una roba che fa impallidire anche la vicenda del bacio alla coca di Gasquet. Ma per il nostro eroe Rafa, che forse avverte la terra scottare sotto i piedi, l’attacco è vigliacco. La congiura, autentica. Come non credere alla contaminazione della bistecca. Del resto col tempo mi sono convinto che anche Lapo fu vittima delle stesse insinuazioni meramente indiziarie. Allusioni, soltanto. Mica si faceva di cocaina. Aveva ingurgitato delle bietoline di campo accidentalmente contaminate da purissima coca caduta da un aereo proveniente da Medellin. Falso anche che avesse il vizietto di andare a trans superdotati dedicandosi ad orgiastici riti sodomiti. Solo che ad ello, nell'atto si svolazzare sopra la Mole Antonelliana travestito da ralphsupermaxieroe, è finita la carica di criptonite ed è dunque gaglioffamente caduto sui ginocchi di un trans di due metri. Ed il viado, sorpreso, dichiarava stupito: “Uh, belo ragazo! Sei come Mahazu nostro? cinquanta l’ammore!”.

@Jurgen Melzer. All’improvviso l’incoscienza. Pazzo autentico questo austriaco pazzo. Affetto dalla pazzia dei pazzi. Omicidi. Dopo mesi di folle suicidio, simile ad un cavallo scosso (e pazzo) stende e roncola tutti a suon di terrificanti mazzate mancine. Raonic compreso. Se lo squilibrato tira schegge mancine, angolate e sulle righe, lo batte nessuno. Nemmeno Djokovic 2011. Si giocasse sempre a Mamphis, terra di Elvis the pelvis, laddove i Malisse battono i Roddick e i Picassi giunsero in semifinale.

@Ferrer. Un impiegato da numero 5. Non si scopre l’acqua calda. Tre tornei vinti nel 2012. 18 vittorie, una sola sconfitta (a Melbourne). Il migliore degli "altri". Numero 5 legittimo, per costanza. Ma, due volte su tre, i vari Del Potro, Berdych e Tsonga, nel match singolo, se lo sbranano. Vince a Baires ed Acapulco sgominando i connazionali Almagro e Verdasco (toh! Ritorna a vincere qualche partita). Quantunque mi incuriosisca assai il diciannovenne Javier Marti, visto tre minuti contro non-ricordo-chi. Una specie di godibilissimo ramarro mutante a metà tra Gasquet ed Almagro. Top 30 a fine anno. Segnatevelo.

@Pippo Volandri. Il prototipo vivente delle perizia dei tecnici italiani. Un solo colpo (il rovescio), naturale e molto bello. Gli altri due assenti, totalmente. E niente si fa per renderli accettabili. Proprio niente. Basta chiudere gli occhi e sperare che faccia tutto il rovescio. Fosse nato in Spagna o in Madagascar gli avrebbero allenato servizio e dritto, ora saprebbe giocare sul veloce e sarebbe top 30 da 10 anni. Ma qui siamo in Itaglia e speriamo nasca Federer sotto un fiorito pero. Un talento già pronto, bello e infiocchettato, sperando di non affossare anche quello facendo qualche aggiusto tipico. Pippo raggiunge una grande finale in Brasile, e se la gioca anche con Almagro. 


@Gulbis. E il ritiro preventivo. Finisce per perdere da Matosevic (Marinko) in un torneo che avrebbe potuto vincere col mignolo sinistro. La triste, pietosa storia di un talento pazzesco, di quelli che vincono slam, ridotto ad un nulla anacronistico. Manco fosse uno svogliato Marat Safin dei poveri agli ultimi mesi di una grande (quella di Marat) carriera. Ridotto com'è, perderebbe anche da Bolelli. Ed allora, non ci si deve sorprendere di una eventuale scelta (razionale nell'irrazionalità di fondo) paventata nei giorni scorsi: "Se in questa stagione non ci sarà una svolta nella mia carriera, potrei smettere.". La dimostrazione, una volta di più, di come il talento (vero e pulsante) nulla può senza testa, fame e conseguente voglia di soffrire. Le avesse avute queste cose, come Ferrer, a fine carriera poteva lucidare e titillare qualche coppa di Grande Slam. A caso.


sabato 10 settembre 2011

US OPEN 2011 – SUPER SATURDAY ALLARGATO



Day 12 – Dal vostro codardo inviato in incognito, con l’accento di Berghèm de suta, al Giro della padania


E’ arrivata anche la first lady Michelle (non proprio quella di Oh, my Michelle) Obama a Flushing Meadows, a celebrare le battute finali di una delle più funeste edizioni dello Us Open. Per intenderci, come se la first lady italiana intervenisse agli Internazionali del Foro Italico. Ah già, noi non ce l’abbiamo una première dame. Al limite potrebbe esserci una teenager svitata (croata, venezolana,  o italiana senza licenza elementare) che si rotola per terra e ruzzola per le scale in preda a schizofrenia adolescenziale. Poi la fidanzatina sedicenne dell’ottuagenario despota rilascerebbe un discorso immortale, azzardo: “Sto assai contenta di aver venuta qua in mezzo a sti vecchi. Io sarò la futura ministera della istrussione...ihihih! Vorrebbe dicervi ke papi silvio berluscone è il più bravo uomo del mondo. E’ un vincente. E la notte ci scambiamo li sms dorci d’amore.”. Ogni nazione ha ciò che si merita, lo sappiamo già.
Ma venendo alle cose serie, ed agli agonismi racchettari, giornata deludente dopo i due giorni di sosta e l’accumulo del giorno precedente. Vedo poco, quasi niente. Più preso nell’osservare il vecchio Jimbo che come scapigliato sedicenne si prepara al rientro nelle champions series d’autunno, allenandosi con Jim Courier. Jimbo is back! Chissà se Trevisàn, le gran promesse di turno Frappampina o Semanzara hanno la sua stessa voglia. O metà di quella di Muster.
Ma andiamo con ordine, Rafael Nadal porta a compimento il suo percorso netto ed approda in semifinale battendo l’infermo Andy Roddick, già miracoloso nel portare a conclusione la vittoria con Ferrer. Pioggia, neve, vento, grandine, bufera o tornado equatoriale, lo spagnolo è sempre lì. Giunge in semifinale dibattendosi tra modesti avversari da chellenger, semi-ex ed infermi da lazzaretto e, senza il benché minimo periglio, trova una discreta forma. Se almeno una delle nove/dieci mine vaganti fosse capitata dalle sue parti, forse non avrebbe perso, ma qualche patema l’avrebbe anche provato. Invece un maglio mancino, una smutandata, un coccolone, altro uncino arpionato e sguardo torvo, ed è lì. Storia già vista.
In semifinale il maiorchino se la vedrà, come da pronostico, con Andy Murray. Terzo match in tre giorni per entrambi. Naturalmente, ma manco dovete sforzarvi a pensarci, ci arriva più sfiancato lo scozzese. Dopo esser stato ad un soffio dall’eliminazione con Robin Haase al secondo turno, ieri ha rischiato un pericoloso quinto set col sempre fastidioso gigante John Isner. Uno che sarà anche al limite regolamentare tra tennis e basket, ma con quel servizio rimane avversario insidioso. Chi vincerà questo scontro di semifinale? Arduo dirlo o prevederlo. A inizio torneo avrei detto Andy, ora, con un Nadal rodato ad arte da mezzi figuranti messigli davanti, propenderei per lo spagnolo. In definitiva, un bell’ics ci sta di lusso. Si è invece sbilanciato, al solito, John Supermac McEnroe. Tanto inarrivabile con un violino-racchetta in mano, quanto scasso nella ventennale attività di chiaroveggente. Per il genio vincerà Murray. Non solo la semifinale, ma anche il torneo. Ora, lo scozzese dovrebbe essere stecchito dal vaticinio, ma si sa mai. Una volta su cinquanta, anche per sbaglio, un pronostico lo potrà anche prendere.
Sparisce anche l’ultima sbiadita traccia d’azzurro, con l’eliminazione del duo Fognini/Bolelli ad opera di Melzer/Petzschner. Che dire. Vedo il terzo set, ed una domanda mi viene spontanea.  Come hanno fatto quelle due grottesche figure italiche ad arrivare in semifinale? Sarà forse questo il quinto mistero di Fatima? Può essere. Ma è davvero imbarazzante. I due "Woodies" in salsa azzurra giocano un doppio terrificante. Voglio dire, dal fondo, sempre a rimbalzo. Non vanno a rete nemmeno sulla prima. Se il doppio è in crisi, questi due riusciranno a sancirne la morte definitiva. La coppia tedesco-austriaca da circo Medrano vince, e vorrei vedere.  Anche con un Melzer che non ne mette una in campo. Voglio dire una, per sbaglio. Sorretto da Petzschner (e ho detto tutto) manco fosse una badante. Con l’austriaco almeno al 5% di forma, sarebbe stato un sacrosanto 6-0 6-1, invece in nostri eroi tricolori perdono 6-1 al terzo.
(Molto facili) ironie a parte, malgrado l’incomprensibile alchimia che ha portato quelle due cariatidi in semifinale, rimane un bel risultato. La conferma che al doppio, a volte, basta iscriversi e giocare convinti di voler vincere. Bene soprattutto Bolelli. Il “piccolo Bhupathi” di Budrio è forse ad una svolta decisiva della carriera: dedicarsi solo al doppio. Vuoi mettere? Soldi quanti non ne vedrebbero nemmeno 1000 operai in centododici anni di vita, coppe e gloria. Oltre ad un posto come vice doppista in Davis. Quando si dice l’ambizione.

Piccola scheda da 1 euro per vincerne 553 e godersi il super saturday con animo palpitante:

Federer 3-1 6,00 (come no)
Murray 3-1 7,00 (crediamoci)
Duo infermo di mente (Petz/Melz) 2-1 a 4,33 (tanto…)
Kaiona Kanepi 2-0 a 1,80 (nel prestigioso Itf di Biella)
Serena 2-0 a 1,80 (capirai)

domenica 17 aprile 2011

MASTERS 1000 MONTECARLO 2011 - MEZZO NADAL DOMINA LA TORMENTA DI NULLA



Concluso il primo Masters 1000 stagionale sul rosso. Nessuna sorpresa, solito spartito che da anni vuole Rafael Nadal padrone assoluto dei tornei su terra battuta. Settimo titolo nel principato. Assente Djokovic, timidi risvegli di Murray, Ferrer rassegnato gregario di terricolo valore, Melzer esaltato e Federer in camporella.


Rafael Nadal: 7,5. In pieno ed assoluto controllo della situazione. Forse il peggior Nadal su terra battuta degli ultimi anni, zoppie a parte. Basta ed avanza il minimo sindacale per sbaragliare la rabberciata concorrenza. Sapidi mulinelli ed arpioni disumani, per domare timidi avversari e folate di vento, nella perfetta interpretazione di Capitan Uncino l’arrotino. Sembra di vederlo in testa al grand prix del principato, che imposta la curva dell’”au rivage” o quella del “tabaccaio”, con un serpentello di vetture ad inseguire, sempre sul punto si sbandare e perdere il controllo. Poi s’infila nel tunnel e saluta la truppa. Per batterlo ci vogliono le cannonate. Finisce per k.o. tecnico un comunque sorprendente Murray, steso alla distanza, fisicamente e mentalmente. Assolutamente senza alcun valore la finale col connazionale Ferrer. Guardo i primi games, poi mollo il colpo dedicandomi alla pedicure del gatto. Bastano ed avanzano per capire quanto il volenteroso ex muratore sia lì solo per tirare la volata al suo carnefice. Vien da credere che il numero uno iberico si stia gestendo, per arrivare al top a Parigi. Perché un Nadal così rischia d’esser fagocitato anche sulla terra dal Djokovic versione “Giuditta” (inverno/primavera).


David Ferrer: 7. Intendiamoci. Su duecento match, contro Nadal ci vince una volta. Se l’altro non si regge in piedi. Le restanti centonovantanove sono sbiaditi ed inguardabili assoli finto/agonistici del suo connazionale. Rimane comunque un bel torneo, il suo. Di certo non sorprende. Appena arriva la terra rossa, “o zappatore” si esalta. Corre, vanga, sbuffa, morsica, emette versi che rimandano al rigurgito di un labrador con l’esaurimento nervoso. Batte chi deve battere e perde con chi deve perdere (due, massimo tre). Con grande abnegazione ha imparato anche a difendersi sul finto/veloce, ma rimane terraiolo puro, d’altri tempi. Lo capirebbe anche un fagiolo borlotti lessato. Più difficile entri nella zucca sommamente vuota di uno che ha il tesserino di giornalista.


Andy Murray: 6,5. Alzi la mano chi si attendeva uno scozzese così arrembante, dopo le ultime uscite degne del fantasmino “Beetljuice spiritello porcello”, e sconfitte come grappoli di melograno. Sarà merito della nuova acconciatura, ma con quel pagliaio simile ad un nido di quaglie selvatiche in testa, ha l’aria di chi è appena stato dimesso dal reparto di neuropsichiatria traumatologica. Fisicamente e mentalmente ritrovato, pare finalmente aver assorbito i postumi della terrificante stesa australiana. Lo scorso anno raggiunse forse il punto più basso di una carriera ancora incompiuta, uscendo sommerso da salve di fischi rusticani, dopo l’ignominiosa resa col Kohli (il gladiatorio, Kohli). Quest’anno altre bordate di fischi. Solo perché si accanisce con ossessive smorzate sull’azzoppato e sempre più trasparente Gilles Simon. I francesi avrebbero gradito che s’impietosisse, e come in un film di Trouffaut recitato da Pippo Franco, lasciasse il campo al loro infermo beniamino. E “continuano ad incazzarsi” e fischiare come pastori della Barbagia. In semifinale lo scozzese è addirittura eroico nel trascinare Nadal al terzo set. Difende e rintuzza senza dare punti di riferimento, sapienti tocchi difensivi e punzecchiature in attacco. Quasi commovente vederlo assai vicino al 100%, tramortito fisicamente da un Nadal al 30/40%. Ad inizio terzo set getta la spugna, il gomito fa male, il cervello si spegne e Nadal veleggia tracotante.


Jurgen Melzer: 6,5. Assai difficile dare una spiegazione razionale all’irrazionale applicato al tennis. Poco più che una sparacchiante comparsa negli States, ridicolizzato da Petzschner e Gasquet (i Gianni e Pinotto del tennis), a Montecarlo il mancino austriaco si supera, sciorinando prestazioni di sublime violenza da attaccante a tutto campo. Fiondate veementi e tocchi pregevoli che riducono a miti consigli Nicolas Almagro (4,5, la dieta ha portato buoni frutti, ma ha asciugato anche quei due neuroni che vagavano pasciuti nella sua mante), prima d’esaltarsi accanendosi sulla sagoma vuota di Federer, neanche fosse un pungi ball. Una di quelle prestazioni a tutta birra, ed occhi spenti, guidando contromano sull’autostrada. Poi perde seccamente da Ferrer, ma non si poteva certo sperare che vincesse il torneo.


Roger Federer: 5. Tornava sulla terra monegasca dopo due anni. Cede di schianto a Jurgen Melzer, smarrito e frustrato tra malvagi refoli di vento ed ispirati randelli austriaci. Mirka coi capelli scossi dal maestrale e, bardata in un accappatoio rosa, ha la faccia dello sgomento. Preludio più sconcertante alla stagione sul rosso, non poteva esserci. Col Melzer versione mostre faticherebbero anche gli altri cannibali, ma desta sconcerto un dato: Il monarca canna in modo impietoso sette palle break. L’avversario, il gran perdente e dissipatore di match (Jurgen, chi altri), ne converte 2 su 5. La nitida istantanea del mondo che ogni tanto gira all’incontrario.


Richard Gasquet: 6. Rischia già d’andare fuori contro Dennis Istomin (6), frigorifero uzbeko sormontato da una testa d'uovo, dal gradevole tennis piatto e d’attacco. Uno che da mesi non vinceva una partita nemmeno a tamburello, ed a suo agio sulla terra quasi quanto il nostro adoratissimo Premier satriaco in un’aula di tribunale tra giudici comunisti che hanno appena sgranocchiato un bambino a colazione. Poi Richard cuore di drago annichilisce Garcia Lopez, guadagnandosi Nadal. E in quell’ottavo mi appare uno di quegli immortali eroi d’altri tempi, votati al cruento martirio. Il portavoce vaticano sarebbe fiero di lui. Stretto nella virulenta morsa di Nadal. Lotta con ardimento posticcio e comicamente fasullo. Guizza, serra la mascella, guarda il vuoto cosmico. Lascia dieci anni di vita ed altrettanti di “analisi” in un meraviglioso passante di dritto in corsa con cui riacciuffa il diavolaccio sul 4-4. Poi fa altri due punti e cede 6-4. Ritrovato, per essere un buon top 20.


Ivan Ljubicic: 6+. Si attendeva il tonfo definitivo, dopo la mancata difesa del titolo ad Indian Wells e relativo crollo in classifica. Sono ormai tre anni che il croato dona la malinconica sensazione del vecchio bucaniere declinante, intento a tirar svogliate schioppettate. Tanto per. La pelata non aiuta. Sarà l’aria salmastra ed il ritemprante jodio proveniente dal vicino mare, ma Ivan gioca un torneo sontuoso, facendo fuori Chardy e Tsonga. Come saggio insegnante sculaccia il discolaccio dissennato, insegnando tennis a Thomas Berdych. Il talentuosissimo, Berdych (nell’accoppare ignari gabbiani che veleggiano a filo d’acqua sulle onde monegasche). A volte il tennis è bello.


Viktor Troicki: 5,5. Miracolato autentico. Dalle meningi di Fognini e dal fisico di Robredo. Vince allo sprint contro il tennista ligure, dimostrando nervi più saldi del nostro eroe dall’ego più esteso della Lapponia. E’ quasi sotto la doccia, quando Robredo si scianca in modo cruento. Deve ancora capire perché è nei quarti, che Ferrer gli ha già rifilato un sapido cappotto. Impagabile però vederlo strisciare a gambe divaricate come il suo “dominus” di vita Nole, da perfetto delfino/trota cento volte meno effcace. E come dimenticare quel servizio che è autentico eccidio dei sensi. Per vedere una roba simile occorre andare al bioparco ed osservare gli struzzi nell’atto di alzare la zampa in segno di diffidenza.


Federico Gil: 6. Tarchiatello, normo tipo, modesto mezzadro dei campi da top 100. Ed una faccia che puoi scorgere solo allo sportello delle Poste o in una pizzeria al taglio, sormontata da una fascia bianca da post trauma cranico sulla spaziosa fronte prominente. Una mastro scalpellaio che corre e si accanisce orrendamente sulla pallina. Basta per fare quarti di finale in un Masters 1000. Non sempre ci vuole la classe di Bolelli o la genialità di un Fognini.


Gael Monfils: s.v. Ai minimi storici (Monfils fisicamente menomato che vuol giocare a tennis è come una bicicletta senza ruote, un cd di musica con i guaiti lancinanti di Giusy Ferreri, un film intimista recitato da Raul Bova, un paese civile dove un Premier accusato di prostituzione minorile dichiari di volere una scuola pubblica dove si insegnino i valori della famiglia. Qualcosa che non può esistere nella vita reale, insomma).


Italtennis: 5. Fabio Fognini batte, non senza patimento, la pertica sudafricana Kevin Anderson, uno che sulla terra ha lo stesso fulgido destino di uno gnu zoppo che passeggia sulla Salerno-Reggio Calabria. Poi rischia di battere Troicki. Eterno lampeggiante. Una giostra schizoide, tra cadute e recuperi. Mezze fughe ed altre cadute. Può giocare battaglie tirate con n.c. o perdere combattuti match con quelli forti. Almeno dà l’impressione di poter fare. Qualcosa, a caso. Potito Starace era stracco e sconvolto dalla massacrante settimana a Casablanca. Si sapeva, doveva chiudere in due rapidi set facendo valere la potenza devastante dei suoi colpi finali. Allungandosi il match, cede eroicamente alla distanza. Con Nadal? Ferrer? Montanes? No, Pere Riba. Filippo Volandri passa le qualificazioni e racimola tre games da Cilic. A Napoli farà faville, e fors’anche a Roma.

FedCup. La modesta Italia2 fa quel che può (niente) contro l’impero russo. L’Italia detentrice del titolo era priva della semi-inferma Pennetta e Schiavone, dispensate con benestare papale, per meriti guadagnati sul campo (pare che il reprobo Seppi abbia pianto in silenzio, appresa la notizia. "Perchè loro sì ed io no?" ripeteva inconsolabile. "Che colpa ne ho se io sono scarso e loro forti? Non siamo forse uguali"). Non avrebbe tutti i torti. Perchè una federazione normale dovrebbe lasciare tutti liberi di rispondere o meno alla chiamata. Siano campionesse o tennisti normali, senza aristocratiche differenziazioni. Anzi, si rinuncia più a malincuore a quegli atleti determinanti per il successo finale, o per almeno provarci (Penna & Schiavo), piuttosto che a quelli che non fanno la differenza o spostano gli equilibri in campo (Seppi, o Bolelli). Invece le prime sono ringraziate per meriti storici, gli altri invece vengono puniti con tanto di missive in stile comiche balilla. In una semifinale di Fed Cup contro lo squadrone russo e non in un match di serie B contro la Bielorussia che sarebbe stata divelta anche da Galvani e Di Mauro. C'è qualcosa di comico in tutto questo. Ma il sultanato è difficile da comprendere nei suoi ragionamenti superiori. Tornando al campo, davvero poca, pochissima cosa, la rappresentativa di riserva azzurra contro lo squadrone russo. Un arsenale che poteva contare su almeno dodici tenniste capaci di portare a casa il match. Per immotivata crudeltà, schierano le più forti. C’è pure Marat ad assistere al match (l’unico guizzo del week end). Vera Zvonareva, quasi fosse in allenamento sourplace, passeggia garrula e lascia due pietosi games a Sara Errani. La bolognese è surrealmente arrembante, prodiga di orripilanti pallettoni arrotati. Impresentabili ed inconcludenti (sul veloce parquet di Mosca). Conditi da urla di guerra raggelanti (“ehhhhh”). Come uno scoiattolo che fa una minacciosa mossa di kung-fu al cospetto di una tigre. L’altra riserva azzurra, Roberta Vinci fa quello che può. Strappa un set alla solita Kuznetsova versione sciroccata, che ultimamente una chance la lascia anche ad uno scaldabagno. La tarantina è caruccia, gradevole, divertente. Soliti back leziosi, attacchi e volèe aggraziate. Ma dona l’idea d’estrema inoffensività, contro le due affamate tigri russe.

giovedì 23 dicembre 2010

OSCAR DEL TENNIS 2010 – Storie di paura, follia e sublime arte del suicidio


Richard Gasquet. Il cavaliere senza testa (magari). La stagione del riscatto dopo quella del lascivo bacio al sapor di gaglioffa cocaina. Certo, ero fiducioso assai. Una convinzione estrema. Del resto sono credo ancora che Marat vincerà un altro slam, se solo si allena una mezz’oretta al giorno. Che i Pink Floyd si riuniranno per un megaconcerto a Barcellona Pozzo di Gotto. E che Franco Baresi vincerà il pallone d’oro, un giorno o l’altro. Uscito indenne da quell’episodio degno di un film dei Vanzina, il giovin tennista minimalista poteva finalmente esprimere il suo cristallino talento castrato, liberando il braccio d’oro dalle oscure forze del male. Giocare senza quella testa irrecuperabilmente prigioniera del niente, in sintesi. Ne ero proprio convinto. Cosa sarebbe il mondo senza una accecata fiducia nelle utopie? Niente. Richard avrebbe potuto giocare sciolto, con la demente aureola del miracolato, liberato da catene che ne imprigionano il cervello. Stecchire con due sbluffate di potentissimo insetticida le frinenti cicale gorgheggianti nella sua scatola cranica, se preferite.
Ed eccolo, garrulo ed arrembante, tutto ritorto, azzannare la pallina col collo allungato e lo sguardo rassicurante di chi si dirige verso un burrone coi freni bloccati. Inizio col botto, in Australia. Il primo epico strillo dell’ennesima stagione tormentosamente suicida. Due set di vantaggio e dominio nella spumeggiante sfida di rovesci scudisciati contro il diversamente squilibrato Youzhny. Poi l’apoteosi. L’orrendo spettro della vittoria che si avvicina, gli occhi che divengono tremendamente spauriti ed inermi, le gambe storte che girano come trottole disconnesse, e il braccio che si rattrappisce ed ogni tanto si agita in patetici pugnetti di paralizzante angoscia. L’amica sconfitta finisce per abbracciarlo in un mortale avvinghiamento lacoontico, l’ennesimo. Bell’inizo, non c’è che dire. In primavera mette insieme due vittorie. Un challenger a Bordeaux e l’Atp di Nizza, dove la ritemprante brezza salmastra dona sollievo a quelle meningi stuprate dal male inventato. Batte persino un top ten come Verdasco, facendo la faccia da tigrotto di Mompracem. A brutto muso i due finiscono quasi per venire alle mani. Richard la spunta contro quello che malgrado le apparenze da guerrigliero tupamaru è schiavo della sconfitta più di lui. Piccoli successi e qualche vittoria che gli fanno rivedere i primi 30. Niente male per uno che poteva essere top 5 per un decennio, almeno. Come i Pink Floyd nella piazza centrale di Barcellona Pozzo di Gotto, appunto
Poi il secondo must di un kolossal scontato. A tratti delirante come una svisate di Satriani, nel mezzo di un fiume dirompente e più deprimente della faccia di Sandro Bondi. Parigi, nel tripudio sciovinista dei francesi che continuano a credere in quello strambo anitroccolo come facevano con Leconte, esalando una pernacchietta di sfiducia. Due set ed un break di vantaggio prima dell’atrofizzante paralisi neurocerebrale e delirio suicida, contro Murray. Prevedibile, piacevole ed avvincente. Simile a qualcosa che non ha senso. Che sai non si verificherà mai nel mondo dei vivi. Una religione smidollata senza l’urbi et orbi, e la faccia da triglia marinata di Richard. Ancora vittima di quel cervello da anestetizzare definitivamente. Il 2011 sarà il suo anno. Io ci credo. Lo vedremo finalmente come il cavaliere senza testa. Malvagio ed impazzito, farà fuori tutti. E il modo verrà invaso da caprette belanti che recitano delicati sonetti d’amor giulivo
Jurgen Melzer. All’improvviso l’incoscienza. Prendi un mancino austriaco coi capelli a “scopetto” cinghiale. Fallo rimanere per anni nelle buie selve della mestieranza tennistica. Poi concedigli un par d’anni da discreto professionista, imprevedibilmente prevedibile e con colpi tanto belli quanto dettati dal caso. Fagli perdere partite, vagando per il mondo con negli occhi vaste e sconfinate distese di niente. Poi arriva il 2010 e quel divertentissimo totano rassegnato alla malvagia panatura diventa top 15. Avvista i primi dieci sfiorando addirittura la qualificazione al Masters di Londra. Come gradevole divago trionfa a Wimbledon, nel doppio del delirio incosciente, assieme all’altra dispettosa scimmia del circo Medrano, Philipp Petzschner. Un crescendo rossinianamente irrazionale, il suo. Autodidatta inconsapevole, alla soglia dei trent’anni pare aver compreso il gran segreto del mondo: Lasciar andare il braccio fumigante e spegnere il curioso ammennicolo che divinità malvagie gli hanno messo al posto dell’organo raziocinante. Quello che non ha capito Gasquet, malgrado frotte di calzolai per il cervello si affannino attorno al caso umano. Ed all’improvviso l’incoscienza. Jurgen batte in gran rimonta Djokovic e raggiunge le semifinali al Roland Garros. Trionfa nel torneo di Vienna, solitamente bottino di caccia per anacronistici musicisti sordi con l’uva passa nel cervello e la melodia nelle vene. A Shanghai abbatte a suon di sanguinolente rasoiate nientemeno che Rafael Nadal. Nel mezzo accade di vederlo soccombere ad Andreas Seppi, dopo un’afona prestazione nell’inutile torneo di Umago. Perché dal morbo non si guarisce mai del tutto.
Philipp Petzschner. Il ruggito del topo sciancato. Par di vedere quasi un tennista serio. Di quelli con l’insolente abitudine di vincere partite. Un vizio dissennato, per i prigionieri del delirio nichilistico. Il “Picasso” tedesco inizia il 2010 come l’anno dell’avvento insperato. Quattro semifinali su quattro superfici differenti. In tornei Atp, mica nel proprio condominio. Al morente pittore fulminato in tre mesi riescono risultati che nemmeno tutti i tennisti italiani messi assieme, nell’ultimo lustro tennistico. Per ribadire come sono messi i pretoriani tricolori dediti allo scribacchio seriamente comico, su testate da “Zelig” inconsapevole. Sempre con quell’aria assonnatamente svagata ed il passo palmato, fionda servizi e spennella dritti da top ten.
Fino all’apice dell’irrazionalmente fascinoso destino, consumatosi sul centrale di Wimbledon. Gioca al massimo delle sue possibilità contro il numero uno al mondo Nadal. Un match da stropicciarsi gli occhi con fiero orgoglio. Il ruggito del topo. Fa quasi tenerezza, talmente concentrato che gli sanguineranno le meningi e tremoleranno le zampette. Non sembra nemmeno lui, non fosse per quel rovescio. Ne tira due o tre in top in tutto il match. Ma a cosa serve, pensi, quando ne sibila un paio di fila in controtempo nell’angolino, chiusi a rete con una stop-volley? A nulla. Si ritrova avanti due set a uno, e campo aperto ad una facile conclusione di volo. Basterebbe toccarla col manico o di testa, e sarebbe palla break anche ad inizio nel quarto. Il campo diviene incresciosamente piccolo ed enorme al tempo stesso, e lui partorisce un abominio denso di raccapriccio. L’altro tiene il servizio e da vecchia volpe chiede il medical time out che cambia i delicati meccanismi del match. Il sogno finisce lì, assieme alla stagione del virtuoso artista surreale, come avesse lasciato su quel centrale ogni energia psico (certo)/fisica (come no). Fa solo in tempo a vincere il doppio stellare assieme al degno compare Melzer, scimmiottando tutti. Lui orridamente sorridente, che solleva la coppa di Wimbledon. Era nel suo destino. Il resto è un goffo alter ego che si porta a spasso. Non più pittore ma vice aiutante scrostatore di intonaci ammuffiti. Si trascina per tornei come bertuccia anchilosata. Da vero spartano impavido si era fatto male nell’inutile challenger di Atene. Lo strano figuro sciancato inanella sconfitte in serie. Poi si ferma due mesi e ritorna, in tempo per deliziare gli amanti del nulla genialmente instabile, giocando a mezzo servizio il doppio nella Masters Cup di Londra.
Ernests Gulbis, alla perenne ricerca di quell’equilibrio. Il tennis è un delicato gioco di equilibri sopra una pazzia di fondo. Il giovane lettone seguita a ricercarlo da anni. Sembrava la stagione giusta. Boccoli da putto e michelangiolesco volto ricoperto da barba selvaggia, vince un torneo giocato a grandi livelli, a Delray Beach. Conferma spavalderia e colpi immacolati anche a Roma. Sui campi del Foro Italico fa fuori Federer e se la gioca alla pari con Nadal. Forse l’unico ad aver impensierito sul serio il maiorchino al top sulla terra battuta. Braccio veloce, avvolto da gran naturalezza violenta ed un carattere da incanalare nel giusto binario di una gioiosa pazzia applicata al tennis. Sassate fulminanti e smorzate compulsivamente candide. Chiunque capisca un po’ di tennis non può non capire che questo ragazzo nato da famiglia miliardaria possegga un talento raro nella mano. Che il destino di quelli come lui è vincere gli Slam senza troppa difficoltà. Che il momento è vicino. Nel periodo di moria della vacche attraversato dal tennis, ci si accontenterebbe anche di un personaggio capace di mettere pepe al circuito. Scheggia indomabile come furono Ivanisevic e Marat, da cui ha ereditato gli occhi folli e il rovescio bimane simile a musicale colpo di mannaia. Il delicato giocattolo si rompe a Parigi, a causa di un infortunio alla gamba. Si trascina anche lui fino a novembre senza più un acuto. Solo qualche bagliore sparso. Ma se entro il 2015 non vince uno slam, io vado a vendere platani in Congo, assieme ai vice campioni del mondo di calcio del Mazembe. E vado dallo stesso barbiere di Materazzi.
Mikhail Youzhny. “Er canaro” regala musicali rovesci da top ten. Prigioniero di un corpo da macellaro “er ventresca” e con quel fastidiosissimo gracidar di ranocchie a minarne la serenità mentale, Mikhail Youzhny ha finito per giocare la migliore stagione della sua carriera. A ridosso dei campioni veri e ad un soffio dalla qualificazione per il Masters di Londra. Faccia da bi-ergastolano serial killer di mosche cavalline e fisico tarchiato, è indiscusso protagonista due più bei match d’inizio anno: A Melbourne contro Gasquet e nella vincente semifinale a Rotterdam opposto a Djokovic. Scudiscia di rovescio da perfetto D’Artagnan travestito da Bombolo e come l’incantatore pifferaio magico che si accanisce col serpe, vince per poi arrendersi il giorno dopo all’involucro di cui è schiavo. Una serie di buoni risultati inframmezzati da infortuni e militari saluti al pubblico. Due finali, vittoria a Monaco, discreto Roland Garros ed eroica semifinale a New York. Tanto basta per far gridare al piccolo miracolo di un braccio che vive di vita propria, zavorrato da quella che sarebbe la vincente combinazione di questo sport (mente e fisico).
Michael Llodra. Mancato eroe, sbucato dal passato. Essenza intima del tennis classico che ancora sopravvive alle nefandezze della modernità sparacchiante. Una specie di ritorno all’inebriante passato. Funamboliche evoluzioni, dardeggianti colpi piatti, servizi seguiti a rete con tanto di tagli, merletti e graffi felini. Il trentenne mancino si dibatte come il pulzello d’Orleans nel mondo malvagio. Guizzi balzellanti ed il piccolo capolavoro a Parigi Bercy, tra la sua gente eccitata. Sfiora la finale, affettando con fine arte da cesellatore volleante niente meno che Novak Djokovic. Stagione perfetta, best ranking con parziali successi nei tornei di Marsiglia e Eastbourne, ed estetica fine a se stessa placata grazie a virtuosismi ormai dimenticati. Manca solo la ciliegina. Quello che lo avrebbe consacrato come indiscusso eroe di questo 2010 per gli edonisti del nulla che credono nelle fiabe. Nella finale di Coppa Davis ha sulle corde la possibilità di regalare la Coppa Davis alla Francia, ma nel catino di Belgrado affonda miseramente, stanco e svuotato.
David Nalbandian, l’eroico Sancho Panza. Grande attesa per l’argentino, rientrato dopo le vicissitudini all’anca. Balbetta, ostenta un paio di acuti antichi. Deambula pesante, semi-infermo, col volto paonazzo ed il ventre abnorme pietosamente nascosto da magliette sblusate stile Demis Russos. Il solito Nalbandian, cristallino talento zavorrato da rivoli di ciccia debordante. Cosa fregherà mai a lui, di dimagrire come ha fatto Mardy Fish? Proprio nulla. Con quel braccio, quando vuole, e soprattutto se lo vuole, è capace ancora di incantare. Mezze volate e prodigiosi colpi, contro tempo e contro ogni legge fisica. Sbendato come una mummia egizia ed ancora infortunato, prende un aereo per la Svezia e si trasforma in eroe argentino di Coppa Davis. Rinuncia a Wimbledon per prepararsi all’altra sfida a squadre contro la Russia, ed affossa Davydenko e Youzhny. E il singolare? Poco gli interessa. Mantiene qualche refolo di forma tra un incontro di Davis e l’altro, dominando a Washinghton. Chiude trionfando nella Copa Argentina dove, tra gli altri, batte in due divertentissimi e tirati set Marat Safin versione ex (nel senso che non gioca più, perché allenarsi non s’è mai allenato).
Nicolas Mahut, volleante uomo dei record. Si prende il proscenio mondiale, finalmente. Lui e quel serve&volley diventato arte anacronistica a causa di materiali e superfici che assecondano i picchiatori smidollati. Guadagna l’attenzione di tutti per qualche giorno. Mica per una vittoria importante, ma per l’immortale sfida dei record contro Isner a Wimbledon, durata due giorni. Servizi e volée deliranti, ore di battaglia coi due che continuano semoventi ed appaiati, tra urla e gridolini d’eccitazione del pubblico che affolla il campo secondario dell’All England Club. Finisce per perdere, ma è solo un dettaglio. Chiusa la parentesi biblica torna nel dimenticatoio dei tornei challenger e di chi fatica a restare tra i primi 150 al mondo. Ma questa è un’altra storia (faccio la faccia da Lucarelli).
Frank Dancevic. Un pirata di marzapane. Accade che questo fulgido puledro di razza passi metà stagione da mutuato ex tennista, per i soliti problemi ad una schiena consistente quanto una giuncata. Ritorna in tempo per la brucante stagione su erba, e sciorina qualche bagliore infermo. Quarti a Newport, al solito proscenio per funamboli estemporanei. Sembra davvero voglioso di riemergere anche sul cemento degli States. A Gramby, semifinale, si schianta fantozzianamente contro un tabellone piazzato a bordo campo, facendosi un male atroce ed uscendo sorretto a braccia. Ogni cosa ha il suo destino. Qualche altra fiammata nei challengers europei con le vittorie sul giovin rampollo Dimitrov ed il botolo Clement. Prima di risprofondare nel suo baratro da over 300. Ma io credo ancora che entrerà tra i primi venti. E che contro il nostro giovanissimo ed adorato megapresidentissimo aprostatico vi sia una congiura. Una specie di malvagio complotto ad opera di oscure forze antidemocratiche. Forse alieni color verde marcio, con tre occhi e melliflue antennine vibranti.

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.