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lunedì 6 giugno 2011

ROLAND GARROS 2011 - NADAL RAGGIUNGE BORG


Giornata ultima (di sempre) – Dal vostro inviato, il pagellaro der quarticciolo. Pagelle, bilanci e cazzate estreme

Nadal eguaglia Borg con sei successi nello Slam parigino. Federer manca la nona (sinfonia), Djokovic ridimensionato rinvia il sorpasso e perde momentaneamente tutto. Tra le donne, solita zuffa dalla quale spunta la più costante cinese Na Li. Schiavone scagionata dal moviolone di Biscardi.

Rafael Nadal: 8. Solita cavalcata in crescendo come un diesel da Grande Slam. Nessuno come lo spagnolo riesce a gestirsi e trovare la forma partita dopo partita. Dai patimenti contro John Isner, alle incertezze con Andujar fino alla forma ottimale raggiunta stendendo Soderling e Murray. In finale è bravo e costante nell’attendere i suicidi di Federer. Corre, arrota attaccato ai tabelloni di fondo, annaspa, arranca, va sotto, recupera l’inimmaginabile esalando rantoli che somigliano rigurgiti satanici dell’immortale. Tanto, prima o poi l’altro s’arrende o va fuori giri. Come Federer. L’unico  a tenere quel ritmo da bolgia dantesca è Djokovic, ma lo svizzero glielo ha levato dai piedi con una prestazione da monumento sportivo. Si conferma padrone di Parigi e da quando ha fatto il tagliando alle ginocchia consunte da cotante inumane gesta, almeno sulla terra, pur non nel massimo della forza arrotane, è tornato quel combattente che si può arginare solo nelle giornate di plenilunio in mesi bisestili.
Roger Federer: 7,5. Regale come un puledro di razza da pelo luccicante che procede in sourplace fino alla semifinale. Perfetto e stellare come onirica essenza ultraterrena nell’affondare l’esagitata furia di Djokovic in semifinale. Solite fiammate e fughe della realtà nella finale persa contro Nadal, sua nemesi mortale. Un-due-tre-quattro magiche accelerazioni che quell’altro riprende come un satanasso avvolto da una nube solforosa. Poi al quinto il respiro si fa affannato e giunge la stecca clamorosa di chi è fuori giri, incredulo della propria umanizzazione. Per vincere  la finale serviva un’altra prestazione al limite della perfezione, come pure ello poteva. Invece la perde sciogliendosi nei momenti in cui occorreva assestare il colpo del knock out. Quella smorzata sul quasi set point del 5-2 primo set, cui seguono sette games di paralisi. E lo scellerato tie-break del secondo set, cui era riuscito ad issarsi col benevolo ausilio di una pioggia scaricata da propizie divinità. Senza più nulla da perdere torna furiosamente smagliante nella terza frazione, ma il match è ormai andato. Bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, vate vobis. Ma di certo non erano in molti quelli che si attendevano uno svizzero così competitivo, e capace con orgoglio di reinserirsi nuovamente nel duopolio del futuro. Rivalità che di certo non potrà avere simili guizzi di estemporanea classe imprevedibile.
Andy Murray: 6,5. Il torneo dello scozzese somiglia vagamente ad un’odissea. Procede sicuro fino ai quarti quando, complice una caviglia dissestata, deve recuperare due set al pupazzo a forma di Djokovic (Viktor Troicki, 6) in un match interrotto per oscurità. Inebrianti sprazzi di gran classe nel riacciuffare il match per i capelli dal 2-5 al quinto, sciorinando cinque games da perfezione tennistica. Torna nella cesta perdendo in tre set da Nadal in semifinale. Come in un racconto del Bukowski di cui mi sfugge il titolo, continuano a mancargli “quei maledetti 10 centimetri” per l’apoteosi della vittoria in uno slam. Che se avverrà, non sarà certamente sulla terra battuta.
Novak Djokovic: 6. Doveva essere il torneo del grande shock in cui sbancava tutto, con quell’espressione di marziale violenza sadica che per molti si riassume in una parola: “simpatia, mamma che simpatia”. Il primo successo al Roland Garros, il secondo Slam della stagione, il record di vittorie consecutive appartenente a John McEnroe, e la prima piazza mondiale. Invece basta la defezione dell’eroico (una statua, merita) Fabio Fognini, ed un monumentale Federer d’annata per fargli perdere tutto. Ci prova in tutti i modi a far girare la semifinale, mettendoci tutta la foga e l’agonismo che possiede. Ma ci sono certe giornate in cui, di fronte alle immensità, non basta. Tutto rinviato. Ma il futuro è tragicamente suo (porta sempre benissimo dirlo).
Gael Monfils: 6. Sevizia tennistica autentica, cristallina. Canotta viola apparato funebre, ginocchiere da stunt-man ed inquietante tennis difensivamente acrobatico, spalmato come un geco sui teloni di fondo. Ancora una volta raccoglie ogni energia nel torneo parigino. In un match da contemporanea embolia all’ipotalamo ed ernia al cervelletto, la spunta su Ferrer (6 per quel ciuffo sbarazzino da ciwawa incattivito) in cinque set. Incontro sospeso quando anche l’oscurità sembrava essersi ribellata allo scempio estremizzante (i due sarebbero andati avanti tutta la notte, senza problemi). Ricondotto allo status di comprimario sgasato da Federer, nei quarti.
Robin Soderling: 6. Non gli riesce lo scalpo eccellente sulla magica argilla parigina, come nelle edizioni precedenti. Poco psycho e niente killer, stavolta. Procede di regolare violenza ignorante fino ai quarti, quando Nadal argina bene le sue sfuriate accecate ma poco assassine.
Juan Ignatio Chela: 6. Spot vivente del gerovital, l’ultratrentenne argentino irriducibile ed inestirpabile come gramigna. Parlare di gerovital per uno che anni fa venne pizzicato a somministrarsi magiche pozioni di nandrolone, potrebbe sembrare allusivo. In ogni caso, il dinoccolato argentino con la faccia da indio flaco della Pampa, ritorna nei quarti del Roland Garros a distanza di anni. Corre ed arpiona come imbracciasse una fiocina e non si arrende mai. Tranne che a Murray nei quarti.
Ivan Ljubicic: 6,5. Il suo dovere, il vecchio pirata Ljubo, continua a farlo sempre. Malgrado quella antologica pelata e l’afflitta espressione da pensionato che ne ha viste tante e beve la sua birretta melancolica appoggiato al bancone del bar. Commovente il primo set contro Nadal, sfolgorante la lezione tecnico tattica inflitta a Nando Verdasco (4,5. Sempre più macchietta di se stesso e più perdente di Seppi e Petzschner messi assieme che vogliono sembrare Nadal).
Eroi per caso. Il torneo delle grandi sorprese ha visto salire sul carro dei protagonisti per un giorno, un nugolo di tennisti delle retrovie. Lucasz Kubot (6,5) è magnifico protagonista di una incredibile rimonta ai danni di “Ciccio brutt(issimo)” Nicolas Almagro (4). Il marcantonio polacco con la canotta gli recupera due set ed un break di vantaggio nel terzo grazie ad un bel tennis macchinosamente offensivo che non disdegna inaspettate volèe. Gran combattente, anche piacevole a tratti. Uno che fa fare ad Almagro la figura dell’allocco, non può non essere gradevole. Stephane Robert (6,5), trentenne francese di lunga milizia senza squilli, si trasforma in eroe d’altri tempi sui campi del Roland Garros. Basta il suo tennis regolare, con qualche guizzo d’anticipo a riportare Thomas Berdych (4) nel suo normale status di “tacchino sparacchiante”, protagonista di una puntata di Superquark dal titolo “alla ricerca dei segreti di un cervello inesistente”. Senza più carburante dopo i cinque set di battaglia, cede di schianto a Fognini. Alejandro Falla (6,5). Alzi la mano chi si attendeva un torneo simile da questo esperto mancino colombiano da veloce, con l'espressione del volto da triste coglitore di Caffè Mokambo. Uno che solo sul veloce vale i primi cento. Basiti e stecchiti sotto le sue sapide accelerazioni mancine: Un esperto terraiolo come Starace, un bel talento in gran forma come Floryan Mayer, e l’altro eroe involontario Lucasz Kubot. Manca di un paio di punti l'incredibile qualificazione ai quarti di finale, sconfitto da Chela in cinque set. Lukas Rosol (6,5), ventiseienne qualificato di Cechia dinoccolato con la bamboccesca faccia da Andrei Medvedev, buon tennista da tornei minori in possesso di poderosi fondamentali (servizio e dritto devastanti), si scopre gran combattente da battaglie in cinque set facendo fuori l’eroe della scorsa edizione Jurgen Melzer (4,5) ed Eduard Roger de Vasselin (4,5).
Cabal/Schwank: 7. Per fatale errore, mi sintonizzo mentre è incorso la finale di doppio. Scenario lunarmente surreale, con una dozzina di avventurosi reduci sugli spalti. Questi due terricoli di purissima razza sudamericana giocano un doppio terrificante contro l’indimenticata “bestia” bielorussa Mirny e Nestor (in due, 76 anni). Il due sudamericani si avventano a rete, scattano, zompano come due ratti orripilanti, cambiano, lanciano urla agghiaccianti, esultano come pazzi squilibrati. Sugli spalti l’entourage dei due esulta in stile Tardelli al Mundial 1982. Cabal in un impeto d’agonismo vagamente omosessuale arriva a baciare Schwank sulla guancia, facendolo vergognare un poco. Poi perdono al terzo set, ma rimane un gran pezzo del Roland Garros 2011.
Italiani sugli scudi della normalità: Su tutti Fabio Fognini (7), capace di riportare l’Italia tennistica nei quarti del torneo parigino dopo sedici anni. Regola in sicurezza Istomin, poi Robert e Garcia-Lopez stravolti e paralizzati dalla fatica del giorno prima. Ma il piccolo grande capolavoro lo fa venendo a capo di Albert Montanes (6), quasi da fermo per i crampi e tirando vincenti come grandine in un match trasformato in virtuosa commedia dell’arte. Simone Bolelli (5,5), ripescato come “perdente fortunato” si destreggia dignitosamente sul centrale, perdendo in tre lottati set da Andy Murray. Dopo aver battuto all'esordio Frank Dancevic (una prece a colui che poteva essere). Il piccolo Federer di Budrio fa bella figura contro quelli forti, ma non riesce a battere quelli deboli (vedasi scempio nelle qualificazioni), il risultato è la posizione 112 del ranking, più o meno. Potito Starace (4,5), incresciosamente estromesso da Falla. Sconfitta rivalutata dal buon torneo del colombiano. Ma se non passa un turno nello slam su terra, difficile possa farlo altrove. Filippo Volandri (4,5). Meglio del quasi ex gnomo d’oltralpe Arnaud Clement in un primo turno di slam c’era poco. Lui finisce per perderci alla distanza. Ma il Karlovic al caciucco sembra prontissimo per i prati inglesi.

Donne

Na Li: 8. Questa ventottenne cinese esplosa in età matura, finisce per vincere con merito un torneo apertissimo ad ogni soluzione, dimostrandosi la più costante dell’incerto lotto. Una vittoria costruita facendo fuori con sapida esperienza le sfuriate folli delle varie orchesse "spatapummete": Kvitova, Azarenka, Sharapova, neanche fosse una invalicabile muraglia cinese che rimanda di là ogni bordata a velocità doppia. Senza arretrare mai di un centimetro ed in perenne accelerazione, non si fa spaventare nemmeno dalle ricercate variazioni di Francesca Schiavone nella finale.
Francesca Schiavone: 7,5. Sarà anche avvinta dalla sindrome di Lance Armstrong che concepiva una sola manifestazione all’anno, dedicando i restanti undici mesi alla sua puntigliosa preparazione, ma la milanese compie un altro piccolo miracolo, domando con grande esperienza le sfuriate giovanili di Pavlyuchenkova e le sghembe ambizioni della Bartoli. Stavolta manca l’ultimo gradino della finale, complice una cinese con gli occhi a fessura che non concede nulla. Nulla può il moviolone di Biscardi che pure testimonia fuori di due millimetri quella infingarda pallina che l’avrebbe mandata a set-point. E niente può nemmeno il gran sostegno dell’inarrivabile vate Fabretti (7+) al microfono rai-tv, lei quasi ascoltando il suo ammonimento: “Panta Rei, cogli l’attimo”, ubbidisce, scorrendo pienamente in quell'attimo fuggitivo partorito del neo filosofo eracliteo quantista della cazzata.
Maria Sharapova: 6,5. Prosegue nel buon momento, dopo il trionfo al Foro. Come la statua della libertà si pianta al centro del campo, chiude gli occhi e  congegna terrificanti roncole urlate. In obbedienza a precisi dettami di qualche coach avvinazzato, serve la prima a 185km/h e la seconda a 200 km/h (spesso fuori dal campo). Brutalizza Andrea Petkovic ed il suo insensato progetto fila liscio fino alla semifinale, quando Na Li le rimanda tutto dall’altra parte a doppia velocità, facendola rimanere di gesso. Pericolo scampato per gli organizzatori. In caso di finale con Francesca Schiavone, tra belluine urla di orgasmi mortiferi e lamenti da scaricatrice portuale, si rischiavano scene di panico e laceranti perforazioni dei timpani di ignari spettatori.
Marion Bartoli: 6,5. Indiscutibile protagonista, questa francese che si issa fino alle semifinali come un mistero inesplicabile. Danza neanche fosse Suzanne Langlen sciancata e senza collo, scuotendo la lunga ed unta coda di cavallo corvina. Colpi quadrumani di stordente ineleganza, occhi da pernice ed autoincitamenti contagiosi simili ai versi di un primate del Botswana. Mima nell’aere strane mosse a metà tra la danza maori ed uno strano rituale woodoo. Nemmeno i francesi riescono a tifarla. Batte comunque Goerges e Kuznetsova, niente può contro Schiavone
Victoria Azarenka: 6. Esorcizzata da qualche equipe di luminari esorcisti, appare serena. Paonazza ed ingrugnita, ma quasi castrata e trattenuta in quei gesti da camionista isterica che l’avevano resa celebre nel circuito. Il tennis ne guadagna e sembra una delle favorite. Fino all’avvento della castiga-valchirie randellanti Na Li, sua bestia nera, contro cui non riesce proprio a trovare rimedi tattici.
Anastasia Pavlyuchenkova: 6+. Ha solo vent’anni questa ragazzona russa, ma da almeno tre si attende la grande esplosione, visto che a quindici asfaltava in sicurezza gente come Caroline Wozniacki e vinceva slam junior a grappoli. Sembrava l’occasione giusta, ma si fa recuperare avanti 6-1 4-1 da quella vecchia volpe italiana, pagando l’inesperienza a certi livelli. Sarò pazzo, ma la rotolante russa mi sembra più dotata della altre picchiatrici della sua specie. Sarà per quella rapidità di braccio e pulizia dei colpi, o per la (rara di questi tempi) capacità di giocare colpi contro tempo. Forse sono davvero diventato pazzo, questa volta.
Sabine Lisicki: 5. La tragedia che si appalesa su un campo da tennis. Si fa rimontare, si fa male, piange e perde da Vera Zvonareva. Questa giovane tedesca dai colpi devastanti è tristemente colpita da un indecifrabile morbo psicosomatico. Si rompe appena si compie la rimonta dell’avversaria. Qualcosa deve intrecciarsi mentamente, le si affloscia anche il fisico e fa crack. O immagina di farlo, per darsi una giustificazione inconscia. (Ah, lo inconscio…). Rimane nella mente come una delle immagini più significative del torneo la sua perizia stizzita nello sputare via il nero della banane, prima di trangugiarle a guance piene.
Petkovic/Goerges: 5,5. Gemelle diverse della Germania tennistica. Entrambe giovani ed in ascesa. Muscolata e vagamente mascolina una, estremamente femminile l’altra. Picchiatrice macchinosa come una vaporiera una, picchiatrice un filo più fluida l’altra. Una viene stesa da Masha la siberiana, l’altra da Marion Bartoli. Ma in ogni caso, aggiungendo al lotto Sabine Lisicki, la Germania del tennis femminile ha un florido futuro. Poi, quasi per caso vedi il risultato di una esibizione appena giocata ad Halle: La quarantunenne Staffi Graf batte Julia Goerges 3-6 6-2 11/9, e pensi che in fondo stavano molto meglio vent’anni fa
Vera Zvonareva: 4,5. Poteva essere il suo torneo, senza le lungodegenti Williams (ormai ex tenniste), con Kim Clijsters tenuta assieme solo dal nastro adesivo e Caroline Wozniacki subito fuori. Invece si fa sorprendere ancora dai colpi sfrontati della più giovane connazionale Pavlyuchenkova. Delizioso il modo in cui cade, elegantemente goffa sull’argilla, come ballerina del Bolshoi colta da isterico prolasso placido.
Svetlana Kuznetsova: 6. Veniva da un periodo di atroce flessione recalcitrante. Sorprende arrivando nei quarti, ma si lascia superare da Marion Batoli perdendo la grande occasione di ritornare in finale. Rimangono quegli shorts aderenti assai conturbanti a gettare gli animi degli appassionati nello sgomento più assordante e a farsi delle domande sulla propria omosessualità latente.
Caroline Wozniacki: 4. Fa quasi tenerezza vederla in difficoltà, come se si vergognasse d’esser la numero uno al mondo, provando a fare qualcosa di diverso dal regolare pallettarismo che l’ha issata lassù. Non è colpa sua se le altre procedono ad orridi strappi, ed il computer ragiona per numeri. Ma nella Wta attuale può succedere che la numero 30 al mondo in buona giornata (Daniela Hantuchova, 6) possa schiantare la numero uno, lasciandole quattro games. Senza destare scalpore.
Kim Clijsters: s.v. Viene da domandarsi cosa sia andata a fare a Parigi ridotta in quel pietoso stato fisico. Dura un set e mezzo, prima di arrendersi alla giovane olandese Arantxa Rus. Altre si sono arrese al fisico, lei continua a provarci. Non si ritira nel match pur con una spalla svitata, non si ritira nemmeno dall’attività agonstica. Sperando riesca a rimettersi in sesto.

sabato 4 giugno 2011

ROLAND GARROS 2011 - LA MURAGLIA CINESE NA LI STOPPA SCHIAVONE


Giornata tricolore – Dal vostro inviato nelle risaie di Pechino

Quando fai una cosa, falla bene. Me lo sono ripetuto mentalmente. E tra Eurosport ed uno streaming americano, opto senza indugio per la raitivvì. Andiamo, mi dico. E’ come seguire l’esito delle elezioni sul Tg di Emilio Fede. Se va come deve andare, la gioia è doppia. Metto pure all'orizzonte una foto di Binaghi come buon auspicio. Un primo piano intenso.
La Italia intiera, un anno dopo, si è nuovamente fermata. Ai piedi, nel braccio e nel budello della racchetta di Francesca Schiavone. La trentunenne milanese riuscita nel quasi miracolo della tecnica e della volontà, ad issarsi per la seconda volta nella finale del Roland Garros. Pure la tv di stato, come dodici mesi or sono, balza sul carro della vincitrice, o meglio della finalista, proponendo al contribuente medio le immagini del tennis, sport assai misterioso. Tra l’italiana e lo storico bis, l’esperta cinese Na Li. Tosta, concreta, pericolosa, favorita. Un delle possibili trentadue finali, forse una delle meno attese. Dal lato di tabellone della cinese, tutte le avversarie più insidiose, stecchite in sequenza arginandone la forza erculea con sapidi anticipi. Nell’ordine: Kvitova, Azarenka e Masha l’urlante svitata. Corsi e ricorsi. Come l’anno scorso insomma, l’italiana si ritrova in finale l’avversaria che le ha sterminato tutte le contendenti più pericolose. Lei è invece venuta via di classe ed esperienza, domando l’acerba russa rotolante Pavlyuchenkova e quella strana cosa francese, Marion Bartoli, in semifinale. Ma questa cinese ha ben altra tempra rispetto all’australiana già morta in partenza, Samantha Stour, battuta nella finale del 2010.
Si parte. A microfoni, manco a dirlo, la coppia delle grandi occasioni: Fabretti-Grande. Il sommo inizia leggendo un "papello" di struggente presentazione che rimarca le sovrannaturali  ed eccezionali qualità dell'italica tennista, come nemmeno ai tempi del littorio in sbiadite immagini in bianco e nero dell’istituto luce. Poi una sommaria descrizione della vil straniera dall’occhio a mandorla, da purgare il prima possibile senza indugio alcuno e pietà dei pavidi e lassisti disertori: “Una tennista senza talento”, sentenzia con gran sicumera. Eccoci. L’inizio è equilibrato, Na Li non patisce alcuna emozione, mentre la tricolor eroina è più contratta. Fatica ad azionare i proverbiali ”ahuiiiii” (dritti in top spin), ed è poco incisiva negli “ahuhiiiaaa” (rovesci slice). La figlia di Mao, con gli occhi assassini a mandorla si piazza in mezzo al campo e colpisce in perenne anticipo omicida. Profonda ed angolata. Niente da fare per la nostra, che non trova alcun rimedio. “Tennista tutto dritto questa cinese qui (senza talento, stavolta non lo ripete), il guizzo dell’ispiratissimo cantore. E quella piazza due magnifiche zampate di rovescio bimane lungolinea, all’incrocio. ”Francesca deve farla venire a rete, perché corre malissimo in avanti”, gli fa eco l’altra. Prontamente esauditi. Due smorzate in sequenza della talentuosa italiana, sulle quali la cinese si avventa con uno scatto degno di Ben Johnson d’annata e chiusa in scioltezza decontratta.
Na Li non sbaglia nulla e regala niente. Si trova alla meraviglia nell’incocciare d’incontro le bordate delle gran picchiatrici smidollate, ma nemmeno le variazioni portentose della nostra la scalfiscono minimamente. Vince il primo, scappa via anche nel secondo. L’italiana inizia dei soliloqui interessanti. Sorride suadente, fa segno al suo angolo che le gambe non girano. Barazzutti, al secolo “il muto”, fa sentire la sua voce tonante tra un punto e l’altro. Francesca è ad un passo dal baratro, quel doppio break che equivarrebbe alla resa definitiva. Il "duo cabaret" si fa più guardingo, ma ci spera ancora come tutta l’italia racchettara. Si prodiga in rutilanti macumbe d'antologia e speranzosi doppi falli dell’avversaria come nei peggiori bar sport. Il vate detta tempi e colpi che l’azzurra dovrebbe mettere in campo. E quella, quasi gli volesse rispondere (in realtà lo faceva al duo Garbìn-barazzutti), in un nitidissimo labiale: “Ma cosa cazzo devo fare? Vaffanculo va’!”, dopo l’ennesimo fendente che l’altra gli piazza a cinque centimetri dalla riga di fondo. Schiavone si salva ugualmente, con orgoglio, dal doppio svantaggio e rimane in corsa. Ci sono dei momenti, delle opportunità mancate o salvate in cui, avendone viste tante di partite, capisci come il match girerà. Ed infatti, dopo le grandi occasioni mancate banalmente, la cinese inizia ad accorciare, ad andare fuori giri e fuori di testa. Perde il servizio, bisticcia con un tifoso alle sue spalle, manda a quel paese il suo angolo. L’italiana zampetta garrula, la riaggancia, va a due punti dalla vittoria del secondo set. Sembra il solito canovaccio dell’indomita combattente.
Ma i match, a volte, girano anche due volte o più. Ed eccolo allora, l’altro punto di snodo. Rovescio ad uscire della cinese che sembra morire fuori. Sarebbe set point per mandare il match al terzo set. Ma il giudice arbitro controlla il segno e la battezza sulla riga. Sconcerto in cabina: “No, no…l’arbitro non può mettere in dubbio Francesca, se Francesca dice che è fuori è fuori, lei che è correttissima…ma veramente…”. Già, come può permettersi un arbitro a contraddire un tennista di siffatta correttezza? Potrebbero anche arbitrarsi da soli certi giocatori corretti. E’ la gemma migliore della giornata. Sugli spalti c’è anche uno spaesato Marat Safin. Pare invecchiato di quindici anni e dormire della grossa dietro gli occhiali. Probabilmente l’avranno trascinato lì di peso, appena sveglio. Ma intanto, dopo quella chiamata, il match finisce. Nove punti consecutivi della muraglia cinese, mentre la milanese ancora guarda quella riga.
Vince Na Li, secondo pronostico. Pacchianerie d’italici appassionati improvvisati a parte, la sconfitta nulla toglie all’impresa della tennista italiana, che continua a veleggiare ad est della simpatia, ma a Parigi trova sempre risorse impensabili a vederla trottare durante la stagione.

ROLAND GARROS 2011 – IL VENERDI’ DI REDENZIONE. FEDERER CHIUDE IL CERCHIO


Giornata X - Dal vostro inviato che attende con ansia la finale femminile, scoprendosi segreto ammiratore di Mao Tse Tung

Era scritto nelle stelle, forse, dovesse essere proprio lui a chiudere quell’atroce cerchio iniziato a Londra. Quarantuno successi consecutivi per Novak Djokovic, da Federer a….Federer. Ci si era ormai messi l’anima in pace. Un detrattore della prima ora provava a pensare a dell’altro. Anche cambiare sport da visionare saltuariamente. Niente da fare, quello strano robot snodato pareva di un altro pianeta. Inarginabile, impermeabile a tutto, orridamente inscalfibile. Atrocità sensoriale allo stato puro. Vincerà degli slam, ok. Diverrà numero uno, va bene anche quello. Sopportiamo tutto con cristiana rassegnazione agnostica. Batterà anche il record di vittorie consecutive appartenente a McEnroe 1984. Stop, alt. Va bene tutto, ma non le irridenti prese in giro. Sembra la sadica punizione ad opera di una religione malvagia. I record sono fatti per essere battuti, ma non si può sopportare a cuor sereno anche la beffa ultima, che sia proprio il mostro robotico a spegnere l’invincibile poesia di Supermac. Configura un atto di genocidio tennistico. Mancava un solo match all’inevitabile epilogo, complice la fantastica rinuncia nei quarti di Fognini (ignaro salvatore del Tennis e meritorio di un monumento).
L’atmosfera sul “Philippe Chatrier” è quella delle grandi occasioni. Eccitazione, gridolini ed un cielo di cemento a preconizzare gli eventi più straordinari o nefasti. Roger Federer provava a mettere fine a quella striscia terrificante. Tutto iniziò con me, e tutto finirà con me, deve dirsi tra se e se, appena convinto d’esser Dio. Sembra quasi se lo ripeta mentalmente quando strappa il servizio in apertura al serbo. Boato terrificante del pubblico parigino. Può dirsi tutto dei francesi. Che mangiano lumache e mettono le baguettes sotto le ascelle, ma sanno riconoscere il tennis dalle corride. L’elvetico è la solita gelida maschera compassata. Non trapela niente, nulla, tranne quella intima convinzione superiore. Aveva steso con grazia sovrannaturale Monfils e Wawrinka, ma con Djokovic si rischia ancora di assistere ad altro sport. Si decide tutto o molto in quel tie-break del primo set. Il serbo è in una esaltazione fisica e mentale da far paura. Chiamate gli artificieri, i caschi blu, la protezione civile, vien da gridare nell’osservarlo snodarsi come informe essere e riprendere i colpi definitivi dell’ex numero uno. Un rovescio controtempo che fila via a velocità della luce, acciuffato in tuffo col telaio, rovescio nell’altro angolo ripreso quasi steso in terra. Fino allo smash finale sul quale nulla può, e pallina levata dalla tasca e gettata dall’altra parte quasi con regale stizza di Svizzera. Deve fare il punto quattro volte Roger. E stavolta si è messo in testa che può anche farlo.
Vince il tie-break e vola avanti anche nel secondo set. Incredibile a Parigi. Il mostro annaspa, vacilla. Fa le faccette ironiche. Se la prende col fato. Sorride mostrando i denti. Bellissimo e simpatico, certo. Simpatia confinante con una nevralgia mortale all’ipotalamo. Il pubblico non sta nella pelle. Mai visto un tifo simile, di quelli che vogliono trascinare all’impresa. Ed ecco i surreali e ritmati incitamenti “Rvrojer”, con la francofona “erre” arravogliata. Qualcosa di simile si era visto solo con l’ormai ex Guga Kuerten all’ultima passerella di commiato, o col quarantenne Jimbo che portò il bimbo Chang al quinto e salutò, come istrione immortale, uscendo sorretto a braccia da due infermieri. Ma intanto Federer vola. Una prestazione monumentale, impeccabile, stellare. Serviva un match perfetto e lui ha deciso di giocarlo, quel match perfetto. Nessuna pausa o svago, che negli ultimi mesi finiva per punirlo. E’ mentalmente sereno, lo svizzero. Forse deve aver capito che la vita da numero tre al mondo, quando hai già vinto tutto, non è poi malaccio. Che cercare a tutti i costi quel numero uno, finiva per asfissiarlo e logorarne la mente. Si sta bene da numero tre, basta continuare a pensare intimamente di essere il numero uno. Per un match o un torneo. Il servizio fila via come non avveniva da tempo, decisivo ed implacabile nei momenti cruciali. Un vecchio maestro mi ripeteva sempre: “Quando sei in difficoltà, pensa prima al servizio, se quello funziona, tutto il resto si ricostruisce attorno”. Ovviamente la teoria non può valere per Volandri.
Avanti due set a zero, e grande sorpresa alle porte. Federer che batte Djokovic, una sorpresa? E’ il segno dei tempi e di questo sport pazzo. Solo un anno fa sarebbe sembrata una barzelletta. Il pubblico non si tiene. Altri cori commoventi. Djokovic patisce, fa ampi e teatrali gesti di livorosa impotenza. Federer continua a veleggiare come danzando su nuvole ovattate. Frustate melodiose di dritto e rovesci improvvisi che lasciano l’altro di sasso, in terra, con le gambe divaricate. Il rovescio va, come nei giorni delle sinfonie migliori. Solo una pausa ad inizio terzo set, rimette in corsa il serbo che s’insinua nello spiraglio come un satropo. Inizia ad ostentare pose marziali e cameratesche, digrigna l’orrida dentatura, guarda i facinorosi al suo angolo sbarrando gli occhi da Aigor. Terrificante. Non ci sta ad uscire di scena a quel modo. Rintuzza e contrattacca come una furia, e porta a casa il terzo set. Ed ora? Potrebbe cambiare tutto, il pubblico lo capisce e continua nel martellante accompagnamento rosso-crociato, vorrebbe sospingerlo a braccia. Djokovic non lascia più niente, arriva su tutto e tira da posizioni improponibili. Sulle righe. Lo svizzero è in ritardo col fisico, ma bilancia il tutto con un braccio che è sinfonia celeste. E stavolta non molla, sembra non voler mollare. C’è ancora una mezz’ora di luce prima del buio incombente. Quasi scontato che i due si giochino il quinto set il giorno dopo, quando Nole va a servire per il quarto. Altre quattro fiammate elvetiche suggellate da un marziano rovescio lungo linea, ed è 5-5. Inevitabile decisone al tie-brak. Assolutamente perfetto Federer, un orologio implacabile al servizio, ed è trionfo. Una lezione inattesa, forse. L’incredibile coincidenza di eventi e record alle porte, tutti stroncati sul nascere. Djokovic vincerà altri slam, diventerà numero uno al mondo, ma quel record proprio no. E Federer come il maestro, ci teneva a dimostrare al virgulto discolaccio futuro numero uno, chi lo è ancora in pectore. Per un match, o due. Vedremo.

domenica 29 maggio 2011

ROLAND GARROS 2011 – OTTAVI, GLI IMPLACABILI PRONOSTICI DEL VEGGENTE


Settima giornata – Dal vostro inviato a Wembley, fermamente convinto che sia l’Unicef a far giocare i blaugrana in modo stellare.

In qualità di astro-veggente figlio illegittimo nato da uno scellerato rapporto lesbico tra il mago delle stelle Paolo Fox ed il Divino Otelma (utorrr-perorrrr-oliiiimmmm), vi preannuncio gli esiti degli ottavi di finale degli Internazionali di Francia di tennis.

Nadal-Ljubicic 1. Prevedo il concreto rischio di una punizione ingiusta. Il vecchio Ljubo è stato autore di un torneo sontuoso, impreziosito dalla schioccante lezione di vita inflitta a Verdasco, fatto apparire come un Pierino ripetente. Che bei manrovesci. Nadal in tono minore, pronto ad accelerare in dirittura d’arrivo come sua abitudine. Perché se non accelera, e ripeto “se”, fa poca strada. E Ljubo un set o più può portarlo anche a casa.
Soderling-Simon 1. Ottavo di finale pronosticabile in avvio, e con parvenze di equilibrio. Soderling è andato via spedito (se si eccettua una lieve ronfata col “lucky loser” Harrison), ed ha messo nel mirino Nadal. O forse sono io che ho messo nel mirino l’interessante quarto. Gilles Simon non ha le gambe poderose di Monfils, il carisma di Tsonga o uno Stradivari nel braccio come Gasquet, ma ha la testa più solida degli ultimi due messi assieme. Buono il suo torneo, in crescendo. Però contro lo svedese dovrebbe soccombere. Forse strappando un set.
Murray-Troicki 1. Lo scozzese, vista la sua parte di tabellone, potrebbe avere già la testa a Nadal. Questo l’unico rischio. Perché uno come Troicki, con gli occhi di Troicki, la faccia di Troicki, non lo devi mai sottovalutare. Il serbo sta a Djokovic, come Wawrinka sta a Federer. In questo caso però, v’è anche l’imitazione platealmente stucchevole. A Parigi ha trovato una buona forma, ed il Murray svagato che ha rischiato di lasciare un set a Bolelli può complicarsi la vita, se lo sottovaluta.
Chela-Falla 1. Ah, beh. Abbinamento che farebbe eccitare qualsiasi fine esteta postumo, nell’atto di tagliarsi le unghie in pieno ed oppiaceo delirio creativo. E felici gli organizzatori del prestigioso challenger di Bucamarango (non più di un quarto di finale, però). L’esperto terricolo argentino ha riscoperto una nuova giovinezza, e di andare a riposarsi in un gerontocomio non sembra proprio averne voglia. Complice il gerovital o un nandrolone un filo più legale, ma corre come un ventenne e sgozza tennis in scioltezza. Lo vedo vincente sul colombiano Falla, altra rivelazione del torneo. Inattesa, almeno da me che ho sballato tre giornate di pronostici per colpa di questa specie di orsetto mancino. Uno che mai aveva ottenuto grandi risultati sul veloce, figurarsi sulla terra battuta. Se non perde nemmeno questa vado io stesso a Parigi per colpirlo di giustezza, tra capo e collo.
Federer-Wawrinka 1. Come la sessantesima replica della corazzata Potemkim, immortale capolavoro. Annesso finale, perché quello a sorpresa va in atto una sola volta nella vita. Federer è andato via di corsa leggera, come in preparazione della semifinale. Preparazione inutile, perché lì si giocherà un altro sport. Un mix tra la corrida di Pamplona e la pelota basca con accenni di rugby senza regole. Wawrinka dopo l’incredibile rimonta su uno Tsonga cappottatosi da solo, potrebbe non aver nulla da perdere. E perdere bene, come obiettivo.
Monfils-Ferrer 2. E che vuoi dire. Se vedete più di dieci minuti di questo match e siete ancora in possesso delle vostre facoltà mentali, siete da stimare.
Montanes-Fognini 1X2. Ottavo succulento. Oh, si. L’esperienza terricola del vecchio ed astuto ratto iberico rappresenta l’ultimo ostacolo verso i quarti di finale, per l’alfiere azzurro. Albert “el rato” è però superiore agli avversari fino ad ora affrontati dal ligure. E non è nemmeno reduce da sfibranti maratone. Penso Montanes, ma non lo dico perché altrimenti sembrerei un vigliacco disertore della patria. E perché le invitanti quote (Fognini a 2,50) mi farebbe puntare l’italiano, al limite.
Gasquet-Djokovic 2 (o 1, seee). Eccoci qui. Ottavo che avevo auspicato già ad un primo sguardo del tabellone. Il Gasquet sotto la cura Piatti (sempre più in corsa per il Nobel alla psichiatria sportiva) è tennista finalmente libero di esprimere il gran talento stipato nel braccio e troppe volte castrato da un cervello che volevano far pensare (e cosa può partorire un cervello inesistente? Finisce per rendersi ridicolo). Ovvio, non sarà mai un “coeur de lion”. Bello pensare sia proprio lui che mette fine alla interminabile striscia di vittorie dello straripante serbo. Bello, affascinante, simbolicamente significativo. Un braccio che fa soccombere il fisico, gli fa ballare la rumba e lo finisce come fa il toreador agitando al cielo l’ascia. Bello pensarlo e sperare. Il pensiero e la speranza sono le uniche cose che ci rendono vivi. Poi la realtà è altra roba, buona per ci ha le palle e non spera, ma fa. “Il fare”. E nella realtà, un buon Gasquet potrà infastidire il serbo. Il resto è roba da sognatori, magari comunisti.


Zvonareva-Pavlyuchenkova 1. Derby russo tollerabile. Vera è andata ad un centimetro dalla sconfitta con Lisicki, senza scomporsi o ululare alla luna la sua disperazione (un po’ mi è dispiaciuto). Quasi che un battaglione di mental coach l’avessero anestetizzata con ettolitri di tisana alle erbe medicali nicaraguesi. O forse il meglio se lo tiene per le battute finali. Parte favorita, malgrado il recente scontro diretto, contro la russa basculante. Anastasia mi fa gran simpatia. Sarà per il nome, o per quelle gote grassocce, il doppio mento, i rotoli dell’amore, il ventre pingue e le gambe grasse come prosciutti pata negra. Non corre, rotola in simpatia neanche fosse una vitella da latte sovrappeso e tira la qualsivoglia. Ogni tanto prova anche qualcosa di differente. Però Vera rimane favorita, per l’esperienza.
Jankovic-Schiavone 1X2. La contagiosa simpatia al potere. Chissà cosa ne verrà fuori. Match difficile per la milanese apparsa motivatissima, che pure avrebbe tutte le armi tecniche per divellere il muro difensivo e le sgroppate zoccolanti dell’equina di Serbia. Ha però bisogno di una prestazione al limite della perfezione, di sbagliare niente (tranne il prono elogio del sultano) come nelle battute finali della cavalcata 2010. Tagli, back, lift, attacchi e smorzate, farebbero crollare Jelena. Qualcosa di simile fece una Maria Josè Martinez Sanchez sorretta dagli astri celesti, nella finale di Roma dello scorso anno. Come fosse cosa facile.
Na Li-Kvitova 2. Altro confronto equilibrato e dall’incerto pronostico. I mancini fendenti da knock-out della gigantessa ceca, contro i perfidi anticipi e l’esperienza della scafata figlia di Mao Tse Tung. Vince chi anticipa l’altra nelle intenzioni.
Bartoli-Dulko 1. Balzelli schizzati, mosse da boxeur che prova i colpi nell’aere, movenze di ballerina storpia su un fisico tozzo ed una faccia che è un dipinto surreale. Cosa (non) è questa francese quadrumane? Vederla servire come se stesse per iniziare una piroette en dheor o ricevere il servizio dell’avversaria accennando un passo di macuba voodoo, è esperienza unica. Non farete nemmeno in tempo ad accorgervi di quanto brutti e clamorosamente contrari alle leggi fisiche siano i suoi colpi quadrumani. Potrebbe arrivare ai quarti battendo Gisela Dulko, scolastica e piacevole, ma che la sua impresa l’ha già fatta battendo Samantha Stosur.
Hantuchova-Kuznetsova 2. La regola della prova del nove raramente viene smentita. Dopo una grande impresa, rimane assai difficile ripetersi. E Daniela Hantuchova reduce dalla gran prestazione con Caroline Wozniacki, potrebbe ancora ricaderne vittima. In questa Wta imprevedibile ed aperta ad ogni scenario, la vezzosa Sveta ora sembra nuovamente in palla. Una cosa che a vederla vaneggiante ed in balia dei demoni fino a qualche settimana fa, sembrava impossibile. Parte lei, favorita. Per la regola della prova del nove e per quegli shorts aderenti che la rendono irresistibile.
Makarova-Azarenka 2. Confronto piacevole come una fiocinata in pieno costato. Già lo dissi, già lo sa chi un poco ne capisce: Se la bielorussa mantiene questa serenità mentale e il fisico non fa crack (avviene ogni due per tre), è la favorita numero uno al titolo (ok, ce la siamo bruciata). Per la Makarova, mancina russa dal timido pugnetto incorporato e la faccia da studentessa (bruttina) fuorisede spaurita dalla grande metropoli, non dovrebbe esserci scampo. Buono comunque il suo torneo.
Petkovic-Kirilenko 1. San Gemini. Provate ad assistere a due o tre scambi della maniscalca tedesca col fisico da Wonder Woman. Avvertirete salire i sintomi di un soffocamento lento. Tremendamente macchinosa e costruita, un robot orrendo. Ma finché è in condizione, risulta efficace alla bisogna. Maria Kirilenko è molto bella, dire di più o addentrarsi nelle sue doti tecniche, finirebbe per risultare riduttivo. Brava a sfruttare il buco lasciato vuoto dall’inferma Clijsters, ma contro la tedesca non sembra avere scampo. Due recentissimi precedenti a favore della tedesca, a conferma del pronostico.
Sharapova-Radwanska 2. Ci metto il carico da dieci, perché la quota è buona (2,50). La polacca col doppio mento, da quando si è fatta bruna, è migliorata. Oddio, sempre trasparente ed insipida come acqua di rubinetto. Ha già rintuzzato agevolmente le sassate rocciose della Wickmayer. Può farlo anche con le roncole della russa. E se riesce a spostare la statua urlante di mezzo metro, può vincere. 

Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.