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lunedì 11 settembre 2017

US OPEN 2017 - PAGELLE FINALI



Uomini

Rafa Nadal 8. O 16, il culo. Poteva perdere da almeno 5 o 6. Non ne incontra nessuno, ma neanche un top 50 fino alle semifinali. In semifinale i resti esausti di un mezzo Del Potro (28) e in finale il temibile palo di frassino Anderson (21). Tutto senza nemmeno ingranare la quinta e preservando anche energie per il finale di stagione in cui deve conservare coi denti il numero uno. Il culo però aiuta gli audaci e negli slam può succedere di tutto, specie in questo, atrocemente monco. Per il resto, solita esibizione di ferocia agonistica e mentale, ma ne bastava la metà. Pareggia Federer (di cui è perenne incubo) in tutto, slam e 1000 vinti in stagione.
Kevin Anderson 7. La morte in permesso. Potrete dirlo ai nipoti: ho visto questo fluttuante tronco di arbusto gigante che pare doversi spezzare al primo refolo di vento, arrivare in finale in uno slam, complice un tabellone da Atp 250. Comunque bravo a spuntarla nella bagarre horror-splatter tra lungagnoni nella parte bassa.
Juan Martin Del Potro 7,5. Vincitore morale, anche se la morale non conta un cazzo. Salva il torneo dalla noia bestiale con imprese da nobile guerriero ferito, violento e orgoglioso. Eroico con Thiem, superbo con Federer. In semifinale getta tutto quello che aveva in corpo nel primo set, poi è travolto dalla furia devastatrice di Nadal in quarta.
Pablo Carreno Busta 7. Elogio della noia operaia. Ferrer 2.0 alla valeriana. Semifinalista battendo quattro qualificati e lo gnomo albino Scwhartzman (7-). Può bastare.
Dennis Shapovalov 7,5. Colpi strabilianti, coraggio-incoscienza, carattere. Il diciottenne canadese esplode all'improvviso. Perché così deve essere per un predestinato: tutto naturale (in barba a futuri campioni come Coric e Zverev costruiti da anni in laboratorio). Come Mac nel '77, per dirne uno banale, partendo dalle qualificazioni. Ovvio, ha limiti e rudezze da limare. In primis l'inesperienza e quella sufficienza-eccessiva sicurezza nell'addomesticare volée (quasi sempre sgozzate), che paga nel match sciagurato con l'impiegato del catasto Carreno.
Roger Federer 6 (di riverenza). Sua Divinità Celeste acciaccato, poco allenato, si salva nei primi turni, cresce, illude, prima d'imbattersi in un Del Potro con la mannaia. Confusionario, tatticamente suicida. Poteva anche vincerla, giocando meglio un paio di punti decisivi. Ma a volte, complici i risultati del 2017 di grazia, ci si dimentica che questo signore ha 36 anni, dicansi 36.
Grigor Dimitrov 4,5. Uno slam lo vincerà, prima o poi. Sperando che in 126 diano forfait per malaria e l'altro si pugnali da solo durante il match.
Andrei Rublev 7+. Un astronauta russo con turbe psichiche, dalla spaventosa velocità di braccio e rapidità nell'esecuzione dei colpi. A Nadal basta sporcargli gioco per mandare la macchina sparapalline in corto, sull'orlo della crisi di pianto. Ma ha solo 20 anni, se non lo internano prima nel manicomio navale moscovita "Youzhny sanitarium", ne vedremo delle belle.
Mischa Youzhny 8+. Altro mattatore indiscusso. Tarchiato, semovente, squilibrato soldatino di piombo col rovescio che suona motivetti tzigani in salsa metal. Ormai un quasi ex, che a 35 anni si dibatte ancora ostinatamente nelle retrovie. Trova un Federer che va a due all'ora e a parità di velocità vien fuori un equilibratissimo match anni '70, giocato con racchette di legno. L'urlo lacerante, autenticamente bestiale, dopo aver annullato il set point nel quarto set, ormai devastato anche dai crampi, resta la cosa più bella dell'intero torneo.
Dominic Thiem 5. Un Gasquet virulento, tatticamente ottuso e caratterialmente fantozziano. Delpo è Delpo, ma per perdere in quel modo ci vuole arte.
Paolo Lorenzi 7. Cuore di toro, palle in titanio. Con mezzi non eccelsi, ma comunque migliorati anno dopo anno con motivazione da ventenne, a 36 anni raggiunge per la prima volta gli ottavi in un major. Finisce con le bombole d'ossigeno mentre provava la disperata rimonta contro Anderson.
Alexander Dolgopolov 6,5. Infuriato per le ultime vicissitudini, lanciatissimo verso il titolo da leggenda. Sfilettato Nadal come uno Sweeney Todd sadicamente ispirato, avrebbe fatto un sol boccone degli altri. Ma la sventura è dietro l'angolo e si fa male. Che altrimenti...
Zverev Family 4,5 (Mischa 6, Sascha 3). Il campioncino in costruzione cade goffamente all'esordio. L'esperto fratellone dal naturale tennis felpato è sempre più solido. Uccella ancora il palo della cuccagna Isner (5), crolla con quello della luce Querrey. Insomma, quello forte resta Misha. Me lo ripeto ogni giorno, prima di prendere le goccine.
Sam Querrey 6. Uno statunitense abituato ad Ashe, Connors, McEnroe, Sampras e Agassi, ora deve sperare in simile Lurch tremebondo o al limite suicidarsi. Perde l'occasione della vita per fare finale.
Fabio Fognini: sui ceci. Prendete un dodicenne studente di seconda media con vestiti firmati e sorrisetto immotivatamente strafottente. Non è abbastanza dotato per arraffare una sufficienza senza aver studiato. Anzi, è superato sia dai secchioni che dai veri talenti che non hanno bisogno di studiare. È maleducato, anche. Insulta a bassa voce la maestra, che gli dà una nota e lo manda fuori. In corridoio minaccia di tirare la cartella in testa a un bidello (pelato). A casa i genitori gli dicono che deve chiedere scusa alla maestra per evitare la sospensione e lui ubbidisce, con l'aria da discolo (fintamente) pentito. Mentre una zia (fintamente) risentita lo rimprovera severamente. E, con commovente tappetino musicale da telenovela colombiana, dice che da grande vorrebbe insegnare l'educazione ai bambini d'asilo. Tipo Dracula che si propone di tenere simposi sull'emofilia. Ecco, questo è il Fogna show a NY. Stavolta però la fa davvero grossa. Ci sono insulti sessisti di mezzo. Come se quelli razzisti allo "zingaro" fossero meno gravi. La mia idea è che non sia sessista, come non era un razzista. Gli credo. Dice cose senza conoscerne il significato, come quel dodicenne di cui sopra, perché fa figo voler sembrare una "testa calda" e serve a far passare in secondo piano l'unica verità: la pochezza tecnica. E Travaglia (non certo Sampras) che gli infligge una limpida lezione tennistica.



Donne

Sloane Stephens 9. Simpatica, sexy ed elegante. Una ventata di fresca bellezza per la Wta. Che avesse anche i colpi per primeggiare lo si sapeva da oltre un lustri, senza mai esplodere a causa di carenze caratteriali e altro. Solo cinque mesi fa riprendeva a camminare. L'infortunio al piede deve averle dato quella convinzione e forza mentale che prima le mancava. Il titolo lo vince battendo Venus, di carattere e intelligenza tattica.
Madison Keys 8. Altra bellissima novità. Piace per la sua serenità e sorrisone da sorella indolente di Bugs Bunny. Bellissimo dritto e servizio da Atp, gioca un gran torneo, cui manca solo la ciliegina: una finale quasi non giocata, anche a causa dei problemi fisici.
Coco Vandeweghe 7. Il cerchio della nuovelle vague yankee esplosa a NY si chiude con la simpatica Coco. Una che vorresti portarti in giro a bere birra e fare gara di rutti. Anche lei contribuisce alla ventata di freschezza con un atteggiamento poco invasato, sorridente, da arrembante arruffona. Cede in semifinale, ma il suo maestro Pat Cash sta facendo un gran lavoro.
Venus Williams 7. 37 anni: due finali slam, una semifinale nel 2017. Le manca sempre un centimetro per l'epica vittoria, ma resta l'ultima diva. E, a chi le chiede cosa farà nel 2018 risponde, quasi sorpresa risponde: semplice, continuerò a giocare.
Anastasija Sevastova 8,5. Ride, piange, parla da sola, insulta qualcuno all'angolo, vorrebbe ammazzare fantasmi immaginari, poi ride ancora e piange. Questa è matta come un cavallo. Ma che mano. E che classe. Semplimente sublime il modo in cui ischerza, fino quasi all'umiliazione sportiva, nientemeno che Maria Sharapova: smorzata languida, morbido lob a superate la statua russa butattasi goffamente in avanti e altra smorzata irridente con la diva che sbuffa livida. Fermate tutto, il torneo femminile finisce lì.
Karolina Pliskova 5. La pitonessa abdica dal numero uno alla sua maniera: trasparente.
Kaia Kanepi 7. Tutti in attesa del ritorno di Masha, ed ecco il vero comeback di peso a Flushing Meadows: Kaiona la bella, dall'Estonia con furore.
Garbine Muguruza 5. Diventa numero uno giocando un torno pessimo. Tutto regolare nella magica Wta.
Elina Svitolina 5,5. Pestata ferocemente da Keys.
Petra Kvitova 7+. L'elefantessa felina è tornata dopo il grave incidente. Barrisce e picchia come ai bei tempi. Carattere da campionessa per battere Muguruza. E incostanza, quella per cui viene superata da Venus.
Maria Sharapova 4,5. Nessuno lo dice, ma la Masha del post Meldonium è irriconoscibile. Certo, urla, lotta, picchia con la vanga da ferma, vince un paio di match complicati, ma finisce con inquietante volto livido e sfatto, umiliata dalla Sevastova.
Simona Halep 6. Sfortunata. Visto che ormai non conta più nulla, la gioia del numero uno per una settimana almeno la meritava pure lei.
Camila Giorgi 6. Nel giorno in cui Muguruza diventa numero uno al mondo, lei che "le è (molto) superiore", diventa numero uno d'Italia e 67 al mondo.

giovedì 7 settembre 2017

LA VARRA E LA GARRA: ELOGIO DI JUAN MARTIN DEL POTRO



Solo una cosa avrebbe potuto salvare questo Us Open 2017 monco e azzoppato all'altra gamba dal simpatico Murray, da una deriva cloroformica: l'ennesimo kolossal tra Federer e Nadal (sebbene di semifinale) ancora inedito a New York o lo sbocciare di un giovanotto della nuova generazione. Nulla di più sbagliato. Dal torpore ci salva il gigante compassato, Juan Martin Delpotro.
Due, osservandolo in questa seconda vita sportiva, sono le prime parole che mi vengono in mente: "sofferenza" e "orgoglio", ancora prima di "violenza", già lampante nella prima vita. Varra e garra, martellate e carattere d'acciao inossidabile. Quattro operazioni, anni interi tra infermeria, rieducazione, tentativi falliti di rientri, altri stop in clinica, ritorno a mezzo servizio. Chiunque si sarebbe arreso, con il paracadute di un buon conto in banca e ricordi da tramandare ai nipotini. Non lui, che con orgoglio (per l'appunto) e amore per questo sport inversamente proporzionale rispetto a quello dei Kyrgios, ha insistito. Davvero una sofferenza indicibile per chi guarda in panciolle sul sofà, figurarsi per lui. Lui che a 21 anni (ora quell'età è buona per assaltare il Master NextGen al massimo) vinse proprio a Flushing Meadows spaccando il cemento e mandando al tappeto Federer, ha dovuto reinventarsi. Cambiare gioco, strategie, usare il rovescio quasi esclusivamente in agricolo slice come un Petzschner senza averne l'aria. La sua, di aria, è sempre quella del gaucho triste, afflitto da mille mali, dall'incedere lento. Agonista autentico come pochi però, quando serve esaltarsi ed esaltare patrioti o yankee che siano. In barba ai nuovi pupazzi agonisti di cartone, sempre più imperversanti, dal pugnetto incorporato.
Qualche sprazzo, sconfitte che bruciano quel ricordo. Quest'anno perde anche da Gastao Elias a Lione, per dire. Un normale top 30 che normale non è. Infatti, quando è stimolato dall'ambiente o dal prestogio di un evento, in soccorso all'atleta ormai a mezzo servizio arriva il famigerato orgoglio corroborato da attributi in titanio: exploit alle Olimpiadi o battaglie epiche in camiceta albiceleste conducendo l'Argentina al trionfo.
Il resto è storia recentissima. Rianima un torneo morente con imprese che rimandano ad eroismi antichi. Sfatto dall'influenza (perché un malanno dev'esserci per forza, manco fosse la reicarnazione di Geremia Lettiga) è sul punto di ritirarsi con Thiem prima della straordinaria rimonta. Ovvio, il Fantozzi austriaco ci mette del suo, ma varra e vanga del pistolero di Tandil sono ancora una volta da applausi.
Nella nottata poi, si prende la semifinale con altra prestazione sontuosa, buona per abbattere un Federer sfarfallante. Rispetto a otto anni fa, sembra un altro match. Delpo gioca senza rovescio, Federer serve and volley o sui due scambi.
I tanti meriti del Lazzaro argentino non  vengono meno sottolineando la giornata incerta  di Sua Divinità Celeste. Migliorato rispetto ai due match di esordio, ma lontanissimo rispetto alla versione deluxe 2017. Tatticamente suicida, offre il petto santo ai dritti dell'argentino che per poco non lo decapitano (Sua Maestà decapitato dal gentile boia gigante), e canna quattro set point che lo avrebbero portato avanti due set a uno. Forse parleremmo di una storia diversa, ma evviva Del Potro. Che Iddio ce lo conservi, anche backato.
Ora per lui c'è Nadal che ha triturato un Rublev col veloce braccio atrofizzato dall'emozione. Missione impossibile per Delpo abbattere il toro di Manacor, ma cosa vuoi che sia per chi ha superato un infortunio che avrebbe abbattuto una mandria di tori (di Manacor e non solo).

Due parole di numero per il tabellone femminile allineatosi alle semifinali: Stephens-Venus e Vandeweghe-Keys. Tripudio a stelle e strisce. Oltre all'intramontabile Venus, altre tre arrembanti giovani made in Usa. Vengono alla mente i confronti di FedCup Italia-Usa. Dream team italiano che faceva sempre un sol boccone di queste derelitte collegiali diciottenni, sbeffeggiate quasi dai nostri impettiti cantori. Ora il Dream Team non c'è più, ma le scolarette, forti anche di quelle esperienze, si giocano gli Slam tra di loro. E altre si sono perse per strada solo a causa di infortuni. Quel pazzo diceva che un politico pensa alle prossime elezioni, mentre uno statista alle future generazioni. Sarà che nel tennis ci mancano gli statisti.



domenica 3 settembre 2017

US OPEN 2017 - MIX TRA NIGHTMARE, FAMIGLIA ADDAMS E ALIVE. PRONOSTICI SICURI DEGLI OTTAVI



Uomini


Nadal-Dolgopolov. Rafinho diesel us(ur)ato, carbura grazie a tabellone da challenger di Quito. Se in giornata di grazia, Dolgo lo spazza via in tre set agili. Forse quattro, se si distrae per le mosche.
Goffin-Rublev. Altro ottavo inattefso. Ma "sti cazz e russ" quanti giovani promettenti hanno? Quasi quanto noi con Berrettini e Jimbo Quinzi. Il Richie Rich selvatico Rublev è on fire. Difficile, ma può scardinare l'ordinato (e trasparente) muro belga. Over senza dubbio.
Federer-Kohli. Se Nadal ha avuto un cammino agevolato da avversari da challengers (o poco più) su terra, Federer s'è salvato miracolosamente contro un giovane americano e ottimi, talentuosi specialisti, ma quasi ex (Youzhny e Feliciano) sempre vessati in carriera. Ora sotto con l'altro martire di lungo corso: il Kohli. Lo svizzero sta carburando. Match movimentato, ma difficile ceda un set
Del Potro-Thiem. Forse l'ottavo più interessante. Tabellone così modesto che anche un Del Potro a mezzo servizio, seppure in buona forma, può dire la sua. Spero la spunti il pistolero di Tandil, ma sarà match cruento. Vedo e prevedo 5 set.
M.Zverev-Querrey. Finisce sempre così, in barba a bimbiminchia predestinati: a difendere il nome degli Zverev la seconda settimana resta solo Mischa. Quello forte della famiglia. Compito improbo per lui, giustiziere dei mostri affetti da gigantismo. Eroe senza macchia. Dopo Isner, davanti a lui le atroci sagome di Querrey e Anderson. Ok, ho le mani sulle balle, ma non è scaramanzia. Lurch Querrey è già in finale.
Lorenzi-Anderson. Ne abbiamo viste di ogni in questo slam, ma la corsa (formidabile, eroica) del Paolino nazionale è destinata ad infrangersi contro il Fassino sudafricano.
Shapovalov-Carreno Busta. Nextgen attesi per anni, in perenne formazione psicofisica da galleria del vento, pfuah. I cavalli di razza sbocciano così, all'improvviso. E questo lo è. Il ragazzo però ha 18 anni e sei partite vinte potrebbero pesare contro l'orrido Carreno, un Ferrer moderno. 1 e over.
Pouille-Schwartzman. Uno-Ics.



Donne

Pliskova-Brady. Pitonessa facile.
Vandeweghe-Safarova. Fascinoso duello tra l'arrembante bovara scoordinata e la svenevole picchiatrice ceca. Dico Safarova in tre.
Kasatkina-Kanepi. Lungodegente, Kaiona la bella rientra e arriva in ottavi a suon di coriacee battaglie. La giovinetta sapiente Kasatkina dovrebbe rispedirla a casa.
Svitolina-Keys. Bel confronto di stili. La potenza della giovane americana e l'ordine dell'ucraina. Vince Keys contro pronostico, si spera.
Venus-Suarez Navarro. Venus vuole fare un regalo alla nipotina appena nata. Carlita già paga del buon torneo.
Muguruza-Kvitova. Finale (o semi) anticipata. Kvitova in formato deluxe è una delle poche (due o tre) a poter inpensierire la nitrente spagnola lanciata verso il titolo. Vince Muguruza, temo.
Stephens-Georges. Sloane già miracolosa nello scampare ai miei vaticini che la la davano in semifinale. Goeges senza tette sembra più aerodinamica, ma alla sua portata.
Sharapova-Sevastova. Masha eroina (nessun doppio senso) acclamata dal pubblico sadomado coi timpani lacerati. È tornata, sior-siori. Lo spermonium è alle spalle. Aperto il concorso: chi ci libererà dall'ossessiva urlatrice condannata per doping? Sevastova non credo abbia la personalità, malgrado un tennis vario e godibile. Forse Stephens. Quasi sicuramente Muguruza. Certamente la figlia di due giorni di Serena, di fronte alla quale impallidirebbe e diventando afona beccherebbe 6-1 6-2.


venerdì 1 settembre 2017

US OPEN 2017 - FEDERER ARRANCA, POI DOMA IL SERGENTE FERITO YOUZHNY



Qui Nuova York. Bollettino di guerra delle 14 dall'accampamento medico. Abbandonano la pugna Ferrer coi reumi, Zverev incapace di reggere la pressione, Kyrgios (per demenza, malanni immaginari, visioni mistiche e aerofagia), Tsonga ormai ex, Berdych ridicolizzato da Dolgopolov che gli scrive "marameo" in faccia e scappa. Sfortunato il ceco, come Tsonga. Vessati dai fab four per anni, ora che i fab four sono decimati loro non sono neppure fab eight. Ieri cede anche Dimitrov, uccellato dal teenager russo Rublev. Dopo il successo a Cincinnati pensavo si fosse fatto uomo e, complici le defezioni, a New York potesse essere tra i favoriti. Niente di più sbagliato. Chi nasce tondo non può morire quadrato. Chi nasce pollo non può morire leone.
Una sequela terrificante che unita alle già note diserzioni fa di questo slam un assoluto terno al lotto: vince chi resta vivo, o almeno in piedi. Ma non è tutto. Sul fantasmagorico Armstrong si è sul punto della sorpresa del secolo: Federer opposto a Youzhny, quasi coetaneo sergente russo ormai in congedo (per squilibrio mentale conclamato) da quattro anni buoni. Un match che, visto anche l'inizio, lo svizzero sembrava capace di portarsi a casa in meno di un'ora. Invece le cose si complicano in modo imprevedibile. Federer è la controfigura di quello dei mesi scorsi. Falloso, lento, impacciato. Ne vien fuori un confronto che sembra un match su terra del 1973, con racchette di legno. Federer è così sottotono da far rientrare il sergente di piombo Youzhny, cedendo secondo e terzo set. La sorpresa è dietro l'angolo, il sergente con un colpo di stato armato a suon di rovesci rischia di abbattere il re anziano. Sul più bello viene in soccorso la Dea Bendata: i crampi del russo, che prova a restare a galla di solo orgoglio, esalando urla bestiali.
Voglio dire, Mischa anche da giovane era lentissimo, un testone semovente con gambe di piombo e mano fatata. Ora a 35 anni lo è ancora di più. Se poi ci mettete i crampi, anche un Federer a due allora riesce a spuntarla al quinto. Contro chiunque altro sano, forse anche Mannarino o Fognini, ci avrebbe lasciato le penne.
L'impressione lasciata da Federer è pessima. Grande cosa è averla portata a casa. I problemi alla schiena sembrano superati, quello che gli manca è la condizione, non essendosi allenato a dovere a causa della schiena scricchiolante. La notizia buona è che la può ritrovare strada facendo. Quella negativa è che se non fa in fretta rischia già con Feliciano Lopez.



giovedì 31 agosto 2017

US OPEN 2017 - TRAVGLIA, FOGNINI E IL SIMPOSIO SUL BOCCHINO



Che poi la vita è così breve per dedicarla alle cazzate, ma pazienza. Tali e tante sono le cose accadute nell'ultima giornata a New York, che io decido di trattare l'annosa questione del bocchino in salsa Fognesca.
I fatti li saprete. Il nostro funambolo ligure sta perdendo, perderà, in modo sacrosanto contro il buon Travaglia. Tecnicamente ci sta. Un Fognini non in giornata può perdere da un Travaglia che ha preparato benissimo Flushing Meadows e veniva da qualificazioni giocate benissimo. 5,50 dei book era un regalo da cogliere al volo, con mano felpata.
E allora? Ancora a disquisire del Fognato? Tra chi difende l'indifendibile e chi spara su una crocerossa sgarrupata, ci sto io che mi diverto un mondo con questo assoluto funambolo del niente orrifico.
Il trentenne campioncino potenziale sta perdendo e, al solito, si lascia andare nel circense numero del genio sregolato e maleducato. Una testa tutta matta, il nostro istrione. Stavolta che s'inventa? Rivolge insulti ed epiteti inqualificabili (poco eleganti secondo giornalisti seri) alla giudice di linea: Testualmente: "troia bocchinara". E che sarà mai, questa mancanza di eleganza? Non siamo mica moralisti da queste parti. Abbiamo visto, idolatrato financo, personaggi umanamente riprovevoli come Connors, McEnroe, Nastase (anche attualmente, come capitano Fed Cup), che in quanto a sboccata maleducazione potevano dare al nostro discolo mignon dotte lectio magistralis. Però ci sono alcune infinitesimali differenza. Quelli erano fenomeni veri, campioni di razza, che con una giocata ti facevano dimenticare tutto, anche certe scenate da buzzurri. Il nostro è da anni un mediocre tennista come ce ne sono altri cento. E ancora, i Nastase e Supermac, se dovevano insultare qualcuno lo facevano a muso duro, occhi negli occhi, da uomini, consapevoli di potersi prendere warning e squalifiche, perché erano (detestabili quanto si vuole) scatti d'ira improvvisi. Gli ominicchi lo fanno girati di spalle, a mezza voce, nelle propria lingua. Suona tutto in modo pateticamente costruito, anche nella maleducazione. Perde, sa che perderà, la butta in vacca con questi teatrini di terz'ordine che fanno passare in secondo piano l'unica verità: è un tennista mediocre, che può perdere da travaglia e altri 100 top 100.
Altro ancora si potrebbe dire. Come le puerili scuse, mai complete ma sempre mascherate da giustificazione ("se pur secondo me avendo avuto ragione" è da Nobel). Di certo il nostro ha ormai scavallato, dagli insulti razzisti ("zingaro di merda...") al più becero sessimo da adolescenti tonti. Perché, a ben pensarci, anche io a 14 anni consideravo poco di buono le donne che fanno certe cose, a 15 già avevo cambiato idea. Chissà cosa ne penserà la consorte. Pietà, direte voi. Pur'io. In ultimo, la domanda sorge spontanea: ero contrario per lui e lo sarei anche per il nostro, ma se Kyrgios per un "la tua ragazza esce con Kokkinakis" fu multato e squalificato qualche mese, a lui daranno l'ergastolo con isolamento diurno?

Via, passiamo alle cose serie. Nessuna sorpresa tra le donne, autentico tsunami in un già zoppo tabellone maschile nella parte bassa. Fuori il favorito per la finale Zverev, giustiziato dall'altro nexgen Coric. Se davvero questi due robottini esagitati si giocheranno gli slam nei prossimi anni, c'è da rabbrividire. Continua invece la marcia devastatrice del tornado biondo Shapovalov. L'ultra nextgen stronca senza pietà uno Tsonga ormai agli sgoccioli. Non diciamo nulla per scaramanzia, ma in alto i cuori.
Crescono le quotazioni di Cilic, Isner e Querrey. Tra questi uscirà un finalista da Famiglia Addams, potete scommetterci. Occhio però a Lorenzi (meraviglioso) e Fabbiano (commovente), uno di loro può lanciarsi verso il super saturday. Dall'altra parte tutto stabile, Federer annaspa, Nadal non incanta, entrambi rischiano d'essere uccellati da Dimitrov.

martedì 29 agosto 2017

US OPEN 2017 - IL TRISTE, PROLUNGATO, VIALE DEL TRAMONTO DI ROBERTA VINCI



Frizzi e lazzi nella giornata inaugurale, dedicata alla parte bassa del tabellone maschile. Di più elettrizzante solo un monologo di Travaglio che ammicca e fa "slurp" con faccia seducente, parlando di una sindaca Raggi non impeccabile, ma sempre meglio di Nerone o di un attentato dell'Isis.
Giornata nazionale degli orridi pinnoloni made in Usa, tra Isner e Johnson, nella quale si perde per strada il calzino Sock. Guest star Zverev e Cilic, che vincono senza incantare. Nessun problema per le favorite nel tabellone femminile.
Ma le prime giornate (e quando se no?) sono tutte dedicate agli eroi tricolori. Bene Lorenzi che batte Sousa (tra le poche certezze della vita, oltre alla chioma intonsa di Morandi, c'è che Lorenzi quando può vincere una partita alla portata, lo fa) e il trullo volante Fabbiano che regola l'aussie anni '70 J.P. Smith.
Succulenta la giornata per le nostre donne. La giovane speranza Giorgi cede nettamente a Rybarikova (una che gioca ancora al tennis). Ora, il match era (opportunamente) lontano dalle telecamere, ma si può ugualmente azzardare come sia andata. La slovacca abusa di slice e la nostra, smarrita, va in corto circuito. Le si fonde i cervellone elettronico impiantatole dal Dott. Frankenstein. "bzzzz...puk...pak...plop" scintilla, amen. Lo sappiamo, basta che la nostra eroina trovi un'avversaria brava a tenerle bassa la palla e va fuori giri. Pensa di poter controbattere tirando ugualmente un vincente dritto per dritto contrario a ogni legge balistica (tranne quella - da Nobel incompreso - di Sergione) col risultato che spara orrendi homerun che vanno a falcidiare gli incolpevoli baraccati sull'Hudson. Dovrebbe farli usare la sindaca (inconsapevole) di Roma al posto degli idranti.
Capitolo a parte quello di Roberta Vinci. La tarantina partiva nettamente sfavorita con la Stephens, america in buona forma e destinata ad arrivare in fondo. Roberta va anche oltre le aspettative, giocando un primo set di dignitoso orgoglio. In realtà, da oltre un anno, il suo è un pesante, imbolsito, svogliato, cammino sull'interminabile viale del tramonto. Niente di male, forse così deve essere un addio. L'eccezionalità sono i ritiri improvvisi, quando ancora si è al top. Il suo però è rivestito di una malinconia strana, perché da mesi sembra trascinarsi non perché non ce la fa più, ma perché non ha più nessuna voglia. Non ha più nulla da dire e da dare. È palese, guardando un suo match. Insomma, Vinci è sospesa tra una Schiavone che, pur non essendo competitiva ai massimi livelli, si diverte ancora a lottare e Pennetta che, dopo epocale botta di culo (congiuntura astrale, se volete) vinse uno slam e salutò la compagnia. Permettendosi pure, dall'alto del suo strabiliante slam, di elargire consigli a quel tale inesperto Federer ("Roggger, vinci st'altro Open d'Australia e poi ritirete da vinccento. Fai come amme" - e arrivanono gli infermieri -).
Vinci avrebbe voluto smettere dopo quella finale a NY, se fosse andata in modo diverso. Invece si è trascinata stucchevolmente tra imploranti "continuo o no?" per attirare attenzioni che puntualmente venivano rivolte ad altre. Errani tortellinizzata, Pennetta partoriente, etc...lei, quasi ignorata, se non emarginata dai massimi vertici.
Ieri dopo la sconfitta dichiara "il tennis non è più una mia priorità". Ce n'eravamo accorti.


sabato 26 agosto 2017

US OPEN 2017 - TABELLONE, FAVORITI E SCOMMESSE



Uomini

Tabellone così sbilanciato da pensare l'abbia sorteggiato Totti o qualche prussiano tifoso del giovin virgulto Zverev.
Tutti nella parte alta, dove l'ipotetico classicissimo di semifinale Federer-Nadal è messo a rischio da outsider assai temibili. Son tutti lì, come tonni d'assalto: Dimitrov, Kyrgios, il grande Fogna (i Berdych). Tamarreide Kyrgios (prendetelo come presagio di sventura) negli ottavi per un Federer acciaccato potrebbe essere letale. Uno svizzero in condizione non avrebbe problemi, anzi vincerebbe il torneo in infradito, ma i malanni alla schiena santa mettono tutto in dubbio. Bisogna vedere anche in quale settimana sarà l'australiano: se in quella in cui si crede tennista o quella in cui sente di voler fare il coltivatore di pomelie a Sydney. In questo caso, perde secco già con Querrey al terzo turno.
Discorso diverso per Nadal. Quello visto nell'estate Usa è ben poca cosa. Dalla sua il tre su cinque e la proverbiale capacità di carburare. Passato l'ostacolo Fognini (bestia nerissima), gran classico contro Dimitrov. Il bulgaro principino perdente, reduce dall'exploit di Cincinnati, si trova più o meno nella stessa situazione di Melbourne. Allora capottò fantozzianamente sul traguardo contro il maiorchino. Stavolta può sovvertire tutto e scombinare il tavolo.
Parte bassa clamorosamente più spoglia. Niente sembra ostacolare l'esplosione definitiva, laurea da major, di Alexander Zverev. Se non quei capelli atroci. Se Federer alza bandiera bianca, è lui il grande favorito per la vittoria finale. Defezioni a go-go e sorteggio da sogno. Tra lui e la finale, qualche palo della luce (Anderson, Sock, Isner) e i fantasmi infermi di Cilic e Murray. In che condizioni sarà lo scozzese? Se sta in piedi può anche andare avanti. Altrimenti buco di cui può approfittare qualche miracolato di terza fascia: Ferrer, Ramos, Carreno o (troppa grazia sarebbe) il giganteggiante Shapovalov.
A mio umilissimo avviso, le semifinali saranno quasi certamente:
Dimitrov-Kyrgios
Zverev-Ferrer




Donne

Ah, beh. Turarsi il naso e provare a leggere il tabellone.
Parte alta: Pliskova-Svitolina è la semifinale sulla carta. Il vintage di Kuznetsova o Radwanska (insidiate dalla giovinetta Bellis) sulla strada della pitonessa ceca. Prima ancora i pericoli vengono dalla gnappa Strycova o (volesse il cielo) dall'adorabile Townsend, tutta ciccia e talento. Svitolina deve guardarsi da insidie tremende assai: la trucicomica russoaustraliana simpaticiccima antipatica Gabrilova e poi negli ottavi quella Keys per me seconda favorita del torneo dopo Muguruza. Nei quarti eventualmente Kerber (se l'hanno rigonfiata dal gommista) o l'appannata campionessa di Parigi
Ostapenko.
Parte bassa più interessante, per il probabile inserimento di vecchie lenze. Sulla sarebbe Muguruza-Halep. Non si può certo dire che la spagnola non debba sudarselo questo titolo. Sulla sua strada il fenomeno marchigiano Camila Giorgia (che, bene rammentarlo ai più distratti, "è moooooolto più forte della Muguruza. Ma mooooolto davvero..."). Poi Kvitova, in condizioni incerte ma sempre col dna da campionessa e Wozniacki. Ammesso che Venus non voglia piazzare l'epica zampata d'autore.
Halep ha un esordio non proprio banale, contro Maria Sharapova. La Masha del post spermonium è una via crucis di infortuni, apparizioni sporadiche come la madonna di Medjugorje urlante e patetici tentativi di provocare una Serena partotorienta da cui s'è beccata circa 21 k.o. consecutivi (forse tra gli effetti collaterali del meldonium ci sarà il masochismo autolesionista. O la totale demenza), ma nel match singolo può dire la sua. Poi il topo operaio Halep incoccerebbe la temibile Stephens o Konta. Occhio alle outsider Vekic e Barty.
A mio modesto avviso, io che non sbaglio un pronostico dal lontano 1995, le semifinali, dall'alto in basso, saranno certamente:
Pliskova-Keys
Muguruza-Stephens

Fate pure il vostro pronostico per le semifinali. Al vincitore andrà un ricco premio: due crocchè, tre panelle e un mio selfie del 2013 a Roma con Vika Azarenka, che, paonazza dopo l'allenamento, rutta allegramente.


Dissi io stesso, una volta, commentando una volè di McEnroe: "Se fossi un po' più gay, da una carezza simile mi farei sedurre". Simile affermazione non giovò certo alla mia fama di sciupafemmine, ma pare ovvio che mai avrei reagito con simile paradosso a un dirittaccio di Borg o di Lendl. Gianni Clerici.